MDCCXCVIAnno diCristoMDCCXCVI. Indiz.XIV.PioVI papa 22.FrancescoII imperadore 5.A questo tempo avendo i collegati provato con molto danno loro qual dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani di Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla concordia e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il benefizio del tempo, se accettassero. Per la qual cosa pensarono a tentare la disposizione del direttorio di Francia, con introdurre qualche negoziatoa Basilea, città neutrale, e già famosa per le due paci di Prussia e di Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima di tutta la mole, così da questa ed a nome di tutti procedettero le proferte. Scriveva il dì 8 marzo del presente anno Wickam, ministro d'Inghilterra appresso ai cantoni Svizzeri, a Barthelemi, ministro di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a sapere che la sua corte desiderava di restare informata se la Francia aveva inclinazione a negoziare con sua maestà e co' suoi alleati, a fine di venirne ad una pace generale stipulata con giusti e convenienti termini; se a ciò si risolvesse la Francia, mandasse ministri ad un congresso in quel luogo che più sarebbe stimato conveniente da ambe le parti. Desiderava altresì sapere quali fossero i generali fondamenti della concordia che piacesse al direttorio di proporre, affinchè si potesse esaminare se fossero accettabili, finalmente, se i mezzi proposti, non fossero accettati, quali altri avesse a proporre per trovare qualche modo d'onesta composizione. Questa proposta, la qual era del tutto conforme ai modi soliti a usarsi fra i principi, nè avea in sè cosa che potesse offendere l'animo del direttorio, fu molto risentitamente udita da lui, e diede principio a quel costume dottorale e loquace di quei governi repubblicani ed imperiali di Francia di voler insegnare in casa altrui, come se meglio non conoscesse i fatti proprii chi li governa di chi non li governa; ed altresì a quell'uso affatto insolito e veramente enorme di dar consigli o ad un amico o ad un nemico, e di convertire in cagion di guerra il rifiuto di seguitarli. Il direttorio comandava a Barthelemi che rispondesse, desiderare lui la pace, ma desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volontieri le proposte, se quel dire di Wickam, di non aver autorità di negoziare, non desse sospetto intorno alla sincerità inglese. E qui veniano le parole dottorali all'Inghilterra, dopo cui terminava; convenirsialla sincerità del direttorio il palesare apertamente a quali patti ei potrebbe consentire agli accordi; vietare la costituzione della repubblica che niun paese di quelli che erano stati incorporati al suo territorio da lui si scorporasse; delle altre conquiste si negozierebbe. Qui parimente ebbe principio quel metodo veramente incomportabile, usato dai governi che per venti anni l'uno all'altro succedettero in Francia, di volere che una legge politica interna diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non si seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace concette dalle proferte di Basilea.Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale, già perduto mezzo lo Stato e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad essere prima condotto all'ultima rovina che la guerra incominciasse pure a romoreggiare sui confini de' suoi alleati. Conoscevano questi la costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi, se le battaglie fossero riuscite infelicemente ed i repubblicani si facessero strada nel cuor del Piemonte, si sarebbe forse alienato da loro. Tentarono dunque il re, ammonendolo che si dichiarasse pel caso d'un sinistro di guerra. Ridotto a queste strette, rispose animosamente Vittorio che correrebbe con loro la medesima fortuna, che persisterebbe nella fede, che non sarebbe per abbandonar la sua congiunzione; non dubitassero che i fatti non fossero per corrispondere alla prontezza dell'animo.L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in Italia, mandava a governare le genti, invece del Devins, più prudente che ardito capitano, il generale Beaulieu, il quale,quantunque già molt'oltre con gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di stare a fronte di quella furia franzese che meglio si può vincere col prevenirla che coll'aspettarla. Ma quantunque fossero in Beaulieu le qualità più necessarie in un buon capitano, mancava in lui la cognizione dei luoghi, non avendo mai guerreggiato in Italia, nè portò con sè tante forze quante sarebbero state necessarie. Oltre a ciò, sebbene quando fu chiamato generalissimo in Italia, gli fosse stato promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che, per difetto o d'animo o di mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova, nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente all'esercito, ma ancora rettore d'una forte divisione di soldati: il che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro presagio. Nè Beaulieu medesimo era tale che potesse convenientemente governare capitani e genti di diverse lingue e di diverse nazioni, tenendo più del guerriero che del cortigiano, per guisa che, più temuto che amato dai suoi e dai forastieri, era piuttosto obbedito per forza che per volontà. Nè i nobili piemontesi, che sentivano molto altamente di loro medesimi, lo avevano a grado. E Colli, che reggeva sovranamente l'esercito regio ed al quale non mancava nè perizia nè virtù militare, non vivea concorde col capitano austriaco. Questo fu cagione che, contuttochè i due generali operassero di concerto, nei partiti dubbii però, dove aveva gran parte la propria opinione, l'uno non secondava l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la gravità del caso avrebbe richiesto.Erano per tale guisa ordinati i confederati, che la loro ala sinistra, partendo dalla vicinanza di Serravalle, si distendeva fino alla destra sponda della Bormida; quivi incominciava il corno sinistro de' Piemontesi, che si prolungava fino alla Stura, appoggiandosi coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Ma siccome quello di cui stavanoin maggior gelosia gli Austriaci, erano le possessioni loro in Lombardia, così si erano molto ingrossati nei contorni di Alessandria e di Tortona; ed avrebbero desiderato, per maggior sicurezza delle cose aver in mano la fortezza di Tortona stessa; e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu loro con la solita costanza dinegato dal re, il quale, ancorchè posto nell'ultima necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa conservarsi. Tal era adunque la condizione de' tempi, che il re di Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo Stato, l'imperador di Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa per l'autorità della santa Sede e per l'incolumità della religione; Venezia sperava nella neutralità con armi, Toscana nella consanguinità coll'Austria e nell'amicizia colla Francia; Parma e Modena, nè in pace nè in guerra, dipendevano in tutto dagli accidenti.Risoluzione principalissima de' reggitori franzesi era di far potente impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti i pensieri loro. A questo si muovevano non solo per desiderio di pascere l'esercito in un paese ricco ed ancora intatto, ma eziandio per la speranza che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio che ne sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero manifestati a favor loro in tutte od in alcune corti d'Europa cambiamenti di importanza. Più special fine loro in tutto questo era di costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale, speravano di trovar in Italia per la forza delle armi compensi ad offerire a quel principe in iscambio de' Paesi Bassi, che ad ogni modo voleano conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano che ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata alla pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i più grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. Alqual primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni loro: del modo, o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano.Siccome quando si vuol perdere qualcheduno, ei s'incomincia a fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto, pretesto di ostilità, così i Franzesi uscirono con richiedere Venezia che scacciasse da' suoi Stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela del diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dello infortunio, se ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava al governo repubblicano di Francia che il conte se ne stesse negli Stati veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che altrove; perchè, se era pericoloso per quel governo che dimorasse in paese non solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in favore di lui, assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto od all'esercito del principe di Condè o negli Stati delle potenze in guerra con la Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di querela, non testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo la morte di Luigi XVII, avesse assunto la dignità reale, e fosse in grado di re tenuto da' fuorusciti franzesi, dal ministro di Spagna Lascasas, dal ministro di Russia Mardinof e dal ministro d'Inghilterra Macarteney, che appresso di lui era stato mandato appositamente dal re Giorgio, il senato veneto non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente nè trattato da re; che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre sul territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti che l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile condiscendenza, vivendosene assai ritirato in una villa del conte di Gazola; nel quale contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con le stampe della veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che fece, nella sua esaltazione, alla nazione franzese; che se poi nelle sue azioni segrete ed in privatoteneva pratiche, che certo teneva, per ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si potesse imputare alla repubblica di Venezia.Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni, lo sdegno del direttorio di Francia; perchè, mentre superbamente comandava al senato veneto che allontanasse da' suoi dominii il conte di Lilla, sopportava molto pazientemente che l'ambasciador di Spagna Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui, come col re di Francia, di affari pubblici trattasse: il che era di ben altra importanza che il dare ricovero ad un principe infelice e perseguitato. Ma la Spagna era più potente di Venezia. Scriveva dunque, il primo marzo del presente anno, in nome e per ordine del direttorio, il ministro degli affari esteri Carlo Delacroix al nobile Querini in Parigi, che poichè Luigi Stanislo Saverio non aveva dubitato di operare in qualità di re di Francia sul territorio della repubblica di Venezia, si era reso indegno all'asilo concedutogli dalla umanità del senato: richiedeva pertanto e domandava fossene privato, e gli si desse bando da tutti i territorii veneziani.Posto in senato il partito se dovesse la repubblica adempiere la richiesta del governo franzese, ancorchè il procurator Pesaro generosamente contrastasse, ricordando con parole gravissime alla repubblica la bruttezza del fatto e l'antica generosità di Venezia, fu vinto con cento cinquanta sei voti favorevoli e quaranta sette contrarii. Orarono in questo fatto contro l'opinione del Pesaro i savii del consiglio Alessandro Marcello, Nicolò Foscarini e Pietro Zeno, rappresentando che la pietà verso un principe forestiero non doveva più operare negli animi dei padri che la carità verso la patria. Brutta certamente e vituperosa deliberazione del senato fu questa, nè ad alcun modo scusabile e tanto meno quanto si vedeva chiaramente che il vituperio non avrebbe bastato a partorir salute.Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del partito dal senato preso. Delegossi a far l'ufficio il segretario Giuseppe Gradenigo ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze del conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal conte d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti, eseguirono quello che dalla signoria era stato loro comandato. A tale annunzio rispose gravemente: partirebbe, ma per forza; gli si portasse intanto il libro d'oro, che ne cancellerebbe di sua mano il nome dei Borboni; se gli restituisse l'armatura di Enrico IV, suo glorioso avolo, data in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il dimorar più lungamente in un dominio che per debolezza obbediva ai comandamenti degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza dilazione, e sotto nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito dei Franzesi fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che partisse, fece mandato al ministro di Russia appresso al senato, acciocchè in vece sua cancellasse sul libro d'oro il nome dei Borboni, e l'armatura di Enrico in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli rammentava, che per l'affezione e la fede che aveva posta in lui, gli affidava quanto di più caro e di più prezioso aveva, e quest'era il ritratto del re suo fratello. Gli ricordava infine e gli raccomandava i suoi sudditi fedeli, particolarmente il conte di Entraigues, che nel dominio dei Veneziani rimanevano.Intanto per gli uffizii fatti per ordine del senato dai ministri veneziani presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice delle Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del conte, si acquetò il negozio del libro d'oro e dell'armatura di Enrico.Oggimai si avvicinano le calamità d'Italia. «La tirannide sotto nome di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri ed uno spogliare i ricchi, un gridare controla nobiltà pubblicamente ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà e disprezzarli, un incitarli contro i re ed un perseguitarli per piacere ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza, non come mezzo di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le più sante cose antiche stuprate per derisione o per ladroneccio, le più sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un rubar di monti di pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di ricchi, un incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare ha di più atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la prepotenza ha di più insolente.... conculcata hanno e desolata in fondo la miseranda Italia. Nè più si vanti ella dell'esser bella, o il giardino dell'Europa, o, come la chiamavano, la terra classica delle arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur troppo sono, non la fecero segno di rispetto, ma sì di preda e di derisione.»Era risoluzione irrevocabile del governo franzese in quest'anno di tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie spianate, le armi pronte, gli animi de' soldati accesi, la fame stessa che li tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta mole, poichè, giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'europea guerra, mancava un generale capace di mente, invitto d'animo e d'audacia pari alle difficoltà che si prevedevano. Fecero adunque avviso di mandare la magnifica impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di buon guerriero per le cose fatte a Tolone e nella riviera. Presentendo egli, per la vastità e la forze dell'animo suo, quello che fosse capace di fare, quantunque dinatura superbissima ed insofferente fosse, non cessava di sollecitare e d'infestare con tenacissima perseveranza e con preghiere continue il direttorio, affinchè gli commettesse la condotta dell'italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni motivi segreti che si spiegheranno in progresso, i quali, se non sarebbero piaciuti a Carnot ed a Lareveillère Lepeaux, quinqueviri, che gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto specie di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo si aggiunse un matrimonio ch'ei fece grato a Barras, sposandosi con Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro Beauharnais.Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato e di cupidità ardentissima di dominio fu commessa da chi reggeva la Francia, in iscambio di Scherer, del cui ingegno frutto era il primo disegno d'invadere l'Italia, l'opera di conquistare l'Italia. Nè così tosto ei giunse al governo dell'esercito, che mostrò quanto fosse nato per comandare; imperciocchè, quantunque più giovine di tutti i suoi predecessori, si compose in maggior dignità, e, non dimesticandosi con nissuno, pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore fra gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau e gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque che i nodi dell'esercito viemmaggiormente si ristrinsero, furono i soldati più pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto. Era l'esercito finito di ben cinquanta mila combattenti, poveri sì di arnesi e penuriosi di vettovaglie, ma abbondanti di coraggio e forti di volontà: quel lusinghevole pensiero di correre come signori d'Italia li rendeva ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle speranze la possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano franzese quanto volesse, purchè battesse l'Austriaco, il separasse dal Piemontese, sforzasse Genova a dar denaroe la fortezza di Gavi; se Genova non desse Gavi per amore, lo prendesse per forza; instigasse i malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente o particolarmente insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza o per arte subdola; quel che segue per sete di rapina, conciossiacchè mandavagli facesse una subita correria contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia atterrita, rapite le ricchezze ed involati i voti appesi da' fedeli in tanti secoli: tanto era smisurata in quel governo la cupidità del rapire e del fare di ogni erba fascio.Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe con Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena ed a sinistra Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte de' Piemontesi, Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore. Disegnava il generale repubblicano di far impeto contro la mezzana schiera de' confederati, acciocchè, rotta che ella fosse, potesse entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi: conseguito questo intento, i primi si sarebbero ritirati nell'Oltre-Po, i secondi, rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come credeva, facilmente accettato gli accordi, separandosi dalla confederazione dell'imperadore. A questo fine, e sapendo che grandissima gelosia avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e comoda strada della Bocchetta accennava Milano, aveva ordinato a Cervoni occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo, fece marciare da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra Signora dell'Acquasanta, strada che mette direttamente alla Bocchetta; e questa squadra conduceva con sè molti pezzi di artiglierie sì grosse che minute.Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni franzesi, si era deliberato a prevenirlo.Aveva egli assembrato in Sassello una grossa schiera composta di dieci mila Austriaci e quattro mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel mezzo della fronte francese, e, dopo di averlo fracassato, riuscire a Savona, con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e presa tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti. Non pertanto, per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di accostarsi a tempo del conflitto in aiuto della mezzana, si era risoluto ad assaltar questa terra. Il dì 10 aprile, circa le tre pomeridiane, givano i Tedeschi all'assalto di Voltri con sei mila fanti e quattro bocche da fuoco. Alcune navi da guerra inglesi secondavano lo sforzo loro con ispessi tiri dal mare vicino. Non potendo i Franzesi rispondere a tanti assalti, furono rotti, diventarono i Tedeschi padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se avessero incominciato la battaglia più per tempo, tutta la forza franzese di Voltri sarebbe stata o morta o presa; ma sopraggiunse la notte, dell'oscurità della quale opportunamente valendosi i repubblicani, si ritiravano a Varaggio ed alla Madonna di Savona.In questo mezzo tempo Argenteau e Roccavina non erano stati a bada; anzi, mossisi da Sassello, assaltarono grossi ed impetuosi le trincee estemporanee fatte dai Franzesi a Montenotte. Difendeva i Franzesi la fortezza del luogo, favoriva i Tedeschi il maggior numero; gli uni e gli altri infiammava un incredibile valore: stava in mezzo, qual premio al vincitore, l'innocente l'Italia. Si combattè coi cannoni, coi fucili, con le spade, con le mani. Maravigliavansi i Franzesi a sì feroce assalto; maravigliavansi i Tedeschi a sì lunga resistenza. Finalmente, dopo molto sangue, riuscirono questi ad entrare per bella forza dentro le due trincee più basse, e se ne impadronirono. Rimaneva a conquistarsi la terza; contro di lei voltarono i Tedeschi tutto l'impeto dell'armi loro vittoriose. Qui sorse una battagliatale che poche di simil fatta, per la virtù dimostrata dagli assalitori e dagli assaliti, sono tramandate dalle storie. Incominciavano a sormontare gl'imperiali, trovandosi assai più grossi, e già sul ciglione medesimo della trincea si combatteva asprissimamente da vicino. Ma in questo forte punto il collonnello Rampon, sotto la custodia del quale era la trincea, a patto nessuno sbigottitosi a quell'orribile fracasso, che anzi tanto più infiammandosi nel suo coraggio quanto più era grave il pericolo, animosissimamente rivoltosi a' suoi soldati, fece lor prestare quel bel giuramento che fia eterno nelle storie, di non cedere se non morti. Il valor dei Franzesi diventò più che sprezzo di morte, e con tanta pertinacia, con tanta ostinazione, con un menar di mani tanto tremendo combatterono, che ributtati, furiosamente da ogni assalto i Tedeschi, sopravvenne la notte, senza che eglino potessero conquistare la trincea tanto contrastata e tanto importante. Gli uni e gli altri, sull'armi loro posando, aspettavano la luce del seguente giorno, che doveva in un nuovo conflitto definire la spaventevole contesa. Ma il generalissimo Buonaparte, nella notte stessa, con pari celerità ed arte mandò a tutta fretta un rinforzo da Savona a Montenotte, il quale non solamente rinfrancò gli spiriti dei difensori della trincea, ma diede agio a Rampon di empiere di soldati a destra ed a sinistra le boscaglie. Al tempo stesso comandò a Laharpe, andasse avanti con tutta l'ala diritta, e snodasse minutamente l'ala sinistra dalla mezzana degli alleati. E per rendere vieppiù la vittoria certa, ed arrivare al fine principale di tutto il disegno, marciava egli medesimo con due forti colonne, sperando di sgiungere la mezzana governata da Argenteau e da Roccavina dalla destra retta da Colli. Spuntava appena l'aurora del giorno 11, che Argenteau, senza prima aver fatto esplorare le boscaglie, iva baldanzoso all'assalto; ma non era ancora il suo antiguardo arrivato vicino alla trincea, chevenne assalito ai fianchi da una tempesta di moschetti, che procedeva dai soldati imboscati, e da un'impetuosa scaglia lanciata dal ridotto. A tale sanguinoso intoppo s'arrestarono, titubarono, si disordinarono, diedero indietro le sue genti: Roccavina ferito gravemente, lasciato il campo di battaglia, andava a ricoverarsi in Acqui. Pure v'era speranza, con qualche rinforzo e dopo respiro, di ricominciar la batteria; ma ecco arrivare infuriando dall'un canto Buonaparte, dall'altro Laharpe. Fu allora forza ai confederati di ritirarsi piucchè di passo per non essere posti negli estremi, ed il forzato loro movimento fece riuscir ad effetto il pensiero di Buonaparte dell'aver voluto separare i Piemontesi dai Tedeschi. Morirono nella battaglia di Montenotte meglio di due migliaia di buoni soldati dalla parte dei confederati; circa tre mila tra feriti e sani vennero come prigionieri in poter del vincitore. Dalla parte dei repubblicani pochi furono i prigionieri, molti i feriti, più di un migliaio incontrarono la morte. Ma perchè quello che avevano i repubblicani conseguito, cioè la separazione degl'imperiali dai regii, non venisse loro guasto per una nuova riunione, il che poteva venir fatto finchè i confederati stavano più su nella valle della sinistra Bormida a Millesimo che nella valle della Bormida destra, dove stanziavano a Dego ed a Magliani, era necessario cacciarli più sotto nella prima. Quindi nacque pei Franzesi la necessità di dar l'assalto al posto di Magliani e d'impadronirsi di Millesimo.Il secondo di questi fini fu conseguito da Augereau, il quale per viva forza superò i passi dei monti che dividono le due valli. Era alla guardia della sinistra Bormida il vecchio, ma prode generale Provera con un corpo franco austriaco e quindici centinaia di granatieri piemontesi. Posto egli in molto pericolosa condizione, volle con sano consiglio ritirarsi a mano manca verso gli Austriaci; ma gli venne impedito il viaggio dalla Bormidache, cresciuta per pioggie abbondanti, correva torbida ed impetuosa. Fece allora l'animosa risoluzione di salirsene in cima al monte, dove siede il vecchio castello di Cosseria, ed ivi senza artiglierie, senza munizioni, senza sussidio alcuno di cibo o di acqua attendeva a difendersi. Augereau che conosceva ottimamente che fin tanto che quel freno del castello di Cosseria fosse in mano del nemico, non era possibile di consuonare co' suoi verso il centro e la destra, si accinse a fare ogni sforzo per superarlo. Tre volte andarono i repubblicani all'assalto, altrettante furono risospinti con immenso valore dagli assaltati. Pernottarono i Franzesi a mezzo monte. Ma era sitibonda all'estremo la guernigione; chiedeva Provera quant'acqua bastasse ai feriti; la negava Augereau. Arrivava il giorno 14 aprile: la fame e la sete operarono ciò che la forza non aveva potuto; diessi la piazza ai vincitori. Ai medesimo tempo Rusca cacciava i Piemontesi da San Giovanni di Murialto, e la vittoria di Cosseria abilitava Augereau a superare Montezemo; il che diè facoltà ai Franzesi di spiegar la bandiera loro nella valle del Tanaro, ed indusse Colli alla necessità di correre a difender Ceva e Mondovì.Queste cose succedevano a sinistra dei repubblicani; ma altre di maggiore importanza preparava la fortuna in mezzo e a destra. Quantunque gli alleati avessero toccato una grave sconfitta a Montenotte, le sorti loro avrebbero potuto facilmente risorgere, perchè nè erano perduti d'animo, nè mancavano di passi forti a cui potessero ripararsi: massimamente insino a tanto che la strada del Dego non era libera al nemico, non temevano ch'ei potesse fare un'impressione d'importanza in Piemonte. Laonde applicarono l'animo a farsi forti per quella strada; dall'altra parte i Franzesi pensavano a sforzarla. Gli Austriaci in numero di circa quattro mila soldati, ai quali si erano accostati i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato,si fortificarono a questo fine sui monti di Magliani ed altri, facendovi un ridotto munito d'artiglieria e grande abbattuta d'alberi. Diedero loro tempo due giorni i Franzesi a fornire le loro fortificazioni in quei luoghi eminenti e difficili. La principal difesa degli alleati consisteva nel ridotto di Maglioni, che stava a ridosso del castello del medesimo nome.I repubblicani, per aprir quella strada che i confederati avevano serrata, comparivano alle due meridiane del dì 13, minacciosi e grossi di quindici mila combattenti, facendosi avanti sino alla Rocchetta del Cairo, ad un miglio distante di Dego. Quivi si spartirono in tre colonne che si accostarono ai siti occupati dai confederati. Ma non furono questi fatti che minaccie, tentativi per iscoprir bene il sito e la forza del nemico. A questo fine appunto Buonaparte, giunto che fu al Colletto, fece trarre d'una forte cannonata, per prender notizia del nemico, sperando che gli alleati, credendosi assaliti, e rispondendo, lo avvisassero dei luoghi dove si trovavano, il che gli riuscì come aveva sperato. Ma l'urto dei due forti nemici doveva succedere nel dì 14, nel quale i repubblicani, risoluti di venire al cimento, si spartirono, come innanzi, in tre parti. Le molte mosse loro erano con molta maestria di guerra pensate, e furono altresì con molto valore eseguite. Riuscì terribile l'urto al Poggio ed alla Sella; vi morirono molti buoni corpi da ambe le parti. Saliva di fronte la mezzana, ma posatamente per aspettare l'effetto dell'assalto dato sui due fianchi. I Franzesi, dopo un combattimento sostenuto quinci e quindi con molta ostinazione, riuscirono finalmente ad aver vittoria sui due lati, cacciando i nemici loro dal Poggio e da Monterosso. Si fece allora avanti la mezzana ed entrò forzatamente, nel castello di Magliani dove uccise i soldati di Giulay, che tutti vollero piuttosto morire che cessar di combattere. Restava il ridotto di Magliani, principale propugnacolo degli alleati,dal quale tempestavano con una furia incredibile di palle e di scaglie. Fu quivi assai dura l'impresa pei repubblicani, perchè i confederati, maravigliosamente inferociti, traevano spessissimamente a punto fermo, e solo a cento passi di distanza. Finalmente dopo tre ore di sanguinosissima battaglia, e solamente verso la sera, venne fatto ai Franzesi, che accorrevano contro il ridotto da tutte le bande, d'impadronirsi di quel forte sito, cacciatine a forza i difensori. Si precipitarono allora gli alleati nella valle delle Cassinelle per guadagnar prestamente la strada per a Pareto; ma i Franzesi li seguitarono a corsa, e quella colonna che s'era spartita al principio del fatto dalla destra schiera, che se ne stava ai Pini, scagliossi ancor essa siffattamente contro i fuggiaschi, che ne furono quasi tutti o morti o presi: tutti anzi sarebbero stati sterminati, se i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato, fatto un po' di testa al monte Scazzone, non avessero fatto ala a coloro che fuggivano, cacciati dalla furia franzese che gl'incalzava. Perdettero gli alleati in questa battaglia meglio di due mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; i repubblicani poco più di duecento. Ma grave perdita pei primi fu quella che susseguitò, del castello di Cosseria, perchè stretto già Provera, come abbiam detto, dalla sete e della fame, perduta la speranza d'ogni aiuto poichè vide dall'alto la sconfitta de' suoi, non indugiò più ad arrendersi. Argenteau, invece di soccorrere i difensori di Magliani coi cinque o sei mila soldati che avea seco a Pareta, il che avrebbe potuto facilmente cambiare la fortuna della giornata, li mandò a far massa ad Acqui.Questa fu la battaglia che meglio di Magliano, che di Millesimo, si chiamerebbe, perchè a Magliano concorsero le principali forze delle due parti, e nel luogo medesimo succedette il più forte conflitto. La notte che seguì il giorno della battaglia, il tempo stato nuvoloso, diventò piovoso;piovve a rotta verso l'alba. Tra per questo e per pensare i Franzesi a tutt'altro, fuorchè il nemico vinto avesse a prendere così tosto nuovo rigoglio ad assaltarli, si guardavano negligentemente, e solo cinque a seicento vegliavano alla difesa delle trincee. Ed ecco appunto che in sul far del giorno il colonnello Wukassovich, accompagnato dal luogotenente Lezzeni, con un corpo di circa cinque mila soldati compariva improvvisamente alla vista di Magliani. Aveva Argenteau, perduta la battaglia di Montenotte, ordinato a Wukassovich venisse tosto a raggiugnerlo al Dego ed a Magliani; ma per poca mente, che anche la sventura gliela faceva girare, gli aveva indicato per la mossa un giorno più tardi di quello che avesse in animo, dimodochè il colonnello, invece di arrivare al dì 14, che forse avrebbe vinto la battaglia, arrivava il 15. Non ostante che con sua gran maraviglia avesse veduto, strada facendo, la fuga de' suoi, e che il nemico aveva occupato Magliani, si risolveva a dar dentro risolutamente, e già urtava il castello ed il ridotto. Risentitisi a sì improvviso accidente i Franzesi, muovevansi a corsa verso il ridotto per difenderlo; ma nè ebbero tempo di schierarsi, nè di apparecchiare le artiglierie, e quel forte sito, che con tanta fatica e sangue avevano conquistato, ritornava, quasi senza contrasto, in potestà dei confederati, in un con le artiglierie che munivano i luoghi, e con molta strage dei Franzesi, che si diedero alla fuga.Massena, a così fortunoso caso riscossosi e gettatosi al piano, frenava primieramente l'impeto dei suoi che fuggivano verso il Colletto; poi ordinatili di nuovo in tre colonne, come nella battaglia del dì 14, li conduceva all'assalto. Ma se Massena non era capace di timore, non era nemmeno Wukassovich: qui la battaglia divenne orrenda. La sinistra era alle mani con le guardie avanzate austriache, che si difendevano con singolare ardimento; la mezzana pativa assai,perchè i Tedeschi fulminavano dal ridotto, e già i soldati stanchi e impauriti si nascondevano per le case. La destra medesimamente trovava un feroce rincalzo. Massena, veduto titubare i suoi, mandò avanti la squadra di ricuperazione, e postata dietro alla mezzana, impediva che coloro che davano indietro passassero il Grillero. La colonna di mezzo, da lui incoraggita e dagli altri generali, già arrivava fin sotto al ridotto; ma uscitine impetuosamente gli Austriaci, la urtarono e rincacciarono sino al castello. La sinistra ancor essa era stata risospinta con grave perdita; la destra non faceva frutto; già il quarto assalto era riuscito vano. Arrivava in questo punto con sei mila soldati Laharpe. Novellamente si raccozzavano, si riordinavano, si muovevano, si serravano contro il nemico; nè ciò ancor bastava a piegare la costanza austriaca. Dopo tanti rincalzi e tante stragi, incominciavano i Franzesi a dubitare della battaglia. Buonaparte, che vedeva l'importanza del fatto, accorreva coi soldati vincitori di Cosseria, e con impeto unito menava i suoi ad un ultimo assalto. Puntarono acremente la destra e la sinistra sui fianchi; la mezzana, ingrossata e rinfrescata, assaliva di fronte. Urtati da tante parti, continuavano gli Austriaci a combattere; cacciati dal ridotto, combattevano dalle case; cacciati dalle case, combattevano dalle boscaglie; finalmente cacciati anche da queste e pressati da ogni banda, minacciosi e rannodati si ritiravano.Perdettero gli Austriaci in questa battaglia, tra morti, feriti e prigionieri, sedici centinaia di buoni soldati con tutte le artiglierie loro; ma non fu nemmeno senza sangue pei Franzesi la vittoria. Tra morti feriti e prigionieri, mancarono più di ottocento soldati. Argenteau errò in molti modi, e nella battaglia di Montenotte e dopo di lei, e massimamente in quella di Magliani, per modo che ei fu costretto di combattere con una parte delle sue forze contro la maggior partedi quelle del nemico. Sollevossi fra l'austriaca gente un romore ed uno sdegno grandissimo contro di lui; accusandolo tutti dell'infelice successo delle battaglie di Loano, di Montenotte e di Magliani, delle quali la prima preparò la strada, le altre l'apersero alla conquista d'Italia. Beaulieu il fece arrestare e condurre a Mantova, poi a Vienna, perchè fossevi preso dell'error suo da un consiglio di guerra debito giudizio. Ma il nome di Wukassovich rimarrà nella memoria dei posteri a giusto titolo glorioso, come di uno de' migliori guerrieri de' nostri tempi.Lo splendore della vittoria franzese fu oscurato dal furore del sacco. Molti fra i repubblicani, non perdonando nè a cosa sacra, nè a profana, riempivano i paesi di terrori e di fughe. Queste enormità, che tanto contaminavano il nome di Francia, abbominavano molti generali, abbominavano i soldati buoni; ma quelli non potevano impedirle coi comandamenti, nè questi con l'esempio. Serrurier, Chambarlac, Maugras, Laharpe ne mossero gravissime lagnanze, e tanto si concitarono, che, per non più vedere e dover comportare sì abbominevoli eccessi, chiedean licenza a Buonaparte generale di potersene ire; soprattutto esclamavano contro gli scellerati amministratori, che ridotti avevano i soldati dell'italica oste od a farsi ladri ed assassini od a morir di fame.Seguitando la narrazione dei fatti, dopo la vittoria di Magliano, insistendo velocemente Buonaparte nei prosperi successi, era venuto a capo del suo pensiero di separare gli Austriaci dai Piemontesi; nel che tanto più facilmente riuscì, che nè Beaulieu si curò molto di starsene unito a Colli, nè Colli a Beaulieu, perchè alcuni semi di discordia già erano prima dei raccontati fatti tra di lor sorti, e, come suole accadere nelle disgrazie, gli Austriaci accusavano i Piemontesi di non avergli aiutati, i Piemontesi davano il medesimo carico agli Austriaci. Finalmente premeva più a Beaulieu l'accorrerealla difesa del Milanese, a Colli a quella del Piemonte. Di questa dissidenza dei capi accortosi Buonaparte, quantunque gli fosse stato ingiunto di perseguitar piuttosto gli Austriaci che i Piemontesi, si risolveva serrarsi addosso agli ultimi, sperando di costringere fra breve il re di Sardegna alla pace, per voltarsi poscia, assicuratosi alle spalle, con maggiore speranza di vittoria alla conquista della Lombardia. Voltò adunque il capitano di Francia del tutto i pensieri a voler vedere quello che fosse per partorire in Piemonte la presenza dei repubblicani. Due erano i modi che voleva usare; la forza, con perseguitar da vicino co' suoi soldati vittoriosi le reliquie delle truppe reali; l'astuzia, col tentar di far muovere i popoli con le parole di libertà contra l'autorità del re. A questo era disposto per sè e comandato dal direttorio, che tentasse per ogni mezzo di dare spirito ai novatori, e tanto più ciò facesse quanto più si ostinasse il Piemonte a voler perseverare nella sua congiunzione con la lega e nella guerra. Adunque ordinato ogni cosa, e collocato un grosso corpo nei contorni del Dego per appostar gli Austriaci, acciocchè non tentassero nulla a suo pregiudizio, si avviava verso Ceva, contro cui aveva già mandato con molte forze Augereau e Serrurier.Erasi Colli, dopo l'infelice successo della giornata di Maglioni, e dopo che pel fatto di Cosseria era stato obbligato di lasciar al nemico la possessione di Montezemo, ridotto coi Piemontesi nel campo trincerato che per difesa della fortezza di Ceva era stato ordinato alla Pedagiera ed alla Testa-nera, sito che signoreggia la fortezza. Assaltò Buonaparte impetuosamente questo campo; gli fu anche virilmente risposto; durò la battaglia molte ore con molto sangue da ambe le parti, nè vi fu modo di far piegare i regii che, con valore difendendosi, respingevano costantemente il nemico. Succedeva questa fazione il 16 aprile. Pernottarono repubblicani e regii ai luoghi loro; mail giorno seguente, ingrossatisi molto i primi, rinfrescarono l'assalto più forte di prima, nel quale, sebbene animosamente si difendessero i regii, temendo Colli di essere spuntato da' lati, lasciato un grosso presidio nella fortezza, ritraeva le genti, con andar ad alloggiarle in sito molto opportuno là dove la Cursaglia mette nel Tanaro. Occuparono, fatta questa ritirata, i repubblicani subitamente la città di Ceva, nè così tosto l'occuparono che vi fecero grosse tolte di pane, e posero taglie di denaro. Attaccarono i repubblicani superiori di numero l'esercito regio ne' campi della Niella e di San Michele, ma non poterono sloggiarlo, pel duro contrasto che vi fece. Al 20 massimamente si combattè con molto sangue: pure stettero fermi alla pruova i Piemontesi per modo che Serrurier si ritirava assai malconcio e disordinato. In fine quel valoroso Massena, il quale, nato suddito del re, più di tutti operò per abbattere la sua potenza, passato, la notte del 21, il Tanaro a guado presso Ceva, aveva occupato Lesegno. Dall'altra parte Guyeu e Fiorella, essendosi fatti padroni del ponte della Torre, mettevano Colli in pericolo di essere circondato da' repubblicani alle spalle: il che avrebbe condotto quell'esercito, ultima speranza della monarchia piemontese, ad una estrema rovina. Per lo che, levato il campo occultamente alle due della notte, e conducendo seco tutte le artiglierie e le bagaglie, si incamminava frettolosamente, ma ordinatamente, alla volta di Mondovì. Il seguitarono velocemente i repubblicani, ed il raggiunsero a Vico, dove allo spuntar del giorno seguì la battaglia che i Franzesi chiamano di Mondovì. Ma non fu battaglia giusta, che intento di Colli non era di darla, ma solo di ritardar tanto il perseguitante nemico che potesse condur in salvo le artiglierie ed il bagaglio, come potè conseguire, mettendo ne' luoghi sicuri dietro l'Ellero ed il Pesio le armi grosse e tutti gl'impedimenti. Ritirossi poscia in un forte alloggiamento oltre laStura, con Cuneo alla destra e Cherasco alla stanca. In tale modo un umile fiume, un esercito valoroso, ma vinto, e due piazze, una forte, l'altra debole, restavano soli impedimenti a' Franzesi, onde non inondassero tutto il Piemonte, e non sventolassero le insegne repubblicane sotto le mura della città capitale di Torino.L'audace Buonaparte, non contento se prima non avesse rotto ogni resistenza, usava l'estrema forza e l'estrema astuzia. Minacciava dall'un canto di varcar la Stura, dall'altro impadronitosi d'Alba per mezzo di Laharpe, città posta sulla riva del Tanaro sotto la foce della Stura, era in grado di passare il primo di questi fiumi e di correre alle spalle de' Piemontesi. Oltre di questo, per rizzare a spavento del governo una prima bandiera di ribellione, aveva operato, e l'ottenne anche facilmente, che alcuni abitatori di Alba, instigati principalmente da Bonafons, fuoruscito piemontese venuto coi repubblicani, ed a cui erasi accostato un Ranza, uomo dabbene, nè senza lettere, ma cervello disordinato, facessero un movimento contro l'autorità regia, mandando fuori bandi di volersi costituire in repubblica. Nè contenti a questo Bonafons e Ranza, procedendo immoderatamente, mandavano altri bandi repubblicani al clero del Piemonte e della Lombardia, siccome pure ai soldati Napolitani e Piemontesi. Adunque, e per questi romori, e per esser padrone il nemico del passo del Tanaro in Alba, e per essere Cherasco in sè stesso poco difendevole, temendo Colli di essere assaltato alle spalle, lasciato Cherasco, si ritraeva, per sicurezza di Torino, alle stanze di Carignano.Ora era giunto il re di Sardegna a quell'estremo punto, in cui o far doveva una risoluzione magnanima, o sottoporre il collo ad un nemico insolente e ad un governo disordinato e del tutto diverso dal suo. Adunossi in tanto precipizio di cose il consiglio, al quale assistettero il re ed i principi reali, con tutti i ministridello Stato. Drake, ministro d'Inghilterra a Genova, trasferitosi a Torino, ed il marchese Gherardini, ministro d'Austria, temendo che in agitazione sì grave il re fosse per separare i suoi consigli da quei della lega, e desiderando sommamente di interrompere questa cosa, non avevano mancato all'uffizio loro, con tenerlo continuamente sollecitato, perchè voltasse il viso alla fortuna e stesse in fede, molte e molte cose rappresentandogli, e conchiudendo, considerasse bene quanto da lui richiedessero Italia ed Europa, nè consentisse che in lui più potesse un romor repentino che i veri interessi del suo reame. Dimostravasi Vittorio Amedeo costantissimo a voler continuare nella fede data: difenderebbe Torino sino all'ultimo, o andrebbe ramingo, se così fortuna volesse, non consentirebbe a pace con un nemico odiosissimo. Il secondava nella medesima sentenza il principe di Piemonte, nel quale, come primogenito regio, doveva pervenire il regno, non per motivi di Stato soltanto, ma sì ancora di religione, parendogli, come a principe religiosissimo, troppo abbominevole aver per amici coloro che stimava eretici e nemici di Dio; temeva la propagazione de' principii loro anche in Piemonte, ed abborriva una pace ancor più rea verso gli uomini. Ma dal cardinale Costa, arcivescovo di Torino, personaggio, nel quale risplendevano ingegno, dottrina ed amor singolare di lettere e di letterati, fu ragionato in contrario, «essere il pericolo della ribellione imminente, la necessità più forte della fede; il cacciare i Franzesi dal Piemonte del tutto impossibile; meglio avergli amici che nemici; ponendo anche l'Austria di eguale potenza della Francia, esser questa vicina, quella lontana; riuscir più facile ai Franzesi l'invadere il Piemonte, che agli Austriaci il preservarlo; potere l'Austria, come lontana, perseverare nella guerra; dovere il Piemonte pensare ai casi suoi; nella supposizione favorevole diventerebbe il Piemontecampo di guerra, pieno di ruberie, di devastazioni e di uccisioni; e se già a mala pena si poteva resistere a' Franzesi, come si sarebbe potuto resistere ai Franzesi stessi ed ai sudditi tumultuanti a perdizione del regno?.... Sperar la guerra tanto felice ch'ella reintegrasse il re delle perdute Savoia e Nizza per la forza dell'armi, esser piuttosto fola da infermi che argomento d'uomini ragionevoli; all'incontro potere i Franzesi, dal canto de' quali allora stava la probabilità della vittoria, e volere ed offerire nel conquistato Milanese grassi ed adequati compensi: sì certamente essere infido quel franzese governo, ma poter tendere maggiori insidie in guerra che in pace, perchè la guerra fa le insidie lecite, la pace le fa infami; variare consiglio il savio al variare degli eventi, e poichè la fortuna aveva addotto un accidente, non che straordinario, maraviglioso, doversi anche fare una risoluzione straordinaria. Loderebbonla gli uomini prudenti, benedirebbonla i sudditi fatti immuni dalle esorbitanze incomportevoli della guerra; assai e pur troppo essersi fatto per mantenere la fede promessa; dimostrarlo il sangue sparso, dimostrarlo le innumerevoli morti, dimostrarlo le desolate campagne assai essersi soddisfatto all'onore, ora doversi soddisfare all'esistenza.»A questa sentenza del consigliar la pace era stato tirato l'arcivescovo per lume proprio e per un conforto dell'avvocato Prina, Navarese, quel medesimo che, d'ingegno acutissimo, d'animo duro, e bel parlatore e maestro singolare del comandare, piacque poi tanto per infelice suo destino a Buonaparte. Il favellare di un uomo tanto grave e tanto pratico delle cose del mondo, qual era il cardinale Costa, commosse tanto e sì maravigliosamente gli animi degli ascoltanti, che fu fatta quella risoluzione che, sottraendo la monarchia piemontese da una dipendenza verso l'Austria, la fecevera e reale serva della Francia. Allora veramente, e non più tardi, perì il reame di Sardegna, allora, e non più tardi, perì la monarchia piemontese.Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello ed il cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult, ministro della repubblica franzese. Al tempo medesimo fu fatto mandato a Colli di domandare, ed al conte Delatour e marchese della Costa di accordare una sospensione di offese col generale repubblicano; ma non avendo Faipoult facoltà di negoziare, i commissarii s'incamminarono tostamente alla volta di Parigi, affine di stabilire la pace e l'amicizia con la repubblica. Intanto scrittosi da Colli a Buonaparte si sospendessero le offese, rispose nè potere nè volere, se prima non gli si davano due delle tre fortezze di Cuneo, di Alessandria e di Tortona. Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per Ceva, che, oppugnata gagliardamente, con ugual gagliarda si difendeva. Adunque l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima monarchia de' Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di sè medesima, cadere in servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la tregua tra Buonaparte dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro, con questo che i repubblicani occupassero Cuneo il dì 28 aprile, Tortona non più tardi del 30, la fortezza di Ceva subito dopo gli accordi; restassero i Franzesi in possesso dei paesi conquistati oltre la Stura ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare pel Cenisio per a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati dell'imperadore che erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a cinque giorni dopo la conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi Buonaparte tesseva un grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il passo del Po, così stipulava che l'esercito di Francia potesse passare il fiume sopra Valenza. Queste furono le tristi condizioni della tregua, alle quali succedettero pocostante le condizioni più tristi ancor della pace.A tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligii, si scoraggiano i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i soldati; spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa. Volle anzi in questo la fortuna, solita ad addurre casi strani, che le novelle della debolezza del governo regio, che tanto disordinava le cose comuni, spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi arrivassero prima della circolare scritta dal re, per cui affermava la sua costanza di voler perseverare nella guerra essere inconcussa; delle quali novelle non sapendo l'agente di Sardegna, visitava il conte Ostermann, ministro degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la circolare rappresentandogli, la quale leggendo Ostermann, dava segni di maraviglia, di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del re, di parole che non voglionsi riportare. La somma fu, che squadernò in viso all'agente lo spaccio che conteneva le novelle della tregua, sdegnosamente dicendo che i confederati sapevano ottimamente che la fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Franzesi penetrassero in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re, ad imitazione dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza, avrebbe loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe pretermesso di soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati potuto credere che a un primo impeto ei fosse per mancar d'animo e per posar le armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra guisa alla sicurezza ed agl'interessi degli Stati loro.Infatti non si vede quale sì inevitabile necessità dovesse condurre il governo regio ad una risoluzione tanto pregiudizievole e tanto inonorata. Di quello poi che fosse a farsi in così grave frangente testimonio irrefregabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire che se il re di Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamentequindici giorni, ei sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene là dond'era venuto. Mancò adunque il governo regio a sè medesimo, non mancarono i popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio Amedeo II, già signori i Franzesi di quasi tutto il Piemonte, e già oppugnanti con ottanta mila soldati, fornitissimi di cavalleria e di grosse artiglierie, la capitale del regno, non disperò delle sue sorti; anzi finalmente con una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo Stato; stupiranno i posteri che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo Stato suo in Italia, intere le fortezze, intero l'esercito al primo romoreggiare d'un quaranta mila Franzesi, difettosi di artiglierie, massime grosse, difettosi di cavalleria, senza denaro per pagare, nè magazzini per pascere i soldati, si sia sbigottito nell'animo e dato subitamente in preda a coloro che con una pace a lui pregiudizievole non altro fine avevano se non di costringere l'Austria ad una pace utile a loro.Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del Piemonte e posto in sua balia quel primo Stato d'Italia, il che gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava Buonaparte l'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto, mandava fuori un bando che merita di essere attentamente considerato per rilevar l'indole del nuovo capitano di Francia: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso dieci mila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità; vincitori di Tolone, le vittorie del 93 presagiste;vincitori delle Alpi, più fortunate guerre presagiste; non più fra sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro; ecco trepidar coloro che si facevano beffe della miseria vostra; ma se avete operato cose grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinii gli assassini di Basseville; altre battaglie avete a vincere, altre città ad espugnare, altri fiumi a varcare; forse alcuno di voi si ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Digo e di Mondovì bramano tutti di portar più oltre la gloria del nome franzese; tutti vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarsene, tutti quivi con militare vanto dire:Ancor io mi fui dell'esercito conquistatore d'Italia.Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per mia fè, gli orribili saccheggi, sovvengavi che siete liberatori del popolo, non flagello; non contaminate con la licenza le vittorie nè il nome vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato; ogni scellerato soldato, che con gli oltraggi e col ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato a morte.»Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi, a Franzesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un effetto incredibile: coll'immaginare, già facevano loro la Germania lontana, non che l'Italia vicina. Quel mostrar poi di voler frenare il sacco, era molto astuto consiglio per daresicurtà ai popoli, spaventati da una fama terribile e da fatti più terribili ancora.Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava lusinghieramente, venire il franzese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo franzese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà; la religione, i costumi, fare i Franzesi la guerra da nemici generosi; solo averla coi re.Quali sentimenti producessero siffatti incentivi, coloro sel pensino che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da far maraviglia se queste guerre vive dei Franzesi di tanto abbiano prevalso ad ogni altro genere di guerra.Possente aiuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle. Arrivarono le novelle desideratissime essersi conclusa la pace il dì 15 maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni principali: cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di Savoia e della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva e Tortona, mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa, la Brunetta, Castel-Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a piacere del generale di Francia, Valenza; smantellassersi a spese del re Susa e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse ne' suoi Stati alcun fuoruscito o bandito franzese; restituissersi da ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi ed in perpetua dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni politiche; a libertà si restituissero e dei beni loro posti al fisco si redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere, o di starsene senza molestia negli Stati regii o di trasferirsi là dove più loro piacesse; dei paesi occupati dai Franzesi conservasse il re il governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari, ed a fornir viveri e strame alloesercito repubblicano; disdicesse l'ingiuria fatta al ministro di Francia in Alessandria.Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito austriaco, congiunto coi soldati di Napoli e con qualche parte di Tedeschi testè arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto l'impeto dei repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente fresca, che dall'Alpi e dagli Apennini a gran passi calava, allettata dalla fama di tante vittorie. La mira principale e tutta l'importanza dell'impresa del generale della repubblica erano d'impadronirsi di Milano: al qual fine due strade se gli appresentavano, di passare il Po a Valenza, o di varcarlo sotto la foce del Ticino. Appigliossi al secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che aveva in sè, dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, il quale, sebbene subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad accordarsi con Francia da Ulloa ministro di Spagna a Torino, non vi aveva voluto consentire.Adunque, risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le foci del Ticino e dell'Adda, il che dovea anche dar timore a Beaulieu di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile, oltre la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta a Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva continuamente il governo sardo di barche pel valenziano passo, là mandando carri, là artiglierie, là soldati, e facendovi intorno una continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una soprammano inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè vi fu ributtato da' presidii piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva passato il Po a Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive si ritrovavano. Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito e proprio e napolitano, stava attento ad osservare quello che fosse per partorire l'astuzia e l'ardiredell'avversario. Ma, quantunque sperimentato ed accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni del giovane generale della repubblica; perciocchè fece concetto che veramente questi avesse lo intento di varcare a Valenza. Per la qual cosa si era alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per fare due prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio, e rendendosi forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la città di Pavia, posta sul Ticino, vicino al luogo dove si mette nel Po e dov'è un ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita sulle rive del fiume di trincee e di artiglierie. Per questi medesimi motivi aveva lasciato con poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il Ticino e l'Adda, ma ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto che Buonaparte, sicuro oggimai di conseguire il fine che si era proposto, mandava una mano di veloci soldati, comandando facesse due alloggiamenti per giorno, verso Castelsangiovanni. Seguitava egli medesimo più che di passo con tutte le genti, mentre le sue artiglierie continuavano a fulminare, per non lasciar cader l'inganno, dalle rive di Valenza. Il colonnello Andreossi e lo aiutante generale Frontin spazzavano con cento soldati di cavalleria tutta la riva destra del Po insino a Piacenza, recando anche in poter loro alcune barche, le quali navigavano alla sicura sul fiume, portando riso, ufficiali e medicamenti destinati agl'Imperiali.Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte del generale loro, i Franzesi colla vanguardia composta di cinque mila granatieri e quindici centinaia di cavalli, varcavano felicemente, il dì 7 maggio, su quelle barche medesime e sopra alcune altre che loro si offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte, per tale guisa che il dì 8 quasi tutto l'esercito aveva posto piede sulle milanesi sponde.Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i Franzesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio, terra posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per impedire, se ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli intanto ritirava le genti sull'Adda, sì per serbarsi aperte le strade al Tirolo, e sì per munire Mantova di gagliardo presidio. Avvisava ancora che finchè il grosso de' suoi, che, malgrado delle sconfitte, era tuttavia formidabile, si conservasse intiero sulle rive di questo fiume, pericolosa impresa sarebbe pei Franzesi il correre a Milano. Perlochè si avviava colla maggior parte delle genti a Lodi per guardar il ponte, che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume. Mandava altresì una forte squadra, principalmente di cavalleria, a Casal Pusterlengo, affinchè, passando per Codogno, fosse in grado di servire come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla, ove bisogno ne fosse. Pavia intanto, abbandonata da' suoi difensori, non si reggeva più che con la guardia urbana. Bene erano considerati i disegni di Beaulieu, ma la prestezza franzese gli ebbe guasti; i soldati mandati a Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi, arrivarono non più per contrastare il passo al nemico, ma solo per combattere il medesimo, che già era passato. Buonaparte, che con la solita sagacità prevedeva che quella testa grossa di Austriaci, se le desse tempo di essere soccorsa poteva disordinare i suoi pensieri, si deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli Austriaci la terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta e munito di venti pezzi d'artiglieria alcune trincee; i cavalli, la maggior parte napolitani, che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano la campagna. La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di allargarsi e di assaltar da diversa parte la terra, solo mezzo perchè il combattere fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande; laprima col generale Dallemagne doveva assaltar Fombio sulla sinistra, la seconda, condotta dal colonnello Lannes, dar dentro sulla destra, e finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di attaccar la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada maestra. Fu forte l'incontro, forte ancora la difesa. Gli Austriaci combattevano valorosamente e per natura propria e per la speranza del soccorso vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che non fosse stato fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia de' Franzesi. Andavano gl'imperiali in rotta, ed abbandonato Fombio, si ritiravano a gran fretta a Codogno, con lasciar ai vincitori non poca parte delle bagaglie, trecento cavalli, circa cinquecento tra morti e prigionieri; e sarebbe stata più grave la perdita, se la cavalleria napolitana, condotta massimamente dal colonnello Federici, uffiziale di gran valore, serrandosi grossa ed intera alla coda, ed urtando di quando in quando gagliardamente il nemico, non avesse ritardato l'impeto suo, e fatto abilità ai disordinati Austriaci di ritirarsi.Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano i confederati ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la notte. Aveva Beaulieu avuto le novelle del passo de' Franzesi e del pericolo de' suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila eletti soldati corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno in soccorso di Fombio, credendo che i suoi tuttavia in quest'ultima terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse stato secondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel buio della notte sopra i Franzesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie, seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi, spingendosi oltre, s'impadronirono di parte della terra. Accorreva al subitaneo rumore Laharpe, e, postosi a guida d'un reggimento fresco,marciava per rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto, se nel bel principio di quella mischia, colto nel petto da una palla mortale, non fosse stato tolto subitamente di vita. Soldato di compito valore, ma ancora più di compita virtù, amato da tutti in vita, pianto da tutti in morte.L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani, che le sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto fece che rinfrancò gli spiriti e riordinò le schiere sbigottite e disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi, nell'ardir loro moltiplicando, perchè già si credevano in possessione della vittoria, si allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già si erano riavuti i Franzesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del giorno che i nemici, superiori assai di numero, facevano le viste di assaltarli, pensarono al ritirarsi: il che fecero, prima in buon ordine e regolatamente, poscia disordinati e rotti, instando acremente i Franzesi, oramai consapevoli dei loro vantaggi. La schiera tutta sarebbe stata condotta all'ultimo termine, se per la seconda volta la cavalleria napolitana non le faceva scudo alla ritirata. Perdettero in questo fatto i Tedeschi quasi tutto il bagaglio, non poche artiglierie lasciate nei fossi della terra, molti prigionieri fra i dispersi. Tenevano loro dietro a gran passo i repubblicani, e s'impadronivano di Casale, mentre i residui degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era giunto con tutte le sue forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per l'ultima volta, se, obbligando il fortunato emulo suo a fare un moto eccentrico verso destra per venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse fatto di rompere quell'ascendente che aveva, e trasportare in sè il favore della volubile fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si doveva combattere della salute di Milano, della conservazione della Lombardia, del destinodelle reliquie ancora potenti delle genti imperiali.Aveva ottimamente il capitano austriaco collocato la sua retroguardia, sotto guida del colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli che resistesse quanto potesse, ed, in caso di sinistro, si ritirasse sulla sinistra del fiume. Intanto, per assicurare il passo del ponte, molte bocche da fuoco situava all'estremità di lui presso la sinistra sponda, per modo che direttamente l'imboccavano e spazzare potevano. Nè parendogli che questo bastasse alla sicurezza di quel varco importante, munì la riva sinistra con venti pezzi d'artiglierie grosse, dieci sopra, dieci sotto al ponte, le quali coi tiri loro battendo in crociera, parevano rendere il passo piuttosto impossibile che difficile. Gli Austriaci, cui nè tante rotte nè una ritirata di sì lungo spazio non avevano ancora disanimato, se ne stavano schierati sulla sinistra riva, pronti a risospingere l'inimico disordinato dal passo del ponte, se mai contro ogni credere l'avesse effettuato.Ed ecco arrivare Buonaparte impaziente delle guerre tarde, che, veduti i preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto, si risolveva, correndo il dì 10 di maggio, a far battaglia sul ponte, quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I generali suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero opera di sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la stanchezza dei soldati, le genti menomate dalle battaglie e minorate dalla lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più di tutti, che voleva quel che voleva, e che era, nonchè liberale, prodigo del sangue dei soldati purchè vincesse, persisteva a voler dar dentro, e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque venire a sè un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente rischievole, usa al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbarraglio, diceva loro con quel suo piglio allasoldatesca: «Vittoria chiamar vittoria; esser loro quei bravi uomini che già avevano vinto tante battaglie, fugato tanti eserciti, espugnato tante città; già temere il nemico, poichè già dietro ai fiumi si ritirava: credersi quel Beaulieu, già tante volte vinto, che il breve passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani di Francia; vana presunzione, vana credenza; aver loro passato il Po, re dei fiumi, arresterebbeli l'umile Adda? Pensassero essere questo l'ultimo pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano; dessero adunque dentro francamente, sostenessero il nome di soldati invitti; guardarli la repubblica grata alle fatiche loro, guardarli il mondo maravigliato ed atterrito alla fama di tante vittorie: qui conquistarsi Italia, qui rendersi il nome di Francia immortale.»Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non così tosto erano giunti, che li fulminavano un tuonare d'artiglierie d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo tempestoso di schegge. A sì terribile urlo, a sì duro rincalzo, alle ferite, alle morti, esitavano, titubavano, si arrestavano. Se durava un momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio ed i conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era tempo di starsene dietro le file, correvano, a fronte Berthier il primo, poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes e Dupas, e si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in un mortalissimo conflitto. Le scariche delle artiglierie tedesche avevano prodotto un gran fumo che avviluppava il ponte; del quale accidente valendosi i repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando, riuscirono, coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue, sulla sinistra sponda. Spingeva oltreBuonaparte subitamente i restanti battaglioni; ma le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la vittoria compita, perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano tuttavia una ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierie, calpestavano i cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino, più sanguinosa. Già correvano pericolo i Franzesi di essere rituffati nel fiume, ed obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con sì estremo valore conquistato, quando opportunamente giunse con la sua eletta squadra Augereau, che, udito l'avviso della battaglia orribile, a gran passi dal Borghetto in aiuto de' suoi compagni pericolanti accorreva. Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del tutto sormontare la fortuna franzese. Beaulieu, abbandonato il bene contrastato ponte, si ritirava prestamente con animo di andarsi a porre sul Mincio per serbare le strade aperte al Tirolo e per assicurar Mantova con un grosso presidio.Di pochi prigionieri nella ritirata loro furono gl'Imperiali scemi; bensì perdettero nel fatto due mila cinquecento soldati tra morti e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle artiglierie. Grave fu anche la perdita dei Franzesi, i morti, i feriti, i prigionieri passando i due mila. La ritirata dei confederati assicurò i repubblicani delle cose di Lombardia, e pose in mano loro Pavia, Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva ormai di difesa, tanto solamente indugiava a venir sollo l'imperio repubblicano, quanto tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi. Mescolaronsi a questi gloriosi fatti i saccheggi e le devastazioni.Giunte a Milano le novelle del passo del Po, e dell'abbandonarsi da Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento, poichè vi si prevedeva che poca speranza restava di conservare la città sotto la devozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una popolazione ricca allo approssimarsi di soldatesche nuove non conosciute, e forseanche troppo conosciute. Mancavano nel Milanese le cagioni di mala soddisfazione, e quindi nasceva che, sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non quando lo hanno perduto, non si manifestavano nella felice Lombardia segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per sè, per le famiglie, per le sostanze. Sapevano i Milanesi che pochi erano fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti e rimessi secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi regii o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi partorissero accidenti ignoti e forze terribili. Per la qual cosa vi si viveva in grande spavento.L'arciduca Ferdinando si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella sicura Mantova, o, quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana Germania. Desiderando però, prima di partire, provvedere alla quiete dei popoli, ordinava, con editto del 7 maggio, che i cittadini abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. A dì 9, creava una giunta con autorità di fare quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello Stato, voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far l'ufficio suo continuasse.Avendo per tal guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva il medesimo dì 9 di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra' quali il principe Albani ed il marchese Litta. Una moltitudine di persone di ogni grado, di ogni età e di ogni sesso, fuggendo la furia dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle terre veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla medesima ruina. Seguitava in Milano un interregno di tre giorni.Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più pressava nella guerra, e già stimando Milano in sua potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella generosità dei Franzesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno 14 di maggio entrava Massena con una schiera di dieci mila soldati valorosissimi. L'incontravano al Dazio di porta Romana i municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero salve la religione, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppa; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera d'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci.Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali, o allettati dalla fama o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno dei signori loro, correvano, come in sede propria e di salute nella città conquistata. A costoro si univano i repubblicani milanesi, ed intendevano a far novità. Fra tutti questi gli utopisti, servi di un'opinione anticipata e di un dolce delirio andavano sognando una perpetua felicità. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini da poco, scemi e, come sarebbe a dire, pazzi. V'erano poi quei patriotti che amavano lo stato libero per ambizione: di questi il generalissimo facevane maggiore stima, perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e, per poco che si stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suo disegni. Finalmente quei patriotti, i quali amavano le novità per le ricchezze, e, sperando di pescar nel torbido, gridavano ad alte e spesse voci libertà, non frequentavano mai le stanze di Buonaparte, ma amavano molto aggirarsi frai commissarii e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e mezzani.
A questo tempo avendo i collegati provato con molto danno loro qual dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani di Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla concordia e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il benefizio del tempo, se accettassero. Per la qual cosa pensarono a tentare la disposizione del direttorio di Francia, con introdurre qualche negoziatoa Basilea, città neutrale, e già famosa per le due paci di Prussia e di Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima di tutta la mole, così da questa ed a nome di tutti procedettero le proferte. Scriveva il dì 8 marzo del presente anno Wickam, ministro d'Inghilterra appresso ai cantoni Svizzeri, a Barthelemi, ministro di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a sapere che la sua corte desiderava di restare informata se la Francia aveva inclinazione a negoziare con sua maestà e co' suoi alleati, a fine di venirne ad una pace generale stipulata con giusti e convenienti termini; se a ciò si risolvesse la Francia, mandasse ministri ad un congresso in quel luogo che più sarebbe stimato conveniente da ambe le parti. Desiderava altresì sapere quali fossero i generali fondamenti della concordia che piacesse al direttorio di proporre, affinchè si potesse esaminare se fossero accettabili, finalmente, se i mezzi proposti, non fossero accettati, quali altri avesse a proporre per trovare qualche modo d'onesta composizione. Questa proposta, la qual era del tutto conforme ai modi soliti a usarsi fra i principi, nè avea in sè cosa che potesse offendere l'animo del direttorio, fu molto risentitamente udita da lui, e diede principio a quel costume dottorale e loquace di quei governi repubblicani ed imperiali di Francia di voler insegnare in casa altrui, come se meglio non conoscesse i fatti proprii chi li governa di chi non li governa; ed altresì a quell'uso affatto insolito e veramente enorme di dar consigli o ad un amico o ad un nemico, e di convertire in cagion di guerra il rifiuto di seguitarli. Il direttorio comandava a Barthelemi che rispondesse, desiderare lui la pace, ma desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volontieri le proposte, se quel dire di Wickam, di non aver autorità di negoziare, non desse sospetto intorno alla sincerità inglese. E qui veniano le parole dottorali all'Inghilterra, dopo cui terminava; convenirsialla sincerità del direttorio il palesare apertamente a quali patti ei potrebbe consentire agli accordi; vietare la costituzione della repubblica che niun paese di quelli che erano stati incorporati al suo territorio da lui si scorporasse; delle altre conquiste si negozierebbe. Qui parimente ebbe principio quel metodo veramente incomportabile, usato dai governi che per venti anni l'uno all'altro succedettero in Francia, di volere che una legge politica interna diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.
Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non si seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace concette dalle proferte di Basilea.
Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale, già perduto mezzo lo Stato e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad essere prima condotto all'ultima rovina che la guerra incominciasse pure a romoreggiare sui confini de' suoi alleati. Conoscevano questi la costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi, se le battaglie fossero riuscite infelicemente ed i repubblicani si facessero strada nel cuor del Piemonte, si sarebbe forse alienato da loro. Tentarono dunque il re, ammonendolo che si dichiarasse pel caso d'un sinistro di guerra. Ridotto a queste strette, rispose animosamente Vittorio che correrebbe con loro la medesima fortuna, che persisterebbe nella fede, che non sarebbe per abbandonar la sua congiunzione; non dubitassero che i fatti non fossero per corrispondere alla prontezza dell'animo.
L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in Italia, mandava a governare le genti, invece del Devins, più prudente che ardito capitano, il generale Beaulieu, il quale,quantunque già molt'oltre con gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di stare a fronte di quella furia franzese che meglio si può vincere col prevenirla che coll'aspettarla. Ma quantunque fossero in Beaulieu le qualità più necessarie in un buon capitano, mancava in lui la cognizione dei luoghi, non avendo mai guerreggiato in Italia, nè portò con sè tante forze quante sarebbero state necessarie. Oltre a ciò, sebbene quando fu chiamato generalissimo in Italia, gli fosse stato promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che, per difetto o d'animo o di mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova, nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente all'esercito, ma ancora rettore d'una forte divisione di soldati: il che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro presagio. Nè Beaulieu medesimo era tale che potesse convenientemente governare capitani e genti di diverse lingue e di diverse nazioni, tenendo più del guerriero che del cortigiano, per guisa che, più temuto che amato dai suoi e dai forastieri, era piuttosto obbedito per forza che per volontà. Nè i nobili piemontesi, che sentivano molto altamente di loro medesimi, lo avevano a grado. E Colli, che reggeva sovranamente l'esercito regio ed al quale non mancava nè perizia nè virtù militare, non vivea concorde col capitano austriaco. Questo fu cagione che, contuttochè i due generali operassero di concerto, nei partiti dubbii però, dove aveva gran parte la propria opinione, l'uno non secondava l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la gravità del caso avrebbe richiesto.
Erano per tale guisa ordinati i confederati, che la loro ala sinistra, partendo dalla vicinanza di Serravalle, si distendeva fino alla destra sponda della Bormida; quivi incominciava il corno sinistro de' Piemontesi, che si prolungava fino alla Stura, appoggiandosi coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Ma siccome quello di cui stavanoin maggior gelosia gli Austriaci, erano le possessioni loro in Lombardia, così si erano molto ingrossati nei contorni di Alessandria e di Tortona; ed avrebbero desiderato, per maggior sicurezza delle cose aver in mano la fortezza di Tortona stessa; e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu loro con la solita costanza dinegato dal re, il quale, ancorchè posto nell'ultima necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa conservarsi. Tal era adunque la condizione de' tempi, che il re di Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo Stato, l'imperador di Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa per l'autorità della santa Sede e per l'incolumità della religione; Venezia sperava nella neutralità con armi, Toscana nella consanguinità coll'Austria e nell'amicizia colla Francia; Parma e Modena, nè in pace nè in guerra, dipendevano in tutto dagli accidenti.
Risoluzione principalissima de' reggitori franzesi era di far potente impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti i pensieri loro. A questo si muovevano non solo per desiderio di pascere l'esercito in un paese ricco ed ancora intatto, ma eziandio per la speranza che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio che ne sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero manifestati a favor loro in tutte od in alcune corti d'Europa cambiamenti di importanza. Più special fine loro in tutto questo era di costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale, speravano di trovar in Italia per la forza delle armi compensi ad offerire a quel principe in iscambio de' Paesi Bassi, che ad ogni modo voleano conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano che ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata alla pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i più grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. Alqual primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni loro: del modo, o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano.
Siccome quando si vuol perdere qualcheduno, ei s'incomincia a fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto, pretesto di ostilità, così i Franzesi uscirono con richiedere Venezia che scacciasse da' suoi Stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela del diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dello infortunio, se ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava al governo repubblicano di Francia che il conte se ne stesse negli Stati veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che altrove; perchè, se era pericoloso per quel governo che dimorasse in paese non solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in favore di lui, assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto od all'esercito del principe di Condè o negli Stati delle potenze in guerra con la Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di querela, non testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo la morte di Luigi XVII, avesse assunto la dignità reale, e fosse in grado di re tenuto da' fuorusciti franzesi, dal ministro di Spagna Lascasas, dal ministro di Russia Mardinof e dal ministro d'Inghilterra Macarteney, che appresso di lui era stato mandato appositamente dal re Giorgio, il senato veneto non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente nè trattato da re; che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre sul territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti che l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile condiscendenza, vivendosene assai ritirato in una villa del conte di Gazola; nel quale contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con le stampe della veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che fece, nella sua esaltazione, alla nazione franzese; che se poi nelle sue azioni segrete ed in privatoteneva pratiche, che certo teneva, per ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si potesse imputare alla repubblica di Venezia.
Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni, lo sdegno del direttorio di Francia; perchè, mentre superbamente comandava al senato veneto che allontanasse da' suoi dominii il conte di Lilla, sopportava molto pazientemente che l'ambasciador di Spagna Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui, come col re di Francia, di affari pubblici trattasse: il che era di ben altra importanza che il dare ricovero ad un principe infelice e perseguitato. Ma la Spagna era più potente di Venezia. Scriveva dunque, il primo marzo del presente anno, in nome e per ordine del direttorio, il ministro degli affari esteri Carlo Delacroix al nobile Querini in Parigi, che poichè Luigi Stanislo Saverio non aveva dubitato di operare in qualità di re di Francia sul territorio della repubblica di Venezia, si era reso indegno all'asilo concedutogli dalla umanità del senato: richiedeva pertanto e domandava fossene privato, e gli si desse bando da tutti i territorii veneziani.
Posto in senato il partito se dovesse la repubblica adempiere la richiesta del governo franzese, ancorchè il procurator Pesaro generosamente contrastasse, ricordando con parole gravissime alla repubblica la bruttezza del fatto e l'antica generosità di Venezia, fu vinto con cento cinquanta sei voti favorevoli e quaranta sette contrarii. Orarono in questo fatto contro l'opinione del Pesaro i savii del consiglio Alessandro Marcello, Nicolò Foscarini e Pietro Zeno, rappresentando che la pietà verso un principe forestiero non doveva più operare negli animi dei padri che la carità verso la patria. Brutta certamente e vituperosa deliberazione del senato fu questa, nè ad alcun modo scusabile e tanto meno quanto si vedeva chiaramente che il vituperio non avrebbe bastato a partorir salute.
Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del partito dal senato preso. Delegossi a far l'ufficio il segretario Giuseppe Gradenigo ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze del conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal conte d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti, eseguirono quello che dalla signoria era stato loro comandato. A tale annunzio rispose gravemente: partirebbe, ma per forza; gli si portasse intanto il libro d'oro, che ne cancellerebbe di sua mano il nome dei Borboni; se gli restituisse l'armatura di Enrico IV, suo glorioso avolo, data in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il dimorar più lungamente in un dominio che per debolezza obbediva ai comandamenti degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza dilazione, e sotto nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito dei Franzesi fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che partisse, fece mandato al ministro di Russia appresso al senato, acciocchè in vece sua cancellasse sul libro d'oro il nome dei Borboni, e l'armatura di Enrico in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli rammentava, che per l'affezione e la fede che aveva posta in lui, gli affidava quanto di più caro e di più prezioso aveva, e quest'era il ritratto del re suo fratello. Gli ricordava infine e gli raccomandava i suoi sudditi fedeli, particolarmente il conte di Entraigues, che nel dominio dei Veneziani rimanevano.
Intanto per gli uffizii fatti per ordine del senato dai ministri veneziani presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice delle Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del conte, si acquetò il negozio del libro d'oro e dell'armatura di Enrico.
Oggimai si avvicinano le calamità d'Italia. «La tirannide sotto nome di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri ed uno spogliare i ricchi, un gridare controla nobiltà pubblicamente ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà e disprezzarli, un incitarli contro i re ed un perseguitarli per piacere ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza, non come mezzo di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le più sante cose antiche stuprate per derisione o per ladroneccio, le più sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un rubar di monti di pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di ricchi, un incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare ha di più atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la prepotenza ha di più insolente.... conculcata hanno e desolata in fondo la miseranda Italia. Nè più si vanti ella dell'esser bella, o il giardino dell'Europa, o, come la chiamavano, la terra classica delle arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur troppo sono, non la fecero segno di rispetto, ma sì di preda e di derisione.»
Era risoluzione irrevocabile del governo franzese in quest'anno di tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie spianate, le armi pronte, gli animi de' soldati accesi, la fame stessa che li tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta mole, poichè, giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'europea guerra, mancava un generale capace di mente, invitto d'animo e d'audacia pari alle difficoltà che si prevedevano. Fecero adunque avviso di mandare la magnifica impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di buon guerriero per le cose fatte a Tolone e nella riviera. Presentendo egli, per la vastità e la forze dell'animo suo, quello che fosse capace di fare, quantunque dinatura superbissima ed insofferente fosse, non cessava di sollecitare e d'infestare con tenacissima perseveranza e con preghiere continue il direttorio, affinchè gli commettesse la condotta dell'italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni motivi segreti che si spiegheranno in progresso, i quali, se non sarebbero piaciuti a Carnot ed a Lareveillère Lepeaux, quinqueviri, che gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto specie di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo si aggiunse un matrimonio ch'ei fece grato a Barras, sposandosi con Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro Beauharnais.
Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato e di cupidità ardentissima di dominio fu commessa da chi reggeva la Francia, in iscambio di Scherer, del cui ingegno frutto era il primo disegno d'invadere l'Italia, l'opera di conquistare l'Italia. Nè così tosto ei giunse al governo dell'esercito, che mostrò quanto fosse nato per comandare; imperciocchè, quantunque più giovine di tutti i suoi predecessori, si compose in maggior dignità, e, non dimesticandosi con nissuno, pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore fra gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau e gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque che i nodi dell'esercito viemmaggiormente si ristrinsero, furono i soldati più pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto. Era l'esercito finito di ben cinquanta mila combattenti, poveri sì di arnesi e penuriosi di vettovaglie, ma abbondanti di coraggio e forti di volontà: quel lusinghevole pensiero di correre come signori d'Italia li rendeva ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle speranze la possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano franzese quanto volesse, purchè battesse l'Austriaco, il separasse dal Piemontese, sforzasse Genova a dar denaroe la fortezza di Gavi; se Genova non desse Gavi per amore, lo prendesse per forza; instigasse i malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente o particolarmente insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza o per arte subdola; quel che segue per sete di rapina, conciossiacchè mandavagli facesse una subita correria contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia atterrita, rapite le ricchezze ed involati i voti appesi da' fedeli in tanti secoli: tanto era smisurata in quel governo la cupidità del rapire e del fare di ogni erba fascio.
Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe con Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena ed a sinistra Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte de' Piemontesi, Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore. Disegnava il generale repubblicano di far impeto contro la mezzana schiera de' confederati, acciocchè, rotta che ella fosse, potesse entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi: conseguito questo intento, i primi si sarebbero ritirati nell'Oltre-Po, i secondi, rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come credeva, facilmente accettato gli accordi, separandosi dalla confederazione dell'imperadore. A questo fine, e sapendo che grandissima gelosia avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e comoda strada della Bocchetta accennava Milano, aveva ordinato a Cervoni occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo, fece marciare da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra Signora dell'Acquasanta, strada che mette direttamente alla Bocchetta; e questa squadra conduceva con sè molti pezzi di artiglierie sì grosse che minute.
Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni franzesi, si era deliberato a prevenirlo.Aveva egli assembrato in Sassello una grossa schiera composta di dieci mila Austriaci e quattro mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel mezzo della fronte francese, e, dopo di averlo fracassato, riuscire a Savona, con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e presa tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti. Non pertanto, per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di accostarsi a tempo del conflitto in aiuto della mezzana, si era risoluto ad assaltar questa terra. Il dì 10 aprile, circa le tre pomeridiane, givano i Tedeschi all'assalto di Voltri con sei mila fanti e quattro bocche da fuoco. Alcune navi da guerra inglesi secondavano lo sforzo loro con ispessi tiri dal mare vicino. Non potendo i Franzesi rispondere a tanti assalti, furono rotti, diventarono i Tedeschi padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se avessero incominciato la battaglia più per tempo, tutta la forza franzese di Voltri sarebbe stata o morta o presa; ma sopraggiunse la notte, dell'oscurità della quale opportunamente valendosi i repubblicani, si ritiravano a Varaggio ed alla Madonna di Savona.
In questo mezzo tempo Argenteau e Roccavina non erano stati a bada; anzi, mossisi da Sassello, assaltarono grossi ed impetuosi le trincee estemporanee fatte dai Franzesi a Montenotte. Difendeva i Franzesi la fortezza del luogo, favoriva i Tedeschi il maggior numero; gli uni e gli altri infiammava un incredibile valore: stava in mezzo, qual premio al vincitore, l'innocente l'Italia. Si combattè coi cannoni, coi fucili, con le spade, con le mani. Maravigliavansi i Franzesi a sì feroce assalto; maravigliavansi i Tedeschi a sì lunga resistenza. Finalmente, dopo molto sangue, riuscirono questi ad entrare per bella forza dentro le due trincee più basse, e se ne impadronirono. Rimaneva a conquistarsi la terza; contro di lei voltarono i Tedeschi tutto l'impeto dell'armi loro vittoriose. Qui sorse una battagliatale che poche di simil fatta, per la virtù dimostrata dagli assalitori e dagli assaliti, sono tramandate dalle storie. Incominciavano a sormontare gl'imperiali, trovandosi assai più grossi, e già sul ciglione medesimo della trincea si combatteva asprissimamente da vicino. Ma in questo forte punto il collonnello Rampon, sotto la custodia del quale era la trincea, a patto nessuno sbigottitosi a quell'orribile fracasso, che anzi tanto più infiammandosi nel suo coraggio quanto più era grave il pericolo, animosissimamente rivoltosi a' suoi soldati, fece lor prestare quel bel giuramento che fia eterno nelle storie, di non cedere se non morti. Il valor dei Franzesi diventò più che sprezzo di morte, e con tanta pertinacia, con tanta ostinazione, con un menar di mani tanto tremendo combatterono, che ributtati, furiosamente da ogni assalto i Tedeschi, sopravvenne la notte, senza che eglino potessero conquistare la trincea tanto contrastata e tanto importante. Gli uni e gli altri, sull'armi loro posando, aspettavano la luce del seguente giorno, che doveva in un nuovo conflitto definire la spaventevole contesa. Ma il generalissimo Buonaparte, nella notte stessa, con pari celerità ed arte mandò a tutta fretta un rinforzo da Savona a Montenotte, il quale non solamente rinfrancò gli spiriti dei difensori della trincea, ma diede agio a Rampon di empiere di soldati a destra ed a sinistra le boscaglie. Al tempo stesso comandò a Laharpe, andasse avanti con tutta l'ala diritta, e snodasse minutamente l'ala sinistra dalla mezzana degli alleati. E per rendere vieppiù la vittoria certa, ed arrivare al fine principale di tutto il disegno, marciava egli medesimo con due forti colonne, sperando di sgiungere la mezzana governata da Argenteau e da Roccavina dalla destra retta da Colli. Spuntava appena l'aurora del giorno 11, che Argenteau, senza prima aver fatto esplorare le boscaglie, iva baldanzoso all'assalto; ma non era ancora il suo antiguardo arrivato vicino alla trincea, chevenne assalito ai fianchi da una tempesta di moschetti, che procedeva dai soldati imboscati, e da un'impetuosa scaglia lanciata dal ridotto. A tale sanguinoso intoppo s'arrestarono, titubarono, si disordinarono, diedero indietro le sue genti: Roccavina ferito gravemente, lasciato il campo di battaglia, andava a ricoverarsi in Acqui. Pure v'era speranza, con qualche rinforzo e dopo respiro, di ricominciar la batteria; ma ecco arrivare infuriando dall'un canto Buonaparte, dall'altro Laharpe. Fu allora forza ai confederati di ritirarsi piucchè di passo per non essere posti negli estremi, ed il forzato loro movimento fece riuscir ad effetto il pensiero di Buonaparte dell'aver voluto separare i Piemontesi dai Tedeschi. Morirono nella battaglia di Montenotte meglio di due migliaia di buoni soldati dalla parte dei confederati; circa tre mila tra feriti e sani vennero come prigionieri in poter del vincitore. Dalla parte dei repubblicani pochi furono i prigionieri, molti i feriti, più di un migliaio incontrarono la morte. Ma perchè quello che avevano i repubblicani conseguito, cioè la separazione degl'imperiali dai regii, non venisse loro guasto per una nuova riunione, il che poteva venir fatto finchè i confederati stavano più su nella valle della sinistra Bormida a Millesimo che nella valle della Bormida destra, dove stanziavano a Dego ed a Magliani, era necessario cacciarli più sotto nella prima. Quindi nacque pei Franzesi la necessità di dar l'assalto al posto di Magliani e d'impadronirsi di Millesimo.
Il secondo di questi fini fu conseguito da Augereau, il quale per viva forza superò i passi dei monti che dividono le due valli. Era alla guardia della sinistra Bormida il vecchio, ma prode generale Provera con un corpo franco austriaco e quindici centinaia di granatieri piemontesi. Posto egli in molto pericolosa condizione, volle con sano consiglio ritirarsi a mano manca verso gli Austriaci; ma gli venne impedito il viaggio dalla Bormidache, cresciuta per pioggie abbondanti, correva torbida ed impetuosa. Fece allora l'animosa risoluzione di salirsene in cima al monte, dove siede il vecchio castello di Cosseria, ed ivi senza artiglierie, senza munizioni, senza sussidio alcuno di cibo o di acqua attendeva a difendersi. Augereau che conosceva ottimamente che fin tanto che quel freno del castello di Cosseria fosse in mano del nemico, non era possibile di consuonare co' suoi verso il centro e la destra, si accinse a fare ogni sforzo per superarlo. Tre volte andarono i repubblicani all'assalto, altrettante furono risospinti con immenso valore dagli assaltati. Pernottarono i Franzesi a mezzo monte. Ma era sitibonda all'estremo la guernigione; chiedeva Provera quant'acqua bastasse ai feriti; la negava Augereau. Arrivava il giorno 14 aprile: la fame e la sete operarono ciò che la forza non aveva potuto; diessi la piazza ai vincitori. Ai medesimo tempo Rusca cacciava i Piemontesi da San Giovanni di Murialto, e la vittoria di Cosseria abilitava Augereau a superare Montezemo; il che diè facoltà ai Franzesi di spiegar la bandiera loro nella valle del Tanaro, ed indusse Colli alla necessità di correre a difender Ceva e Mondovì.
Queste cose succedevano a sinistra dei repubblicani; ma altre di maggiore importanza preparava la fortuna in mezzo e a destra. Quantunque gli alleati avessero toccato una grave sconfitta a Montenotte, le sorti loro avrebbero potuto facilmente risorgere, perchè nè erano perduti d'animo, nè mancavano di passi forti a cui potessero ripararsi: massimamente insino a tanto che la strada del Dego non era libera al nemico, non temevano ch'ei potesse fare un'impressione d'importanza in Piemonte. Laonde applicarono l'animo a farsi forti per quella strada; dall'altra parte i Franzesi pensavano a sforzarla. Gli Austriaci in numero di circa quattro mila soldati, ai quali si erano accostati i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato,si fortificarono a questo fine sui monti di Magliani ed altri, facendovi un ridotto munito d'artiglieria e grande abbattuta d'alberi. Diedero loro tempo due giorni i Franzesi a fornire le loro fortificazioni in quei luoghi eminenti e difficili. La principal difesa degli alleati consisteva nel ridotto di Maglioni, che stava a ridosso del castello del medesimo nome.
I repubblicani, per aprir quella strada che i confederati avevano serrata, comparivano alle due meridiane del dì 13, minacciosi e grossi di quindici mila combattenti, facendosi avanti sino alla Rocchetta del Cairo, ad un miglio distante di Dego. Quivi si spartirono in tre colonne che si accostarono ai siti occupati dai confederati. Ma non furono questi fatti che minaccie, tentativi per iscoprir bene il sito e la forza del nemico. A questo fine appunto Buonaparte, giunto che fu al Colletto, fece trarre d'una forte cannonata, per prender notizia del nemico, sperando che gli alleati, credendosi assaliti, e rispondendo, lo avvisassero dei luoghi dove si trovavano, il che gli riuscì come aveva sperato. Ma l'urto dei due forti nemici doveva succedere nel dì 14, nel quale i repubblicani, risoluti di venire al cimento, si spartirono, come innanzi, in tre parti. Le molte mosse loro erano con molta maestria di guerra pensate, e furono altresì con molto valore eseguite. Riuscì terribile l'urto al Poggio ed alla Sella; vi morirono molti buoni corpi da ambe le parti. Saliva di fronte la mezzana, ma posatamente per aspettare l'effetto dell'assalto dato sui due fianchi. I Franzesi, dopo un combattimento sostenuto quinci e quindi con molta ostinazione, riuscirono finalmente ad aver vittoria sui due lati, cacciando i nemici loro dal Poggio e da Monterosso. Si fece allora avanti la mezzana ed entrò forzatamente, nel castello di Magliani dove uccise i soldati di Giulay, che tutti vollero piuttosto morire che cessar di combattere. Restava il ridotto di Magliani, principale propugnacolo degli alleati,dal quale tempestavano con una furia incredibile di palle e di scaglie. Fu quivi assai dura l'impresa pei repubblicani, perchè i confederati, maravigliosamente inferociti, traevano spessissimamente a punto fermo, e solo a cento passi di distanza. Finalmente dopo tre ore di sanguinosissima battaglia, e solamente verso la sera, venne fatto ai Franzesi, che accorrevano contro il ridotto da tutte le bande, d'impadronirsi di quel forte sito, cacciatine a forza i difensori. Si precipitarono allora gli alleati nella valle delle Cassinelle per guadagnar prestamente la strada per a Pareto; ma i Franzesi li seguitarono a corsa, e quella colonna che s'era spartita al principio del fatto dalla destra schiera, che se ne stava ai Pini, scagliossi ancor essa siffattamente contro i fuggiaschi, che ne furono quasi tutti o morti o presi: tutti anzi sarebbero stati sterminati, se i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato, fatto un po' di testa al monte Scazzone, non avessero fatto ala a coloro che fuggivano, cacciati dalla furia franzese che gl'incalzava. Perdettero gli alleati in questa battaglia meglio di due mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; i repubblicani poco più di duecento. Ma grave perdita pei primi fu quella che susseguitò, del castello di Cosseria, perchè stretto già Provera, come abbiam detto, dalla sete e della fame, perduta la speranza d'ogni aiuto poichè vide dall'alto la sconfitta de' suoi, non indugiò più ad arrendersi. Argenteau, invece di soccorrere i difensori di Magliani coi cinque o sei mila soldati che avea seco a Pareta, il che avrebbe potuto facilmente cambiare la fortuna della giornata, li mandò a far massa ad Acqui.
Questa fu la battaglia che meglio di Magliano, che di Millesimo, si chiamerebbe, perchè a Magliano concorsero le principali forze delle due parti, e nel luogo medesimo succedette il più forte conflitto. La notte che seguì il giorno della battaglia, il tempo stato nuvoloso, diventò piovoso;piovve a rotta verso l'alba. Tra per questo e per pensare i Franzesi a tutt'altro, fuorchè il nemico vinto avesse a prendere così tosto nuovo rigoglio ad assaltarli, si guardavano negligentemente, e solo cinque a seicento vegliavano alla difesa delle trincee. Ed ecco appunto che in sul far del giorno il colonnello Wukassovich, accompagnato dal luogotenente Lezzeni, con un corpo di circa cinque mila soldati compariva improvvisamente alla vista di Magliani. Aveva Argenteau, perduta la battaglia di Montenotte, ordinato a Wukassovich venisse tosto a raggiugnerlo al Dego ed a Magliani; ma per poca mente, che anche la sventura gliela faceva girare, gli aveva indicato per la mossa un giorno più tardi di quello che avesse in animo, dimodochè il colonnello, invece di arrivare al dì 14, che forse avrebbe vinto la battaglia, arrivava il 15. Non ostante che con sua gran maraviglia avesse veduto, strada facendo, la fuga de' suoi, e che il nemico aveva occupato Magliani, si risolveva a dar dentro risolutamente, e già urtava il castello ed il ridotto. Risentitisi a sì improvviso accidente i Franzesi, muovevansi a corsa verso il ridotto per difenderlo; ma nè ebbero tempo di schierarsi, nè di apparecchiare le artiglierie, e quel forte sito, che con tanta fatica e sangue avevano conquistato, ritornava, quasi senza contrasto, in potestà dei confederati, in un con le artiglierie che munivano i luoghi, e con molta strage dei Franzesi, che si diedero alla fuga.
Massena, a così fortunoso caso riscossosi e gettatosi al piano, frenava primieramente l'impeto dei suoi che fuggivano verso il Colletto; poi ordinatili di nuovo in tre colonne, come nella battaglia del dì 14, li conduceva all'assalto. Ma se Massena non era capace di timore, non era nemmeno Wukassovich: qui la battaglia divenne orrenda. La sinistra era alle mani con le guardie avanzate austriache, che si difendevano con singolare ardimento; la mezzana pativa assai,perchè i Tedeschi fulminavano dal ridotto, e già i soldati stanchi e impauriti si nascondevano per le case. La destra medesimamente trovava un feroce rincalzo. Massena, veduto titubare i suoi, mandò avanti la squadra di ricuperazione, e postata dietro alla mezzana, impediva che coloro che davano indietro passassero il Grillero. La colonna di mezzo, da lui incoraggita e dagli altri generali, già arrivava fin sotto al ridotto; ma uscitine impetuosamente gli Austriaci, la urtarono e rincacciarono sino al castello. La sinistra ancor essa era stata risospinta con grave perdita; la destra non faceva frutto; già il quarto assalto era riuscito vano. Arrivava in questo punto con sei mila soldati Laharpe. Novellamente si raccozzavano, si riordinavano, si muovevano, si serravano contro il nemico; nè ciò ancor bastava a piegare la costanza austriaca. Dopo tanti rincalzi e tante stragi, incominciavano i Franzesi a dubitare della battaglia. Buonaparte, che vedeva l'importanza del fatto, accorreva coi soldati vincitori di Cosseria, e con impeto unito menava i suoi ad un ultimo assalto. Puntarono acremente la destra e la sinistra sui fianchi; la mezzana, ingrossata e rinfrescata, assaliva di fronte. Urtati da tante parti, continuavano gli Austriaci a combattere; cacciati dal ridotto, combattevano dalle case; cacciati dalle case, combattevano dalle boscaglie; finalmente cacciati anche da queste e pressati da ogni banda, minacciosi e rannodati si ritiravano.
Perdettero gli Austriaci in questa battaglia, tra morti, feriti e prigionieri, sedici centinaia di buoni soldati con tutte le artiglierie loro; ma non fu nemmeno senza sangue pei Franzesi la vittoria. Tra morti feriti e prigionieri, mancarono più di ottocento soldati. Argenteau errò in molti modi, e nella battaglia di Montenotte e dopo di lei, e massimamente in quella di Magliani, per modo che ei fu costretto di combattere con una parte delle sue forze contro la maggior partedi quelle del nemico. Sollevossi fra l'austriaca gente un romore ed uno sdegno grandissimo contro di lui; accusandolo tutti dell'infelice successo delle battaglie di Loano, di Montenotte e di Magliani, delle quali la prima preparò la strada, le altre l'apersero alla conquista d'Italia. Beaulieu il fece arrestare e condurre a Mantova, poi a Vienna, perchè fossevi preso dell'error suo da un consiglio di guerra debito giudizio. Ma il nome di Wukassovich rimarrà nella memoria dei posteri a giusto titolo glorioso, come di uno de' migliori guerrieri de' nostri tempi.
Lo splendore della vittoria franzese fu oscurato dal furore del sacco. Molti fra i repubblicani, non perdonando nè a cosa sacra, nè a profana, riempivano i paesi di terrori e di fughe. Queste enormità, che tanto contaminavano il nome di Francia, abbominavano molti generali, abbominavano i soldati buoni; ma quelli non potevano impedirle coi comandamenti, nè questi con l'esempio. Serrurier, Chambarlac, Maugras, Laharpe ne mossero gravissime lagnanze, e tanto si concitarono, che, per non più vedere e dover comportare sì abbominevoli eccessi, chiedean licenza a Buonaparte generale di potersene ire; soprattutto esclamavano contro gli scellerati amministratori, che ridotti avevano i soldati dell'italica oste od a farsi ladri ed assassini od a morir di fame.
Seguitando la narrazione dei fatti, dopo la vittoria di Magliano, insistendo velocemente Buonaparte nei prosperi successi, era venuto a capo del suo pensiero di separare gli Austriaci dai Piemontesi; nel che tanto più facilmente riuscì, che nè Beaulieu si curò molto di starsene unito a Colli, nè Colli a Beaulieu, perchè alcuni semi di discordia già erano prima dei raccontati fatti tra di lor sorti, e, come suole accadere nelle disgrazie, gli Austriaci accusavano i Piemontesi di non avergli aiutati, i Piemontesi davano il medesimo carico agli Austriaci. Finalmente premeva più a Beaulieu l'accorrerealla difesa del Milanese, a Colli a quella del Piemonte. Di questa dissidenza dei capi accortosi Buonaparte, quantunque gli fosse stato ingiunto di perseguitar piuttosto gli Austriaci che i Piemontesi, si risolveva serrarsi addosso agli ultimi, sperando di costringere fra breve il re di Sardegna alla pace, per voltarsi poscia, assicuratosi alle spalle, con maggiore speranza di vittoria alla conquista della Lombardia. Voltò adunque il capitano di Francia del tutto i pensieri a voler vedere quello che fosse per partorire in Piemonte la presenza dei repubblicani. Due erano i modi che voleva usare; la forza, con perseguitar da vicino co' suoi soldati vittoriosi le reliquie delle truppe reali; l'astuzia, col tentar di far muovere i popoli con le parole di libertà contra l'autorità del re. A questo era disposto per sè e comandato dal direttorio, che tentasse per ogni mezzo di dare spirito ai novatori, e tanto più ciò facesse quanto più si ostinasse il Piemonte a voler perseverare nella sua congiunzione con la lega e nella guerra. Adunque ordinato ogni cosa, e collocato un grosso corpo nei contorni del Dego per appostar gli Austriaci, acciocchè non tentassero nulla a suo pregiudizio, si avviava verso Ceva, contro cui aveva già mandato con molte forze Augereau e Serrurier.
Erasi Colli, dopo l'infelice successo della giornata di Maglioni, e dopo che pel fatto di Cosseria era stato obbligato di lasciar al nemico la possessione di Montezemo, ridotto coi Piemontesi nel campo trincerato che per difesa della fortezza di Ceva era stato ordinato alla Pedagiera ed alla Testa-nera, sito che signoreggia la fortezza. Assaltò Buonaparte impetuosamente questo campo; gli fu anche virilmente risposto; durò la battaglia molte ore con molto sangue da ambe le parti, nè vi fu modo di far piegare i regii che, con valore difendendosi, respingevano costantemente il nemico. Succedeva questa fazione il 16 aprile. Pernottarono repubblicani e regii ai luoghi loro; mail giorno seguente, ingrossatisi molto i primi, rinfrescarono l'assalto più forte di prima, nel quale, sebbene animosamente si difendessero i regii, temendo Colli di essere spuntato da' lati, lasciato un grosso presidio nella fortezza, ritraeva le genti, con andar ad alloggiarle in sito molto opportuno là dove la Cursaglia mette nel Tanaro. Occuparono, fatta questa ritirata, i repubblicani subitamente la città di Ceva, nè così tosto l'occuparono che vi fecero grosse tolte di pane, e posero taglie di denaro. Attaccarono i repubblicani superiori di numero l'esercito regio ne' campi della Niella e di San Michele, ma non poterono sloggiarlo, pel duro contrasto che vi fece. Al 20 massimamente si combattè con molto sangue: pure stettero fermi alla pruova i Piemontesi per modo che Serrurier si ritirava assai malconcio e disordinato. In fine quel valoroso Massena, il quale, nato suddito del re, più di tutti operò per abbattere la sua potenza, passato, la notte del 21, il Tanaro a guado presso Ceva, aveva occupato Lesegno. Dall'altra parte Guyeu e Fiorella, essendosi fatti padroni del ponte della Torre, mettevano Colli in pericolo di essere circondato da' repubblicani alle spalle: il che avrebbe condotto quell'esercito, ultima speranza della monarchia piemontese, ad una estrema rovina. Per lo che, levato il campo occultamente alle due della notte, e conducendo seco tutte le artiglierie e le bagaglie, si incamminava frettolosamente, ma ordinatamente, alla volta di Mondovì. Il seguitarono velocemente i repubblicani, ed il raggiunsero a Vico, dove allo spuntar del giorno seguì la battaglia che i Franzesi chiamano di Mondovì. Ma non fu battaglia giusta, che intento di Colli non era di darla, ma solo di ritardar tanto il perseguitante nemico che potesse condur in salvo le artiglierie ed il bagaglio, come potè conseguire, mettendo ne' luoghi sicuri dietro l'Ellero ed il Pesio le armi grosse e tutti gl'impedimenti. Ritirossi poscia in un forte alloggiamento oltre laStura, con Cuneo alla destra e Cherasco alla stanca. In tale modo un umile fiume, un esercito valoroso, ma vinto, e due piazze, una forte, l'altra debole, restavano soli impedimenti a' Franzesi, onde non inondassero tutto il Piemonte, e non sventolassero le insegne repubblicane sotto le mura della città capitale di Torino.
L'audace Buonaparte, non contento se prima non avesse rotto ogni resistenza, usava l'estrema forza e l'estrema astuzia. Minacciava dall'un canto di varcar la Stura, dall'altro impadronitosi d'Alba per mezzo di Laharpe, città posta sulla riva del Tanaro sotto la foce della Stura, era in grado di passare il primo di questi fiumi e di correre alle spalle de' Piemontesi. Oltre di questo, per rizzare a spavento del governo una prima bandiera di ribellione, aveva operato, e l'ottenne anche facilmente, che alcuni abitatori di Alba, instigati principalmente da Bonafons, fuoruscito piemontese venuto coi repubblicani, ed a cui erasi accostato un Ranza, uomo dabbene, nè senza lettere, ma cervello disordinato, facessero un movimento contro l'autorità regia, mandando fuori bandi di volersi costituire in repubblica. Nè contenti a questo Bonafons e Ranza, procedendo immoderatamente, mandavano altri bandi repubblicani al clero del Piemonte e della Lombardia, siccome pure ai soldati Napolitani e Piemontesi. Adunque, e per questi romori, e per esser padrone il nemico del passo del Tanaro in Alba, e per essere Cherasco in sè stesso poco difendevole, temendo Colli di essere assaltato alle spalle, lasciato Cherasco, si ritraeva, per sicurezza di Torino, alle stanze di Carignano.
Ora era giunto il re di Sardegna a quell'estremo punto, in cui o far doveva una risoluzione magnanima, o sottoporre il collo ad un nemico insolente e ad un governo disordinato e del tutto diverso dal suo. Adunossi in tanto precipizio di cose il consiglio, al quale assistettero il re ed i principi reali, con tutti i ministridello Stato. Drake, ministro d'Inghilterra a Genova, trasferitosi a Torino, ed il marchese Gherardini, ministro d'Austria, temendo che in agitazione sì grave il re fosse per separare i suoi consigli da quei della lega, e desiderando sommamente di interrompere questa cosa, non avevano mancato all'uffizio loro, con tenerlo continuamente sollecitato, perchè voltasse il viso alla fortuna e stesse in fede, molte e molte cose rappresentandogli, e conchiudendo, considerasse bene quanto da lui richiedessero Italia ed Europa, nè consentisse che in lui più potesse un romor repentino che i veri interessi del suo reame. Dimostravasi Vittorio Amedeo costantissimo a voler continuare nella fede data: difenderebbe Torino sino all'ultimo, o andrebbe ramingo, se così fortuna volesse, non consentirebbe a pace con un nemico odiosissimo. Il secondava nella medesima sentenza il principe di Piemonte, nel quale, come primogenito regio, doveva pervenire il regno, non per motivi di Stato soltanto, ma sì ancora di religione, parendogli, come a principe religiosissimo, troppo abbominevole aver per amici coloro che stimava eretici e nemici di Dio; temeva la propagazione de' principii loro anche in Piemonte, ed abborriva una pace ancor più rea verso gli uomini. Ma dal cardinale Costa, arcivescovo di Torino, personaggio, nel quale risplendevano ingegno, dottrina ed amor singolare di lettere e di letterati, fu ragionato in contrario, «essere il pericolo della ribellione imminente, la necessità più forte della fede; il cacciare i Franzesi dal Piemonte del tutto impossibile; meglio avergli amici che nemici; ponendo anche l'Austria di eguale potenza della Francia, esser questa vicina, quella lontana; riuscir più facile ai Franzesi l'invadere il Piemonte, che agli Austriaci il preservarlo; potere l'Austria, come lontana, perseverare nella guerra; dovere il Piemonte pensare ai casi suoi; nella supposizione favorevole diventerebbe il Piemontecampo di guerra, pieno di ruberie, di devastazioni e di uccisioni; e se già a mala pena si poteva resistere a' Franzesi, come si sarebbe potuto resistere ai Franzesi stessi ed ai sudditi tumultuanti a perdizione del regno?.... Sperar la guerra tanto felice ch'ella reintegrasse il re delle perdute Savoia e Nizza per la forza dell'armi, esser piuttosto fola da infermi che argomento d'uomini ragionevoli; all'incontro potere i Franzesi, dal canto de' quali allora stava la probabilità della vittoria, e volere ed offerire nel conquistato Milanese grassi ed adequati compensi: sì certamente essere infido quel franzese governo, ma poter tendere maggiori insidie in guerra che in pace, perchè la guerra fa le insidie lecite, la pace le fa infami; variare consiglio il savio al variare degli eventi, e poichè la fortuna aveva addotto un accidente, non che straordinario, maraviglioso, doversi anche fare una risoluzione straordinaria. Loderebbonla gli uomini prudenti, benedirebbonla i sudditi fatti immuni dalle esorbitanze incomportevoli della guerra; assai e pur troppo essersi fatto per mantenere la fede promessa; dimostrarlo il sangue sparso, dimostrarlo le innumerevoli morti, dimostrarlo le desolate campagne assai essersi soddisfatto all'onore, ora doversi soddisfare all'esistenza.»
A questa sentenza del consigliar la pace era stato tirato l'arcivescovo per lume proprio e per un conforto dell'avvocato Prina, Navarese, quel medesimo che, d'ingegno acutissimo, d'animo duro, e bel parlatore e maestro singolare del comandare, piacque poi tanto per infelice suo destino a Buonaparte. Il favellare di un uomo tanto grave e tanto pratico delle cose del mondo, qual era il cardinale Costa, commosse tanto e sì maravigliosamente gli animi degli ascoltanti, che fu fatta quella risoluzione che, sottraendo la monarchia piemontese da una dipendenza verso l'Austria, la fecevera e reale serva della Francia. Allora veramente, e non più tardi, perì il reame di Sardegna, allora, e non più tardi, perì la monarchia piemontese.
Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello ed il cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult, ministro della repubblica franzese. Al tempo medesimo fu fatto mandato a Colli di domandare, ed al conte Delatour e marchese della Costa di accordare una sospensione di offese col generale repubblicano; ma non avendo Faipoult facoltà di negoziare, i commissarii s'incamminarono tostamente alla volta di Parigi, affine di stabilire la pace e l'amicizia con la repubblica. Intanto scrittosi da Colli a Buonaparte si sospendessero le offese, rispose nè potere nè volere, se prima non gli si davano due delle tre fortezze di Cuneo, di Alessandria e di Tortona. Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per Ceva, che, oppugnata gagliardamente, con ugual gagliarda si difendeva. Adunque l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima monarchia de' Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di sè medesima, cadere in servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la tregua tra Buonaparte dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro, con questo che i repubblicani occupassero Cuneo il dì 28 aprile, Tortona non più tardi del 30, la fortezza di Ceva subito dopo gli accordi; restassero i Franzesi in possesso dei paesi conquistati oltre la Stura ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare pel Cenisio per a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati dell'imperadore che erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a cinque giorni dopo la conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi Buonaparte tesseva un grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il passo del Po, così stipulava che l'esercito di Francia potesse passare il fiume sopra Valenza. Queste furono le tristi condizioni della tregua, alle quali succedettero pocostante le condizioni più tristi ancor della pace.
A tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligii, si scoraggiano i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i soldati; spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa. Volle anzi in questo la fortuna, solita ad addurre casi strani, che le novelle della debolezza del governo regio, che tanto disordinava le cose comuni, spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi arrivassero prima della circolare scritta dal re, per cui affermava la sua costanza di voler perseverare nella guerra essere inconcussa; delle quali novelle non sapendo l'agente di Sardegna, visitava il conte Ostermann, ministro degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la circolare rappresentandogli, la quale leggendo Ostermann, dava segni di maraviglia, di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del re, di parole che non voglionsi riportare. La somma fu, che squadernò in viso all'agente lo spaccio che conteneva le novelle della tregua, sdegnosamente dicendo che i confederati sapevano ottimamente che la fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Franzesi penetrassero in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re, ad imitazione dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza, avrebbe loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe pretermesso di soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati potuto credere che a un primo impeto ei fosse per mancar d'animo e per posar le armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra guisa alla sicurezza ed agl'interessi degli Stati loro.
Infatti non si vede quale sì inevitabile necessità dovesse condurre il governo regio ad una risoluzione tanto pregiudizievole e tanto inonorata. Di quello poi che fosse a farsi in così grave frangente testimonio irrefregabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire che se il re di Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamentequindici giorni, ei sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene là dond'era venuto. Mancò adunque il governo regio a sè medesimo, non mancarono i popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio Amedeo II, già signori i Franzesi di quasi tutto il Piemonte, e già oppugnanti con ottanta mila soldati, fornitissimi di cavalleria e di grosse artiglierie, la capitale del regno, non disperò delle sue sorti; anzi finalmente con una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo Stato; stupiranno i posteri che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo Stato suo in Italia, intere le fortezze, intero l'esercito al primo romoreggiare d'un quaranta mila Franzesi, difettosi di artiglierie, massime grosse, difettosi di cavalleria, senza denaro per pagare, nè magazzini per pascere i soldati, si sia sbigottito nell'animo e dato subitamente in preda a coloro che con una pace a lui pregiudizievole non altro fine avevano se non di costringere l'Austria ad una pace utile a loro.
Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del Piemonte e posto in sua balia quel primo Stato d'Italia, il che gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava Buonaparte l'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto, mandava fuori un bando che merita di essere attentamente considerato per rilevar l'indole del nuovo capitano di Francia: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso dieci mila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità; vincitori di Tolone, le vittorie del 93 presagiste;vincitori delle Alpi, più fortunate guerre presagiste; non più fra sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro; ecco trepidar coloro che si facevano beffe della miseria vostra; ma se avete operato cose grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinii gli assassini di Basseville; altre battaglie avete a vincere, altre città ad espugnare, altri fiumi a varcare; forse alcuno di voi si ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Digo e di Mondovì bramano tutti di portar più oltre la gloria del nome franzese; tutti vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarsene, tutti quivi con militare vanto dire:Ancor io mi fui dell'esercito conquistatore d'Italia.Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per mia fè, gli orribili saccheggi, sovvengavi che siete liberatori del popolo, non flagello; non contaminate con la licenza le vittorie nè il nome vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato; ogni scellerato soldato, che con gli oltraggi e col ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato a morte.»
Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi, a Franzesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un effetto incredibile: coll'immaginare, già facevano loro la Germania lontana, non che l'Italia vicina. Quel mostrar poi di voler frenare il sacco, era molto astuto consiglio per daresicurtà ai popoli, spaventati da una fama terribile e da fatti più terribili ancora.
Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava lusinghieramente, venire il franzese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo franzese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà; la religione, i costumi, fare i Franzesi la guerra da nemici generosi; solo averla coi re.
Quali sentimenti producessero siffatti incentivi, coloro sel pensino che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da far maraviglia se queste guerre vive dei Franzesi di tanto abbiano prevalso ad ogni altro genere di guerra.
Possente aiuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle. Arrivarono le novelle desideratissime essersi conclusa la pace il dì 15 maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni principali: cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di Savoia e della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva e Tortona, mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa, la Brunetta, Castel-Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a piacere del generale di Francia, Valenza; smantellassersi a spese del re Susa e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse ne' suoi Stati alcun fuoruscito o bandito franzese; restituissersi da ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi ed in perpetua dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni politiche; a libertà si restituissero e dei beni loro posti al fisco si redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere, o di starsene senza molestia negli Stati regii o di trasferirsi là dove più loro piacesse; dei paesi occupati dai Franzesi conservasse il re il governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari, ed a fornir viveri e strame alloesercito repubblicano; disdicesse l'ingiuria fatta al ministro di Francia in Alessandria.
Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito austriaco, congiunto coi soldati di Napoli e con qualche parte di Tedeschi testè arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto l'impeto dei repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente fresca, che dall'Alpi e dagli Apennini a gran passi calava, allettata dalla fama di tante vittorie. La mira principale e tutta l'importanza dell'impresa del generale della repubblica erano d'impadronirsi di Milano: al qual fine due strade se gli appresentavano, di passare il Po a Valenza, o di varcarlo sotto la foce del Ticino. Appigliossi al secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che aveva in sè, dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, il quale, sebbene subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad accordarsi con Francia da Ulloa ministro di Spagna a Torino, non vi aveva voluto consentire.
Adunque, risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le foci del Ticino e dell'Adda, il che dovea anche dar timore a Beaulieu di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile, oltre la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta a Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva continuamente il governo sardo di barche pel valenziano passo, là mandando carri, là artiglierie, là soldati, e facendovi intorno una continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una soprammano inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè vi fu ributtato da' presidii piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva passato il Po a Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive si ritrovavano. Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito e proprio e napolitano, stava attento ad osservare quello che fosse per partorire l'astuzia e l'ardiredell'avversario. Ma, quantunque sperimentato ed accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni del giovane generale della repubblica; perciocchè fece concetto che veramente questi avesse lo intento di varcare a Valenza. Per la qual cosa si era alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per fare due prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio, e rendendosi forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la città di Pavia, posta sul Ticino, vicino al luogo dove si mette nel Po e dov'è un ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita sulle rive del fiume di trincee e di artiglierie. Per questi medesimi motivi aveva lasciato con poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il Ticino e l'Adda, ma ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto che Buonaparte, sicuro oggimai di conseguire il fine che si era proposto, mandava una mano di veloci soldati, comandando facesse due alloggiamenti per giorno, verso Castelsangiovanni. Seguitava egli medesimo più che di passo con tutte le genti, mentre le sue artiglierie continuavano a fulminare, per non lasciar cader l'inganno, dalle rive di Valenza. Il colonnello Andreossi e lo aiutante generale Frontin spazzavano con cento soldati di cavalleria tutta la riva destra del Po insino a Piacenza, recando anche in poter loro alcune barche, le quali navigavano alla sicura sul fiume, portando riso, ufficiali e medicamenti destinati agl'Imperiali.
Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte del generale loro, i Franzesi colla vanguardia composta di cinque mila granatieri e quindici centinaia di cavalli, varcavano felicemente, il dì 7 maggio, su quelle barche medesime e sopra alcune altre che loro si offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte, per tale guisa che il dì 8 quasi tutto l'esercito aveva posto piede sulle milanesi sponde.
Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i Franzesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio, terra posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per impedire, se ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli intanto ritirava le genti sull'Adda, sì per serbarsi aperte le strade al Tirolo, e sì per munire Mantova di gagliardo presidio. Avvisava ancora che finchè il grosso de' suoi, che, malgrado delle sconfitte, era tuttavia formidabile, si conservasse intiero sulle rive di questo fiume, pericolosa impresa sarebbe pei Franzesi il correre a Milano. Perlochè si avviava colla maggior parte delle genti a Lodi per guardar il ponte, che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume. Mandava altresì una forte squadra, principalmente di cavalleria, a Casal Pusterlengo, affinchè, passando per Codogno, fosse in grado di servire come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla, ove bisogno ne fosse. Pavia intanto, abbandonata da' suoi difensori, non si reggeva più che con la guardia urbana. Bene erano considerati i disegni di Beaulieu, ma la prestezza franzese gli ebbe guasti; i soldati mandati a Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi, arrivarono non più per contrastare il passo al nemico, ma solo per combattere il medesimo, che già era passato. Buonaparte, che con la solita sagacità prevedeva che quella testa grossa di Austriaci, se le desse tempo di essere soccorsa poteva disordinare i suoi pensieri, si deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli Austriaci la terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta e munito di venti pezzi d'artiglieria alcune trincee; i cavalli, la maggior parte napolitani, che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano la campagna. La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di allargarsi e di assaltar da diversa parte la terra, solo mezzo perchè il combattere fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande; laprima col generale Dallemagne doveva assaltar Fombio sulla sinistra, la seconda, condotta dal colonnello Lannes, dar dentro sulla destra, e finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di attaccar la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada maestra. Fu forte l'incontro, forte ancora la difesa. Gli Austriaci combattevano valorosamente e per natura propria e per la speranza del soccorso vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che non fosse stato fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia de' Franzesi. Andavano gl'imperiali in rotta, ed abbandonato Fombio, si ritiravano a gran fretta a Codogno, con lasciar ai vincitori non poca parte delle bagaglie, trecento cavalli, circa cinquecento tra morti e prigionieri; e sarebbe stata più grave la perdita, se la cavalleria napolitana, condotta massimamente dal colonnello Federici, uffiziale di gran valore, serrandosi grossa ed intera alla coda, ed urtando di quando in quando gagliardamente il nemico, non avesse ritardato l'impeto suo, e fatto abilità ai disordinati Austriaci di ritirarsi.
Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano i confederati ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la notte. Aveva Beaulieu avuto le novelle del passo de' Franzesi e del pericolo de' suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila eletti soldati corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno in soccorso di Fombio, credendo che i suoi tuttavia in quest'ultima terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse stato secondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel buio della notte sopra i Franzesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie, seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi, spingendosi oltre, s'impadronirono di parte della terra. Accorreva al subitaneo rumore Laharpe, e, postosi a guida d'un reggimento fresco,marciava per rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto, se nel bel principio di quella mischia, colto nel petto da una palla mortale, non fosse stato tolto subitamente di vita. Soldato di compito valore, ma ancora più di compita virtù, amato da tutti in vita, pianto da tutti in morte.
L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani, che le sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto fece che rinfrancò gli spiriti e riordinò le schiere sbigottite e disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi, nell'ardir loro moltiplicando, perchè già si credevano in possessione della vittoria, si allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già si erano riavuti i Franzesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del giorno che i nemici, superiori assai di numero, facevano le viste di assaltarli, pensarono al ritirarsi: il che fecero, prima in buon ordine e regolatamente, poscia disordinati e rotti, instando acremente i Franzesi, oramai consapevoli dei loro vantaggi. La schiera tutta sarebbe stata condotta all'ultimo termine, se per la seconda volta la cavalleria napolitana non le faceva scudo alla ritirata. Perdettero in questo fatto i Tedeschi quasi tutto il bagaglio, non poche artiglierie lasciate nei fossi della terra, molti prigionieri fra i dispersi. Tenevano loro dietro a gran passo i repubblicani, e s'impadronivano di Casale, mentre i residui degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era giunto con tutte le sue forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per l'ultima volta, se, obbligando il fortunato emulo suo a fare un moto eccentrico verso destra per venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse fatto di rompere quell'ascendente che aveva, e trasportare in sè il favore della volubile fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si doveva combattere della salute di Milano, della conservazione della Lombardia, del destinodelle reliquie ancora potenti delle genti imperiali.
Aveva ottimamente il capitano austriaco collocato la sua retroguardia, sotto guida del colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli che resistesse quanto potesse, ed, in caso di sinistro, si ritirasse sulla sinistra del fiume. Intanto, per assicurare il passo del ponte, molte bocche da fuoco situava all'estremità di lui presso la sinistra sponda, per modo che direttamente l'imboccavano e spazzare potevano. Nè parendogli che questo bastasse alla sicurezza di quel varco importante, munì la riva sinistra con venti pezzi d'artiglierie grosse, dieci sopra, dieci sotto al ponte, le quali coi tiri loro battendo in crociera, parevano rendere il passo piuttosto impossibile che difficile. Gli Austriaci, cui nè tante rotte nè una ritirata di sì lungo spazio non avevano ancora disanimato, se ne stavano schierati sulla sinistra riva, pronti a risospingere l'inimico disordinato dal passo del ponte, se mai contro ogni credere l'avesse effettuato.
Ed ecco arrivare Buonaparte impaziente delle guerre tarde, che, veduti i preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto, si risolveva, correndo il dì 10 di maggio, a far battaglia sul ponte, quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I generali suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero opera di sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la stanchezza dei soldati, le genti menomate dalle battaglie e minorate dalla lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più di tutti, che voleva quel che voleva, e che era, nonchè liberale, prodigo del sangue dei soldati purchè vincesse, persisteva a voler dar dentro, e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque venire a sè un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente rischievole, usa al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbarraglio, diceva loro con quel suo piglio allasoldatesca: «Vittoria chiamar vittoria; esser loro quei bravi uomini che già avevano vinto tante battaglie, fugato tanti eserciti, espugnato tante città; già temere il nemico, poichè già dietro ai fiumi si ritirava: credersi quel Beaulieu, già tante volte vinto, che il breve passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani di Francia; vana presunzione, vana credenza; aver loro passato il Po, re dei fiumi, arresterebbeli l'umile Adda? Pensassero essere questo l'ultimo pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano; dessero adunque dentro francamente, sostenessero il nome di soldati invitti; guardarli la repubblica grata alle fatiche loro, guardarli il mondo maravigliato ed atterrito alla fama di tante vittorie: qui conquistarsi Italia, qui rendersi il nome di Francia immortale.»
Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non così tosto erano giunti, che li fulminavano un tuonare d'artiglierie d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo tempestoso di schegge. A sì terribile urlo, a sì duro rincalzo, alle ferite, alle morti, esitavano, titubavano, si arrestavano. Se durava un momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio ed i conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era tempo di starsene dietro le file, correvano, a fronte Berthier il primo, poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes e Dupas, e si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in un mortalissimo conflitto. Le scariche delle artiglierie tedesche avevano prodotto un gran fumo che avviluppava il ponte; del quale accidente valendosi i repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando, riuscirono, coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue, sulla sinistra sponda. Spingeva oltreBuonaparte subitamente i restanti battaglioni; ma le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la vittoria compita, perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano tuttavia una ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierie, calpestavano i cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino, più sanguinosa. Già correvano pericolo i Franzesi di essere rituffati nel fiume, ed obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con sì estremo valore conquistato, quando opportunamente giunse con la sua eletta squadra Augereau, che, udito l'avviso della battaglia orribile, a gran passi dal Borghetto in aiuto de' suoi compagni pericolanti accorreva. Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del tutto sormontare la fortuna franzese. Beaulieu, abbandonato il bene contrastato ponte, si ritirava prestamente con animo di andarsi a porre sul Mincio per serbare le strade aperte al Tirolo e per assicurar Mantova con un grosso presidio.
Di pochi prigionieri nella ritirata loro furono gl'Imperiali scemi; bensì perdettero nel fatto due mila cinquecento soldati tra morti e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle artiglierie. Grave fu anche la perdita dei Franzesi, i morti, i feriti, i prigionieri passando i due mila. La ritirata dei confederati assicurò i repubblicani delle cose di Lombardia, e pose in mano loro Pavia, Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva ormai di difesa, tanto solamente indugiava a venir sollo l'imperio repubblicano, quanto tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi. Mescolaronsi a questi gloriosi fatti i saccheggi e le devastazioni.
Giunte a Milano le novelle del passo del Po, e dell'abbandonarsi da Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento, poichè vi si prevedeva che poca speranza restava di conservare la città sotto la devozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una popolazione ricca allo approssimarsi di soldatesche nuove non conosciute, e forseanche troppo conosciute. Mancavano nel Milanese le cagioni di mala soddisfazione, e quindi nasceva che, sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non quando lo hanno perduto, non si manifestavano nella felice Lombardia segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per sè, per le famiglie, per le sostanze. Sapevano i Milanesi che pochi erano fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti e rimessi secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi regii o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi partorissero accidenti ignoti e forze terribili. Per la qual cosa vi si viveva in grande spavento.
L'arciduca Ferdinando si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella sicura Mantova, o, quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana Germania. Desiderando però, prima di partire, provvedere alla quiete dei popoli, ordinava, con editto del 7 maggio, che i cittadini abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. A dì 9, creava una giunta con autorità di fare quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello Stato, voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far l'ufficio suo continuasse.
Avendo per tal guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva il medesimo dì 9 di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra' quali il principe Albani ed il marchese Litta. Una moltitudine di persone di ogni grado, di ogni età e di ogni sesso, fuggendo la furia dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle terre veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla medesima ruina. Seguitava in Milano un interregno di tre giorni.
Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più pressava nella guerra, e già stimando Milano in sua potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella generosità dei Franzesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno 14 di maggio entrava Massena con una schiera di dieci mila soldati valorosissimi. L'incontravano al Dazio di porta Romana i municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero salve la religione, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppa; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera d'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci.
Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali, o allettati dalla fama o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno dei signori loro, correvano, come in sede propria e di salute nella città conquistata. A costoro si univano i repubblicani milanesi, ed intendevano a far novità. Fra tutti questi gli utopisti, servi di un'opinione anticipata e di un dolce delirio andavano sognando una perpetua felicità. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini da poco, scemi e, come sarebbe a dire, pazzi. V'erano poi quei patriotti che amavano lo stato libero per ambizione: di questi il generalissimo facevane maggiore stima, perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e, per poco che si stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suo disegni. Finalmente quei patriotti, i quali amavano le novità per le ricchezze, e, sperando di pescar nel torbido, gridavano ad alte e spesse voci libertà, non frequentavano mai le stanze di Buonaparte, ma amavano molto aggirarsi frai commissarii e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e mezzani.