Chapter 42

Da siffatta scienza, in quel punto e non prima di allora acquistata, — insieme alla ignoranza di cotesto caso, espressa parlando al Maggiore Diana, e scrivendo al Maggiore Basetti, — nonmeno che dalla contemporanea notizia del convenuto fra l'Assemblea e il Municipio di concertare le provvidenze per la salute della Patria, imparai che mi era stato ritirato il potere, e che ormai poteva sperarsi che ladronecci non sarebbero successi,omicidii non rinnuovati; insomma il motivo, temuto reazionario ed anarchico, diventava politico, e tendente al fine, che fratregiorni ancora, in virtù di solenne deliberazione dell'Assemblea Costituente, avrebbe conseguíto pacificamente il Paese.Esaminiamo i tre deposti. — Quello del Conte accenna a cosa non presente, bensì da farsi in futuro, e sotto due condizioni: la prima, che le cose sostassero; la seconda, che agli adunati piacesse. Quello del Brocchi spiega una propensione, non volontà determinata, a operare cose presenti, o future. Quello del Venturucci dichiara: volontà portata all'atto. Tutto questo che monta? Importa: che un deposto per necessità esclude l'altro; — importa: che da un uomo comecchè versato mediocremente, non dirò nelle regole della ermeneutica forense, ma in quelle della Logica e del senso comune, dovrebbersi rigettare tutti i deposti. Invece l'Accusa, che sta insieme con la Logica come gennaio con le more, gli allega tutti, comecchè si contradicano, e si elidano, in prova del medesimo fatto! — Oltre il contrasto fra loro, che gli rende inattendibili, per poco che tu rifletta su quello del Digny, tu vedi correre i vermini della bugia su tutte le sue parole; infatti, come poteva egli prendersi travaglio di un partito che doveva effettuarsi in avvenire impossibile? Come richiamare l'attenzione degli adunati su le conseguenze di cosa non avvenuta, e che non poteva accadere? Come ammonire lepersonedei pericoli a cui si avventuravano per colpa di una minaccia partita unicamente da me? Il Brocchi almeno si mostra meno stolido, se non più verace, poichè, le minaccie da lui si affermano di arresto immediato, e veramente furono per la parte dei signori Ciampi e Cipriani, ma nel senso di rammarico di mancata parola; e poichè da più era mossa la minaccia, sta bene eziandio che a più lo ammonimento si dirigesse. L'Accusa pertanto, comecchè alleghi tre deposti discordi, tuttavolta si fonda sopra uno solo (altra prova di senno nell'Accusa!), ed è quello del Dottore Venturucci. Conoscendo la lealtà dell'uomo onorandissimo, io viveva sgomento e dubitava della mia memoria, quando venne a confortarmi la lettura del suo esame, dove dichiara: «Rispetto alla prima domanda, cioè se il Guerrazzi accogliesse benignamentela proposta della Deputazionenella Sala delle Conferenze, ripeto quello che ho annunziato — epresso a poco disse le parole che ho riferito, — ma tardò poco a calmarsi e a convenire con i signori Municipali; ed è da notarsi eziandio che il Guerrazzi era già alterato per alcuni rimproveri che gli avevano fatto di non essere comparso, secondo il convenuto, la sera antecedente nella ora stabilita all'Assemblea.» Non deponendo pertanto il Dottore Venturucci assolutamente, maa un dipresso, non è da dubitarsi neppure un momento, che non sia per trovare esatta la mia narrativa, molto più che stando egli dal lato opposto, in fondo della tavola lunghissima, e lontano dal gruppo dei disputanti, non distinse da cui si partisse la intimazione dello arresto, la quale in vero fu fatta, come ho avvertito, per la parte dei signori Cipriani e Ciampi, e secondo che per bene due volte dall'avvocato Brocchi ancora si dichiara. — Nè già si creda che io qui arresti la dimostrazione: io vo' perseguitare l'Accusa con la verità, com'ella mi ha perseguitato con la fallacia. Il Cavaliere Martelli, uno dei tre Municipali, interrogato, depone: che, quando egli venne col Conte Digny e col Brocchi per la seconda volta all'Assemblea, vi trovò anche me, e che a lui rivolgendo la parola mostrai: «propensione grandissima per conciliare le cose, e gli dissi: farmi paura i Partiti, e dichiararmi parato a tutto per metterli d'accordo;» inoltre, contestatogli il deposto del Conte Digny su leminaccie, risponde francamente: «Io non intesi cotesto discorsodi certo; può essere che l'abbia fatto quando non vi ero io» (e questo non poteva darsi, perchè si presentò con gli altri, e la disputa avvenne alle prime parole). «Al Municipio in cotesto giorno sentii parlare delle minaccie di arresto state fatte contro il Municipio da alcuni Deputati, ma non intesi includere fra essi il Guerrazzi.» Ed è questo il secondo riscontro della verità della mia narrativa, e della fallacia del supposto dell'Accusa. — Terzo riscontro: Panattoni, Avvocato, attesta che dai colloquii uditi rilevò che minaccie veramente non accaddero, ma rammarichiper la parte di alcuni Deputati, eforseanche del Capo del Potere Esecutivo, a cagione che il Municipio non avesse secondato gli accordi che si dicevano passati col signor Professore Taddei, e resultanti ancora dal Manifesto stampato, ecc.[724]Quartoriscontro: Panattoni, Avvocato, condottosi al Municipio per proporre temperamenti conciliatorii, ascolta urli di gente tumultuante che dice: essersi deliberato arrestare il Municipio; ond'egli esce ad arringare cotesta turba per ismentire lavoce calunniosa, non si sa come diffusa fra il Popolo, e Digny conferma la verità della buona intelligenza che passa fra l'Assemblea e il Municipio.[725]Quinto riscontro: Panattoni, Avvocato, espone, che fu detto, e gli pare anche da qualche Deputato, che il Dottore Venturucci narrasse poco dopo questo fatto, ma che fu giudicato un suo male inteso. Sesto riscontro: Se le minaccie in discorso fossero state profferite da me, e ritenute temibili dai Municipali, non è da credersi ch'eglino si sarebbero per un'altra volta, come fecero, commessi in mia potestà. Settimo riscontro: Se io avessi bruscamente intimato l'arresto al Conte, breve ora dopo trattenendosi col Chiarini non gli avrebbe dimostrato dispiacenza per non essere io stato accettato, com'egli ne faceva istanza, a parte della Commissione Governativa.[726]Ottavo riscontro: Nel giorno 14 aprile il Conte trova il Chiarini Segretario al Ministero dello Interno, e gli dice: «Giusto, aveva bisogno di vederti; insomma, tentano fare una Reazione?» Interrogato da cui, risponde: «Dagli esagerati.» Ed ingegnandosi il Chiarini di provargli cotesto suo concetto fallace, il Conte soggiunge: «Ma intanto volevano ieri l'altro arrestare il Municipio.» Chiarini di nuovo: «Non ho sentito dire niente di questo, e non lo credo.» E il Conte: «Eppure mi viene assicurato che lo dicesse il Guerrazzi.» — «Io» obiettava Chiarini «non lo crederei nè anche se glielo avessi sentito dire.»[727]Digny tacque; Chiarini fu dispensato prima, poi dimesso dallo impiego. Io ho notato come il proverbio, che corre fra noi, dice: chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare; — ma Digny non seppe trovare neanche il pretesto, dacchè ilConciliatoredel 13 aprile annunzia un motivo per giustificare la trama ordita a mio danno, ma, parendogli che non potesse reggere in confronto degli atti miei, va in cerca di un altro, e, come vediamo, non è più felice adesso. E quale il pretesto affermato nel 13 aprile dalConciliatore? Eccolo, e somministra il nono riscontro della verità delle mie parole:«Il Dittatore Guerrazziostinavasinel ritenere nelle mani un potere rimasto senza valore.Alcuni Deputatiostinavansi arivaleggiare(sic) di forza col Municipio.Non mancò tra loro chi chiedesse fosse posto in istato di accusa il Municipio e la Commissione aggiunta.» — Pretesto alla iniqua guerra nel 13 aprile era la mia renitenza a lasciare il Potere; la proposta di porre in istato di accusa il Municipio e la Commissione annunziavasi sì, ma ad alcuni Deputati attribuivasi; trovata debole la prima calunnia, estendono anche a me, anzi unicamente a me, la seconda; però che nella musica della calunnia s'impari maravigliosamente presto a trapassare da una nota all'altra.Dunque è chiarito: non essermi opposto alla Restaurazione, ma invece adoperato onde riuscisse subitamente universale e felice; — avere rampognato i Municipali, non già della iniziata Restaurazione, bensì di slealtà per mancata parola, e di periglioso consiglio, convertente a vittoria meschina di Partito quella deliberazione, che per essere dentro e fuori proficua doveva e poteva presentare i caratteri che ho qui avanti notati: — non avere minacciato, molto meno intimato l'arresto di persona.Con tale e siffattolussodi prove in contrario, la imperterrita Accusa scrive, senza che la mano le tremi, come io nello intento di oppormi alla Restaurazione un po'compita, un po'incoata, minacciassi prima, intimassi poi l'arresto ai Municipali. Le mie parole dovrebbero suonare severe a carico di quanti nei Documenti dell'Accusa parteciparono, ma taccio, e raccomando al Paese Civile, ai Governanti nostri, al Principe nostro temperantissimo, considerare se per questa via si renda rispettabile l'Autorità, e veneranda la Giustizia, salute estrema di società commosse.Riprendo la mia narrazione. I motivi che mi persuadevano a insistere, perchè il Municipio deponesse il pensiero di camminare disgiunto dall'Assemblea, erano di due sorte: i primi di onestà, e fu dimostrato; i secondi di politica convenienza, e gli esposi ai Commissionati Municipali che ne rimasero percossi così, che, condannato lo intempestivo Manifesto, promisero correggerlo. «Il Municipio» io diceva «si propone due fini parimente ottimi, e necessarii: preservare il Paese dalla invasione straniera, mantenere incolumi le libertà costituzionali; in quanto a me, avevo disposto le cose in modo, che la Restaurazione in guisa diversa, che mi sembrava più onorevole, e ad un punto più sicura, sioperasse; ma l'uomo trama e la fortuna tesse. Quello ch'è stato è stato, ed ormai tutto lo studio nostro si ha da riporre in questo, che ciò che ebbe mal principio riesca a prospero fine. Importa massimamente che non si manifesti dissenso in veruna parte delle Provincie, e che il moto si dilati universale e spontaneo. A conseguire un tanto scopo, parmi, non che utile, necessaria l'adesione dell'Assemblea, per rimuovere l'obietto che taluno potesse fare, questo essere un partito imposto da Firenze, non consentito da Toscana tutta.[728]Versiamo in cosa di pericolo grandissimo, procuriamo con sommo studio evitare ogni accidente capace a fornire appiglio o pretesto di offenderci. Quando anche l'adesione dell'Assemblea non vi paresse necessaria, e forse nemmeno utile, accettatela tuttavolta per misura di cautela, che negli eventi dubbiosi non è mai troppa. Se nel rifiuto ostinandovi ne venisse a nascere danno, pensate, a qual carico voi vi esporreste? Di faccia al Paese voi sareste tenuti a rendere conto di qualunque sventura potesse succedere. Comprendo voi andare orgogliosi della presa iniziativa; voi non volete dividere con altri la gloria delle durate fatiche, per infrenare l'anarchia e la parte repubblicana; voi non consentite partecipare con nessuno l'onore dei pericoli corsi, per apparecchiare questo evento; e sia così; la sua parte ad ognuno:[729]ma adesso, dato bando ai consigli della vanità, vediamo insieme quali rimedii possiamo apportare alle fortune afflitte della Patria.» Piacquero i consigli e le parole; suonavano uguali a quelle che adoperò più tardi ilConciliatore, Giornale di cotesto Partito, — con una differenza però: che io le diceva di cuore, egli per finzione;[730]— e fu risoluto che una Deputazione dell'Assemblea si conducesse al Municipio per confortarlo di non operare scissura, e starsiunito per carità di Patria. Affermano testimoni degni di fede, che per me in questa occasione si dettasse una carta,[731]dove erano indicate le guise dell'operare congiunto dell'Assemblea col Municipio; e questo dimostrerebbe quale e quanto studio da me si ponesse, onde la bene iniziata alleanza non si disfacesse, e a fine fruttuoso s'incamminasse. Questi consigli e queste profferte andavano a presentare al Municipio il Generale Zannetti e l'Avvocato Panattoni, accompagnati dal Dottore Venturucci, e dai tre Municipali, Digny, Brocchi e Martelli. Quivi giunti esposero la commissione, la sostennero con buoni argomenti, sicchè fudi nuovo statuito solennemente che, in tanta opera, Municipio e Assemblea avrebbero proceduto congiunti.Tardando le risposte, fu avviso di condurre l'Assemblea nel Palazzo Vecchio, però che la Camera, non avendo chi la guardasse, poteva di leggieri, siccome già minacciavano, essere forzata; e così fu fatto. Tornarono alla perfine i Municipali, Digny, Brocchi e Martelli, e poichè, secondo quello chePanattoniracconta, le profferte nostre erano state con lieta fronte accolte dal Municipio, vuolsi credere che per accordarsi con noi intorno alle ulteriori operazioni venissero; — tutto al contrario: essi venivano ad accertarci, che il Municipio, rigettata ogni proposta di conciliazione,aveva deliberato di fare da sè solo. — Commosso da questo partito, di cui prevedevo e sentivo gli effetti perniciosi, con quelle parole che la profonda convinzione sa suggerire meglio persuasive, io supplicava a considerare i mali a cui stavano per esporre la Patria. Livorno alle ordinanze del Municipio Fiorentino non era da credersi si volesse sottomettere, e la ragione non importava che si dicesse; e il suo dissenso solo guasterebbe l'armonia del disegno, e metterebbe in repentaglio tutto il bene che si auguravano ricavare da quello. «Ma che cosa è mai» io domandava «questa durezza? Qual tristo genio v'insinua nell'animo i fatali consigli?» Mi avvertirono come i loro Dottori avessero considerato, che l'unione dell'Assemblea col Municipio veniva a contaminare la origine governativa di questo, e forse a metterlo in imbarazzo co' Rappresentanti delle Potenze Estere da cui speravano protezione. Alle quali ragioni io fervidamente rispondeva: «Ed è prudenza questa, per guardare fuori di casa, trascurarla dentro, e per una protezione dubbia, che non verrà forse mai, non attendere a pericolo sicuro che accadrà di certo? — E poi anche a questo vi ha rimedio, e pronto; uditelo se vi talenta. — Io sarei di avviso, che si mettesse fra noi una proposta a partito; la quale, deliberata, si pubblicasse con le stampe, e dicesse:«Il Municipio fiorentino, provvedendo alla salute della Patria, ha deliberato restaurare il Principato Costituzionale in Toscana, e assumere il Governo Provvisorio del Paese, finchè non abbia disposto in altro modo la Corona. L'Assemblea Costituente Toscana, considerando che il Municipio fiorentino con questa sua Deliberazione altro non abbia fatto che prevenire il suo voto, aderisce pienamente alla deliberazione, dichiara il suo mandato adempito, e, lasciando al prelodato Municipio la cura di condurla a compimento, si scioglie.» Proponevo eziandio che il Generale Zannetti e il Professore Taddei si chiamassero a parte della Commissione Governativa per senso di convenienza; e ciò tanto più agevolmente potevano assentire, in quanto che Zannetti avessero già chiamato, e il Professore Taddei fosse per ogni conto meritevole di tanto onore. I Municipali accettarono la mia proposta piuttosto con esultanza che con soddisfazione; come savissima e opportunissima la lodarono; e commisero la cura di compilarla a taluno dei presenti; e questi sì fece, ma, letto lo scritto, non parve suonasse, e veramente non suonava, a dovere;onde Guglielmo Conte Digny prese a dire: «Troppo più mi garbavano le parole del signor Guerrazzi; via, signor Guerrazzi, la prego non le sia grave di scrivere ella stessa quanto ha proposto.» Al che risposi lo avrei fatto molto volentieri; se non che sentendomi, pei tanti travagli patiti, un po' confuso di mente, io gl'invitava a lasciarmi solo; e questo di leggieri assentirono.[732]Qui fu — e il cuore mi si stringe a raccontarlo, — che letta la minuta dello scritto, e andata altamente a grado ai Commissionati, il signor Digny con tale una sembianza, — che parea Gabriel che dicesse:Ave! — mi parlava le parole, che per certo egli deve aver fatto stampare nelConciliatoredel 14 aprile 1849: «Si stringano dunque i Liberali intorno al Vessillo Costituzionale, salvino con esso gl'interessi della Libertà, salvino le ragioni dell'avvenire..... Gli errori comuni saranno argomento di reciproco compatimento; i sagrifizii che tutti faranno delle private opinioni saranno cagione di reciproca stima; la cooperazione di tutti a ristorare i mali passati sarà garanzia di nuova concordia.» Bene è sciagurato quegli di cui il cuore sta duro a questi nobili inviti; ma come ha da considerarsi l'uomo che fabbrica dei sensi magnanimi e santissimi una coltella per tagliarti proditoriamente i garretti? — Nè qui si rimasero i fervorosi favellii del Conte, che me lodava tuttavia e levava a cielo per l'ottima mente dimostrata sempre, e più che mai scongiuravami a soccorrere la Patria; ed io commosso rispondeva: «O che credete, che la Patria prema a me meno che a voi? Salvate le Libertà Costituzionali. Spero andrà bene ogni cosa, ma temo che da Livorno voglia venire opposizione; pure io mi vi porterò subito, e opererò in maniera, mercè lo aiuto degli amici, che stia contenta al fatto; però considero che Livorno è ingombra di gente straniera, la quale non ha cuore, nè interessi toscani, e questa per certo farà resistenza. Bisognerebbe, se il mio presagio si avverasse, e si avvererà di certo, avere autorità di farla arrestare e allontanarla: ora a me simile autorità è venuta a mancare, e non potrei ordinare l'arresto di persona senza offendere le leggi. Se vi pare bene, datemi facoltà capace a ovviare questo temuto impedimento, e riposate sopra la mia fede tranquilli.» Il Conte Digny accolse premurosamente la proposta, e mi domandò quando contavo di partire per Livorno; alla quale interrogazione avendo risposto: «subito, col treno della Strada ferrata delle 4;» egli mi fece osservare,come nello spazio breve di tempo non avrebbe potuto procurarmi la commissione in discorso, e ch'egli trovava opportunissimo mi fosse conferita; però pregarmi a volere attendere fin dopo le ore ventiquattro, ch'egli sarebbe allora venuto a portarmi la spedizione necessaria. «E come potrò partire io dopo le 24, se non vi sono altre partenze?» gli osservai; ed egli rispose:con treno speciale. Qui certamente fu, che narrando io la mia amministrazione avermi stremato di pecunia, così che pochi paoli mi erano rimasti addosso, e non potere commettere la spesa, piuttosto grave a privato, di untraino a postaper la Strada ferrata, il Cavaliere Martelli, generoso e buono, soggiunse: «Non essere di ostacolo il danaro.» Ed io credei ancora profferire le parole che ho detto di sopra, avvegnadio già sentissi romoreggiarmi attorno certe male voci di danari espilati, che nella sera poi si convertirono apertamente con infamia eterna di chi le suggeriva alla plebe sciagurata in: «ladro!»[733]Allora il Conte soggiunse: «Dunque mi dia parola aspettarmi;» ed io: «Le do parola;» e ci toccammo le mani.Per completare il racconto, mi giovo adesso della relazione che mi fanno pervenire testimoni oculari dei casi che narro. Letto lo scritto che fu da me dettato a richiesta del Digny, e approvato largamente così dai Municipali come dai Deputati, era rimesso al Municipio dai signori Dottor Venturucci, Alimonda, Digny, Brocchi e Martelli. Il Municipio, accolto il messaggio, e consideratolo, invitò i messaggeri Dottore Venturucci e Alimonda a ritirarsi, per deliberare; indi a breve richiamati, ebbero a sentirsi dire: il Municipio essere ormai deciso operare solo, e respingere dal suo seno qualsivoglia rappresentante della Costituente Toscana. Allora il Dottore Venturucci, altamente compreso della convenienza di accettare il proposto temperamento, sia perchè si effettuasse istantaneal'adesione delle Provincie, in virtù del voto dei loro Rappresentanti, sia pei riguardi dovuti ai Deputati, i quali pure animosamente, e non senza pericolo, avevano avversato la proclamazione della Repubblica e la Unificazione con Roma, prese prudenti raziocinii a discorrere, affinchè il Municipio dalla deliberazione sconsigliata si remuovesse; e poichè vide ogni ragionamento tornare vano, esortò i signori del Collegio a darsi cura perchè ai Deputati tutti, ed a me, fosse fatta amplissima abilità di partirci sicuri in qual parte meglio ci talentasse.La Commissione Governativa e il Municipio, unanimi, non solo assentirono, ma solennemente promisero osservare la proposta del Dottor Venturucci, e Gino Capponi, stretta la mano al Dottore, lo lodò per la solerte umanità di averla fatta.Mentre attendevamo la risposta per la parte del Municipio, ci venne referito come una turba di plebe commossa già schiamazzasse dicendo vituperio all'Assemblea, ed a me. Il Colonnello Tommi, sedendomi accanto, mi offeriva condurmi seco lui nella vettura che l'aveva condotto, e che lo aspettava a piè dell'uscio del Palazzo in via dei Leoni; io lo ringraziai, ma non ricordo, se la data fede di non partirmi allegassi. Il Ministro Manganaro poco dopo propose di andare per una carrozza di posta, e trarmi di là, ed anche questa gentile esibizione venne da me rifiutata, fermo nel proponimento di osservare, come fra la gente dabbene si costuma, la parola.Digny e Brocchi, furono quelli che vennero a significare la ripulsa, ed a me, cui pareva che in quel giorno Dio ne volesse male, però che i nostri antichi costumassero dire: «Dio a cui vuol male toglie il senno,» riuscì molestissima. Io non sapeva comprendere come da uomini savii potesse rigettarsi il voto istantaneo di una adesione complessiva, preferendo correre le dimore, le perplessità, e i pericoli dello sperimentare le molteplici ed individue volontà municipali. Davvero, se fu sapienza questa, io confesso di non conoscere più che cosa sia insania! Però non mi sapevo dare pace, e, nello intento di accomodare la vela al vento superbo che soffiava, per ultimo proposi che, messo da parte ogni concetto di accogliere nel loro seno due Rappresentanti dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione stessero contenti al Decreto che l'Assemblea avrebbe pronunziato in questa sentenza: «Aderisce all'operato del Municipio e si discioglie;» e se negiovassero. — Le ragioni che io dicevo così prorompono evidenti dalle viscere stesse del soggetto, che Digny, rimastone commosso, mi richiese di ciò pure gli facessi scrittura, ed anche in questo il compiacqui. Tale è la carta a cui forse allude nel suo esame l'Avvocato Brocchi, e non ricorda portata al Municipio; poichè per l'altra, precedentemente rimessa, è vero quanto fu detto di sopra, ed anzi, oltre al doversi trovare negli Archivii del Municipio, taluno dei Priori ne trasse copia per uso privato. In questa congiuntura insistendo io su Livorno, e confortando il Conte a pensare alle difficoltà che potrebbero sorgere da quella parte; egli alla presenza del Chiarini mi richiamò ad osservare la mia promessa di aspettarlo la sera, rinnovandomi la sua, che il Municipio e la Commissione mi avrebbero fatto partire munito delle domandate facoltà, per treno speciale; e qui pure successero i fatti che depone il Chiarini, nella parte seguente del suo esame: «Le idee di Restaurazione nel signor Guerrazzi non erano ignote ad alcuni componenti il Municipio di Firenze; ciò è tanto vero che, allora quando nel 12 aprile 1849 ebbe luogo quel rovescio, e fu creata la Commissione Governativa, fu proposto che il Guerrazzi si comprendesse nella Commissione, e tale proposizione fu appoggiata molto dal Segretario del Ministro di Francia, e sostenuta da quelli del Municipio che lo conoscevano bene. Oltre il prefato Segretario, potrebbe attestare questo fatto il Conte Digny, il quale, allorchè più tardi venne nelle stanze del Ministro della Guerra, disse al signor Guerrazzi: dispiacergli che non fosse stato accettato per uno dei componenti la Commissione Governativa; e facendo sperare che la sua proposta sarebbe stata accolta dal Municipio,lo pregòa fargliene la minuta, la quale da questo fu fatta e consegnata al Digny. Questo discorso del signor Digny, pare a me che provi abbastanza la sua persuasione intorno alla tendenza del signor Guerrazzi a restaurare il Principato Costituzionale, imperciocchè diversamente il Digny non si sarebbe attentato dirichiedereil Guerrazzi a stendergli cotesta minuta, ch'egli subito, e volentierissimo dettò, ringraziando il signor Digny delle premure che diceva avere fatto per lui onde nella Commissione Governativa si comprendesse, aggiungendo che non avrebbe accettato, atteso il modo col quale il cambiamento politico era avvenuto.»Dopo piccolo spazio di tempo mi comparvero innanzi i signori abate Bulgarini e Capaccioli, incumbenzati dal Municipio e dalla Commissione Governativa a parteciparmi la giunta loro imminente, e ildesideriochesgombrassiil Palazzo. Il signore Bulgariniper commissione speciale del Conte Digny mi domandava dov'egli avesse potuto rivedermi la sera; razionale ricerca a cui bene intende, perchè, nel presagio che io rendendomi allo invito cortese sgombrassi il Palazzo, il buon Conte voleva sapere in quale orto.... voglio direin qual parte avesse potuto darmi, secondo il convenuto.... la risposta. Dissi: «Mi sarei ritirato nelle mie stanze; attendere il Conte nella sera colà.» Il Capaccioli andò a portare la risposta al Conte, Bulgarini attese a fare schiudere i passi che dal Palazzo conducono alla Camera dei Deputati.[734]Intanto che il signor Bulgarini e i custodi indugiavano in questa faccenda, io accolsi i Deputati in casa mia. Indi a breve vennero ad avvisare aperta la strada; chiunque volesse potersene andare liberamente, dove meglio gli talentasse. Parecchi fra i Deputati pregarono, e con reiterate istanze sollecitarono affinchè seco loro io mi partissi; ricusai sempre, allegando la promessa di aspettare fino a sera la Commissione del Municipio; però gli accompagnai per le scale, e per la sala alta del Palazzo, e poi mi ridussi da capo nelle mie stanze. Poco dopo mi visitarono i signori Generale Zannetti e Colonnello Nespoli, il quale mi consigliò a mettermi in salvo, offrendomi mandare una compagnia di Guardia Nazionale per tutelarmi, andando alla Via ferrata Leopolda, ed io ricusai le offerte rispondendo non avere alcun timore, ed essermi legato di aspettare fino a sera. Egli allora con parole di affetto mi disseAddio, e chiese potermi baciare, ed io lo baciai di gran cuore, ricambiandogli le parole con quelle lodi che alla virtù del giovane egregio mi parvero condegne. Zannetti aggiungeva: «Dunque io verrò a prenderti stasera, e allora ti bacierò.[735]»Adesso, su per certi Giornali ho letto che l'adesione dell'Assemblea non si poteva accettare dal Municipio per tre ragioni, e non si doveva per una quarta. Laprimapoichè l'Assemblea era prorogata; lasecondaperchè pochi apparivano i Deputati presenti; la terza perchè siffatta accettazione gli avrebbe tolto il credito presso le Potenze. Nessuna di queste ragioni regge allo esame.L'Assemblea, per prorogarsi che faccia, non perde il diritto di revocare la proroga quando le piace, al sopraggiungere di casi gravi, e i sopraggiunti comparivano gravissimi; non è poi vero che pochi fossero i Deputati; in breve ora potevansi richiamare i partiti per Pisa, Lucca e Livorno; finalmente pel fine morale dell'adesione bastavano pochi, non facendo punto mestieri specificarneil numero, e la deliberazione si sarebbe presa alla unanimità dei Deputati presenti; l'avrebbero sottoscritta il Presidente e i Segretarii soltanto, come si costuma. Intorno alla terza io non voglio dire adesso, chè si è veduto a prova qual frutto abbiano cavato da cotesto concetto; imperciocchè bene ammaestravano i nostri vecchi, — che dopo il fatto, di senno sono piene le fosse; bensìargomentandoa priori, non si arriva a comprendere come una espressione di consenso (al quale termine si era per ultimo limitata la mia proposta) avesse potuto nuocere al credito del Municipio, che dall'Assemblea non desumeva autorità od incumbenza. — Laquartaragione, per cui i Dottori affermano che non doveasi accettare l'adesione, consiste nella sua inanità, perchè i Deputati sarebbero stati costretti a consentire; e questo è cavillo mero, avvegnadio dalla storia degli avvenimenti successi parmi chiarito abbastanzacome l'Assemblea avesse dimostrato tale essere la sua volontà, e per la opera sua a sostenerla gagliardamente, e con pericolo, da questi stessi Dottori era stata lodata. No, tutti i sofismi col tempo scompaiono, e, sviluppata dalla moltitudine delle parole dolose, rimane questa verità: «pei consigli di superbia non si aborrirono gli eventi infelici che avvennero pur troppo, i quali forse tutti, macertamentein parte, sarebbesi potuto evitare, e con essi le conseguenze che la Patria deplora.»Sono così dolenti le cose che mi avanzano a raccontare, così piene di amarezza infinita, che, non mi comportando l'animo afflitto andare in fondo tutto di un fiato, forza è che mi riposi continuando la digressione. Per mio giudizio, se il moto popolare sorto dalla rissa dell'11 aprile potè convertirsi in politico nel giorno 12, vuolsi attribuire alla cessata febbre del Popolo, — alla Guardia Nazionale, che in nome di Leopoldo II accettava la Monarchia Costituzionale, e difendeva la città dall'anarchia invano acclamante il nome del Principe; conflittava al Municipio, e a quel Partito di Costituzionali che si presume ortodosso; che ritrovava, per seguitare il Popolo, il coraggio che aveva smarrito nel giorno in cui bisognava guardarlo in faccia; — agli animi disposti, agli ostacoli rimossi, alla paura della invasione straniera, alla speranza, bandita come sicurezza, di evitare un tanto infortunio col sollecito richiamo del Principe Costituzionale, e finalmente, io pure lo dirò, al bisogno in moltissimi di fare porre in oblio, dal Principato che ritornava, lo zelo professato alla Parte Repubblicana che partiva. Però siffatte Rivoluzioni non sono mica miracolose, nè si operano da sè; e come la Rivoluzione presente, e da chi fosse apparecchiata e disposta in tutte quelle parti che non sono vili, se fin qui non giunsi a dimostrarlo, oggimai tornerebbe vano insistervi sopra con altre parole. Supporre, come l'Accusa ha fatto, pochi e deboli i Faziosi, e nondimeno potenti a tenere oppressi Popolo, Curia e Senato, e da un punto all'altro vederli sparire, e' sono novelle che non furono mai nel mondo, dalle cavallette in fuori: «e Moisè stese la bacchetta sopra il paese di Egitto... e come fu mattina il vento orientale aveva portate le locuste... poi voltò il vento in un fortissimo vento occidentale, il quale portò via le locuste, e le affondò nel Mare Rosso, enon vi rimase pure una locusta in tutti i confini di Egitto.»[736]L'Accusa, a quanto sembra,aveva in mente questo passo dell'Esodo quando dettò le sue carte; ma coteste, giova ripeterlo, sono storie di cavallette, non di uomini. Faziosi eranvi e non pochi, e ardimentosi, e maneschi; non tanti però, che potessero violentare un Popolo fermo nel volere di non sopportarli. Rammentate la notte del 21 febbraio 1849, quando la città insorsecome un uomo solo, contro la minacciata irruzione dei villani? Or bene, di chi andava composta la turba accorrente a respingerli? Di Popolo, non senza mistura, è vero, ma per la massima parte fiorentino. — Chi lo chiamò? — Nessuno; spontaneo venne. — Chi io spingeva allora? — Ebbrezza e paura. — Dunque leggiero o mendace fu nel 12 aprile, e tale insomma da non fidarsene mai? — All'opposto io tengo che deva reputarsi sincerissimo; e giova chiarire questo punto. Le anime umane conturbano di rado, ma pure qualche volta, febbri più ardenti assai delle corporali, e non soltanto quelle del Popolo per passione mobilissimo, bensì ancora quelle dei Magistrati, dei Parlamenti, degli uomini insomma e dei Collegi, i quali, per istituto e per dovere, hanno da camminare prudenti.[737]Come narrammo essere accaduto in Inghilterra ai tempi di Carlo II, successe qui. Il Popolo, non mendace, non finto, sibbene sanato dalla momentanea insania e sincerissimo, abbatteva gli Alberi, che niente altro dicevano a lui senonchè le turbolenze, le offese giudiciali e cittadine, e la invasione straniera degli anni 1796 e 1799: il Popolo sincerissimo ripose con affetto la granducale insegna, che gli prometteva indipendenza patria, le riforme di Leopoldo I, lo Statuto di Leopoldo II.Il Popolo era sanato; male pagò il Medico!Così almeno giudicai secondo il mio intendimento, ma non sembra che abbia ad essere in questo modo; imperciocchè quantunque il Popolo a me paresse sano, pur vedo che lo continuano a purgare.E poichè la materia mi tira, io voglio palesare quello che serbo riposto nell'animo, intorno al contegno di quella parte di Costituzionali, che adesso chiamerò direttrice del 12 aprile 1849; e ciò faccio tanto più volentieri, in quanto che vedo due Partiti alle prese fra loro, ed ho diritto di metterci ancora io la mia voce. Uno di questi Partiti lamenta perpetuamente le speranze deluse di mercede pel Paese, e credo eziandio un pocolino le speciali sue; l'altro, che richiama al pensiero la immagine di Dante:Come procede innanzi dall'ardorePer lo papiro suso un color bruno,Che non èNEROancora, e ilBIANCOmuore;alla scoperta gli dice: «Tu non hai fatto nulla; ti posasti un bel giorno come la mosca su i bovi, e poi desti ad intendere a cui ti voleva credere che arasti il campo.» Mi sia permesso affermare, che il Partito dal color bruno,che non è nero ancora e il bianco muore, nel giorno 8 febbraio avrebbe a buoni patti dato una gamba per essere lasciato andare illeso con l'altra; doloroso e lacrimoso esclamava:Siam fratelli; siam stretti ad un patto, con quanto tiene dietro. Il Partito direttore del 12 aprile, in cotesto naufragio avvisando salvare la pencolante società, attese a promuovere la elezione del Governo Provvisorio con la voce e con la stampa; io mi persuado che alle persone elette avrebbe voluto aggiungere qualche altra dei suoi; ma che noi, o alcuni di noi volesse rifiutare, non credo: provveduto in questa guisa al pericolo più urgente, incominciò a speculare intorno ai modi capaci di restituire le forme costituzionali alla Toscana, — che in coscienza le si confanno, e le bastano per quanto ho potuto conoscere di certo, mentre stava al Potere, — e parve così a lui come a me trovarli nella Costituente Toscana; di qui i suoi conforti a sciogliere il Parlamento, le persuasioni ai Deputati a non intervenirvi se il Governo si mostrasse restío a farlo, e le istanze a consultare il Paese col mezzo del suffragio universale. Il Partito direttore del 12 aprile volle procedere solo nelle elezioni, senza dare al Governo aiuto, nè riceverlo da lui; tuttavolta, malgrado che i Repubblicani vi si affaticassero attorno con isforzo maraviglioso, ebbero a convincersi del poco frutto che facevano, e lo confessarono.[738]I Direttoridel 12 aprile non prevalgono nelle elezioni, però prendono ad avversare l'Assembleada loro medesimi voluta; mutato avviso intorno alle cospirazioni da essi vilipese, adesso cospirano; e negarlo non giova, chè mi erano note coteste conventicole e i luoghi dove si raccoglievano, ed io lasciavo fare però che tendessero allo scopo a cui io stesso mirava, e, se amici non gli speravo, nemmeno sperimentarli nemici temevo; e se taluno mi avesse presagito lo strazio che reputarono onesto praticare meco, io gli avrei detto: «taci, tu menti!» I Direttori del 12 aprile potevano, accostandosi a me, darmi forza e coraggio a muovere l'ultimo passo, e dirmi apertamente: questi sono i nostri disegni; quali sono i vostri? Potevano altresì, se tanto ero venuto loro in odio, persuadere l'Assemblea a non eleggermi, a dimettermi, e precipitare le deliberazioni; anzi, come avrebbero dovuto, potevano starsi allo stabilito nella mattina del 12 con l'Assemblea, che pure dichiararono della Patria benemerente; tutto questo a loro rincrebbe, e davvero non si comprende a qual fine parlassero affettuose parole, quando nei fatti incocciarono a mostrarsi superbi; dicevano volere stringere tutti in amplesso fraterno: ma di che cosa sappiano cotesti amplessi, provo io, che ne porterò i segni finchè mi duri la vita. Non avrebbero per avventura giovato meglio a tutti parole meno soavi, fatti più degni? — Ma no, essi calpestarono l'Assemblea e me, e si posero a capo del moto popolare per sentirsi rinfacciare più tardi, che, se gli andarono avanti, ciò fecero come il tronco dell'albero menato via dalla piena. Però, se i Direttori del 12 aprile non erano, la sommossa popolare veniva sicuramente soppressa dalla Guardia Nazionale e dai borghesi; imperciocchè le sommosse, dai cittadini industriosi ed abbienti odiate sempre, ai nostri tempi mettano ribrezzo; i cervelli incominciano a preoccuparsi anche fra noi della salute della Società: quel rimescolarsi delle plebi cittadine co' proletarii delle campagne fa stare pensosi, e le smodate condanne non giovano a nulla e la esperienza n'è vecchia. I Direttori del 12 aprile, tolta in mano la sommossa,l'avvivarono, l'atteggiarono, le diedero moto, le diederoaffetto[739]la vestirono di tutte le speranze del tempo, con i timori del tempo e degli uomini la fasciarono, l'afforzarono con tutte le previdenze e con tutti gli apparecchi di lunga mano raccolti; ed avendola assunta alla dignità di Restaurazione Costituzionale trovarono quaggiù favorevoli tutti, dissidenti pochissimi o nessuno. Ora provano la ingratitudine; ed io invece di rallegrarmi con empia gioia, e dir loro:qual seme gittaste, tal messe raccogliete; piango con essi i nostri non degni destini; e Dio, che vede i cuori, sa se io avrei mosso neppure un lamento per lo strazio disonesto a cui mi hanno condotto, se oggi, mercè loro, la Patria comune andasse consolata delle benedizioni, che essi le promettevano.La sera il conte Digny non mancava alconvegno, e con esso venne il Generale Zannetti; e l'uno e l'altro, come Mandatarii speciali del Municipio e della Commissione Governativa, dicevano con accomodate parole: fossi contento esulare, tanto che fossero quietate le cose, in estero paese. Ma sentiamo un po' il Generale Zannetti come racconta il fatto: «Ella m'invita» (così rispondeva l'uomo di coscienza cristiana al Processante), «Ella m'invita a tornare sopra una giornata della quale io dovrò rammentarmi, perchè, contro mia volontà, è vero, ma pure in quel giorno anche io divento complice di mancata parola. — Mi spiego: nella sera del 12 aprile riunitasi la nuova Commissione Governativa, fra le varie e molte risoluzioni che ella prese, fu pure quella di allontanare da Palazzo Vecchio il signor Guerrazzi, e siccome pareva alla Commissione medesima prudenziale provvedimento, che il signor Guerrazzi si allontanasse dalla Toscana, e dubitando ch'egli non volesse accettare, la Commissione incaricava il signor Digny e me di comunicare questo progetto al signor Guerrazzi ed invitarlo ad aderirvi; ed invero il signor Guerrazzi non ESITÒ un momento ad accettare la proposizione di un passaporto per uscire di Toscana, perchè, egli diceva: in qualunque luogo di Toscana io vada, se per sorte succede qualche movimento, sarò io lo incolpato. Allora, in adempimento della commissione ricevuta, il signor Digny ed io dicemmoal signor Guerrazzi che sarebbe partito nella notte con passaporto per l'estero.»Guglielmo Conte Digny nega il convegno, nega la proferta del passaporto, nega il contratto religioso e solenne; tutto nega: — qui occorrono due vie da governarmi col Conte; scerrò la più mite.Vi ricordate del personaggio di commedia chiamato Rosignolo? Sì, certo, voi rammentate quel gobbo che aveva tante e poi tante inventato girandole, che alla perfine, non sapendo come districarsene, immaginò, per non essere côlto in fallo, un suo trovato, e fu il seguente: narrò (e anche questa era girandola) come, navigando per mare, un grossissimo cavallone lo aveva portato via dalla coverta, e fattagli percuotere la testa nel bastimento così, che ne aveva perduto la memoria; col quale pretesto quando gli tornava il ricordarsi, ei rammentava; e quando non gli tornava, scusavasi con la capata nel bastimento.Digny, intorno ai concerti presi dal Municipio col Presidente Taddei la mattina del 12 aprile,rammenta perfettamente avere letta la Notificazione dopo stampata; per gli altri fatti,non ha la minima memoria avere letto la Notificazione prima che fosse mandata alla stampa.[740]Contestatagli la disputa nella Sala delle Conferenze a cagione della mancata fede al Presidente Taddei,Digny si sovviene solo che il Guerrazzi disse: «Signori, avete fatto una Rivoluzione, ecc.;»per le altre cose,non rammenta con sufficiente precisione i dettagli(sic).Contestatogli il fatto gravissimo del passaporto promesso e accettato, e però del contratto consumato,Digny rammenta, che la Commissione non prese deliberazione sul Guerrazzi finchè non fu trasportato a Belvedere; intorno al religioso deposto del Generale Zannetti, dichiara: «non rammentoavere data alcuna assicurazione....in tanta confusione di avvenimenti, dopo tanto tempo, forse la mia memoria, — forse quella dello Zannetti si confondono....»Contestatogli il fatto dei danari da me richiesti al Marchese Capponi per le spese del viaggio, e somministrati poi conautorizzazioneedordinedella Commissione Governativa dal Municipio pel titolo espresso del viaggio,Dignyricorda: «che la mattina del 13 Guerrazzi gli scrisse un biglietto a lapis, nel quale lo pregava di domandare al Marchese Capponi una somma in prestito;»quindi «sache i danari per mezzo del Martelli mi erano stati trasmessi, manon sa menomamente che ci fosse la idea di farli servire al mio viaggio!»Contestatogli che Giovanni Chiarini, presente al contratto del passaporto, depone che fu promesso al Guerrazzi di farlo partire mediante treno speciale, tre volte gli vacilla la memoria, e dice: «Non ho memoria di avervi messoche poche parole e insignificanti....; sebbenela mia memoriasia molto confusa in questa parte,credo rammentarmichecondizionalmentesi parlasse di treni speciali; ma, ripeto,non ho memoriadi avere avuto commissioneformale, sempreperchè la Commissione non aveva neppure discusso su questo soggetto.» Ma sapete voi, signor Conte, che la vostra memoria è veramente infelice?Nè qui soltanto Guglielmo Conte Digny è d'infelice memoria; ma basti per ora. Forse il Conte si lagnerà che non gli si abbiano i debiti riguardi, ed anche in questo avrà torto; conciossiachè, se io dovessi prendere da lui lo esempio del punto rispetto che a sè stesso porta, davvero che io temerei incorrere la taccia di sboccato; e, al fine che lo asserto non vada disgiunto da prova, cred'egli che io vorrei smentirlo quattro volte sopra la medesima cosa com'egli fa? — In certa parte del suo deposto narra come egli venisse la sera a trovarmi nel mio appartamento in Palazzo Vecchio,dove io lo aveva chiamato fino dalle 4 del pomeriggioper dirgli che voleva andare a Livorno, ma eglinulla rispose! In altra parte, narrando il medesimo fatto: «Guerrazzi insisteva col Zannetti e con me per andare a Livorno, maNOIadducemmo le grida e il tumultoper consigliarlo a non pensarvi per ora;» dunque parlava, e sinistre parole, se io male non mi appongo? — In altra parte: «È vero....che col Guerrazzi e Zannetti si parlò di partenza;» dunque, che siate benedetto, signor Conte, parlaste ancora di partire? — In altra parte: «La conversazione si aggirò sulla possibilità di una partenza del Guerrazzi, ma io non ho memoria di avervi messo che poche parole e insignificanti....; credo rammentarmi checondizionalmente si parlasse di treni speciali.» Dunque prima non parlaste; poi parlaste che non potevo partire, e parmi questasignificantissima cosa; poi parlaste parole insignificanti, dopo averle parlate significantissime; finalmente parlaste di treni speciali sotto condizione. Qual mai condizione? — Signor Conte, sapete voi come nel nostro Paese si appellino coloro che quattro voltesmentiscono sè stessi? — Io glielo direi se non mi trovassi dove mercè sua mi trovo; o piuttosto, tutto bene considerato, mi sembra che non glielo direi. A lui basti sapere ch'è il testimone di predilezione dell'Accusa!Cinque furono testimoni presenti al fatto; e siccome essi non hanno battuto, come Rosignolo, il capo nel bastimento, così non importa tenere su questo proposito più lungo discorso, molto più che dalle cose successive viene maravigliosamente confermato.Adesso cresce intorno al Palazzo un tumulto di plebe ed uno schiamazzo di gridi:Morte! morte al Guerrazzi!Chi poi cotesti urli incitasse, io non dirò; dirò soltanto la contesa infame che dalla ringhiera che guarda Via della Ninna udimmo più tardi, nella notte, agitarsi lì sotto al lampione. I gridatori non trovavano modo di spartirsi la moneta ricevuta per la egregia opera di maledire e imprecare morte a cui non conoscevano, e non gli aveva offesi mai, e nelle vecchie frenesie loro trattenuti. Gli adulti, per assottigliare ilprezzoai garzoncelli, adducevano la ragione che, avendo meno voce,men forteavessero gridatoMorte al Guerrazzi; e i garzoncelli non si arrendendo allo argomento, comunque affiochiti, strepitavano, che era stato promesso a tutti (come agli Operaj della vigna) mercede uguale; che quanto e più di loro avevano strillato:Morte a Guerrazzi!e che non volevano soffrire bindolerie. E qui da una parte e dall'altra un bisticciarsi da fare piangere gli Angioli, e ridere i Demonii. Ahi sciagurati! Il fanciullo che avvezzaste a vendere l'anima sua a prezzo di poca moneta per gridare morte a un uomo, gliela darà più tardi per rubargliela. Voi renderete conto a Dio di quel delitto e di quel sangue. Tali erano le opere civili e cristiane che nella notte del 12 aprile si commettevano a Firenze!Di lì a breve fu inteso romore come di gente che prorompe; e poi spalancata la porta del mio quartiere, tra una mano di Guardie Nazionali, comparvero alcuni del Popolo; e il Generale Zannetti venuto per me mi pregava a mostrarmi, ed io andai; e con accento commosso volgendomi ai Popolani, dissi: «Che cosa volete da me? In che vi ho offeso? Qual peccato voi mi rimproverate?» Essi tacquero; non una parola, non un grido profferirono: io sarei stato curioso davvero di sapere quale colpa il Popolo fiorentino mi apponesse. Però non cessavano in Piazza il tumulto e lo schiamazzo, onde quei dieci o dodici che stavano quivi dentro rinchiusi meco, fra servi, custodi, segretarii, e la mia nipote giovinetta pureora uscita di Convento, e la sua governante, si mostravano sgomenti, e lo dirò con compiacenza, assai più per me che per loro. Temendo che la Plebe rompesse le porte, alcuni tentarono a questo estremo caso un riparo. — Io auguro a tutti quelli che mi hanno offeso di non trovarsi mai in simili strette, perchè all'uomo può forse bastare il coraggio per sè fino in fondo; ma quel trovarsi intorno gente atterrita, e di tutti avere a confortare gli spiriti smarriti, è tale uno sfinimento a cui mal regge l'anima umana. Non pertanto l'Accusa acuta e sottile si studia mettermi la mano sul cuore, e sentire com'egli mi battesse. — Egli batteva come deve battere il cuore dell'uomo, che sa quali mali possono fare gli uomini, e sente non meritarli.[741]E poichè, — lasciamo da parte il volere, — sembrava che i nuovi Governanti non avessero il potere di opporsi alla plebe, che ad ogni ora ci dicevano in procinto di sbarattare la Guardia Nazionale, e fracassate le imposte irrompere dentro a far carne; parecchi dei racchiusi meco procuravano spiare luogo di salute, là dove questo estremo accadesse, e qui pure il mio pensiero si consola, rammentando che quantunque mi fossero per la più parte sconosciuti, nondimeno queste apprensioni per me sentissero, queste diligenze per me facessero. In che queste ricerche consistessero, a qual fine fossero dirette, e qual parte io vi prendessi, sarà bene lasciare referire ai testimoni, perchè nel ricordare quel tempo parmi che il mio straziosi rinnovelli. Però mi maraviglio, e non posso astenermi di rimproverare a nome della Legge l'Accusa, che omise interrogare testimoni su punti capitali, e con tanta compiacenza si allargò su questi particolari, forse per argomentare dal mio spavento e dai miei conati di fuga la coscienza colpevole, e poi non ne trasse costrutto essendole tornati contrarii; come se potesse apprendersi quale indizio di colpa, lo studio di sottrarsi ai bestiali furori di plebe avvinata e indracata.[742]Dopo parecchie ore di tediosa aspettazione, standoci, la mia famiglia ed io, in procinto di partire, ecco una Guardia Nazionale, dopo l'ora fissata alla partenza, portarmi un biglietto del Generale Zannetti, il quale diceva: «Alcuninon volere lasciare libero il passo; opinare la Commissione di trasferirmi pel corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Veliti avrebbe messo la Nazionale: però questo accadrebbe nella prossima mattina; non dubitassi di niente, stessi tranquillo; andassi a prendere per qualche ora riposo, che giudicava doverne avere di mestieri.»[743]Questo bigliettouniialla lettera, che nel tumulto di angosciosepassioni io scrissi sotto gli occhi del signor Galeotti, castellano di San Giorgio (poichè tale era l'ordine; e le cose necessarie a scrivere di lasciare in potestà mia si negava!), e mandai a Gino Capponi e agli altri Componenti la Commissione Governativa il 25 aprile 1849. Questo biglietto è statosoppresso! Così tentavasi abolire ogni prova del patto violato a mio danno, e me seppellire sotto la lapide del tradimento, senza neppure lasciarmi la consolazione di potere dire al mondo: «Popoli civili e anche barbari, vedete come si tiene fede a Firenze!» Ma ciò, come a Dio piacque, non valse al fiero disegno. Mi stava su l'anima una amarezza infinita, come un Zannetti, che pure mi parve angelica natura, avesse potuto avvilirsi tanto da sostenere meco le parti di brutto Giuda Scariotte, e tuttavia mi pesa per Gino Capponi... e mentre scrivo queste righe infelici... la mano mi trema, e gli occhi mi si offuscano di lacrime, — ma non per me. Un'aura di refrigerio penetrando nello infame carcere, mi portò che avessi a deporre ogni amarezza contro il Generale Zannetti, avvegnadio fosse stato ingannato, non ingannatore; quasi nel punto stesso mi capitava sott'occhio il suoRendiconto generale del servizio sanitario dell'armata toscana spedita in Lombardia per la guerra della Indipendenza, dove trovai scritto il nome di Domenico Guerrazzi,[744]giovane accademico, rimasto ferito di mitraglia nell'avambraccio sinistro, nella sempre onorata e sempre dolorosa battaglia di Montanara, e di qui trassi argomento per dirgli, che io avevo dubitato di lui, ma oggimai, saputo il vero, avergli ridonato la mia stima; si consolasse: continuare io a ritenerlo, come lo reputai sempre, quanta lealtà viveva al mondo; ond'egli subito, per riparare almal soppresso biglietto, mi scriveva la lettera seguente, che, senza sentirsi più spessi sussultare i polsi, io non credo si possa leggere da uomo vivente, amico, od avverso, che sia.«Pregiatissimo Amico.«9 settembre 1850.«La lettera che mi dirigevi l'altro jeri, fu a me carissima e di verace conforto. Infatti, il pensiero di dovere nell'animo tuo essere considerato come uomo sleale, come vilissimo traditore, ed ogni traditore ed ingannatore è vigliacchissimo uomo, mi gravava potentemente su l'anima. Vero è però, che dopo i miei costituti quel gravame si alleggeriva non poco; vero è, che almeno allo Avvocato tuo difensore la dovutagli lettura del Processo doveva palesare quanto io mi fossi stato leale in cotesta epoca. Pure essere oggi fatto conscio, che tu pure lo sai, e non mi reputi reo in veruna particola di quel turpissimo fallo della Commissione Governativa, agevolmente immaginerai che mi fu, ed è di solenne consolazione. Però accogli sincero il ringraziamento per la lettera che mi scrivesti, e pel gentile pensiero che ti prese di me dal fondo del tuo sepolcro, monumento storico di vergogna... Ti lascio col desiderio che presto tu possa essere confortato dal termine di una procedura, che già già per la sua lunghezza ha indignato i Cittadini, ed anco i più avversi a te....»Così mi scriveva il Generale Zannetti or fa un anno e 20 giorni! — Ed io gli rispondeva:«Caro Amico.«Ti ringrazio della lettera e del libro. Certo la condizione del tradito è dura, ma troppo peggio è quella del traditore. Questo mi dà conforto nel disonesto carcere. Il tempo poi conduce le sue giustizie, e in ciò confido. Aspettare e sperare sono fondamento di sapienza umana. Tra noi non abbisogna più lungo discorso. Addio; ci rivedremo: io su la panca degli accusati, tu nel seggio dei testimoni.»Come io dormissi, lascio che altri pensi; — sul fare del giorno scrissi una lettera alla Commissione, e questa pure è stata soppressa; non ricordo il dettato, ma lo effetto fu che fece muovere il Conte Digny per assicurarmi stessi tranquillo, non volersi già attentare alla mia sicurezza; solo alla Commissione non piacere che io toccassi Livorno; mi adattassi a partirmi da un altro lato. Allora, e con ragione, tornai a ricordargli mancarmi il danaro per questo viaggio; però pregarlo a dire al Marchese Capponi, che le cose mie conosceva, m'imprestassetrecento scudi, i quali gli verrebberorimborsati a vista dal mio Procuratore a Livorno; anzi questa domanda scrissi col lapis, enon mandai, ma consegnai allo stesso Digny. Costui confessa possedere questo biglietto; lo mostri. Indi a breve sopraggiunse il signor Martelli, al quale narrando il successo, e sollecitandolo a fare in guisa che il Conte la commissione assunta non obliasse, come persona turbata da cosa che le dia fastidio prese ad esclamare: «no davvero! mancherebbe anche questa! — ella devia dal suo cammino per compiacere il Municipio e la Commissione aggiunta; è giusto ch'essi pensino alle spese del viaggio.» E poichè io avvertivo ciò non montare a nulla, perchè ricco io non era, ma neppure tanto povero da non sopportare la spesa del viaggio; il signore Martelli, sempre più infervorandosi nel discorso, aggiungeva: «Il Municipio e la Commissione non lo possono patire assolutamente: adesso andrò, e procurerò quanto bisogna.» — Allora, per una ragione che non sarà difficile comprendere, favellai: «In questo caso, signor Martelli, basteranno mille lire, di cui il Municipio potrà rivalersi sopra la Depositeria, perchè dimani l'altro, 15 del mese, scade la rata mensile del mio stipendio, ed il Cassiere della Comune potrà riscuoterla per me.»[745]Per questo modo disposte le cose, passa un'ora, passano due, senza più vedere uomo in faccia; nuove adunate di plebe accadono in piazza, e me inique voci, ma più languide assai della sera, maledicono e chiamano fuori.... ed io sarei andato fuori a domandare ragione dei vituperii, e se avessi potuto parlare avrei condotto di quella gente, almeno la onesta, a vergognarsi; invece Gino Capponi parlò per me! — Come favellò Capponi? — Parole triste non disse, — di queste non può dire Capponi.... ma io per Gino Capponi avevo, e avrei discorso in bene altra maniera![746]—Verso le undici fu vista una frotta di villani armati di falci, vanghe, ed altri arnesi rurali, precedere le Guardie Nazionali, che piegavano verso il Palazzo; i villani allagano i cortili, e levano su urli d'inferno, che per le angustie del luogo forte commuovendo l'aria ebbero virtù di scuotere i vetri così, che pareva volessero spezzarsi; io non comprendevo nulla, o piuttosto un'ombra truce di sospetto passò su l'anima mia, e mandai pel Digny chiedendogli quali arti infami fossero coteste; rispondeva scrivendo un biglietto, ov'è da notarsi questa frase: «stessi tranquillo, darsi moto per provvedere alla mia personale sicurezza.» Fors'egli per mia sicurezza personale intendeva trarmi in Castello per consegnarmi poi all'Accusatore? Questa opera emulerebbe la immanità di Maometto II, quando, dopo avere promesso a Paolo Erizzo salva la testa, lo fece segare nel mezzo per non tradire la fede della capitolazione! Se non che il fatto del Turco è dubbio, mentre quello del Conte so bene io se sia vero.[747]Verso le ore 12, venti o poche più Guardie Nazionali in compagnia del Generale Zannetti e del signor Martelli vengono a prendermi; non si mostrò Digny: — l'Accusa in vece sua si mostra, e indaga se impallidii, se repugnai; e, raccolte risposte contrarie al desiderio, sta cheta.Pellegrini, fra i primi testimoni ricercati dall'Accusa, a siffatte inquisizioni risponde: «La mattina successiva rividi il signor Guerrazzi fino alle ore 11 e ½, alla quale ora vennero a prenderlo il Generale Zannetti e l'Ingegnere Martelli; — avendo io sentito che il signor Zannetti gli disse: che andasse con lui (e mi pare anzi, che glielo dicesse come domandargli se voleva andare con lui, e soggiungendogli che poteva, volendo, condurre seco la famiglia): ed il signor Guerrazzi sentii che gli rispose: «Eccomi;» e andò via unitamente con quei Signori.» — E più oltre: — «Non mi accòrsi che si turbasse, e vidi, e sentii, che si mostrò subito disposto di andare, come di fatto andò con quei Signori.»E perchè doveva impallidire io? Con me stavo bene; degli altri un sospetto mi aveva traversato la mente, ma lo avevo respinto come tentazione del Demonio. Doveva dubitare di Gino Capponi amico ventenne, mio confortatore nei primi passi che mutai nel sentiero delle lettere umane? Poteva sospettare io avrebbe sofferto a tenere di mano ad una prigionia, la quale me ha disertato e la mia casa, quel Capponi che nel 25 gennaio 1848, al Carcere Elbano, così mi scriveva: «Per me, che io ti abbia a scrivere in cotesto luogo, è cosa tale che io pongo tra le afflizioni della mia vita: dispiace a tutti, credilo pure, e a me più che ad altri, per quella antica familiarità ed affezione che ora mi preme più che in altro tempo di attestarti; credimi ec.?» Poteva dubitare che me volesse prigione e calpestato e distrutto Orazio Ricasoli, uomo che mi era parso di cuore dolcissimo, e che tante grazie, pochi giorni innanzi, mi aveva profferto per non crederlo capace di turbare lo acque già torbide? O Digny e Brocchi, che, lasciato da parte quanto fu discorso fin qui, la sera stessa del ricevimento dei Legati Romani, avevano tenuto meco discorso lunghissimo, nella Sala del Guardaroba in Palazzo Vecchio, intorno alla necessità della Restaurazione Costituzionale? O il Marchese Torrigiani, col quale intervennero onestissimi officii, di cui le inchieste sollecito compiacqui, e a cui la sospetta lettera senza sospetto rimisi? O il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi? quel Senatore Capoquadri, il quale, da me visitato Ministro, mi palesò breve sarebbe la sua durata al Ministero, dacchè l'animo suo non gli consentisse patire certe emergenze che non gli parevano regolari del tutto; onde io da lui dipartendomi nello scendere le scale ripeteva col Dante:

Da siffatta scienza, in quel punto e non prima di allora acquistata, — insieme alla ignoranza di cotesto caso, espressa parlando al Maggiore Diana, e scrivendo al Maggiore Basetti, — nonmeno che dalla contemporanea notizia del convenuto fra l'Assemblea e il Municipio di concertare le provvidenze per la salute della Patria, imparai che mi era stato ritirato il potere, e che ormai poteva sperarsi che ladronecci non sarebbero successi,omicidii non rinnuovati; insomma il motivo, temuto reazionario ed anarchico, diventava politico, e tendente al fine, che fratregiorni ancora, in virtù di solenne deliberazione dell'Assemblea Costituente, avrebbe conseguíto pacificamente il Paese.

Esaminiamo i tre deposti. — Quello del Conte accenna a cosa non presente, bensì da farsi in futuro, e sotto due condizioni: la prima, che le cose sostassero; la seconda, che agli adunati piacesse. Quello del Brocchi spiega una propensione, non volontà determinata, a operare cose presenti, o future. Quello del Venturucci dichiara: volontà portata all'atto. Tutto questo che monta? Importa: che un deposto per necessità esclude l'altro; — importa: che da un uomo comecchè versato mediocremente, non dirò nelle regole della ermeneutica forense, ma in quelle della Logica e del senso comune, dovrebbersi rigettare tutti i deposti. Invece l'Accusa, che sta insieme con la Logica come gennaio con le more, gli allega tutti, comecchè si contradicano, e si elidano, in prova del medesimo fatto! — Oltre il contrasto fra loro, che gli rende inattendibili, per poco che tu rifletta su quello del Digny, tu vedi correre i vermini della bugia su tutte le sue parole; infatti, come poteva egli prendersi travaglio di un partito che doveva effettuarsi in avvenire impossibile? Come richiamare l'attenzione degli adunati su le conseguenze di cosa non avvenuta, e che non poteva accadere? Come ammonire lepersonedei pericoli a cui si avventuravano per colpa di una minaccia partita unicamente da me? Il Brocchi almeno si mostra meno stolido, se non più verace, poichè, le minaccie da lui si affermano di arresto immediato, e veramente furono per la parte dei signori Ciampi e Cipriani, ma nel senso di rammarico di mancata parola; e poichè da più era mossa la minaccia, sta bene eziandio che a più lo ammonimento si dirigesse. L'Accusa pertanto, comecchè alleghi tre deposti discordi, tuttavolta si fonda sopra uno solo (altra prova di senno nell'Accusa!), ed è quello del Dottore Venturucci. Conoscendo la lealtà dell'uomo onorandissimo, io viveva sgomento e dubitava della mia memoria, quando venne a confortarmi la lettura del suo esame, dove dichiara: «Rispetto alla prima domanda, cioè se il Guerrazzi accogliesse benignamentela proposta della Deputazionenella Sala delle Conferenze, ripeto quello che ho annunziato — epresso a poco disse le parole che ho riferito, — ma tardò poco a calmarsi e a convenire con i signori Municipali; ed è da notarsi eziandio che il Guerrazzi era già alterato per alcuni rimproveri che gli avevano fatto di non essere comparso, secondo il convenuto, la sera antecedente nella ora stabilita all'Assemblea.» Non deponendo pertanto il Dottore Venturucci assolutamente, maa un dipresso, non è da dubitarsi neppure un momento, che non sia per trovare esatta la mia narrativa, molto più che stando egli dal lato opposto, in fondo della tavola lunghissima, e lontano dal gruppo dei disputanti, non distinse da cui si partisse la intimazione dello arresto, la quale in vero fu fatta, come ho avvertito, per la parte dei signori Cipriani e Ciampi, e secondo che per bene due volte dall'avvocato Brocchi ancora si dichiara. — Nè già si creda che io qui arresti la dimostrazione: io vo' perseguitare l'Accusa con la verità, com'ella mi ha perseguitato con la fallacia. Il Cavaliere Martelli, uno dei tre Municipali, interrogato, depone: che, quando egli venne col Conte Digny e col Brocchi per la seconda volta all'Assemblea, vi trovò anche me, e che a lui rivolgendo la parola mostrai: «propensione grandissima per conciliare le cose, e gli dissi: farmi paura i Partiti, e dichiararmi parato a tutto per metterli d'accordo;» inoltre, contestatogli il deposto del Conte Digny su leminaccie, risponde francamente: «Io non intesi cotesto discorsodi certo; può essere che l'abbia fatto quando non vi ero io» (e questo non poteva darsi, perchè si presentò con gli altri, e la disputa avvenne alle prime parole). «Al Municipio in cotesto giorno sentii parlare delle minaccie di arresto state fatte contro il Municipio da alcuni Deputati, ma non intesi includere fra essi il Guerrazzi.» Ed è questo il secondo riscontro della verità della mia narrativa, e della fallacia del supposto dell'Accusa. — Terzo riscontro: Panattoni, Avvocato, attesta che dai colloquii uditi rilevò che minaccie veramente non accaddero, ma rammarichiper la parte di alcuni Deputati, eforseanche del Capo del Potere Esecutivo, a cagione che il Municipio non avesse secondato gli accordi che si dicevano passati col signor Professore Taddei, e resultanti ancora dal Manifesto stampato, ecc.[724]Quartoriscontro: Panattoni, Avvocato, condottosi al Municipio per proporre temperamenti conciliatorii, ascolta urli di gente tumultuante che dice: essersi deliberato arrestare il Municipio; ond'egli esce ad arringare cotesta turba per ismentire lavoce calunniosa, non si sa come diffusa fra il Popolo, e Digny conferma la verità della buona intelligenza che passa fra l'Assemblea e il Municipio.[725]Quinto riscontro: Panattoni, Avvocato, espone, che fu detto, e gli pare anche da qualche Deputato, che il Dottore Venturucci narrasse poco dopo questo fatto, ma che fu giudicato un suo male inteso. Sesto riscontro: Se le minaccie in discorso fossero state profferite da me, e ritenute temibili dai Municipali, non è da credersi ch'eglino si sarebbero per un'altra volta, come fecero, commessi in mia potestà. Settimo riscontro: Se io avessi bruscamente intimato l'arresto al Conte, breve ora dopo trattenendosi col Chiarini non gli avrebbe dimostrato dispiacenza per non essere io stato accettato, com'egli ne faceva istanza, a parte della Commissione Governativa.[726]Ottavo riscontro: Nel giorno 14 aprile il Conte trova il Chiarini Segretario al Ministero dello Interno, e gli dice: «Giusto, aveva bisogno di vederti; insomma, tentano fare una Reazione?» Interrogato da cui, risponde: «Dagli esagerati.» Ed ingegnandosi il Chiarini di provargli cotesto suo concetto fallace, il Conte soggiunge: «Ma intanto volevano ieri l'altro arrestare il Municipio.» Chiarini di nuovo: «Non ho sentito dire niente di questo, e non lo credo.» E il Conte: «Eppure mi viene assicurato che lo dicesse il Guerrazzi.» — «Io» obiettava Chiarini «non lo crederei nè anche se glielo avessi sentito dire.»[727]Digny tacque; Chiarini fu dispensato prima, poi dimesso dallo impiego. Io ho notato come il proverbio, che corre fra noi, dice: chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare; — ma Digny non seppe trovare neanche il pretesto, dacchè ilConciliatoredel 13 aprile annunzia un motivo per giustificare la trama ordita a mio danno, ma, parendogli che non potesse reggere in confronto degli atti miei, va in cerca di un altro, e, come vediamo, non è più felice adesso. E quale il pretesto affermato nel 13 aprile dalConciliatore? Eccolo, e somministra il nono riscontro della verità delle mie parole:

«Il Dittatore Guerrazziostinavasinel ritenere nelle mani un potere rimasto senza valore.Alcuni Deputatiostinavansi arivaleggiare(sic) di forza col Municipio.Non mancò tra loro chi chiedesse fosse posto in istato di accusa il Municipio e la Commissione aggiunta.» — Pretesto alla iniqua guerra nel 13 aprile era la mia renitenza a lasciare il Potere; la proposta di porre in istato di accusa il Municipio e la Commissione annunziavasi sì, ma ad alcuni Deputati attribuivasi; trovata debole la prima calunnia, estendono anche a me, anzi unicamente a me, la seconda; però che nella musica della calunnia s'impari maravigliosamente presto a trapassare da una nota all'altra.

Dunque è chiarito: non essermi opposto alla Restaurazione, ma invece adoperato onde riuscisse subitamente universale e felice; — avere rampognato i Municipali, non già della iniziata Restaurazione, bensì di slealtà per mancata parola, e di periglioso consiglio, convertente a vittoria meschina di Partito quella deliberazione, che per essere dentro e fuori proficua doveva e poteva presentare i caratteri che ho qui avanti notati: — non avere minacciato, molto meno intimato l'arresto di persona.

Con tale e siffattolussodi prove in contrario, la imperterrita Accusa scrive, senza che la mano le tremi, come io nello intento di oppormi alla Restaurazione un po'compita, un po'incoata, minacciassi prima, intimassi poi l'arresto ai Municipali. Le mie parole dovrebbero suonare severe a carico di quanti nei Documenti dell'Accusa parteciparono, ma taccio, e raccomando al Paese Civile, ai Governanti nostri, al Principe nostro temperantissimo, considerare se per questa via si renda rispettabile l'Autorità, e veneranda la Giustizia, salute estrema di società commosse.

Riprendo la mia narrazione. I motivi che mi persuadevano a insistere, perchè il Municipio deponesse il pensiero di camminare disgiunto dall'Assemblea, erano di due sorte: i primi di onestà, e fu dimostrato; i secondi di politica convenienza, e gli esposi ai Commissionati Municipali che ne rimasero percossi così, che, condannato lo intempestivo Manifesto, promisero correggerlo. «Il Municipio» io diceva «si propone due fini parimente ottimi, e necessarii: preservare il Paese dalla invasione straniera, mantenere incolumi le libertà costituzionali; in quanto a me, avevo disposto le cose in modo, che la Restaurazione in guisa diversa, che mi sembrava più onorevole, e ad un punto più sicura, sioperasse; ma l'uomo trama e la fortuna tesse. Quello ch'è stato è stato, ed ormai tutto lo studio nostro si ha da riporre in questo, che ciò che ebbe mal principio riesca a prospero fine. Importa massimamente che non si manifesti dissenso in veruna parte delle Provincie, e che il moto si dilati universale e spontaneo. A conseguire un tanto scopo, parmi, non che utile, necessaria l'adesione dell'Assemblea, per rimuovere l'obietto che taluno potesse fare, questo essere un partito imposto da Firenze, non consentito da Toscana tutta.[728]Versiamo in cosa di pericolo grandissimo, procuriamo con sommo studio evitare ogni accidente capace a fornire appiglio o pretesto di offenderci. Quando anche l'adesione dell'Assemblea non vi paresse necessaria, e forse nemmeno utile, accettatela tuttavolta per misura di cautela, che negli eventi dubbiosi non è mai troppa. Se nel rifiuto ostinandovi ne venisse a nascere danno, pensate, a qual carico voi vi esporreste? Di faccia al Paese voi sareste tenuti a rendere conto di qualunque sventura potesse succedere. Comprendo voi andare orgogliosi della presa iniziativa; voi non volete dividere con altri la gloria delle durate fatiche, per infrenare l'anarchia e la parte repubblicana; voi non consentite partecipare con nessuno l'onore dei pericoli corsi, per apparecchiare questo evento; e sia così; la sua parte ad ognuno:[729]ma adesso, dato bando ai consigli della vanità, vediamo insieme quali rimedii possiamo apportare alle fortune afflitte della Patria.» Piacquero i consigli e le parole; suonavano uguali a quelle che adoperò più tardi ilConciliatore, Giornale di cotesto Partito, — con una differenza però: che io le diceva di cuore, egli per finzione;[730]— e fu risoluto che una Deputazione dell'Assemblea si conducesse al Municipio per confortarlo di non operare scissura, e starsiunito per carità di Patria. Affermano testimoni degni di fede, che per me in questa occasione si dettasse una carta,[731]dove erano indicate le guise dell'operare congiunto dell'Assemblea col Municipio; e questo dimostrerebbe quale e quanto studio da me si ponesse, onde la bene iniziata alleanza non si disfacesse, e a fine fruttuoso s'incamminasse. Questi consigli e queste profferte andavano a presentare al Municipio il Generale Zannetti e l'Avvocato Panattoni, accompagnati dal Dottore Venturucci, e dai tre Municipali, Digny, Brocchi e Martelli. Quivi giunti esposero la commissione, la sostennero con buoni argomenti, sicchè fudi nuovo statuito solennemente che, in tanta opera, Municipio e Assemblea avrebbero proceduto congiunti.

Tardando le risposte, fu avviso di condurre l'Assemblea nel Palazzo Vecchio, però che la Camera, non avendo chi la guardasse, poteva di leggieri, siccome già minacciavano, essere forzata; e così fu fatto. Tornarono alla perfine i Municipali, Digny, Brocchi e Martelli, e poichè, secondo quello chePanattoniracconta, le profferte nostre erano state con lieta fronte accolte dal Municipio, vuolsi credere che per accordarsi con noi intorno alle ulteriori operazioni venissero; — tutto al contrario: essi venivano ad accertarci, che il Municipio, rigettata ogni proposta di conciliazione,aveva deliberato di fare da sè solo. — Commosso da questo partito, di cui prevedevo e sentivo gli effetti perniciosi, con quelle parole che la profonda convinzione sa suggerire meglio persuasive, io supplicava a considerare i mali a cui stavano per esporre la Patria. Livorno alle ordinanze del Municipio Fiorentino non era da credersi si volesse sottomettere, e la ragione non importava che si dicesse; e il suo dissenso solo guasterebbe l'armonia del disegno, e metterebbe in repentaglio tutto il bene che si auguravano ricavare da quello. «Ma che cosa è mai» io domandava «questa durezza? Qual tristo genio v'insinua nell'animo i fatali consigli?» Mi avvertirono come i loro Dottori avessero considerato, che l'unione dell'Assemblea col Municipio veniva a contaminare la origine governativa di questo, e forse a metterlo in imbarazzo co' Rappresentanti delle Potenze Estere da cui speravano protezione. Alle quali ragioni io fervidamente rispondeva: «Ed è prudenza questa, per guardare fuori di casa, trascurarla dentro, e per una protezione dubbia, che non verrà forse mai, non attendere a pericolo sicuro che accadrà di certo? — E poi anche a questo vi ha rimedio, e pronto; uditelo se vi talenta. — Io sarei di avviso, che si mettesse fra noi una proposta a partito; la quale, deliberata, si pubblicasse con le stampe, e dicesse:

«Il Municipio fiorentino, provvedendo alla salute della Patria, ha deliberato restaurare il Principato Costituzionale in Toscana, e assumere il Governo Provvisorio del Paese, finchè non abbia disposto in altro modo la Corona. L'Assemblea Costituente Toscana, considerando che il Municipio fiorentino con questa sua Deliberazione altro non abbia fatto che prevenire il suo voto, aderisce pienamente alla deliberazione, dichiara il suo mandato adempito, e, lasciando al prelodato Municipio la cura di condurla a compimento, si scioglie.» Proponevo eziandio che il Generale Zannetti e il Professore Taddei si chiamassero a parte della Commissione Governativa per senso di convenienza; e ciò tanto più agevolmente potevano assentire, in quanto che Zannetti avessero già chiamato, e il Professore Taddei fosse per ogni conto meritevole di tanto onore. I Municipali accettarono la mia proposta piuttosto con esultanza che con soddisfazione; come savissima e opportunissima la lodarono; e commisero la cura di compilarla a taluno dei presenti; e questi sì fece, ma, letto lo scritto, non parve suonasse, e veramente non suonava, a dovere;onde Guglielmo Conte Digny prese a dire: «Troppo più mi garbavano le parole del signor Guerrazzi; via, signor Guerrazzi, la prego non le sia grave di scrivere ella stessa quanto ha proposto.» Al che risposi lo avrei fatto molto volentieri; se non che sentendomi, pei tanti travagli patiti, un po' confuso di mente, io gl'invitava a lasciarmi solo; e questo di leggieri assentirono.[732]

Qui fu — e il cuore mi si stringe a raccontarlo, — che letta la minuta dello scritto, e andata altamente a grado ai Commissionati, il signor Digny con tale una sembianza, — che parea Gabriel che dicesse:Ave! — mi parlava le parole, che per certo egli deve aver fatto stampare nelConciliatoredel 14 aprile 1849: «Si stringano dunque i Liberali intorno al Vessillo Costituzionale, salvino con esso gl'interessi della Libertà, salvino le ragioni dell'avvenire..... Gli errori comuni saranno argomento di reciproco compatimento; i sagrifizii che tutti faranno delle private opinioni saranno cagione di reciproca stima; la cooperazione di tutti a ristorare i mali passati sarà garanzia di nuova concordia.» Bene è sciagurato quegli di cui il cuore sta duro a questi nobili inviti; ma come ha da considerarsi l'uomo che fabbrica dei sensi magnanimi e santissimi una coltella per tagliarti proditoriamente i garretti? — Nè qui si rimasero i fervorosi favellii del Conte, che me lodava tuttavia e levava a cielo per l'ottima mente dimostrata sempre, e più che mai scongiuravami a soccorrere la Patria; ed io commosso rispondeva: «O che credete, che la Patria prema a me meno che a voi? Salvate le Libertà Costituzionali. Spero andrà bene ogni cosa, ma temo che da Livorno voglia venire opposizione; pure io mi vi porterò subito, e opererò in maniera, mercè lo aiuto degli amici, che stia contenta al fatto; però considero che Livorno è ingombra di gente straniera, la quale non ha cuore, nè interessi toscani, e questa per certo farà resistenza. Bisognerebbe, se il mio presagio si avverasse, e si avvererà di certo, avere autorità di farla arrestare e allontanarla: ora a me simile autorità è venuta a mancare, e non potrei ordinare l'arresto di persona senza offendere le leggi. Se vi pare bene, datemi facoltà capace a ovviare questo temuto impedimento, e riposate sopra la mia fede tranquilli.» Il Conte Digny accolse premurosamente la proposta, e mi domandò quando contavo di partire per Livorno; alla quale interrogazione avendo risposto: «subito, col treno della Strada ferrata delle 4;» egli mi fece osservare,come nello spazio breve di tempo non avrebbe potuto procurarmi la commissione in discorso, e ch'egli trovava opportunissimo mi fosse conferita; però pregarmi a volere attendere fin dopo le ore ventiquattro, ch'egli sarebbe allora venuto a portarmi la spedizione necessaria. «E come potrò partire io dopo le 24, se non vi sono altre partenze?» gli osservai; ed egli rispose:con treno speciale. Qui certamente fu, che narrando io la mia amministrazione avermi stremato di pecunia, così che pochi paoli mi erano rimasti addosso, e non potere commettere la spesa, piuttosto grave a privato, di untraino a postaper la Strada ferrata, il Cavaliere Martelli, generoso e buono, soggiunse: «Non essere di ostacolo il danaro.» Ed io credei ancora profferire le parole che ho detto di sopra, avvegnadio già sentissi romoreggiarmi attorno certe male voci di danari espilati, che nella sera poi si convertirono apertamente con infamia eterna di chi le suggeriva alla plebe sciagurata in: «ladro!»[733]Allora il Conte soggiunse: «Dunque mi dia parola aspettarmi;» ed io: «Le do parola;» e ci toccammo le mani.

Per completare il racconto, mi giovo adesso della relazione che mi fanno pervenire testimoni oculari dei casi che narro. Letto lo scritto che fu da me dettato a richiesta del Digny, e approvato largamente così dai Municipali come dai Deputati, era rimesso al Municipio dai signori Dottor Venturucci, Alimonda, Digny, Brocchi e Martelli. Il Municipio, accolto il messaggio, e consideratolo, invitò i messaggeri Dottore Venturucci e Alimonda a ritirarsi, per deliberare; indi a breve richiamati, ebbero a sentirsi dire: il Municipio essere ormai deciso operare solo, e respingere dal suo seno qualsivoglia rappresentante della Costituente Toscana. Allora il Dottore Venturucci, altamente compreso della convenienza di accettare il proposto temperamento, sia perchè si effettuasse istantaneal'adesione delle Provincie, in virtù del voto dei loro Rappresentanti, sia pei riguardi dovuti ai Deputati, i quali pure animosamente, e non senza pericolo, avevano avversato la proclamazione della Repubblica e la Unificazione con Roma, prese prudenti raziocinii a discorrere, affinchè il Municipio dalla deliberazione sconsigliata si remuovesse; e poichè vide ogni ragionamento tornare vano, esortò i signori del Collegio a darsi cura perchè ai Deputati tutti, ed a me, fosse fatta amplissima abilità di partirci sicuri in qual parte meglio ci talentasse.La Commissione Governativa e il Municipio, unanimi, non solo assentirono, ma solennemente promisero osservare la proposta del Dottor Venturucci, e Gino Capponi, stretta la mano al Dottore, lo lodò per la solerte umanità di averla fatta.

Mentre attendevamo la risposta per la parte del Municipio, ci venne referito come una turba di plebe commossa già schiamazzasse dicendo vituperio all'Assemblea, ed a me. Il Colonnello Tommi, sedendomi accanto, mi offeriva condurmi seco lui nella vettura che l'aveva condotto, e che lo aspettava a piè dell'uscio del Palazzo in via dei Leoni; io lo ringraziai, ma non ricordo, se la data fede di non partirmi allegassi. Il Ministro Manganaro poco dopo propose di andare per una carrozza di posta, e trarmi di là, ed anche questa gentile esibizione venne da me rifiutata, fermo nel proponimento di osservare, come fra la gente dabbene si costuma, la parola.

Digny e Brocchi, furono quelli che vennero a significare la ripulsa, ed a me, cui pareva che in quel giorno Dio ne volesse male, però che i nostri antichi costumassero dire: «Dio a cui vuol male toglie il senno,» riuscì molestissima. Io non sapeva comprendere come da uomini savii potesse rigettarsi il voto istantaneo di una adesione complessiva, preferendo correre le dimore, le perplessità, e i pericoli dello sperimentare le molteplici ed individue volontà municipali. Davvero, se fu sapienza questa, io confesso di non conoscere più che cosa sia insania! Però non mi sapevo dare pace, e, nello intento di accomodare la vela al vento superbo che soffiava, per ultimo proposi che, messo da parte ogni concetto di accogliere nel loro seno due Rappresentanti dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione stessero contenti al Decreto che l'Assemblea avrebbe pronunziato in questa sentenza: «Aderisce all'operato del Municipio e si discioglie;» e se negiovassero. — Le ragioni che io dicevo così prorompono evidenti dalle viscere stesse del soggetto, che Digny, rimastone commosso, mi richiese di ciò pure gli facessi scrittura, ed anche in questo il compiacqui. Tale è la carta a cui forse allude nel suo esame l'Avvocato Brocchi, e non ricorda portata al Municipio; poichè per l'altra, precedentemente rimessa, è vero quanto fu detto di sopra, ed anzi, oltre al doversi trovare negli Archivii del Municipio, taluno dei Priori ne trasse copia per uso privato. In questa congiuntura insistendo io su Livorno, e confortando il Conte a pensare alle difficoltà che potrebbero sorgere da quella parte; egli alla presenza del Chiarini mi richiamò ad osservare la mia promessa di aspettarlo la sera, rinnovandomi la sua, che il Municipio e la Commissione mi avrebbero fatto partire munito delle domandate facoltà, per treno speciale; e qui pure successero i fatti che depone il Chiarini, nella parte seguente del suo esame: «Le idee di Restaurazione nel signor Guerrazzi non erano ignote ad alcuni componenti il Municipio di Firenze; ciò è tanto vero che, allora quando nel 12 aprile 1849 ebbe luogo quel rovescio, e fu creata la Commissione Governativa, fu proposto che il Guerrazzi si comprendesse nella Commissione, e tale proposizione fu appoggiata molto dal Segretario del Ministro di Francia, e sostenuta da quelli del Municipio che lo conoscevano bene. Oltre il prefato Segretario, potrebbe attestare questo fatto il Conte Digny, il quale, allorchè più tardi venne nelle stanze del Ministro della Guerra, disse al signor Guerrazzi: dispiacergli che non fosse stato accettato per uno dei componenti la Commissione Governativa; e facendo sperare che la sua proposta sarebbe stata accolta dal Municipio,lo pregòa fargliene la minuta, la quale da questo fu fatta e consegnata al Digny. Questo discorso del signor Digny, pare a me che provi abbastanza la sua persuasione intorno alla tendenza del signor Guerrazzi a restaurare il Principato Costituzionale, imperciocchè diversamente il Digny non si sarebbe attentato dirichiedereil Guerrazzi a stendergli cotesta minuta, ch'egli subito, e volentierissimo dettò, ringraziando il signor Digny delle premure che diceva avere fatto per lui onde nella Commissione Governativa si comprendesse, aggiungendo che non avrebbe accettato, atteso il modo col quale il cambiamento politico era avvenuto.»

Dopo piccolo spazio di tempo mi comparvero innanzi i signori abate Bulgarini e Capaccioli, incumbenzati dal Municipio e dalla Commissione Governativa a parteciparmi la giunta loro imminente, e ildesideriochesgombrassiil Palazzo. Il signore Bulgariniper commissione speciale del Conte Digny mi domandava dov'egli avesse potuto rivedermi la sera; razionale ricerca a cui bene intende, perchè, nel presagio che io rendendomi allo invito cortese sgombrassi il Palazzo, il buon Conte voleva sapere in quale orto.... voglio direin qual parte avesse potuto darmi, secondo il convenuto.... la risposta. Dissi: «Mi sarei ritirato nelle mie stanze; attendere il Conte nella sera colà.» Il Capaccioli andò a portare la risposta al Conte, Bulgarini attese a fare schiudere i passi che dal Palazzo conducono alla Camera dei Deputati.[734]

Intanto che il signor Bulgarini e i custodi indugiavano in questa faccenda, io accolsi i Deputati in casa mia. Indi a breve vennero ad avvisare aperta la strada; chiunque volesse potersene andare liberamente, dove meglio gli talentasse. Parecchi fra i Deputati pregarono, e con reiterate istanze sollecitarono affinchè seco loro io mi partissi; ricusai sempre, allegando la promessa di aspettare fino a sera la Commissione del Municipio; però gli accompagnai per le scale, e per la sala alta del Palazzo, e poi mi ridussi da capo nelle mie stanze. Poco dopo mi visitarono i signori Generale Zannetti e Colonnello Nespoli, il quale mi consigliò a mettermi in salvo, offrendomi mandare una compagnia di Guardia Nazionale per tutelarmi, andando alla Via ferrata Leopolda, ed io ricusai le offerte rispondendo non avere alcun timore, ed essermi legato di aspettare fino a sera. Egli allora con parole di affetto mi disseAddio, e chiese potermi baciare, ed io lo baciai di gran cuore, ricambiandogli le parole con quelle lodi che alla virtù del giovane egregio mi parvero condegne. Zannetti aggiungeva: «Dunque io verrò a prenderti stasera, e allora ti bacierò.[735]»

Adesso, su per certi Giornali ho letto che l'adesione dell'Assemblea non si poteva accettare dal Municipio per tre ragioni, e non si doveva per una quarta. Laprimapoichè l'Assemblea era prorogata; lasecondaperchè pochi apparivano i Deputati presenti; la terza perchè siffatta accettazione gli avrebbe tolto il credito presso le Potenze. Nessuna di queste ragioni regge allo esame.L'Assemblea, per prorogarsi che faccia, non perde il diritto di revocare la proroga quando le piace, al sopraggiungere di casi gravi, e i sopraggiunti comparivano gravissimi; non è poi vero che pochi fossero i Deputati; in breve ora potevansi richiamare i partiti per Pisa, Lucca e Livorno; finalmente pel fine morale dell'adesione bastavano pochi, non facendo punto mestieri specificarneil numero, e la deliberazione si sarebbe presa alla unanimità dei Deputati presenti; l'avrebbero sottoscritta il Presidente e i Segretarii soltanto, come si costuma. Intorno alla terza io non voglio dire adesso, chè si è veduto a prova qual frutto abbiano cavato da cotesto concetto; imperciocchè bene ammaestravano i nostri vecchi, — che dopo il fatto, di senno sono piene le fosse; bensìargomentandoa priori, non si arriva a comprendere come una espressione di consenso (al quale termine si era per ultimo limitata la mia proposta) avesse potuto nuocere al credito del Municipio, che dall'Assemblea non desumeva autorità od incumbenza. — Laquartaragione, per cui i Dottori affermano che non doveasi accettare l'adesione, consiste nella sua inanità, perchè i Deputati sarebbero stati costretti a consentire; e questo è cavillo mero, avvegnadio dalla storia degli avvenimenti successi parmi chiarito abbastanzacome l'Assemblea avesse dimostrato tale essere la sua volontà, e per la opera sua a sostenerla gagliardamente, e con pericolo, da questi stessi Dottori era stata lodata. No, tutti i sofismi col tempo scompaiono, e, sviluppata dalla moltitudine delle parole dolose, rimane questa verità: «pei consigli di superbia non si aborrirono gli eventi infelici che avvennero pur troppo, i quali forse tutti, macertamentein parte, sarebbesi potuto evitare, e con essi le conseguenze che la Patria deplora.»

Sono così dolenti le cose che mi avanzano a raccontare, così piene di amarezza infinita, che, non mi comportando l'animo afflitto andare in fondo tutto di un fiato, forza è che mi riposi continuando la digressione. Per mio giudizio, se il moto popolare sorto dalla rissa dell'11 aprile potè convertirsi in politico nel giorno 12, vuolsi attribuire alla cessata febbre del Popolo, — alla Guardia Nazionale, che in nome di Leopoldo II accettava la Monarchia Costituzionale, e difendeva la città dall'anarchia invano acclamante il nome del Principe; conflittava al Municipio, e a quel Partito di Costituzionali che si presume ortodosso; che ritrovava, per seguitare il Popolo, il coraggio che aveva smarrito nel giorno in cui bisognava guardarlo in faccia; — agli animi disposti, agli ostacoli rimossi, alla paura della invasione straniera, alla speranza, bandita come sicurezza, di evitare un tanto infortunio col sollecito richiamo del Principe Costituzionale, e finalmente, io pure lo dirò, al bisogno in moltissimi di fare porre in oblio, dal Principato che ritornava, lo zelo professato alla Parte Repubblicana che partiva. Però siffatte Rivoluzioni non sono mica miracolose, nè si operano da sè; e come la Rivoluzione presente, e da chi fosse apparecchiata e disposta in tutte quelle parti che non sono vili, se fin qui non giunsi a dimostrarlo, oggimai tornerebbe vano insistervi sopra con altre parole. Supporre, come l'Accusa ha fatto, pochi e deboli i Faziosi, e nondimeno potenti a tenere oppressi Popolo, Curia e Senato, e da un punto all'altro vederli sparire, e' sono novelle che non furono mai nel mondo, dalle cavallette in fuori: «e Moisè stese la bacchetta sopra il paese di Egitto... e come fu mattina il vento orientale aveva portate le locuste... poi voltò il vento in un fortissimo vento occidentale, il quale portò via le locuste, e le affondò nel Mare Rosso, enon vi rimase pure una locusta in tutti i confini di Egitto.»[736]L'Accusa, a quanto sembra,aveva in mente questo passo dell'Esodo quando dettò le sue carte; ma coteste, giova ripeterlo, sono storie di cavallette, non di uomini. Faziosi eranvi e non pochi, e ardimentosi, e maneschi; non tanti però, che potessero violentare un Popolo fermo nel volere di non sopportarli. Rammentate la notte del 21 febbraio 1849, quando la città insorsecome un uomo solo, contro la minacciata irruzione dei villani? Or bene, di chi andava composta la turba accorrente a respingerli? Di Popolo, non senza mistura, è vero, ma per la massima parte fiorentino. — Chi lo chiamò? — Nessuno; spontaneo venne. — Chi io spingeva allora? — Ebbrezza e paura. — Dunque leggiero o mendace fu nel 12 aprile, e tale insomma da non fidarsene mai? — All'opposto io tengo che deva reputarsi sincerissimo; e giova chiarire questo punto. Le anime umane conturbano di rado, ma pure qualche volta, febbri più ardenti assai delle corporali, e non soltanto quelle del Popolo per passione mobilissimo, bensì ancora quelle dei Magistrati, dei Parlamenti, degli uomini insomma e dei Collegi, i quali, per istituto e per dovere, hanno da camminare prudenti.[737]Come narrammo essere accaduto in Inghilterra ai tempi di Carlo II, successe qui. Il Popolo, non mendace, non finto, sibbene sanato dalla momentanea insania e sincerissimo, abbatteva gli Alberi, che niente altro dicevano a lui senonchè le turbolenze, le offese giudiciali e cittadine, e la invasione straniera degli anni 1796 e 1799: il Popolo sincerissimo ripose con affetto la granducale insegna, che gli prometteva indipendenza patria, le riforme di Leopoldo I, lo Statuto di Leopoldo II.Il Popolo era sanato; male pagò il Medico!

Così almeno giudicai secondo il mio intendimento, ma non sembra che abbia ad essere in questo modo; imperciocchè quantunque il Popolo a me paresse sano, pur vedo che lo continuano a purgare.

E poichè la materia mi tira, io voglio palesare quello che serbo riposto nell'animo, intorno al contegno di quella parte di Costituzionali, che adesso chiamerò direttrice del 12 aprile 1849; e ciò faccio tanto più volentieri, in quanto che vedo due Partiti alle prese fra loro, ed ho diritto di metterci ancora io la mia voce. Uno di questi Partiti lamenta perpetuamente le speranze deluse di mercede pel Paese, e credo eziandio un pocolino le speciali sue; l'altro, che richiama al pensiero la immagine di Dante:

Come procede innanzi dall'ardorePer lo papiro suso un color bruno,Che non èNEROancora, e ilBIANCOmuore;

Come procede innanzi dall'ardore

Per lo papiro suso un color bruno,

Che non èNEROancora, e ilBIANCOmuore;

alla scoperta gli dice: «Tu non hai fatto nulla; ti posasti un bel giorno come la mosca su i bovi, e poi desti ad intendere a cui ti voleva credere che arasti il campo.» Mi sia permesso affermare, che il Partito dal color bruno,che non è nero ancora e il bianco muore, nel giorno 8 febbraio avrebbe a buoni patti dato una gamba per essere lasciato andare illeso con l'altra; doloroso e lacrimoso esclamava:Siam fratelli; siam stretti ad un patto, con quanto tiene dietro. Il Partito direttore del 12 aprile, in cotesto naufragio avvisando salvare la pencolante società, attese a promuovere la elezione del Governo Provvisorio con la voce e con la stampa; io mi persuado che alle persone elette avrebbe voluto aggiungere qualche altra dei suoi; ma che noi, o alcuni di noi volesse rifiutare, non credo: provveduto in questa guisa al pericolo più urgente, incominciò a speculare intorno ai modi capaci di restituire le forme costituzionali alla Toscana, — che in coscienza le si confanno, e le bastano per quanto ho potuto conoscere di certo, mentre stava al Potere, — e parve così a lui come a me trovarli nella Costituente Toscana; di qui i suoi conforti a sciogliere il Parlamento, le persuasioni ai Deputati a non intervenirvi se il Governo si mostrasse restío a farlo, e le istanze a consultare il Paese col mezzo del suffragio universale. Il Partito direttore del 12 aprile volle procedere solo nelle elezioni, senza dare al Governo aiuto, nè riceverlo da lui; tuttavolta, malgrado che i Repubblicani vi si affaticassero attorno con isforzo maraviglioso, ebbero a convincersi del poco frutto che facevano, e lo confessarono.[738]I Direttoridel 12 aprile non prevalgono nelle elezioni, però prendono ad avversare l'Assembleada loro medesimi voluta; mutato avviso intorno alle cospirazioni da essi vilipese, adesso cospirano; e negarlo non giova, chè mi erano note coteste conventicole e i luoghi dove si raccoglievano, ed io lasciavo fare però che tendessero allo scopo a cui io stesso mirava, e, se amici non gli speravo, nemmeno sperimentarli nemici temevo; e se taluno mi avesse presagito lo strazio che reputarono onesto praticare meco, io gli avrei detto: «taci, tu menti!» I Direttori del 12 aprile potevano, accostandosi a me, darmi forza e coraggio a muovere l'ultimo passo, e dirmi apertamente: questi sono i nostri disegni; quali sono i vostri? Potevano altresì, se tanto ero venuto loro in odio, persuadere l'Assemblea a non eleggermi, a dimettermi, e precipitare le deliberazioni; anzi, come avrebbero dovuto, potevano starsi allo stabilito nella mattina del 12 con l'Assemblea, che pure dichiararono della Patria benemerente; tutto questo a loro rincrebbe, e davvero non si comprende a qual fine parlassero affettuose parole, quando nei fatti incocciarono a mostrarsi superbi; dicevano volere stringere tutti in amplesso fraterno: ma di che cosa sappiano cotesti amplessi, provo io, che ne porterò i segni finchè mi duri la vita. Non avrebbero per avventura giovato meglio a tutti parole meno soavi, fatti più degni? — Ma no, essi calpestarono l'Assemblea e me, e si posero a capo del moto popolare per sentirsi rinfacciare più tardi, che, se gli andarono avanti, ciò fecero come il tronco dell'albero menato via dalla piena. Però, se i Direttori del 12 aprile non erano, la sommossa popolare veniva sicuramente soppressa dalla Guardia Nazionale e dai borghesi; imperciocchè le sommosse, dai cittadini industriosi ed abbienti odiate sempre, ai nostri tempi mettano ribrezzo; i cervelli incominciano a preoccuparsi anche fra noi della salute della Società: quel rimescolarsi delle plebi cittadine co' proletarii delle campagne fa stare pensosi, e le smodate condanne non giovano a nulla e la esperienza n'è vecchia. I Direttori del 12 aprile, tolta in mano la sommossa,l'avvivarono, l'atteggiarono, le diedero moto, le diederoaffetto[739]la vestirono di tutte le speranze del tempo, con i timori del tempo e degli uomini la fasciarono, l'afforzarono con tutte le previdenze e con tutti gli apparecchi di lunga mano raccolti; ed avendola assunta alla dignità di Restaurazione Costituzionale trovarono quaggiù favorevoli tutti, dissidenti pochissimi o nessuno. Ora provano la ingratitudine; ed io invece di rallegrarmi con empia gioia, e dir loro:qual seme gittaste, tal messe raccogliete; piango con essi i nostri non degni destini; e Dio, che vede i cuori, sa se io avrei mosso neppure un lamento per lo strazio disonesto a cui mi hanno condotto, se oggi, mercè loro, la Patria comune andasse consolata delle benedizioni, che essi le promettevano.

La sera il conte Digny non mancava alconvegno, e con esso venne il Generale Zannetti; e l'uno e l'altro, come Mandatarii speciali del Municipio e della Commissione Governativa, dicevano con accomodate parole: fossi contento esulare, tanto che fossero quietate le cose, in estero paese. Ma sentiamo un po' il Generale Zannetti come racconta il fatto: «Ella m'invita» (così rispondeva l'uomo di coscienza cristiana al Processante), «Ella m'invita a tornare sopra una giornata della quale io dovrò rammentarmi, perchè, contro mia volontà, è vero, ma pure in quel giorno anche io divento complice di mancata parola. — Mi spiego: nella sera del 12 aprile riunitasi la nuova Commissione Governativa, fra le varie e molte risoluzioni che ella prese, fu pure quella di allontanare da Palazzo Vecchio il signor Guerrazzi, e siccome pareva alla Commissione medesima prudenziale provvedimento, che il signor Guerrazzi si allontanasse dalla Toscana, e dubitando ch'egli non volesse accettare, la Commissione incaricava il signor Digny e me di comunicare questo progetto al signor Guerrazzi ed invitarlo ad aderirvi; ed invero il signor Guerrazzi non ESITÒ un momento ad accettare la proposizione di un passaporto per uscire di Toscana, perchè, egli diceva: in qualunque luogo di Toscana io vada, se per sorte succede qualche movimento, sarò io lo incolpato. Allora, in adempimento della commissione ricevuta, il signor Digny ed io dicemmoal signor Guerrazzi che sarebbe partito nella notte con passaporto per l'estero.»

Guglielmo Conte Digny nega il convegno, nega la proferta del passaporto, nega il contratto religioso e solenne; tutto nega: — qui occorrono due vie da governarmi col Conte; scerrò la più mite.

Vi ricordate del personaggio di commedia chiamato Rosignolo? Sì, certo, voi rammentate quel gobbo che aveva tante e poi tante inventato girandole, che alla perfine, non sapendo come districarsene, immaginò, per non essere côlto in fallo, un suo trovato, e fu il seguente: narrò (e anche questa era girandola) come, navigando per mare, un grossissimo cavallone lo aveva portato via dalla coverta, e fattagli percuotere la testa nel bastimento così, che ne aveva perduto la memoria; col quale pretesto quando gli tornava il ricordarsi, ei rammentava; e quando non gli tornava, scusavasi con la capata nel bastimento.

Digny, intorno ai concerti presi dal Municipio col Presidente Taddei la mattina del 12 aprile,rammenta perfettamente avere letta la Notificazione dopo stampata; per gli altri fatti,non ha la minima memoria avere letto la Notificazione prima che fosse mandata alla stampa.[740]

Contestatagli la disputa nella Sala delle Conferenze a cagione della mancata fede al Presidente Taddei,Digny si sovviene solo che il Guerrazzi disse: «Signori, avete fatto una Rivoluzione, ecc.;»per le altre cose,non rammenta con sufficiente precisione i dettagli(sic).

Contestatogli il fatto gravissimo del passaporto promesso e accettato, e però del contratto consumato,Digny rammenta, che la Commissione non prese deliberazione sul Guerrazzi finchè non fu trasportato a Belvedere; intorno al religioso deposto del Generale Zannetti, dichiara: «non rammentoavere data alcuna assicurazione....in tanta confusione di avvenimenti, dopo tanto tempo, forse la mia memoria, — forse quella dello Zannetti si confondono....»

Contestatogli il fatto dei danari da me richiesti al Marchese Capponi per le spese del viaggio, e somministrati poi conautorizzazioneedordinedella Commissione Governativa dal Municipio pel titolo espresso del viaggio,Dignyricorda: «che la mattina del 13 Guerrazzi gli scrisse un biglietto a lapis, nel quale lo pregava di domandare al Marchese Capponi una somma in prestito;»quindi «sache i danari per mezzo del Martelli mi erano stati trasmessi, manon sa menomamente che ci fosse la idea di farli servire al mio viaggio!»

Contestatogli che Giovanni Chiarini, presente al contratto del passaporto, depone che fu promesso al Guerrazzi di farlo partire mediante treno speciale, tre volte gli vacilla la memoria, e dice: «Non ho memoria di avervi messoche poche parole e insignificanti....; sebbenela mia memoriasia molto confusa in questa parte,credo rammentarmichecondizionalmentesi parlasse di treni speciali; ma, ripeto,non ho memoriadi avere avuto commissioneformale, sempreperchè la Commissione non aveva neppure discusso su questo soggetto.» Ma sapete voi, signor Conte, che la vostra memoria è veramente infelice?

Nè qui soltanto Guglielmo Conte Digny è d'infelice memoria; ma basti per ora. Forse il Conte si lagnerà che non gli si abbiano i debiti riguardi, ed anche in questo avrà torto; conciossiachè, se io dovessi prendere da lui lo esempio del punto rispetto che a sè stesso porta, davvero che io temerei incorrere la taccia di sboccato; e, al fine che lo asserto non vada disgiunto da prova, cred'egli che io vorrei smentirlo quattro volte sopra la medesima cosa com'egli fa? — In certa parte del suo deposto narra come egli venisse la sera a trovarmi nel mio appartamento in Palazzo Vecchio,dove io lo aveva chiamato fino dalle 4 del pomeriggioper dirgli che voleva andare a Livorno, ma eglinulla rispose! In altra parte, narrando il medesimo fatto: «Guerrazzi insisteva col Zannetti e con me per andare a Livorno, maNOIadducemmo le grida e il tumultoper consigliarlo a non pensarvi per ora;» dunque parlava, e sinistre parole, se io male non mi appongo? — In altra parte: «È vero....che col Guerrazzi e Zannetti si parlò di partenza;» dunque, che siate benedetto, signor Conte, parlaste ancora di partire? — In altra parte: «La conversazione si aggirò sulla possibilità di una partenza del Guerrazzi, ma io non ho memoria di avervi messo che poche parole e insignificanti....; credo rammentarmi checondizionalmente si parlasse di treni speciali.» Dunque prima non parlaste; poi parlaste che non potevo partire, e parmi questasignificantissima cosa; poi parlaste parole insignificanti, dopo averle parlate significantissime; finalmente parlaste di treni speciali sotto condizione. Qual mai condizione? — Signor Conte, sapete voi come nel nostro Paese si appellino coloro che quattro voltesmentiscono sè stessi? — Io glielo direi se non mi trovassi dove mercè sua mi trovo; o piuttosto, tutto bene considerato, mi sembra che non glielo direi. A lui basti sapere ch'è il testimone di predilezione dell'Accusa!

Cinque furono testimoni presenti al fatto; e siccome essi non hanno battuto, come Rosignolo, il capo nel bastimento, così non importa tenere su questo proposito più lungo discorso, molto più che dalle cose successive viene maravigliosamente confermato.

Adesso cresce intorno al Palazzo un tumulto di plebe ed uno schiamazzo di gridi:Morte! morte al Guerrazzi!Chi poi cotesti urli incitasse, io non dirò; dirò soltanto la contesa infame che dalla ringhiera che guarda Via della Ninna udimmo più tardi, nella notte, agitarsi lì sotto al lampione. I gridatori non trovavano modo di spartirsi la moneta ricevuta per la egregia opera di maledire e imprecare morte a cui non conoscevano, e non gli aveva offesi mai, e nelle vecchie frenesie loro trattenuti. Gli adulti, per assottigliare ilprezzoai garzoncelli, adducevano la ragione che, avendo meno voce,men forteavessero gridatoMorte al Guerrazzi; e i garzoncelli non si arrendendo allo argomento, comunque affiochiti, strepitavano, che era stato promesso a tutti (come agli Operaj della vigna) mercede uguale; che quanto e più di loro avevano strillato:Morte a Guerrazzi!e che non volevano soffrire bindolerie. E qui da una parte e dall'altra un bisticciarsi da fare piangere gli Angioli, e ridere i Demonii. Ahi sciagurati! Il fanciullo che avvezzaste a vendere l'anima sua a prezzo di poca moneta per gridare morte a un uomo, gliela darà più tardi per rubargliela. Voi renderete conto a Dio di quel delitto e di quel sangue. Tali erano le opere civili e cristiane che nella notte del 12 aprile si commettevano a Firenze!

Di lì a breve fu inteso romore come di gente che prorompe; e poi spalancata la porta del mio quartiere, tra una mano di Guardie Nazionali, comparvero alcuni del Popolo; e il Generale Zannetti venuto per me mi pregava a mostrarmi, ed io andai; e con accento commosso volgendomi ai Popolani, dissi: «Che cosa volete da me? In che vi ho offeso? Qual peccato voi mi rimproverate?» Essi tacquero; non una parola, non un grido profferirono: io sarei stato curioso davvero di sapere quale colpa il Popolo fiorentino mi apponesse. Però non cessavano in Piazza il tumulto e lo schiamazzo, onde quei dieci o dodici che stavano quivi dentro rinchiusi meco, fra servi, custodi, segretarii, e la mia nipote giovinetta pureora uscita di Convento, e la sua governante, si mostravano sgomenti, e lo dirò con compiacenza, assai più per me che per loro. Temendo che la Plebe rompesse le porte, alcuni tentarono a questo estremo caso un riparo. — Io auguro a tutti quelli che mi hanno offeso di non trovarsi mai in simili strette, perchè all'uomo può forse bastare il coraggio per sè fino in fondo; ma quel trovarsi intorno gente atterrita, e di tutti avere a confortare gli spiriti smarriti, è tale uno sfinimento a cui mal regge l'anima umana. Non pertanto l'Accusa acuta e sottile si studia mettermi la mano sul cuore, e sentire com'egli mi battesse. — Egli batteva come deve battere il cuore dell'uomo, che sa quali mali possono fare gli uomini, e sente non meritarli.[741]

E poichè, — lasciamo da parte il volere, — sembrava che i nuovi Governanti non avessero il potere di opporsi alla plebe, che ad ogni ora ci dicevano in procinto di sbarattare la Guardia Nazionale, e fracassate le imposte irrompere dentro a far carne; parecchi dei racchiusi meco procuravano spiare luogo di salute, là dove questo estremo accadesse, e qui pure il mio pensiero si consola, rammentando che quantunque mi fossero per la più parte sconosciuti, nondimeno queste apprensioni per me sentissero, queste diligenze per me facessero. In che queste ricerche consistessero, a qual fine fossero dirette, e qual parte io vi prendessi, sarà bene lasciare referire ai testimoni, perchè nel ricordare quel tempo parmi che il mio straziosi rinnovelli. Però mi maraviglio, e non posso astenermi di rimproverare a nome della Legge l'Accusa, che omise interrogare testimoni su punti capitali, e con tanta compiacenza si allargò su questi particolari, forse per argomentare dal mio spavento e dai miei conati di fuga la coscienza colpevole, e poi non ne trasse costrutto essendole tornati contrarii; come se potesse apprendersi quale indizio di colpa, lo studio di sottrarsi ai bestiali furori di plebe avvinata e indracata.[742]

Dopo parecchie ore di tediosa aspettazione, standoci, la mia famiglia ed io, in procinto di partire, ecco una Guardia Nazionale, dopo l'ora fissata alla partenza, portarmi un biglietto del Generale Zannetti, il quale diceva: «Alcuninon volere lasciare libero il passo; opinare la Commissione di trasferirmi pel corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Veliti avrebbe messo la Nazionale: però questo accadrebbe nella prossima mattina; non dubitassi di niente, stessi tranquillo; andassi a prendere per qualche ora riposo, che giudicava doverne avere di mestieri.»[743]Questo bigliettouniialla lettera, che nel tumulto di angosciosepassioni io scrissi sotto gli occhi del signor Galeotti, castellano di San Giorgio (poichè tale era l'ordine; e le cose necessarie a scrivere di lasciare in potestà mia si negava!), e mandai a Gino Capponi e agli altri Componenti la Commissione Governativa il 25 aprile 1849. Questo biglietto è statosoppresso! Così tentavasi abolire ogni prova del patto violato a mio danno, e me seppellire sotto la lapide del tradimento, senza neppure lasciarmi la consolazione di potere dire al mondo: «Popoli civili e anche barbari, vedete come si tiene fede a Firenze!» Ma ciò, come a Dio piacque, non valse al fiero disegno. Mi stava su l'anima una amarezza infinita, come un Zannetti, che pure mi parve angelica natura, avesse potuto avvilirsi tanto da sostenere meco le parti di brutto Giuda Scariotte, e tuttavia mi pesa per Gino Capponi... e mentre scrivo queste righe infelici... la mano mi trema, e gli occhi mi si offuscano di lacrime, — ma non per me. Un'aura di refrigerio penetrando nello infame carcere, mi portò che avessi a deporre ogni amarezza contro il Generale Zannetti, avvegnadio fosse stato ingannato, non ingannatore; quasi nel punto stesso mi capitava sott'occhio il suoRendiconto generale del servizio sanitario dell'armata toscana spedita in Lombardia per la guerra della Indipendenza, dove trovai scritto il nome di Domenico Guerrazzi,[744]giovane accademico, rimasto ferito di mitraglia nell'avambraccio sinistro, nella sempre onorata e sempre dolorosa battaglia di Montanara, e di qui trassi argomento per dirgli, che io avevo dubitato di lui, ma oggimai, saputo il vero, avergli ridonato la mia stima; si consolasse: continuare io a ritenerlo, come lo reputai sempre, quanta lealtà viveva al mondo; ond'egli subito, per riparare almal soppresso biglietto, mi scriveva la lettera seguente, che, senza sentirsi più spessi sussultare i polsi, io non credo si possa leggere da uomo vivente, amico, od avverso, che sia.

«Pregiatissimo Amico.

«9 settembre 1850.

«La lettera che mi dirigevi l'altro jeri, fu a me carissima e di verace conforto. Infatti, il pensiero di dovere nell'animo tuo essere considerato come uomo sleale, come vilissimo traditore, ed ogni traditore ed ingannatore è vigliacchissimo uomo, mi gravava potentemente su l'anima. Vero è però, che dopo i miei costituti quel gravame si alleggeriva non poco; vero è, che almeno allo Avvocato tuo difensore la dovutagli lettura del Processo doveva palesare quanto io mi fossi stato leale in cotesta epoca. Pure essere oggi fatto conscio, che tu pure lo sai, e non mi reputi reo in veruna particola di quel turpissimo fallo della Commissione Governativa, agevolmente immaginerai che mi fu, ed è di solenne consolazione. Però accogli sincero il ringraziamento per la lettera che mi scrivesti, e pel gentile pensiero che ti prese di me dal fondo del tuo sepolcro, monumento storico di vergogna... Ti lascio col desiderio che presto tu possa essere confortato dal termine di una procedura, che già già per la sua lunghezza ha indignato i Cittadini, ed anco i più avversi a te....»

Così mi scriveva il Generale Zannetti or fa un anno e 20 giorni! — Ed io gli rispondeva:

«Caro Amico.

«Ti ringrazio della lettera e del libro. Certo la condizione del tradito è dura, ma troppo peggio è quella del traditore. Questo mi dà conforto nel disonesto carcere. Il tempo poi conduce le sue giustizie, e in ciò confido. Aspettare e sperare sono fondamento di sapienza umana. Tra noi non abbisogna più lungo discorso. Addio; ci rivedremo: io su la panca degli accusati, tu nel seggio dei testimoni.»

Come io dormissi, lascio che altri pensi; — sul fare del giorno scrissi una lettera alla Commissione, e questa pure è stata soppressa; non ricordo il dettato, ma lo effetto fu che fece muovere il Conte Digny per assicurarmi stessi tranquillo, non volersi già attentare alla mia sicurezza; solo alla Commissione non piacere che io toccassi Livorno; mi adattassi a partirmi da un altro lato. Allora, e con ragione, tornai a ricordargli mancarmi il danaro per questo viaggio; però pregarlo a dire al Marchese Capponi, che le cose mie conosceva, m'imprestassetrecento scudi, i quali gli verrebberorimborsati a vista dal mio Procuratore a Livorno; anzi questa domanda scrissi col lapis, enon mandai, ma consegnai allo stesso Digny. Costui confessa possedere questo biglietto; lo mostri. Indi a breve sopraggiunse il signor Martelli, al quale narrando il successo, e sollecitandolo a fare in guisa che il Conte la commissione assunta non obliasse, come persona turbata da cosa che le dia fastidio prese ad esclamare: «no davvero! mancherebbe anche questa! — ella devia dal suo cammino per compiacere il Municipio e la Commissione aggiunta; è giusto ch'essi pensino alle spese del viaggio.» E poichè io avvertivo ciò non montare a nulla, perchè ricco io non era, ma neppure tanto povero da non sopportare la spesa del viaggio; il signore Martelli, sempre più infervorandosi nel discorso, aggiungeva: «Il Municipio e la Commissione non lo possono patire assolutamente: adesso andrò, e procurerò quanto bisogna.» — Allora, per una ragione che non sarà difficile comprendere, favellai: «In questo caso, signor Martelli, basteranno mille lire, di cui il Municipio potrà rivalersi sopra la Depositeria, perchè dimani l'altro, 15 del mese, scade la rata mensile del mio stipendio, ed il Cassiere della Comune potrà riscuoterla per me.»[745]

Per questo modo disposte le cose, passa un'ora, passano due, senza più vedere uomo in faccia; nuove adunate di plebe accadono in piazza, e me inique voci, ma più languide assai della sera, maledicono e chiamano fuori.... ed io sarei andato fuori a domandare ragione dei vituperii, e se avessi potuto parlare avrei condotto di quella gente, almeno la onesta, a vergognarsi; invece Gino Capponi parlò per me! — Come favellò Capponi? — Parole triste non disse, — di queste non può dire Capponi.... ma io per Gino Capponi avevo, e avrei discorso in bene altra maniera![746]—Verso le undici fu vista una frotta di villani armati di falci, vanghe, ed altri arnesi rurali, precedere le Guardie Nazionali, che piegavano verso il Palazzo; i villani allagano i cortili, e levano su urli d'inferno, che per le angustie del luogo forte commuovendo l'aria ebbero virtù di scuotere i vetri così, che pareva volessero spezzarsi; io non comprendevo nulla, o piuttosto un'ombra truce di sospetto passò su l'anima mia, e mandai pel Digny chiedendogli quali arti infami fossero coteste; rispondeva scrivendo un biglietto, ov'è da notarsi questa frase: «stessi tranquillo, darsi moto per provvedere alla mia personale sicurezza.» Fors'egli per mia sicurezza personale intendeva trarmi in Castello per consegnarmi poi all'Accusatore? Questa opera emulerebbe la immanità di Maometto II, quando, dopo avere promesso a Paolo Erizzo salva la testa, lo fece segare nel mezzo per non tradire la fede della capitolazione! Se non che il fatto del Turco è dubbio, mentre quello del Conte so bene io se sia vero.[747]Verso le ore 12, venti o poche più Guardie Nazionali in compagnia del Generale Zannetti e del signor Martelli vengono a prendermi; non si mostrò Digny: — l'Accusa in vece sua si mostra, e indaga se impallidii, se repugnai; e, raccolte risposte contrarie al desiderio, sta cheta.Pellegrini, fra i primi testimoni ricercati dall'Accusa, a siffatte inquisizioni risponde: «La mattina successiva rividi il signor Guerrazzi fino alle ore 11 e ½, alla quale ora vennero a prenderlo il Generale Zannetti e l'Ingegnere Martelli; — avendo io sentito che il signor Zannetti gli disse: che andasse con lui (e mi pare anzi, che glielo dicesse come domandargli se voleva andare con lui, e soggiungendogli che poteva, volendo, condurre seco la famiglia): ed il signor Guerrazzi sentii che gli rispose: «Eccomi;» e andò via unitamente con quei Signori.» — E più oltre: — «Non mi accòrsi che si turbasse, e vidi, e sentii, che si mostrò subito disposto di andare, come di fatto andò con quei Signori.»

E perchè doveva impallidire io? Con me stavo bene; degli altri un sospetto mi aveva traversato la mente, ma lo avevo respinto come tentazione del Demonio. Doveva dubitare di Gino Capponi amico ventenne, mio confortatore nei primi passi che mutai nel sentiero delle lettere umane? Poteva sospettare io avrebbe sofferto a tenere di mano ad una prigionia, la quale me ha disertato e la mia casa, quel Capponi che nel 25 gennaio 1848, al Carcere Elbano, così mi scriveva: «Per me, che io ti abbia a scrivere in cotesto luogo, è cosa tale che io pongo tra le afflizioni della mia vita: dispiace a tutti, credilo pure, e a me più che ad altri, per quella antica familiarità ed affezione che ora mi preme più che in altro tempo di attestarti; credimi ec.?» Poteva dubitare che me volesse prigione e calpestato e distrutto Orazio Ricasoli, uomo che mi era parso di cuore dolcissimo, e che tante grazie, pochi giorni innanzi, mi aveva profferto per non crederlo capace di turbare lo acque già torbide? O Digny e Brocchi, che, lasciato da parte quanto fu discorso fin qui, la sera stessa del ricevimento dei Legati Romani, avevano tenuto meco discorso lunghissimo, nella Sala del Guardaroba in Palazzo Vecchio, intorno alla necessità della Restaurazione Costituzionale? O il Marchese Torrigiani, col quale intervennero onestissimi officii, di cui le inchieste sollecito compiacqui, e a cui la sospetta lettera senza sospetto rimisi? O il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi? quel Senatore Capoquadri, il quale, da me visitato Ministro, mi palesò breve sarebbe la sua durata al Ministero, dacchè l'animo suo non gli consentisse patire certe emergenze che non gli parevano regolari del tutto; onde io da lui dipartendomi nello scendere le scale ripeteva col Dante:


Back to IndexNext