MDCCXCVAnno diCristoMDCCXCV. Indiz.XIII.PioVI papa 21.FrancescoII imperadore 4.Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma eziandio, e molto più, verso la Spagna, i Paesi Bassi e quella parte della Germania che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anziin questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che, cacciati al tutto gli eserciti inglesi, olandesi, prussiani ed austriaci, si erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda e di tutta la Germania di là dal Reno, sì fattamente che, minacciando di varcar questo fiume, niuna cosa lasciavano sicura sulla destra sponda. Tante e così subite vittorie davano timore che la confederazione si potesse scompigliare, e che alcuno degli alleati pensasse ad inclinar l'animo ai Franzesi, anteponendo una pace qualunque ad una contesa molto incerta nell'esito. A questo si aggiungeva che il reggimento introdottosi in Francia dopo la morte di Robespierre mostrava e più moderazione verso i cittadini e maggior temperanza verso i forastieri; dannando le immanità dei governo precedente; protestando di non consentire a turbar la pace altrui se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome di repubblica, che potea, col linguaggio che tenevano i Franzesi negli scritti e nelle parole, partorir col tempo variazioni d'importanza. Non ostante, essendosi le cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de' lati il terrore dell'armi franzesi, diminuito dall'altro il pericolo delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la volontà di procurar i proprii vantaggi con danno di tutti o di alcuno dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, e già se ne aveano alcuni segni, e quanto peso un tal caso fosse per arrecare nelle cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza e la sede de' suoi reami. Si temeva pertanto che l'inverno, il quale, acquetando l'operare, risveglia il deliberare, potesse condurre qualche negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che, ove la stagione propizia alguerreggiare fosse tornata, le armi dei Franzesi avessero a fare qualche grande impeto, con insinuarsi nelle viscere di uno o di più dei rimanenti alleati. Ma già aveano i Franzesi verso Germania acquistato quanto desideravano; perchè signori dell'Olanda, signori delle provincie germaniche poste di là dal Reno, a loro non rimaneva altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator d'Alemagna a conoscere la repubblica loro ed a concluder la pace con lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè l'Austria era sempre formidabile, massime se si venissero a toccare gli Stati ereditarii. Perlochè avvisavano potersi assaltare con minor pericolo e col medesimo frutto da un'altra parte.Quanto alla Spagna, i Franzesi non ponevano l'animo a volervi fare un'invasione d'importanza, sebbene se ne fossero aperta la strada; ed anzi credevano che, per costringerla alla pace, un romoreggiare sui confini bastasse. Inoltre, salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia, avvisavano i Franzesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità, allontanando, con un accordo, un pericolo gravissimo, che a mantenere la integrità della fama del nome spagnuolo e quanto richiedeva in quella occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe, piuttosto che in altro luogo, voltato il corso delle armi franzesi: per questo avevano i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone; per questo allettato con promesse e lusinghe il re di Sardegna; per questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana e turbato Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone,con crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro, come, quando, per quale via e con quali mezzi dovessero assaltar l'Italia. Era la penisola in quest'anno la principal mira dei disegni loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi, poterla correre a posta loro, perchè, malgrado delle funeste pruove fatte in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito principalissimo dei Franzesi. Conculcate poi l'armi austriache in lei, precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.Sì fatti disegni, non solamente non celati, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente de' principi italiani. Il re di Sardegna, ridotto in estremo pericolo, perduti oggimai i baloardi delle Alpi; e trovandosi con l'erario consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il dire che altro scampo più non avesse che aperto gli fosse, se non di pruovare se forse l'armi, che sempre sono soggette alla fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più favorevoli. Per la qual cosa deliberassi di non separare i suoi consigli da quelli de' confederati, e di continuare piuttosto nella amicizia austriaca già pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria ai principii della monarchia. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere gli accordi di Valenciennes così freschi, e prima che si fosse sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per verità, l'Austria, commossa dal pericolo imminente che i Franzesi, superate le Alpi ed annientata la potenza sarda, inondassero l'Italia, non differiva le provvisioniper procurar l'esecuzione de' patti di Valenciennes; perchè oramai non si trattava soltanto della salute d'un alleato, ma bensì della propria; laonde si dimostravano dalla parte della Germania ogni di più efficaci movimenti, le genti tedesche ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto e capace di tentare, unito al piemontese, fazioni di importanza. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero d'accordo con un nemico che più odiava ancora che temesse, allestiva con ogni diligenza l'armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo Stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al dispendio straordinario co' mezzi ordinarii, e trovandosi oppressato dalla necessità di danari, si diede opera a vendere, in virtù di una bolla pontificia, trenta milioni di beni della Chiesa; venderonsi i beni degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monte; ponessi con accatto sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale, del tabacco e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente, rendevano i popoli scontenti; ma però, gettando somme considerabili, aiutavano l'erario a pagar soldati, esploratori e il resto. Così tra le gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate e il romore delle armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.Le vittorie de' repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio de' savii in Venezia nella risoluzione presa di mantenere la repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il granduca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica franzese, e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato ilministro di Francia, s'era allontanato. Aveva sempre il granduca, in mezzo a tutti que' bollori, conservato l'animo pacato e lontano da quegli sdegni che oscuravano le menti rispetto alle cose di Francia; non già che egli approvasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le abborriva, ma avvisava che infino a tanto che i repubblicani si lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato quietare altrui, e che il combatterli sarebbe stato cagione che si riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua, e pei cattivi consigli d'altri, i Franzesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui per modo che oramai questa sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazii di guerra era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il granduca s'accostasse a quelle deliberazioni che i tempi richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e si agl'interessi della Toscana. Oltre a ciò, il porto di Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo. Quivi gl'Inglesi concorrevano col loro numeroso navilio sì da guerra che da traffico; quivi i Franzesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffici loro, massimamente di frumenti, che trasportavano nelle provincie meridionali della Francia. Levavano gl'Inglesi grandissimi rumori per cagione di questi aiuti procurati dalla neutralità di Livorno; ma il granduca, preferendo gli interessi proprii a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo, ordinava che fossero aperti i tribunali a' Franzesi, e venisse fatta loro buona e sincera giustizia, secondo il diritto e l'onesto. Avendo poi anche udito che alcuni falsavano la carta monetata di Francia,diede ordine acciò sì infame fraude cessasse, e ne fossero castigati gli autori; cosa tanto più laudabile che appunto nel medesimo tempo uomini perversi in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor peggiore, compivano opera sì vituperosa, non nascostamente, ma apertamente. Così le mannaie uccidevano gli uomini a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo Stato incrudeliva in Napoli, così i falsari contaminavano la Inghilterra, mentre l'innocente Toscana ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più da una parte che dall'altra.Ma, divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il granduca che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente quello che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in tal modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa deliberossi al mandare un uomo apposta a Parigi, affinchè fra i due Stati si rinnovasse quella pace che più per forza che per deliberazione volontaria era stata interrotta. Molte furono le querele che si fecero in que' tempi di questa risoluzione, e della scelta del conte Carletti ad eseguirla destinato; ma il tempo non tardò a scoprire che quello che il granduca ebbe fatto per solo amore de' sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui. Ma era fatale che in quella volubilità di governi franzesi quest'atto del granduca non preservasse la Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero i tempi in cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne allettamento non scudo.Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per acquistar miglior fama e sì per allettar altri principi a negoziare con quel governo insolito e terribile. Debole era il granduca a comparazione di Francia; ma era pei Franzesi di non poco momento che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse un accordocon lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva credere che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlochè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì 9 febbraio, tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il granduca rivocava ogni atto di adesione, consenso od accessione che avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica franzese, e la neutralità della Toscana fu restituita a quelle condizioni in cui era il dì 8 ottobre del 1793.Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi, per l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del granduca Ferdinando. Bandissi la pace con le solite forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata inglese, che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando un suo manifesto, conchiudendo volere ed ordinare che il trattato con Francia si eseguisse, e l'editto di neutralità, pubblicato nel 1778 dalla sapienza di Leopoldo, si osservasse. Perchè poi quello che la sapienza aveva accordato i buoni ufficii conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso nazionale, acconciamente orava; rispondeva il presidente con magnifico discorso; infine, perchè non mancasse alle lusinghevoli parole quel condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioie corte e vane, dolori lunghi e veri.E poichè si hanno a raccontare dolci parole e tristi fatti, non è da passar sottosilenzio le dimostrazioni non dissimili con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro che nei consigli di Venezia prevalevano sperato di solidar veppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse esser vera e sincera la determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non sapresti se stato sia maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica dai tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa, in fatti, poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda, di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia a fine di confermar la amicizia che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica franzese portavano? Sperare la conservazione di questa antica amicizia: sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se, al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere che il consesso medesimo, fatto maggiore di sè, e benignamente agli strazii dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse aver più cura dellapace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica franzese quel giorno in cui compariva avanti a sè l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re, ora dover l'accordo esser più dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza e pei suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai Barbari preservato: similmente sorta la Franzese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in aiuto la civile discordia, ma tutto stato essere indarno: la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della franzese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così godrebbe sicuramente i frutti d'una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia e si confortasse che la nazione franzese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe:quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento che la franzese repubblica contentissima si reputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella che già si era in Venezia acquistata; i desiderii di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti.Per tal modo si vede che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo ed un soldato la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro che avevano voluto fondar lo Stato piuttosto sulla fede di Francia che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato lo impero della loro antica patria.Dalla parte d'Italia, dov'era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Franzesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano racquistarla. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per una estrema carestia di vettovaglia; importava finalmente che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone una armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate e di altri legni più sottili. Genti da sbarco e viveri in copia vi si ammassarono; usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque delle isole Iere, aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.Il vice-ammiraglio inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con una armata in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte inglesi, ed una napolitana, con tre fregate inglesi e due napolitane, avuto subitamente avviso dell'uscitadei Franzesi, pose tosto in alto per andar ad incontrare il nemico, e combatterlo ovunque il trovasse. Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio franzese Martin, al quale obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie l'imperio del Mediterraneo. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità della fortuna, perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del salpar dei Franzesi, spedito ordine alla nave il Berwick, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a congiugnersi con lui verso il capo Corso, essa, abbattutasi per viaggio nell'armata franzese, fu fatta seguitare dal vascello ammiraglio il Sanculotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Franzesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che, combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare i suoi che già combattevano; sì mal concio però uscendo dal feroce contrasto il Sanculotto che ritirossi per forza nel porto di Genova e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivarono le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno 13 marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Franzesi, perchè separata da una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, per questi accidenti si trovarono i Franzesi al maggior bisogno loro con due navi di manco, delle quali il Sanculotto, essendo a tre palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo, tra pel mareggiare, ch'era forte a cagione del vento assai fresco, e per la forza dell'artiglierie inglesi che già si erano approssimate, perdè il vascello il Cairagli alberi di gabbia, e perseguitato dalla fregata l'Incostante e dal vascello l'Agamennone, si difese bensì gagliardamente, soccorso da' suoi sino a notte, ma per la difficoltà del muoversi continuando tuttavia a rimanere troppo più vicino agli Inglesi che la salute sua non richiedesse, come anche la nave il Censore che l'aveva aiutato. Questi accidenti, parte inevitabili, parte fortuiti, furono cagione che la mattina del 14 fossero queste due navi nuovamente assaltate. Contrastarono esse con tanto valore, che gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro di rapirle. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso, ma furono anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Ma finalmente le due navi della repubblica, non potendo pel silenzio dei venti essere aiutate dal grosso dell'armata, calata la tenda, si arrenderono. Continuava agl'Inglesi il benefizio del vento; alla fine, essendosi messa una brezza leggiera anche pei Franzesi, se ne prevalsero, solo per altro per ritirarsi con minor danno che possibil fosse da quel campo di battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; ma un cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile, sì che gl'Inglesi medesimi ne restarono maravigliati. Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor degl'Inglesi.Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degli Inglesi la perizia e l'ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Franzesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le provincie meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che se si mostraronomirabili nel vincere i pericoli della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame.In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la repubblica franzese e il re di Prussia, accidente gravissimo e che diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione come per la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare che l'imperator d'Alemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in costanza; anzi cominciando a manifestarsi in Piemonte gli effetti del trattato di Valenciennes, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano arrivati, malgrado l'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più importanti pensieri, colla speranza di cacciar del tutto i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa avviate le genti loro verso il Cairo, dal quale i Franzesi si erano ritirati, ed occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile.Erano in tal modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra guidata dal generale Wallis faceva sembiante di volersi impadronire di Savona, e di assaltare i Franzesi che si erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo e di Melogno; la destra, che obbediva al generale Argenteau, dava a dubitare che, con impeto improvviso avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di cavalleria piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi o gli Apennini ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria. Corpi sufficienti di truppe, massime piemontesi, munivano le valli di Stura, di Susa e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come li chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia, nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermie precipitosi delle nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e moderazione fra di loro, bastavano per frenar appetiti così smoderati e disumani.Dall'altra parte i Franzesi governati dal Kellerman erano molto intenti alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala dritta, sotto l'imperio di Massena, stanziava colla estremità sua a Vado, e distendendosi pei monti arrivava insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.Era Savona sito di molta importanza sì per l'opportunità del porto, sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per insidia o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue mura un'abbaruffata fra i repubblicani, che vi erano venuti, e i confederati, che li volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità e la piazza, costringendo le due parti a levarsene.A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie grossissime. Vedevano i confederati essere loro di somma importanza lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò non riuscissero, la Lombardia austriaca sarebbe sempre stata in grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi impossibile. Assai lunga era la fronte dell'esercito franzese: il romperlo in mezzo era un vincerla tutta. Si risolvettero adunque a fareimpeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno, onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala dritta dei Franzesi dalle due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di Vado, dove i repubblicani s'erano molto fortificati, perchè, se la fortuna fosse stata per loro anche qui propizia, si sarebbe allargato subitamente lo spazio dove gl'Inglesi potevano approdare. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con eguale virtù i Franzesi guidati da Laharpe, e tanto fecero che non si piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, più valoroso ed impetuosissimo. Questo fu uno dei fatti della presente guerra per cui si devono accrescere le laudi dei Franzesi pel valor dimostrato e per la perizia del saper prendere i luoghi e dell'usar le occasioni; ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente tutti i posti che munivano le alture del primo: varii furono gli assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le parti; durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere quale avesse a prevalere, o la costanza austriaca o la vivacità franzese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di cadaveri e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Franzesi; gli Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto l'evento della ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversati, sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose dei Franzesi a Melogno, custodito solamente da due battaglioni. Lo attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve contrasto facilmente se lo recava in mano. Come prima ebbe Kellerman avviso della perdita di Melogno, mandava Massenacon un grosso di quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente d'una nebbia assai folta; ma furono rigettati con le artiglierie e con le baionette, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero un secondo assalto: Massena medesimo, al solito rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendoli divisi in tre colonne, comandava alle due estreme ferissero l'inimico sui due fianchi; alla mezzana percuotesse di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia fece sì che le colonne laterali si accozzassero alla mezzana per modo che in vece di tre assalti si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali, combattendo per diritto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierie loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, ai luoghi d'ond'erano venuti. S'aggiunse a questo che gli Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito importante che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato San Giacomo e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Franzesi, che tuttavia vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi di poter conservare questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci, e poservi di presidio il reggimento Alvinzi.Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova, succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e dell'Alpi con vario evento; volendo e Franzesi e Piemontesi aiutarecon questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.Kellerman, vedendo che per l'occupazione fatta dagli alleati de' siti più importanti verso Savona, le sue stanze in que' luoghi non erano più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo d'essere tagliata fuori dalle altre, tirò con molta prudenza e singolare arte indietro la troppo lunga fronte de' suoi. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in potere degl'imperiali.La ritirata de' Franzesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma fu loro da un altro canto di grandissimo incomodo a cagione della mancanza delle vettovaglie, perchè i corsari vadesi e savonesi con bandiera austriaca correvano continuamente il mare, tanto che a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdare, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestia. Per privare viemmaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia ed alla parte della riviera occupata dai Franzesi, aveva il generale austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste che portavano venti cannoni; e v'erano giunte due mezze galere e quattro fuste napolitane, ed a tutti questi legni minori faceano ala le fregate inglesi. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo franzese, e già si ripromettevano i confederati che i repubblicani, indeboliti dalla fame, pensassero oramai a ritirarsi da tutta la riviera. Ma i Franzesi, non mostrandosi meno costanti nel sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi ne' fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto e dal Ceriale, in atto minaccioso e fiero. Il che vedutosi da' capi della lega, estimando che, ove la fame non bastava, bisognava usar la forza, assalirono con numero e con valore le posizioni nuove alle quali i repubblicani si erano riparati. Sanguinose battagliene seguitavano, in cui ora gli uni ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che, non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Franzesi, perdettero il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare que' luoghi era un perdere tutto il frutto del trattato di Valenciennes. Così le sorti d'Italia si arrestarono ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli. Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le istigazioni segrete di alcuni agenti di quel paese, sì per l'esempio e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel 1793, e sì finalmente per le inclinazioni de' tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni giovani con molta imprudenza la professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili, si adunavano e facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notarono i discorsi, seppersi le trame: il governo insorgeva a freno de' novatori. Il ministro Acton, conosciuti gli umori, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della regina, già tanto alterato, congiure e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti, non solo a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emmanuele de Deo ed alcuni altri rei furono puniti coll'ultimo supplizio; alcuni carcerati, alcuni confinati. Ciò era non solo diritto, ma ancora debito dello Stato; ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizii più o meno fondati, parte anche senza indizii, mescolandosi le emulazioni e gli odii particolari là dove non era nè reità nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un terrore universale; il familiare consorzio era contaminato dalla paura de' delatori. Diceva Vanni,già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavia nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora venti mila; nè si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, e se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, sarebbe caduto sotto la macchina orditagli da Acton per gelosia, e privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli affari di Stato. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano, e ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, così fu dimesso ed esiliato da Napoli; gratitudine degna del benefizio. Ciò non ostante, la asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con Francia.Frattanto non si confermava l'imperio inglese in Corsica, parte per l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani franzesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli, scaduti dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò, grande era tuttavia il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volentieri gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Franzesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Erano pertanto sorti parecchi rumori in alcune pievi di qua da' monti, massimamente ne' contorni d'Aiaccio; ed il male già grave in sè induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già gridavano apertamente il nome di Francia: si temeva una turbazione universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando esortatorio.Nè le sue esortazioni restarono senza effetto, non già sulle popolazioni mosse,perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, e non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate alcune squadre, furono mandate ad aiutare nelle pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo, Paoli, o cagione o pretesto che fosse di questi rumori, fu chiamato in Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbedendo all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse fino all'ultimo più accarezzato che onorato. Così finì Pasquale Paoli, nome riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la rivoluzione franzese.Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati corsi ai soldi d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, deposte le armi, tornarono all'ubbidienza. Così fu ristorata, se non la concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però che, per l'infezione delle parti, non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.Qualche moto anche accadde in questi tempi in Sardegna, principalmente in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna; domandava i privilegii conceduti dai re d'Aragona; domandava i patti giurati nel 1720. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderii dei Sardi al re rappresentassero.Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto e sene partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete, con grande contentezza del re, che molto mal volontieri aveva veduto contaminarsi la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula ed Angioi, capi e guidatori di quei moli, si posero con la fuga in salvo.In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea, essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condiscesa, il dì 22 luglio, alla pace con la repubblica franzese; il quale accidente tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli Stati del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze franzesi. Mossi poi anche i parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese per la guerra, erano stati operatori che s'inserisse nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica franzese, in segno di amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca di Parma e degli altri Stati d'Italia, a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, proferendosi a mediatore tra la repubblica ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione e la guarentigia dei proprii Stati, se consentisse a starsene neutrale e a dar il passo ai Franzesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di acquisti di territorii più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla Francia.Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna, e sulleprime dichiarò di voler continuare nell'alleanza con l'Austria. Ma perchè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse ai patti o che solo si volesse aver sembianze d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti ed altri assai pratici delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo e da cui dipendeva questo punto: se il Piemonte avesse a conservare la signoria di sè medesimo o da cadere in servitù dei forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva, figlio d'uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dov'era stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto trattatti sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendii della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì pericoloso caso, parlò con singolare franchezza, e, discorse tutte le presenti sorti delle cose, conchiuse.... «Io porto opinione che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo, ora che le forze che ancor vi restano ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, e il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte ed a preservazione della nobile Italia.»Questo discorso, porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto veridica, congiunto di amicizia col generale austriaco Strasoldo, fece non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali unaparte inclinava agli accordi, quantunque tutti avessero la volontà aliena dai Franzesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione il marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse di indole pacifica e d'animo temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenciennes, e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava doversi nella guerra e nella fede data all'Austria perseverare. E le parole sue, che furono gravi ed abbondanti, vere in sè stesse, non restarono senza effetto, meno perchè vere erano che perchè gli animi non avevano per una anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti che avesse a portar con sè la presenza de' Franzesi in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura fosse, ma perchè, in pari pericolo da ambe le parti, ella era più onorevole.Giungeva intanto il tempo che doveva mostrare se quell'armi che non senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Franzesi divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito, ed indirizzato a voler fare la conquista delle italiane contrade. Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di voler passare con l'armi in Italia. Uno dei principali confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna, e parendo che quegli che ne aveva fatto il disegno più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli prepostoall'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inchinava omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime privi, com'erano di cavallerie, con poche e piccole artiglierie, e ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di assaltarli. Ma i soldati della repubblica, usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla qual sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla carestia del vivere, ad un nemico più numeroso di loro, abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per sè stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare se veramente il valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai soldati repubblicani e per la perizia dei generali loro, specialmente di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto.Era la fronte dei Franzesi in tal modo ordinata, che, posando con l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi sui monti che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer ed Augereau, la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano manca, governata, da Wallis, occupava Loano, la battaglia, condotta da Argenteau, Roccabarbena, e la destra, composta in granparte di Piemontesi e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi Loano, un terzo, per sicurezza della mezzana, più in su, a Campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito di gente e d'artiglierie, non solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto donde doveva venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno 17 novembre, per riconoscere i luoghi e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet che assaltasse il posto di Campo di Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Franzesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito Arganteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte del 22 novembre quando Massena, raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi, fora piuttosto ingiusta diffidenza che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvi a vincere il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizii possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio; ma Sardegna ed Imperio continuavano ad affrontarvi; però voi un'altra voltavinceteli, voi fugateli, voi dissipateli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro con le opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè aspettano lo estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro.»Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e perciò abile ad inspirar impeto nel soldato franzese, già per sè stesso tanto impetuoso. Perciò, alle sue parole maravigliosamente incitati, givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte oscurissima e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di Massena, così accordatosi con Scherer, di urtare nel mezzo dei confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi, di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi o fuggire alla dirotta. Dovevano secondare questa fazione a diritta Scherer con un assalto forte contro Loano; Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo. Appariva appena il giorno dei 23 novembre che Massena assaliva da due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano a questo accidente impensato gli uffiziali tedeschi ai luoghi loro, e già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella loro ordinanza. La qual cosa dimostra l'inconsiderazione d'Argenteau, che, non avendo presentito, com'era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro infortunio, e fu che Devins, afflitto da grave malattia, e reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batteria, con molto valore insistendo tantofecero, che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico che si ritirava, andando a farsi forte a Bardinetto. Qui nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le sue forze Massena, giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente, dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti, prevalsero i repubblicani; entrati forzatamente in Bardinetto, uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le artiglierie. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse le reliquie dei confederati per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni s'impadronisse di Melogno, ed al colonnello Suchet pigliasse Montecalvo, luogo arido e quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si era proposto; in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei confederati, ma fu fatto abilità ai Franzesi di calarsi verso il mare alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Ma perchè la sinistra dei confederati non ricuperasse quello che la mezzana avea perduto, Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati avanti Loano ed alla forte terra di Toirano, li superava. Nei quali fatti, aiutati anche da tiri di alcune navi franzesi che si erano accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora, tra per questo e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer, calato correndo alle spalle loro, si ritirarono i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più vivamentecontro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincierato di Ceva, dove giungevano altresì lacerati e sbaragliati i residui della squadra d'Argenteau, generale che fu cagione principale di questa rotta, per imprevidenza prima del fatto, e per la nissuna avvedutezza nè costanza nel combattimento. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Franzesi, sul litorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più intera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Franzesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno seguente, che, condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel litorale, e già la giungevano, con far molti prigionieri. Nè qui si contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle del Finale, e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cadente nemico, dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta improvvisa della mezzana, pressata da fronte, sul fianco ed alle spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto favore. Chi si potè salvare andò a formar la massa in Acqui, dove i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnie dissipate; chi non potè, cadde in balia del vincitore. Tutte le artiglierie, gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasitutto, rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e perfino i violamenti delle miserande donne commessisi dai repubblicani sul genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia che aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore; pubblicava che farebbe morire chi continuasse; prese anche l'ultimo supplizio de' più rei; ma non udivano l'impero dei capitani, e nè le minacce nè i supplizii spegnevano la scellerata rabbia. Non gli scusava, perciocchè nissuna cosa può scusare sì eccessive enormità, ch'eran stremi d'ogni vettovaglia e d'ogni fornimento, come l'esser forniti abbondantemente d'ogni cosa necessaria al vivere di soldato aggravava la colpa dei loro avversarii, che non si stettero immuni da sì fatte colpe. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore degli uni, in preda al furore degli altri, «mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza e non può difendersi con la forza.»
Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia, ma eziandio, e molto più, verso la Spagna, i Paesi Bassi e quella parte della Germania che si distende sulla riva sinistra del Reno: che anziin questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro, che, cacciati al tutto gli eserciti inglesi, olandesi, prussiani ed austriaci, si erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda e di tutta la Germania di là dal Reno, sì fattamente che, minacciando di varcar questo fiume, niuna cosa lasciavano sicura sulla destra sponda. Tante e così subite vittorie davano timore che la confederazione si potesse scompigliare, e che alcuno degli alleati pensasse ad inclinar l'animo ai Franzesi, anteponendo una pace qualunque ad una contesa molto incerta nell'esito. A questo si aggiungeva che il reggimento introdottosi in Francia dopo la morte di Robespierre mostrava e più moderazione verso i cittadini e maggior temperanza verso i forastieri; dannando le immanità dei governo precedente; protestando di non consentire a turbar la pace altrui se non quando altri turbasse la sua. Ogni cosa anzi inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo dava fastidio quel nome di repubblica, che potea, col linguaggio che tenevano i Franzesi negli scritti e nelle parole, partorir col tempo variazioni d'importanza. Non ostante, essendosi le cose ridotte in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di presenti turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de' lati il terrore dell'armi franzesi, diminuito dall'altro il pericolo delle forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la volontà di procurar i proprii vantaggi con danno di tutti o di alcuno dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che la Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, e già se ne aveano alcuni segni, e quanto peso un tal caso fosse per arrecare nelle cose d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza e la sede de' suoi reami. Si temeva pertanto che l'inverno, il quale, acquetando l'operare, risveglia il deliberare, potesse condurre qualche negoziato col fine di porre discordia nella lega, e che, ove la stagione propizia alguerreggiare fosse tornata, le armi dei Franzesi avessero a fare qualche grande impeto, con insinuarsi nelle viscere di uno o di più dei rimanenti alleati. Ma già aveano i Franzesi verso Germania acquistato quanto desideravano; perchè signori dell'Olanda, signori delle provincie germaniche poste di là dal Reno, a loro non rimaneva altra cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel fiume, se non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator d'Alemagna a conoscere la repubblica loro ed a concluder la pace con lei. Ma sarebbe stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè l'Austria era sempre formidabile, massime se si venissero a toccare gli Stati ereditarii. Perlochè avvisavano potersi assaltare con minor pericolo e col medesimo frutto da un'altra parte.
Quanto alla Spagna, i Franzesi non ponevano l'animo a volervi fare un'invasione d'importanza, sebbene se ne fossero aperta la strada; ed anzi credevano che, per costringerla alla pace, un romoreggiare sui confini bastasse. Inoltre, salito pel favor della regina ad immoderata potenza il duca d'Acudia, avvisavano i Franzesi, accortissimi nel pesare le condizioni delle corti straniere, che il duca pensasse piuttosto a solidare la sua autorità, allontanando, con un accordo, un pericolo gravissimo, che a mantenere la integrità della fama del nome spagnuolo e quanto richiedeva in quella occorrenza tristissima di tempi la dignità della corona di Spagna.
Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe, piuttosto che in altro luogo, voltato il corso delle armi franzesi: per questo avevano i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi e degli Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di Tolone; per questo allettato con promesse e lusinghe il re di Sardegna; per questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana e turbato Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di Tolone,con crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque del Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli loro, come, quando, per quale via e con quali mezzi dovessero assaltar l'Italia. Era la penisola in quest'anno la principal mira dei disegni loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi, poterla correre a posta loro, perchè, malgrado delle funeste pruove fatte in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito principalissimo dei Franzesi. Conculcate poi l'armi austriache in lei, precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.
Sì fatti disegni, non solamente non celati, ma ancora manifestati espressamente, perchè meglio nascesse il timore, operavano in differenti guise nella mente de' principi italiani. Il re di Sardegna, ridotto in estremo pericolo, perduti oggimai i baloardi delle Alpi; e trovandosi con l'erario consumato da quell'abisso di guerra, aveva grandissima difficoltà del deliberare sì della pace che della guerra, se però non è più vero il dire che altro scampo più non avesse che aperto gli fosse, se non di pruovare se forse l'armi, che sempre sono soggette alla fortuna, avessero a portare nel prossimo anno accidenti per lui più favorevoli. Per la qual cosa deliberassi di non separare i suoi consigli da quelli de' confederati, e di continuare piuttosto nella amicizia austriaca già pruovata e consenziente alla natura del suo governo, che di darsi in braccio ad un'amicizia non pruovata e contraria ai principii della monarchia. Gli pareva anche odioso ed indegno del suo nome il rompere gli accordi di Valenciennes così freschi, e prima che si fosse sperimentato che valessero o non valessero alla salute del regno. Per verità, l'Austria, commossa dal pericolo imminente che i Franzesi, superate le Alpi ed annientata la potenza sarda, inondassero l'Italia, non differiva le provvisioniper procurar l'esecuzione de' patti di Valenciennes; perchè oramai non si trattava soltanto della salute d'un alleato, ma bensì della propria; laonde si dimostravano dalla parte della Germania ogni di più efficaci movimenti, le genti tedesche ingrossavano in Piemonte, e già componevano un esercito giusto e capace di tentare, unito al piemontese, fazioni di importanza. Adunque il re, posto dall'un de' lati ogni pensiero d'accordo con un nemico che più odiava ancora che temesse, allestiva con ogni diligenza l'armi, i soldati e le munizioni. Nè potendo lo Stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra, sopperire al dispendio straordinario co' mezzi ordinarii, e trovandosi oppressato dalla necessità di danari, si diede opera a vendere, in virtù di una bolla pontificia, trenta milioni di beni della Chiesa; venderonsi i beni degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monte; ponessi con accatto sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le gabelle del sale, del tabacco e della polvere da schioppo, ed ordinossi un balzello per capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità del frangente, rendevano i popoli scontenti; ma però, gettando somme considerabili, aiutavano l'erario a pagar soldati, esploratori e il resto. Così tra le gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le leve sforzate e il romore delle armi sì patrie che straniere, sospesi i popoli tra la speranza ed il timore, aspettavano con grandissima ansietà i casi avvenire.
Le vittorie de' repubblicani sui monti, che davano probabilità ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il consiglio de' savii in Venezia nella risoluzione presa di mantenere la repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo il granduca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo con la repubblica franzese, e con tornarsene a quella condizione di neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato ilministro di Francia, s'era allontanato. Aveva sempre il granduca, in mezzo a tutti que' bollori, conservato l'animo pacato e lontano da quegli sdegni che oscuravano le menti rispetto alle cose di Francia; non già che egli approvasse le esorbitanze commesse in quel paese, che anzi le abborriva, ma avvisava che infino a tanto che i repubblicani si lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato quietare altrui, e che il combatterli sarebbe stato cagione che si riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua, e pei cattivi consigli d'altri, i Franzesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui per modo che oramai questa sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazii di guerra era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole che il granduca s'accostasse a quelle deliberazioni che i tempi richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce, e si agl'interessi della Toscana. Oltre a ciò, il porto di Livorno era divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo. Quivi gl'Inglesi concorrevano col loro numeroso navilio sì da guerra che da traffico; quivi i Franzesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o sotto nome di neutri, a fare i traffici loro, massimamente di frumenti, che trasportavano nelle provincie meridionali della Francia. Levavano gl'Inglesi grandissimi rumori per cagione di questi aiuti procurati dalla neutralità di Livorno; ma il granduca, preferendo gli interessi proprii a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani. Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo, ordinava che fossero aperti i tribunali a' Franzesi, e venisse fatta loro buona e sincera giustizia, secondo il diritto e l'onesto. Avendo poi anche udito che alcuni falsavano la carta monetata di Francia,diede ordine acciò sì infame fraude cessasse, e ne fossero castigati gli autori; cosa tanto più laudabile che appunto nel medesimo tempo uomini perversi in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e forse per una sete ancor peggiore, compivano opera sì vituperosa, non nascostamente, ma apertamente. Così le mannaie uccidevano gli uomini a folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo Stato incrudeliva in Napoli, così i falsari contaminavano la Inghilterra, mentre l'innocente Toscana ministrava giustizia a tutti, nè si piegava più da una parte che dall'altra.
Ma, divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il granduca che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente quello che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio stabilire in tal modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la qual cosa deliberossi al mandare un uomo apposta a Parigi, affinchè fra i due Stati si rinnovasse quella pace che più per forza che per deliberazione volontaria era stata interrotta. Molte furono le querele che si fecero in que' tempi di questa risoluzione, e della scelta del conte Carletti ad eseguirla destinato; ma il tempo non tardò a scoprire che quello che il granduca ebbe fatto per solo amore de' sudditi, il fecero altri principi assai più potenti di lui. Ma era fatale che in quella volubilità di governi franzesi quest'atto del granduca non preservasse la Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero i tempi in cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne allettamento non scudo.
Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per acquistar miglior fama e sì per allettar altri principi a negoziare con quel governo insolito e terribile. Debole era il granduca a comparazione di Francia; ma era pei Franzesi di non poco momento che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse un accordocon lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva credere che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlochè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì 9 febbraio, tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il granduca rivocava ogni atto di adesione, consenso od accessione che avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica franzese, e la neutralità della Toscana fu restituita a quelle condizioni in cui era il dì 8 ottobre del 1793.
Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi, per l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del granduca Ferdinando. Bandissi la pace con le solite forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata inglese, che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando un suo manifesto, conchiudendo volere ed ordinare che il trattato con Francia si eseguisse, e l'editto di neutralità, pubblicato nel 1778 dalla sapienza di Leopoldo, si osservasse. Perchè poi quello che la sapienza aveva accordato i buoni ufficii conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso nazionale, acconciamente orava; rispondeva il presidente con magnifico discorso; infine, perchè non mancasse alle lusinghevoli parole quel condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioie corte e vane, dolori lunghi e veri.
E poichè si hanno a raccontare dolci parole e tristi fatti, non è da passar sottosilenzio le dimostrazioni non dissimili con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro che nei consigli di Venezia prevalevano sperato di solidar veppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse esser vera e sincera la determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non sapresti se stato sia maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.
Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica dai tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa, in fatti, poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda, di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia a fine di confermar la amicizia che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica franzese portavano? Sperare la conservazione di questa antica amicizia: sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se, al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere che il consesso medesimo, fatto maggiore di sè, e benignamente agli strazii dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse aver più cura dellapace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.
Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica franzese quel giorno in cui compariva avanti a sè l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re, ora dover l'accordo esser più dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza e pei suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai Barbari preservato: similmente sorta la Franzese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in aiuto la civile discordia, ma tutto stato essere indarno: la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della franzese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così godrebbe sicuramente i frutti d'una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia e si confortasse che la nazione franzese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe:quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento che la franzese repubblica contentissima si reputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella che già si era in Venezia acquistata; i desiderii di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti.
Per tal modo si vede che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo ed un soldato la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.
Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro che avevano voluto fondar lo Stato piuttosto sulla fede di Francia che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato lo impero della loro antica patria.
Dalla parte d'Italia, dov'era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Franzesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano racquistarla. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per una estrema carestia di vettovaglia; importava finalmente che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone una armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate e di altri legni più sottili. Genti da sbarco e viveri in copia vi si ammassarono; usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque delle isole Iere, aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.
Il vice-ammiraglio inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con una armata in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte inglesi, ed una napolitana, con tre fregate inglesi e due napolitane, avuto subitamente avviso dell'uscitadei Franzesi, pose tosto in alto per andar ad incontrare il nemico, e combatterlo ovunque il trovasse. Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio franzese Martin, al quale obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie l'imperio del Mediterraneo. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità della fortuna, perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del salpar dei Franzesi, spedito ordine alla nave il Berwick, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a congiugnersi con lui verso il capo Corso, essa, abbattutasi per viaggio nell'armata franzese, fu fatta seguitare dal vascello ammiraglio il Sanculotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Franzesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che, combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare i suoi che già combattevano; sì mal concio però uscendo dal feroce contrasto il Sanculotto che ritirossi per forza nel porto di Genova e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivarono le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno 13 marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Franzesi, perchè separata da una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, per questi accidenti si trovarono i Franzesi al maggior bisogno loro con due navi di manco, delle quali il Sanculotto, essendo a tre palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo, tra pel mareggiare, ch'era forte a cagione del vento assai fresco, e per la forza dell'artiglierie inglesi che già si erano approssimate, perdè il vascello il Cairagli alberi di gabbia, e perseguitato dalla fregata l'Incostante e dal vascello l'Agamennone, si difese bensì gagliardamente, soccorso da' suoi sino a notte, ma per la difficoltà del muoversi continuando tuttavia a rimanere troppo più vicino agli Inglesi che la salute sua non richiedesse, come anche la nave il Censore che l'aveva aiutato. Questi accidenti, parte inevitabili, parte fortuiti, furono cagione che la mattina del 14 fossero queste due navi nuovamente assaltate. Contrastarono esse con tanto valore, che gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro di rapirle. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso, ma furono anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Ma finalmente le due navi della repubblica, non potendo pel silenzio dei venti essere aiutate dal grosso dell'armata, calata la tenda, si arrenderono. Continuava agl'Inglesi il benefizio del vento; alla fine, essendosi messa una brezza leggiera anche pei Franzesi, se ne prevalsero, solo per altro per ritirarsi con minor danno che possibil fosse da quel campo di battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; ma un cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile, sì che gl'Inglesi medesimi ne restarono maravigliati. Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor degl'Inglesi.
Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degli Inglesi la perizia e l'ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Franzesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le provincie meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che se si mostraronomirabili nel vincere i pericoli della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame.
In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la repubblica franzese e il re di Prussia, accidente gravissimo e che diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione come per la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare che l'imperator d'Alemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in costanza; anzi cominciando a manifestarsi in Piemonte gli effetti del trattato di Valenciennes, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano arrivati, malgrado l'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più importanti pensieri, colla speranza di cacciar del tutto i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa avviate le genti loro verso il Cairo, dal quale i Franzesi si erano ritirati, ed occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile.
Erano in tal modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra guidata dal generale Wallis faceva sembiante di volersi impadronire di Savona, e di assaltare i Franzesi che si erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo e di Melogno; la destra, che obbediva al generale Argenteau, dava a dubitare che, con impeto improvviso avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di cavalleria piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi o gli Apennini ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria. Corpi sufficienti di truppe, massime piemontesi, munivano le valli di Stura, di Susa e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come li chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia, nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermie precipitosi delle nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e moderazione fra di loro, bastavano per frenar appetiti così smoderati e disumani.
Dall'altra parte i Franzesi governati dal Kellerman erano molto intenti alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala dritta, sotto l'imperio di Massena, stanziava colla estremità sua a Vado, e distendendosi pei monti arrivava insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.
Era Savona sito di molta importanza sì per l'opportunità del porto, sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per insidia o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue mura un'abbaruffata fra i repubblicani, che vi erano venuti, e i confederati, che li volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità e la piazza, costringendo le due parti a levarsene.
A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie grossissime. Vedevano i confederati essere loro di somma importanza lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò non riuscissero, la Lombardia austriaca sarebbe sempre stata in grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi impossibile. Assai lunga era la fronte dell'esercito franzese: il romperlo in mezzo era un vincerla tutta. Si risolvettero adunque a fareimpeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno, onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala dritta dei Franzesi dalle due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di Vado, dove i repubblicani s'erano molto fortificati, perchè, se la fortuna fosse stata per loro anche qui propizia, si sarebbe allargato subitamente lo spazio dove gl'Inglesi potevano approdare. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con eguale virtù i Franzesi guidati da Laharpe, e tanto fecero che non si piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, più valoroso ed impetuosissimo. Questo fu uno dei fatti della presente guerra per cui si devono accrescere le laudi dei Franzesi pel valor dimostrato e per la perizia del saper prendere i luoghi e dell'usar le occasioni; ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente tutti i posti che munivano le alture del primo: varii furono gli assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le parti; durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere quale avesse a prevalere, o la costanza austriaca o la vivacità franzese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di cadaveri e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Franzesi; gli Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto l'evento della ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversati, sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose dei Franzesi a Melogno, custodito solamente da due battaglioni. Lo attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve contrasto facilmente se lo recava in mano. Come prima ebbe Kellerman avviso della perdita di Melogno, mandava Massenacon un grosso di quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente d'una nebbia assai folta; ma furono rigettati con le artiglierie e con le baionette, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero un secondo assalto: Massena medesimo, al solito rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendoli divisi in tre colonne, comandava alle due estreme ferissero l'inimico sui due fianchi; alla mezzana percuotesse di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia fece sì che le colonne laterali si accozzassero alla mezzana per modo che in vece di tre assalti si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali, combattendo per diritto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierie loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, ai luoghi d'ond'erano venuti. S'aggiunse a questo che gli Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito importante che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato San Giacomo e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Franzesi, che tuttavia vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi di poter conservare questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci, e poservi di presidio il reggimento Alvinzi.
Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova, succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e dell'Alpi con vario evento; volendo e Franzesi e Piemontesi aiutarecon questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.
Kellerman, vedendo che per l'occupazione fatta dagli alleati de' siti più importanti verso Savona, le sue stanze in que' luoghi non erano più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo d'essere tagliata fuori dalle altre, tirò con molta prudenza e singolare arte indietro la troppo lunga fronte de' suoi. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in potere degl'imperiali.
La ritirata de' Franzesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma fu loro da un altro canto di grandissimo incomodo a cagione della mancanza delle vettovaglie, perchè i corsari vadesi e savonesi con bandiera austriaca correvano continuamente il mare, tanto che a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdare, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestia. Per privare viemmaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia ed alla parte della riviera occupata dai Franzesi, aveva il generale austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste che portavano venti cannoni; e v'erano giunte due mezze galere e quattro fuste napolitane, ed a tutti questi legni minori faceano ala le fregate inglesi. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo franzese, e già si ripromettevano i confederati che i repubblicani, indeboliti dalla fame, pensassero oramai a ritirarsi da tutta la riviera. Ma i Franzesi, non mostrandosi meno costanti nel sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi ne' fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto e dal Ceriale, in atto minaccioso e fiero. Il che vedutosi da' capi della lega, estimando che, ove la fame non bastava, bisognava usar la forza, assalirono con numero e con valore le posizioni nuove alle quali i repubblicani si erano riparati. Sanguinose battagliene seguitavano, in cui ora gli uni ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che, non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Franzesi, perdettero il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare que' luoghi era un perdere tutto il frutto del trattato di Valenciennes. Così le sorti d'Italia si arrestarono ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.
Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli. Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le istigazioni segrete di alcuni agenti di quel paese, sì per l'esempio e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel 1793, e sì finalmente per le inclinazioni de' tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni giovani con molta imprudenza la professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili, si adunavano e facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notarono i discorsi, seppersi le trame: il governo insorgeva a freno de' novatori. Il ministro Acton, conosciuti gli umori, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della regina, già tanto alterato, congiure e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti, non solo a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emmanuele de Deo ed alcuni altri rei furono puniti coll'ultimo supplizio; alcuni carcerati, alcuni confinati. Ciò era non solo diritto, ma ancora debito dello Stato; ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizii più o meno fondati, parte anche senza indizii, mescolandosi le emulazioni e gli odii particolari là dove non era nè reità nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un terrore universale; il familiare consorzio era contaminato dalla paura de' delatori. Diceva Vanni,già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavia nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora venti mila; nè si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, e se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, sarebbe caduto sotto la macchina orditagli da Acton per gelosia, e privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli affari di Stato. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano, e ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, così fu dimesso ed esiliato da Napoli; gratitudine degna del benefizio. Ciò non ostante, la asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con Francia.
Frattanto non si confermava l'imperio inglese in Corsica, parte per l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani franzesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli, scaduti dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò, grande era tuttavia il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volentieri gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Franzesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Erano pertanto sorti parecchi rumori in alcune pievi di qua da' monti, massimamente ne' contorni d'Aiaccio; ed il male già grave in sè induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già gridavano apertamente il nome di Francia: si temeva una turbazione universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando esortatorio.
Nè le sue esortazioni restarono senza effetto, non già sulle popolazioni mosse,perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, e non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate alcune squadre, furono mandate ad aiutare nelle pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo, Paoli, o cagione o pretesto che fosse di questi rumori, fu chiamato in Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbedendo all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse fino all'ultimo più accarezzato che onorato. Così finì Pasquale Paoli, nome riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la rivoluzione franzese.
Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati corsi ai soldi d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, deposte le armi, tornarono all'ubbidienza. Così fu ristorata, se non la concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però che, per l'infezione delle parti, non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.
Qualche moto anche accadde in questi tempi in Sardegna, principalmente in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna; domandava i privilegii conceduti dai re d'Aragona; domandava i patti giurati nel 1720. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderii dei Sardi al re rappresentassero.
Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto e sene partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete, con grande contentezza del re, che molto mal volontieri aveva veduto contaminarsi la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula ed Angioi, capi e guidatori di quei moli, si posero con la fuga in salvo.
In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea, essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condiscesa, il dì 22 luglio, alla pace con la repubblica franzese; il quale accidente tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli Stati del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze franzesi. Mossi poi anche i parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese per la guerra, erano stati operatori che s'inserisse nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica franzese, in segno di amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca di Parma e degli altri Stati d'Italia, a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, proferendosi a mediatore tra la repubblica ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione e la guarentigia dei proprii Stati, se consentisse a starsene neutrale e a dar il passo ai Franzesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di acquisti di territorii più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla Francia.
Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna, e sulleprime dichiarò di voler continuare nell'alleanza con l'Austria. Ma perchè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse ai patti o che solo si volesse aver sembianze d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti ed altri assai pratici delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo e da cui dipendeva questo punto: se il Piemonte avesse a conservare la signoria di sè medesimo o da cadere in servitù dei forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva, figlio d'uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dov'era stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto trattatti sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendii della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì pericoloso caso, parlò con singolare franchezza, e, discorse tutte le presenti sorti delle cose, conchiuse.... «Io porto opinione che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo, ora che le forze che ancor vi restano ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, e il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte ed a preservazione della nobile Italia.»
Questo discorso, porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto veridica, congiunto di amicizia col generale austriaco Strasoldo, fece non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali unaparte inclinava agli accordi, quantunque tutti avessero la volontà aliena dai Franzesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione il marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse di indole pacifica e d'animo temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenciennes, e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava doversi nella guerra e nella fede data all'Austria perseverare. E le parole sue, che furono gravi ed abbondanti, vere in sè stesse, non restarono senza effetto, meno perchè vere erano che perchè gli animi non avevano per una anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti che avesse a portar con sè la presenza de' Franzesi in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura fosse, ma perchè, in pari pericolo da ambe le parti, ella era più onorevole.
Giungeva intanto il tempo che doveva mostrare se quell'armi che non senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Franzesi divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito, ed indirizzato a voler fare la conquista delle italiane contrade. Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di voler passare con l'armi in Italia. Uno dei principali confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna, e parendo che quegli che ne aveva fatto il disegno più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli prepostoall'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inchinava omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime privi, com'erano di cavallerie, con poche e piccole artiglierie, e ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di assaltarli. Ma i soldati della repubblica, usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla qual sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla carestia del vivere, ad un nemico più numeroso di loro, abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per sè stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare se veramente il valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai soldati repubblicani e per la perizia dei generali loro, specialmente di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto.
Era la fronte dei Franzesi in tal modo ordinata, che, posando con l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi sui monti che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer ed Augereau, la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano manca, governata, da Wallis, occupava Loano, la battaglia, condotta da Argenteau, Roccabarbena, e la destra, composta in granparte di Piemontesi e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi Loano, un terzo, per sicurezza della mezzana, più in su, a Campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito di gente e d'artiglierie, non solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto donde doveva venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno 17 novembre, per riconoscere i luoghi e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet che assaltasse il posto di Campo di Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Franzesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito Arganteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte del 22 novembre quando Massena, raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi, fora piuttosto ingiusta diffidenza che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvi a vincere il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizii possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio; ma Sardegna ed Imperio continuavano ad affrontarvi; però voi un'altra voltavinceteli, voi fugateli, voi dissipateli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro con le opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè aspettano lo estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro.»
Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e perciò abile ad inspirar impeto nel soldato franzese, già per sè stesso tanto impetuoso. Perciò, alle sue parole maravigliosamente incitati, givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte oscurissima e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di Massena, così accordatosi con Scherer, di urtare nel mezzo dei confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi, di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi o fuggire alla dirotta. Dovevano secondare questa fazione a diritta Scherer con un assalto forte contro Loano; Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo. Appariva appena il giorno dei 23 novembre che Massena assaliva da due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano a questo accidente impensato gli uffiziali tedeschi ai luoghi loro, e già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella loro ordinanza. La qual cosa dimostra l'inconsiderazione d'Argenteau, che, non avendo presentito, com'era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro infortunio, e fu che Devins, afflitto da grave malattia, e reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batteria, con molto valore insistendo tantofecero, che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico che si ritirava, andando a farsi forte a Bardinetto. Qui nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le sue forze Massena, giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente, dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti, prevalsero i repubblicani; entrati forzatamente in Bardinetto, uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le artiglierie. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse le reliquie dei confederati per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni s'impadronisse di Melogno, ed al colonnello Suchet pigliasse Montecalvo, luogo arido e quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si era proposto; in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei confederati, ma fu fatto abilità ai Franzesi di calarsi verso il mare alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Ma perchè la sinistra dei confederati non ricuperasse quello che la mezzana avea perduto, Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati avanti Loano ed alla forte terra di Toirano, li superava. Nei quali fatti, aiutati anche da tiri di alcune navi franzesi che si erano accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora, tra per questo e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer, calato correndo alle spalle loro, si ritirarono i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più vivamentecontro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincierato di Ceva, dove giungevano altresì lacerati e sbaragliati i residui della squadra d'Argenteau, generale che fu cagione principale di questa rotta, per imprevidenza prima del fatto, e per la nissuna avvedutezza nè costanza nel combattimento. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Franzesi, sul litorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più intera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Franzesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno seguente, che, condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel litorale, e già la giungevano, con far molti prigionieri. Nè qui si contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle del Finale, e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cadente nemico, dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta improvvisa della mezzana, pressata da fronte, sul fianco ed alle spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto favore. Chi si potè salvare andò a formar la massa in Acqui, dove i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnie dissipate; chi non potè, cadde in balia del vincitore. Tutte le artiglierie, gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasitutto, rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.
Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e perfino i violamenti delle miserande donne commessisi dai repubblicani sul genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia che aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore; pubblicava che farebbe morire chi continuasse; prese anche l'ultimo supplizio de' più rei; ma non udivano l'impero dei capitani, e nè le minacce nè i supplizii spegnevano la scellerata rabbia. Non gli scusava, perciocchè nissuna cosa può scusare sì eccessive enormità, ch'eran stremi d'ogni vettovaglia e d'ogni fornimento, come l'esser forniti abbondantemente d'ogni cosa necessaria al vivere di soldato aggravava la colpa dei loro avversarii, che non si stettero immuni da sì fatte colpe. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore degli uni, in preda al furore degli altri, «mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza e non può difendersi con la forza.»