MDCCXCIVAnno diCristoMDCCXCIV. Indiz.XII.PioVI papa 20.FrancescoII imperadore 3.L'infelice riuscita delle due imprese di Lione e di Tolone, la cattiva prova fatta dai Marsigliesi, e la poca dipendenza che trovavano nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai confederati quanto fosse fallace l'opinione di aver nella popolazione e nella efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però si persuasero facilmente che non nelle parole ma nei fatti, non nelle armi altrui ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior disubbidienza li concitasse. E siccome era divenuto necessario che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior ragionevolezza al conquistare per sè. Pareva necessario torre per la risecazione di territorii forza ad una nazione potente per sè stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si rivolgevano per la mente de' confederati, i quali finalmente vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente politica, cambiava di natura diventando guerrapolitica e territoriale. Per tali condizioni dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in Valenciennes il dì 21 di maggio del presente anno tra l'Austria e la Sardegna un trattato, nel quale inoltre prometteva il re di fare ogni maggiore sforzo e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandar in Italia il più gran numero di genti potesse, oltre le ausiliarie che fin dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi tanto verso la Savoia, quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in grosso corpo, sempre pronto ad operare fortemente e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano per prima cosa e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il nemico sulla riviera di Genova, affine di guarentire ed assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte; avesse l'arciduca governator generale della Lombardia austriaca facoltà di trattare ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni cosa e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare la impresa.I Franzesi i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati. Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli chereggevano le genti adunate nella Savoia e nel Delfinato, quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regii su tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insino alla costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio d'una potenza neutrale, così là usarono le armi e qua le persuasioni; le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo franzese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Franzesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi. Così sedate le ire e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i Franzesi usare le opportunità del territorio genovese per assaltare gli Stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto, scritto da Nizza, il dì 30 marzo, dai rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti.Alle benigne parole succedevano ben tosto apparati terribili. Erano i Franzesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del generale Dumorbion, verso il principio di aprile, nel territorio di Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni loro, mandarono la notte del 6 dello stesso mese il generale Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore che la Francia chiedeva che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando dellaviolata neutralità; ma vano era il protestare contro una risoluzione irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì 6 aprile sul territorio italiano l'esercito repubblicano di Francia in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo e quale si conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva dietro col retroguardo il generale Massena, destinato a sollevarsi da' più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più periti e famosi capitani che abbiano acquistato nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani, per viemmeglio assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo, caldamente, ma invano, s'era opposto il governatore genovese; ma avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e Salicetti, ritirossene il presidio franzese, lasciando di nuovo il castello in potere dei Genovesi.Intanto, proseguendo i Franzesi l'impresa loro, una parte, voltatasi alla sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un picciol presidio piemontese che vi stava a guardia, l'altra, marciando sul litorale, s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti a questo i Franzesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire la importante fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore, acquistato unagloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Nonostante, essendo forte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione, con assaltarlo da fronte.Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi che interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Franzesi alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se non per le navi genovesi che loro portavano i frumenti. Oltre a questo, la strada non era nè lunga nè difficile per andar ad assaltare Ormea e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al re di Sardegna a poter comunicare prontamente e sicuramente coll'Inghilterra, massimamente con le flotte inglesi, che già erano, o fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste le artiglierie nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che sopravanzava per la moltitudine ed era fatto più audace per le vittorie. La battaglia fu aspra. I Franzesi, partiti da San Remo, ed occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime delle artiglierie, le quali, traendo a punto fermo, facevano una strage incredibile nelle file dei Franzesi. Questi, veduto il danno, e stimando che nissunaltro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi di artiglierie minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa forma, tanto fecero che questi, soppressati dal numero, e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia, squadronatisi di nuovo, si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori, mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani; e qui, per fare testimonianza al vero, è debito raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanti a quei tempi in Francia correvano esempi degni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovarono all'estremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti che tornassero intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una squadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto situata in su quella marina ed appartenente al re di Sardegna.Quantunque questa fazione fosse di importanza per le bisogna loro verso ilmare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei sommi gioghi dei monti: s'accorgevano che insino a tanto che quelle altissime cime fossero in mano dei regi, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierie, e cui erano accorsi a difendere quindici centinaia di Austriaci, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Massena, già vincitore di Santa Agata e di Oneglia, fu destinato a questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con otto mila soldati scelti, e tanto e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regi, nè le artiglierie loro governate con molta maestria poterono operare che i repubblicani non riuscissero vincitori. Massena, per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minaccie.Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di Ormea, che, abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori, colle artiglierie grosse e minute e colle munizioni da guerra e da bocca; gran quantità di panni singolarmente utili al vestire dei soldati; undici centinaia di prigionieri resero più cospicua questa vittoria. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, ormai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero nel Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose volerla difendere sino all'estremo.I Franzesi, conquistata Oneglia ed i luoghi importanti pe' quali potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano conquistato. Nel che mostraronotanta perizia nelle cose militari e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizii, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile, si credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristettero gli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo di avere serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime de' monti, con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti ridotti che i Piemontesi avevano costrutto sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne impadroniva; quindi, voltate le artiglierie, ond'erano muniti, contro la cappella del San Bernardo, dove i regii avevano il campo più grosso, facevano le viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano de' nemici un sito che fu prima perduto che si pensasse di poterlo perdere. Nè i Franzesi arrestarono il corso loro; anzi, spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi fin più là della Tuile, della quale si impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che, dopo di avere raccolte con sè tutte le milizie e tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso delle cose che precipitavano.Tentarono nel medesimo tempo e pei medesimi motivi i repubblicani parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcavano, non arrestati nè da' turbini nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo all'improvviso sopra il forte di Mirabacco, difeso da pochi invalidi, se ne impadronironofacilmente. Poscia, scendendo per la valle di Lucerna, occuparono Bobbio ed altre terre superiori della medesima valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche qui si fecero dal governo le convenevoli provvisioni per modo che, assaliti valorosamente i Franzesi dai regii nella terra del Villars, furono costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di avere presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti all'aver romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed all'aver fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Colla medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei spianò la strada all'esercito d'Italia a potersi comunicare con quello delle Alpi.Il fatto d'armi di maggior rilievo, e per la sua grandezza e pel valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte Cenisio. Ne avevano i Piemontesi munito la eminenza con molte e grosse artiglierie e con trincee e con ridotti. Tre principalissimi massimamente parevano rendere sicuro quel passo, de' quali uno chiamato de' Rivetti guardava il borro a destra dell'eminenza; il secondo detto della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra de' regii, il quale, avuto il nome di un valente generale italiano che militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierie volte verso una selva di spessi e folti virgulti che poteva da quella parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi postipresidiati da soldati agguerriti e da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di provata esperienza, che li comandava: così il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Franzesi, soliti a que' tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, fatto convenire a Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa la stagione fin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi in tre parti: Dumas medesimo per la strada maestra contro il ridotto della Ramassa; il capitano Cherbin addosso al ridotto de' Rivetti; Bagdelone per al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regii si accorsero dell'approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre con l'artiglieria e con l'archibuseria. Ne nacque in mezzo a que' dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora ad ora le artiglierie, e per l'eco che in quelle cave montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così spesso e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più crescevano quanto più si avvicinavano i Franzesi ai ridotti regii; poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa nè dal numero dei loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti de' Rivetti e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; con pari evento e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio delle Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti,massime da alcuni luoghi precipitosi che gli si pararono davanti, strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria de' suoi. Superato il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta da' difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già, prima della rotta de' regii a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in que' forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Franzesi, non senza però che il valore italiano avesse fatto di sè fierissima mostra.Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa quanto era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regii, acquistarono i Franzesi tutte le artiglierie dei ridotti che erano fioritissime, con alcune altre che vicine stanziavano per gli scambii, molta moschetteria, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità considerabile. Morirono pochi, rispetto alle gravità del fatto, dall'una parte e dall'altra; circa otto cento prigionieri ornarono la vittoria dei repubblicani. Non fecero i Franzesi fine al perseguitare se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In tal modo la Ferriera e la Novalesa vennero a divozione dei repubblicani. Perduto il Cenisio, tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi e di munizioni, era impossibile ad essere superato. Nè i Franzesi si attentarono di combatterlo; poichè, contenti all'essere divenuti signori del passo alpestre del Cenisio ed all'aver messo spavento coll'armi loro sulle rive della Dora riparia, nè essendo in numero sufficiente a poter tentare cosa di importanza più oltre la Novalesa, se ne stettero quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti nelle altre parti dove ardeva la guerra.Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Franzesi, nè potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata, che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione. Voltarono dunque il pensiero ad insignorirsene per assedio: al che per togliere ogni facilità, i capitani del re, e fra i primi Colli, avevano diligentemente fortificato le cime dei monti che dividono il Genovesato dalla valle della Roia, massime il passo principale di colle Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i Franzesi, dopo di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro, si appresentarono alla batteria il dì 27 aprile, ed incominciarono un furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente i Franzesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di Felta, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti quei passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti in potestà loro. Morirono in questo fatto parecchi soldati di nome e di valore d'ambe le parte, e fra essi il capitano Maulandi, italiano, nel quale non saprebbe dirsi se fosse maggiore il valor militare, o la modestia civile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura.La vittoria del colle Ardente diè campo ai Franzesi di calarsi per la via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al colle di Tenda. Certamente essendo quel forte munitissimo, avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza, resistesse più lungamente che potesse, e non cedesse la piazza se nonquando se ne avesse avuto il comandamento da lui; perchè l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per lo effetto dell'essere i Franzesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con Mesmer comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte da un consiglio militare, e passati per l'armi sulla spianata della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori e credenza ai popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.Rimaneva ai Franzesi per compir l'opera che si impadronissero del colle di Tenda, sommo apice delle Alpi marittime; nè s'indugiarono a questa impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regii e del favor della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono i Piemontesi che facevano le viste di voler difendere il colle; e con molta audacia e perizia occupando i Franzesi l'uno dopo l'altro i posti eminenti sulla faccia del monte, i Piemontesi, abbandonata dopo debole difesa la cresta in balia del nemico, si ritirarono a Limone, terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.Tutte queste fazioni, molto perniziose allo Stato del re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo Stato da uomini condotti da illusioni funeste, ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazionedegna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni ed a tanti terrori.Vittorio, perduta la metà degli Stati e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerie, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro che meglio avessero combattuto pel re e per la patria.Questo stormo non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedii non bastando alla salute del regno, instantemente si ricercarono i generali austriaci che, fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte che pericolava gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nell'aprile tutte quelle che avea disponibili, e che unite componevano un esercito di venti mila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor piùforte accorresse di Germania in Piemonte, a norma del trattato di Valenciennes. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero l'armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarii supplire, ordinava che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguivano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con sè le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì che i beni confiscati si incorporassero alla corona.Fu anche giudicato che, per prevenir le congiure, fosse necessario di soffocarne i semi e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non congiurassero, si univano perchè combattessero.Le fazioni tanto favorevoli ai Franzesi diedero molto a pensare ai governi italiani. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in favore dei confederati: indirizzava alla volta della Lombardia, parte per terra, parte per mare, dieciotto mila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato pagassero i baroni, i nobili ed i ricchi cento venti mila ducati il mese; il restante, per non aggravare i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario; pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinaio;portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese che non fossero necessarii al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinaio del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero, e il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiura di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in sè stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, proponendo il governo la salute propria a quella altrui. Si aggiunse che i corsari sì franzesi che algerini infestavano i litorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandio che rubare.Anche il pontefice che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose su' luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali e nuove regole per la milizia. In questi suoi pensieri dell'armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per quel fatto enorme di Basseville, accaduto in Roma sull'entrare dell'anno precedente, e che abbiamo a suo luogo raccontato.Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sulle Alpi, e del loro ingresso nel territorio genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella, sostenuta dal procuratorPesaro, al quale si aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi che il fidarsi. Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccaria Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti che l'armarsi non era possibile, non a tempo, inutile. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiciannove voti favorevoli e sessantasette contrarii. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piedi che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la terra ferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in terra ferma per riempiere i reggimenti italiani si facessero, le compagnie dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari africani e franzesi. A questo modo aveva il senato prudentemente e fortemente deliberato. Ma i savii del consiglio, ai quali apparteneva l'esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di sette mila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando in pubblico come in privato l'improvvidenza degli uomini ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco Sanfermo, acciò spiasse e mandasse quello che glivenisse fatto di scoprire in quella città finitima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorta. Sanfermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia: d'un Gorani destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; poi certe ciance d'un Bacher, segretario della legazione franzese in Basilea; poi d'un Guistendoerffer, che da Parigi gli riferiva che la Francia faceva grandissimi disegni sulla Italia, che già vi aveva per oro intelligenze da per tutto, anche a Venezia, per modo che già erano a quei della salute pubblica obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni de' destinati dal governo a sopravvedere ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica per queste e per queste altre ragioni. Le quali novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molti, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in que' tempi difficili sentissero meglio di debolezza che di prudenza.Accrebbe le difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi XVI re di Francia, fuggendo il furore de' nemici della sua casa, riparato in Torino. Ma essendo i repubblicani, tanto avidi del suo sangue, comparsi prima sulle cime delle Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccievole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nella integrità del senato, a cercar asilo sulle terre della repubblica veneta. Seguitavano il principe, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra' quali principalmente si notavano il duca d'Avaray ed il conte d'Entraigues. Il senato veneto, pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse lemolestie che glie ne sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi Stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderii del senato veneto si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale, in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, da' quali potessero seguir danno o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; del quale desiderio essendo stato fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù e la sventura da cui era combattuto: riconoscesse anche in lui ne' colloqui privati la altezza del grado; ma pubblicamente si astenesse dall'usare verso di lui di quegli atti, co' quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi: il che però, siccome suole avvenire che i forti usano la vessazione come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del robespierrano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. In somma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbonsi riconoscere i popoli, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, vedremo a suo tempo.La veneta repubblica non era ancora giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregrazione della salutepubblica, con titolo d'inviato a Venezia, Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile da' tempi, al serenissimo principe il dì 13 novembre, manifestava che, per l'elezione del Lallemand, cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varii i dispareri nelle consulte venete, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri delle potenze estere acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il piemontese, riceveva maggiori molestie del genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo inglese: fu risposto per i generali. Intanto ne successe un altro, che offese anche più direttamente la dignità e l'independenza dello Stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re Cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porlo di Genova, e con parole superbe e in termini eccessivi dettavano alla repubblica leggi contro la Francia, intimando in fine che, se non consentisse, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia e co' paesi da Francia occupati.Questa prepotenza inglese, dicesi inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze de' Genovesi, se n'era ritirato, tanto era più odiosa quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento che ai comandamenti del suo governo. La signoria di Genova, serbata la dignità e non omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio quanto lontanedal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico e dell'indipendenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava all'utile o allo sdegno, che al giusto o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed, abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi e poste al fisco.Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierie del molo avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso per modo che il nome inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli la nappa nera, che è pure l'insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'esempio comune, stracciavano le nappe e le schernivano con ogni strazio.Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Franzesi, passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono a' rimedii. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita l'invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidentiche la repubblica, sempre consentanea a sè medesima ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale; munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome si è narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica vollero temperare il dominio forastiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una costituzione; mancava il consenso dei popoli; adunossi una dieta o congresso generale nella città di Corte; approvò la costituzione.L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte ai Corsi dai Genovesi, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi non solo le navi genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme, le merci genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi che fosse condotto a Bastia. Non è certo da maravigliare che Paoli, nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato inquesti eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati, e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, niuno sarà che non condanni. Intanto arditissimi corsari corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica; ma insidiosa e non piena fu la riparazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari corsi avessero facoltà di predare i bastimenti genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili.Pareva che la condizione di Genova con la Gran Bretagna fosse divenuta più tollerabile; al tempo stesso i termini in cui viveva colla Francia si miglioravano; perchè, morto Robespierre, era stato richiamato Tilly, mandandosi in iscambio un Villard, che più moderatamente procedeva.Ma la guerra non lasciava quietare la malarrivata Genova. L'accidente seguito della occupazione d'una parte della riviera di Ponente ed i progressi dei Franzesi insino a Finale, davano timore che potessero, per la via del Dego e del Cairo, sboccare in Piemonte. Per preservare questa provincia finchè giungessero le genti tedesche stipulate nel trattato di Valenciennes, tutte le truppe austriache, già chiamate, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i Franzesi s'ingrossavano verso Loanoe Finale, si riducevano più vicino. Sommavano a dodici mila combattenti tra fanti e cavalli: queste erano le squadre della vanguardia e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al Dego. Ivi avevano le artiglierie grosse, i magazzini ed i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucia ed a levante di Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra la pescaia del Mulino. Oltre di ciò, alcuni reggimenti piemontesi che alloggiavano in un campo a Morozzo marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi cogli Austriaci che difendevano il paese del Cairo.Dall'altra parte i Franzesi, udito di questo moto, ed avendo anche presentito che l'esercito imperiale si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlochè l'esercito loro grosso di quindici mila combattenti, fatto uno sforzo, avea sloggiato la vanguardia austriaca da varii posti, seguitandola sino sulle alture che stanno a sopraccapo del Cairo, le quali occuparono, la notte del 20 settembre, principalmente quelle che signoreggiavano il castello. La quale cosa vedutasi dai generali austriaci Turcheim e Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti loro verso il campo di Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno l'artiglieria grossa, serbando con loro la leggiera ch'era fiorita e numerosa.Era il dì 21 settembre imminente una battaglia. La mattina molto per tempo avevano i generali austriaci ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, ch'era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo di Colletto, per cui si va a Rocchettadel Cairo, stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontari. Al piano e verso il mezzo dell'antiguardo, trentasei pezzi di artiglieria guardavano il passo, sei sul monte Lucia, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.Wallis, supremo generale austriaco, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la battaglia, operò che alcuni battaglioni dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i Franzesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali Massena e Laharpe, e dal generale di artiglieria Buonaparte. Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima, seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta del Cairo, andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La seconda, passando pel convento di San Francesco del Cairo, assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vailaro; poi, fatto un branco di sè, composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza, radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta, riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini degl'imperiali si rompevano,ma pel valore loro tosto si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio dei Franzesi. La seconda colonna, sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in aiuto del Pinale, il passo del Vignarolo, gli assaltava al monte Vallaro e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto li disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci, con nuova vigoria combattendo, fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che s'era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor degl'imperiali; ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del Colletto assaltato e difeso con mirabile costanza. Le fanterie dei Franzesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavalleria si fece avanti e diè per modo la carica alla cavalleria austriaca, ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là del Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due cannoni; e ciò forse per allettare tanto la cavalleria dei repubblicani, che, condottasi nella valle di Pollovero, potesse essere bersagliata, con evidente vantaggio, di fianco e di fronte dalle batterie di Santa Lucia e del Pinale. Ma i Franzesi accortisi dell'insidia, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono grossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucia e dell'argine del Mulino. Scesero i Franzesi dal Colletto nella pianura, e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterie di Santa Lucia e del Pinale cominciarono a fulminarli con orribile fracasso. Dalla parte loro, anch'essi facevanoogni sforzo per superar quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage se non quando, sopraggiunta la notte, i Franzesi furono forzati a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto delle artiglierie d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in questo fatto i Franzesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni uffiziali di nome.Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a sè la fama della vittoria e dell'onore di questo giorno difficile ed importante; non ostante gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dov'erano le riposte dell'esercito, ovvero che avessero avuto avviso, come fu scritto, che un corpo franzese partito di Savona fosse per riuscir loro alle spalle, e per tal guisa mozzar loro la strada, la notte del 22, abbandonate lor forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie e con tutte le artiglierie in Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli Austriaci; perchè e nissun corpo franzese era a quei giorni in Savona, e tutti i Franzesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e nissuna altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza sino a Savona. Questa falsità di avvisi, quale ne fosse la cagione, operò molto efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.Frattanto i Franzesi, temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a credere che gli avversarii si fossero ritirati, dubitando anzi di essere assaliti in sul far del giorno, molto posatamente e con ogni cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello che non potevano sospettare era vero, vi si confermarono, e diedero mano a vuotare e trasportare ai luoghi sicuri della Liguriai magazzini dell'esercito tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando in somma con ogni proceder loro quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo presagio dei mali ancor più gravi che si preparavano all'infelice Italia.L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, nel Genovesato, dove si fortificava, principalmente a Vado, aspettando che la stagione nuova gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.In mezzo a queste battaglie degli uomini, non vuolsi lasciare di far menzione della trentesima eruzione del Vesuvio, accaduta la sera del 15 giugno, violentissima e spaventosa, che colla lava rovinò quasi tutta la torre del Greco, e non poco danno recò a Resina, in tutto il paese sollevandosi all'altezza di venti in trenta piedi. Poche case rimasero intatte, e molte persone perirono.
L'infelice riuscita delle due imprese di Lione e di Tolone, la cattiva prova fatta dai Marsigliesi, e la poca dipendenza che trovavano nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai confederati quanto fosse fallace l'opinione di aver nella popolazione e nella efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però si persuasero facilmente che non nelle parole ma nei fatti, non nelle armi altrui ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior disubbidienza li concitasse. E siccome era divenuto necessario che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior ragionevolezza al conquistare per sè. Pareva necessario torre per la risecazione di territorii forza ad una nazione potente per sè stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si rivolgevano per la mente de' confederati, i quali finalmente vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente politica, cambiava di natura diventando guerrapolitica e territoriale. Per tali condizioni dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in Valenciennes il dì 21 di maggio del presente anno tra l'Austria e la Sardegna un trattato, nel quale inoltre prometteva il re di fare ogni maggiore sforzo e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandar in Italia il più gran numero di genti potesse, oltre le ausiliarie che fin dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi tanto verso la Savoia, quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in grosso corpo, sempre pronto ad operare fortemente e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano per prima cosa e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il nemico sulla riviera di Genova, affine di guarentire ed assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte; avesse l'arciduca governator generale della Lombardia austriaca facoltà di trattare ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni cosa e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare la impresa.
I Franzesi i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati. Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli chereggevano le genti adunate nella Savoia e nel Delfinato, quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regii su tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insino alla costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio d'una potenza neutrale, così là usarono le armi e qua le persuasioni; le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo franzese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Franzesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi. Così sedate le ire e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i Franzesi usare le opportunità del territorio genovese per assaltare gli Stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto, scritto da Nizza, il dì 30 marzo, dai rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti.
Alle benigne parole succedevano ben tosto apparati terribili. Erano i Franzesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del generale Dumorbion, verso il principio di aprile, nel territorio di Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni loro, mandarono la notte del 6 dello stesso mese il generale Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore che la Francia chiedeva che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando dellaviolata neutralità; ma vano era il protestare contro una risoluzione irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì 6 aprile sul territorio italiano l'esercito repubblicano di Francia in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo e quale si conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva dietro col retroguardo il generale Massena, destinato a sollevarsi da' più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più periti e famosi capitani che abbiano acquistato nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani, per viemmeglio assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo, caldamente, ma invano, s'era opposto il governatore genovese; ma avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e Salicetti, ritirossene il presidio franzese, lasciando di nuovo il castello in potere dei Genovesi.
Intanto, proseguendo i Franzesi l'impresa loro, una parte, voltatasi alla sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un picciol presidio piemontese che vi stava a guardia, l'altra, marciando sul litorale, s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti a questo i Franzesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire la importante fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore, acquistato unagloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Nonostante, essendo forte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione, con assaltarlo da fronte.
Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi che interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Franzesi alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se non per le navi genovesi che loro portavano i frumenti. Oltre a questo, la strada non era nè lunga nè difficile per andar ad assaltare Ormea e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al re di Sardegna a poter comunicare prontamente e sicuramente coll'Inghilterra, massimamente con le flotte inglesi, che già erano, o fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste le artiglierie nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che sopravanzava per la moltitudine ed era fatto più audace per le vittorie. La battaglia fu aspra. I Franzesi, partiti da San Remo, ed occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime delle artiglierie, le quali, traendo a punto fermo, facevano una strage incredibile nelle file dei Franzesi. Questi, veduto il danno, e stimando che nissunaltro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi di artiglierie minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa forma, tanto fecero che questi, soppressati dal numero, e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia, squadronatisi di nuovo, si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori, mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani; e qui, per fare testimonianza al vero, è debito raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanti a quei tempi in Francia correvano esempi degni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovarono all'estremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti che tornassero intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una squadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto situata in su quella marina ed appartenente al re di Sardegna.
Quantunque questa fazione fosse di importanza per le bisogna loro verso ilmare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei sommi gioghi dei monti: s'accorgevano che insino a tanto che quelle altissime cime fossero in mano dei regi, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierie, e cui erano accorsi a difendere quindici centinaia di Austriaci, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Massena, già vincitore di Santa Agata e di Oneglia, fu destinato a questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con otto mila soldati scelti, e tanto e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regi, nè le artiglierie loro governate con molta maestria poterono operare che i repubblicani non riuscissero vincitori. Massena, per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minaccie.
Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di Ormea, che, abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori, colle artiglierie grosse e minute e colle munizioni da guerra e da bocca; gran quantità di panni singolarmente utili al vestire dei soldati; undici centinaia di prigionieri resero più cospicua questa vittoria. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, ormai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero nel Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose volerla difendere sino all'estremo.
I Franzesi, conquistata Oneglia ed i luoghi importanti pe' quali potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano conquistato. Nel che mostraronotanta perizia nelle cose militari e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizii, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile, si credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristettero gli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo di avere serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime de' monti, con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti ridotti che i Piemontesi avevano costrutto sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne impadroniva; quindi, voltate le artiglierie, ond'erano muniti, contro la cappella del San Bernardo, dove i regii avevano il campo più grosso, facevano le viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano de' nemici un sito che fu prima perduto che si pensasse di poterlo perdere. Nè i Franzesi arrestarono il corso loro; anzi, spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi fin più là della Tuile, della quale si impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che, dopo di avere raccolte con sè tutte le milizie e tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso delle cose che precipitavano.
Tentarono nel medesimo tempo e pei medesimi motivi i repubblicani parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcavano, non arrestati nè da' turbini nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo all'improvviso sopra il forte di Mirabacco, difeso da pochi invalidi, se ne impadronironofacilmente. Poscia, scendendo per la valle di Lucerna, occuparono Bobbio ed altre terre superiori della medesima valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche qui si fecero dal governo le convenevoli provvisioni per modo che, assaliti valorosamente i Franzesi dai regii nella terra del Villars, furono costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di avere presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti all'aver romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed all'aver fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Colla medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei spianò la strada all'esercito d'Italia a potersi comunicare con quello delle Alpi.
Il fatto d'armi di maggior rilievo, e per la sua grandezza e pel valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte Cenisio. Ne avevano i Piemontesi munito la eminenza con molte e grosse artiglierie e con trincee e con ridotti. Tre principalissimi massimamente parevano rendere sicuro quel passo, de' quali uno chiamato de' Rivetti guardava il borro a destra dell'eminenza; il secondo detto della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra de' regii, il quale, avuto il nome di un valente generale italiano che militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierie volte verso una selva di spessi e folti virgulti che poteva da quella parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi postipresidiati da soldati agguerriti e da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di provata esperienza, che li comandava: così il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Franzesi, soliti a que' tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, fatto convenire a Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa la stagione fin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi in tre parti: Dumas medesimo per la strada maestra contro il ridotto della Ramassa; il capitano Cherbin addosso al ridotto de' Rivetti; Bagdelone per al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regii si accorsero dell'approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre con l'artiglieria e con l'archibuseria. Ne nacque in mezzo a que' dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora ad ora le artiglierie, e per l'eco che in quelle cave montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così spesso e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più crescevano quanto più si avvicinavano i Franzesi ai ridotti regii; poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa nè dal numero dei loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti de' Rivetti e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; con pari evento e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio delle Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti,massime da alcuni luoghi precipitosi che gli si pararono davanti, strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria de' suoi. Superato il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta da' difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già, prima della rotta de' regii a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in que' forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Franzesi, non senza però che il valore italiano avesse fatto di sè fierissima mostra.
Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa quanto era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regii, acquistarono i Franzesi tutte le artiglierie dei ridotti che erano fioritissime, con alcune altre che vicine stanziavano per gli scambii, molta moschetteria, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità considerabile. Morirono pochi, rispetto alle gravità del fatto, dall'una parte e dall'altra; circa otto cento prigionieri ornarono la vittoria dei repubblicani. Non fecero i Franzesi fine al perseguitare se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In tal modo la Ferriera e la Novalesa vennero a divozione dei repubblicani. Perduto il Cenisio, tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi e di munizioni, era impossibile ad essere superato. Nè i Franzesi si attentarono di combatterlo; poichè, contenti all'essere divenuti signori del passo alpestre del Cenisio ed all'aver messo spavento coll'armi loro sulle rive della Dora riparia, nè essendo in numero sufficiente a poter tentare cosa di importanza più oltre la Novalesa, se ne stettero quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti nelle altre parti dove ardeva la guerra.
Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Franzesi, nè potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata, che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione. Voltarono dunque il pensiero ad insignorirsene per assedio: al che per togliere ogni facilità, i capitani del re, e fra i primi Colli, avevano diligentemente fortificato le cime dei monti che dividono il Genovesato dalla valle della Roia, massime il passo principale di colle Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i Franzesi, dopo di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro, si appresentarono alla batteria il dì 27 aprile, ed incominciarono un furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente i Franzesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di Felta, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti quei passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti in potestà loro. Morirono in questo fatto parecchi soldati di nome e di valore d'ambe le parte, e fra essi il capitano Maulandi, italiano, nel quale non saprebbe dirsi se fosse maggiore il valor militare, o la modestia civile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura.
La vittoria del colle Ardente diè campo ai Franzesi di calarsi per la via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al colle di Tenda. Certamente essendo quel forte munitissimo, avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza, resistesse più lungamente che potesse, e non cedesse la piazza se nonquando se ne avesse avuto il comandamento da lui; perchè l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per lo effetto dell'essere i Franzesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con Mesmer comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte da un consiglio militare, e passati per l'armi sulla spianata della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori e credenza ai popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.
Rimaneva ai Franzesi per compir l'opera che si impadronissero del colle di Tenda, sommo apice delle Alpi marittime; nè s'indugiarono a questa impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regii e del favor della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono i Piemontesi che facevano le viste di voler difendere il colle; e con molta audacia e perizia occupando i Franzesi l'uno dopo l'altro i posti eminenti sulla faccia del monte, i Piemontesi, abbandonata dopo debole difesa la cresta in balia del nemico, si ritirarono a Limone, terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.
Tutte queste fazioni, molto perniziose allo Stato del re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo Stato da uomini condotti da illusioni funeste, ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazionedegna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni ed a tanti terrori.
Vittorio, perduta la metà degli Stati e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerie, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro che meglio avessero combattuto pel re e per la patria.
Questo stormo non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedii non bastando alla salute del regno, instantemente si ricercarono i generali austriaci che, fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte che pericolava gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nell'aprile tutte quelle che avea disponibili, e che unite componevano un esercito di venti mila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor piùforte accorresse di Germania in Piemonte, a norma del trattato di Valenciennes. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero l'armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarii supplire, ordinava che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguivano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con sè le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì che i beni confiscati si incorporassero alla corona.
Fu anche giudicato che, per prevenir le congiure, fosse necessario di soffocarne i semi e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non congiurassero, si univano perchè combattessero.
Le fazioni tanto favorevoli ai Franzesi diedero molto a pensare ai governi italiani. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in favore dei confederati: indirizzava alla volta della Lombardia, parte per terra, parte per mare, dieciotto mila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato pagassero i baroni, i nobili ed i ricchi cento venti mila ducati il mese; il restante, per non aggravare i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario; pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinaio;portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese che non fossero necessarii al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinaio del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero, e il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.
Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiura di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in sè stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, proponendo il governo la salute propria a quella altrui. Si aggiunse che i corsari sì franzesi che algerini infestavano i litorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandio che rubare.
Anche il pontefice che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose su' luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali e nuove regole per la milizia. In questi suoi pensieri dell'armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per quel fatto enorme di Basseville, accaduto in Roma sull'entrare dell'anno precedente, e che abbiamo a suo luogo raccontato.
Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sulle Alpi, e del loro ingresso nel territorio genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella, sostenuta dal procuratorPesaro, al quale si aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi che il fidarsi. Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccaria Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti che l'armarsi non era possibile, non a tempo, inutile. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiciannove voti favorevoli e sessantasette contrarii. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piedi che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la terra ferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in terra ferma per riempiere i reggimenti italiani si facessero, le compagnie dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari africani e franzesi. A questo modo aveva il senato prudentemente e fortemente deliberato. Ma i savii del consiglio, ai quali apparteneva l'esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di sette mila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando in pubblico come in privato l'improvvidenza degli uomini ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.
Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco Sanfermo, acciò spiasse e mandasse quello che glivenisse fatto di scoprire in quella città finitima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorta. Sanfermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia: d'un Gorani destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; poi certe ciance d'un Bacher, segretario della legazione franzese in Basilea; poi d'un Guistendoerffer, che da Parigi gli riferiva che la Francia faceva grandissimi disegni sulla Italia, che già vi aveva per oro intelligenze da per tutto, anche a Venezia, per modo che già erano a quei della salute pubblica obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni de' destinati dal governo a sopravvedere ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica per queste e per queste altre ragioni. Le quali novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molti, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in que' tempi difficili sentissero meglio di debolezza che di prudenza.
Accrebbe le difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi XVI re di Francia, fuggendo il furore de' nemici della sua casa, riparato in Torino. Ma essendo i repubblicani, tanto avidi del suo sangue, comparsi prima sulle cime delle Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccievole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nella integrità del senato, a cercar asilo sulle terre della repubblica veneta. Seguitavano il principe, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra' quali principalmente si notavano il duca d'Avaray ed il conte d'Entraigues. Il senato veneto, pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse lemolestie che glie ne sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi Stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderii del senato veneto si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale, in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, da' quali potessero seguir danno o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; del quale desiderio essendo stato fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù e la sventura da cui era combattuto: riconoscesse anche in lui ne' colloqui privati la altezza del grado; ma pubblicamente si astenesse dall'usare verso di lui di quegli atti, co' quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi: il che però, siccome suole avvenire che i forti usano la vessazione come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del robespierrano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. In somma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbonsi riconoscere i popoli, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, vedremo a suo tempo.
La veneta repubblica non era ancora giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregrazione della salutepubblica, con titolo d'inviato a Venezia, Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile da' tempi, al serenissimo principe il dì 13 novembre, manifestava che, per l'elezione del Lallemand, cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varii i dispareri nelle consulte venete, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri delle potenze estere acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.
Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il piemontese, riceveva maggiori molestie del genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo inglese: fu risposto per i generali. Intanto ne successe un altro, che offese anche più direttamente la dignità e l'independenza dello Stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re Cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porlo di Genova, e con parole superbe e in termini eccessivi dettavano alla repubblica leggi contro la Francia, intimando in fine che, se non consentisse, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia e co' paesi da Francia occupati.
Questa prepotenza inglese, dicesi inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze de' Genovesi, se n'era ritirato, tanto era più odiosa quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento che ai comandamenti del suo governo. La signoria di Genova, serbata la dignità e non omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio quanto lontanedal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico e dell'indipendenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava all'utile o allo sdegno, che al giusto o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed, abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi e poste al fisco.
Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierie del molo avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso per modo che il nome inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli la nappa nera, che è pure l'insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'esempio comune, stracciavano le nappe e le schernivano con ogni strazio.
Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Franzesi, passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono a' rimedii. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita l'invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidentiche la repubblica, sempre consentanea a sè medesima ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale; munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.
Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome si è narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica vollero temperare il dominio forastiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una costituzione; mancava il consenso dei popoli; adunossi una dieta o congresso generale nella città di Corte; approvò la costituzione.
L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte ai Corsi dai Genovesi, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi non solo le navi genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme, le merci genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi che fosse condotto a Bastia. Non è certo da maravigliare che Paoli, nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato inquesti eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati, e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, niuno sarà che non condanni. Intanto arditissimi corsari corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.
Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica; ma insidiosa e non piena fu la riparazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari corsi avessero facoltà di predare i bastimenti genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili.
Pareva che la condizione di Genova con la Gran Bretagna fosse divenuta più tollerabile; al tempo stesso i termini in cui viveva colla Francia si miglioravano; perchè, morto Robespierre, era stato richiamato Tilly, mandandosi in iscambio un Villard, che più moderatamente procedeva.
Ma la guerra non lasciava quietare la malarrivata Genova. L'accidente seguito della occupazione d'una parte della riviera di Ponente ed i progressi dei Franzesi insino a Finale, davano timore che potessero, per la via del Dego e del Cairo, sboccare in Piemonte. Per preservare questa provincia finchè giungessero le genti tedesche stipulate nel trattato di Valenciennes, tutte le truppe austriache, già chiamate, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i Franzesi s'ingrossavano verso Loanoe Finale, si riducevano più vicino. Sommavano a dodici mila combattenti tra fanti e cavalli: queste erano le squadre della vanguardia e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al Dego. Ivi avevano le artiglierie grosse, i magazzini ed i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucia ed a levante di Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra la pescaia del Mulino. Oltre di ciò, alcuni reggimenti piemontesi che alloggiavano in un campo a Morozzo marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi cogli Austriaci che difendevano il paese del Cairo.
Dall'altra parte i Franzesi, udito di questo moto, ed avendo anche presentito che l'esercito imperiale si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlochè l'esercito loro grosso di quindici mila combattenti, fatto uno sforzo, avea sloggiato la vanguardia austriaca da varii posti, seguitandola sino sulle alture che stanno a sopraccapo del Cairo, le quali occuparono, la notte del 20 settembre, principalmente quelle che signoreggiavano il castello. La quale cosa vedutasi dai generali austriaci Turcheim e Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti loro verso il campo di Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno l'artiglieria grossa, serbando con loro la leggiera ch'era fiorita e numerosa.
Era il dì 21 settembre imminente una battaglia. La mattina molto per tempo avevano i generali austriaci ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, ch'era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo di Colletto, per cui si va a Rocchettadel Cairo, stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontari. Al piano e verso il mezzo dell'antiguardo, trentasei pezzi di artiglieria guardavano il passo, sei sul monte Lucia, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.
Wallis, supremo generale austriaco, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la battaglia, operò che alcuni battaglioni dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.
Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i Franzesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali Massena e Laharpe, e dal generale di artiglieria Buonaparte. Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima, seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta del Cairo, andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La seconda, passando pel convento di San Francesco del Cairo, assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vailaro; poi, fatto un branco di sè, composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza, radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta, riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini degl'imperiali si rompevano,ma pel valore loro tosto si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio dei Franzesi. La seconda colonna, sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in aiuto del Pinale, il passo del Vignarolo, gli assaltava al monte Vallaro e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto li disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci, con nuova vigoria combattendo, fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che s'era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor degl'imperiali; ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del Colletto assaltato e difeso con mirabile costanza. Le fanterie dei Franzesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavalleria si fece avanti e diè per modo la carica alla cavalleria austriaca, ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là del Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due cannoni; e ciò forse per allettare tanto la cavalleria dei repubblicani, che, condottasi nella valle di Pollovero, potesse essere bersagliata, con evidente vantaggio, di fianco e di fronte dalle batterie di Santa Lucia e del Pinale. Ma i Franzesi accortisi dell'insidia, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono grossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucia e dell'argine del Mulino. Scesero i Franzesi dal Colletto nella pianura, e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterie di Santa Lucia e del Pinale cominciarono a fulminarli con orribile fracasso. Dalla parte loro, anch'essi facevanoogni sforzo per superar quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage se non quando, sopraggiunta la notte, i Franzesi furono forzati a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto delle artiglierie d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in questo fatto i Franzesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni uffiziali di nome.
Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a sè la fama della vittoria e dell'onore di questo giorno difficile ed importante; non ostante gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dov'erano le riposte dell'esercito, ovvero che avessero avuto avviso, come fu scritto, che un corpo franzese partito di Savona fosse per riuscir loro alle spalle, e per tal guisa mozzar loro la strada, la notte del 22, abbandonate lor forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie e con tutte le artiglierie in Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli Austriaci; perchè e nissun corpo franzese era a quei giorni in Savona, e tutti i Franzesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e nissuna altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza sino a Savona. Questa falsità di avvisi, quale ne fosse la cagione, operò molto efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.
Frattanto i Franzesi, temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a credere che gli avversarii si fossero ritirati, dubitando anzi di essere assaliti in sul far del giorno, molto posatamente e con ogni cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello che non potevano sospettare era vero, vi si confermarono, e diedero mano a vuotare e trasportare ai luoghi sicuri della Liguriai magazzini dell'esercito tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando in somma con ogni proceder loro quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo presagio dei mali ancor più gravi che si preparavano all'infelice Italia.
L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, nel Genovesato, dove si fortificava, principalmente a Vado, aspettando che la stagione nuova gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.
In mezzo a queste battaglie degli uomini, non vuolsi lasciare di far menzione della trentesima eruzione del Vesuvio, accaduta la sera del 15 giugno, violentissima e spaventosa, che colla lava rovinò quasi tutta la torre del Greco, e non poco danno recò a Resina, in tutto il paese sollevandosi all'altezza di venti in trenta piedi. Poche case rimasero intatte, e molte persone perirono.