Chapter 29

Nonostante scrissi per via telegrafica: «desiderare non vederlo; fosse trattenuto, potendo, in Livorno;»[354]pure egli venne, ed io lo accolsi con volto sereno e mente pacata; e dopo avergli posta davanti gli occhi la lettera del Frugoni, lo interrogai, che cosa avrebbe fatto nel caso mio. Rispose non essere in sua potestà impedireallo stolto che favellasse secondo la sua stoltezza; e siccome questa mi parve convenevole scusa, tacqui; non ugualmente bene poteva scolparsi intorno alla guerra mossa contro il Governo per istrascinarlo di viva forza alla Unione con Roma, e a proclamare la Repubblica, o rovesciarlo. «Orsù via, partiti di Toscana,» gli dissi. «e tutto è posto in oblio.» Partì per Livorno menando a lungo la partenza, finchè crescendo le manifestazioni di anarchia, aombrate dal pretesto della Repubblica nel 14 marzo, contemporaneamente al richiamo del Governatore a Firenze per via telegrafica, scrissi a Livorno: «S'inviti La Cecilia a partiresubito, anche per terra, per Genova,donde recarsi al suo destino. Qualora non volesse appagare questi nostri desiderii, noi l'avremmo per tradita amicizia. Gli si partecipi il Dispaccio.»[355]Allora si condusse a Genova; e quivi si andò indugiando sotto vario colore, finchè i successi della guerra gli dettero campo di presentarsi come utile alla difesa del Paese.Da Genova nel 27 marzo mi scrisse La Cecilia la lettera che leggiamo a pagine 222 dei Documenti dell'Accusa; in questa ei parla di errori commessi dai Comandanti piemontesi nella battaglia di Novara; poi propone due mezzi di difesa, di cui il primo sarebbe stato plausibile per quello che in tempi antichi e moderni ne hanno scritto peritissimi uomini di guerra; il secondo avventuroso e impossibile. Di questa lettera giova riportare la frase che accenna al pertinace proposito di fare sempre a suo modo: «Insomma se nulla si conclude qui tra oggi e domani, io torno; mi metterai in prigione, ma devo, ma voglio dividere le vostre sorti.»Non tali auxilio, nec defensoribus istisTempus eget! —La Cecilia non era uomo da dire le cose e non farle; piuttosto prima le compiva, poi le diceva. Di vero il giorno seguente eccolo a Massa, donde m'invia la lettera in data del 28 marzo 1849, nella quale si propongono tre progetti: il 1º contenuto in altra lettera, che io non ricordo, ove non fosse taluno degl'indicati nella lettera del 27; il 2º di seppellirci tutti sotto le rovine delle nostre città; il 3º di fare offrire la corona al figlio del Granduca;questo ultimo mezzo repugna di molto, egli scrive,ma il Paese vorrà difendersi?E tanto basti per dimostrare come io provassi contrario La Cecilia nel periodo del Governo Provvisorio, da quando mi mostrai reluttante ad appagare i desiderii di parte repubblicana.Ora continuo esponendo i fatti attinenti a Carlo Pigli Governatore di Livorno; diventato, più che capitano, mancipio della Fazione demagogica, ormai egli non ha più potenza di fare il bene e d'impedire il male. Cotesta egregia Patria di cima in fondo compariva guasta. Il Governo, assentendo ai consigli del signor Marmocchi, pensa scambiare la Guardia Municipale di Livorno con quella di Firenze; e chiamata qui la prima, purgarla e spartirla in altre compagnie. Inoltre, ai suggerimenti del Ministro della Guerra Tommi compiacendo, accorda che il primo Battaglione di Linea si spedisca a Livorno, e quivi si riordini mediante un campo da stabilirsi nelle campagne littorane.[356]Annunziando io queste provvidenze a Livorno, aggiungo: «Il Popolo attenda vigilante le disposizioni del Governoormai disposto a procedere con severa giustizia contro tutti i perturbatori, e nemici delle libertà, sia civili che militari.»[357]Queste parole ai caporali della Fazione eranosavor di forte agrume; nell'anarchia confidando, per soverchiare il Governo, ecco s'industriano a lavorarlo di straforo, mettendo male biette tra il Popolo. «Badate, dicevano, a non lasciare partire la Guardia Municipale Livornese, e sostituirla dalla Fiorentina, però che questa sia qua mandata per opprimere lalibertà.»[358]In quanto al Battaglione di Linea avviato a Livorno, si guardassero dal Colonnello Reghini, a cui avevano commesso di trarre a palla sul Popolo, come già aveva fatto sul Popolo pistoiese.[359]Il Popolo si commuove, e circondato il Palazzo del Governatore in numero di 4,000 persone, domanda a morte il Colonnello; altri urlano che si cacci in carcere. «Il Governatore, narra il signor Reghini nel suo Rapporto, si addimostrò sgomento, varii dei suoi spaventati, perchè circuito il Palazzo, e l'anticamera invasa da turbe, che esaltate chiedevano la mia persona in loro possesso, ei moderati gridavano venissi posto alle segrete.[360]Ed io, ben contento di secondare la volontà del Popolo indignato (non so perchè), esortai ad essere dal Popolo stesso condotto in segrete, dove giunsi molto a stento: ma coadiuvato dai buoni che mi fecero corona, mi restò lontano lo stiletto, nè si ottenne di gettarmi a terra.» Io rimasi fieramente percosso per tanto vituperio, imperciocchè il Governatore dovesse nel suo Palazzo, come in asilo inviolabile, custodirlo, nè mai consentire, se non che calpestando il proprio petto, cotesti furibondi giungessero al petto del Colonnello. Avvertito per telegrafo, adoperando la destrezza persuasa dalla gravità dello accidente, senza intermissione rispondo: «Importa grandemente sia fatto il processo ai soldati di cotesto reggimento che si ribellarono. A ciò è necessario il Rapporto del Reghini. Bisogna mettere il Reghini in libertà onde faccia cotesto Rapporto.Non accendasi il Popolo già acceso. Si lasci fare al Governo; ha i suoi fini, e vuole essere libero per il bene della libertà. Dicasi al Reghini, che il Governo penserà a lui. Si risponda subito.»[361]Il giorno seguente, soccorrendo al mal capitato Colonnello, insisto: «Esatte informazioni ci persuadonoa conservare Costa-Reghini; però non si vorrebbe urtare la Popolazione. Il Governo vorrebbe formare un campo in prossimità di Livorno, e quindi riordinare il reggimento. Reghini rimarrebbe a riorganizzarlo, e sembra essere adattatissimo per questo.Procuri che la Popolazione applauda a questo progetto, e ci renda intesi dello effetto delle sue premure. Comprende la necessità della prestezza.»[362]Ancora nel medesimo giorno 10 marzo: «Intorno al Reghini, sarà collocato. Del reggimento sarà fatto un campo. Forza, tranquillità, coraggio e gravità; — e forse riusciremo.... forse, perchè i tempi ingrossano; edisfacendo tutto, nulla si fabbrica.»[363]Il Generale D'Apice, giunto a Firenze, scriveva al Governo Provvisorio la seguente lettera, la quale non abbisogna di comento:«Ieri al mio arrivo in questa città, seppi che il signor Costa-Reghini Colonnello del 1º Reggimento Infanteria di Linea, fu immeritamente insultato dal Popolo di Livorno, e poi vilmente abbandonato ai suoi persecutori, dalla prima Autorità costituita in quella città, dal Governatore, presso cui il detto signor Colonnello si era rifugiato. — Un tal fatto è talmente grave, che io lo considero come una vera offesa fatta allo esercito, che ho in questo momento l'onore di comandare. Come capo dunque di questo esercito, e nell'interesse del servizio, credo mio stretto dovere dirigermi alla giustizia del Governo, perchè un'ampia e pubblica soddisfazione sia data allo esercito, e al signor Colonnello Costa-Reghini, elevando questo al posto di Generale di Brigata, e dimettendo dal suo posto il signor Governatore di Livorno. Qualora il Governo non credesse a proposito di accedere alla mia richiesta, lo prego in risposta di volere degnarsi spedirmi la mia dimissione dal servizio.»[364]In tutto questo negozio io procedeva d'accordo col Generale, parendomi fosse pur giunta occasione di potere alla fine allontanare Carlo Pigli da Livorno, e precidere i disegni di coloro che agognavano alla estrema demagogia. — Invano il Colonnello Reghini scrive, averlo voluto libero il Popolo livornese, e accompagnatodal Governatore, e da parecchi Uffiziali della Guardia Nazionale, fra plausi e banda essere stato condotto al Palazzo Governativo; invanodichiara, per questo modo adempirsi l'ordine del Governo che lo voleva fino da ieri l'altro posto in libertà, ordine non ancora eseguito per timore di collisioni, non tutti i Circoli andando d'accordo nella mia liberazione;[365]invano informa per via telegrafica il Ministro della guerra: «Sono in libertà per acclamazione popolare e generalissima. La mia confusione è grande: vorrei dimostrare al Popolo la mia gratitudine, al Governo la mia devozione; supplico la di lei ministeriale autorità, essermi interpetre, come lo è stato, a mio sommo vantaggio, il signor Governatore Pigli.»[366]Io ben conobbi cotesta essere mala toppa allo strappato, e conoscevo a prova di che cosa sapessero cotesti Dispacci imposti dai presenti, e da loro prima letti, e poi mandati; però nel 13 marzo 1849, allo intento di superare le resistenze, conforto il Generale D'Apice a tenere il fermo nel domandato congedo: finalmente nel Consiglio le provvidenze da me proposte si mettono a partito, e si vincono; allora senza porre tempo fra mezzo, nel giorno 13 marzo, alla ora prima pomeridiana, mando per telegrafo a Livorno: «Il Governo invita il Governatore di Livorno a venire in giornata a Firenze, per conferire insieme su cose importantissime.»[367]Arrivato a Firenze alle7 pomeridiane, alle 9 si ordina al Colonnello Costa-Reghini: «È pregato a portarsi domani col primo treno a Firenze. Il Generale D'Apice lo vedrà appena arrivato;»[368]e alquante ore trascorse, di nuovo, alle3 antimeridiane del giorno 14 marzo, intímo a La Cecilia la partenza immediata, sotto minaccia, che avremmo lo indugio per tradita amicizia, come già in altro luogo opportuno fu debitamente notato.A ben comprendere quanta industria fosse posta da me per indebolire la parte che strascinava il Paese alla demagogia, e quanta difficoltà incontrassi nella perigliosa impresa, prezzo della opera è sospendere alquanto questo racconto, e continuare quello che spetta alla Guardia Municipale.La Guardia Municipale corrotta e governata da taluni che trovavano il proprio conto a mostrarsi smaniosi libertini, mercè la diligenza fatta, viene a Firenze, ed è stanziata a Santa Maria Novella. Qui noi attendevamo a mandare ad esecuzione il disegno di cui già tenni proposito, allorchè, avendolo i più audaci subodorato, si ribellano con minaccie di morte: ordinai si trasportassero due cannoni, e al Quartiere, intimati prima i pacifici a separarsi dai rivoltosi, si appuntassero. Però essi non ne aspettarono la vista, e più che di passo trassero alla Porta San Frediano incamminandosi verso Livorno, dove tolleravansi o di leggieri erano scusati. Il Dispaccio del 10 marzo così ammonisce il Governatore: «Accade un fatto gravissimo che dev'essere ad ogni costo, intenda bene, ad ogni costo represso.Una partedella Municipale di Livorno si è ribellata. Prima, nel Convento di Santa Maria Novella, aveva fatto mostra di difendersi; poi è uscita da Porta San Frediano, e non si sa dove siasi diretta. Verrà forse a Livorno. Prenda, con la massima segretezza e con vigore, le misure onde venga arrestata. Si concerti conFrisianie con altri Ufficiali di testa. L'avviso a tempo, onde a tempo provveda. Non intende il Governo mezzi termini nè pietà. Se mostriamo mollezza per la Guardia Municipale, è finita:invece di difensori avremo un branco di assassini.»[369]Il Maggiore Frisiani raggiunge le Guardie ribellate a Pisa, con ordine di tradurle da capo a Firenze sotto scorta; si sottomettono, ma implorano andare a Livorno,e non tornare alla Capitale presso il Governo Provvisorio. Frisiani non si reputando facultato (come invero non era) ad arbitrare, viene per ordini.[370]Le Guardie promettono aspettarne arrestate il ritorno; i Maggiori Frisiani e Magagnini mallevano per loro; fa lo stesso Mastacchi; se non che le Guardie, mutato consiglio, dai Quartieri di San Martino si recano, nella sera del giorno 12 marzo, alla Stazione della strada ferrata, e quiviper amore o per forza intendono volere essere trasportate a Livorno.[371]Il Governo, sentinella perduta dell'ordine, alacremente commette al Governatore: «L'arrivo dei Municipali a Livorno è fatto gravissimo, e tale da cimentarela pubblica sicurezza.Se forza non rimane alla Legge, il Governo è d'uopo che si dimetta, e con esso cadano tutti i funzionarii pubblici per dare luogo ad uomini facinorosi che condurrebbero a irreparabile ruina il Paese.[372]È necessario pertanto che cotesti ribelli sieno per forza o per arte arrestati e disarmati. Procurate con ogni mezzo che ciò si ottenga, il Governo penserà in giornata a darvi le istruzioni in proposito. Se in un corpo, che tutto deve imporre con la forza morale, si lasciano introdurre germi d'immorale dissoluzione, io non so più qual forza resti al Governo per fare eseguire le Leggi; qual tutela resti al Popolo della propria sicurezza. Uno esempio è necessario. I cinquanta militi municipali venuti costà non appartengono più al corpo. Restituite con un atto di coraggio la fiducia che deesi avere dal Popolo nella Guardia Municipale, e che le mancherebbe, qualora questi sciagurati, indegni di appartenervi, andassero anche questa volta impuniti. I Maggiori Magagnini, il Frisiani, e il Mastacchi hanno cimentato la loro parola in questo affare. Agiscano; chè altrimenti ne va del loro onore. Ogni buon Livornese deve vergognarsi di convivere nelle stesse cerchia e di chiamarsi concittadino di uomini così indisciplinati e ribelli come sono cotesti Municipali.»[373]La pubblica indignazione levandosi a danno loro, altri non potè assumerne le parti di protettore e avvocato; figli di predilezione erano essi, ma sul momento fu mestieri abbandonarli, bensì con fiducia poterli restaurare dello smacco largamente ed in breve. Il Governatore, verso le ore due pomeridiane del giorno 13, annunzia i Municipali disarmati essere stati tradotti in Fortezza; «chiedere intanto essere autorizzato a inviarli a Pisa per essere ivi custoditi e giudicati; imploramolta indulgenza e sollecita, non senza però il più ampio apparato di Giustizia.»[374]Fu il richiamarlo risposta. La Fazione sentendosi percossa, prorompe in aperte minaccie; Pigli torna a Livorno; una parte del Popolo tumultua, e intende impedirne la partenza;[375]ma egli ormai privato del comando, increscioso a molti per le sue avventate parole, a parecchi ancora dei suoi partigiani caduto novellamentein fastidio pel non degno abbandono del Colonnello Reghini, comprende essere migliore partito per lui abbandonare Livorno riducendosi a Firenze: quello che vi venisse a fare lo dichiarano i Documenti officiali dell'Accusa; egli venne a osteggiare il Governo, nelle Assemblee e fuori, istando ardentissimo perchè la Repubblica e la Unione con Roma si proclamassero.Nel giorno14 marzostavano radunati nella mia stanza i signori Montanelli, Mazzoni, Pigli, Reghini, e D'Apice, a cui Reghini su la prima giunta aveva esposto per filo e per segno com'erano andate le cose. Io invitai il Colonnello a contestarle in presenza al Governatore; ma egli, si peritasse per gentilezza, o per altro motivo, si andava tuttavia schermendo: allora lo confortai a favellare senza ritegno; poichè la sua sentenza adesso suonava diversa dalla manifestata testè.... nella stessa mattina al suo Superiore. Egli, fattosi animo, confessava essere stato abbandonato pur troppo alla furia popolare dal signor Pigli, e nel venire tratto giù per le scale avere creduto arrivata la estrema ora per lui. Il Pigli si scusava affermando avere adempito a quanto era in potestà sua di fare. Congedati il Generale e il Colonnello, gli palesai aperto non lo potere più oltre conservare in Livorno; e siccome i miei Colleghi assentivano al detto, egli si piegò a dimettersi ponendo innanzi certe sue pretensioni di pecunia, le quali lasciai che altri regolasse con lui, contento ch'egli dal governo di Livorno ad ogni modo cessasse.La Guardia Municipale ebbe a venire in Firenze e sottomettersi; a Livorno proposi una Commissione governativa composta dei signori Fabbri, Pappudoff, e Manganaro.[376]Certo, Luigi Fabbri fu soldato prestantissimo, e dei primi della guerra della Indipendenza; e spesso (chè spessissime volte col fine di bene inculcarlo nella mente degl'ignavi ascoltatori ei lo disse) con l'orgoglio che ogni concittadino sente in cuore pei forti detti e pei generosi gesti dei suoi compatriotti, lo udii, e ben mille altri meco lo udirono ripetere le parole con le quali, tutto infiammato, usciva nella Seduta del 23 gennaio 1849: «Tra questi v'è un uomo, e sono io, che, all'istante nel quale fu dichiarata la guerra, prese le armi, e, senza diffondersi in vane parole o in semplici grida sulle pubbliche piazze, o in esagerati concetti per istrappare l'applauso dal sentire generoso del Popolo, ha pugnato nella guerra della Indipendenza, ed ha affrontatola morte; e non solo ha affrontato la morte lasciando teneri figli ed amata consorte, ma adesso dichiara, in presenza a tutto questo onorevole Consesso, che ritornando le armi nostre su i campi lombardi, sarà pronto di nuovo a cingere la spada.»[377]— Ma non per questo nè allora nè poi fu Repubblicano il Fabbri, e, se ne avesse bisogno, gliene potrei far fede; e il signor Pappudoff nemmeno, comecchè amico delle oneste libertà. In quanto a Giorgio Manganaro, basti dirne questo: che la parte faziosa lo ebbe ad oltraggiare con la brutta minaccia: «Devi fare come il Pigli, o ti butteremo dalla finestra.»[378]Tutte queste cose io volli dire seguitatamente, affinchè si comprendesse come, amici Pigli e La Cecilia una volta, meco una volta concordi per sostenere e promuovere gl'interessi del Principato Costituzionale toscano,[379]poco oltre l'8 febbraio, acconsentendoad altre persuasioni, gli avessi prima segreti, poi alla scoperta avversarii. Da Firenze in prima si estorcono commissioni onde al Governatore di Livorno sia fatta abilità di eseguire, con nome e credito governativi, ufficii contrarii alla mente del Governo; a suo arbitrio estenderli; a norma degli ordini di tale che in quei giorni troppo più di me poteva, ed era obbedito, applicarli; indi a breve, nemmeno gli ordini si aspettano o si cercano; e già in Livorno spunta costituito il Governo, che, passandomi sul corpo, si augura la Repubblica, la Unione con Roma, e la Decadenza del Principe proclamate. Così vedremo con quanta diligenza e pertinace volere da una parte, difficoltà e pericolo dall'altra, pervenni di mano in mano a contenere la Setta, che dello intero Popolo toscano piccola parte, ma prepotente di audacia e di gagliardía, mentre attende cupidissima a sospingere il Paese nella Repubblica, non si accorge precipitarlo fra gli orrori rivoluzionarii nell'anarchia.Secondo l'ordine dell'Accusa succede la lettera scritta nello stesso giorno14 febbraioa Tommaso Paoli, consigliere della Prefettura di Pisa, la quale, comecchè dettata nelle condizioni medesime di tempo e di luogo, forza è che si giustifichi con le ragioni addotte in proposito del Dispaccio al Governatore Carlo Pigli. E dove si ricerchi argutamente la materia, tu vedi in cotesta lettera espressa la traccia di pressura attuale. Invero, ricordisi quanto nel § dellaDimostrazioneprovai con la testimonianza dei Giornali, voglio dire le Deputazioni dei Circoli una succedentesi all'altra nel giorno 13 febbraio, e con quanta mansuetudine oggimai è manifesto,per essere ragguagliate di quanto sapeva e operava; e allora si comprenderà come, per ischermirmi dall'accusa di negligenza (e insinuavasi tradimento), rimproverato, rimprovero di essere lasciato privo di novità. Ancora: il linguaggio che correva su per le bocche degli uomini in quei tempi, ed usavasi nelle scritture, nelle petizioni dei Circoli, ed in quel punto si favellava dalle persone che mi stavano al fianco, forza è che trapassi nel Dispaccio, siccome nel Dispaccio dell'8 febbraio fecero passaggio le parole: «il Principe è decaduto;» e oggimai per mille documentiè provato com'io questa decadenza conflittassi e impedissi. Finalmente, quantunque commosso dalla presenta perturbazione, bene ordino radunarsi uomini, ma parte inviarsi a Lucca, e parte tenernea disposizionedel Governatore di Livorno, il quale a sua volta aveva a dipendere dal Generale D'Apice, come fu dimostrato di sopra.Ora l'Accusa (ma di siffatti studii non si occupano le Accuse) se avesse desiderato chiarirsi, poteva mettere a parallelo degli atti che incolpa, altri atti che pure ella raccolse nel suo Volume, e confrontando avrebbe acquistato la conferma (dove facesse mestieri) della patita coazione. E innanzi tratto io pongo il Dispaccio mandato allo stesso Consigliere Paoli, dove lo avviso della infermità sopraggiuntami, ed in bel modo lo conforto a procedere prudentemente e con temperanza grandissima, a impedire ingiurie ed offese, a rendere amabile la libertà proteggendo tutti, e conservando il diritto ordine fecondatore del vivere civile.[380]— Di molto maggiore importanza apparisce l'altro Dispaccio del pari indirizzato al Consigliere Paoli:«A buono intenditore poche parole.— Armatevi — armatevi — armatevi. — Esaltate i soldati; —NON ABBIAMO BISOGNO DEL GIURAMENTO, — ma pure se lo prestano meglio che mai.«Bisogna che diate forza al Partito democratico di Lucca.«Non si precipiti nulla in quanto a Repubblica.«1º Perchè tutta Toscana ha da esprimere il suo voto.«2º Perchè Francia e Inghilterra, stando così, proteggono da invasione straniera; — se no, abbassano le armi, e abbandonano il Paese: giudizio dunque.Partecipi agli amici, non che al Prefetto, se crede.»E sapete voi quando io dettava cotesto Dispaccio? Il 13FEBBRAIO1849 nelle ore pomeridiane, e per tal modo poco tempo innanzi che per me si scrivesse il Dispaccio incriminato. Voi lo vedete adunque: intorno al giuramento non metto sollecitazioneveruna, anzi dichiaro non averne bisogno; raccomando impedirsi la Repubblica; ammonisco intorno ai pericoli non mica transeunti, bensì permanenti, e tali da non iscomparire da un giorno all'altro dove sconsigliatamente si proclamasse; tra siffatte disposizioni dell'animo mio manifestate nel13febbraio, ponete le strette e le violenze, che in parte vennero raccolte nel § dellaDimostrazione; e si abbiano anche i più diffidenti prova non dubbia della sofferta pressura. Le discrepanze, o meglio le contradizioni fra il Dispaccio del13e l'altro del14febbraio, somministrerebbero di leggieri materia a lungo discorso: io però amo il lettore di per sè stesso le senta, piuttosto che andargliele ad una ad una enumerando partitamente io.Per quanto in queste angustie mi è dato, ricorderò alcuni pochi atti, onde il paragone sempre più riesca convincente. Nel giorno8 di febbraio 1849, instituisco una Commissione, perchè provveda alla custodia dei mobili tutti appartenenti al Granduca, ond'egli (se la fama mi porge il vero) ebbe a dire a Sir Carlo Hamilton, delle cose sue non avere perduto la più piccola; nel9, alla domanda (ed era minaccia): «nasce dubbio nelPubblico, che la proclamazione del Governo Provvisorio Toscano abbia fatto cessare le attribuzioni dei pubblici funzionarii,» rispondo sollecito dopopochi minuti: «il dubbio non è fondato; stieno al posto; chè il mandato dura finchè non sia revocato.»[381]Chiunque attende a mutare forma di Governo, non ne conserva la organizzazione e gli ufficiali; ma quella immediatamente disfa, questi licenzia. Nel10, riavutomi alcun poco dallo sbigottimento, malgrado la decadenza del Principe proclamata dal Popolo l'8 febbraio, e malgrado che io pure fossi costretto a scrivere quella parola in quel giorno, annunzio:«Cittadini. — Abbandonato il Paese a sè stesso, noi fummo dal Parlamento toscano e dal Popolo eletti custodi della pubblica sicurezza. Fermo proponimento nostro è mantenerla, e difenderla. I Cittadini cui preme la Patria si stringano intorno a noi. Chiunque con fatti o detti attenta alla salute pubblica, commette scandali, ed eccita la guerra civile, sarà considerato traditore della Patria, e come tale punito. — Firenze,10 febbraio 1849.»Il giorno seguente, osando di più, il Governo dichiara: suo primo dovere consistere nel mantenere la pubblica sicurezza; in quanto alle sorti toscane, aversi queste a decidere dalla intera Nazione col mezzo dei suoi Deputati; rispetterebbe allora il Governo le volontà del Popolo sovrano: — con le quali sentenze davo ad intendere senza ambage, che tutto quanto era stato deliberato da parte del Popolo a Firenze io riteneva per irrito, e come a cosa di nessun valore ricusavo sottopormi: la universa Toscana, debitamente interrogata, disponesse di sè:«Dopo che la Toscana fu priva di uno dei tre Poteri dello Stato, fu eletto dal Popolo, e confermato dal libero voto delle Assemblee, un Governo Provvisorio. Primo ed ultimo dei doveri di questo doveva essere la tutela dell'ordine pubblico. A tanto dovere non mancherà mai questo Governo, finchè gli bastino tutte le sue cure, e tutto sè stesso.«Ai Toscani poi tutto il diritto, e il dovere insieme di decretare la forma che ha da prendere lo Stato.Quando i Deputati eletti liberamente per universale suffragio avranno espresso la volontà loro, il Governo Provvisorio darà primo lo esempio della più perfetta obbedienza ai voleri del Popolo Sovrano. — Firenze11 febbraio.»[382]Finalmente il giorno14 di febbraio, il giorno stesso del Dispaccio incriminato, faceva scrivere dal Segretario Marmocchi al Governatore di Portoferraio: «sa peraltro che se il Principe è partito, non è decaduto.»[383]Nel giorno10 febbraio, considerando la miseria a cui la partenza del Principe riduceva i suoi familiari, e compiacendo ai desiderii di lui, decreto:«Tutti i Cittadini che fin qui appartenevano al servizio del Principe, riceveranno provvisoriamente la loro pensione a carico della Depositeria Generale, finchè il Governo non abbia trovato il modo di sistemarli convenientemente.»Nel giorno11 febbraio, così imponendo i proconsolari ordini della Setta, decreto, che il regio Palazzo della Crocetta sia destinato ad ospedale degl'Invalidi; più tardi, si è veduto, i novelli Municipali vanno di proprio arbitrio a rinnuovare ai Custodi la minaccia dei veterani di Augusto ai possessori degli agri italici:veteres migrate coloni; ma segretamente dispongo non s'innuovi.[384]Nel giorno11 febbraio, ricercato il Governo dal Governatore di Livorno, se i soldati mossi da quella città per Firenze avessero a proclamare la Repubblica, risponde: chiamarsi pel mantenimento dell'ordine, non già per dimostrazioni politiche, le quali dovevano all'opposto con ogni studio prevenirsi.[385]E qui mi sia concesso notare, onde si conosca quanta sia stata la umanità mia, e la cura indefessa, perchè nefande discordie tra la famiglia toscana non insorgessero, o insorte appena posassero, la esortazione rivolta nel medesimo giorno al Governatore Pigli: «Si raccomanda la buona condotta passando per Empoli. Si rammentino, che gli Empolesi, momentaneamente traviati, sono fratelli.»[386]Nè, quantunque poco faccia alla materia in questo punto discorsa, io mi asterrò da riportare un Dispaccio telegrafico da me dettato il16 febbraio, relativo ai Veliti. — O voi non degni soldati di questo corpo onorevole, e da me onorato, che veniste a inacerbirmi il carcere di San Giorgio dicendomi improperii sotto le cieche finestre, o minacciando traverso le porte, io non voglio rammentarvi, che per me, assentendo ai desiderii vostri, dagl'ingratissimi ufficii di Polizia foste rilevati; e neppure, che sopra ogni altra milizia Toscana otteneste prerogative, e soldo; queste cose accennerebbero, per avventura, a provocare la vostra riconoscenza; ed io ve ne dispenso. Leggete, vi scongiuro, più che con gli occhi col cuore, il mio Dispaccio del16 febbraio, ed imparate che cosa sieno amore di cittadino e carità di Cristiano. — Avvertito, da Pontedera, come alcuni Veliti per timore di minaccia fuggissero via, così gravemente ammoniva:«Invece di accomodare, arruffate. Qui i Livornesi hanno fatto pace co' Veliti; a Pontedera gli minacciano; sicchè questi fuggono. I Veliti sono il miglior corpo che abbiamo. Bisogna che voi gli richiamiate, e subito fate pace, e sincera. Con questi modi prevedo guai grandi. Siamo tutti fratelli; se non l'amore, ci stringa il pericolo comune.»[387]Quando lo insulto si posa sopra le labbra del soldato, il valore leva le tende dall'anima sua.Correva il giorno 12 febbraio, quando una moltitudine di Popolo, traendo a furia su la Piazza del Granduca, si accinse a piantare l'Albero della Libertà, e con infiniti schiamazzi chiedeva il Governo, affinchè l'atto approvasse, e lodasse. Mi presentai solo, e solo mi attentai a contrastarlo, e lo chiamai prepotenza diretta a costringere gli altri Toscani, i qualiforselo avrebbero consentito, ma non erano presenti per farlo: appartenere al libero voto di tutto il Popolo toscano, radunato in Assemblea il 15 del futuro marzo,decidere su la forma del Governo.[388]— Quale concepisse rancore la Fazione assai dimostrammo, e più dimostreremo, se Dio ci aiuta; però nonostante le mie parole, tornava più tardi, e lo volle piantato sotto i miei occhi, quasi in dispregio di me. Siete chiariti adesso, che nè sempre, nè tutto quello che desiderava non fatto, mi riusciva impedire? L'Accusa impenitente sussurra:lustre per parere; opere volpine per istare apparecchiato ai successi futuri. Sta bene; ma egli è forza convenire, che mentre provvedevo alle probabilità future, correvo temerario il pericolo di rimanere oppresso nelle contenzioni presenti: e questo io non vorrei rinfacciare l'Accusa per non avere fatto, ma vorrei, che un cotal poco più onesta ella fosse nel darmi merito per averlo fatto io.Nè meno importa allegare in mia difesa il Decreto dei Commissarii da inviarsi nelle Provincie, che compilato dal sig. Mordini, firmai il14 febbraio, avvegnachè in esso non si faccia pur motto di Repubblica, nè di altro attenente a forma di Governo, bensì di risvegliare i sensi generosi della Nazione, mettere a profitto i mezzi sparsi in tutto il Paese, facilitare il fornimento delle Guardie Nazionali, lo scriversi dei Volontarii alla milizia; raccogliere insomma in uomini, in bestie, in danari, e in arnesi, quel più che la diligenza loro avesse potuto ottenere dai Municipii toscani.Ora tutte queste paionmi prove evidentissime della mia reluttanza a operare cosa che tornasse ostile al Principato Costituzionale, però che da me pendesse unicamente consumarne l'abolizione; e se questa allora e poi contrastai, stupido concettoè pretendere, che al punto stesso io la provocassi e volessi.Nè pentere e volere insieme puossi,Per la contraddizion che nol consente.(Dante,Purg., III.)Lo dice anche il Diavolo, ch'è pure il Procuratore Regio nell'altro mondo!Appartiene, per ordine di data, a questa sede del nostro discorso la lettera che l'Accusa senza altro impaccio afferma da me spedita al conte Del Medico; ne favellerò in altra parte: intanto importa fino d'ora avvertire, ch'ella non è punto una lettera mandata, bensì semplice nota posta sotto la missiva di cotesto Delegato: il che suona troppo diverso. E qui pure, se non per ragione di data, per connessità di materia, dovrei esporre i motivi delle note, che si afferma di mio carattere scritto sotto le lettere del 12 e 17 febbraio 1849, la prima del Consigliere di Prefettura, la seconda del Prefetto di Grosseto; ma poichè esse vengono governate da altra serie di fatti, io penso con migliore consiglio favellarne là dove di questi fatti terrò ragionamento. Chiuderò piuttosto, prima di passare ad altro, col proseguire la storia dei sospetti e degli eccitamenti contro la mia persona, mossi dalla Fazione dei demagoghi dai primordii del Governo Provvisorio fino a questi tempi, e poi purgandomi dall'accusa della persecuzione esercitata contro i Sacerdoti.Nel 9 febbraio, a nome della Fazione, intimasi il Governo a spogliare gli abbienti delsuperfluo, e a distribuirlo fra il Popolo; ai colligiani, alle femmine, agl'impiegati tolga le pensioni mal date e peggio ricevute, e subito, perchè già in qualunque Governo sarebbe sacramentale dovere, ma in quello che regge, dura, vive e respira per volontà di Popolo, è condizione di vita, necessità. Nè dica domani, no: domanipotreste non essere più vivi...[389]Della inquieta polizia dei Circoli somministrano prova i Documenti dell'Accusa in data dell'11febbraio, con l'ordine di vigilare i palazzi, e la taberna di alcuni cittadini.[390]Nel giorno13febbraio, la Emigrazione Lombarda minaccia prossima l'accusa davanti il Popolo, per la colpevole inerzia con la quale avevo poltroneggiato fin lì.[391]Nel14ilMonitoredel Circolo, me e i miei colleghi bandisceGoverno austriaco, se, dubitando, indugiamo più oltre a proclamare ladecadenza del Principe.[392]Nel giorno stesso, pel medesimoMonitorerimango avvertito che il miomal sonnodi tre giorni (la Emigrazione Lombarda vedemmo, che lo calcola disei) mi tornerebbe fatale, avvegnachè iogiuocassi della mia testa.[393]La mia opposizione al piantare l'Albero è denunziata al Circolo, da quello con parole crucciose avvertita, e minacciosamente dal suoMonitorepropalata.[394]Con pari cruccio, e pericolo anche maggiore, la Emigrazione Lombarda avvisa il collegio repubblicano essere stata da me freddamente accolta la Deputazione venuta a instare, affinchè la Repubblica senz'altro indugio si proclamasse.[395]Scellerata cagione di sangue, me furibondi designano alla pubblica vendetta, perchè relutto a dichiarare la Repubblica, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma.[396]Questi, ed altri tali, erano dardi avventatiad hominem, dacchè, bene o male che il credessero, demagoghi e Repubblicani pensavano essere io impedimento unico a conseguire il termine estremo degli sforzi loro,[397]senza il quale, assai più esperti dell'Accusa, tenevano non avere conquistato nulla, e riposta ogni cosa in compromesso. L'Accusa, tetragona ai colpi di paura, scriveva, dentro la sua stanza, nel gennaio del 1851, a canto al fuoco, gli usci diligentemente serrati: — lievi prove di coazione sono coteste, anzi non sono prove, e, meglio meditandovi sopra, piuttosto sono prove escludenti qualsivoglia violenza! — Ma, Dio eterno, che cosa pretenderebbe l'Accusa? che io, in prova della violenza patita, le portassi davanti la mia testa mozza come Beltramo da Bornio?[398]Atroce patto ella pone alla sua fede, se non si contenta di altro che di gole squarciate, e di cuori fessi! L'Accusa non tace che alla prova del cataletto...Le manifestazioni di animosità della parte repubblicana, ame particolari, sono venuto con prove espresse raccontando durante il mio Ministero, e nei primi giorni del Governo Provvisorio; vedremo a mano a mano crescere in breve, e prorompere alfine in manifesta accusa di traditore.Da me altri non aspetta (e non mi sento tale da farne) proteste di devozione serotina: io parlo piuttosto con la coscienza del testimone, che con lo zelo del difensore. Però, innanzi tratto, dichiaro, ch'eletto a tutela della pubblica sicurezza, io non solo non mi reputerei colpevole di avere adoperato contro i Sacerdoti, secondo i meriti loro, ma all'opposto mi terrei colpevole per essermene astenuto. Forse i Sacerdoti presumono esercitare il privilegio del delitto? Chi questo crede, gl'insulta. La santità del carattere e lo istituto sublime impongono loro augumento di carichi, ed essi lo sanno, non già dagli assunti doveri gli assolvono. Nè Cristo senza sacrilegio può essere tolto a segnacolo di fazioni contrarie; egli sente misericordia di tutti; per chi piange, ed anche per chi fa piangere. Monsignore D'Affre, inclito martire della fede cristiana, quando si avventurò tra i furori della battaglia cittadina, non andava già a rafforzare questa parte o quella; finchè cristiani uomini gli uni contro gli altri combatterono, egli gridò: — «forsennati! forsennati!» e li conteneva; quando cadevano, egli gemè: — «infelici!» e gli andava soccorrendo; quando fu piagato di mortale ferita, ei li chiamò: — «figliuoli!» e li benedicea. — Chi davanti a Sacerdoti siffatti non s'inchina? — I Sacerdoti commettitori di scandali e di risse, già più Sacerdoti non sono; la Chiesa, pel carattere che rivestono, bene domanda sia proceduto contro loro con certi riguardi, ma essa prima e più severa di tutti acerbamente gli accusa. Ciò premesso, io dichiaro, non avere mai dato ordine che si arrestassero Sacerdoti. Mentre fui Ministro dello Interno, feci chiamare, come altrove ho notato, alcuni Preti ed alcuni Frati, e gli ripresi del poco amore che portavano alla Patria, del costume pessimo, e dello sviarsi dietro a cose umane che non ispettavano loro, con iscapito grande delle divine a cui erano unicamente commessi; non però gli arrestai, nè in altro li volli mortificati. Durante il Governo Provvisorio non adoprai modi diversi; anzi, ricordo come certa volta presentatisi avanti il Ministro dello Interno alcuni Sacerdoti, udii riprenderli, perchè si mostrassero avversi alla Costituente, e andassero dissuadendo la difesa del Paese; e dico averli uditi riprendere, dacchè non erano stati puntochiamati per ordine mio, e nello ufficio del Ministro io penetrava a caso. Senza profferire parole, in disparte ascoltai le discolpe loro; poi fattomi presso ad uno che al sembiante mi parve più giovane degli altri: — «Io non so, Reverendo, incominciai ponendogli la mano destra sul braccio, io non so, Reverendo, perchè voi non dobbiate amare la Patria; anzi non so perchè voi non la dobbiate amare più di noi.» E il degno Sacerdote con atti e parole vivaci rispose: «Io amo il mio Paese al pari di ogni altro. Rispetto alla Costituente Italiana, la mia coscienza mi vieta aderirvi; ma in quanto a difendere la mia Terra dalle invasioni straniere, da Sacerdote le affermo, che prenderei l'arme, e verrei a farlo io stesso.» — Allora gli strinsi la mano, e conchiusi: «E tanto basta, mio degno Sacerdote,... tanto basta.» — Quando mi verrà concesso esaminare gli Archivii, ritroverò il nome e la condizione del Prete.[399]—Superiormente alla tristizia dei tempi, trovarono in me i Sacerdoti continua ed efficace tutela. Di ciò provare mi porge abilità la cortesia dell'Arcivescovo di Firenze, il quale, da me richiesto, mi rimetteva la copia autentica della lettera che io gl'indirizzava il 2 aprile 1849:«Monsignore.«Io vorrei pregarla, Monsignore, ad avere la compiacenza di significarmi se V. S. Rev.maintende per le imminenti solennità celebrare in Firenze.«Nel mentre che io vado persuaso che V. S. Rev.masi penetrerà di quanta pace e di quanta consolazione sarebbe la sua presenza in mezzo al suo ovile, mi permetterei aggiungere le mie preghiere caldissime onde ciò abbia effetto.«So bene che V. S. Rev.manon si tratterrebbe punto nello esercizio delle sue sacre funzioni per sospetto che potesse concepire; pure vada convinto, che finchè duri nello arduo uffizio che mi fu confidato, saprò e vorrò mantenere severamente la reverenza che si deve a tutti gli Ecclesiastici in generale, e in particolare alla sua degna persona.«Di Lei, Mons.reReverend.mo«(L. S.) Li 2 aprile 1849.»«Devot.mo«Guerrazzi.»E già io gli aveva dirette altre due lettere in risposta allesue, con le quali mi domandava protezione per lo esercizio delle sue episcopali prerogative. Quantunque egli abbia smarriti gli originali, non ha mancato il degno Arcivescovo, con esempio di rettitudine generoso,non per anche imitato da tutti quelli nei quali io maggiormente confidava, di sovvenirmi nelle dure strette in cui mi trovo con lo aiuto delle sue reminiscenze, come si conosce dal seguente attestato:«Attesto per la pura verità, che nel tempo da me trascorso alla Badia di Passignano, dopo le tristi vicende che mi costrinsero ad abbandonare questa Capitale, oltre una terza lettera già da me rilasciata dietro richiesta delle Autorità Giudiciarie, io ne ricevei pure altre due direttemi dallo stesso signor Avv. F. D. Guerrazzi, in allora Capo di quel Governo Toscano, nelle quali, con espressioni le più ossequiose e rispettose, mi diceva ch'egli approvava pienamente le misure da me prese di relegare all'Alvernia i due Sacerdoti *** *** come propagandisti di dottrine eterodosse, e mi protestava che sarebbe stato sempre deferente all'Autorità Episcopale, promettendo, fintantochè egli fosse stato a capo del Governo, favore, protezione e sostegno pel libero esercizio della medesima.«Non avendo io tenuto conto di dette due lettere, e venendomi esse richieste dallo stesso signor Avv. F. D. Guerrazzi per interesse della sua difesa, ho stimatomio doveredi manifestarne il sentimento, e rilasciarne il presente certificato.«In fede ec.«Dal Palazzo Arcivescovile di Firenze,«(L. S.) Li 11 marzo 1851.«FerdinandoArcivescovo di Firenze.»E queste sono nobili parole: in prigione non posso nè devo fare più lungo sermone. Allora la lode è turpe per cui la profferisce, e senza onore per cui la riceve, quando possa sospettarsi che muova da viltà o da paura. Miseria non ultima del carcere, dove il biasimo ti viene ascritto a furore, la lode ad abiezione. La virtù nella comune estimativa del mondo sta abbracciata con la fortuna.E, non diverso dall'Arcivescovo di Firenze, il Vescovo di Milto Ordinario a Livorno, con lodevole premura porgeva anch'egli testimonianza di averlo io sostenuto, affinchè in negozio dilicato l'autorità sua fosse obbedita.«I Signori *** *** presentandosi come incaricati del signorAvvocato F.-D. Guerrazzi mi richiedono di uno attestato, che stia a constatare qualmente il medesimo mentre dirigeva il Ministero dello Interno si prestò ad appoggiare la mia Autorità di Ordinario in emergente dilicato, interessante la moralità e la coscienza, ed io non posso ricusare un tale attestato, in quanto che è vero, che in circostanza come sopra fui dal suddetto signor Guerrazzi utilmente coadiuvato. Ed in fede«(L. S.) Livorno, 26 luglio 1851.«Girolamo,Vescovo di Milto.»Nè già si creda, che senza mio sommo pericolo fossero i soccorsi, che, secondo l'obbligo mio, dava allo Episcopato per lo esercizio delle sue legittime prerogative, e la preghiera al fiorentino Arcivescovo, che con la presenza e i riti la religione commossa confermasse. Un cartello infame fu affisso nel giorno terzo o quarto di aprile all'Albero della Libertà, piantato in Piazza del Duomo, e fatto remuovere vi ricomparve più volte, il quale diceva così: «Due traditori (il primo era io, il secondo Monsignore Arcivescovo) si sono dati la mano per tradire il Paese; si muova il Popolo, e si dia la meritata pena, prima che gli scellerati disegni sieno compiti.» A vero dire io non ebbi mai l'onore di favellare con lo Arcivescovo; ma non importa; noi cospiravamo insieme per tradire il Paese. In quanto al soggetto cui accenna l'attestato di Monsignore Vescovo di Milto, mi dichiarò mortalissima guerra; scriveva lettere ortatorie perchè mi si spingessero contro come a un verro di macchia, perchè traditore della Patria, venduto ai tiranni, col corredo delle consuete ribalderie, che i ribaldi costumano. La Polizia sorprese una di queste lettere, e svelò come anch'egli partecipasse alle trame del Frugoni di cui ho parlato a pag. 369 di questa Apologia. Longanime come è mia natura, non uso a tremare, e per paura offendere, tardo a muovermi quanto più in grado di accompagnare il baleno del volere col fulmine del fare, io mi restrinsi a spedire la lettera intrapresa del tristo Prete a Manganaro, ordinandogli di depositarla negli Archivii della Polizia, e sorvegliare, e sfrattare il Frugoni.[400]Ma tornava al benevolo disegno della Accusa raccontare di Preti imprigionati e di Arcivescovo offeso, me annuente o impotente. Ciò non pensava il Vescovo di Livorno, e molto meno lo Arcivescovo di Firenze, che a me ricorrevano per protezione in tempi anche più torbidi, e la ebbero, però che io con tutti i nervi mi vi adoperassi. Ma che importa questo? Ciò che si dimostra lo Arcivescovo non avere mai pensato, pensa l'Accusa; e non solo lo pensa, ma lo rimprovera, e ne forma subietto d'imputazione.L'Accusa fonda il rimprovero: 1º sopra taluni ordini spediti l'8 febbraio 1849, dove leggonsi l'espressioni: «Si vuole ovunque mantenuta la pubblica tranquillità, ed energicamente represso ognitentativoreazionario contro lo attuale ordinamento, se vi fosse tanta stoltezza datentarlo. I Parrochi in ispecie, e Preti in generale, debbono rigorosamente guardarsi, e ove costoro, o chiunque altro, si cogliessero in fallo, sieno irremissibilmente carcerati e processati;» 2º sopra una lettera del 19 febbraio che dice: «Se trova Preti renitenti o traditori, è tempo finirla; si arrestino questi indegnissimi figli della Patria e di Cristo, e si mandino legati a Firenze. Non ammettiamo esitanza, dubbio, od osservazione in contrario: sotto la responsabilità sua, si leghino e mandino in Firenze.»Mi rifarò dal documento secondo. Le osservazioni, che questa lettera ignoravasi 1º a cui fosse mandata; 2º se spedita; 3º da cui scritta; 4º e da cui firmata, — conciossiachè le firme del signor Montanelli e mia non appaiono di nostro carattere, e il corpo della lettera neppure, come neanche di persone addette alle Segreterie, nè di familiari nostri; tutte queste osservazioni, almeno per quello che sembra, hanno persuaso l'Accusa a dubitare un tantinetto intorno alla autenticità di cotesto documento: però io mi stringerò a dichiarare inistil breve e succinto, che di questa carta io non devodire nulla. Per qual motivo poi, con mille altre di pari natura, l'abbiano stampata nelVolume, pende il giudizio incerto. Alcuni sostengono, che la Istruzione dapprima si avvisasse apparecchiare il caos, onde i Giudici poi, quasi divini, dicessero: «si faccia luce,» e luce si facesse; — altri opinano, che ella intendesse fornire un saggio della intelligenza e della prestanza di taluni impiegati toscani; e si maravigliarono perchè ilVolume dei Documentinon fosse spedito, con tante altre rarità, alla Esposizione di Londra.... ma, spicciandosi, sarebbero sempre a tempo; — altri, altra cosa dichiarano. Intanto stampano lo Indice, ottima giunta alla buona derrata, perchè accuratamente compilato, con diligenza elzeviriana corretto, sicuro nelle indicazioni; per sugosi sommarii, e soprattutto precisi, veramente esemplare;... questa opera inclita in ogni parte armonizza![401]— Favelliamo di altro. E quanto espressi sul documento secondo dovrebbe giovarmi anche pel documento primo, dacchè non sia scritto nè firmato da me, sibbene dal solo Segretario signor Allegretti. Ma il Segretario Allegretti, ricercato con lettera intorno alle ragioni del Dispaccio, risponde per lettera quello, che già abbiamo letto a pag. 289 di questa Apologia. Quando il signor Segretario sarà richiamato, come diritto vuole, non dubito punto nella rettitudine sua, ch'egli vorrà rammentarsi come mostrando nel volto dolore, gli domandassi che avesse, ed avendomi manifestato la repugnanza sua a scrivere disposizione siffatta intorno ai Parrochi, io gli rispondessi: «ed ella non la metta.» Se non che altri intervenne, e disse con impeto: «che importa a lei? Faccia il suo dovere, e obbedisca.» Ma queste cose non importa sapere all'Accusa.Il Manifesto alla Europa afferma che il Governo non mandò armati a cacciare S. A. da Porto Santo Stefano, e, tranne alcuni pochi Municipali, nessuno; e dichiarò eziandio non essere mai stato instaurato in Toscana il Governo Repubblicano. Questo trovammo a prova essere vero esattamente, se ai Municipali aggiungi i quattordici artiglieri, quantunque rispetto a me non sapessi degli uni nè degli altri. Però non vuolsi revocare in dubbio che le voci corressero diverse dal vero, siccome vediamo per ordinarioaccadere; se perforte manovogliasi intendere la colonna Guarducci, nè ella, come chiarii, era spedita da me, nè da altri del Governo, e veniva nel giorno 18 richiamata a Livorno, e rivolta verso il contado lucchese; se per capi stranieri D'Apice e La Cecilia, il primo non si mosse da Empoli, e ricusò il comando; a La Cecilia non fu commesso dal Governo ufficio di sorta, nè leggo avere operato cosa alcuna, tranne bandire proclami, proporsi di capitanare le milizie civiche della Maremma, e, non rinvenuto il terreno molle, data una gira-volta, tornarsi a Livorno prima del 20 febbraio. Il cannone di Orbetello bene salutò la Repubblica, ma la Repubblica in Toscana non era; per la quale cosa il Manifesto alla Europa non ismentendo (come inesattamente scrive il Procuratore Regio del Tribunale di Prima Istanza di Firenze, a pag. 23 della sua Requisitoria) le cannonate di Orbetello, disse a ragione erroneo il supposto, che la Toscana, decretata la decadenza del suo Principe, si fosse costituita a reggimento repubblicano.E perchè si conosca a prova quanto il mal genio dello errore abbia presieduto a questa opera infelice della Magistratura toscana, noterò come il Regio Procuratore rammentato adduca a conferma di un fatto vero una prova falsa. Veri gli spari di cannone ad Orbetello il giorno 20 di febbraio; non vero, che ne faccia fede il Dispaccio, allegato dalla Requisitoria, di Carlo Pigli; ed è evidente. Il Dispaccio del Pigli apparisce dettato il 22 febbraio a ore 5, m. 45 pom., e dice: «ieria Grosseto e a Orbetello fu grandemente festeggiata la Repubblica con sparo di artiglierie ec.;» loieridel22pare quasi sicuro (a meno, che non lo voglia contrastare il signore Paoli) che sia il21: però, stando a questa prova, il Procuratore Regio del Tribunale di Prima Istanza di Firenze ci vorrebbe dare ad intendere, che S. A. sentisse nel20 febbraioi colpi di cannone sparati il21!!! Ma queste le sono baie.

Nonostante scrissi per via telegrafica: «desiderare non vederlo; fosse trattenuto, potendo, in Livorno;»[354]pure egli venne, ed io lo accolsi con volto sereno e mente pacata; e dopo avergli posta davanti gli occhi la lettera del Frugoni, lo interrogai, che cosa avrebbe fatto nel caso mio. Rispose non essere in sua potestà impedireallo stolto che favellasse secondo la sua stoltezza; e siccome questa mi parve convenevole scusa, tacqui; non ugualmente bene poteva scolparsi intorno alla guerra mossa contro il Governo per istrascinarlo di viva forza alla Unione con Roma, e a proclamare la Repubblica, o rovesciarlo. «Orsù via, partiti di Toscana,» gli dissi. «e tutto è posto in oblio.» Partì per Livorno menando a lungo la partenza, finchè crescendo le manifestazioni di anarchia, aombrate dal pretesto della Repubblica nel 14 marzo, contemporaneamente al richiamo del Governatore a Firenze per via telegrafica, scrissi a Livorno: «S'inviti La Cecilia a partiresubito, anche per terra, per Genova,donde recarsi al suo destino. Qualora non volesse appagare questi nostri desiderii, noi l'avremmo per tradita amicizia. Gli si partecipi il Dispaccio.»[355]Allora si condusse a Genova; e quivi si andò indugiando sotto vario colore, finchè i successi della guerra gli dettero campo di presentarsi come utile alla difesa del Paese.

Da Genova nel 27 marzo mi scrisse La Cecilia la lettera che leggiamo a pagine 222 dei Documenti dell'Accusa; in questa ei parla di errori commessi dai Comandanti piemontesi nella battaglia di Novara; poi propone due mezzi di difesa, di cui il primo sarebbe stato plausibile per quello che in tempi antichi e moderni ne hanno scritto peritissimi uomini di guerra; il secondo avventuroso e impossibile. Di questa lettera giova riportare la frase che accenna al pertinace proposito di fare sempre a suo modo: «Insomma se nulla si conclude qui tra oggi e domani, io torno; mi metterai in prigione, ma devo, ma voglio dividere le vostre sorti.»

Non tali auxilio, nec defensoribus istisTempus eget! —

Non tali auxilio, nec defensoribus istis

Tempus eget! —

La Cecilia non era uomo da dire le cose e non farle; piuttosto prima le compiva, poi le diceva. Di vero il giorno seguente eccolo a Massa, donde m'invia la lettera in data del 28 marzo 1849, nella quale si propongono tre progetti: il 1º contenuto in altra lettera, che io non ricordo, ove non fosse taluno degl'indicati nella lettera del 27; il 2º di seppellirci tutti sotto le rovine delle nostre città; il 3º di fare offrire la corona al figlio del Granduca;questo ultimo mezzo repugna di molto, egli scrive,ma il Paese vorrà difendersi?E tanto basti per dimostrare come io provassi contrario La Cecilia nel periodo del Governo Provvisorio, da quando mi mostrai reluttante ad appagare i desiderii di parte repubblicana.

Ora continuo esponendo i fatti attinenti a Carlo Pigli Governatore di Livorno; diventato, più che capitano, mancipio della Fazione demagogica, ormai egli non ha più potenza di fare il bene e d'impedire il male. Cotesta egregia Patria di cima in fondo compariva guasta. Il Governo, assentendo ai consigli del signor Marmocchi, pensa scambiare la Guardia Municipale di Livorno con quella di Firenze; e chiamata qui la prima, purgarla e spartirla in altre compagnie. Inoltre, ai suggerimenti del Ministro della Guerra Tommi compiacendo, accorda che il primo Battaglione di Linea si spedisca a Livorno, e quivi si riordini mediante un campo da stabilirsi nelle campagne littorane.[356]Annunziando io queste provvidenze a Livorno, aggiungo: «Il Popolo attenda vigilante le disposizioni del Governoormai disposto a procedere con severa giustizia contro tutti i perturbatori, e nemici delle libertà, sia civili che militari.»[357]Queste parole ai caporali della Fazione eranosavor di forte agrume; nell'anarchia confidando, per soverchiare il Governo, ecco s'industriano a lavorarlo di straforo, mettendo male biette tra il Popolo. «Badate, dicevano, a non lasciare partire la Guardia Municipale Livornese, e sostituirla dalla Fiorentina, però che questa sia qua mandata per opprimere lalibertà.»[358]In quanto al Battaglione di Linea avviato a Livorno, si guardassero dal Colonnello Reghini, a cui avevano commesso di trarre a palla sul Popolo, come già aveva fatto sul Popolo pistoiese.[359]Il Popolo si commuove, e circondato il Palazzo del Governatore in numero di 4,000 persone, domanda a morte il Colonnello; altri urlano che si cacci in carcere. «Il Governatore, narra il signor Reghini nel suo Rapporto, si addimostrò sgomento, varii dei suoi spaventati, perchè circuito il Palazzo, e l'anticamera invasa da turbe, che esaltate chiedevano la mia persona in loro possesso, ei moderati gridavano venissi posto alle segrete.[360]Ed io, ben contento di secondare la volontà del Popolo indignato (non so perchè), esortai ad essere dal Popolo stesso condotto in segrete, dove giunsi molto a stento: ma coadiuvato dai buoni che mi fecero corona, mi restò lontano lo stiletto, nè si ottenne di gettarmi a terra.» Io rimasi fieramente percosso per tanto vituperio, imperciocchè il Governatore dovesse nel suo Palazzo, come in asilo inviolabile, custodirlo, nè mai consentire, se non che calpestando il proprio petto, cotesti furibondi giungessero al petto del Colonnello. Avvertito per telegrafo, adoperando la destrezza persuasa dalla gravità dello accidente, senza intermissione rispondo: «Importa grandemente sia fatto il processo ai soldati di cotesto reggimento che si ribellarono. A ciò è necessario il Rapporto del Reghini. Bisogna mettere il Reghini in libertà onde faccia cotesto Rapporto.Non accendasi il Popolo già acceso. Si lasci fare al Governo; ha i suoi fini, e vuole essere libero per il bene della libertà. Dicasi al Reghini, che il Governo penserà a lui. Si risponda subito.»[361]Il giorno seguente, soccorrendo al mal capitato Colonnello, insisto: «Esatte informazioni ci persuadonoa conservare Costa-Reghini; però non si vorrebbe urtare la Popolazione. Il Governo vorrebbe formare un campo in prossimità di Livorno, e quindi riordinare il reggimento. Reghini rimarrebbe a riorganizzarlo, e sembra essere adattatissimo per questo.Procuri che la Popolazione applauda a questo progetto, e ci renda intesi dello effetto delle sue premure. Comprende la necessità della prestezza.»[362]

Ancora nel medesimo giorno 10 marzo: «Intorno al Reghini, sarà collocato. Del reggimento sarà fatto un campo. Forza, tranquillità, coraggio e gravità; — e forse riusciremo.... forse, perchè i tempi ingrossano; edisfacendo tutto, nulla si fabbrica.»[363]

Il Generale D'Apice, giunto a Firenze, scriveva al Governo Provvisorio la seguente lettera, la quale non abbisogna di comento:

«Ieri al mio arrivo in questa città, seppi che il signor Costa-Reghini Colonnello del 1º Reggimento Infanteria di Linea, fu immeritamente insultato dal Popolo di Livorno, e poi vilmente abbandonato ai suoi persecutori, dalla prima Autorità costituita in quella città, dal Governatore, presso cui il detto signor Colonnello si era rifugiato. — Un tal fatto è talmente grave, che io lo considero come una vera offesa fatta allo esercito, che ho in questo momento l'onore di comandare. Come capo dunque di questo esercito, e nell'interesse del servizio, credo mio stretto dovere dirigermi alla giustizia del Governo, perchè un'ampia e pubblica soddisfazione sia data allo esercito, e al signor Colonnello Costa-Reghini, elevando questo al posto di Generale di Brigata, e dimettendo dal suo posto il signor Governatore di Livorno. Qualora il Governo non credesse a proposito di accedere alla mia richiesta, lo prego in risposta di volere degnarsi spedirmi la mia dimissione dal servizio.»[364]

In tutto questo negozio io procedeva d'accordo col Generale, parendomi fosse pur giunta occasione di potere alla fine allontanare Carlo Pigli da Livorno, e precidere i disegni di coloro che agognavano alla estrema demagogia. — Invano il Colonnello Reghini scrive, averlo voluto libero il Popolo livornese, e accompagnatodal Governatore, e da parecchi Uffiziali della Guardia Nazionale, fra plausi e banda essere stato condotto al Palazzo Governativo; invanodichiara, per questo modo adempirsi l'ordine del Governo che lo voleva fino da ieri l'altro posto in libertà, ordine non ancora eseguito per timore di collisioni, non tutti i Circoli andando d'accordo nella mia liberazione;[365]invano informa per via telegrafica il Ministro della guerra: «Sono in libertà per acclamazione popolare e generalissima. La mia confusione è grande: vorrei dimostrare al Popolo la mia gratitudine, al Governo la mia devozione; supplico la di lei ministeriale autorità, essermi interpetre, come lo è stato, a mio sommo vantaggio, il signor Governatore Pigli.»[366]

Io ben conobbi cotesta essere mala toppa allo strappato, e conoscevo a prova di che cosa sapessero cotesti Dispacci imposti dai presenti, e da loro prima letti, e poi mandati; però nel 13 marzo 1849, allo intento di superare le resistenze, conforto il Generale D'Apice a tenere il fermo nel domandato congedo: finalmente nel Consiglio le provvidenze da me proposte si mettono a partito, e si vincono; allora senza porre tempo fra mezzo, nel giorno 13 marzo, alla ora prima pomeridiana, mando per telegrafo a Livorno: «Il Governo invita il Governatore di Livorno a venire in giornata a Firenze, per conferire insieme su cose importantissime.»[367]Arrivato a Firenze alle7 pomeridiane, alle 9 si ordina al Colonnello Costa-Reghini: «È pregato a portarsi domani col primo treno a Firenze. Il Generale D'Apice lo vedrà appena arrivato;»[368]e alquante ore trascorse, di nuovo, alle3 antimeridiane del giorno 14 marzo, intímo a La Cecilia la partenza immediata, sotto minaccia, che avremmo lo indugio per tradita amicizia, come già in altro luogo opportuno fu debitamente notato.

A ben comprendere quanta industria fosse posta da me per indebolire la parte che strascinava il Paese alla demagogia, e quanta difficoltà incontrassi nella perigliosa impresa, prezzo della opera è sospendere alquanto questo racconto, e continuare quello che spetta alla Guardia Municipale.

La Guardia Municipale corrotta e governata da taluni che trovavano il proprio conto a mostrarsi smaniosi libertini, mercè la diligenza fatta, viene a Firenze, ed è stanziata a Santa Maria Novella. Qui noi attendevamo a mandare ad esecuzione il disegno di cui già tenni proposito, allorchè, avendolo i più audaci subodorato, si ribellano con minaccie di morte: ordinai si trasportassero due cannoni, e al Quartiere, intimati prima i pacifici a separarsi dai rivoltosi, si appuntassero. Però essi non ne aspettarono la vista, e più che di passo trassero alla Porta San Frediano incamminandosi verso Livorno, dove tolleravansi o di leggieri erano scusati. Il Dispaccio del 10 marzo così ammonisce il Governatore: «Accade un fatto gravissimo che dev'essere ad ogni costo, intenda bene, ad ogni costo represso.Una partedella Municipale di Livorno si è ribellata. Prima, nel Convento di Santa Maria Novella, aveva fatto mostra di difendersi; poi è uscita da Porta San Frediano, e non si sa dove siasi diretta. Verrà forse a Livorno. Prenda, con la massima segretezza e con vigore, le misure onde venga arrestata. Si concerti conFrisianie con altri Ufficiali di testa. L'avviso a tempo, onde a tempo provveda. Non intende il Governo mezzi termini nè pietà. Se mostriamo mollezza per la Guardia Municipale, è finita:invece di difensori avremo un branco di assassini.»[369]Il Maggiore Frisiani raggiunge le Guardie ribellate a Pisa, con ordine di tradurle da capo a Firenze sotto scorta; si sottomettono, ma implorano andare a Livorno,e non tornare alla Capitale presso il Governo Provvisorio. Frisiani non si reputando facultato (come invero non era) ad arbitrare, viene per ordini.[370]Le Guardie promettono aspettarne arrestate il ritorno; i Maggiori Frisiani e Magagnini mallevano per loro; fa lo stesso Mastacchi; se non che le Guardie, mutato consiglio, dai Quartieri di San Martino si recano, nella sera del giorno 12 marzo, alla Stazione della strada ferrata, e quiviper amore o per forza intendono volere essere trasportate a Livorno.[371]Il Governo, sentinella perduta dell'ordine, alacremente commette al Governatore: «L'arrivo dei Municipali a Livorno è fatto gravissimo, e tale da cimentarela pubblica sicurezza.Se forza non rimane alla Legge, il Governo è d'uopo che si dimetta, e con esso cadano tutti i funzionarii pubblici per dare luogo ad uomini facinorosi che condurrebbero a irreparabile ruina il Paese.[372]È necessario pertanto che cotesti ribelli sieno per forza o per arte arrestati e disarmati. Procurate con ogni mezzo che ciò si ottenga, il Governo penserà in giornata a darvi le istruzioni in proposito. Se in un corpo, che tutto deve imporre con la forza morale, si lasciano introdurre germi d'immorale dissoluzione, io non so più qual forza resti al Governo per fare eseguire le Leggi; qual tutela resti al Popolo della propria sicurezza. Uno esempio è necessario. I cinquanta militi municipali venuti costà non appartengono più al corpo. Restituite con un atto di coraggio la fiducia che deesi avere dal Popolo nella Guardia Municipale, e che le mancherebbe, qualora questi sciagurati, indegni di appartenervi, andassero anche questa volta impuniti. I Maggiori Magagnini, il Frisiani, e il Mastacchi hanno cimentato la loro parola in questo affare. Agiscano; chè altrimenti ne va del loro onore. Ogni buon Livornese deve vergognarsi di convivere nelle stesse cerchia e di chiamarsi concittadino di uomini così indisciplinati e ribelli come sono cotesti Municipali.»[373]La pubblica indignazione levandosi a danno loro, altri non potè assumerne le parti di protettore e avvocato; figli di predilezione erano essi, ma sul momento fu mestieri abbandonarli, bensì con fiducia poterli restaurare dello smacco largamente ed in breve. Il Governatore, verso le ore due pomeridiane del giorno 13, annunzia i Municipali disarmati essere stati tradotti in Fortezza; «chiedere intanto essere autorizzato a inviarli a Pisa per essere ivi custoditi e giudicati; imploramolta indulgenza e sollecita, non senza però il più ampio apparato di Giustizia.»[374]Fu il richiamarlo risposta. La Fazione sentendosi percossa, prorompe in aperte minaccie; Pigli torna a Livorno; una parte del Popolo tumultua, e intende impedirne la partenza;[375]ma egli ormai privato del comando, increscioso a molti per le sue avventate parole, a parecchi ancora dei suoi partigiani caduto novellamentein fastidio pel non degno abbandono del Colonnello Reghini, comprende essere migliore partito per lui abbandonare Livorno riducendosi a Firenze: quello che vi venisse a fare lo dichiarano i Documenti officiali dell'Accusa; egli venne a osteggiare il Governo, nelle Assemblee e fuori, istando ardentissimo perchè la Repubblica e la Unione con Roma si proclamassero.

Nel giorno14 marzostavano radunati nella mia stanza i signori Montanelli, Mazzoni, Pigli, Reghini, e D'Apice, a cui Reghini su la prima giunta aveva esposto per filo e per segno com'erano andate le cose. Io invitai il Colonnello a contestarle in presenza al Governatore; ma egli, si peritasse per gentilezza, o per altro motivo, si andava tuttavia schermendo: allora lo confortai a favellare senza ritegno; poichè la sua sentenza adesso suonava diversa dalla manifestata testè.... nella stessa mattina al suo Superiore. Egli, fattosi animo, confessava essere stato abbandonato pur troppo alla furia popolare dal signor Pigli, e nel venire tratto giù per le scale avere creduto arrivata la estrema ora per lui. Il Pigli si scusava affermando avere adempito a quanto era in potestà sua di fare. Congedati il Generale e il Colonnello, gli palesai aperto non lo potere più oltre conservare in Livorno; e siccome i miei Colleghi assentivano al detto, egli si piegò a dimettersi ponendo innanzi certe sue pretensioni di pecunia, le quali lasciai che altri regolasse con lui, contento ch'egli dal governo di Livorno ad ogni modo cessasse.

La Guardia Municipale ebbe a venire in Firenze e sottomettersi; a Livorno proposi una Commissione governativa composta dei signori Fabbri, Pappudoff, e Manganaro.[376]Certo, Luigi Fabbri fu soldato prestantissimo, e dei primi della guerra della Indipendenza; e spesso (chè spessissime volte col fine di bene inculcarlo nella mente degl'ignavi ascoltatori ei lo disse) con l'orgoglio che ogni concittadino sente in cuore pei forti detti e pei generosi gesti dei suoi compatriotti, lo udii, e ben mille altri meco lo udirono ripetere le parole con le quali, tutto infiammato, usciva nella Seduta del 23 gennaio 1849: «Tra questi v'è un uomo, e sono io, che, all'istante nel quale fu dichiarata la guerra, prese le armi, e, senza diffondersi in vane parole o in semplici grida sulle pubbliche piazze, o in esagerati concetti per istrappare l'applauso dal sentire generoso del Popolo, ha pugnato nella guerra della Indipendenza, ed ha affrontatola morte; e non solo ha affrontato la morte lasciando teneri figli ed amata consorte, ma adesso dichiara, in presenza a tutto questo onorevole Consesso, che ritornando le armi nostre su i campi lombardi, sarà pronto di nuovo a cingere la spada.»[377]— Ma non per questo nè allora nè poi fu Repubblicano il Fabbri, e, se ne avesse bisogno, gliene potrei far fede; e il signor Pappudoff nemmeno, comecchè amico delle oneste libertà. In quanto a Giorgio Manganaro, basti dirne questo: che la parte faziosa lo ebbe ad oltraggiare con la brutta minaccia: «Devi fare come il Pigli, o ti butteremo dalla finestra.»[378]

Tutte queste cose io volli dire seguitatamente, affinchè si comprendesse come, amici Pigli e La Cecilia una volta, meco una volta concordi per sostenere e promuovere gl'interessi del Principato Costituzionale toscano,[379]poco oltre l'8 febbraio, acconsentendoad altre persuasioni, gli avessi prima segreti, poi alla scoperta avversarii. Da Firenze in prima si estorcono commissioni onde al Governatore di Livorno sia fatta abilità di eseguire, con nome e credito governativi, ufficii contrarii alla mente del Governo; a suo arbitrio estenderli; a norma degli ordini di tale che in quei giorni troppo più di me poteva, ed era obbedito, applicarli; indi a breve, nemmeno gli ordini si aspettano o si cercano; e già in Livorno spunta costituito il Governo, che, passandomi sul corpo, si augura la Repubblica, la Unione con Roma, e la Decadenza del Principe proclamate. Così vedremo con quanta diligenza e pertinace volere da una parte, difficoltà e pericolo dall'altra, pervenni di mano in mano a contenere la Setta, che dello intero Popolo toscano piccola parte, ma prepotente di audacia e di gagliardía, mentre attende cupidissima a sospingere il Paese nella Repubblica, non si accorge precipitarlo fra gli orrori rivoluzionarii nell'anarchia.

Secondo l'ordine dell'Accusa succede la lettera scritta nello stesso giorno14 febbraioa Tommaso Paoli, consigliere della Prefettura di Pisa, la quale, comecchè dettata nelle condizioni medesime di tempo e di luogo, forza è che si giustifichi con le ragioni addotte in proposito del Dispaccio al Governatore Carlo Pigli. E dove si ricerchi argutamente la materia, tu vedi in cotesta lettera espressa la traccia di pressura attuale. Invero, ricordisi quanto nel § dellaDimostrazioneprovai con la testimonianza dei Giornali, voglio dire le Deputazioni dei Circoli una succedentesi all'altra nel giorno 13 febbraio, e con quanta mansuetudine oggimai è manifesto,per essere ragguagliate di quanto sapeva e operava; e allora si comprenderà come, per ischermirmi dall'accusa di negligenza (e insinuavasi tradimento), rimproverato, rimprovero di essere lasciato privo di novità. Ancora: il linguaggio che correva su per le bocche degli uomini in quei tempi, ed usavasi nelle scritture, nelle petizioni dei Circoli, ed in quel punto si favellava dalle persone che mi stavano al fianco, forza è che trapassi nel Dispaccio, siccome nel Dispaccio dell'8 febbraio fecero passaggio le parole: «il Principe è decaduto;» e oggimai per mille documentiè provato com'io questa decadenza conflittassi e impedissi. Finalmente, quantunque commosso dalla presenta perturbazione, bene ordino radunarsi uomini, ma parte inviarsi a Lucca, e parte tenernea disposizionedel Governatore di Livorno, il quale a sua volta aveva a dipendere dal Generale D'Apice, come fu dimostrato di sopra.

Ora l'Accusa (ma di siffatti studii non si occupano le Accuse) se avesse desiderato chiarirsi, poteva mettere a parallelo degli atti che incolpa, altri atti che pure ella raccolse nel suo Volume, e confrontando avrebbe acquistato la conferma (dove facesse mestieri) della patita coazione. E innanzi tratto io pongo il Dispaccio mandato allo stesso Consigliere Paoli, dove lo avviso della infermità sopraggiuntami, ed in bel modo lo conforto a procedere prudentemente e con temperanza grandissima, a impedire ingiurie ed offese, a rendere amabile la libertà proteggendo tutti, e conservando il diritto ordine fecondatore del vivere civile.[380]— Di molto maggiore importanza apparisce l'altro Dispaccio del pari indirizzato al Consigliere Paoli:

«A buono intenditore poche parole.— Armatevi — armatevi — armatevi. — Esaltate i soldati; —NON ABBIAMO BISOGNO DEL GIURAMENTO, — ma pure se lo prestano meglio che mai.

«Bisogna che diate forza al Partito democratico di Lucca.

«Non si precipiti nulla in quanto a Repubblica.

«1º Perchè tutta Toscana ha da esprimere il suo voto.

«2º Perchè Francia e Inghilterra, stando così, proteggono da invasione straniera; — se no, abbassano le armi, e abbandonano il Paese: giudizio dunque.Partecipi agli amici, non che al Prefetto, se crede.»

E sapete voi quando io dettava cotesto Dispaccio? Il 13FEBBRAIO1849 nelle ore pomeridiane, e per tal modo poco tempo innanzi che per me si scrivesse il Dispaccio incriminato. Voi lo vedete adunque: intorno al giuramento non metto sollecitazioneveruna, anzi dichiaro non averne bisogno; raccomando impedirsi la Repubblica; ammonisco intorno ai pericoli non mica transeunti, bensì permanenti, e tali da non iscomparire da un giorno all'altro dove sconsigliatamente si proclamasse; tra siffatte disposizioni dell'animo mio manifestate nel13febbraio, ponete le strette e le violenze, che in parte vennero raccolte nel § dellaDimostrazione; e si abbiano anche i più diffidenti prova non dubbia della sofferta pressura. Le discrepanze, o meglio le contradizioni fra il Dispaccio del13e l'altro del14febbraio, somministrerebbero di leggieri materia a lungo discorso: io però amo il lettore di per sè stesso le senta, piuttosto che andargliele ad una ad una enumerando partitamente io.

Per quanto in queste angustie mi è dato, ricorderò alcuni pochi atti, onde il paragone sempre più riesca convincente. Nel giorno8 di febbraio 1849, instituisco una Commissione, perchè provveda alla custodia dei mobili tutti appartenenti al Granduca, ond'egli (se la fama mi porge il vero) ebbe a dire a Sir Carlo Hamilton, delle cose sue non avere perduto la più piccola; nel9, alla domanda (ed era minaccia): «nasce dubbio nelPubblico, che la proclamazione del Governo Provvisorio Toscano abbia fatto cessare le attribuzioni dei pubblici funzionarii,» rispondo sollecito dopopochi minuti: «il dubbio non è fondato; stieno al posto; chè il mandato dura finchè non sia revocato.»[381]Chiunque attende a mutare forma di Governo, non ne conserva la organizzazione e gli ufficiali; ma quella immediatamente disfa, questi licenzia. Nel10, riavutomi alcun poco dallo sbigottimento, malgrado la decadenza del Principe proclamata dal Popolo l'8 febbraio, e malgrado che io pure fossi costretto a scrivere quella parola in quel giorno, annunzio:

«Cittadini. — Abbandonato il Paese a sè stesso, noi fummo dal Parlamento toscano e dal Popolo eletti custodi della pubblica sicurezza. Fermo proponimento nostro è mantenerla, e difenderla. I Cittadini cui preme la Patria si stringano intorno a noi. Chiunque con fatti o detti attenta alla salute pubblica, commette scandali, ed eccita la guerra civile, sarà considerato traditore della Patria, e come tale punito. — Firenze,10 febbraio 1849.»

Il giorno seguente, osando di più, il Governo dichiara: suo primo dovere consistere nel mantenere la pubblica sicurezza; in quanto alle sorti toscane, aversi queste a decidere dalla intera Nazione col mezzo dei suoi Deputati; rispetterebbe allora il Governo le volontà del Popolo sovrano: — con le quali sentenze davo ad intendere senza ambage, che tutto quanto era stato deliberato da parte del Popolo a Firenze io riteneva per irrito, e come a cosa di nessun valore ricusavo sottopormi: la universa Toscana, debitamente interrogata, disponesse di sè:

«Dopo che la Toscana fu priva di uno dei tre Poteri dello Stato, fu eletto dal Popolo, e confermato dal libero voto delle Assemblee, un Governo Provvisorio. Primo ed ultimo dei doveri di questo doveva essere la tutela dell'ordine pubblico. A tanto dovere non mancherà mai questo Governo, finchè gli bastino tutte le sue cure, e tutto sè stesso.

«Ai Toscani poi tutto il diritto, e il dovere insieme di decretare la forma che ha da prendere lo Stato.Quando i Deputati eletti liberamente per universale suffragio avranno espresso la volontà loro, il Governo Provvisorio darà primo lo esempio della più perfetta obbedienza ai voleri del Popolo Sovrano. — Firenze11 febbraio.»[382]

Finalmente il giorno14 di febbraio, il giorno stesso del Dispaccio incriminato, faceva scrivere dal Segretario Marmocchi al Governatore di Portoferraio: «sa peraltro che se il Principe è partito, non è decaduto.»[383]

Nel giorno10 febbraio, considerando la miseria a cui la partenza del Principe riduceva i suoi familiari, e compiacendo ai desiderii di lui, decreto:

«Tutti i Cittadini che fin qui appartenevano al servizio del Principe, riceveranno provvisoriamente la loro pensione a carico della Depositeria Generale, finchè il Governo non abbia trovato il modo di sistemarli convenientemente.»

Nel giorno11 febbraio, così imponendo i proconsolari ordini della Setta, decreto, che il regio Palazzo della Crocetta sia destinato ad ospedale degl'Invalidi; più tardi, si è veduto, i novelli Municipali vanno di proprio arbitrio a rinnuovare ai Custodi la minaccia dei veterani di Augusto ai possessori degli agri italici:veteres migrate coloni; ma segretamente dispongo non s'innuovi.[384]Nel giorno11 febbraio, ricercato il Governo dal Governatore di Livorno, se i soldati mossi da quella città per Firenze avessero a proclamare la Repubblica, risponde: chiamarsi pel mantenimento dell'ordine, non già per dimostrazioni politiche, le quali dovevano all'opposto con ogni studio prevenirsi.[385]E qui mi sia concesso notare, onde si conosca quanta sia stata la umanità mia, e la cura indefessa, perchè nefande discordie tra la famiglia toscana non insorgessero, o insorte appena posassero, la esortazione rivolta nel medesimo giorno al Governatore Pigli: «Si raccomanda la buona condotta passando per Empoli. Si rammentino, che gli Empolesi, momentaneamente traviati, sono fratelli.»[386]

Nè, quantunque poco faccia alla materia in questo punto discorsa, io mi asterrò da riportare un Dispaccio telegrafico da me dettato il16 febbraio, relativo ai Veliti. — O voi non degni soldati di questo corpo onorevole, e da me onorato, che veniste a inacerbirmi il carcere di San Giorgio dicendomi improperii sotto le cieche finestre, o minacciando traverso le porte, io non voglio rammentarvi, che per me, assentendo ai desiderii vostri, dagl'ingratissimi ufficii di Polizia foste rilevati; e neppure, che sopra ogni altra milizia Toscana otteneste prerogative, e soldo; queste cose accennerebbero, per avventura, a provocare la vostra riconoscenza; ed io ve ne dispenso. Leggete, vi scongiuro, più che con gli occhi col cuore, il mio Dispaccio del16 febbraio, ed imparate che cosa sieno amore di cittadino e carità di Cristiano. — Avvertito, da Pontedera, come alcuni Veliti per timore di minaccia fuggissero via, così gravemente ammoniva:

«Invece di accomodare, arruffate. Qui i Livornesi hanno fatto pace co' Veliti; a Pontedera gli minacciano; sicchè questi fuggono. I Veliti sono il miglior corpo che abbiamo. Bisogna che voi gli richiamiate, e subito fate pace, e sincera. Con questi modi prevedo guai grandi. Siamo tutti fratelli; se non l'amore, ci stringa il pericolo comune.»[387]

Quando lo insulto si posa sopra le labbra del soldato, il valore leva le tende dall'anima sua.

Correva il giorno 12 febbraio, quando una moltitudine di Popolo, traendo a furia su la Piazza del Granduca, si accinse a piantare l'Albero della Libertà, e con infiniti schiamazzi chiedeva il Governo, affinchè l'atto approvasse, e lodasse. Mi presentai solo, e solo mi attentai a contrastarlo, e lo chiamai prepotenza diretta a costringere gli altri Toscani, i qualiforselo avrebbero consentito, ma non erano presenti per farlo: appartenere al libero voto di tutto il Popolo toscano, radunato in Assemblea il 15 del futuro marzo,decidere su la forma del Governo.[388]— Quale concepisse rancore la Fazione assai dimostrammo, e più dimostreremo, se Dio ci aiuta; però nonostante le mie parole, tornava più tardi, e lo volle piantato sotto i miei occhi, quasi in dispregio di me. Siete chiariti adesso, che nè sempre, nè tutto quello che desiderava non fatto, mi riusciva impedire? L'Accusa impenitente sussurra:lustre per parere; opere volpine per istare apparecchiato ai successi futuri. Sta bene; ma egli è forza convenire, che mentre provvedevo alle probabilità future, correvo temerario il pericolo di rimanere oppresso nelle contenzioni presenti: e questo io non vorrei rinfacciare l'Accusa per non avere fatto, ma vorrei, che un cotal poco più onesta ella fosse nel darmi merito per averlo fatto io.

Nè meno importa allegare in mia difesa il Decreto dei Commissarii da inviarsi nelle Provincie, che compilato dal sig. Mordini, firmai il14 febbraio, avvegnachè in esso non si faccia pur motto di Repubblica, nè di altro attenente a forma di Governo, bensì di risvegliare i sensi generosi della Nazione, mettere a profitto i mezzi sparsi in tutto il Paese, facilitare il fornimento delle Guardie Nazionali, lo scriversi dei Volontarii alla milizia; raccogliere insomma in uomini, in bestie, in danari, e in arnesi, quel più che la diligenza loro avesse potuto ottenere dai Municipii toscani.

Ora tutte queste paionmi prove evidentissime della mia reluttanza a operare cosa che tornasse ostile al Principato Costituzionale, però che da me pendesse unicamente consumarne l'abolizione; e se questa allora e poi contrastai, stupido concettoè pretendere, che al punto stesso io la provocassi e volessi.

Nè pentere e volere insieme puossi,Per la contraddizion che nol consente.(Dante,Purg., III.)

Nè pentere e volere insieme puossi,

Per la contraddizion che nol consente.

(Dante,Purg., III.)

Lo dice anche il Diavolo, ch'è pure il Procuratore Regio nell'altro mondo!

Appartiene, per ordine di data, a questa sede del nostro discorso la lettera che l'Accusa senza altro impaccio afferma da me spedita al conte Del Medico; ne favellerò in altra parte: intanto importa fino d'ora avvertire, ch'ella non è punto una lettera mandata, bensì semplice nota posta sotto la missiva di cotesto Delegato: il che suona troppo diverso. E qui pure, se non per ragione di data, per connessità di materia, dovrei esporre i motivi delle note, che si afferma di mio carattere scritto sotto le lettere del 12 e 17 febbraio 1849, la prima del Consigliere di Prefettura, la seconda del Prefetto di Grosseto; ma poichè esse vengono governate da altra serie di fatti, io penso con migliore consiglio favellarne là dove di questi fatti terrò ragionamento. Chiuderò piuttosto, prima di passare ad altro, col proseguire la storia dei sospetti e degli eccitamenti contro la mia persona, mossi dalla Fazione dei demagoghi dai primordii del Governo Provvisorio fino a questi tempi, e poi purgandomi dall'accusa della persecuzione esercitata contro i Sacerdoti.

Nel 9 febbraio, a nome della Fazione, intimasi il Governo a spogliare gli abbienti delsuperfluo, e a distribuirlo fra il Popolo; ai colligiani, alle femmine, agl'impiegati tolga le pensioni mal date e peggio ricevute, e subito, perchè già in qualunque Governo sarebbe sacramentale dovere, ma in quello che regge, dura, vive e respira per volontà di Popolo, è condizione di vita, necessità. Nè dica domani, no: domanipotreste non essere più vivi...[389]

Della inquieta polizia dei Circoli somministrano prova i Documenti dell'Accusa in data dell'11febbraio, con l'ordine di vigilare i palazzi, e la taberna di alcuni cittadini.[390]

Nel giorno13febbraio, la Emigrazione Lombarda minaccia prossima l'accusa davanti il Popolo, per la colpevole inerzia con la quale avevo poltroneggiato fin lì.[391]

Nel14ilMonitoredel Circolo, me e i miei colleghi bandisceGoverno austriaco, se, dubitando, indugiamo più oltre a proclamare ladecadenza del Principe.[392]

Nel giorno stesso, pel medesimoMonitorerimango avvertito che il miomal sonnodi tre giorni (la Emigrazione Lombarda vedemmo, che lo calcola disei) mi tornerebbe fatale, avvegnachè iogiuocassi della mia testa.[393]

La mia opposizione al piantare l'Albero è denunziata al Circolo, da quello con parole crucciose avvertita, e minacciosamente dal suoMonitorepropalata.[394]

Con pari cruccio, e pericolo anche maggiore, la Emigrazione Lombarda avvisa il collegio repubblicano essere stata da me freddamente accolta la Deputazione venuta a instare, affinchè la Repubblica senz'altro indugio si proclamasse.[395]

Scellerata cagione di sangue, me furibondi designano alla pubblica vendetta, perchè relutto a dichiarare la Repubblica, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma.[396]

Questi, ed altri tali, erano dardi avventatiad hominem, dacchè, bene o male che il credessero, demagoghi e Repubblicani pensavano essere io impedimento unico a conseguire il termine estremo degli sforzi loro,[397]senza il quale, assai più esperti dell'Accusa, tenevano non avere conquistato nulla, e riposta ogni cosa in compromesso. L'Accusa, tetragona ai colpi di paura, scriveva, dentro la sua stanza, nel gennaio del 1851, a canto al fuoco, gli usci diligentemente serrati: — lievi prove di coazione sono coteste, anzi non sono prove, e, meglio meditandovi sopra, piuttosto sono prove escludenti qualsivoglia violenza! — Ma, Dio eterno, che cosa pretenderebbe l'Accusa? che io, in prova della violenza patita, le portassi davanti la mia testa mozza come Beltramo da Bornio?[398]Atroce patto ella pone alla sua fede, se non si contenta di altro che di gole squarciate, e di cuori fessi! L'Accusa non tace che alla prova del cataletto...

Le manifestazioni di animosità della parte repubblicana, ame particolari, sono venuto con prove espresse raccontando durante il mio Ministero, e nei primi giorni del Governo Provvisorio; vedremo a mano a mano crescere in breve, e prorompere alfine in manifesta accusa di traditore.

Da me altri non aspetta (e non mi sento tale da farne) proteste di devozione serotina: io parlo piuttosto con la coscienza del testimone, che con lo zelo del difensore. Però, innanzi tratto, dichiaro, ch'eletto a tutela della pubblica sicurezza, io non solo non mi reputerei colpevole di avere adoperato contro i Sacerdoti, secondo i meriti loro, ma all'opposto mi terrei colpevole per essermene astenuto. Forse i Sacerdoti presumono esercitare il privilegio del delitto? Chi questo crede, gl'insulta. La santità del carattere e lo istituto sublime impongono loro augumento di carichi, ed essi lo sanno, non già dagli assunti doveri gli assolvono. Nè Cristo senza sacrilegio può essere tolto a segnacolo di fazioni contrarie; egli sente misericordia di tutti; per chi piange, ed anche per chi fa piangere. Monsignore D'Affre, inclito martire della fede cristiana, quando si avventurò tra i furori della battaglia cittadina, non andava già a rafforzare questa parte o quella; finchè cristiani uomini gli uni contro gli altri combatterono, egli gridò: — «forsennati! forsennati!» e li conteneva; quando cadevano, egli gemè: — «infelici!» e gli andava soccorrendo; quando fu piagato di mortale ferita, ei li chiamò: — «figliuoli!» e li benedicea. — Chi davanti a Sacerdoti siffatti non s'inchina? — I Sacerdoti commettitori di scandali e di risse, già più Sacerdoti non sono; la Chiesa, pel carattere che rivestono, bene domanda sia proceduto contro loro con certi riguardi, ma essa prima e più severa di tutti acerbamente gli accusa. Ciò premesso, io dichiaro, non avere mai dato ordine che si arrestassero Sacerdoti. Mentre fui Ministro dello Interno, feci chiamare, come altrove ho notato, alcuni Preti ed alcuni Frati, e gli ripresi del poco amore che portavano alla Patria, del costume pessimo, e dello sviarsi dietro a cose umane che non ispettavano loro, con iscapito grande delle divine a cui erano unicamente commessi; non però gli arrestai, nè in altro li volli mortificati. Durante il Governo Provvisorio non adoprai modi diversi; anzi, ricordo come certa volta presentatisi avanti il Ministro dello Interno alcuni Sacerdoti, udii riprenderli, perchè si mostrassero avversi alla Costituente, e andassero dissuadendo la difesa del Paese; e dico averli uditi riprendere, dacchè non erano stati puntochiamati per ordine mio, e nello ufficio del Ministro io penetrava a caso. Senza profferire parole, in disparte ascoltai le discolpe loro; poi fattomi presso ad uno che al sembiante mi parve più giovane degli altri: — «Io non so, Reverendo, incominciai ponendogli la mano destra sul braccio, io non so, Reverendo, perchè voi non dobbiate amare la Patria; anzi non so perchè voi non la dobbiate amare più di noi.» E il degno Sacerdote con atti e parole vivaci rispose: «Io amo il mio Paese al pari di ogni altro. Rispetto alla Costituente Italiana, la mia coscienza mi vieta aderirvi; ma in quanto a difendere la mia Terra dalle invasioni straniere, da Sacerdote le affermo, che prenderei l'arme, e verrei a farlo io stesso.» — Allora gli strinsi la mano, e conchiusi: «E tanto basta, mio degno Sacerdote,... tanto basta.» — Quando mi verrà concesso esaminare gli Archivii, ritroverò il nome e la condizione del Prete.[399]—

Superiormente alla tristizia dei tempi, trovarono in me i Sacerdoti continua ed efficace tutela. Di ciò provare mi porge abilità la cortesia dell'Arcivescovo di Firenze, il quale, da me richiesto, mi rimetteva la copia autentica della lettera che io gl'indirizzava il 2 aprile 1849:

«Monsignore.

«Io vorrei pregarla, Monsignore, ad avere la compiacenza di significarmi se V. S. Rev.maintende per le imminenti solennità celebrare in Firenze.

«Nel mentre che io vado persuaso che V. S. Rev.masi penetrerà di quanta pace e di quanta consolazione sarebbe la sua presenza in mezzo al suo ovile, mi permetterei aggiungere le mie preghiere caldissime onde ciò abbia effetto.

«So bene che V. S. Rev.manon si tratterrebbe punto nello esercizio delle sue sacre funzioni per sospetto che potesse concepire; pure vada convinto, che finchè duri nello arduo uffizio che mi fu confidato, saprò e vorrò mantenere severamente la reverenza che si deve a tutti gli Ecclesiastici in generale, e in particolare alla sua degna persona.

«Di Lei, Mons.reReverend.mo

«(L. S.) Li 2 aprile 1849.»

«Devot.mo«Guerrazzi.»

E già io gli aveva dirette altre due lettere in risposta allesue, con le quali mi domandava protezione per lo esercizio delle sue episcopali prerogative. Quantunque egli abbia smarriti gli originali, non ha mancato il degno Arcivescovo, con esempio di rettitudine generoso,non per anche imitato da tutti quelli nei quali io maggiormente confidava, di sovvenirmi nelle dure strette in cui mi trovo con lo aiuto delle sue reminiscenze, come si conosce dal seguente attestato:

«Attesto per la pura verità, che nel tempo da me trascorso alla Badia di Passignano, dopo le tristi vicende che mi costrinsero ad abbandonare questa Capitale, oltre una terza lettera già da me rilasciata dietro richiesta delle Autorità Giudiciarie, io ne ricevei pure altre due direttemi dallo stesso signor Avv. F. D. Guerrazzi, in allora Capo di quel Governo Toscano, nelle quali, con espressioni le più ossequiose e rispettose, mi diceva ch'egli approvava pienamente le misure da me prese di relegare all'Alvernia i due Sacerdoti *** *** come propagandisti di dottrine eterodosse, e mi protestava che sarebbe stato sempre deferente all'Autorità Episcopale, promettendo, fintantochè egli fosse stato a capo del Governo, favore, protezione e sostegno pel libero esercizio della medesima.

«Non avendo io tenuto conto di dette due lettere, e venendomi esse richieste dallo stesso signor Avv. F. D. Guerrazzi per interesse della sua difesa, ho stimatomio doveredi manifestarne il sentimento, e rilasciarne il presente certificato.

«In fede ec.

«Dal Palazzo Arcivescovile di Firenze,

«(L. S.) Li 11 marzo 1851.

«FerdinandoArcivescovo di Firenze.»

E queste sono nobili parole: in prigione non posso nè devo fare più lungo sermone. Allora la lode è turpe per cui la profferisce, e senza onore per cui la riceve, quando possa sospettarsi che muova da viltà o da paura. Miseria non ultima del carcere, dove il biasimo ti viene ascritto a furore, la lode ad abiezione. La virtù nella comune estimativa del mondo sta abbracciata con la fortuna.

E, non diverso dall'Arcivescovo di Firenze, il Vescovo di Milto Ordinario a Livorno, con lodevole premura porgeva anch'egli testimonianza di averlo io sostenuto, affinchè in negozio dilicato l'autorità sua fosse obbedita.

«I Signori *** *** presentandosi come incaricati del signorAvvocato F.-D. Guerrazzi mi richiedono di uno attestato, che stia a constatare qualmente il medesimo mentre dirigeva il Ministero dello Interno si prestò ad appoggiare la mia Autorità di Ordinario in emergente dilicato, interessante la moralità e la coscienza, ed io non posso ricusare un tale attestato, in quanto che è vero, che in circostanza come sopra fui dal suddetto signor Guerrazzi utilmente coadiuvato. Ed in fede

«(L. S.) Livorno, 26 luglio 1851.

«Girolamo,Vescovo di Milto.»

Nè già si creda, che senza mio sommo pericolo fossero i soccorsi, che, secondo l'obbligo mio, dava allo Episcopato per lo esercizio delle sue legittime prerogative, e la preghiera al fiorentino Arcivescovo, che con la presenza e i riti la religione commossa confermasse. Un cartello infame fu affisso nel giorno terzo o quarto di aprile all'Albero della Libertà, piantato in Piazza del Duomo, e fatto remuovere vi ricomparve più volte, il quale diceva così: «Due traditori (il primo era io, il secondo Monsignore Arcivescovo) si sono dati la mano per tradire il Paese; si muova il Popolo, e si dia la meritata pena, prima che gli scellerati disegni sieno compiti.» A vero dire io non ebbi mai l'onore di favellare con lo Arcivescovo; ma non importa; noi cospiravamo insieme per tradire il Paese. In quanto al soggetto cui accenna l'attestato di Monsignore Vescovo di Milto, mi dichiarò mortalissima guerra; scriveva lettere ortatorie perchè mi si spingessero contro come a un verro di macchia, perchè traditore della Patria, venduto ai tiranni, col corredo delle consuete ribalderie, che i ribaldi costumano. La Polizia sorprese una di queste lettere, e svelò come anch'egli partecipasse alle trame del Frugoni di cui ho parlato a pag. 369 di questa Apologia. Longanime come è mia natura, non uso a tremare, e per paura offendere, tardo a muovermi quanto più in grado di accompagnare il baleno del volere col fulmine del fare, io mi restrinsi a spedire la lettera intrapresa del tristo Prete a Manganaro, ordinandogli di depositarla negli Archivii della Polizia, e sorvegliare, e sfrattare il Frugoni.[400]

Ma tornava al benevolo disegno della Accusa raccontare di Preti imprigionati e di Arcivescovo offeso, me annuente o impotente. Ciò non pensava il Vescovo di Livorno, e molto meno lo Arcivescovo di Firenze, che a me ricorrevano per protezione in tempi anche più torbidi, e la ebbero, però che io con tutti i nervi mi vi adoperassi. Ma che importa questo? Ciò che si dimostra lo Arcivescovo non avere mai pensato, pensa l'Accusa; e non solo lo pensa, ma lo rimprovera, e ne forma subietto d'imputazione.

L'Accusa fonda il rimprovero: 1º sopra taluni ordini spediti l'8 febbraio 1849, dove leggonsi l'espressioni: «Si vuole ovunque mantenuta la pubblica tranquillità, ed energicamente represso ognitentativoreazionario contro lo attuale ordinamento, se vi fosse tanta stoltezza datentarlo. I Parrochi in ispecie, e Preti in generale, debbono rigorosamente guardarsi, e ove costoro, o chiunque altro, si cogliessero in fallo, sieno irremissibilmente carcerati e processati;» 2º sopra una lettera del 19 febbraio che dice: «Se trova Preti renitenti o traditori, è tempo finirla; si arrestino questi indegnissimi figli della Patria e di Cristo, e si mandino legati a Firenze. Non ammettiamo esitanza, dubbio, od osservazione in contrario: sotto la responsabilità sua, si leghino e mandino in Firenze.»

Mi rifarò dal documento secondo. Le osservazioni, che questa lettera ignoravasi 1º a cui fosse mandata; 2º se spedita; 3º da cui scritta; 4º e da cui firmata, — conciossiachè le firme del signor Montanelli e mia non appaiono di nostro carattere, e il corpo della lettera neppure, come neanche di persone addette alle Segreterie, nè di familiari nostri; tutte queste osservazioni, almeno per quello che sembra, hanno persuaso l'Accusa a dubitare un tantinetto intorno alla autenticità di cotesto documento: però io mi stringerò a dichiarare inistil breve e succinto, che di questa carta io non devodire nulla. Per qual motivo poi, con mille altre di pari natura, l'abbiano stampata nelVolume, pende il giudizio incerto. Alcuni sostengono, che la Istruzione dapprima si avvisasse apparecchiare il caos, onde i Giudici poi, quasi divini, dicessero: «si faccia luce,» e luce si facesse; — altri opinano, che ella intendesse fornire un saggio della intelligenza e della prestanza di taluni impiegati toscani; e si maravigliarono perchè ilVolume dei Documentinon fosse spedito, con tante altre rarità, alla Esposizione di Londra.... ma, spicciandosi, sarebbero sempre a tempo; — altri, altra cosa dichiarano. Intanto stampano lo Indice, ottima giunta alla buona derrata, perchè accuratamente compilato, con diligenza elzeviriana corretto, sicuro nelle indicazioni; per sugosi sommarii, e soprattutto precisi, veramente esemplare;... questa opera inclita in ogni parte armonizza![401]— Favelliamo di altro. E quanto espressi sul documento secondo dovrebbe giovarmi anche pel documento primo, dacchè non sia scritto nè firmato da me, sibbene dal solo Segretario signor Allegretti. Ma il Segretario Allegretti, ricercato con lettera intorno alle ragioni del Dispaccio, risponde per lettera quello, che già abbiamo letto a pag. 289 di questa Apologia. Quando il signor Segretario sarà richiamato, come diritto vuole, non dubito punto nella rettitudine sua, ch'egli vorrà rammentarsi come mostrando nel volto dolore, gli domandassi che avesse, ed avendomi manifestato la repugnanza sua a scrivere disposizione siffatta intorno ai Parrochi, io gli rispondessi: «ed ella non la metta.» Se non che altri intervenne, e disse con impeto: «che importa a lei? Faccia il suo dovere, e obbedisca.» Ma queste cose non importa sapere all'Accusa.

Il Manifesto alla Europa afferma che il Governo non mandò armati a cacciare S. A. da Porto Santo Stefano, e, tranne alcuni pochi Municipali, nessuno; e dichiarò eziandio non essere mai stato instaurato in Toscana il Governo Repubblicano. Questo trovammo a prova essere vero esattamente, se ai Municipali aggiungi i quattordici artiglieri, quantunque rispetto a me non sapessi degli uni nè degli altri. Però non vuolsi revocare in dubbio che le voci corressero diverse dal vero, siccome vediamo per ordinarioaccadere; se perforte manovogliasi intendere la colonna Guarducci, nè ella, come chiarii, era spedita da me, nè da altri del Governo, e veniva nel giorno 18 richiamata a Livorno, e rivolta verso il contado lucchese; se per capi stranieri D'Apice e La Cecilia, il primo non si mosse da Empoli, e ricusò il comando; a La Cecilia non fu commesso dal Governo ufficio di sorta, nè leggo avere operato cosa alcuna, tranne bandire proclami, proporsi di capitanare le milizie civiche della Maremma, e, non rinvenuto il terreno molle, data una gira-volta, tornarsi a Livorno prima del 20 febbraio. Il cannone di Orbetello bene salutò la Repubblica, ma la Repubblica in Toscana non era; per la quale cosa il Manifesto alla Europa non ismentendo (come inesattamente scrive il Procuratore Regio del Tribunale di Prima Istanza di Firenze, a pag. 23 della sua Requisitoria) le cannonate di Orbetello, disse a ragione erroneo il supposto, che la Toscana, decretata la decadenza del suo Principe, si fosse costituita a reggimento repubblicano.

E perchè si conosca a prova quanto il mal genio dello errore abbia presieduto a questa opera infelice della Magistratura toscana, noterò come il Regio Procuratore rammentato adduca a conferma di un fatto vero una prova falsa. Veri gli spari di cannone ad Orbetello il giorno 20 di febbraio; non vero, che ne faccia fede il Dispaccio, allegato dalla Requisitoria, di Carlo Pigli; ed è evidente. Il Dispaccio del Pigli apparisce dettato il 22 febbraio a ore 5, m. 45 pom., e dice: «ieria Grosseto e a Orbetello fu grandemente festeggiata la Repubblica con sparo di artiglierie ec.;» loieridel22pare quasi sicuro (a meno, che non lo voglia contrastare il signore Paoli) che sia il21: però, stando a questa prova, il Procuratore Regio del Tribunale di Prima Istanza di Firenze ci vorrebbe dare ad intendere, che S. A. sentisse nel20 febbraioi colpi di cannone sparati il21!!! Ma queste le sono baie.


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