Dimostrazione storica.

La parte del Governo in questo nuovo sperimento acquista un voto, quella dei Repubblicani cinque;e ciò perchè il Partito dei pretesi ortodossi costituzionali di Firenze, invece di venire a rafforzare il nostro concetto, disertava la causa; e non fu bene.I Repubblicani dell'Assemblea non si sgomentarono per questo, ed insisterono perchè le interpellazioni del Deputato Pigli si ammettessero: il Ministero o il Capo del Potere Esecutivo vi rispondessero pubblicamente. Io pure gli avevopiù voltenei giorni antecedenti, ed anche poche ore avanti, ragguagliati con coscienza di quanto volevano adesso sapere di nuovo.[583]Ora perchè questo? Non senza astuzia era il trovato. Il Ministero repugnerà, essi pensavano, per prudenza a manifestare le condizioni nostre di fronte alle Potenze estere, e, per pudore della Patria, la fiacchezza dei Toscani; allora scompariranno le cause della oppugnata proclamazione della Repubblica, e discutendo gli articoli potrà essere rigettata la Legge proposta dal Potere Esecutivo. Ultimo tentativo per l'agognata Repubblica. Essi s'ingannarono; i Ministri Marmocchi e Mordini risposero in modo da tôrre loro ogni baldanza. Quivi Marmocchi non dubitò di posporre tutto alla verità, e dichiarò pochi i Repubblicani, contrario lo spirito del Paese a cotesta forma di Governo, arduo eccitare i Popoli alla difesa delle frontiere; allegò fatti, confermò la sua sentenza con raziocinii. Il Ministro degli Esterismentì i conforti di Francia e d'Inghilterra asseriti falsamente dal signor Rusconi. Il Deputato Pigli comprendendo quanta e quale impressione avrebbero fatto coteste solenni dichiarazioni nell'universale, dopo averle provocate, si oppose perchè fossero pubblicate; — e così presumono illuminare il Popolo, e servire agl'interessi di lui! Questi paionmi, e sono tranelli di Settario, non concetti, non ispiriti di uomo di Stato. Ai giorni nostri, se lo inchiodino bene nella mente gli uomini di tutte le condizioni e di tutti i Partiti,colui che cammina con maggiore probità riporterà vittoria su gli altri. — Allora io sorsi, e dissi: «Poichè lo avete voluto, io intendo, al contrario, che abbiano intera pubblicità; e questo per due motivi del pari importanti: primieramente perchè non si concede sopprimere nel ragguaglio della Seduta una parte, che il Pubblico ha diritto di sapere; secondariamenteperchè tutti i Toscani sieno informati per loro governo dello stato del Paese.»[584]La mia proposta fu vinta.«L'Assemblea Costituente Toscana«Decreta:«1º Doversi nel momento attuale sospendere ogni deliberazioneintorno alla forma del Governo ed alla Unificazione della Toscana con Roma.«2º Doversi prorogare, siccome proroga, la prossima futura di lei Tornata al dì 15 aprile corrente.«3º I Deputati non pertanto dovranno restare in Firenze.«4º Il Capo del Potere Esecutivo non potrà risolvere intorno alle sorti della Toscana senza il soccorso e l'annuenza dell'Assemblea, non solo a pena di nullità, ma di essere punito come traditore della Patria. Potrà bensì provvedere alle necessità dello Stato con la emissione di tanti Buoni del Tesoro, fino alla concorrenza di 2,000,000 di lire, ipotecando i medesimi unitamenteall'imprestito volontario decretato con la legge del 5 aprile 1848 per sostenere la guerra della Indipendenza, sopra i Beni dello Scrittoio delle Rendite.«Li 3 aprile 1849.»Fu vinta, ma combattuta dalla diffidenza. La proroga era concessa per soli dodici giorni; ed anche a me piacque che fosse così; e m'imposero, sotto solenne religione, l'obbligo di non risolvere intorno alle sorti della Toscana; e due milioni assegnarono per limitare le facoltà che aborrivano, e pur si dovevano, in tanta urgenza, lasciare liberissime. Però gli Avversarii non rifinivano di sussurrare menzognero ed esagerato il rapporto; i fatti non veri; vero soltanto l'accordo del Potere Esecutivo col Principe a Gaeta.Avrei potuto allora chiudere violentemente l'Assemblea, e operare qualche giorno innanzi quanto successe il 12 aprile.Nol feci, e non lo volli fare. Considerai, che avventurandomi a cotesto passo avrei potuto incontrare resistenze di città, di provincie, od anche d'individui; e questo verosimilmente accadendo, bisognava ricorrere alla forza. Simile partito poi non era sicuro che riuscisse, con le milizie che possedevamo allora: dato che riuscisse, era mestieri venire a contesa; ed io diligentemente procurava, che non insorgesse dissidio di sorta da nessuna parte, perchè lo universale consenso rallegrasse la Corona, e la persuadesse, che i casi passati dovessero ritenersi come que' brevi scompigli, che pur talvolta si levano anche fra persone dilette, e da obbliarsi facilmente; nessuno nella solennità del reintegrato Statuto avesse a piangere: dall'altra perchè non fosse somministratopretestoagli stranieri d'intervenire nelle faccende nostre con la loro diplomazia, e peggio con le loro armi. — Inoltre, dal partito violento mi dissuadevala mala compagnia reazionaria od anarchica, che in queste occasioni sempre ribolle, e ti spinge fuori dei limiti del tuo disegno. Nèanarchici, nèreazionarii; estremi entrambi.Siffatta maniera di gente servendo piuttosto alle passioni proprie, che al bene dello Stato, sono fastidio sempre, vergogna spesso, qualche volta rovina della parte a cui si attaccano; sozzi in vista, nè meno in effetto dannosi de' serpenti di Laocoonte.Io intesi fare così. Ottenuta la proroga dell'Assemblea mandai Deputati di qualunque Partito, purchè probi, nelle Provincie, affinchè, investigato lo spirito e le tendenze delle Popolazioni, sopral'anima e coscienza loro ne riferissero dentro breve spazio di tempo. Al punto stesso, io con ogni conato, e sinceramente, mi adoperai nel negozio dello adunare milizie. Mi volsi a tutti i Partiti, parlai a tutti gl'interessi, eccitai tutte le passioni. Feci comprendere agli amici della Restaurazione correre loro dovere di conservare intero lo Stato alla Corona; non prendessero il desiderio del richiamo del Principe apretesto di codardia, imperciocchè io non indicassi loro nemici nuovi, sibbene antichi, tali dichiarati dallo stesso Sovrano, già combattuti, e certamente acerbi per le recenti offese sopra i campi lombardi. Serbare lo Stato intero, e respingere, s'era possibile, ogni aggressione straniera, formava il dovere primo di ogni cittadino; o almeno tentarlo. Altra causa ad operare lealmente consisteva per me nella promessa solenne data dalla Toscana ai Popoli Lunensi e della Garfagnana di difenderli, per quanto forza umana bastasse; e delle altre ragioni altrove indicate non parlo, avvegnadio quando ti lega la religione della promessa tra gente onesta più lungo discorso non abbia luogo.Però io devo confessare, che da tutti questi sforzi sperava potesse ottenersi tanto da provvedere all'onoreprima, e poi al benefizio delle sorti della Patria, non però quanto bastasse a giustadifesa, se l'Austria si fosse avventata con grosso sforzo di gente contro di noi. Onde era ordine al Generale D'Apice, che dove i nemici si fossero affacciatigrossi così da non poterli per qualsivoglia estremo di virtù impedire, anzichè sprecare senza prò sangue umano, si ritirasse protestando: in ogni altro evento proteggesse la Garfagnana, e Massa e Carrara. La disperata difesa, che andavano immaginando i Repubblicani,non poteva farsi, e quel seppellirci sotto le rovine delle città è partito che il Paese civile repudia. Queste deliberazioni, è vero, salvano all'ultimo i paesi, ma sul momento li guastano, e noi non li possiamo patire sciupati. Quando le palle nemiche avessero a bucherare i nostri palazzi, ohimè! non vi parrebbero eglino malconci dal vaiolo? Ed a chi mai di noi basterebbe il cuore di vedere il suo palazzo col vaiolo? Siffatte enormezze si hanno da lasciare ai Barbari, che non vogliono sopportare dominio straniero in casa, come sarebbero il russo Rostopchin a Mosca, o il vescovo Germanos a Missolungi; una volta avemmo ancora noi un Biagio del Melano.... ma, come Barbaro, lo abbiamo dato all'oblio, così che io giocherei Roma contro uno scudo che neanche venti dei miei civilissimilettori ne conoscono il nome.[585]Chè se i Toscani un giorno, per volontà dei cieli, e per virtù propria mi chiariranno bugiardo, pensino che io facciocapo saldoa tutto12 Aprile 1849; e se non vorranno pensare a questo, io domanderò perdono, se pure i miei occhi saranno aperti, e sarà incerto se con maggiore esultanza me lo concederanno essi, o lo domanderò io. Fino a quel giorno la evidenza mi dà la ragione e l'angoscia di averla.La frontiera toscana, com'era allora, a giudizio degl'Ingegneri, non si presta agevolmente alle scarse difese: lunga si sprolunga la linea, ed abbisogna copia di gente, e apparecchio immenso. Le milizie nostre, poche a tanto uopo, e in condizione di disciplina deplorabile; e ciò sia detto, salvo il debito onore di quelli che mostrarono cuore ed ingegno per sostenere le difese estreme. La gente raccogliticcia, e giova qui rammentarlo anche una volta, non fa frutto: di questo non vogliono persuadersi gli Entusiasti, ed è verità vecchia, e lo abbiamo sperimentato a nostre spese di nuovo.Oltrechè poi anche di gente siffatta non era il novero grandissimo, o almeno corrispondente allo assorgere di Popolo come un uomo solo che intende difendere disperatamente i suoi lari; avvegnachè, per lungo disuso e per mansuetudine antica, i Toscani repugnassero dalle zuffe; e sebbene abbiamo visto, come condotti una volta al campo riescano soldati a nessuna milizia secondi, pure sradicare dall'animo dei Popoli la infame repugnanza tutto a un tratto non puossi. Nel Ducato di Lucca, per concessione della Principessa Elisa, i Lucchesi si reputavano immuni dalla milizia. Privilegio esercitato con ragione, quando sitrattava andare in remote contrade a combattere guerre di conquista; stolto, empio, iniquamente preteso, quando chiama la Patria. Per la qual cosa vedemmo, maraviglioso a dirsi! nel contado lucchese i rustici armati a sostenere la guerra per non andare alla guerra.... Le campagne toscane poi poco alla milizia disposte per le cause referite, e per altre, che sarà bello tacere. La gioventù cittadina, diversa, ma meno adatta alla sobrietà e alle fatiche, alla virtù insomma, — senza la quale armati si hanno, soldati non già, — difficile a governarsi, apportatrice nelle armi delle scapigliature di piazza, non osservatrice di altri ordini che dei suoi, e questi ogni ora mutati; non obbediente ad altri capi che agli eletti da lei, impedimento sempre, difesa nulla o scarsissima.Da Firenze dopo molte istanze ottenemmo 80, credo, soldati civici, i quali ancora non partirono per la Frontiera, ma rilevarono il presidio di Orbetello.Più tardi partirono mille, e generosissimi tutti, senza badare a Repubblica o non Repubblica; chè nei cuori accesi di carità patria davvero, quando si tratta di difendere il suolo natio, si guarda dove e perchè si va, non a chi ci manda.I padri empivano di querele il Palazzo, perchè il Ministro della Guerra rendesse loro i figli.«Firenze 2 aprile. — Il Ministro della Guerra è assediato da continue dimande di molti cittadini, i quali reclamano perchè i loro figli siensi arruolati Volontarii. — Non può egli fare a meno di rammaricarsi nello scorgere nei genitori dei coscritti tanto dolore per atto così eminentemente patriottico, e che onora la Gioventù toscana. La Patria versa in sommo periglio, nè mai ha avuto tanto bisogno quant'oggi dell'opera dei suoi figli: essa attende però, ed esige da tutti quelli che nudrono in seno amore del proprio Paese, sagrifizio di ciò ch'è più caro all'uomo. Senza di che mai Italia si affrancherà dal dominio straniero, sorgente dei nostri mali. Il Ministro della Guerra, al tempo medesimo che si congratula co' giovani soldati, non può non rammentare ai loro genitori il dovere sacrosanto, che ad ogni cittadino incombe di rispondere allo appello della Patria: che, in luogo di lamenti, egli si attende dai genitori un incitamento ai figli ad essere buoni e virtuosi soldati; non può infine non richiamare alla loro memoria lo esempio delle madri spartane, le quali non solo volonterose consentivano ai figli di prenderele armi, ma eziandio con le loro mani ne gli rivestivano, e gli accompagnavano al luogo del generale convegno, e prima di lasciarli gli ammonivano a combattere da eroi, o gli consigliavano a volere perdere meglio la vita che serbare un contegno del quale la patria dovesse arrossire. Nudre pertanto fiducia il Ministro della Guerra, che tutti i Toscani i quali abbiano figli ricovreranno più generosi sentimenti, e che, invece di muliebri lagnanze, verranno ad allegrargli le orecchie parole di patria carità.«Manganaro.»Credono eglino i Repubblicani, che, gridando dentro coteste leprine orecchie:Repubblica!avrebbero camminato i padri più accesi nelle cose della guerra? Immaginino come vogliono, noi vediamo com'è. Nè meglio Livorno di Firenze, anzi peggio; e Toscana tutta alla medesima stregua. Se questa dolente pagina fosse scritta per mia difesa soltanto, ci verserei sopra tutto lo inchiostro del calamaio, e ci strofinerei sopra lo stoppaccio settantasette volte sette; ma la lascio, perchè leggendola si abbiano a vergognare i miei conterranei. E perchè le madri slave non piangono quando i loro figli vanno a combattere, ma esultano, riesce ai Croati vincere noi, che ci vantiamo così civili, e presumiamo tanto!...Udii, che gli Ufficiali (intendo i pessimi) sotto pretesti varii sollecitavano congedi, o allegavano infermità per non andare alle frontiere: infermità che in taluni forse erano vere, ma dedotte insieme, e in mal punto, erano da sospettarsi tutte false!Pertanto prevedevo sicurissimo, che i Deputati i quali percorrevano le provincie, muniti di mie facoltà per eccitare la milizia civica alla patria difesa, sarebbero tornati, non dirò senza costrutto, — chè tanto non credevo allora, nè credo abbia maledetto il Signore la nostra contrada, — ma con rapporti capaci a fare mettere giù la speranza di vedere le moltitudini correre armate alla frontiera, molto più per opinioni politiche allora invise allo universale. Io aspettava il ritorno di questi Deputati, e mi consigliava a parlare in questo modo nell'Assemblea, indirizzando il discorso ai Partigiani della Repubblica:«Voi non avete creduto alle mie parole mai: ecco persone di fiducia vi riferiscono, come nelle provincie non ferva lo entusiasmo di combattere, che voi immaginaste. Se pertanto noncomparisce universale il moto di correre alla difesa delle frontiere per amore della Patria, la quale contiene le cose che per modi diversi tornano a tutto uomo più care, come vorreste voi che vi si precipitassero i Popoli per una forma di governo, che molti ignorano, moltissimi aborriscono? Se non si levano per cagioni, che tutti i cuori sentono, come presumete eccitarli per via di astrattezze che la mente non comprende o rigetta? Voi mi avete rampognato di avere omesso i mezzi capaci a tenere desti gli spiriti del Popolo. Se intendete deglionesti, io gli ho praticati tutti; se mai (lo che io non voglio credere) accennaste ai modi della Rivoluzione di Francia del 1793, sappiate ch'essi fecero paurosa la libertà ed infame; sicchè vi volle mezzo secolo a riassicurare gli animi sbigottiti. I sacri argenti tolti alle Chiese avrebbero gittato forse 15 o 20 mila scudi, sussidio insufficiente a tanto uopo, e avrebbero partorito esecrazione infinita contro il Governo. Il tôrre a forza fa sparire la moneta, e dare al capestro il collo dei repugnanti vi farà ricchi di delitti, non di moneta.[586]Spingere uomini incontro al cannone con la scure dietro, nè lo potevate domandare voi, nè lo potevo eseguire io. Solo posso precederli, e questo, se mi è dato, farò. Voi vi ingannate intorno alla virtù dello entusiasmo; egli esalta, non crea le forze. Con lo entusiasmo voi non formate la scienza degli artiglieri, la disciplina negli eserciti, gli esercizii della cavalleria, non gli apparecchi di guerra, e per di più da un punto all'altro, di faccia al nemico. Non invocate gli antichi esempii di Francia, perchè l'anima trema rammentando le necessità dei pochi, che vogliono dominare su i molti. Queste necessità sono iSettembrizzatoria Parigi, leMitragliatea Lione, gliAnnegamentia Nantes. — La Libertà non si nudrisce, si avvelena, col sangue; nè ho mai sentito dire, che rovistando pei sepolcri si trovino argomenti al prospero vivere degli uomini, bensì vermi; ed io per me non voglio prendere gli esempii da altro Paese, che da quello che mi citate. Dove mise capo la convulsione dei Francesi così atrocemente eccitata? Dove andarono a terminare le quattordici armaterivoluzionarie? Nella perdita di tutta la Italia, nel confine del Reno minacciato. Dove si quietarono gli esaltati spiriti della Libertà? Nelle turpitudini del Direttorio. Se lo ingegno, e la fortuna di un uomo, cui si piegarono tutti ad adorare despota, non erano, — la Francia sarebbe stata invasa, e divisa. Ecco quali immensi abbattimenti succedono a immensi furori. Ora la fortuna vi para davanti due vie da seguitare: la prima sta nel precipitarvi con grandissimo pericolo, anzi con esizio certo, nella Unificazione con Roma e nella Repubblica, contro gl'interessi e il sentimento universali; la seconda, compiacendo al genio e alle necessità della Patria, nel restaurare lo Statuto Costituzionale. Il primo partito, oltrechè voi non potrete sostenere, vi divide dentro, chiama certamente il nemico di fuori, ed apparecchia sventure, che nemmeno potranno sostenersi con onore: il secondo vi unisce in pace; chiude il campo alle contese tra partiti nemici, nelle quali essi sempre trasmodano, e, se per impeto di passione, feroci, — se per ingordigia di comodi, ferocissimi e spietati; toglie adito ai pravi disegnidei reazionarii, epretestoagli stranieri d'invadere le nostre terre. Il suffragio universale del Popolo torrà via ogni amarezza dall'animo del Principe, per indole facilmente oblioso; il quale, considerato la qualità dei tempi, gli eccitamenti straordinarii e la potenza di uomini repubblicani qui da ogni parte convenuti, e gli errori in cui tutti di leggieri trascorriamo quando la mente è commossa da súbita passione, o turbata da inopinate vicende, troverà più che non bisognano motivi per l'animo suo a dimenticare il successo come un sogno di febbre. Preservate la Patria dalla occupazione straniera, e mantenete le libertà costituzionali, che dirittamente esercitate bastano ai Toscani. Frattanto permettete, che io mi congratuli meco, e con voi, che il sentiero a questo partito non sia stato mai chiuso, e che la nostra Patria in così impetuoso turbinío non abbia a deplorare fatti scellerati, nè perduta la fama della sua vera civiltà. Questo consiglio io vi do di coscienza, non per fine di privato interesse, non per obbligo d'impegno assunto, non per patto convenuto, non per altro meno onesto motivo; ma sì, come a dabbene uomo si addice, mosso unicamente dallo amore di Patria, e di voi; e perchè voi ne andiate nel profondo dell'animo persuasi vi confermo, che nessuna pratica fu da me iniziata in proposito col Principe assente, — veruna. Se io abbia operato conlealtà quanto mi parve che fosse bene della Patria e non per basso intento, voi vel conoscete a prova. Voi trovate il terreno delle trattative vergine; provvedete voi. Brevi le condizioni, e facili. Lo Statuto si mantenga, duri indipendente il Paese.La Inghilterra da me consultata si profferisce mediatrice di questo: farà lo stesso la Francia.Di oblio non parlo; conciossiachè, se male io non conobbi, mi paia più agevole al Principe nostro concederlo, che a voi domandarlo; e a me giammai, quante volte per altri lo chiesi, disse di no. Se ho commesso errori (e ne avrò commessi di certo) perdonateli alla bontà della intenzione, alla infermità del giudizio.[587]E quando non mi sia meritata alcuna lode, deh! concedetemialmeno che senza detrimento di buona fama iovada a riposare in terra lontana, ma sempre italiana, l'animo e il corpo affaticati.»Io per me non dubito punto affermare, e ritenere per certissimo, che le parole aperte, i modi schietti e legali, la lealtà, ed anche (non mi sia conteso dirlo) la generosità del procedere, la urgenza finalmente dei casi, avrebbero sciolto la durezza dei più pervicaci, e (lo soffrano in pace gl'interessati a negarlo) partorito assai più prosperevoli sorti alla Patria comune, di quelle che le vennero, dal costoro operato, nel 12 aprile 1849. Il consenso universale di tutta la Toscana sarebbe stato istantaneo come lo spandersi della luce al sorgere del Sole; dopo quindici e più giorni non avremmo veduto condotti ad aderire al Municipio di Firenze alcuni Municipii toscani nella guisa stessa con la quale i Romani traevano i testimonii in giudizio, dando ai malevoli argomento per calunniarli avversi alla cosa, mentre erano offesi del modo. La livornese resistenza non sarebbe accaduta, e con essa, se non la volontà, veniva almeno tolta la occasione alle armi straniere di scendere quaggiù, del pari che il motivo a chiamarle; donde poi era dato campo larghissimo alle potenze mediatrici a interporsi con frutto. E forse oggi anche noi ci consoleremmo della non acquistata indipendenza italiana con la indipendenza toscana mantenuta, con lo esercizio effettuale delle libertà sanzionate nello Statuto, di cui la conservazione fra noi mi pare che assai si rassomigli alla mostra del diamanteKoh-i-noor(montagna di luce) nella Esposizione di Londra, dove tutti lo possono vedere in gabbia, ma sparirebbe con la gabbia, lo zoccolo, il guanciale,et reliqua, se qualcheduno si attentasse a toccarlo.A questo punto io mi rinnuovo l'obietto, che per deliberarmi io aspettassi la occasione. Se si dirà che la occasione mi facilitasse il cammino a mandare a compimento il concetto prestabilito, si parlerà con rettitudine; se poi all'opposto si sosterrà che l'occasione generasse il concetto, questo ormai fu dimostrato falso da quanto sono venuto esponendo in questa scrittura fin qui, ed aggiungerò in breve per conclusione. — Nè penso che alcuno vorrà appuntarmi per avere colto il destro propizio, avvegnachè l'uomo non possa creare gli eventi: questi sono di Dio. L'uomo può qualche volta impadronirsene, e indirizzarli per forza o per ingegno a fine determinato. Ricordo che Madama Staël per istudio di scemare la fama a Napoleone soleva chiamarlohomme des circonstances, della quale sentenza punto ei si offendeva, per i motivi che ho poco anzi discorsi. Sicchè su questo particolare penso, che sarà savio arrestarmi.Però io voglio esporre quello che avessi considerato nello evento di fortuna prosperevole alle armi piemontesi. Vinta una battaglia, non sempre si vince la guerra. Poniamo vinta la guerra con una battaglia sola, come accadde a Marengo nel 1800, e ultimamente a Novara; allora si presentavano subito al pensiero molte e gravi contingenze, così nello interno, come di fuori. Incomincio dalle ultime. Il re Carlo Alberto sarebbe cresciuto di reputazione e di forza, per virtù sua e per decadenza della Fazione repubblicana. — Bisogna ritenere che la massima parte dei Lombardi procedeva sviscerata della Repubblica, non già per fine politico, quanto per riputarla mezzo sicuro a ricuperare la patria. Una fatale persuasione, che durò anche dopo lo infortunio novarese, e compose il martirio doloroso di Carlo Alberto (principe, il quale se trova molti superiori in grandezza, nessuno, a parer mio, lo uguaglia nella sventura), si radicò nella mente dei Lombardi e di parecchi fra gli altri Italiani, che il Re non camminasse sicuro in questa bisogna, ed in segreto se la intendesse co' nemici d'Italia. Assurdità, e peggio; ma la disgrazia è persuaditrice tristissima degli uomini, e chi da lontano conosce per relazione le cose udendo il veemente narrare, e i giuramenti smaniosi, e i pianti, e tutto quanto insomma ha maggiore virtù di commuovere l'animo umano, si trova conturbato nello intelletto e nella fede. In questo travedimento gli esuli tennero per fermo, che ormai non più il Principato, ma la Repubblica avrebbe loro riaperte le porte dellapatria: di qui il correre a sollevare Italia tutta a parte repubblicana; di qui l'opera ardente e indefessa, impresa a danno della Monarchia Piemontese, che fu parte non piccola fra le cause della disfatta di Novara. Della verità del mio concetto porge argomento il considerare che prima degl'infortunii di Custoza i Repubblicani si fossero sottomessi, dichiarando non volere con importune contese disturbare la opera della Indipendenza italiana. — Ora, se la sorte delle armi, arridendo al Re, avesse non pure quietati, ma distrutti, i fatali sospetti; se al Re fosse stato concesso di schiudere ai Lombardi il varco pel ritorno in patria, mentre la Repubblica non si era mai mostrata capace di tanto, non veniva tolto ad un tratto il motivo negli esuli di parteggiare per la Repubblica? Certo che sì. Cresciuta l'autorità del Principato, non poteva supporsi che Piemonte consentisse tenere quello stecco su gli occhi di una Repubblica della Italia Centrale, e l'avrebbe avversata con tutti i modi: dalla parte di Napoli, non importa dimostrarlo. Conquista da Torino non temevo, chè se di volere non avesse patito difetto, gli mancava il potere. La Francia, la quale come abbiamo letto dichiarato da Lamartine, non avrebbe sofferto che il Regno Sardo si ampliasse col Lombardo-Veneto e co' Ducati, pensiamo un po' se gli avrebbe consentito stendere la mano anche sopra Toscana! Dalla conquista in fuori, la Repubblica della Italia Centrale doveva aspettarsi dal Piemonte pessimi ufficii. La vittoria delle armi italiane avrebbe richiamato l'attenzione della Francia e della Inghilterra, rimaste quasi arbitre dei destini d'Italia, ad assettare le cose nostre; diversamente invero da quello che appaiono adesso, ma pure in modo contrario alla Repubblica. La Inghilterra, tenerissima della sua Costituzione, non ama le Repubbliche, e la Francia repubblicana le odia. Però Napoli sarebbe stato costretto a procedere dirittamente nelle vie costituzionali, e ad accogliere con onore gli esuli cittadini. Dal quale successo erano a prevedersi verosimili due conseguenze: la prima, che anche in questa parte l'autorità regia costituzionale acquisterebbe aumento; la seconda, che i napolitani esuli, reduci in patria, sarebbero rimasti di affaticarsi per la Repubblica nel modo stesso, e per le medesime ragioni che ho esposto testè discorrendo degli esuli lombardi. La Toscana e Roma pertanto si vuotavano di questi arnesi potentissimi di Rivoluzione. Così tra le cause scemate per desiderare la Repubblica, la cresciuta autorità costituzionale, le pratiche diPotenze primarie, la pressura da due lati, la debolezza comparativa dello Stato, il difetto di frontiere validissime, e la necessità di non isconcordare per costituirsi con solidità, avrebbero costretto questi due Stati a piegarsi alla forma costituzionale. Cosa sarebbe avvenuto del potere temporale del Papa, non è facile prevedersi: solo lo evento è bastato a persuadere che lo avrebbero restaurato le armi repubblicane di Francia: ad ogni modo faceva mestieri accomodare anche il Papa degnamente, come a Capo della Chiesa Cattolica si addice.E questo per ciò che riguarda di fuori. Nello interno poi, a cagione di quanto venne dichiarato superiormente, opera perduta sarebbe mettere parole intorno al successo della aggiunzione al Piemonte, come quella che pareva ad accadere impossibile. Consideriamo piuttosto la Unificazione con gli Stati Romani.Trovavodentro (e fu sovente materia delle mie conferenze col Capo del Municipio fiorentino, e con altri precipui cittadini così di Firenze come delle Provincie, delle libertà costituzionali fidatissimi amici)repugnanza infinitadi lasciare uno stato certo e provato sufficiente, per avventurarci in condizioni ignote, piene di pericolo, allo universale per nulla necessarie, dalla maggiorità rigettate.Trovavoche i Toscani, ed in singolare modo i Fiorentini, sentivano inestimabile molestia a ridursi in grado di provincia romana, mentreab antiquoavevano formato florido stato, copioso di commercii e pieno di gloriose memorie.Trovavoche i Toscani aborrivano di rendersi solidali al fallimento della finanza romana, e ostinatissimi contrastavano per non essere tratti in cotesto vortice di debito.Trovavoche Firenze non si adattava a restare priva della sede del Governo, fonte per lei non pure di decoro, ma di vantaggi notabili, sia per la stanza degl'impiegati, sia pel concorso di quanti muovono dalle Provincie quaggiù pei loro negozii col Governo; sia finalmente pel soggiorno dei forestieri, i quali sogliono fermarsi nelle Capitali.Trovavola classe commerciante di Livorno paurosa di scapitare in pro di Civitavecchia, il quale porto, come prossimo alla metropoli della Italia Centrale, non ha dubbio che si sarebbe ampliato con danno di Livorno.Trovavocostumi diversi, diversi i gradi di civiltà, diverse le manieredel vivere, l'economie ed altre più cose, che non consentono che Unificazione piena e assoluta ad un tratto si faccia, o fatta non abbia poi a dolere. Toscana mutata in provincia sopportava sagrificio troppo duro, come grande sarebbe riuscito il vantaggio, se qualche parte dello Stato Romano si fosse aggiunta a lei in condizione di provincia. Questeunificazioniofusioni, come dicevano allora, si operano di consenso o di forza. A effettuarle con la forza vuolsi una potenza grande, che raccolga nella mano di ferro le varie generazioni abitatrici di una contrada della medesima lingua, e le costringa tutte a portare la impronta delle sue dita. Ma da Napoleone imperatore e re in fuori, nei tempi moderni, non discerno altri che potesse essere stato capace da tanto. A volerle condurre per via di consenso, si richiedono uguali, o molto simili, le condizioni disposte dalla natura, e secondate dalla operosa volontà degli uomini.Ora tra per le sollecitazioni delle Potenze estere, e le volontà dei Re d'Italia, tra per il cessato bisogno nei più di ricorrere al partito estremo della Repubblica per tornare in patria, e la inclinazione della Toscana a starsi divisa, e le difficoltà in parte invincibili della Unificazione con Roma, lasciato che le passioni ardenti si sfocassero e le cause di quelle, preparata grave e profonda discussione, io ritenevo come sicuro che l'Assemblea Costituente Toscana, avrebbe deciso, in ogni evento, pel Principato Costituzionale e per la Confederazione, non Unificazione, con Roma come con gli altri Stati Italiani.E così opinava certamente il Partito che ebbe ad organo prima ilConciliatore, poi loStatuto; conciossiachè abbiamo veduto com'egli confortasse consultare la Toscana, convocando l'Assemblea Costituente col principio accettato del suffragio universale, e persuadendo i Deputati a sciogliersi spontanei se questo non ordinasse il Governo. Il Governo aderì al consiglio, nè si vede ragione perchè cotesto Partito avversasse poi quanto aveva provocato egli stesso; solo per mostrarsi coerente avrebbe dovuto credere che l'Assemblea Costituente procedesse nemica alla Restaurazione; e ciò non fu. Questo fatto io lascio alla considerazione del Paese, chè a me non giova spendervi attorno più lunghe parole.Rimane a vedersi chi avrebbe scelto l'Assemblea per Principe. — Non è verosimile scegliesse uno straniero, perchè perle dominazioni straniere parmi, se non erro, immortale lo aborrimento degli Italiani tutti; scegliendo uno di casa di Savoia, avrebbe contradetto Napoli; se chiamato un Reale di Napoli, gli si opponeva Piemonte, e ad ambedue avrebbero ostato Francia e Inghilterra. Se è vero, come parmi verissimo, che la memoria degli antichi beneficii non si cancelli per breve furore, nè la diuturna benevolenza cessi per impeto passeggero, e che, remosse le cause del delirio, l'uomo ritorni nel suo stato normale; — deve credersi che i Toscani avrebbero richiamato i Principi, che potevano salutare col nome di concittadini.Dimostrazione storica.I fatti, che per sofisma o per calunnia non si tramutano, hanno dimostrato fin qui come, il Principato Costituzionale cedendo il campo, subentravano inevitabili ad occuparlo la Repubblica e l'Anarchia. Parte repubblicana era poco numerosa fra noi, nè di Toscani tutta, ma audace e gagliarda, sovvenuta dalle voglie dell'accesa gioventù, cui sembra spesso che per potere basti desiderare: onde è sicuro che quella parte, come voleva, avrebbe potuto, nello sbigottimento universale, cacciare le mani nei capelli al Paese, e strascinarlo colà dove ella mirava: però ammaestrando la esperienza, che i pochi contro ai molti inerti o repugnanti, senza ricorrere ai partiti estremi, non durano; in breve, siccome già si appoggiavano, avrebbero dovuto i Repubblicani darsi interi in balía, non dirò al Popolo minuto (conciossiachè il nome di Popolo suoni sempre reverito alla mia mente), bensì alla plebe che del Popolo è piaga. La plebe soverchiata, indi a poco parte repubblicana avrebbe regnato come regna il fuoco. Commesso io alla salute del Paese, credei riparare nella consultazione del Popolo toscano per mezzo del suffragio universale come ad asilo ultimo ed efficace. Da una parte non lo potevano rinnegare i Repubblicani, perchè da loro medesimi professato; dall'altra tornava accetto ai Costituzionali, perchè somministrava loro tempo di riaversi: finalmente era desideratissimo dal Popolo; perchè trattandosi di disporre di sè, gli pareva giusto poter dire anch'egli, una volta, la sua. Intorno ai fini e ai presagi di questo provvedimento non occorre dire altro, avendoli a suo luogo con abbondanza di ragioni spiegati. — Ora iRepubblicani, dubitando contrario lo esito del voto universale (e con parole espresse il dubitare significano),[588]tentano, e più volte,le vie della violenza; violenze e lusinghe cadono davanti la probità del provvedimento, la costanza dell'uomo.[589]Frattanto la plebe ribolle commossa per un fine, e muoventesi per un altro, sicchè poi gli stessi agitatori ne hanno paura. In mezzo a perturbazioni, per varietà infinite, per impeto stupende, procede il mio concetto. Con la Legge del 6 marzo, al Popolo toscano la padronanza piena e legale per disporre di sè restituisco, e non limitando (che questo non poteva io), ma stabilendo la norma con la quale dovesse esercitarsi il mandato, prevengo la opposizione che i Deputati non abbiano già a deliberare, bensì, e unicamente, a ratificare. L'elezioniprotette, e liberissime. Il Popolo non accorse nella copia sperata; e di ciò un poco fu colpa la consueta inerzia, un poco la nuovità degli ordini politici, e molto le dissuasioni dei parrochi; nel che operarono, a mio parere, poco avvisatamente; avvegnadio, messa da un lato la paura di possibile scomunica votando per la Costituente Italiana, egli è sicurissimo che non vi era pur dubbio del non incorrerla votando per la Costituente Toscana; e somministrando questa onorata via per assettare di quieto il Paese, parmi che avesse dovuto da loro con ogni maniera di ufficii promuoversi. Nondimeno nè anche si potè dire scarsa la votazione; dacchè il numero dei voti sorse nel Compartimento Fiorentino ai 28,231,nel Lucchese a 2618, nel Pisano a 6341, nel Sanese a 9288, nello Aretino a 6687, nel Pistoiese a 4418, nel Grossetano a 5288, nel Livornese a 11,781, nello Elbano a 909, nel Massetano e Carrarese, a 893, nel Garfagnino a 704, e nel Lunense a 702. Il Partito che si vantò, e tuttavia si vanta, unico ortodosso costituzionale in Toscana, quando si conobbe pressochè escluso dalle elezioni, gridòdesolazione dell'abbominazionesopra la Babilonia fiorentina; e non pertanto uscì dall'urna una maggiorità di uomini che volle e seppe rappresentare il principio costituzionale del Paese, ed anche qualcheduno che minacciato dalla plebe delle tribune ebbe cuore per esclamare: «Piuttosto morire, che lasciare per viltà il seggio di Deputato.»[590]La Guardia Nazionale fiorentina interpellata con rito solenne, se le bastasse l'animo di tutelare l'ordine interno della città, e l'Assemblea nello esercizio del suo ufficio, rispose affermativamente, e quindi ambedue vennero alla sua fede commesse. La parte repubblicana, tentando far votare la Repubblica per acclamazione, venne repressa; e tanto più da me si volle grave e speciale consulta, intorno al deliberare le sorti politiche del nostro Paese, in quanto che mi pervenivano quotidiani rapporti che mi confermavano nella conoscenza antica del rifuggire che faceva la Toscana dal reggimento repubblicano. Le notizie della guerra, dubbie prima, varie poi, alla fine infelici, anzichè sbigottire gli animi repubblicani gli accesero, come suole, di stupendo furore: me accusarono in faccia di fellonia; me venduto, e venditore!.... Tali enormezze ero destinato a sentirmi dire dopo quarantasei anni di vita onorata! E se tradissi io, e se me e altrui vendessi, ora lo vedete a prova. — Poichè alle mie parole non credevano, le mie insinuazioni aborrivano, alle mie stesse preghiere imprecavano, provvidi l'Assemblea si prorogasse, e i Deputati nelle Provincie si spedissero, e ciò in prima perchè la nuova esaltazione si calmasse, e il tempo porgesse consigli più adattati ai casi; e poi perchè i Deputati tornassero ad attestare della fedeltà dei miei rapporti; lasciando pure che, sotto pena d'infamia a me, decretassero il divieto di mutare forma di Governo, inconsultata l'Assemblea: però che questo non volessi fare io.Tutto ciò fu detto, chiarito, con documenti provato, e comprendo ottimamente che l'Accusa degli spessi riepiloghi abbiaa sentire fastidio grandissimo, e forse ancora orgoglio del suo stile laconico di faccia allo asiatico mio: nonostante questo, mi è parso non dovermi trattenere dal dire, confortato dalle parole e dallo esempio del Foscolo, il quale, condotto a scolparsi davanti al Direttore della Polizia del Cantone di Zurigo, così gli scriveva:«Da tutte queste cose che io mi assumo di esporle, e dalle troppe parole che ho fin qui speso, m'avveggo con mio rincrescimento che io la costringo alla noia di prolissa lettura. L'apologia è cosa sì infelice per indole sua, che non può aspirare neppure a scansare la verbosità. Perchè, dove a lei, signor mio, basta una sillaba, un atto arbitrario, un cenno muto, a macchiarmi, — a me bisognano narrazioni, esami, allegati e convincentissima serie di ragionamenti, a lavarmi.«E incomincio anco a sentire che l'uomo al quale è conteso il tacere trova compenso nello spassionarsi di tutte le ragioni che aveva represse dentro il suo petto. Socrate sapeva ch'ei, giustificandosi o no, era precondannato a morire; pur (se Platone merita fede) perorò per lunghissime ore a' suoi giudici; e quando ei fu sentenziato, gli andava pur tuttavia intrattenendo a parole: — O Ateniesi, ora che voi avete fatto il voler vostro mandandomi a morte, io il debito mio rassegnandomi, voi ed io non abbiamo da far altro di meglio fuorchè il conversare fra noi: ond'io parlerò, e non rincrescavi d'ascoltarmi, e rispondere.»Fino al punto a cui mi sono fermato, la linea è retta per lo scopo a cui incammino la mia politica. Ora pertanto come potevotergiversareoravvilupparmi in subdoli partitidopo il Decreto dell'Assemblea del 3 aprile,se fino al 15 aprile ella si era prorogata, e fino a quel termine non si poteva discutere della forma del Governo da darsi alla Toscana?Udite adesso di grazia che cosa vi dice il ProcuratoreRegioD'Arlincourt. Egli vi narra: — «come io ingannassi da una parte e dall'altra, e però fossi da entrambe percosso.» — Poco dopo: — «come io, trattando più tardi col Municipio, giuocassi partita doppia,» — nonostante che abbia scritto poco sopra: — «come io troppo possedessi di sagacia e d'ingegno per non comprendere dai casi avvenuti e che avvenivano in giornata, che stava per accadere imminente la restaurazione del Granduca.»[591]— Questisono martirii del senso comune, e Dio volesse che il nobile Visconte e compagni avessero crocifisso il giudizio soltanto! Ai giorni che corrono, di giudizii temerarii non è davvero a lamentarsi penuria; pure io aveva creduto fin qui, che lo scrittore, quando col suo cervello di farfalla non corre pericolo soltanto di commettere leggerezza, bensì di gettare un peso nella bilancia dove è librata la vita dell'uomo, dovesse avvertire che un grano più di pudore non guasterebbe certamente i fatti suoi: e le proteste di non volere pregiudicare, e poi lavorarti di straforo, ormai sono abiti usati così, che la vecchia ipocrisia li vendè al rigattiere, dal quale gli ha comprati la ipocrisia nuova, e, per averli rifatti nelle manopole e nel bavero, crede, che non le sieno riconosciuti addosso.Rimane adesso a vedersi come io adoperassi i brevi giorni, che dal 3 al 12 intercedono, e ciò rispetto: 1º alla difesa della Patria; 2º alle disposizioni per la Tornata dell'Assemblea del 15 aprile. Parlerò prima della guerra, o per meglio dire della difesa delle frontiere. Fino dall'8 agosto 1848 a mediazione dei Ministri delle Potenze estere fu convenuto come lo esercizio di siffatto diritto non potesse somministrare all'Austria argomento di aggressione; nè il patrocinio stesso poteva ora mancarci, e non ci mancava, molto più quando ci fossimo ricondotti al pristino stato di cose di quieto. Non vale obiettarmi, che in questo disegno tornavano inutili gli apparecchi guerreschi: imperciocchè gli uomini che fanno mostra volersi difendere, vengono sempre più rispettati;[592]ed è sicuroche otterranno patti migliori, di quelli che disarmati si mostrano, e disposti ad accettare ogni carico si voglia loro imporre: laonde Ugo Foscolo meritamente deplora come causa suprema delle sorti infelici del Regno Italico la dissoluzione dello esercito provocata dal partito liberale.[593]E neppure rileva opporre, che le nostre armi inferme e poche non avrebbero potuto durare contro lo sforzo austriaco; dacchè anche lo esercito italico di faccia alle forze alleate si trovasse in condizioni perverse: ma gli altri ti aiutano quando mostri di volerti aiutare; la debolezza, che non è colpa tua, consiglia la compassione altrui; la propria abiezione provoca ira; e quando veramente una necessità grandissima non prema di sgarire un punto, anche i poderosi calano a partiti comportabili. Eranmi conforto a proseguire nello arduo cammino le parole che mi venivano porte da quei dessi, ch'ebbi a sperimentare, ora più ora meno copertamente, sempre avversi, e che in fatto di Governo Costituzionale presumevansi allora, e tuttavia si presumono, possedere del Governo Costituzionale la pratica, e la scienza. Lodavano la rigettata Unificazione con Roma; il concentramento del potere in un solo Magistrato approvavano; e a questo rivolgendosi raccomandavano, che a salvare la Toscana adoperasse quei partiti che la esperienza gli persuadesse migliori: quindi dicevano due essere i mali che minacciavano la Patria, la guerra civile e la possibile invasione austriaca; laddove queste due calamità egli fosse giunto ad allontanare, glipromettevano riconoscenza solenne. Se i tempi fossero corsi meno infortunosi, avrebbero saputo dare più forti consigli; però, comunque acerba ne flagellasse la sventura, doversi, mercè il concorso deiMunicipii, mantenere libero lo Stato da invasione straniera, e incolumi leistituzioni costituzionali aborrite dalle fazioni reazionarie, la pubblica tranquillità, le proprietà, e le persone minacciate dai turbolenti di ogni Partito: breve, salvare quanto più dell'onore e della indipendenza nazionale si potesse.[594]Grave soma davvero era questaper le mie spalle; sicchè parendo al Partitopreteso ortodossoche io non potessi uscirne a bene, determinò fare da sè; ed avendo capacità, e coscienza di riuscire meglio, prudentemente decise, e di ciò non lo incolpo.Però a mio parer non gli fu onoremancarmi di fede, se dubitò che io non sarei arrivato a salvare le libere istituzioni; non gli fu onore precipitarmi dentro uno abisso di miseria, se tenne che non avrei prevenuto la discordia civile; non gli fu onore ribadire il chiodo con la calunnia, se pensò che per me non si sarebbe potuto preservare il Paese dalla invasione straniera. Nondimeno ritengasi, che nel 29 marzo gli ortodossi Costituzionali di Firenze me reputavano pervoleree persapereadattato all'ardua impresa.Vediamo pertanto, da quel punto in poi, in che cosa peccassi, perchè di amici mi si avventassero ad un tratto tanto acerbamentenemici. Qui accorrano i Toscani tutti, si chiariscano a prova, e giudichino poi se io abbia commesso colpa per la quale cristiani e gentiluomini dovessero credersi assoluti dall'usare meco quella fede, la rottura della quale anche tra' popoli più barbari è reputata indegnissima cosa! Due pertanto erano i fini alla mia cura commessi, come sempre furono, cui si provvedeva con apparecchi guerreschi, e con interni ordinamenti.Cavalli pel treno, e copia di cannonieri per diligenza del Ministro della Guerra si procurarono.[595]Qui in Firenze, senza distinzione di parte, chiamo quanti sentono in cuore carità di Patria, e gli scongiuro di recarsi ai confini.[596]A Livorno commetto che mandinovie via gli arruolati per farne la massa in Firenze; a provocare lo arruolamento si adoperino i mezzi meglio efficaci, impegnandovi Sacerdoti, Circoli, e Popolani;[597]più tardi ordino, le armi da caccia si requisiscano, agli schioppi da guerra sostituiscansi, e qua a Firenze le armi, e i Volontarii si avviino;[598]di nuovo domando armi, perchè in Firenze dalle Provincie già accorsero millegiovani, e non so come armarli; accetto un battaglione intero di Livornesi Volontarii, purchè portino le armi, e gli Uffiziali si sottopongano agli esami i quali hanno a dimostrarli degni, che percostumee perperizia possa loro affidarsi il sangue dei fratelli;[599]informato che in Livorno si trovano 2000 schioppi, prescrivo si prendano, giudicando il proprietario Italiano abbastanza per chiamarsi soddisfatto quando gli venga retribuito il giusto prezzo.[600]Da Lucca si aspettano parecchi montanini per arruolarsi; il Municipio lucense con ogni sforzo seconda le diligenze del Prefetto.[601]Il Prefetto di Pisa, sussidiato da uomini di seguito nel Popolo, confida trarre gente dalle campagne.[602]A Lucca le armi da caccia si prendono, e, dandole in cambio delle guerresche alla Guardia Nazionale, con queste si armano i Volontarii.[603]D'Apice provvede di comandante la Guardia Nazionale di Livorno adattato a mobilizzarla sollecitamente.[604]La Gioventù livornese viene confortata da me a mostrare virtù pari al pericolo.[605]Romanelli eccita la gioventùaretina;[606]Franchini, soldato della Indipendenza, lasciato il Ministero accorre alla difesa dei patrii colli; Morandini, forte uomo, a ragione pensando che quando lo straniero minaccia la Patria, il mandato vero del cittadino sia di volare a difenderla, si dimette dalla Deputazione, e va al campo.[607]Le armi di nuovo con più sottile ricercaa Lucca e a Livorno requisisconsi, e si ottengono.[608]Prometto (consentendo alle istanze di Giorgio Manganaro) condurmi a Livorno; intanto, esortata la Guardia Nazionale fiorentina a non mancare alla Patria, due Compagnie del mezzo Battaglione che usciva di guardia senza prendere riposo vogliono partire.[609]I Cacciatori volontarii di Costa e Frontiera chiamati a formare un Corpo di riserva.[610]Il Gonfaloniere Fabbri, compiacendo al suo genio e alla carità della Patria, fatto appello ai sentimenti generosi della Gioventù livornese, conchiude con queste memorabili parole: «Giovani generosi, caldi di amor patrio, questo è il momento più bello della vostra vita. Da voi la Patria attende la propria salvezza. Dio non abbandona gli oppressi. L'ora del risorgimento è suonata. Le armi soltanto ponno decidere dei nostri destini.»[611]Provvedo mandarsi mezzo milione di lire per armi, e da Livorno chiedo prima armi, poi gente,[612]e le armi si mandano.[613]Maremma invia Volontarii, ma pochi; quelli raccolti e istruiti a Firenze, richiesti dal Generale, partono pel campo.[614]Chiamato da Livorno il Battaglione Del Fante, continuo a esigere armi; i Livornesi rimprovero di iattanza; ordino tolgansi le armi alla Guardia Nazionale; — poco frutto fa Lucca.[615]La Legione Accademica è riconcentrata in cotesta città.[616]Acquistansi nuove armi a Livorno.[617]Tommaso Gasperini, Ermolao Rubieri e Angiolo Angiolini, rinunziati gradi superiori della milizia cittadina, si arruolano e partono soldati, esempio grande di modestia e di virtù.[618]Nel giorno6 pubblico il Manifesto alla Gioventù fiorentina;[619]ai Sacerdoti dichiaronon trattarsi adesso di Unificazione con Roma, nè di forma digoverno; ai Conservatori, che mal conserva chi si espone a vederetutto disperdere; agli affezionati del Principe, che badinotrattarsi adesso di mantenere intero lo Stato, affinchè egli tornandonon abbia a trovarlo menomato, e ne faccia loro rimprovero; ai Repubblicani, che la Repubblica,perfettissima forma di governo per uomini perfetti, non è frutto maturo pei nostri denti, o a meglio dire per le corrotte anime nostre: e che intorno al riordinamento del Paese, le Leggi dell'Assemblea si hanno a venerare come precetti di Dio. Intanto vadano, combattano, e mostrino la loro virtù. Civici livornesi concentrati a Pisa; i Bersaglieri e i Volontarii chiamati a Firenze; provvedersi armi.[620]Al Gonfaloniere di Livorno scrivo il Dispaccio riportato a pag. 53 di questaApologia, dove me dico infame, se per dispiacenze private ricusassi una pace, che può avvantaggiare la difesa della Patria; componga B. un Battaglione, cotesta anzi essere la via unica per ridonargli l'amicizia antica; spedirò appena raccolto il battaglione in Garfagnana; raddoppinsi tutti. Nel solo Generale D'Apice si riunisce tutto il comando.[621]Ordino al D'Apice in ogni eventoregga in Garfagnana, e cuopra Massa e Carrara; spingo al campo tutta la milizia di Linea; raccomando le provviste. A Livorno Giorgio Manganaro instituisce una Commissione che di nuovo si dia a ricercare le armi, e le prenda per la difesa della Patria.[622]Il Ministro dellaGuerra provvede a formare prontamente un Corpo di Zappatori.[623]Da Carrara muovonsi Volontarii per San Marcello, e per altri punti della frontiera.[624]Rimproverato Livorno di tepidezza, lo accendo con lo esempio di Firenze, che manda già milletrecento uomini a Lucca.[625]Livorno spedisce 700 Volontarii ed armi a Firenze,[626]donde poi lacalunnia dello averli io pretoriani miei chiamati quaggiù. Armi tolte ai Circoli,[627]donde poisicurezza intera alla libertà del prossimo voto dell'Assemblea. Schioppi requisiti sotto multa di lire cento a chi dentro tre giorni non li depositasse al Municipio: i Civici impotenti a marciare depositino i loro presso i Capitani, per armarne i Volontarii in procinto di partire,[628]donde poi la calunnia, che io disarmassi la Guardia Civica per dominare tiranno la città. Partono da Firenze 800 Volontarii, altri 800 se ne aspettano da Livorno per organizzarsi.[629]— Invece di mandare soccorsi a Genova, tento potere ottenere armi dall'arsenale di cotesta città.[630]— Da capo mi chiamo parato a rimettere ogni ingiuria, purchè i miei offensori accorrano alla difesa della Patria: sempredimenticai tutto(io dico),e saranno prima stanchi di offendermi, che io di perdonare. — Vengono armi ed armati da Livorno: m'impegno trasportarmi io stesso al campo.[631]Il Gonfaloniere di Pisa, Ruschi, chiama gli scolariassenti, i quali rispondono allo invito, e vogliono essere incamminati a Lucca, quantunque non compresi nella nota firmata alla Università di Pisa.[632]Da Livorno 20 cannonieri toscani, e 18 americani, domandano potersi condurre ai passi dello Abetone. Manganaro spedisce archibugi.[633]— In virtù della solerte opera del Governatore provvisorio e del Gonfaloniere Fabbri, Livorno manda ancora 205 Volontarii, ed altri ne promette.[634]I Municipali tutti sono diretti a Lucca.[635]Accetto i soldati lombardi alle stesse condizioni del Piemonte, se armati ed organizzati; diversamente si lascino andare.[636]Questo, secondo che ricavo dagli scarsi Documenti autentici che mi trovo fra mano, è quel poco che per me fu fatto, inefficacemente forse, ingenerosamente non già, per tutela del Paese e per salvezza del suo onore. Se mi verranno, come spero, consegnati gli Archivii, potrò ordire più completa Storia; per ora non ho voluto avanzare niente altro, perocchè non mi fosse fatta abilità di appoggiarlo con prove: tale e tanta è la grandine della bugie ai tempi nostri, che oggimai temo che anche il galantuomo corra risico grande di non essere creduto, dove non porti seco in tasca quattro testimoni almeno, che affermino con sacramento la verità delle sue parole. Di più non seppi, nè potei fare: armi e armati raccolti; gioventù commossa; Partiti tutti con preghiere richiesti; anche il ritorno del Principe accennato, come motivo di difesa per serbargli intero lo Stato; Deputati spediti Commissarii in Provincia (più oltre dirò peculiarmente di loro); Guardie civiche mobilizzate; Milizie stanziali, Municipali tutti mandati alle frontiere; Volontarii organizzati; Legioni accademiche ricomposte; e, in quanto a me, oblio delle offese in benefizio della Patria con pienezza di cuore accordato, obbligo di correre io stesso alla frontiera assunto. Capisco che scarsi meriti sono questi per pretendere lode, e non la pretendo; solo non parmi che dovessero fruttarmi l'odio del Municipio fiorentino e dellaCommissione Governativa. Pensai io, e credo che tutti quelli i quali sentono onore pensassero allora, che un motivo armato dovesse da noi farsi, e in ogni caso e sempre a benefizio delle Provincie, che con tanto amore si erano alla fede toscana commesse. Dopo il Decreto del maggio 1848, e dopo le dichiarazioni profferite dal Governo pel fatto dell'Avenza, a operare in questa guisa consiglio prudente e religione di promessa persuadevano. Nè vale dire, che nel presagio della insufficienza degli aiuti fosse meglio non darli; conciossiachè, da un lato, simile contegno apra una porta da rimessa alla ingratitudine, e dall'altro i derelitti non ti menino buona la scusa, ed a ragione, chè da cosa nasce cosa, e la fortuna nelle vicende umane tiene massima parte, e, finchè la speranza ha fiore di verde, tale risorge che si credea spacciato, onde gli antichi costumavano spesso quel detto, che Anteo battendo la terra si rilevava più forte. Nè per mantenersi in fama di onesti bisogna avere promessa lunga e attendere corto; e, se non erro, assai più giova essere parchi a stendere la mano, che facili a lasciare coloro che si raccomandarono a quella.IlConciliatorenel 27 marzo usciva in questi acerbi rimproveri contro dei miei Colleghi e di me: «Che avete fatto dopo cinque mesi che tenete il Potere, senza che nessuno viabbia seriamente avversato?» (Che cosa s'intenda con la parolaseriamente, io non saprei; quello che so, è che ilConciliatorecon leacute scanefendevamoderatamente a mortei fianchi al Ministero Montanelli, e al Governo Provvisorio.) «Quali sono gli apparecchi vostri, gli uomini, le armi e i danari? La guerra è rotta, Piemonte già versa sangue per la causa d'Italia, e neppure un soldato dei nostri varcò la frontiera: anzipossiamo assicurare, che le scarse milizie ebbero ordine di rientrare nello interno. A questa ora nel marzo del 1848 la Toscana aveva sul Po 8000 combattenti, e si dicevano pochi, e la inettezza o il mal volere del Governo accusavasi, e due Ministeri si rovesciarono per questo, e per questo una Rivoluzione fu fatta, e il Paese esposto a sciagure e ad aggravii esorbitanti; e adesso quando il Piemonte ci domanda: Toscani, dove sono i vostri soccorsi? noi siamo costretti a tacere con vergogna.» Io vi dico in verità, emuli miei, che non per me mai i Toscani hanno dovuto abbassare la fronte avvilita. Questo vostro discorso sembra nato a un parto con l'altro sì famoso del Generale Buonaparte reducedalla impresa di Egitto; ma Buonaparte poteva dire al Direttorio: «Dove sono gli eserciti? che avete fatto dei tesori?» perchè veramente eserciti vittoriosi aveva lasciato, e lo erario pieno; ma i Ministeri precedenti al mio ci avevano lasciato tale una eredità, che se fosse stato in potestà mia io non mi sarei giovato accettarla nè manco col benefizio della Legge e d'Inventario;[637]e questo dicasi in quanto a quattrini: rispetto ai soldati, essi nel marzo non avevano toccato sconfitta sul campo di battaglia, e la troppo peggiore per la disciplina delle armi a Livorno; infermi gli ordini nel marzo, pure non guasti affatto dalle scioltezze, per non dire licenze, della non prospera ritirata. Mariano D'Ayala attese a riordinare e ampliare le milizie nostre, con tale diligentissima cura, che n'ebbe (io ben rammento) dallo stessoConciliatoremeritata lode: onde non si comprende come, elogiato prima lo artefice, si facesse poi a biasimarne la opera. Ma questi sono accorgimenti di Partiti!... A Mariano D'Ayala parve potere restaurare la disciplina nelle soldatesche nostre, svegliando nei loro petti sensi di onore; quindi schivò fra le pene, quelle che la dignità umana offendessero: forse era savio consiglio; a me pareva opera perduta farne sperimento su genti guaste; mi talentava meglio licenziarle tutte per tornare a comporle da capo. A questo mi muoveva il pensiero che, operando sopra gli animi viziati, duriamo fatica doppia, chè prima bisogna tôrre via il fracido e poi edificare; e siccome il guasto difficilmente tutto si leva, così quasi sempre ci tocca a provare nel processo dei tempi i fondamenti deboli; il degno Collega, all'opposto, teneva potere riuscire in virtù del suo sistema, ed io naturalmente piegai riverentissimo la mia opinione dinanzi alla molta perizia ch'egli si trova a possedere delle militari faccende. Però vuolsi confessare, che o si fosse voluto accogliere il mio suggerimento, o piuttosto tenere il sistema di Mariano D'Ayala, nè l'uno nè l'altro potevano produrre i beni desiderati nel breve giro di quattro mesi; e nè in Piemonte, dove pure gli ordini militari di tanto superavano in bontà i toscani, le milizie poterono così tosto riaversi dei danni patiti nella disciplina, a cagione delle sorti infelici della guerra. Bene è vero che ilGoverno piemontese crebbe fino a 135 mila uomini lo esercito nel gennaio del 1849; ma come nei corpi umani la grassezza è segno di floscio, così neanche negli eserciti il numero denota forza; e a tutto vuolsi tempo, anche facendo presto: la colpasta nel non fare nulla, e dare ad intendere di aver fatto. Napoleone sviluppato dalle nevi russe corre in Francia, e prende gente sì, non soldati, per avventurarla ciecamente su le pianure di Dresda e di Lipsia, come un giuocatore disperato si giuoca il danaro dell'ultimo pegno che ha portato al Presto. Questo dicasi rispetto alle milizie stanziali. In quanto ai Volontarii, gli spiriti procedevano alquanto rimessi dopo la prima guerra in Lombardia, però che a molti stava sul cuore la giornata del 29 maggio, in cui 3 mila circa Toscani furono lasciati soli a combattere onoranda ma dolente battaglia contro gli Austriaci grossi di 35,000 uomini, nonostante che fossero stati confortati a tenere il fermo, con la promessa di sollecito soccorso.[638]Arrogi, che fino a tanto resse Gioberti, egli rifuggì da noi come il Diavolo dall'acqua santa; e quando gli subentrò Presidente al Ministero il Generale Chiodo, là su le frontiere dove tenevamo soldati per la comune difesa, ce li corrompevano imaledetti zelantidel Piemonte, peste dei Governi, e mille volte peggiori degli stessi nemici, e li traevano a disertare con armi e bagagli.[639]IlConciliatoreriportava queste notizie senza un filo di biasimo per gl'imbroglioni; e se punto io m'intendo di favella, con tale un garbo che dava ad intendere come cotesti fatti non lo infastidissero troppo:[640]sicchè pareva (per non dire troppo) strano, che dopo venti giorni egli ci conciasse così di santa ragione, se non avevamo da dare i soldati che ci portavano via, e se non volavamo a farci ammazzare per fratelli che mostravanovolerci dare il pane con la balestra.Dopo che Creonte esultò per l'empie liti di Eteocle e Polinice, può da un punto all'altro, mutati indole e costume, buttata là la clamide greca, e vestito il ferraiuolo di Tartufo, farsi esprobatore dell'uno, perchè guardasse l'altro in cagnesco? L'Accusa rovistando carte non mie ha rinvenuto una lettera, dalla quale resulta che i Piemontesi nel 13 marzo 1849 armata mano avevano preso possesso di Calice, ravvivando in mal punto la vecchia contesa.[641]— Ma chi pospone la Patria al cordogliod'ingiuria patita, non merita sedere al Governo degli Stati; e noi considerando le necessità di questa nostra inclita Madre, e le nobili parole della Corona Toscana, che, confortando il Popolo a sopportare magnanimo i colpi di fortuna, diceva: «E noi non disperiamo della Italia, e siamo risoluti di durare nel proposito, che ci fece unire le nostre armi a quelle del re Carlo Alberto, nè per isventure sapremo mai separarci da lui;»[642]non volemmo venire meno al dovere nostro. Dica pertanto Lorenzo Valerio, se scrisse dirittamente Pasquale Berghini (se pure lo scrisse) quanto si legge stampato nel Libro III, pag. 132, dell'Opera di L. C. Farini, che avversi noi al Piemonte, malgrado le misere superbie nostre, non avremmo avuto uno scudo nè un soldato per la guerra della Indipendenza. Appena vedemmo questo amico fidato, non ci versammo nelle sue braccia con amore, e non deplorammo insieme le miserie le quali avevano impedito che il nostro Popolo e il suo procedessero come a fratelli veri si addice? E dopochè furono reiterate le affettuose accoglienze, più volte venendo a trattare dei bisogni della Patria, non ci legammo per fede con lui, che la causa del Piemonte, e con essa la causa d'Italia, avremmo con ogni supremo sforzo soccorsa? Conobbe in noi punto, il Valerio, stupido astio per la grandezza che il Piemonte deve avere, se piace a Dio, onde sia baluardo efficace d'Italia? — Io penso che Lorenzo Valerio, aperto, schietto e affettuoso Legato del Piemonte, avesse motivo di chiamarsi contento di me, assai più di qualche altro che volle giocare meco di arguzia, e non comprese nulla.Le maliziette e le saccenterie, mel creda chi legge, arruffano più che altri non pensa; e se ne giovano i guastamestieri e quelli che, non avendo cuore nè mente da accogliere concetti grandi, apportano nella trattativa dei negozii politici le arti del sensale. Fu conclusione dei ragionamenti nostri, che per noi si sarebbe fatta diligentissima provvista di danari e di soldati, intanto che pel medesimo ufficio egli si recherebbe a Roma. Queste conferenzeaccadevano nel 10 marzo 1849; però lascio considerare quali fossero la mia maraviglia e il mio dolore, quando nelle prime ore del giorno 16 marzo venni fatto avvertito da Livorno, Domenico Buffa avere proclamato nel giorno antecedente a Genova rotto lo armistizio Salasco. Mi condussi a casa Montanelli, il quale da parecchi giorni giaceva infermo, e quivi mandai per Valerio, che quantunque per i molti disagi sofferti, e per la tremenda ansietà dell'animo, fosse anch'egli ridotto in pessimo stato di salute, pur venne; e udita la novella, egli, la fronte includendo nel cavo della destra e stringendola con le aperte dita, come persona che la dolorosa moltitudine dei pensieri intenda concentrare in uno solo, più volte esclamò: «Ed avevano promesso aspettare il mio «ritorno!» — Credo potermi ricordare eziandio, ch'egli aggiungesse: «Vogliono perdere tutto!» Non essendone sicuro, io non lo accerto. Ma perchè riesca anche in questa parte compíta la difesa contro l'accusa che mi mettono addosso, pongo senz'altro comento, chè tutto spiega da sè, la minuta di lettera confidenziale trovata dall'Accusa negli Archivii del Governo, e da lei stampata a pag. 220 del suo Volume.«Signor Ministro,«Appoggiandosi sul fatto dell'armistizio prosciolto e delle ostilità riprese, il Generale La Marmora ha dichiarato d'occupare Pontremoli e Fivizzano, sotto colore di essere spedito a scendere dall'Appennino in Lombardia.«Io e il Governo Provvisorio abbiamo sentito la trista nuova della prepotenza che il Piemonte così stranamente ci arreca, e sebbene con animo conturbatissimo, pure abbiamo dato ordine rapidamente alle nostre truppe di lasciar passare le truppe sarde, perchè la guerra ripresa non corresse l'orribile rischio di cominciare con un'avvisaglia fra Piemontesi e Toscani.«Questo contegno del Governo Sardo è per me inesplicabile: mi affretto però a chiedere confidenzialmente tutte quelle spiegazioni che reputerete più opportune a togliere di mezzo i dubbii che la condotta del vostro Generale insinua gravissimi nell'animo mio.«Avvezzo a conoscere le tergiversazioni e gl'indugi, coi quali il Governo Piemontese ci ha condotti e tenuti sospesi sulle cose di Lunigiana, io non posso infatti considerare come un semplice avvenimento di guerra, quello della occupazione di Pontremolie Fivizzano, e credo quindi avere il diritto di ottenere convenevoli spiegazioni.«Per ciò che riguarda poi il Piemonte, io non penso che egli farebbe opera utile neppure a sè stesso, cominciando con tali atti la guerra, e non correggendoli colle spiegazioni opportune. Non penso neppure che il Governo siasi portato convenientemente coll'istesso Valerio, che di tutte queste cose va ignaro, e al quale noi abbiamo resa testimonianza di tutta fiducia, e pei diritti d'un'antica personale amicizia, e più per quelli della rappresentanza d'un Popolo fratello.«Che anzi in questo stesso momento mi giunge notizia, che la presenza di truppe sarde in Lunigiana abbia già suscitato una serie di atti di rivolta, contro i quali io v'invito a protestare energicamente, dichiarando lo scopo dello stanziamento delle dette truppe, e invitando quella popolazione alla più severa osservanza degli ordini stabiliti. Che se il Governo Piemontese poi non vorrà aderire a queste mie giustissime richieste, io sento il dovere d'ammonirvi delle tristissime conseguenze di un simil contegno, e di farvi noto che dove per voi si tenti di rompere guerra alla Toscana, menomando il suo territorio ofomentando la ribellione, la Toscana potrebbe bene accettarla e fare proclamare la Repubblica a Genova, e sostenere con altri mezzi una ostilità sconsigliata, colla quale dareste principio a una serie forse infinita d'errori e di colpe, e dalla quale penso che aborrirete come ogni generoso Italiano.«Qui dunque è necessario che il Governo Piemontese dichiari apertamente i suoi intendimenti, e corregga l'odiosità delle apparenze colle prove più amichevoli verso di noi.«Io e il Governo che rappresento non abbiamo che una via, e la percorreremo energicamente (e il Proclama che vi accludo e la Legge sull'imprestito coatto vi faranno fede di ciò); ma se le nostre relazioni non sieno accompagnate dalla più illimitata fiducia, noi non potremo percorrerla più, e su voi ricadrà tutta l'odiosità della nostra impotenza. Si tolga dunque di mezzo ogni causa che spenge l'entusiasmo e l'amore che deve congiungere i due Popoli e i due Governi, e speditemi quanto prima potete le spiegazioni che chieggo. Vi saluto distintamente ec.

La parte del Governo in questo nuovo sperimento acquista un voto, quella dei Repubblicani cinque;e ciò perchè il Partito dei pretesi ortodossi costituzionali di Firenze, invece di venire a rafforzare il nostro concetto, disertava la causa; e non fu bene.

I Repubblicani dell'Assemblea non si sgomentarono per questo, ed insisterono perchè le interpellazioni del Deputato Pigli si ammettessero: il Ministero o il Capo del Potere Esecutivo vi rispondessero pubblicamente. Io pure gli avevopiù voltenei giorni antecedenti, ed anche poche ore avanti, ragguagliati con coscienza di quanto volevano adesso sapere di nuovo.[583]Ora perchè questo? Non senza astuzia era il trovato. Il Ministero repugnerà, essi pensavano, per prudenza a manifestare le condizioni nostre di fronte alle Potenze estere, e, per pudore della Patria, la fiacchezza dei Toscani; allora scompariranno le cause della oppugnata proclamazione della Repubblica, e discutendo gli articoli potrà essere rigettata la Legge proposta dal Potere Esecutivo. Ultimo tentativo per l'agognata Repubblica. Essi s'ingannarono; i Ministri Marmocchi e Mordini risposero in modo da tôrre loro ogni baldanza. Quivi Marmocchi non dubitò di posporre tutto alla verità, e dichiarò pochi i Repubblicani, contrario lo spirito del Paese a cotesta forma di Governo, arduo eccitare i Popoli alla difesa delle frontiere; allegò fatti, confermò la sua sentenza con raziocinii. Il Ministro degli Esterismentì i conforti di Francia e d'Inghilterra asseriti falsamente dal signor Rusconi. Il Deputato Pigli comprendendo quanta e quale impressione avrebbero fatto coteste solenni dichiarazioni nell'universale, dopo averle provocate, si oppose perchè fossero pubblicate; — e così presumono illuminare il Popolo, e servire agl'interessi di lui! Questi paionmi, e sono tranelli di Settario, non concetti, non ispiriti di uomo di Stato. Ai giorni nostri, se lo inchiodino bene nella mente gli uomini di tutte le condizioni e di tutti i Partiti,colui che cammina con maggiore probità riporterà vittoria su gli altri. — Allora io sorsi, e dissi: «Poichè lo avete voluto, io intendo, al contrario, che abbiano intera pubblicità; e questo per due motivi del pari importanti: primieramente perchè non si concede sopprimere nel ragguaglio della Seduta una parte, che il Pubblico ha diritto di sapere; secondariamenteperchè tutti i Toscani sieno informati per loro governo dello stato del Paese.»[584]

La mia proposta fu vinta.

«L'Assemblea Costituente Toscana

«Decreta:

«1º Doversi nel momento attuale sospendere ogni deliberazioneintorno alla forma del Governo ed alla Unificazione della Toscana con Roma.

«2º Doversi prorogare, siccome proroga, la prossima futura di lei Tornata al dì 15 aprile corrente.

«3º I Deputati non pertanto dovranno restare in Firenze.

«4º Il Capo del Potere Esecutivo non potrà risolvere intorno alle sorti della Toscana senza il soccorso e l'annuenza dell'Assemblea, non solo a pena di nullità, ma di essere punito come traditore della Patria. Potrà bensì provvedere alle necessità dello Stato con la emissione di tanti Buoni del Tesoro, fino alla concorrenza di 2,000,000 di lire, ipotecando i medesimi unitamenteall'imprestito volontario decretato con la legge del 5 aprile 1848 per sostenere la guerra della Indipendenza, sopra i Beni dello Scrittoio delle Rendite.

«Li 3 aprile 1849.»

Fu vinta, ma combattuta dalla diffidenza. La proroga era concessa per soli dodici giorni; ed anche a me piacque che fosse così; e m'imposero, sotto solenne religione, l'obbligo di non risolvere intorno alle sorti della Toscana; e due milioni assegnarono per limitare le facoltà che aborrivano, e pur si dovevano, in tanta urgenza, lasciare liberissime. Però gli Avversarii non rifinivano di sussurrare menzognero ed esagerato il rapporto; i fatti non veri; vero soltanto l'accordo del Potere Esecutivo col Principe a Gaeta.

Avrei potuto allora chiudere violentemente l'Assemblea, e operare qualche giorno innanzi quanto successe il 12 aprile.Nol feci, e non lo volli fare. Considerai, che avventurandomi a cotesto passo avrei potuto incontrare resistenze di città, di provincie, od anche d'individui; e questo verosimilmente accadendo, bisognava ricorrere alla forza. Simile partito poi non era sicuro che riuscisse, con le milizie che possedevamo allora: dato che riuscisse, era mestieri venire a contesa; ed io diligentemente procurava, che non insorgesse dissidio di sorta da nessuna parte, perchè lo universale consenso rallegrasse la Corona, e la persuadesse, che i casi passati dovessero ritenersi come que' brevi scompigli, che pur talvolta si levano anche fra persone dilette, e da obbliarsi facilmente; nessuno nella solennità del reintegrato Statuto avesse a piangere: dall'altra perchè non fosse somministratopretestoagli stranieri d'intervenire nelle faccende nostre con la loro diplomazia, e peggio con le loro armi. — Inoltre, dal partito violento mi dissuadevala mala compagnia reazionaria od anarchica, che in queste occasioni sempre ribolle, e ti spinge fuori dei limiti del tuo disegno. Nèanarchici, nèreazionarii; estremi entrambi.Siffatta maniera di gente servendo piuttosto alle passioni proprie, che al bene dello Stato, sono fastidio sempre, vergogna spesso, qualche volta rovina della parte a cui si attaccano; sozzi in vista, nè meno in effetto dannosi de' serpenti di Laocoonte.

Io intesi fare così. Ottenuta la proroga dell'Assemblea mandai Deputati di qualunque Partito, purchè probi, nelle Provincie, affinchè, investigato lo spirito e le tendenze delle Popolazioni, sopral'anima e coscienza loro ne riferissero dentro breve spazio di tempo. Al punto stesso, io con ogni conato, e sinceramente, mi adoperai nel negozio dello adunare milizie. Mi volsi a tutti i Partiti, parlai a tutti gl'interessi, eccitai tutte le passioni. Feci comprendere agli amici della Restaurazione correre loro dovere di conservare intero lo Stato alla Corona; non prendessero il desiderio del richiamo del Principe apretesto di codardia, imperciocchè io non indicassi loro nemici nuovi, sibbene antichi, tali dichiarati dallo stesso Sovrano, già combattuti, e certamente acerbi per le recenti offese sopra i campi lombardi. Serbare lo Stato intero, e respingere, s'era possibile, ogni aggressione straniera, formava il dovere primo di ogni cittadino; o almeno tentarlo. Altra causa ad operare lealmente consisteva per me nella promessa solenne data dalla Toscana ai Popoli Lunensi e della Garfagnana di difenderli, per quanto forza umana bastasse; e delle altre ragioni altrove indicate non parlo, avvegnadio quando ti lega la religione della promessa tra gente onesta più lungo discorso non abbia luogo.

Però io devo confessare, che da tutti questi sforzi sperava potesse ottenersi tanto da provvedere all'onoreprima, e poi al benefizio delle sorti della Patria, non però quanto bastasse a giustadifesa, se l'Austria si fosse avventata con grosso sforzo di gente contro di noi. Onde era ordine al Generale D'Apice, che dove i nemici si fossero affacciatigrossi così da non poterli per qualsivoglia estremo di virtù impedire, anzichè sprecare senza prò sangue umano, si ritirasse protestando: in ogni altro evento proteggesse la Garfagnana, e Massa e Carrara. La disperata difesa, che andavano immaginando i Repubblicani,non poteva farsi, e quel seppellirci sotto le rovine delle città è partito che il Paese civile repudia. Queste deliberazioni, è vero, salvano all'ultimo i paesi, ma sul momento li guastano, e noi non li possiamo patire sciupati. Quando le palle nemiche avessero a bucherare i nostri palazzi, ohimè! non vi parrebbero eglino malconci dal vaiolo? Ed a chi mai di noi basterebbe il cuore di vedere il suo palazzo col vaiolo? Siffatte enormezze si hanno da lasciare ai Barbari, che non vogliono sopportare dominio straniero in casa, come sarebbero il russo Rostopchin a Mosca, o il vescovo Germanos a Missolungi; una volta avemmo ancora noi un Biagio del Melano.... ma, come Barbaro, lo abbiamo dato all'oblio, così che io giocherei Roma contro uno scudo che neanche venti dei miei civilissimilettori ne conoscono il nome.[585]Chè se i Toscani un giorno, per volontà dei cieli, e per virtù propria mi chiariranno bugiardo, pensino che io facciocapo saldoa tutto12 Aprile 1849; e se non vorranno pensare a questo, io domanderò perdono, se pure i miei occhi saranno aperti, e sarà incerto se con maggiore esultanza me lo concederanno essi, o lo domanderò io. Fino a quel giorno la evidenza mi dà la ragione e l'angoscia di averla.

La frontiera toscana, com'era allora, a giudizio degl'Ingegneri, non si presta agevolmente alle scarse difese: lunga si sprolunga la linea, ed abbisogna copia di gente, e apparecchio immenso. Le milizie nostre, poche a tanto uopo, e in condizione di disciplina deplorabile; e ciò sia detto, salvo il debito onore di quelli che mostrarono cuore ed ingegno per sostenere le difese estreme. La gente raccogliticcia, e giova qui rammentarlo anche una volta, non fa frutto: di questo non vogliono persuadersi gli Entusiasti, ed è verità vecchia, e lo abbiamo sperimentato a nostre spese di nuovo.

Oltrechè poi anche di gente siffatta non era il novero grandissimo, o almeno corrispondente allo assorgere di Popolo come un uomo solo che intende difendere disperatamente i suoi lari; avvegnachè, per lungo disuso e per mansuetudine antica, i Toscani repugnassero dalle zuffe; e sebbene abbiamo visto, come condotti una volta al campo riescano soldati a nessuna milizia secondi, pure sradicare dall'animo dei Popoli la infame repugnanza tutto a un tratto non puossi. Nel Ducato di Lucca, per concessione della Principessa Elisa, i Lucchesi si reputavano immuni dalla milizia. Privilegio esercitato con ragione, quando sitrattava andare in remote contrade a combattere guerre di conquista; stolto, empio, iniquamente preteso, quando chiama la Patria. Per la qual cosa vedemmo, maraviglioso a dirsi! nel contado lucchese i rustici armati a sostenere la guerra per non andare alla guerra.... Le campagne toscane poi poco alla milizia disposte per le cause referite, e per altre, che sarà bello tacere. La gioventù cittadina, diversa, ma meno adatta alla sobrietà e alle fatiche, alla virtù insomma, — senza la quale armati si hanno, soldati non già, — difficile a governarsi, apportatrice nelle armi delle scapigliature di piazza, non osservatrice di altri ordini che dei suoi, e questi ogni ora mutati; non obbediente ad altri capi che agli eletti da lei, impedimento sempre, difesa nulla o scarsissima.

Da Firenze dopo molte istanze ottenemmo 80, credo, soldati civici, i quali ancora non partirono per la Frontiera, ma rilevarono il presidio di Orbetello.

Più tardi partirono mille, e generosissimi tutti, senza badare a Repubblica o non Repubblica; chè nei cuori accesi di carità patria davvero, quando si tratta di difendere il suolo natio, si guarda dove e perchè si va, non a chi ci manda.

I padri empivano di querele il Palazzo, perchè il Ministro della Guerra rendesse loro i figli.

«Firenze 2 aprile. — Il Ministro della Guerra è assediato da continue dimande di molti cittadini, i quali reclamano perchè i loro figli siensi arruolati Volontarii. — Non può egli fare a meno di rammaricarsi nello scorgere nei genitori dei coscritti tanto dolore per atto così eminentemente patriottico, e che onora la Gioventù toscana. La Patria versa in sommo periglio, nè mai ha avuto tanto bisogno quant'oggi dell'opera dei suoi figli: essa attende però, ed esige da tutti quelli che nudrono in seno amore del proprio Paese, sagrifizio di ciò ch'è più caro all'uomo. Senza di che mai Italia si affrancherà dal dominio straniero, sorgente dei nostri mali. Il Ministro della Guerra, al tempo medesimo che si congratula co' giovani soldati, non può non rammentare ai loro genitori il dovere sacrosanto, che ad ogni cittadino incombe di rispondere allo appello della Patria: che, in luogo di lamenti, egli si attende dai genitori un incitamento ai figli ad essere buoni e virtuosi soldati; non può infine non richiamare alla loro memoria lo esempio delle madri spartane, le quali non solo volonterose consentivano ai figli di prenderele armi, ma eziandio con le loro mani ne gli rivestivano, e gli accompagnavano al luogo del generale convegno, e prima di lasciarli gli ammonivano a combattere da eroi, o gli consigliavano a volere perdere meglio la vita che serbare un contegno del quale la patria dovesse arrossire. Nudre pertanto fiducia il Ministro della Guerra, che tutti i Toscani i quali abbiano figli ricovreranno più generosi sentimenti, e che, invece di muliebri lagnanze, verranno ad allegrargli le orecchie parole di patria carità.

«Manganaro.»

Credono eglino i Repubblicani, che, gridando dentro coteste leprine orecchie:Repubblica!avrebbero camminato i padri più accesi nelle cose della guerra? Immaginino come vogliono, noi vediamo com'è. Nè meglio Livorno di Firenze, anzi peggio; e Toscana tutta alla medesima stregua. Se questa dolente pagina fosse scritta per mia difesa soltanto, ci verserei sopra tutto lo inchiostro del calamaio, e ci strofinerei sopra lo stoppaccio settantasette volte sette; ma la lascio, perchè leggendola si abbiano a vergognare i miei conterranei. E perchè le madri slave non piangono quando i loro figli vanno a combattere, ma esultano, riesce ai Croati vincere noi, che ci vantiamo così civili, e presumiamo tanto!...

Udii, che gli Ufficiali (intendo i pessimi) sotto pretesti varii sollecitavano congedi, o allegavano infermità per non andare alle frontiere: infermità che in taluni forse erano vere, ma dedotte insieme, e in mal punto, erano da sospettarsi tutte false!

Pertanto prevedevo sicurissimo, che i Deputati i quali percorrevano le provincie, muniti di mie facoltà per eccitare la milizia civica alla patria difesa, sarebbero tornati, non dirò senza costrutto, — chè tanto non credevo allora, nè credo abbia maledetto il Signore la nostra contrada, — ma con rapporti capaci a fare mettere giù la speranza di vedere le moltitudini correre armate alla frontiera, molto più per opinioni politiche allora invise allo universale. Io aspettava il ritorno di questi Deputati, e mi consigliava a parlare in questo modo nell'Assemblea, indirizzando il discorso ai Partigiani della Repubblica:

«Voi non avete creduto alle mie parole mai: ecco persone di fiducia vi riferiscono, come nelle provincie non ferva lo entusiasmo di combattere, che voi immaginaste. Se pertanto noncomparisce universale il moto di correre alla difesa delle frontiere per amore della Patria, la quale contiene le cose che per modi diversi tornano a tutto uomo più care, come vorreste voi che vi si precipitassero i Popoli per una forma di governo, che molti ignorano, moltissimi aborriscono? Se non si levano per cagioni, che tutti i cuori sentono, come presumete eccitarli per via di astrattezze che la mente non comprende o rigetta? Voi mi avete rampognato di avere omesso i mezzi capaci a tenere desti gli spiriti del Popolo. Se intendete deglionesti, io gli ho praticati tutti; se mai (lo che io non voglio credere) accennaste ai modi della Rivoluzione di Francia del 1793, sappiate ch'essi fecero paurosa la libertà ed infame; sicchè vi volle mezzo secolo a riassicurare gli animi sbigottiti. I sacri argenti tolti alle Chiese avrebbero gittato forse 15 o 20 mila scudi, sussidio insufficiente a tanto uopo, e avrebbero partorito esecrazione infinita contro il Governo. Il tôrre a forza fa sparire la moneta, e dare al capestro il collo dei repugnanti vi farà ricchi di delitti, non di moneta.[586]Spingere uomini incontro al cannone con la scure dietro, nè lo potevate domandare voi, nè lo potevo eseguire io. Solo posso precederli, e questo, se mi è dato, farò. Voi vi ingannate intorno alla virtù dello entusiasmo; egli esalta, non crea le forze. Con lo entusiasmo voi non formate la scienza degli artiglieri, la disciplina negli eserciti, gli esercizii della cavalleria, non gli apparecchi di guerra, e per di più da un punto all'altro, di faccia al nemico. Non invocate gli antichi esempii di Francia, perchè l'anima trema rammentando le necessità dei pochi, che vogliono dominare su i molti. Queste necessità sono iSettembrizzatoria Parigi, leMitragliatea Lione, gliAnnegamentia Nantes. — La Libertà non si nudrisce, si avvelena, col sangue; nè ho mai sentito dire, che rovistando pei sepolcri si trovino argomenti al prospero vivere degli uomini, bensì vermi; ed io per me non voglio prendere gli esempii da altro Paese, che da quello che mi citate. Dove mise capo la convulsione dei Francesi così atrocemente eccitata? Dove andarono a terminare le quattordici armaterivoluzionarie? Nella perdita di tutta la Italia, nel confine del Reno minacciato. Dove si quietarono gli esaltati spiriti della Libertà? Nelle turpitudini del Direttorio. Se lo ingegno, e la fortuna di un uomo, cui si piegarono tutti ad adorare despota, non erano, — la Francia sarebbe stata invasa, e divisa. Ecco quali immensi abbattimenti succedono a immensi furori. Ora la fortuna vi para davanti due vie da seguitare: la prima sta nel precipitarvi con grandissimo pericolo, anzi con esizio certo, nella Unificazione con Roma e nella Repubblica, contro gl'interessi e il sentimento universali; la seconda, compiacendo al genio e alle necessità della Patria, nel restaurare lo Statuto Costituzionale. Il primo partito, oltrechè voi non potrete sostenere, vi divide dentro, chiama certamente il nemico di fuori, ed apparecchia sventure, che nemmeno potranno sostenersi con onore: il secondo vi unisce in pace; chiude il campo alle contese tra partiti nemici, nelle quali essi sempre trasmodano, e, se per impeto di passione, feroci, — se per ingordigia di comodi, ferocissimi e spietati; toglie adito ai pravi disegnidei reazionarii, epretestoagli stranieri d'invadere le nostre terre. Il suffragio universale del Popolo torrà via ogni amarezza dall'animo del Principe, per indole facilmente oblioso; il quale, considerato la qualità dei tempi, gli eccitamenti straordinarii e la potenza di uomini repubblicani qui da ogni parte convenuti, e gli errori in cui tutti di leggieri trascorriamo quando la mente è commossa da súbita passione, o turbata da inopinate vicende, troverà più che non bisognano motivi per l'animo suo a dimenticare il successo come un sogno di febbre. Preservate la Patria dalla occupazione straniera, e mantenete le libertà costituzionali, che dirittamente esercitate bastano ai Toscani. Frattanto permettete, che io mi congratuli meco, e con voi, che il sentiero a questo partito non sia stato mai chiuso, e che la nostra Patria in così impetuoso turbinío non abbia a deplorare fatti scellerati, nè perduta la fama della sua vera civiltà. Questo consiglio io vi do di coscienza, non per fine di privato interesse, non per obbligo d'impegno assunto, non per patto convenuto, non per altro meno onesto motivo; ma sì, come a dabbene uomo si addice, mosso unicamente dallo amore di Patria, e di voi; e perchè voi ne andiate nel profondo dell'animo persuasi vi confermo, che nessuna pratica fu da me iniziata in proposito col Principe assente, — veruna. Se io abbia operato conlealtà quanto mi parve che fosse bene della Patria e non per basso intento, voi vel conoscete a prova. Voi trovate il terreno delle trattative vergine; provvedete voi. Brevi le condizioni, e facili. Lo Statuto si mantenga, duri indipendente il Paese.La Inghilterra da me consultata si profferisce mediatrice di questo: farà lo stesso la Francia.Di oblio non parlo; conciossiachè, se male io non conobbi, mi paia più agevole al Principe nostro concederlo, che a voi domandarlo; e a me giammai, quante volte per altri lo chiesi, disse di no. Se ho commesso errori (e ne avrò commessi di certo) perdonateli alla bontà della intenzione, alla infermità del giudizio.[587]E quando non mi sia meritata alcuna lode, deh! concedetemialmeno che senza detrimento di buona fama iovada a riposare in terra lontana, ma sempre italiana, l'animo e il corpo affaticati.»

Io per me non dubito punto affermare, e ritenere per certissimo, che le parole aperte, i modi schietti e legali, la lealtà, ed anche (non mi sia conteso dirlo) la generosità del procedere, la urgenza finalmente dei casi, avrebbero sciolto la durezza dei più pervicaci, e (lo soffrano in pace gl'interessati a negarlo) partorito assai più prosperevoli sorti alla Patria comune, di quelle che le vennero, dal costoro operato, nel 12 aprile 1849. Il consenso universale di tutta la Toscana sarebbe stato istantaneo come lo spandersi della luce al sorgere del Sole; dopo quindici e più giorni non avremmo veduto condotti ad aderire al Municipio di Firenze alcuni Municipii toscani nella guisa stessa con la quale i Romani traevano i testimonii in giudizio, dando ai malevoli argomento per calunniarli avversi alla cosa, mentre erano offesi del modo. La livornese resistenza non sarebbe accaduta, e con essa, se non la volontà, veniva almeno tolta la occasione alle armi straniere di scendere quaggiù, del pari che il motivo a chiamarle; donde poi era dato campo larghissimo alle potenze mediatrici a interporsi con frutto. E forse oggi anche noi ci consoleremmo della non acquistata indipendenza italiana con la indipendenza toscana mantenuta, con lo esercizio effettuale delle libertà sanzionate nello Statuto, di cui la conservazione fra noi mi pare che assai si rassomigli alla mostra del diamanteKoh-i-noor(montagna di luce) nella Esposizione di Londra, dove tutti lo possono vedere in gabbia, ma sparirebbe con la gabbia, lo zoccolo, il guanciale,et reliqua, se qualcheduno si attentasse a toccarlo.

A questo punto io mi rinnuovo l'obietto, che per deliberarmi io aspettassi la occasione. Se si dirà che la occasione mi facilitasse il cammino a mandare a compimento il concetto prestabilito, si parlerà con rettitudine; se poi all'opposto si sosterrà che l'occasione generasse il concetto, questo ormai fu dimostrato falso da quanto sono venuto esponendo in questa scrittura fin qui, ed aggiungerò in breve per conclusione. — Nè penso che alcuno vorrà appuntarmi per avere colto il destro propizio, avvegnachè l'uomo non possa creare gli eventi: questi sono di Dio. L'uomo può qualche volta impadronirsene, e indirizzarli per forza o per ingegno a fine determinato. Ricordo che Madama Staël per istudio di scemare la fama a Napoleone soleva chiamarlohomme des circonstances, della quale sentenza punto ei si offendeva, per i motivi che ho poco anzi discorsi. Sicchè su questo particolare penso, che sarà savio arrestarmi.

Però io voglio esporre quello che avessi considerato nello evento di fortuna prosperevole alle armi piemontesi. Vinta una battaglia, non sempre si vince la guerra. Poniamo vinta la guerra con una battaglia sola, come accadde a Marengo nel 1800, e ultimamente a Novara; allora si presentavano subito al pensiero molte e gravi contingenze, così nello interno, come di fuori. Incomincio dalle ultime. Il re Carlo Alberto sarebbe cresciuto di reputazione e di forza, per virtù sua e per decadenza della Fazione repubblicana. — Bisogna ritenere che la massima parte dei Lombardi procedeva sviscerata della Repubblica, non già per fine politico, quanto per riputarla mezzo sicuro a ricuperare la patria. Una fatale persuasione, che durò anche dopo lo infortunio novarese, e compose il martirio doloroso di Carlo Alberto (principe, il quale se trova molti superiori in grandezza, nessuno, a parer mio, lo uguaglia nella sventura), si radicò nella mente dei Lombardi e di parecchi fra gli altri Italiani, che il Re non camminasse sicuro in questa bisogna, ed in segreto se la intendesse co' nemici d'Italia. Assurdità, e peggio; ma la disgrazia è persuaditrice tristissima degli uomini, e chi da lontano conosce per relazione le cose udendo il veemente narrare, e i giuramenti smaniosi, e i pianti, e tutto quanto insomma ha maggiore virtù di commuovere l'animo umano, si trova conturbato nello intelletto e nella fede. In questo travedimento gli esuli tennero per fermo, che ormai non più il Principato, ma la Repubblica avrebbe loro riaperte le porte dellapatria: di qui il correre a sollevare Italia tutta a parte repubblicana; di qui l'opera ardente e indefessa, impresa a danno della Monarchia Piemontese, che fu parte non piccola fra le cause della disfatta di Novara. Della verità del mio concetto porge argomento il considerare che prima degl'infortunii di Custoza i Repubblicani si fossero sottomessi, dichiarando non volere con importune contese disturbare la opera della Indipendenza italiana. — Ora, se la sorte delle armi, arridendo al Re, avesse non pure quietati, ma distrutti, i fatali sospetti; se al Re fosse stato concesso di schiudere ai Lombardi il varco pel ritorno in patria, mentre la Repubblica non si era mai mostrata capace di tanto, non veniva tolto ad un tratto il motivo negli esuli di parteggiare per la Repubblica? Certo che sì. Cresciuta l'autorità del Principato, non poteva supporsi che Piemonte consentisse tenere quello stecco su gli occhi di una Repubblica della Italia Centrale, e l'avrebbe avversata con tutti i modi: dalla parte di Napoli, non importa dimostrarlo. Conquista da Torino non temevo, chè se di volere non avesse patito difetto, gli mancava il potere. La Francia, la quale come abbiamo letto dichiarato da Lamartine, non avrebbe sofferto che il Regno Sardo si ampliasse col Lombardo-Veneto e co' Ducati, pensiamo un po' se gli avrebbe consentito stendere la mano anche sopra Toscana! Dalla conquista in fuori, la Repubblica della Italia Centrale doveva aspettarsi dal Piemonte pessimi ufficii. La vittoria delle armi italiane avrebbe richiamato l'attenzione della Francia e della Inghilterra, rimaste quasi arbitre dei destini d'Italia, ad assettare le cose nostre; diversamente invero da quello che appaiono adesso, ma pure in modo contrario alla Repubblica. La Inghilterra, tenerissima della sua Costituzione, non ama le Repubbliche, e la Francia repubblicana le odia. Però Napoli sarebbe stato costretto a procedere dirittamente nelle vie costituzionali, e ad accogliere con onore gli esuli cittadini. Dal quale successo erano a prevedersi verosimili due conseguenze: la prima, che anche in questa parte l'autorità regia costituzionale acquisterebbe aumento; la seconda, che i napolitani esuli, reduci in patria, sarebbero rimasti di affaticarsi per la Repubblica nel modo stesso, e per le medesime ragioni che ho esposto testè discorrendo degli esuli lombardi. La Toscana e Roma pertanto si vuotavano di questi arnesi potentissimi di Rivoluzione. Così tra le cause scemate per desiderare la Repubblica, la cresciuta autorità costituzionale, le pratiche diPotenze primarie, la pressura da due lati, la debolezza comparativa dello Stato, il difetto di frontiere validissime, e la necessità di non isconcordare per costituirsi con solidità, avrebbero costretto questi due Stati a piegarsi alla forma costituzionale. Cosa sarebbe avvenuto del potere temporale del Papa, non è facile prevedersi: solo lo evento è bastato a persuadere che lo avrebbero restaurato le armi repubblicane di Francia: ad ogni modo faceva mestieri accomodare anche il Papa degnamente, come a Capo della Chiesa Cattolica si addice.

E questo per ciò che riguarda di fuori. Nello interno poi, a cagione di quanto venne dichiarato superiormente, opera perduta sarebbe mettere parole intorno al successo della aggiunzione al Piemonte, come quella che pareva ad accadere impossibile. Consideriamo piuttosto la Unificazione con gli Stati Romani.

Trovavodentro (e fu sovente materia delle mie conferenze col Capo del Municipio fiorentino, e con altri precipui cittadini così di Firenze come delle Provincie, delle libertà costituzionali fidatissimi amici)repugnanza infinitadi lasciare uno stato certo e provato sufficiente, per avventurarci in condizioni ignote, piene di pericolo, allo universale per nulla necessarie, dalla maggiorità rigettate.

Trovavoche i Toscani, ed in singolare modo i Fiorentini, sentivano inestimabile molestia a ridursi in grado di provincia romana, mentreab antiquoavevano formato florido stato, copioso di commercii e pieno di gloriose memorie.

Trovavoche i Toscani aborrivano di rendersi solidali al fallimento della finanza romana, e ostinatissimi contrastavano per non essere tratti in cotesto vortice di debito.

Trovavoche Firenze non si adattava a restare priva della sede del Governo, fonte per lei non pure di decoro, ma di vantaggi notabili, sia per la stanza degl'impiegati, sia pel concorso di quanti muovono dalle Provincie quaggiù pei loro negozii col Governo; sia finalmente pel soggiorno dei forestieri, i quali sogliono fermarsi nelle Capitali.

Trovavola classe commerciante di Livorno paurosa di scapitare in pro di Civitavecchia, il quale porto, come prossimo alla metropoli della Italia Centrale, non ha dubbio che si sarebbe ampliato con danno di Livorno.

Trovavocostumi diversi, diversi i gradi di civiltà, diverse le manieredel vivere, l'economie ed altre più cose, che non consentono che Unificazione piena e assoluta ad un tratto si faccia, o fatta non abbia poi a dolere. Toscana mutata in provincia sopportava sagrificio troppo duro, come grande sarebbe riuscito il vantaggio, se qualche parte dello Stato Romano si fosse aggiunta a lei in condizione di provincia. Questeunificazioniofusioni, come dicevano allora, si operano di consenso o di forza. A effettuarle con la forza vuolsi una potenza grande, che raccolga nella mano di ferro le varie generazioni abitatrici di una contrada della medesima lingua, e le costringa tutte a portare la impronta delle sue dita. Ma da Napoleone imperatore e re in fuori, nei tempi moderni, non discerno altri che potesse essere stato capace da tanto. A volerle condurre per via di consenso, si richiedono uguali, o molto simili, le condizioni disposte dalla natura, e secondate dalla operosa volontà degli uomini.

Ora tra per le sollecitazioni delle Potenze estere, e le volontà dei Re d'Italia, tra per il cessato bisogno nei più di ricorrere al partito estremo della Repubblica per tornare in patria, e la inclinazione della Toscana a starsi divisa, e le difficoltà in parte invincibili della Unificazione con Roma, lasciato che le passioni ardenti si sfocassero e le cause di quelle, preparata grave e profonda discussione, io ritenevo come sicuro che l'Assemblea Costituente Toscana, avrebbe deciso, in ogni evento, pel Principato Costituzionale e per la Confederazione, non Unificazione, con Roma come con gli altri Stati Italiani.

E così opinava certamente il Partito che ebbe ad organo prima ilConciliatore, poi loStatuto; conciossiachè abbiamo veduto com'egli confortasse consultare la Toscana, convocando l'Assemblea Costituente col principio accettato del suffragio universale, e persuadendo i Deputati a sciogliersi spontanei se questo non ordinasse il Governo. Il Governo aderì al consiglio, nè si vede ragione perchè cotesto Partito avversasse poi quanto aveva provocato egli stesso; solo per mostrarsi coerente avrebbe dovuto credere che l'Assemblea Costituente procedesse nemica alla Restaurazione; e ciò non fu. Questo fatto io lascio alla considerazione del Paese, chè a me non giova spendervi attorno più lunghe parole.

Rimane a vedersi chi avrebbe scelto l'Assemblea per Principe. — Non è verosimile scegliesse uno straniero, perchè perle dominazioni straniere parmi, se non erro, immortale lo aborrimento degli Italiani tutti; scegliendo uno di casa di Savoia, avrebbe contradetto Napoli; se chiamato un Reale di Napoli, gli si opponeva Piemonte, e ad ambedue avrebbero ostato Francia e Inghilterra. Se è vero, come parmi verissimo, che la memoria degli antichi beneficii non si cancelli per breve furore, nè la diuturna benevolenza cessi per impeto passeggero, e che, remosse le cause del delirio, l'uomo ritorni nel suo stato normale; — deve credersi che i Toscani avrebbero richiamato i Principi, che potevano salutare col nome di concittadini.

I fatti, che per sofisma o per calunnia non si tramutano, hanno dimostrato fin qui come, il Principato Costituzionale cedendo il campo, subentravano inevitabili ad occuparlo la Repubblica e l'Anarchia. Parte repubblicana era poco numerosa fra noi, nè di Toscani tutta, ma audace e gagliarda, sovvenuta dalle voglie dell'accesa gioventù, cui sembra spesso che per potere basti desiderare: onde è sicuro che quella parte, come voleva, avrebbe potuto, nello sbigottimento universale, cacciare le mani nei capelli al Paese, e strascinarlo colà dove ella mirava: però ammaestrando la esperienza, che i pochi contro ai molti inerti o repugnanti, senza ricorrere ai partiti estremi, non durano; in breve, siccome già si appoggiavano, avrebbero dovuto i Repubblicani darsi interi in balía, non dirò al Popolo minuto (conciossiachè il nome di Popolo suoni sempre reverito alla mia mente), bensì alla plebe che del Popolo è piaga. La plebe soverchiata, indi a poco parte repubblicana avrebbe regnato come regna il fuoco. Commesso io alla salute del Paese, credei riparare nella consultazione del Popolo toscano per mezzo del suffragio universale come ad asilo ultimo ed efficace. Da una parte non lo potevano rinnegare i Repubblicani, perchè da loro medesimi professato; dall'altra tornava accetto ai Costituzionali, perchè somministrava loro tempo di riaversi: finalmente era desideratissimo dal Popolo; perchè trattandosi di disporre di sè, gli pareva giusto poter dire anch'egli, una volta, la sua. Intorno ai fini e ai presagi di questo provvedimento non occorre dire altro, avendoli a suo luogo con abbondanza di ragioni spiegati. — Ora iRepubblicani, dubitando contrario lo esito del voto universale (e con parole espresse il dubitare significano),[588]tentano, e più volte,le vie della violenza; violenze e lusinghe cadono davanti la probità del provvedimento, la costanza dell'uomo.[589]Frattanto la plebe ribolle commossa per un fine, e muoventesi per un altro, sicchè poi gli stessi agitatori ne hanno paura. In mezzo a perturbazioni, per varietà infinite, per impeto stupende, procede il mio concetto. Con la Legge del 6 marzo, al Popolo toscano la padronanza piena e legale per disporre di sè restituisco, e non limitando (che questo non poteva io), ma stabilendo la norma con la quale dovesse esercitarsi il mandato, prevengo la opposizione che i Deputati non abbiano già a deliberare, bensì, e unicamente, a ratificare. L'elezioniprotette, e liberissime. Il Popolo non accorse nella copia sperata; e di ciò un poco fu colpa la consueta inerzia, un poco la nuovità degli ordini politici, e molto le dissuasioni dei parrochi; nel che operarono, a mio parere, poco avvisatamente; avvegnadio, messa da un lato la paura di possibile scomunica votando per la Costituente Italiana, egli è sicurissimo che non vi era pur dubbio del non incorrerla votando per la Costituente Toscana; e somministrando questa onorata via per assettare di quieto il Paese, parmi che avesse dovuto da loro con ogni maniera di ufficii promuoversi. Nondimeno nè anche si potè dire scarsa la votazione; dacchè il numero dei voti sorse nel Compartimento Fiorentino ai 28,231,nel Lucchese a 2618, nel Pisano a 6341, nel Sanese a 9288, nello Aretino a 6687, nel Pistoiese a 4418, nel Grossetano a 5288, nel Livornese a 11,781, nello Elbano a 909, nel Massetano e Carrarese, a 893, nel Garfagnino a 704, e nel Lunense a 702. Il Partito che si vantò, e tuttavia si vanta, unico ortodosso costituzionale in Toscana, quando si conobbe pressochè escluso dalle elezioni, gridòdesolazione dell'abbominazionesopra la Babilonia fiorentina; e non pertanto uscì dall'urna una maggiorità di uomini che volle e seppe rappresentare il principio costituzionale del Paese, ed anche qualcheduno che minacciato dalla plebe delle tribune ebbe cuore per esclamare: «Piuttosto morire, che lasciare per viltà il seggio di Deputato.»[590]La Guardia Nazionale fiorentina interpellata con rito solenne, se le bastasse l'animo di tutelare l'ordine interno della città, e l'Assemblea nello esercizio del suo ufficio, rispose affermativamente, e quindi ambedue vennero alla sua fede commesse. La parte repubblicana, tentando far votare la Repubblica per acclamazione, venne repressa; e tanto più da me si volle grave e speciale consulta, intorno al deliberare le sorti politiche del nostro Paese, in quanto che mi pervenivano quotidiani rapporti che mi confermavano nella conoscenza antica del rifuggire che faceva la Toscana dal reggimento repubblicano. Le notizie della guerra, dubbie prima, varie poi, alla fine infelici, anzichè sbigottire gli animi repubblicani gli accesero, come suole, di stupendo furore: me accusarono in faccia di fellonia; me venduto, e venditore!.... Tali enormezze ero destinato a sentirmi dire dopo quarantasei anni di vita onorata! E se tradissi io, e se me e altrui vendessi, ora lo vedete a prova. — Poichè alle mie parole non credevano, le mie insinuazioni aborrivano, alle mie stesse preghiere imprecavano, provvidi l'Assemblea si prorogasse, e i Deputati nelle Provincie si spedissero, e ciò in prima perchè la nuova esaltazione si calmasse, e il tempo porgesse consigli più adattati ai casi; e poi perchè i Deputati tornassero ad attestare della fedeltà dei miei rapporti; lasciando pure che, sotto pena d'infamia a me, decretassero il divieto di mutare forma di Governo, inconsultata l'Assemblea: però che questo non volessi fare io.

Tutto ciò fu detto, chiarito, con documenti provato, e comprendo ottimamente che l'Accusa degli spessi riepiloghi abbiaa sentire fastidio grandissimo, e forse ancora orgoglio del suo stile laconico di faccia allo asiatico mio: nonostante questo, mi è parso non dovermi trattenere dal dire, confortato dalle parole e dallo esempio del Foscolo, il quale, condotto a scolparsi davanti al Direttore della Polizia del Cantone di Zurigo, così gli scriveva:

«Da tutte queste cose che io mi assumo di esporle, e dalle troppe parole che ho fin qui speso, m'avveggo con mio rincrescimento che io la costringo alla noia di prolissa lettura. L'apologia è cosa sì infelice per indole sua, che non può aspirare neppure a scansare la verbosità. Perchè, dove a lei, signor mio, basta una sillaba, un atto arbitrario, un cenno muto, a macchiarmi, — a me bisognano narrazioni, esami, allegati e convincentissima serie di ragionamenti, a lavarmi.

«E incomincio anco a sentire che l'uomo al quale è conteso il tacere trova compenso nello spassionarsi di tutte le ragioni che aveva represse dentro il suo petto. Socrate sapeva ch'ei, giustificandosi o no, era precondannato a morire; pur (se Platone merita fede) perorò per lunghissime ore a' suoi giudici; e quando ei fu sentenziato, gli andava pur tuttavia intrattenendo a parole: — O Ateniesi, ora che voi avete fatto il voler vostro mandandomi a morte, io il debito mio rassegnandomi, voi ed io non abbiamo da far altro di meglio fuorchè il conversare fra noi: ond'io parlerò, e non rincrescavi d'ascoltarmi, e rispondere.»

Fino al punto a cui mi sono fermato, la linea è retta per lo scopo a cui incammino la mia politica. Ora pertanto come potevotergiversareoravvilupparmi in subdoli partitidopo il Decreto dell'Assemblea del 3 aprile,se fino al 15 aprile ella si era prorogata, e fino a quel termine non si poteva discutere della forma del Governo da darsi alla Toscana?

Udite adesso di grazia che cosa vi dice il ProcuratoreRegioD'Arlincourt. Egli vi narra: — «come io ingannassi da una parte e dall'altra, e però fossi da entrambe percosso.» — Poco dopo: — «come io, trattando più tardi col Municipio, giuocassi partita doppia,» — nonostante che abbia scritto poco sopra: — «come io troppo possedessi di sagacia e d'ingegno per non comprendere dai casi avvenuti e che avvenivano in giornata, che stava per accadere imminente la restaurazione del Granduca.»[591]— Questisono martirii del senso comune, e Dio volesse che il nobile Visconte e compagni avessero crocifisso il giudizio soltanto! Ai giorni che corrono, di giudizii temerarii non è davvero a lamentarsi penuria; pure io aveva creduto fin qui, che lo scrittore, quando col suo cervello di farfalla non corre pericolo soltanto di commettere leggerezza, bensì di gettare un peso nella bilancia dove è librata la vita dell'uomo, dovesse avvertire che un grano più di pudore non guasterebbe certamente i fatti suoi: e le proteste di non volere pregiudicare, e poi lavorarti di straforo, ormai sono abiti usati così, che la vecchia ipocrisia li vendè al rigattiere, dal quale gli ha comprati la ipocrisia nuova, e, per averli rifatti nelle manopole e nel bavero, crede, che non le sieno riconosciuti addosso.

Rimane adesso a vedersi come io adoperassi i brevi giorni, che dal 3 al 12 intercedono, e ciò rispetto: 1º alla difesa della Patria; 2º alle disposizioni per la Tornata dell'Assemblea del 15 aprile. Parlerò prima della guerra, o per meglio dire della difesa delle frontiere. Fino dall'8 agosto 1848 a mediazione dei Ministri delle Potenze estere fu convenuto come lo esercizio di siffatto diritto non potesse somministrare all'Austria argomento di aggressione; nè il patrocinio stesso poteva ora mancarci, e non ci mancava, molto più quando ci fossimo ricondotti al pristino stato di cose di quieto. Non vale obiettarmi, che in questo disegno tornavano inutili gli apparecchi guerreschi: imperciocchè gli uomini che fanno mostra volersi difendere, vengono sempre più rispettati;[592]ed è sicuroche otterranno patti migliori, di quelli che disarmati si mostrano, e disposti ad accettare ogni carico si voglia loro imporre: laonde Ugo Foscolo meritamente deplora come causa suprema delle sorti infelici del Regno Italico la dissoluzione dello esercito provocata dal partito liberale.[593]E neppure rileva opporre, che le nostre armi inferme e poche non avrebbero potuto durare contro lo sforzo austriaco; dacchè anche lo esercito italico di faccia alle forze alleate si trovasse in condizioni perverse: ma gli altri ti aiutano quando mostri di volerti aiutare; la debolezza, che non è colpa tua, consiglia la compassione altrui; la propria abiezione provoca ira; e quando veramente una necessità grandissima non prema di sgarire un punto, anche i poderosi calano a partiti comportabili. Eranmi conforto a proseguire nello arduo cammino le parole che mi venivano porte da quei dessi, ch'ebbi a sperimentare, ora più ora meno copertamente, sempre avversi, e che in fatto di Governo Costituzionale presumevansi allora, e tuttavia si presumono, possedere del Governo Costituzionale la pratica, e la scienza. Lodavano la rigettata Unificazione con Roma; il concentramento del potere in un solo Magistrato approvavano; e a questo rivolgendosi raccomandavano, che a salvare la Toscana adoperasse quei partiti che la esperienza gli persuadesse migliori: quindi dicevano due essere i mali che minacciavano la Patria, la guerra civile e la possibile invasione austriaca; laddove queste due calamità egli fosse giunto ad allontanare, glipromettevano riconoscenza solenne. Se i tempi fossero corsi meno infortunosi, avrebbero saputo dare più forti consigli; però, comunque acerba ne flagellasse la sventura, doversi, mercè il concorso deiMunicipii, mantenere libero lo Stato da invasione straniera, e incolumi leistituzioni costituzionali aborrite dalle fazioni reazionarie, la pubblica tranquillità, le proprietà, e le persone minacciate dai turbolenti di ogni Partito: breve, salvare quanto più dell'onore e della indipendenza nazionale si potesse.[594]Grave soma davvero era questaper le mie spalle; sicchè parendo al Partitopreteso ortodossoche io non potessi uscirne a bene, determinò fare da sè; ed avendo capacità, e coscienza di riuscire meglio, prudentemente decise, e di ciò non lo incolpo.Però a mio parer non gli fu onoremancarmi di fede, se dubitò che io non sarei arrivato a salvare le libere istituzioni; non gli fu onore precipitarmi dentro uno abisso di miseria, se tenne che non avrei prevenuto la discordia civile; non gli fu onore ribadire il chiodo con la calunnia, se pensò che per me non si sarebbe potuto preservare il Paese dalla invasione straniera. Nondimeno ritengasi, che nel 29 marzo gli ortodossi Costituzionali di Firenze me reputavano pervoleree persapereadattato all'ardua impresa.

Vediamo pertanto, da quel punto in poi, in che cosa peccassi, perchè di amici mi si avventassero ad un tratto tanto acerbamentenemici. Qui accorrano i Toscani tutti, si chiariscano a prova, e giudichino poi se io abbia commesso colpa per la quale cristiani e gentiluomini dovessero credersi assoluti dall'usare meco quella fede, la rottura della quale anche tra' popoli più barbari è reputata indegnissima cosa! Due pertanto erano i fini alla mia cura commessi, come sempre furono, cui si provvedeva con apparecchi guerreschi, e con interni ordinamenti.

Cavalli pel treno, e copia di cannonieri per diligenza del Ministro della Guerra si procurarono.[595]Qui in Firenze, senza distinzione di parte, chiamo quanti sentono in cuore carità di Patria, e gli scongiuro di recarsi ai confini.[596]A Livorno commetto che mandinovie via gli arruolati per farne la massa in Firenze; a provocare lo arruolamento si adoperino i mezzi meglio efficaci, impegnandovi Sacerdoti, Circoli, e Popolani;[597]più tardi ordino, le armi da caccia si requisiscano, agli schioppi da guerra sostituiscansi, e qua a Firenze le armi, e i Volontarii si avviino;[598]di nuovo domando armi, perchè in Firenze dalle Provincie già accorsero millegiovani, e non so come armarli; accetto un battaglione intero di Livornesi Volontarii, purchè portino le armi, e gli Uffiziali si sottopongano agli esami i quali hanno a dimostrarli degni, che percostumee perperizia possa loro affidarsi il sangue dei fratelli;[599]informato che in Livorno si trovano 2000 schioppi, prescrivo si prendano, giudicando il proprietario Italiano abbastanza per chiamarsi soddisfatto quando gli venga retribuito il giusto prezzo.[600]Da Lucca si aspettano parecchi montanini per arruolarsi; il Municipio lucense con ogni sforzo seconda le diligenze del Prefetto.[601]Il Prefetto di Pisa, sussidiato da uomini di seguito nel Popolo, confida trarre gente dalle campagne.[602]A Lucca le armi da caccia si prendono, e, dandole in cambio delle guerresche alla Guardia Nazionale, con queste si armano i Volontarii.[603]D'Apice provvede di comandante la Guardia Nazionale di Livorno adattato a mobilizzarla sollecitamente.[604]La Gioventù livornese viene confortata da me a mostrare virtù pari al pericolo.[605]Romanelli eccita la gioventùaretina;[606]Franchini, soldato della Indipendenza, lasciato il Ministero accorre alla difesa dei patrii colli; Morandini, forte uomo, a ragione pensando che quando lo straniero minaccia la Patria, il mandato vero del cittadino sia di volare a difenderla, si dimette dalla Deputazione, e va al campo.[607]Le armi di nuovo con più sottile ricercaa Lucca e a Livorno requisisconsi, e si ottengono.[608]Prometto (consentendo alle istanze di Giorgio Manganaro) condurmi a Livorno; intanto, esortata la Guardia Nazionale fiorentina a non mancare alla Patria, due Compagnie del mezzo Battaglione che usciva di guardia senza prendere riposo vogliono partire.[609]I Cacciatori volontarii di Costa e Frontiera chiamati a formare un Corpo di riserva.[610]Il Gonfaloniere Fabbri, compiacendo al suo genio e alla carità della Patria, fatto appello ai sentimenti generosi della Gioventù livornese, conchiude con queste memorabili parole: «Giovani generosi, caldi di amor patrio, questo è il momento più bello della vostra vita. Da voi la Patria attende la propria salvezza. Dio non abbandona gli oppressi. L'ora del risorgimento è suonata. Le armi soltanto ponno decidere dei nostri destini.»[611]Provvedo mandarsi mezzo milione di lire per armi, e da Livorno chiedo prima armi, poi gente,[612]e le armi si mandano.[613]Maremma invia Volontarii, ma pochi; quelli raccolti e istruiti a Firenze, richiesti dal Generale, partono pel campo.[614]Chiamato da Livorno il Battaglione Del Fante, continuo a esigere armi; i Livornesi rimprovero di iattanza; ordino tolgansi le armi alla Guardia Nazionale; — poco frutto fa Lucca.[615]La Legione Accademica è riconcentrata in cotesta città.[616]Acquistansi nuove armi a Livorno.[617]Tommaso Gasperini, Ermolao Rubieri e Angiolo Angiolini, rinunziati gradi superiori della milizia cittadina, si arruolano e partono soldati, esempio grande di modestia e di virtù.[618]Nel giorno6 pubblico il Manifesto alla Gioventù fiorentina;[619]ai Sacerdoti dichiaronon trattarsi adesso di Unificazione con Roma, nè di forma digoverno; ai Conservatori, che mal conserva chi si espone a vederetutto disperdere; agli affezionati del Principe, che badinotrattarsi adesso di mantenere intero lo Stato, affinchè egli tornandonon abbia a trovarlo menomato, e ne faccia loro rimprovero; ai Repubblicani, che la Repubblica,perfettissima forma di governo per uomini perfetti, non è frutto maturo pei nostri denti, o a meglio dire per le corrotte anime nostre: e che intorno al riordinamento del Paese, le Leggi dell'Assemblea si hanno a venerare come precetti di Dio. Intanto vadano, combattano, e mostrino la loro virtù. Civici livornesi concentrati a Pisa; i Bersaglieri e i Volontarii chiamati a Firenze; provvedersi armi.[620]Al Gonfaloniere di Livorno scrivo il Dispaccio riportato a pag. 53 di questaApologia, dove me dico infame, se per dispiacenze private ricusassi una pace, che può avvantaggiare la difesa della Patria; componga B. un Battaglione, cotesta anzi essere la via unica per ridonargli l'amicizia antica; spedirò appena raccolto il battaglione in Garfagnana; raddoppinsi tutti. Nel solo Generale D'Apice si riunisce tutto il comando.[621]Ordino al D'Apice in ogni eventoregga in Garfagnana, e cuopra Massa e Carrara; spingo al campo tutta la milizia di Linea; raccomando le provviste. A Livorno Giorgio Manganaro instituisce una Commissione che di nuovo si dia a ricercare le armi, e le prenda per la difesa della Patria.[622]Il Ministro dellaGuerra provvede a formare prontamente un Corpo di Zappatori.[623]Da Carrara muovonsi Volontarii per San Marcello, e per altri punti della frontiera.[624]Rimproverato Livorno di tepidezza, lo accendo con lo esempio di Firenze, che manda già milletrecento uomini a Lucca.[625]Livorno spedisce 700 Volontarii ed armi a Firenze,[626]donde poi lacalunnia dello averli io pretoriani miei chiamati quaggiù. Armi tolte ai Circoli,[627]donde poisicurezza intera alla libertà del prossimo voto dell'Assemblea. Schioppi requisiti sotto multa di lire cento a chi dentro tre giorni non li depositasse al Municipio: i Civici impotenti a marciare depositino i loro presso i Capitani, per armarne i Volontarii in procinto di partire,[628]donde poi la calunnia, che io disarmassi la Guardia Civica per dominare tiranno la città. Partono da Firenze 800 Volontarii, altri 800 se ne aspettano da Livorno per organizzarsi.[629]— Invece di mandare soccorsi a Genova, tento potere ottenere armi dall'arsenale di cotesta città.[630]— Da capo mi chiamo parato a rimettere ogni ingiuria, purchè i miei offensori accorrano alla difesa della Patria: sempredimenticai tutto(io dico),e saranno prima stanchi di offendermi, che io di perdonare. — Vengono armi ed armati da Livorno: m'impegno trasportarmi io stesso al campo.[631]Il Gonfaloniere di Pisa, Ruschi, chiama gli scolariassenti, i quali rispondono allo invito, e vogliono essere incamminati a Lucca, quantunque non compresi nella nota firmata alla Università di Pisa.[632]Da Livorno 20 cannonieri toscani, e 18 americani, domandano potersi condurre ai passi dello Abetone. Manganaro spedisce archibugi.[633]— In virtù della solerte opera del Governatore provvisorio e del Gonfaloniere Fabbri, Livorno manda ancora 205 Volontarii, ed altri ne promette.[634]I Municipali tutti sono diretti a Lucca.[635]Accetto i soldati lombardi alle stesse condizioni del Piemonte, se armati ed organizzati; diversamente si lascino andare.[636]

Questo, secondo che ricavo dagli scarsi Documenti autentici che mi trovo fra mano, è quel poco che per me fu fatto, inefficacemente forse, ingenerosamente non già, per tutela del Paese e per salvezza del suo onore. Se mi verranno, come spero, consegnati gli Archivii, potrò ordire più completa Storia; per ora non ho voluto avanzare niente altro, perocchè non mi fosse fatta abilità di appoggiarlo con prove: tale e tanta è la grandine della bugie ai tempi nostri, che oggimai temo che anche il galantuomo corra risico grande di non essere creduto, dove non porti seco in tasca quattro testimoni almeno, che affermino con sacramento la verità delle sue parole. Di più non seppi, nè potei fare: armi e armati raccolti; gioventù commossa; Partiti tutti con preghiere richiesti; anche il ritorno del Principe accennato, come motivo di difesa per serbargli intero lo Stato; Deputati spediti Commissarii in Provincia (più oltre dirò peculiarmente di loro); Guardie civiche mobilizzate; Milizie stanziali, Municipali tutti mandati alle frontiere; Volontarii organizzati; Legioni accademiche ricomposte; e, in quanto a me, oblio delle offese in benefizio della Patria con pienezza di cuore accordato, obbligo di correre io stesso alla frontiera assunto. Capisco che scarsi meriti sono questi per pretendere lode, e non la pretendo; solo non parmi che dovessero fruttarmi l'odio del Municipio fiorentino e dellaCommissione Governativa. Pensai io, e credo che tutti quelli i quali sentono onore pensassero allora, che un motivo armato dovesse da noi farsi, e in ogni caso e sempre a benefizio delle Provincie, che con tanto amore si erano alla fede toscana commesse. Dopo il Decreto del maggio 1848, e dopo le dichiarazioni profferite dal Governo pel fatto dell'Avenza, a operare in questa guisa consiglio prudente e religione di promessa persuadevano. Nè vale dire, che nel presagio della insufficienza degli aiuti fosse meglio non darli; conciossiachè, da un lato, simile contegno apra una porta da rimessa alla ingratitudine, e dall'altro i derelitti non ti menino buona la scusa, ed a ragione, chè da cosa nasce cosa, e la fortuna nelle vicende umane tiene massima parte, e, finchè la speranza ha fiore di verde, tale risorge che si credea spacciato, onde gli antichi costumavano spesso quel detto, che Anteo battendo la terra si rilevava più forte. Nè per mantenersi in fama di onesti bisogna avere promessa lunga e attendere corto; e, se non erro, assai più giova essere parchi a stendere la mano, che facili a lasciare coloro che si raccomandarono a quella.

IlConciliatorenel 27 marzo usciva in questi acerbi rimproveri contro dei miei Colleghi e di me: «Che avete fatto dopo cinque mesi che tenete il Potere, senza che nessuno viabbia seriamente avversato?» (Che cosa s'intenda con la parolaseriamente, io non saprei; quello che so, è che ilConciliatorecon leacute scanefendevamoderatamente a mortei fianchi al Ministero Montanelli, e al Governo Provvisorio.) «Quali sono gli apparecchi vostri, gli uomini, le armi e i danari? La guerra è rotta, Piemonte già versa sangue per la causa d'Italia, e neppure un soldato dei nostri varcò la frontiera: anzipossiamo assicurare, che le scarse milizie ebbero ordine di rientrare nello interno. A questa ora nel marzo del 1848 la Toscana aveva sul Po 8000 combattenti, e si dicevano pochi, e la inettezza o il mal volere del Governo accusavasi, e due Ministeri si rovesciarono per questo, e per questo una Rivoluzione fu fatta, e il Paese esposto a sciagure e ad aggravii esorbitanti; e adesso quando il Piemonte ci domanda: Toscani, dove sono i vostri soccorsi? noi siamo costretti a tacere con vergogna.» Io vi dico in verità, emuli miei, che non per me mai i Toscani hanno dovuto abbassare la fronte avvilita. Questo vostro discorso sembra nato a un parto con l'altro sì famoso del Generale Buonaparte reducedalla impresa di Egitto; ma Buonaparte poteva dire al Direttorio: «Dove sono gli eserciti? che avete fatto dei tesori?» perchè veramente eserciti vittoriosi aveva lasciato, e lo erario pieno; ma i Ministeri precedenti al mio ci avevano lasciato tale una eredità, che se fosse stato in potestà mia io non mi sarei giovato accettarla nè manco col benefizio della Legge e d'Inventario;[637]e questo dicasi in quanto a quattrini: rispetto ai soldati, essi nel marzo non avevano toccato sconfitta sul campo di battaglia, e la troppo peggiore per la disciplina delle armi a Livorno; infermi gli ordini nel marzo, pure non guasti affatto dalle scioltezze, per non dire licenze, della non prospera ritirata. Mariano D'Ayala attese a riordinare e ampliare le milizie nostre, con tale diligentissima cura, che n'ebbe (io ben rammento) dallo stessoConciliatoremeritata lode: onde non si comprende come, elogiato prima lo artefice, si facesse poi a biasimarne la opera. Ma questi sono accorgimenti di Partiti!... A Mariano D'Ayala parve potere restaurare la disciplina nelle soldatesche nostre, svegliando nei loro petti sensi di onore; quindi schivò fra le pene, quelle che la dignità umana offendessero: forse era savio consiglio; a me pareva opera perduta farne sperimento su genti guaste; mi talentava meglio licenziarle tutte per tornare a comporle da capo. A questo mi muoveva il pensiero che, operando sopra gli animi viziati, duriamo fatica doppia, chè prima bisogna tôrre via il fracido e poi edificare; e siccome il guasto difficilmente tutto si leva, così quasi sempre ci tocca a provare nel processo dei tempi i fondamenti deboli; il degno Collega, all'opposto, teneva potere riuscire in virtù del suo sistema, ed io naturalmente piegai riverentissimo la mia opinione dinanzi alla molta perizia ch'egli si trova a possedere delle militari faccende. Però vuolsi confessare, che o si fosse voluto accogliere il mio suggerimento, o piuttosto tenere il sistema di Mariano D'Ayala, nè l'uno nè l'altro potevano produrre i beni desiderati nel breve giro di quattro mesi; e nè in Piemonte, dove pure gli ordini militari di tanto superavano in bontà i toscani, le milizie poterono così tosto riaversi dei danni patiti nella disciplina, a cagione delle sorti infelici della guerra. Bene è vero che ilGoverno piemontese crebbe fino a 135 mila uomini lo esercito nel gennaio del 1849; ma come nei corpi umani la grassezza è segno di floscio, così neanche negli eserciti il numero denota forza; e a tutto vuolsi tempo, anche facendo presto: la colpasta nel non fare nulla, e dare ad intendere di aver fatto. Napoleone sviluppato dalle nevi russe corre in Francia, e prende gente sì, non soldati, per avventurarla ciecamente su le pianure di Dresda e di Lipsia, come un giuocatore disperato si giuoca il danaro dell'ultimo pegno che ha portato al Presto. Questo dicasi rispetto alle milizie stanziali. In quanto ai Volontarii, gli spiriti procedevano alquanto rimessi dopo la prima guerra in Lombardia, però che a molti stava sul cuore la giornata del 29 maggio, in cui 3 mila circa Toscani furono lasciati soli a combattere onoranda ma dolente battaglia contro gli Austriaci grossi di 35,000 uomini, nonostante che fossero stati confortati a tenere il fermo, con la promessa di sollecito soccorso.[638]Arrogi, che fino a tanto resse Gioberti, egli rifuggì da noi come il Diavolo dall'acqua santa; e quando gli subentrò Presidente al Ministero il Generale Chiodo, là su le frontiere dove tenevamo soldati per la comune difesa, ce li corrompevano imaledetti zelantidel Piemonte, peste dei Governi, e mille volte peggiori degli stessi nemici, e li traevano a disertare con armi e bagagli.[639]

IlConciliatoreriportava queste notizie senza un filo di biasimo per gl'imbroglioni; e se punto io m'intendo di favella, con tale un garbo che dava ad intendere come cotesti fatti non lo infastidissero troppo:[640]sicchè pareva (per non dire troppo) strano, che dopo venti giorni egli ci conciasse così di santa ragione, se non avevamo da dare i soldati che ci portavano via, e se non volavamo a farci ammazzare per fratelli che mostravanovolerci dare il pane con la balestra.

Dopo che Creonte esultò per l'empie liti di Eteocle e Polinice, può da un punto all'altro, mutati indole e costume, buttata là la clamide greca, e vestito il ferraiuolo di Tartufo, farsi esprobatore dell'uno, perchè guardasse l'altro in cagnesco? L'Accusa rovistando carte non mie ha rinvenuto una lettera, dalla quale resulta che i Piemontesi nel 13 marzo 1849 armata mano avevano preso possesso di Calice, ravvivando in mal punto la vecchia contesa.[641]— Ma chi pospone la Patria al cordogliod'ingiuria patita, non merita sedere al Governo degli Stati; e noi considerando le necessità di questa nostra inclita Madre, e le nobili parole della Corona Toscana, che, confortando il Popolo a sopportare magnanimo i colpi di fortuna, diceva: «E noi non disperiamo della Italia, e siamo risoluti di durare nel proposito, che ci fece unire le nostre armi a quelle del re Carlo Alberto, nè per isventure sapremo mai separarci da lui;»[642]non volemmo venire meno al dovere nostro. Dica pertanto Lorenzo Valerio, se scrisse dirittamente Pasquale Berghini (se pure lo scrisse) quanto si legge stampato nel Libro III, pag. 132, dell'Opera di L. C. Farini, che avversi noi al Piemonte, malgrado le misere superbie nostre, non avremmo avuto uno scudo nè un soldato per la guerra della Indipendenza. Appena vedemmo questo amico fidato, non ci versammo nelle sue braccia con amore, e non deplorammo insieme le miserie le quali avevano impedito che il nostro Popolo e il suo procedessero come a fratelli veri si addice? E dopochè furono reiterate le affettuose accoglienze, più volte venendo a trattare dei bisogni della Patria, non ci legammo per fede con lui, che la causa del Piemonte, e con essa la causa d'Italia, avremmo con ogni supremo sforzo soccorsa? Conobbe in noi punto, il Valerio, stupido astio per la grandezza che il Piemonte deve avere, se piace a Dio, onde sia baluardo efficace d'Italia? — Io penso che Lorenzo Valerio, aperto, schietto e affettuoso Legato del Piemonte, avesse motivo di chiamarsi contento di me, assai più di qualche altro che volle giocare meco di arguzia, e non comprese nulla.

Le maliziette e le saccenterie, mel creda chi legge, arruffano più che altri non pensa; e se ne giovano i guastamestieri e quelli che, non avendo cuore nè mente da accogliere concetti grandi, apportano nella trattativa dei negozii politici le arti del sensale. Fu conclusione dei ragionamenti nostri, che per noi si sarebbe fatta diligentissima provvista di danari e di soldati, intanto che pel medesimo ufficio egli si recherebbe a Roma. Queste conferenzeaccadevano nel 10 marzo 1849; però lascio considerare quali fossero la mia maraviglia e il mio dolore, quando nelle prime ore del giorno 16 marzo venni fatto avvertito da Livorno, Domenico Buffa avere proclamato nel giorno antecedente a Genova rotto lo armistizio Salasco. Mi condussi a casa Montanelli, il quale da parecchi giorni giaceva infermo, e quivi mandai per Valerio, che quantunque per i molti disagi sofferti, e per la tremenda ansietà dell'animo, fosse anch'egli ridotto in pessimo stato di salute, pur venne; e udita la novella, egli, la fronte includendo nel cavo della destra e stringendola con le aperte dita, come persona che la dolorosa moltitudine dei pensieri intenda concentrare in uno solo, più volte esclamò: «Ed avevano promesso aspettare il mio «ritorno!» — Credo potermi ricordare eziandio, ch'egli aggiungesse: «Vogliono perdere tutto!» Non essendone sicuro, io non lo accerto. Ma perchè riesca anche in questa parte compíta la difesa contro l'accusa che mi mettono addosso, pongo senz'altro comento, chè tutto spiega da sè, la minuta di lettera confidenziale trovata dall'Accusa negli Archivii del Governo, e da lei stampata a pag. 220 del suo Volume.

«Signor Ministro,

«Appoggiandosi sul fatto dell'armistizio prosciolto e delle ostilità riprese, il Generale La Marmora ha dichiarato d'occupare Pontremoli e Fivizzano, sotto colore di essere spedito a scendere dall'Appennino in Lombardia.

«Io e il Governo Provvisorio abbiamo sentito la trista nuova della prepotenza che il Piemonte così stranamente ci arreca, e sebbene con animo conturbatissimo, pure abbiamo dato ordine rapidamente alle nostre truppe di lasciar passare le truppe sarde, perchè la guerra ripresa non corresse l'orribile rischio di cominciare con un'avvisaglia fra Piemontesi e Toscani.

«Questo contegno del Governo Sardo è per me inesplicabile: mi affretto però a chiedere confidenzialmente tutte quelle spiegazioni che reputerete più opportune a togliere di mezzo i dubbii che la condotta del vostro Generale insinua gravissimi nell'animo mio.

«Avvezzo a conoscere le tergiversazioni e gl'indugi, coi quali il Governo Piemontese ci ha condotti e tenuti sospesi sulle cose di Lunigiana, io non posso infatti considerare come un semplice avvenimento di guerra, quello della occupazione di Pontremolie Fivizzano, e credo quindi avere il diritto di ottenere convenevoli spiegazioni.

«Per ciò che riguarda poi il Piemonte, io non penso che egli farebbe opera utile neppure a sè stesso, cominciando con tali atti la guerra, e non correggendoli colle spiegazioni opportune. Non penso neppure che il Governo siasi portato convenientemente coll'istesso Valerio, che di tutte queste cose va ignaro, e al quale noi abbiamo resa testimonianza di tutta fiducia, e pei diritti d'un'antica personale amicizia, e più per quelli della rappresentanza d'un Popolo fratello.

«Che anzi in questo stesso momento mi giunge notizia, che la presenza di truppe sarde in Lunigiana abbia già suscitato una serie di atti di rivolta, contro i quali io v'invito a protestare energicamente, dichiarando lo scopo dello stanziamento delle dette truppe, e invitando quella popolazione alla più severa osservanza degli ordini stabiliti. Che se il Governo Piemontese poi non vorrà aderire a queste mie giustissime richieste, io sento il dovere d'ammonirvi delle tristissime conseguenze di un simil contegno, e di farvi noto che dove per voi si tenti di rompere guerra alla Toscana, menomando il suo territorio ofomentando la ribellione, la Toscana potrebbe bene accettarla e fare proclamare la Repubblica a Genova, e sostenere con altri mezzi una ostilità sconsigliata, colla quale dareste principio a una serie forse infinita d'errori e di colpe, e dalla quale penso che aborrirete come ogni generoso Italiano.

«Qui dunque è necessario che il Governo Piemontese dichiari apertamente i suoi intendimenti, e corregga l'odiosità delle apparenze colle prove più amichevoli verso di noi.

«Io e il Governo che rappresento non abbiamo che una via, e la percorreremo energicamente (e il Proclama che vi accludo e la Legge sull'imprestito coatto vi faranno fede di ciò); ma se le nostre relazioni non sieno accompagnate dalla più illimitata fiducia, noi non potremo percorrerla più, e su voi ricadrà tutta l'odiosità della nostra impotenza. Si tolga dunque di mezzo ogni causa che spenge l'entusiasmo e l'amore che deve congiungere i due Popoli e i due Governi, e speditemi quanto prima potete le spiegazioni che chieggo. Vi saluto distintamente ec.


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