«Facendo scrivere il 14 febbraio 1849 (giorno della Spedizione a Santo Stefano) al Governatore di Portoferraio, lo Ammoniva: «Se il Principe èpartito, non èdecaduto; lo Stato non è perciò venuto a mancare; le leggi non sono abolite ec.»Nè solo faceva scrivere, che il Principe non era decaduto, ma confidenzialmente lo scriveva di propria mano egli stesso al Prefetto di Lucca Raimondo Buoninsegni:«Ministero dello Interno«A. C.«Torno a scrivervi. — Armate — armate — armate.«Suscitate con tutti i mezzi il patriottismo del Popolo.«Credete a me; co'Riformistinon tregua mai nè pace; ci fanno guerra sotterranea e crudele.«Non temete Piemonte. Francia e Inghilterra stanno con noi e proteggono.Non abbisogniamo di giuramento. I soldati giurarono allo Stato. Lo Stato ci è. LeopoldoNON FU DICHIARATO DECADUTO: ciò spetterà, SE VORRÀ FARLO, alla Nazione.«I soldati non saranno tutti cattivi: separate i buoni dai tristi; comprimete, fucilate: fate il diavolo e peggio, che in questi casi è il meglio.«A Manganare fu scritto opportunamente. Eccitate i soldati con premii e buone parole. Domani una Legge militare.«Sarà provvisto danaro in tempo. Confermo le passate. Energia, perdio! energia; le mezze misure ci ammazzano.«Firenze, 13 febbraio 1849. — 1 ora e ½ pom.«Guerrazzi.«Avvisate di ora in ora.»IXXV. Spedizione di Lucca, § 9. — Pag. 481, innota.«Qui ho parlato di Decreto pubblicato senza ch'io lo firmassi: nell'Appendice terrò discorso di altro Decreto da me firmato senza averlo letto.»Io ho parlato di Decreto impresso senza il mio consenso, e senza la mia firma; ora terrò discorso di Legge pubblicata con la mia firma, e senza il mio consenso, e voglio dire della Legge del 4 marzo 1849. — Questo però non s'intenda assolutamente alla lettera, però che il Decreto del 4 marzo 1849 fosse, co' lavori disposti dal Consiglio di Stato, e dal Cavaliere Sopraintendente Peri, annuente il signor Mazzoni, compilato dall'onorevole uomo Lionardo Romanelli, il quale venne a sottoporlo alla mia sanzione mentre il Legato Maestri, col suo Stato Maggiore, sosteneva meco la sualotta quotidiana; onde io turbato dalla contesa vi gettai sopra gli occhi, ma la condizione dell'animo mio non mi concedeva, non che considerarlo, leggerlo materialmente; e questo sia detto affinchè non si creda il signor Romanelli capace di sottrarre la firma altrui per sorpresa: la colpa fu tutta mia, non sua.Di nessun peccato mai ho così fervorosamente pregato Dio a perdonarmi come di questo. In quell'Atto si vede sanzionato il principio della separazione in carcere pertutto il tempo della pena. Ora questa misura è contraria alla religione, alla salute del carcerato, alla sua intelligenza, al fine della pena, alla economia e al bene della società.Alla religione: perchè l'uomo per laprigionia separata, di soverchio protratta, si dispera, e, o violento si dà la morte, o nel cuore diventato salvatico maledice quello ch'è orribile maledire. In Inghilterra, nella prigione modello di Pentonville, di cui ragionerò più sotto, nello spazio di 18 mesi si verificarono sei suicidii sopra 450 detenuti; e ilCoronerebbe a dichiarare parergli cotestosistema fatale.Alla salute: dacchè è provato come l'uomo non possa stare per anni e anni dentro una cella di pochi passi alta e lunga, stremo di aria, senza intisichire, o contrarre altro morbo locale, come scrofole tubercolari o alienazione mentale. Il carcere di Pentonville fu fabbricato per 500 prigionieri, e costò 3 milioni di lire. La camera di ogni detenuto ha 14 passi di lunghezza; l'aria vi si rinnuova mercè ventilatori costruiti co' migliori trovati; col mezzo di bene intesi apparecchi, vi si alternano correnti di aria fredda e calda; così che durante mesi interi la temperatura non varia più di un grado o due; vi si trovano campanello per chiamare i serventi, sedie, tavolini e letto eccellentissimi, tavola per le mondizie, dove due cannelle versano a piacimento acqua calda e acqua fredda. Il vitto corrisponde allo albergo; abbondante, ben cucinato, di prima qualità; carne giornalmente, perchè trovarono, che senza carne il prigioniero diminuiva notabilmente di peso (oltre 15 libbre per individuo, è 86 su %), e le forze lo abbandonavano. Non vi è con minore diligenza curato lo spirito; vi si trova una Biblioteca generale, e alquanti libri compongono una biblioteca particolare per ogni cella. Quattro professori sono preposti allo sviluppo della intelligenza dei condannati. I Vescovi e i Ministri di tratto in tratto li visitano. Nonostante queste comodità, ho notato il numero dei suicidii nel corso di 18 mesi; e nonostante gli agii esposti, uomini di dottrina e di pratica grandissime hanno attestato solennemente, che l'uomo non può sopportare senza danno dell'anima e del corpo la carcere separata per più di 12 mesi. Dopo i 12 mesi si ammettono i detenuti al lavoro collettivo, poi si trasportano nella terra di Van-Diemen, alla isola di Norfolk, nell'Australia, o altrove. — Con l'Attodei 4 marzo 1849, confermato con laLeggedel 5 maggio 1849, tutta intera la pena si sconta nella carcereseparata; ch'è quanto dire con la perdita della salute e della intelligenza, peggiore assai di quella della vita; — il lavoro, la più parte in cella, consistente in filare canape, fatalissimo per la polvere minuta che n'esce, causa potente di etisia; — il vitto vario: pei condannati allo Ergastolo, carne (4 oncie) e vino (1 mezzetta), una volta per settimana; alla Casa di Forza, carne e vino nella medesima proporzione, due volte; alla Casa di Detenzione, tre volte: — ventilatori non si conoscono; temperatura quale la stagione manda nella state e nel verno; aria poca, acqua fredda sempre; — mobili, un letto pieno di capecchio, che si alza e si chiude al muro per tutta la giornata; non seggiole, non tavole; uno sgabello incatenato, una mensola traversa, una catinella, una brocca, un vaso mutato due volte al giorno; — le stanze lunghe sette passi, larghe poco più di due (a tre non arrivano), fetide e buie; d'insetti schifosi, qui nelle Murate, popolatissime; —sacramentalel'ordine che i detenuti non si parlino nè si vedano; e per meglio assicurarsene, le brevi finestre, ora quadre,ora circolari, ora bucate a guisa di 8 (come a Volterra), munite spesso dalle tramoggie,invenzione infernale, che lascia vedere uno spicchio di cielo all'insù. Su questo proposito io mi ricordo un fatto di Lord King Gran Cancelliere d'Inghilterra, a cui i prigionieri della Flotta si lagnarono di essere tenuti in celle oscure senza mai poterne uscire. Il Direttore scusavasi col motivo, che sarebbero fuggiti se gli avesse lasciati fuori, a cagione della poca sicurezza del carcere; ma Lord King lo ammonì severo: «fate alzare i muri quanto volete, ma guardatevi di fabbricare unaprigione dentro la prigione.»Il lavoro in comune si concede, ma a chi? Ai detenuti nello Ergastolo giunti al settantesimo anno, e a quelli che condannati a vita vi passarono il massimo periodo dello Ergastolo a tempo. Signore! E qual lavoro possono fare allora in comune se non iscavarsi la fossa, dove avranno ad essere in breve sepolti? Io ho esaminato questi infelici, quando escono per un'ora a prendere aria in certi chiostrini chiusi dintorno, lunghi quanto un lenzuolo mortuario, donde non si vede che un po' di cielo; e sono rimasto percosso dal camminare vacillante a modo di ebbro, dalla faccia cadaverica emaciata, con isbattimenti colore di cenere; tranne pochi, o giovani o di fresco venuti, non anche domi dalle rigide carezze di questo carcereumanitario. La pena può nello Ergastolo prolungarsi a vita, nella Casa di Forza a sette anni e mezzo, in quella di Detenzione non so bene a quanto[760].E quanto sia maggiore supplizio simile detenzione ad un uomo italiano che ad uno inglese, si comprende da chi tenga conto del clima, e della nostra natura meridionale, bisognosa di espansione.Contraria alla economia: perchè il lavoro individuale, tranne rarissime eccezioni, non ricatterà mai le spese del mantenimento, mentre il lavoro collettivo sempre le supera. In Inghilterra il lavoro individuale ha rappresentato da Lire 60 a Lire 300 l'anno, mentre il lavoro collettivo ha dato Lire 3 al giorno; fra noi credo non andare errato se affermo che il valore del lavoro separato a Volterra non oltrepassasse mai lamediadi sette soldi per giorno.Il minimo della media del mantenimento dei detenuti nello Ergastolo, e nelle Case di Forza e di Detenzione, somma a Volterra a Lire 165. 3. 4. per individuo; ma non vi si comprendono le spese degliimpiegati, delle guardie, del mantenimento di fabbrica, mobiliare, e interessi di capitali spesi ec.Contraria alla intelligenza: perchè se dietro prove continue uomini insigni reputarono, che senza danno delle facoltà intellettuali l'uomo non potesse rimanere chiuso in carcere separato per 12, o al massimo per 18 mesi, pensate un po' voi se vi si possa tenere per 6 anni, anzi per tutta la vita!Di quelli che all'Accusa piacque darmi per coaccusati, il giovane Pantanelli, per insania, si segò le vene, ed ora abita Bonifazio; Petracchi, per disperazione, si gettò giù dalle finestre e si ruppe le gambe; tenuto un tempo a Bonifazio, fu rimandato alle Murate concio, come, Dio ve lo dica per me. Il Piccini, svanito, tentenna per andarvi; vi andò ancora il Capecchi, ma, a quanto mi dicono, per simulata pazzia: pure, che sia ridotto a mal termine non è difficile credere: degli altri non so.Contraria al fine della pena: perchè questa intende correggere, e il carcere separato soverchiamente, o protratto, uccide; ogni emulazione che nasce dal consorzio è tolta via; ogni impressione derivante dal commercio degli uomini soppressa; il cuore, impregnato di tristezza, cose triste rumina sempre; i vincoli di famiglia sciolti. Se il carcerato impietrisce l'anima, che gl'importeranno moglie e figliuoli? Se non giunge a diventare pietra nell'anima, forza è che diventi cadavere logoro dall'angoscia cocente dei suoi pensieri. E d'altra parte non si conosce argomento, che tanto valga a placare e a intenerire i cuori, a predisporli al pentimento, quanto le affezioni domestiche. Io ho letto, come per indagini istituite resulta nellescuole cenciosedi Londra di rado incontrarsi figliuoli corrotti dai genitori. Gran freno agli uomini è lo amore dei figliuoli, e sopra tutti temuto il giudizio della propria famiglia! Io potrei addurre stupendi esempii di padri e di madri, che studiosamente nascosero la propria turpitudine ai figliuoli, per non doverne arrossire davanti a loro. Dunque perchè nell'ammenda del colpevole vogliamo privarci di questo argomento, confessato il meglio efficace di ogni altro?Leggiamo che una Commissione di Francesi nel 21 aprile 1851 si è condotta nel Belgio a studiare i mezzi di svegliare nei condannati sensi di pentimento, e di rimorso! Che i Romani mandassero in Grecia per Leggi, bene sta; perchè non è strano che il Popolo più adulto nella civiltà superi pei trovati intellettuali il meno adulto; ma nei tempi che corrono, andare in cerca di argomenti per commuovere il cuore, come se fossero artificiali, e si trattasse di provocare gli affetti come i sudori, parmi cosa da trasecolare: non ci è bisogno di andare tanto lontani, no; qui in casa fucile abbiamo e pietra focaia atta a levare cotesto fuoco, il cuore umano e gli affetti domestici.Se per virtù di questi tu non ricavi scintilla di pentimento o di rimorso, tu viaggiassi quanto Aasvero, non incontrerai di meglio. Riguardo alle femmine, è provato come nulla più giovi ad emendarlo, quanto costituirle nella dignità di mogli e di madri. Il signor Hampton c'informa, notabile essere il buon contegno delle condannate alla Terra del Van-Diemen dopo il matrimonio. Se così per le donne, perchè no per gli uomini? —Nozze, tribunali, ed are, — diero alle umane belve esser pietose — di sè stesse e di altrui.Contraria al bene della società: perchè, che cosa diventeranno la moglie ed i figli del condannato? Uscito dopo lunga prigionia egli non cura ricercarne; ma se lo pungesse siffatto desiderio, dove mai gli andrebbe a trovare? — Ah! i suoi figli forse saranno nella carcere donde egli è uscito poco anzi: le figlie in parte ch'è vergogna dire.E nonostante, giovani e dilicate donne non rifuggono di avventurare il piede nei sinistri carceri, e solo per vedere linde le pareti, gli usci ritinti, simmetriche le celle come quelle del Castoro, la fuga dei corridori, vanno in estasi per la bellezza del luogo, e non rifiniscono mai,calandre sentimentali, di dare ad intendere che le prigioni sono quasi diventate casini a Fiesole. Se voi sapeste come, dietro cotesta porta ritinta, continua si disfaccia una esistenza, a modo di arena che sgorga dall'oriolo a polvere! Se voi sapeste, povere creature destinate a rimanere sempre deluse dalla fronte prima delle cose, voi piangereste le più dolenti delle nostre lacrime. Voi non potete sentire cantare al povero storno le parole:I can't get out, che commossero tanto le viscere al nostro amico Yorik; perchè s'egli dicesse soltanto:non posso uscire, sarebbe chiuso in carcere anche più tetra, e a pane e acqua.Howard, per giudicare con pieno conoscimento delle carceri, volle starvi rinchiuso per quattro mesi, o sei, che non ricordo bene; ed io fermamente penso, che poco possa parlarne chi non le ha provate. In questo caso, senza taccia d'immodestia, mi dichiaro professore;à quelque chose malheur est bon: e di vero, se Dio mi dà grazia, intendo che questa esperienza, acquistata a prezzo sì duro, fruttifichi alla Umanità.Però non sarebbe giusto negare, che da quello erano prima le nostre carceri non abbiano migliorato assai; ma in faccende tanto importanti non bisogna mai volgere il capo addietro, per vedere il cammino percorso; all'opposto tenere sempre diritti gli occhi al sentiero che ci rimane davanti; e meglio poi, bisogna non innamorarci tanto dei trovati stranieri, quando neppure si possono mettere in opera com'essi fanno; e pensare sempre che tutti i climi non sono benigni al medesimo fiore. Io voglio sperare, che, mercè l'ottima mente di chi presiede agl'Istituti Penitenziarii in Toscana, sarà emendato, e presto, il fatto fatale e involontario da me commesso della prigionia separataper tutto il tempo della pena; — confido, che, applicandoci lo ingegno, egli troverà mezzo, senza danno, e con utile inestimabile, di riunire gli uomini in umano consorzio, almeno in quanto concerne il lavoro comune; e in questa speranza tempero il dolore di essermi condotto con leggerezza in negozio tanto importante. Non mi trattengo neppure ad avvertire come il carcere promiscuo pei reati comuni, e i delitti politici, o tu consideri lo scopo, o risguardi alla moralità della pena, sia indizio supremo di barbarie o di vendetta, spesso di ambedue, onde anche qui non dubito prontissima ed efficace l'ammenda.KXXIX. Del Giudizio pronunziato sul mio operato dal Decreto del 7 gennaio 1851. —Pag. 671e seguenti.Opinioni di alcuni Scrittori partigiani di varie Fazioni intorno al medesimo argomento.Secondo che me ne venne il grido dal mondo lontano, scrissero dei fatti miei distesamente un Inglese, un Francese, parecchi Italiani, fra i quali un Cappuccino. Inglese, Macfarlane energumeno: di costui già lessi laStoria degli Assassini di tutto il Mondoin 3 volumi, e mi parve Omero degno di cotesti eroi, e cotesti eroi degni del loro Omero. Quando mi proveranno, che predicando al Rospo egli potrà per via di persuasioni lasciare il veleno, che gli viene da natura, imprenderò a curare Macfarlane l'Inglese. Il Francese è D'Arlincourt: se costui fosse giovane, la risposta che meriterebbe non sarebbe nemmeno una guanciata....; ma essendo vecchio passeremo su lui, come sopra un sentiero fangoso, in punta di piedi, e in fretta, per non c'imbrattare le scarpe: nella sua gioventù compose romanzi assurdi; ha voluto disonorare i suoi capelli canuti con un romanzo perfido; sciagurato vecchio! Non sembra a voi che io abbia parlato troppo di cotesto mal vecchio? Sì davvero, la metà di avanzo. Lasciamo degli oltramontani, e degli oltremarini, e le loro ignominie: veniamo a favellare degl'Italiani, principiando dal Cappuccino; ma come volete che io mi trattenga con Padre Pasquale (dacchè importa grandemente, o miei Lettori, che voi tutti sappiate come il buon Frate si chiami per lo appunto Fra Pasquale), se fino dal principio del suo Opuscolo mi paragona con una secchia? Secchia? dite voi. — Secchia, dico io; e per farvelo vedere vi cito addirittura il passo, che dichiara così: «Al signor Guerrazzi si tributa nella penisola una specie di culto, onde la nostra critica potrebbe sollevare contro noi le passioni dei suoi proseliti.... La Italia è il solo paese, che possa vantarsi avere trovato in una secchia una causa di guerra, un soggetto di poema. Or bene, il Guerrazzi èquestasecchia, senza altri giuochi di parole![761]» Così, Padre, io tolgo presto commiato da voi; e se non mi sembra dovermi raccomandare ai vostri scritti, penso potermi, o Reverendo, raccomandare con maggiore frutto alle vostre orazioni.... però badate, che io conto sopra di queste.Dopo il Frate metto due Rossi tinti in chermisi: uno si chiama C. Augusto Vecchi, l'altro Carlo Rusconi. Dirò poco del primo, non tanto perchè mi pare che meriti poco, quanto per non conoscerlo intero, essendomi pervenuto della sua Opera fino al sedicesimo fascicolo; ma se la balla corrisponde alla mostra, so bene io come mi avrà concio. Favellando a pagine 248 della mia vita privata, dopo molte gagliofferie afferma, cheappresi sui processi criminali le corruttele dei viventi. Ora io non avvocai cause criminali, tranne due o tre, e queste per la singolarità loro, perchè ricordo che in una si trattava di fattucchieria, e in un'altra di un Carabiniere còlto con l'amante sua dentro a una capanna, — parendomi strano, che là, dove Virgilio aveva trovato argomento dello episodio di Didone ed Enea, i Giudici nostri avessero rinvenuto materia per cacciare in prigione la innamorata Regina, e il pio Troiano; onde io per puro amore del Libro IV dellaEneidemi feci a difenderli. Più oltre C. Augusto Vecchi senti un po' che cosa scrive: «La pazza idolatria di sè stesso lo spinse tanto oltre a credersi disceso da stirpe dominatrice, poichè un Guerrazzo aveva tiranneggiato in remoti tempi la sua natale città.E tutti hanno letto in una sua Lettera diretta a Giuseppe Mazzini com'ei rivendicasse su tarlata pergamena rinvenuta in Portoferraio l'albero geneatico della modesta famiglia sua. Ed io ho veduto nello scorcio del 48 in Firenze siccom'eglidispregiatore in altrui degli aviti vezzi, facesse imprimere sur un polizzino ingessatoun blasone di propria fattura; in cui tra bandiere, picche, e pastorali mitrate, appariva un lione rampante; e sotto una insegna cavalleresca, che nessun principe al certo gli aveva conceduto.[762]» Io con troppo maggiore motivo di quello che ebbe il Cardinale Alfonso d'Este, quando domandò all'Ariosto in proposito dell'Orlando Furioso: donde avete cavato tante c...., devo ricercare il mio Augusto dove diacine abbia letto tantebugie. —Tutti hanno letto la letteraec. Orsù, sa egli leggere? Nè prenda in mala parte la domanda, imperciocchè ho trovato persone, che non sapevano leggere, le quali ne avevano obbligo molto maggiore del suo: supposto pertanto ch'ei sappia, torni a leggere questa lettera meco. Discorrendo delle cose mie alla buona, così scrivo a pagine 19 di questa lettera stampata a Livorno nel 1848 nella Poligrafia Italiana:«Nasco di gente antica. Gli avi miei, agricoltori e soldati, seppero versare il sangue per la patria e per la fede, come senza troppo svolgere di carte te ne porge testimonianza l'Odeporicondel Proposto Lami. Guerrazzo combattè in Ungheria contro il Turco, quando pendeva lite se il mondo dovesse obbedire a Cristo o piuttosto a Maometto, e se alla causa della Umanità avesse a prevalere quella della barbarie; nè egli si ritrasse dai campi di battaglia prima che lacero di ferite non divenne incapace alla milizia, come si ricava dalla patente amplissima del Principe Don Mattias dei Medici datata da Vienna; ebbe la insegna di Santo Stefano, e la potè portare senza vergogna perchè prezzo di sangue[763]. Filippo, regnando Cosimo I, governò Livorno dove io suo discendente dimoro senza neppure il titolo di cittadino. Donato avo mio condusse una compagnia di soldati armata a proprie spese a Napoli col Principe Carlo: nella speranza di future duchee vendeva in parte i paterni poderi. Il Principe Carlo acquistato il regno, seguendo il vecchio costume, attese a tenersi bene edificati i sudditi nuovi, e i suoi sovventori gli increbbero. Gli uomini nelle superbe fortune infastidiscono spesso dei proprii amici nelle umili, i Principi sempre. Antico caso e non raccolto mai dalla esperienza.Donato si ridusse povero a Livorno, e vergognando tornarsi a casa donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui stanziò come uomo deluso, sazio di giorni, e soldato che dal menare le mani in fuori non sapeva fare altro. Roso dal tedio del vivere solo, condusse tardi in moglie una del Popolo, e per sostentarsi continuò a struggere il suo. Le nozze sterili lo confermavano in questo proponimento: moriva, e credo all'ospedale, miserissimo in parte per cagione delle improvvide vendite, in parte per le rapine dei congiunti. Per colmo di sventura lasciava incinta la moglie.»Dunque nè il signor Augusto, nètutti, possono avere letto nella mia lettera le cose, che non vi sono; almeno pare, e dico così, perchè tra la portentosa illuvie delle bugie giudiciali, e stragiudiciali, se io non perdo il lume dello intelletto, è proprio miracolo. Rimane pertanto a conoscere se quello che scrissi, non fatuamente, fosse vero; ed il signorVecchi, se avesse voluto tôrsene il carico, avrebbe potuto trovare nell'Opera del Proposto Lami intitolata:Charitonis et Hodœporici Hodœporìcon(Pars secunda; Florentiae 1741, ex Typographio Jo. Bapt. Bruscagli et Sociorum, ad insigne Centauri):Pag. 606. — «Anno 1553. — Il CapitanoFilippo di Raffaello Guerrazzi di Castelfrancoè Commissario dell'Artiglieria della Fortezza diFoiano. (Vedi sotto all'anno 1574.)Pag. 606. — «Anno 1563. —Guerrazzofigliuolo diFilippo Guerrazzi di Castelfrancofu daCosimo IGranduca creato Cavaliere di S. Stefano pel merito fattosi nella milizia, come consta dal suo Diploma. — Di questo Cavaliere non si fa menzione nellaGalleria dell'Onore.Pag. 608. — «Anno 1574. — Muore Castellano diLivornoil CapitanoFilippo di Raffaello Guerrazzi, il quale fu soldato di valore, ed era prima stato Commissario dell'Artiglieria nella Fortezza diFoianoin Val di Chiana, come si vede da una sua patente del 1553.» —Giuseppe VivoliCavaliere, nel Tomo III degliAnnali di Livorno, Annotazione alla Epoca XI, pag. 126, 128, parlando del Forte dell'Antignano, aggiunge: «Il disegno di questo Forte, dice ilGrifoni(Cron.) con la guida del MS. delPezzini, fosse dal Capitano Filippo Guerrazzi di Castelfranco posto in carta; e che essendo piaciuto a Cosimo I, desse tosto l'ordine al medesimo di presiedere a farlo eseguire (1567).» E più oltre: «Alcuni opinano, avess'egli, oltre il comando della Fortezza, ottenuto in Livorno anche il posto di Commissario, vale a dire, di Capo del Governo locale. Ebbe rinomanza di prode soldato e di ufficiale di merito distinto, perchè, innanzi essere impiegato a Livorno, era stato Comandante del presidio militare dell'Elba.» Al medesimo successe nella stessa carica di Castellano di Livorno il suo fratello Antonio stato Capitano alla Isola del Giglio. — (Storia del Valdarno di sotto, MS. presso il signor Dottore Domenico Guerrazzi di Castelfranco.)Pag. 609-610. — «Anno 1594. — ViveBattista di Bonaccorso Guerrazzi, prima Castellano, poi Capitano di Archibusieri a cavallo in Ungheria, sottoD. Antonio de' Medici; ove in una battaglia restò ferito e inabile a continuare nella milizia: onde si ritornò in Italia, come apparisce dal Passaporto di quel Principe dato inViennail dì 9 ottobre di questo anno, ed esistente appresso i signoriGuerrazzi. — Questa famigliaGuerrazzipassò daGangalandiad abitare aCastelfranconel 1427, come consta da' Libri pubblici della Comunità, e di essa vi sono ancora in oggi due soggetti considerabili per la dottrina; ed uno è il signor AvvocatoGuerrazzi, dimorante in Firenze, e l'altro il signor DottoreRaffaello Guerrazzi, che esercita pure la professione legale nella medesima città, adorno nello stesso tempo di molta erudizione, contro il consueto di simili Dottori, che fanno assai capitaledella barbarie per essere reputati eccellenti. Ha di più fatto considerabile profitto della lingua greca sotto il signor DottoreAngelo Maria Riccipubblico professore della medesima, onde è da esso commemorato nel Catalogo dei suoi discepoli, dato fuora nel primo Tomo delleDissertazioni Omeriche, non lasciando di far menzione ancora del signorTommasosuo Fratello, colle seguenti parole:His adnumerandi Raphael Guerrazzius in Græcarum Litterarum curriculo longe progressus, et Thomas eius frater Sacerdos moribus integerrimis.Pag. 612. — «Anno 1645. — PreteLodovico Guerrazzidi Castelfranco,Proposto.»La prima fabbrica di vetri fu fondata in Livorno dalla mia famiglia, come si ricava dal seguente Documento riportato negliAnnalidel Cavaliere Vivoli, Tomo III, pag. 419:«Paolo e Michele Guerrazzi di Castelfranco abitanti in Pisa supplicano a S. A. S. di haver privilegio di poter fare in Livorno una Fornace di Vetrami di ogni sorta.» — In pié della quale come in filza S. A. S. benignamente rescrisse:«S. A. S. gli farà dar la Casa in Livorno Nuovo a pigione moderata, a loro soddisfazione, et così ordina al Paganuccio che faccia, et che per anni 10 nessuno possa far vetrami in Livorno nè suo Capitanato, nè condurre di fuora per vendere, eccetto loro, eccettuando da questo però cristalli orientali fini, occhiali, spere, paternostrami, et vetri per invetriate, fiaschi che venghino di Fiandra, fiaschi coperti di spalatro, di Francia, che questi vi possono venire. — Con che li Supplicanti saranno obbligati dare le robbe ai bottegai di Livorno per il prezio nel quale gli stanno di presente posti a Livorno, perchè possino vendere a minuto per servizio delle lor botteghe, et come li bottegai saranno obbligati a pigliar le robbe dai Supplicanti, così non potranno li Supplicanti vendere a minuto in detta Terra, et suo Capitanato, a manco numero di dodici pezzi per volta, et il quale ordine il Governatore di Livorno lo farà bandire subito che haveranno messo fuoco, al che fare sieno obbligati per tutto dicembre prossimo, et lo faccia eseguire con quelle pene che saranno convenienti, et quanto alle legne il Paganuccio gliene faccia dare sempre a l'uso et prezzo che le paga S. A.«FERDINANDO.«9 marzo 1598.«Antonio Serguidi.»L'arme trovai in casa, nè avevo punto mestieri falsarla, commettendo opera infame per fine da nulla, imperciocchè la si trovi murata nel mastio della Fortezza Vecchia di Livorno, come tutti i Castellanicostumavano fare, e nelle sepolture della mia famiglia nella Chiesa di Santa Caterina di Pisa, dove si legge questo epitaffio:Sepulcralem hunc lapidemQuem mortalitati consulensSibi suisque vivens posueratFranciscus Guerratius Philos.Ac Medicinæ DoctorTempli incendium consumpsitArdens Camillæ GuerratiæIn Patruum amar restituitAnno Reparatæ SalutisMDCLXV.E dell'Accademia Pisana fu non volgare ornamento Pietro Guerrazzi professore, dichiarato cittadinofiorentino. Turpi sieno, o innocenti, ed anche puerili, le giunterie non sono da me, neppure per fabbricare una insegna. Filippo Guerrazzi nell'arme sua pose i cannoni, perchè Commissario di artiglieria; Guerrazzo la croce di Santo Stefano, e la mitra Monsignore Vincenzo di Domenico Guerrazzi, dell'ordine di Sant'Agostino di Lecceto, promosso al Vescovado di Borgo San Sepolcro, quale non potè conseguire stante la morte immatura. — (MS. citato di sopra.) — Il costume porta di stampare la insegna di famiglia sopra i polizzini da visita, e ve la posi ancora io, non temendo davvero commettere delitto dilesa maestà repubblicana; in ogni caso spero non venire condannato allegemonieper questo. Riguardo poi alla nobiltà il signor Vecchi, se veramente desidera conoscere quello che io ne senta, potrà riscontrarlo, purchè lo legga davvero, nel Capitolo XV dell'Assedio di Firenze, dove troverà che io ne professo la opinione stessa, che ne aveva Dante:«Ben se' tu manto che tosto raccorce,Sì che, se non s'appon di die in die,Lo tempo va dintorno con le force.»E colà dico, che parmi ostentazione di vanità disprezzarla, come pregiarla troppo; e che ai nati da lignaggio reso illustre dagli avi per atti di mano e d'ingegno la chiarezza del sangue impone obbligo grande di continuare la bella trama che eredarono ordita. In quanto a me, ripeto che vengo da agricoltori e da soldati, e pongo fine a simili quisquilie, a cui mi condusse la necessità di lavarmi dalle disoneste imputazioni di falsità, che il signor Vecchi non ha dubitato appormi nel suo libro, che pure intitola: —Storia!Succede un altro Repubblicano, e, per quanto egli c'insegna,socialista: Ministro fu della Repubblica Romana, e tenne l'ufficio degliAffari Esteri; io lo conobbi in Firenze, dove venne a sollecitarmi per laUnificazione et reliqua, con ogni maniera di pressure morali. Ho detto com'egli, nello intento di strascinarmi, giungesse fino ad affermarmi, che Francia e Inghilterra gli avevano promesso protezione e difesa, se di Roma e Toscana si componesse Repubblica; e questo non era vero: ma passione stemperata di Parte sospinge troppo più in là, e stemperatissimo mi apparve il signor Rusconi. Leggo, lui essere d'ingegno mite, d'indole amoroso, e questo volentieri mi presto a credere; e se tale è come ce lo dicono, confrontando le molte falsità, che pure non ha aborrito scrivere, tanto più dovremo deplorare la devastazione che il maledetto spirito di Parte opera anche sopra i migliori. Io pertanto stamperò quello che nel suo libro mi riguarda, e lo verrò di mano in mano con opportune Note commentando.In opposizione alla Requisitoria del Regio Procuratore di Firenze ecco laREQUISITORIA DEL REGIO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA, SIGNOR RUSCONI, estratta dalla sua opera intitolata:La Repubblica Romana del 1849.«Reggeva allora la Toscana con poteri quasi dittatoriali[764]Domenico Guerrazzi, uomo di acutissimo ingegno, ma che troppo poco credeva alla umana virtù per essere capo di un paese, che da una grande virtù soltanto poteva essere salvato[765]. Scrittore efficace, ma dotato piuttosto d'immaginazione che di sentimenti profondi, egli dalle pagine di Machiavelli e di Guicciardino desumeva le ispirazioni di quella politica che intendeva professare[766]. Informato a quelle letture, e i prodigi operati dai Popoli nelle grandi crisi sociali non accettando, che in quanto potevano riuscire sublimi nei dominii dell'arte, egli poco credeva a quelle manifestazioni patriottiche, che vedeva farsi dintorno[767]; stimava la Toscana più facilepreda, che non gli dessero ragione per crederlo le maraviglie di un anno prima di Curtatone e di Montanara.La fuga del Duca gli era sembrata su le prime avvenimento di minore rilievo che altri non riputasse, e con facile fantasia precorrendo lo eventoin quello vedeva forse il filo misterioso, che da quel laberinto poteva trarlo. Ostentando di basarsi sul positivo, sul pratico, come lo scrittore del Principe e messere Francesco, egli, che romanziere era e poeta, rispondeva a chi gli parlava di entusiasmo nazionale, dimandando quanti cannoni e quanti soldati sapeva mettere insieme cotesto entusiasmo[768]. Terribile uomo era egli, e che addimandava gran tatto per essere appressato, giacchè troppo sicuro egli si sentiva di sè, per adottare nessuna risoluzione che paresse essergli stata da altri consigliata.«Il voto di Toscana era però di unificarsi con Roma, di non comporre con essa, che un solo paese, e già i Deputati la Toscana aveva eletti per andare a far parte della Costituente Italiana[769]. Le renitenze del Governo,o piuttosto del Guerrazzi, rimanevano a vincersi, per bandire intanto di fatto quella Unificazione, salvo poi alla Costituente di ratificarla. Il Ministro di Roma sentì la importanza del mandato, che affidato avrebbe al suo Inviato in Toscana, e volle incaricarne il Dottore Pietro Maestri. Se il Guerrazzi era uno avversario terribile, avrebbe avuto con chi lottare, eil Dottore Maestri era tale da sviscerare i pensieri del Dittatore Toscano[770].················«Il doloroso tema delle cose toscane ci chiama a sè, e imprendiamocon tanto maggior disgusto a trattarlo, quantochè la Toscana fu la sola Provincia d'Italia che oscurasse con una pagina turpe la più gloriosa delle Rivoluzioni.«Già dicemmo in altro Capitolo come la Repubblica di Roma fosse stata festeggiata al di là dell'Appennino, e come il voto popolare di Toscana si manifestasse in favore dell'Unificazione delle due Provincie[771]. Ci rimane a dire perchè quella Unificazione non si effettuasse, e quali ne fossero le fatali conseguenze.«Il Guerrazzi che, come vedemmo, reggeva pressochè solo le cose toscane dopo la fuga del Principe, era uno di quegli uomini che, dopo essere stati innalzati dalle Rivoluzioni[772], vergognano, quasi si direbbe, dell'origine della loro grandezza, e non anelano che a farla obliare, blandendo i Partiti opposti.«Repubblicano per tutta la vita, se poteva credersi ai suoi scritti, e tirato anche forse più al demagogo che al repubblicano,allorchè giunto al Potere ebbe modo di far proclamare la Repubblica, non volle[773]; allorchè gli fu dato di unificar due provincie assecondando i voti del Popolo, egli, che unitario e entusiasta del Popolo si era detto, bramò persistere in una disunioneinsensata[774]. Avviluppato dalla Diplomazia, che, non avendo concetti politici, formula nel temporeggiare tutta la sua scienza, egli che scritto avea le pagine dell'Assedio di Firenze, e vilipeso a quanti assumono il mandato di Rappresentanti di Re o di Corti, caduto era nelle reti di un ambasciatore che giudicava colle istruzioni che riceveva dalla distanza dimille migliadei bisogni e dei provvedimenti che dovevano adottarsi per un Popolo[775].Fatto propenso al Piemonte del quale non era mai stato ammiratore, la Repubblica Romanaera divenuta per esso come uno spino, e quello spino vieppiù gli era infesto allorchè gli si parlava di Unificazione[776].«Qual era il concetto di quell'uomo? Lo si può indagare traverso alle oscillazioni della sua condotta. Egli aveva poca fede nella Rivoluzione, niuna nei resultati ch'essa si era proposti. Per esso la questione era di rendersi necessario a tutti i Partiti, e reggere colPositivismoche affettava le sorti del Paese di cui stava a capo[777].Non volendo offendere il Piemonte prima della Battaglia di Novara col mostrare di aderire a Roma, perchè più dell'entusiasmo del Campidoglio apprezzava le baionette piemontesi,dopo la disfatta del Piemonte persistè a non volere unificare la Toscana con Roma, perchè reputò quello il solo mezzo ad evitare un intervento forestiero[778]. Non vedendo come, dopo Novara, non vi fosse più che da inalzare il grido di Francesco I a Pavia:Tutto è perduto, fuorchè l'onore, — egli l'onore ancora volle mettere a repentaglio, e lo perdè miseramente[779]. Errore incompatibile inUomo di Stato, contraddizione a tutta una vita che celebrato avea sempre la gloria e le virtù del sagrifizio, egli credè possibile una Restaurazione senza soldati conoscendo i sentimenti del suo Popolo, egli antepose alla gloria di vivere o morir coi Fratelli il miserabile egoismo di salvarsi solo in mezzo all'esizio universale[780].«Le cose però s'incalorivano ogni giorno dopo la fuga del Duca, e qualche concessione era pur mestieri di fare a quel desiderio diUnificazione che nel Popolo si manifestava. Il Dottor Maestri, Inviato di Roma[781], instava perchè quel desiderio fosse appagato, mostrando che nulla di meglio chiedeva la Repubblica, che nessun altro scopo avea la sua missione.Lottando quotidianamente col Toscano Triumviro, a cui tutti quegli argomenti adduceva che sogliono far forza in chi non ha una preconcetta opinione, egli gli mostrava come iprincipj dovessero salvarsi, quali che si fossero i pericoli a cui si andasse incontro, come la moralità dei democrati stesse nel far concordare le aspirazioni colle opere, come l'utile vero si procacciasse seguendo i dettami di quello che era nobile e grande, e come nulla vi fosse di peggio in politica, specialmente in tempi di Rivoluzione, che il non far nulla, e l'aspettare gli avvenimenti colla stolta lusinga di dominarli.«Queste cose egli diceva altresì al Montanelli e al Mazzoni, compagni del Guerrazzi nel Governo Provvisorio; ma benevoli ascoltatori avea in loro, nè per parte loro sarebbero mai venuti gli ostacoli. Il Guerrazzi solo balenava, prometteva un giorno, poi si peritava, finchè cresciuto l'impeto dell'opinione del Popolo dovette alfine arrendersi sulla fine di febbraio, e fare inserire nelMonitore Toscano[782]:«Come il Governo, volendo mostrare quanto gli stesse a cuore la desiderata Unificazione della Toscana con Roma, avesse intavolate trattative a quell'uopo.»«Le trattative dovevano versare per allora sulla congiunzione dei due territorj, togliendo le linee doganali che li dividevano;«Sulla parificazione delle Tariffe;«Sulla unità di Rappresentanza diplomatica all'Estero;«Sulla reciprocità pel corso delle monete ec. ec.«Quanto al decretare l'Unificazione assoluta dei due Paesi,Guerrazzi opinava che si dovesse aspettare il voto dell'Assemblea Toscana che dovea fra breve radunarsi, sentenza a cui pure aderiva Mazzoni per un suo amore di legalità, soverchio forse in quei momenti, e a cui non ostava il Montanelli, assorto più che in tutt'altro nel concetto della sua Costituente.«Quella concessione fatta all'opinione calmava per un momento il Popolo, ma in breve si vedeva con quanta sincerità Guerrazzi aderisse a ciò che annunziava il foglio officiale[783]. A legare vieppiù i due Paesi, l'Inviato di Roma avea proposto da gran tempo un cambio di Truppe, una divisa per esse uniforme; ma nè l'una, nè l'altra cosa veniva mai attuata. L'unità della Rappresentanza all'Estero restava del pari obliata, sebbene il Governo della Repubblica ne avesse dato l'esempio, affidando al Console Toscano in Genova la tutela eziandio degli interessi dei sudditi romani. La parificazione delle Tariffe, votata infine dall'Assemblea di Roma, era accolta da Guerrazzi colla stessa indifferenza, nè il Governo Toscano facea un passo, mentre quello di Roma gli spianava da ogni lato la strada[784].«Quell'ambigua condotta teneva il Paese nell'agitazione, sfatavagli animi di ogni generoso sentimento, preparava quella terribile catastrofe che dovremo fra breve raccontare.Aggiornata per quanto si era potuto la convocazione della Costituente Toscana[785], il Guerrazzi si vedeva però alfine costretto a radunarla, e nel Discorso di apertura che profferiva faceva una parte tanto più larga a quel voto di Unificazione dei due Paesi, quanto meno intenzione avea di attenerlo, ben conscio d'altronde, che senza assecondare quel voto, almeno in parole, non gli sarebbe rimasto per un'ora il Potere[786]. Senonchè poi, onde non lasciare mettere in discussione quel soggetto, a cui con tanto ardore parea riportarsi, con mille piccole arti ei lo andava sempre aggiornando, adducendo ora la necessità di aspettare lo scioglimento delle cose del Piemonte, ora motivando i sentimenti toscani che da quell'atto, diceva, potevano rimanere offesi. — E all'effetto di prender tempo, egli suggeriva ancora all'Inviato Romano, come, per condizioni preliminari di quella Unificazione, sarebbe stato bene, che Roma sanzionasse che il Governo e la Rappresentanza nazionale avrebbero risieduto un anno a Firenze, uno a Roma; che Firenze avrebbe avuto un collegio militare, una università, una scuola di belle arti, — disposizioni che avrebbero servito a non irritare quelle suscettibilità municipali che troppo fatalmente sentivano, egli soggiungeva, i suoi compagni[787]. Ma gli rispondeva con dignità l'InviatoRomano, non doversi stuprare un gran concetto con quelle meschine considerazioni; doversi far scomparire gli elementi secolari di divisione che tanta parte erano stati nella rovina d'Italia, non piaggiarli, accarezzando grette passioni, che da nessuno, che l'Italia amasse, potevano alimentarsi; doversi mostrare colle opere al Mondo che l'Italia era matura a quella civiltà, per cui dettato avevano le loro pagine i suoi scrittori immortali, per cui il sangue avevano sparso migliaia di martiri: essere necessario infine un atto magnanimo, che forse Sicilia e Venezia avrebbero tosto imitato: e quanto alla Costituente Italiana poi, per cui già la Toscana eleggeva i suoi Deputati, essa avrebbe difinitivamente regolate le condizioni di ogni provincia, facendo ragione a quelle esigenze che potessero restare.«Guerrazzi, stretto così da vicino, inaugurava la Toscana Costituente col Discorso a cui accennammo[788]; poi tergiversando in mille maniere decidevasi ad aspettare l'esito delle cose piemontesi prima di fare null'altro. La Toscana permaneva quindi col Governo Provvisorio, permaneva staccata da Roma;il Partito liberale, sdegnato di quell'inerzia, accennava d'irrompere da un momento all'altro[789].«La notizia della disfatta di Novara poco dopo giungeva, e paralizzava vieppiù le risoluzioni del Guerrazzi. Quella notizia produsse oltre Appennino l'impressione che aveva prodotto a Roma, e là pure si sentì che una crise si avvicinava. Ma mentre Roma traeva forza dalla sventura e si apparecchiava a morire, almeno degnamente, la Toscana, mercè la condotta subdola del suo Triumviro, s'accasciava miseramente; in una stolta ed egoistica lusinga miseramente si addormentava[790].«Guerrazzi, riescito a disfarsi[791]dei suoi Colleghi, che opposti si sarebbero a quelle risoluzioni a cui già piegava, spaventando[792]l'Assemblea con un Rapporto dei Ministro dell'Interno, che dipingevacoi più neri colori lo stato del Paese, indotto avea l'Assemblea ad aggiornarsi, conferendogli una specie di Dittatura, a cui l'ultimo ostacolo veniva tolto coll'allontanamento di Montanelli, mandato a Parigi[793]. Fatto solo rettore delle sorti toscane, fu allora che fra i due partiti che gli restavano, d'unirsi a Roma, odi accudire ad una Restaurazione, si attenne a quest'ultimo, avendo egli, repubblicano, voluto primaforsel'unione col Piemonte monarchico, se il Piemonte vinceva; poi il ritorno del Duca come il solo mezzo, così credeva, di evitare l'intervento tedesco. Questa ultima risoluzione, che avrebbe potuto scusare le sue intenzioni, se fossero state leali, non scusava certo il suo senno. Come non vedeva egli che il Duca non poteva tornare che colla Reazione? Che Livorno, non vi fosse stato altro, non si sarebbe piegata mai a quel ritorno? Che, in fine, un'intervenzione armata diventava necessaria[794]?«Infiammandoi sentimenti nazionali, egli potea mettere il suo Paese in solido con Roma; evocando le memorie di Curtatone e di Montanara, potea spingere la terra ov'era nato a dar di sè una testimonianza dell'antico valore; e se destinato era che entrambi quei Paesi cadessero, grande consolazione sarebbe certo stata che cadevano almeno con gloria; gran documento di virtù cittadina alle venture generazioni avrebbero lasciato! Prima che far ciò, egli preferì di assiderare, con mille voci insidiose astutamente sparse, quei po' di spiriti patrii che tuttavia restavano; si oppose ai Corpi Lombardi che chiedevano di traversare il suolo toscano per andare a Roma; blandì con ogni maniera di accorgimenti gli uomini del Principato, e fu stolto abbastanza, o abbastanza orgoglioso, per credere nella riconoscenza loro, o nel bisogno che avrebbero avuto dell'opera sua[795].«Qual successo potessero aver quelle trame, egli cominciò a immaginarlo la sera dell'11 aprile. Una mano di Livornesi, venuti in Firenze già qualche tempo prima per scuotere la neghittosa che le ambagi del Triumviro avevano assopita, si era impegnata in una lotta con alcuni Fiorentini in cui erano sembrati risvegliarsi tutti gli antichi odii civili[796]. I Livornesi avevano avuta la peggio, e avevano giurato di vendicarsi. Essi erano tornati, forse in un migliaio, il giorno appresso, e Firenze era stata minacciata da una vera battaglia campale. Mercè gli ufficii di molti cittadini la tempesta si era però diradata; i Livornesi erano ripartiti, ma non senza mantenere un cruccio segreto che presto o tardi avrebbe voluto sfogarsi. Ed ecco finalmente che nella sera dell'11 aprile corre voce per Firenze che i Livornesi si battono coi Fiorentini alla Stazione della Strada ferrata; che la Piazza di Santa Maria Novella risuona di colpi e rosseggia di sangue; e l'allarme vien dato alla città, in cui prende allora decisamente il sopravvento il Partito reazionario, che, avendo profittato prima delle ambiguità del Guerrazzi, di quei nuovi fatti allora si valeva per dire i Livornesi rappresentanti dei Demagoghi che insidiavano Toscana, e che era tempo di finirla con quei forsennati che avevano convertito uno Stato tranquillo in un teatro di disordini e di anarchia. Il Partito reazionario concludeva affermando che bisognava tornare alle istituzioni antiche se si voleva la pace, che essi eranoToscani, nonItaliani, e che senza ripudiare l'opera dei Democratici non si sarebbero evitate le fiere catastrofi da cui la Toscana era minacciata[797].«Molti Livornesi macellati in quella sera in Piazza Santa Maria Novella, e le grida dimorte ai Lombardi, morte agli Italiani, mentre sparsero la desolazione nell'anima di tutti i buoni, dovettero far accorto il Guerrazzi a che via andava la Reazione.«L'avvertimento però giungeva troppo tardi. La novella dei fatti di Firenze si spargeva pel contado, dove da qualche giorno manifestavasi qualche commovimento in favore del fuggito Leopoldo, e la mattina del 12 aprile Firenze era percorsa da un'orda briaca, che acclamando al Principe imprecava al nuovo Governo, inferociva con ogni maniera di sevizie contro chiunque le era additato per liberale, andava per abbruciare le case e i fondachi di quelli, che l'opinione pubblica designava per amatori delle cose nuove. La schifosa turba imbestialì a suo senno; così, senza che il Potere costituito ardisse farle opposizione, atterrò gli Alberi della Libertà davanti ai presidii delle Guardie Nazionali, che come smemorate la lasciarono fare, rialzò gli stemmi del Duca facendo gazzarra, e stampò per tal modo un marchio indelebile d'obbrobrio sopra una delle città più gentili di questa terra italiana. Dov'era allora il Governo? Che facea il Municipio? Dove erano le truppe? Come patì la Guardia Nazionale sì rea violenza? La condotta del Guerrazzi portava i suoi frutti; il nulla fare, il paralizzare ogni sentimento patrio, lasciava una delle prime città italiane allo sbaraglio di alcune migliaia di villani; i Liberali piansero di disperazione vedendo l'eccidio a cui le cose erano condotte, vedendo come anche l'onore era stato indegnamente immolato.«La Reazione percorse tutto il suo stadio,si autorizzò dell'idea fatta spargere dal Guerrazzi, che solo una Restaurazione poteva risparmiare un intervento tedesco. Le grida dimorte ai Deputati, morte ai Liberali, rimbombarono per molte ore, accompagnate da atti che per l'onore d'Italia non vogliamo ricordare. Una Commissione fu istituita poi che disse governare in nome del Principe, e gli amici del Principato Toscano cominciarono dal retribuir Guerrazzi dei servigi fatti loro, con quella carcereche da tutt'altri, che da essi, avrebbe dovuto meritare[798].«Le Deputazioni si apprestarono a partir per Gaeta, per richiamare il benamato Principe, e tornare a quellesaggie franchigietroppo dal Guerrazzi e dal Montanelli conculcate. Ma il benamato Principe lasciò scorgere che non voleva far più a sicurtà come prima con quelle dimostrazioni di affetto, e che alcuni battaglioni di tedeschi lo avrebbero meglio rassicurato. Fu allora che anche gli spegnitori di ogni entusiasmo patrio, fu allora che quei reazionarii commovitoridelle campagne conobbero che abisso si fossero scavato, e che cercarono (indegno strattagemma) di adonestar l'intervento austriaco, mostrandolo da Livorno solo motivato. D'Aspre però, a cui noiavano tutte quelle reticenze, che voleva anche un po' umiliar Leopoldo pei suoisentimenti italiani, troncò le ambagi con un Proclama in cui disse, che il Principe stesso aveva voluto quell'intervento. Gli amici del Principato Toscano avrebbero dovuto nascondersi allora per vergogna, se di qualche pudore fossero stati capaci; ma trovarono più idoneo il continuare a bandir la croce sui Repubblicani, dicendo che se anche il Principe non si affidava più in essi, ciò era sempre per opera loro.«Così cadde Firenze, e, che peggio è, cadde vituperosamente; vituperosamente non pel suo Popolo che l'Italia aveva amato, come quello di tutti gli altri Paesi, ma per le stolte e ambiziose tergiversazioni di un uomo che portò ilpessimismodei suoi scritti nella vita politica[799], e per lo zelo di una gente fredda, egoista, inconsiderata, che non comprese come, ostando al movimento nazionale, diveniva per necessità l'alleata dei Tedeschi.«Era serbato a quell'inclita città il vedere quindi una Convenzione stretta col nemico d'Italia per l'occupazione della patria, e il vedere un Corsini ad apporre il suo nome in un patto, che convertiva una provincia italiana in un feudo tedesco.«La Storia, che giudicherà gli uomini e gli atti di questa età dolorosa, saprà dispensare imparzialmente le lodi e l'infamia[800].»Seguono due libri entrambi stampati da Felice Le Monnier, il quale si è fatto Editore del pari della miaApologia, onde si può dire di lui quello che gli antichi narravano della lancia di Achille, la quale sanava le ferite che faceva.
«Facendo scrivere il 14 febbraio 1849 (giorno della Spedizione a Santo Stefano) al Governatore di Portoferraio, lo Ammoniva: «Se il Principe èpartito, non èdecaduto; lo Stato non è perciò venuto a mancare; le leggi non sono abolite ec.»
«Facendo scrivere il 14 febbraio 1849 (giorno della Spedizione a Santo Stefano) al Governatore di Portoferraio, lo Ammoniva: «Se il Principe èpartito, non èdecaduto; lo Stato non è perciò venuto a mancare; le leggi non sono abolite ec.»
Nè solo faceva scrivere, che il Principe non era decaduto, ma confidenzialmente lo scriveva di propria mano egli stesso al Prefetto di Lucca Raimondo Buoninsegni:
«Ministero dello Interno
«A. C.
«Torno a scrivervi. — Armate — armate — armate.
«Suscitate con tutti i mezzi il patriottismo del Popolo.
«Credete a me; co'Riformistinon tregua mai nè pace; ci fanno guerra sotterranea e crudele.
«Non temete Piemonte. Francia e Inghilterra stanno con noi e proteggono.Non abbisogniamo di giuramento. I soldati giurarono allo Stato. Lo Stato ci è. LeopoldoNON FU DICHIARATO DECADUTO: ciò spetterà, SE VORRÀ FARLO, alla Nazione.
«I soldati non saranno tutti cattivi: separate i buoni dai tristi; comprimete, fucilate: fate il diavolo e peggio, che in questi casi è il meglio.
«A Manganare fu scritto opportunamente. Eccitate i soldati con premii e buone parole. Domani una Legge militare.
«Sarà provvisto danaro in tempo. Confermo le passate. Energia, perdio! energia; le mezze misure ci ammazzano.
«Firenze, 13 febbraio 1849. — 1 ora e ½ pom.
«Guerrazzi.
«Avvisate di ora in ora.»
XXV. Spedizione di Lucca, § 9. — Pag. 481, innota.
«Qui ho parlato di Decreto pubblicato senza ch'io lo firmassi: nell'Appendice terrò discorso di altro Decreto da me firmato senza averlo letto.»
«Qui ho parlato di Decreto pubblicato senza ch'io lo firmassi: nell'Appendice terrò discorso di altro Decreto da me firmato senza averlo letto.»
Io ho parlato di Decreto impresso senza il mio consenso, e senza la mia firma; ora terrò discorso di Legge pubblicata con la mia firma, e senza il mio consenso, e voglio dire della Legge del 4 marzo 1849. — Questo però non s'intenda assolutamente alla lettera, però che il Decreto del 4 marzo 1849 fosse, co' lavori disposti dal Consiglio di Stato, e dal Cavaliere Sopraintendente Peri, annuente il signor Mazzoni, compilato dall'onorevole uomo Lionardo Romanelli, il quale venne a sottoporlo alla mia sanzione mentre il Legato Maestri, col suo Stato Maggiore, sosteneva meco la sualotta quotidiana; onde io turbato dalla contesa vi gettai sopra gli occhi, ma la condizione dell'animo mio non mi concedeva, non che considerarlo, leggerlo materialmente; e questo sia detto affinchè non si creda il signor Romanelli capace di sottrarre la firma altrui per sorpresa: la colpa fu tutta mia, non sua.
Di nessun peccato mai ho così fervorosamente pregato Dio a perdonarmi come di questo. In quell'Atto si vede sanzionato il principio della separazione in carcere pertutto il tempo della pena. Ora questa misura è contraria alla religione, alla salute del carcerato, alla sua intelligenza, al fine della pena, alla economia e al bene della società.
Alla religione: perchè l'uomo per laprigionia separata, di soverchio protratta, si dispera, e, o violento si dà la morte, o nel cuore diventato salvatico maledice quello ch'è orribile maledire. In Inghilterra, nella prigione modello di Pentonville, di cui ragionerò più sotto, nello spazio di 18 mesi si verificarono sei suicidii sopra 450 detenuti; e ilCoronerebbe a dichiarare parergli cotestosistema fatale.
Alla salute: dacchè è provato come l'uomo non possa stare per anni e anni dentro una cella di pochi passi alta e lunga, stremo di aria, senza intisichire, o contrarre altro morbo locale, come scrofole tubercolari o alienazione mentale. Il carcere di Pentonville fu fabbricato per 500 prigionieri, e costò 3 milioni di lire. La camera di ogni detenuto ha 14 passi di lunghezza; l'aria vi si rinnuova mercè ventilatori costruiti co' migliori trovati; col mezzo di bene intesi apparecchi, vi si alternano correnti di aria fredda e calda; così che durante mesi interi la temperatura non varia più di un grado o due; vi si trovano campanello per chiamare i serventi, sedie, tavolini e letto eccellentissimi, tavola per le mondizie, dove due cannelle versano a piacimento acqua calda e acqua fredda. Il vitto corrisponde allo albergo; abbondante, ben cucinato, di prima qualità; carne giornalmente, perchè trovarono, che senza carne il prigioniero diminuiva notabilmente di peso (oltre 15 libbre per individuo, è 86 su %), e le forze lo abbandonavano. Non vi è con minore diligenza curato lo spirito; vi si trova una Biblioteca generale, e alquanti libri compongono una biblioteca particolare per ogni cella. Quattro professori sono preposti allo sviluppo della intelligenza dei condannati. I Vescovi e i Ministri di tratto in tratto li visitano. Nonostante queste comodità, ho notato il numero dei suicidii nel corso di 18 mesi; e nonostante gli agii esposti, uomini di dottrina e di pratica grandissime hanno attestato solennemente, che l'uomo non può sopportare senza danno dell'anima e del corpo la carcere separata per più di 12 mesi. Dopo i 12 mesi si ammettono i detenuti al lavoro collettivo, poi si trasportano nella terra di Van-Diemen, alla isola di Norfolk, nell'Australia, o altrove. — Con l'Attodei 4 marzo 1849, confermato con laLeggedel 5 maggio 1849, tutta intera la pena si sconta nella carcereseparata; ch'è quanto dire con la perdita della salute e della intelligenza, peggiore assai di quella della vita; — il lavoro, la più parte in cella, consistente in filare canape, fatalissimo per la polvere minuta che n'esce, causa potente di etisia; — il vitto vario: pei condannati allo Ergastolo, carne (4 oncie) e vino (1 mezzetta), una volta per settimana; alla Casa di Forza, carne e vino nella medesima proporzione, due volte; alla Casa di Detenzione, tre volte: — ventilatori non si conoscono; temperatura quale la stagione manda nella state e nel verno; aria poca, acqua fredda sempre; — mobili, un letto pieno di capecchio, che si alza e si chiude al muro per tutta la giornata; non seggiole, non tavole; uno sgabello incatenato, una mensola traversa, una catinella, una brocca, un vaso mutato due volte al giorno; — le stanze lunghe sette passi, larghe poco più di due (a tre non arrivano), fetide e buie; d'insetti schifosi, qui nelle Murate, popolatissime; —sacramentalel'ordine che i detenuti non si parlino nè si vedano; e per meglio assicurarsene, le brevi finestre, ora quadre,ora circolari, ora bucate a guisa di 8 (come a Volterra), munite spesso dalle tramoggie,invenzione infernale, che lascia vedere uno spicchio di cielo all'insù. Su questo proposito io mi ricordo un fatto di Lord King Gran Cancelliere d'Inghilterra, a cui i prigionieri della Flotta si lagnarono di essere tenuti in celle oscure senza mai poterne uscire. Il Direttore scusavasi col motivo, che sarebbero fuggiti se gli avesse lasciati fuori, a cagione della poca sicurezza del carcere; ma Lord King lo ammonì severo: «fate alzare i muri quanto volete, ma guardatevi di fabbricare unaprigione dentro la prigione.»
Il lavoro in comune si concede, ma a chi? Ai detenuti nello Ergastolo giunti al settantesimo anno, e a quelli che condannati a vita vi passarono il massimo periodo dello Ergastolo a tempo. Signore! E qual lavoro possono fare allora in comune se non iscavarsi la fossa, dove avranno ad essere in breve sepolti? Io ho esaminato questi infelici, quando escono per un'ora a prendere aria in certi chiostrini chiusi dintorno, lunghi quanto un lenzuolo mortuario, donde non si vede che un po' di cielo; e sono rimasto percosso dal camminare vacillante a modo di ebbro, dalla faccia cadaverica emaciata, con isbattimenti colore di cenere; tranne pochi, o giovani o di fresco venuti, non anche domi dalle rigide carezze di questo carcereumanitario. La pena può nello Ergastolo prolungarsi a vita, nella Casa di Forza a sette anni e mezzo, in quella di Detenzione non so bene a quanto[760].
E quanto sia maggiore supplizio simile detenzione ad un uomo italiano che ad uno inglese, si comprende da chi tenga conto del clima, e della nostra natura meridionale, bisognosa di espansione.
Contraria alla economia: perchè il lavoro individuale, tranne rarissime eccezioni, non ricatterà mai le spese del mantenimento, mentre il lavoro collettivo sempre le supera. In Inghilterra il lavoro individuale ha rappresentato da Lire 60 a Lire 300 l'anno, mentre il lavoro collettivo ha dato Lire 3 al giorno; fra noi credo non andare errato se affermo che il valore del lavoro separato a Volterra non oltrepassasse mai lamediadi sette soldi per giorno.
Il minimo della media del mantenimento dei detenuti nello Ergastolo, e nelle Case di Forza e di Detenzione, somma a Volterra a Lire 165. 3. 4. per individuo; ma non vi si comprendono le spese degliimpiegati, delle guardie, del mantenimento di fabbrica, mobiliare, e interessi di capitali spesi ec.
Contraria alla intelligenza: perchè se dietro prove continue uomini insigni reputarono, che senza danno delle facoltà intellettuali l'uomo non potesse rimanere chiuso in carcere separato per 12, o al massimo per 18 mesi, pensate un po' voi se vi si possa tenere per 6 anni, anzi per tutta la vita!
Di quelli che all'Accusa piacque darmi per coaccusati, il giovane Pantanelli, per insania, si segò le vene, ed ora abita Bonifazio; Petracchi, per disperazione, si gettò giù dalle finestre e si ruppe le gambe; tenuto un tempo a Bonifazio, fu rimandato alle Murate concio, come, Dio ve lo dica per me. Il Piccini, svanito, tentenna per andarvi; vi andò ancora il Capecchi, ma, a quanto mi dicono, per simulata pazzia: pure, che sia ridotto a mal termine non è difficile credere: degli altri non so.
Contraria al fine della pena: perchè questa intende correggere, e il carcere separato soverchiamente, o protratto, uccide; ogni emulazione che nasce dal consorzio è tolta via; ogni impressione derivante dal commercio degli uomini soppressa; il cuore, impregnato di tristezza, cose triste rumina sempre; i vincoli di famiglia sciolti. Se il carcerato impietrisce l'anima, che gl'importeranno moglie e figliuoli? Se non giunge a diventare pietra nell'anima, forza è che diventi cadavere logoro dall'angoscia cocente dei suoi pensieri. E d'altra parte non si conosce argomento, che tanto valga a placare e a intenerire i cuori, a predisporli al pentimento, quanto le affezioni domestiche. Io ho letto, come per indagini istituite resulta nellescuole cenciosedi Londra di rado incontrarsi figliuoli corrotti dai genitori. Gran freno agli uomini è lo amore dei figliuoli, e sopra tutti temuto il giudizio della propria famiglia! Io potrei addurre stupendi esempii di padri e di madri, che studiosamente nascosero la propria turpitudine ai figliuoli, per non doverne arrossire davanti a loro. Dunque perchè nell'ammenda del colpevole vogliamo privarci di questo argomento, confessato il meglio efficace di ogni altro?
Leggiamo che una Commissione di Francesi nel 21 aprile 1851 si è condotta nel Belgio a studiare i mezzi di svegliare nei condannati sensi di pentimento, e di rimorso! Che i Romani mandassero in Grecia per Leggi, bene sta; perchè non è strano che il Popolo più adulto nella civiltà superi pei trovati intellettuali il meno adulto; ma nei tempi che corrono, andare in cerca di argomenti per commuovere il cuore, come se fossero artificiali, e si trattasse di provocare gli affetti come i sudori, parmi cosa da trasecolare: non ci è bisogno di andare tanto lontani, no; qui in casa fucile abbiamo e pietra focaia atta a levare cotesto fuoco, il cuore umano e gli affetti domestici.Se per virtù di questi tu non ricavi scintilla di pentimento o di rimorso, tu viaggiassi quanto Aasvero, non incontrerai di meglio. Riguardo alle femmine, è provato come nulla più giovi ad emendarlo, quanto costituirle nella dignità di mogli e di madri. Il signor Hampton c'informa, notabile essere il buon contegno delle condannate alla Terra del Van-Diemen dopo il matrimonio. Se così per le donne, perchè no per gli uomini? —Nozze, tribunali, ed are, — diero alle umane belve esser pietose — di sè stesse e di altrui.
Contraria al bene della società: perchè, che cosa diventeranno la moglie ed i figli del condannato? Uscito dopo lunga prigionia egli non cura ricercarne; ma se lo pungesse siffatto desiderio, dove mai gli andrebbe a trovare? — Ah! i suoi figli forse saranno nella carcere donde egli è uscito poco anzi: le figlie in parte ch'è vergogna dire.
E nonostante, giovani e dilicate donne non rifuggono di avventurare il piede nei sinistri carceri, e solo per vedere linde le pareti, gli usci ritinti, simmetriche le celle come quelle del Castoro, la fuga dei corridori, vanno in estasi per la bellezza del luogo, e non rifiniscono mai,calandre sentimentali, di dare ad intendere che le prigioni sono quasi diventate casini a Fiesole. Se voi sapeste come, dietro cotesta porta ritinta, continua si disfaccia una esistenza, a modo di arena che sgorga dall'oriolo a polvere! Se voi sapeste, povere creature destinate a rimanere sempre deluse dalla fronte prima delle cose, voi piangereste le più dolenti delle nostre lacrime. Voi non potete sentire cantare al povero storno le parole:I can't get out, che commossero tanto le viscere al nostro amico Yorik; perchè s'egli dicesse soltanto:non posso uscire, sarebbe chiuso in carcere anche più tetra, e a pane e acqua.
Howard, per giudicare con pieno conoscimento delle carceri, volle starvi rinchiuso per quattro mesi, o sei, che non ricordo bene; ed io fermamente penso, che poco possa parlarne chi non le ha provate. In questo caso, senza taccia d'immodestia, mi dichiaro professore;à quelque chose malheur est bon: e di vero, se Dio mi dà grazia, intendo che questa esperienza, acquistata a prezzo sì duro, fruttifichi alla Umanità.
Però non sarebbe giusto negare, che da quello erano prima le nostre carceri non abbiano migliorato assai; ma in faccende tanto importanti non bisogna mai volgere il capo addietro, per vedere il cammino percorso; all'opposto tenere sempre diritti gli occhi al sentiero che ci rimane davanti; e meglio poi, bisogna non innamorarci tanto dei trovati stranieri, quando neppure si possono mettere in opera com'essi fanno; e pensare sempre che tutti i climi non sono benigni al medesimo fiore. Io voglio sperare, che, mercè l'ottima mente di chi presiede agl'Istituti Penitenziarii in Toscana, sarà emendato, e presto, il fatto fatale e involontario da me commesso della prigionia separataper tutto il tempo della pena; — confido, che, applicandoci lo ingegno, egli troverà mezzo, senza danno, e con utile inestimabile, di riunire gli uomini in umano consorzio, almeno in quanto concerne il lavoro comune; e in questa speranza tempero il dolore di essermi condotto con leggerezza in negozio tanto importante. Non mi trattengo neppure ad avvertire come il carcere promiscuo pei reati comuni, e i delitti politici, o tu consideri lo scopo, o risguardi alla moralità della pena, sia indizio supremo di barbarie o di vendetta, spesso di ambedue, onde anche qui non dubito prontissima ed efficace l'ammenda.
XXIX. Del Giudizio pronunziato sul mio operato dal Decreto del 7 gennaio 1851. —Pag. 671e seguenti.
Opinioni di alcuni Scrittori partigiani di varie Fazioni intorno al medesimo argomento.
Opinioni di alcuni Scrittori partigiani di varie Fazioni intorno al medesimo argomento.
Secondo che me ne venne il grido dal mondo lontano, scrissero dei fatti miei distesamente un Inglese, un Francese, parecchi Italiani, fra i quali un Cappuccino. Inglese, Macfarlane energumeno: di costui già lessi laStoria degli Assassini di tutto il Mondoin 3 volumi, e mi parve Omero degno di cotesti eroi, e cotesti eroi degni del loro Omero. Quando mi proveranno, che predicando al Rospo egli potrà per via di persuasioni lasciare il veleno, che gli viene da natura, imprenderò a curare Macfarlane l'Inglese. Il Francese è D'Arlincourt: se costui fosse giovane, la risposta che meriterebbe non sarebbe nemmeno una guanciata....; ma essendo vecchio passeremo su lui, come sopra un sentiero fangoso, in punta di piedi, e in fretta, per non c'imbrattare le scarpe: nella sua gioventù compose romanzi assurdi; ha voluto disonorare i suoi capelli canuti con un romanzo perfido; sciagurato vecchio! Non sembra a voi che io abbia parlato troppo di cotesto mal vecchio? Sì davvero, la metà di avanzo. Lasciamo degli oltramontani, e degli oltremarini, e le loro ignominie: veniamo a favellare degl'Italiani, principiando dal Cappuccino; ma come volete che io mi trattenga con Padre Pasquale (dacchè importa grandemente, o miei Lettori, che voi tutti sappiate come il buon Frate si chiami per lo appunto Fra Pasquale), se fino dal principio del suo Opuscolo mi paragona con una secchia? Secchia? dite voi. — Secchia, dico io; e per farvelo vedere vi cito addirittura il passo, che dichiara così: «Al signor Guerrazzi si tributa nella penisola una specie di culto, onde la nostra critica potrebbe sollevare contro noi le passioni dei suoi proseliti.... La Italia è il solo paese, che possa vantarsi avere trovato in una secchia una causa di guerra, un soggetto di poema. Or bene, il Guerrazzi èquestasecchia, senza altri giuochi di parole![761]» Così, Padre, io tolgo presto commiato da voi; e se non mi sembra dovermi raccomandare ai vostri scritti, penso potermi, o Reverendo, raccomandare con maggiore frutto alle vostre orazioni.... però badate, che io conto sopra di queste.
Dopo il Frate metto due Rossi tinti in chermisi: uno si chiama C. Augusto Vecchi, l'altro Carlo Rusconi. Dirò poco del primo, non tanto perchè mi pare che meriti poco, quanto per non conoscerlo intero, essendomi pervenuto della sua Opera fino al sedicesimo fascicolo; ma se la balla corrisponde alla mostra, so bene io come mi avrà concio. Favellando a pagine 248 della mia vita privata, dopo molte gagliofferie afferma, cheappresi sui processi criminali le corruttele dei viventi. Ora io non avvocai cause criminali, tranne due o tre, e queste per la singolarità loro, perchè ricordo che in una si trattava di fattucchieria, e in un'altra di un Carabiniere còlto con l'amante sua dentro a una capanna, — parendomi strano, che là, dove Virgilio aveva trovato argomento dello episodio di Didone ed Enea, i Giudici nostri avessero rinvenuto materia per cacciare in prigione la innamorata Regina, e il pio Troiano; onde io per puro amore del Libro IV dellaEneidemi feci a difenderli. Più oltre C. Augusto Vecchi senti un po' che cosa scrive: «La pazza idolatria di sè stesso lo spinse tanto oltre a credersi disceso da stirpe dominatrice, poichè un Guerrazzo aveva tiranneggiato in remoti tempi la sua natale città.E tutti hanno letto in una sua Lettera diretta a Giuseppe Mazzini com'ei rivendicasse su tarlata pergamena rinvenuta in Portoferraio l'albero geneatico della modesta famiglia sua. Ed io ho veduto nello scorcio del 48 in Firenze siccom'eglidispregiatore in altrui degli aviti vezzi, facesse imprimere sur un polizzino ingessatoun blasone di propria fattura; in cui tra bandiere, picche, e pastorali mitrate, appariva un lione rampante; e sotto una insegna cavalleresca, che nessun principe al certo gli aveva conceduto.[762]» Io con troppo maggiore motivo di quello che ebbe il Cardinale Alfonso d'Este, quando domandò all'Ariosto in proposito dell'Orlando Furioso: donde avete cavato tante c...., devo ricercare il mio Augusto dove diacine abbia letto tantebugie. —Tutti hanno letto la letteraec. Orsù, sa egli leggere? Nè prenda in mala parte la domanda, imperciocchè ho trovato persone, che non sapevano leggere, le quali ne avevano obbligo molto maggiore del suo: supposto pertanto ch'ei sappia, torni a leggere questa lettera meco. Discorrendo delle cose mie alla buona, così scrivo a pagine 19 di questa lettera stampata a Livorno nel 1848 nella Poligrafia Italiana:
«Nasco di gente antica. Gli avi miei, agricoltori e soldati, seppero versare il sangue per la patria e per la fede, come senza troppo svolgere di carte te ne porge testimonianza l'Odeporicondel Proposto Lami. Guerrazzo combattè in Ungheria contro il Turco, quando pendeva lite se il mondo dovesse obbedire a Cristo o piuttosto a Maometto, e se alla causa della Umanità avesse a prevalere quella della barbarie; nè egli si ritrasse dai campi di battaglia prima che lacero di ferite non divenne incapace alla milizia, come si ricava dalla patente amplissima del Principe Don Mattias dei Medici datata da Vienna; ebbe la insegna di Santo Stefano, e la potè portare senza vergogna perchè prezzo di sangue[763]. Filippo, regnando Cosimo I, governò Livorno dove io suo discendente dimoro senza neppure il titolo di cittadino. Donato avo mio condusse una compagnia di soldati armata a proprie spese a Napoli col Principe Carlo: nella speranza di future duchee vendeva in parte i paterni poderi. Il Principe Carlo acquistato il regno, seguendo il vecchio costume, attese a tenersi bene edificati i sudditi nuovi, e i suoi sovventori gli increbbero. Gli uomini nelle superbe fortune infastidiscono spesso dei proprii amici nelle umili, i Principi sempre. Antico caso e non raccolto mai dalla esperienza.
Donato si ridusse povero a Livorno, e vergognando tornarsi a casa donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui stanziò come uomo deluso, sazio di giorni, e soldato che dal menare le mani in fuori non sapeva fare altro. Roso dal tedio del vivere solo, condusse tardi in moglie una del Popolo, e per sostentarsi continuò a struggere il suo. Le nozze sterili lo confermavano in questo proponimento: moriva, e credo all'ospedale, miserissimo in parte per cagione delle improvvide vendite, in parte per le rapine dei congiunti. Per colmo di sventura lasciava incinta la moglie.»
Dunque nè il signor Augusto, nètutti, possono avere letto nella mia lettera le cose, che non vi sono; almeno pare, e dico così, perchè tra la portentosa illuvie delle bugie giudiciali, e stragiudiciali, se io non perdo il lume dello intelletto, è proprio miracolo. Rimane pertanto a conoscere se quello che scrissi, non fatuamente, fosse vero; ed il signorVecchi, se avesse voluto tôrsene il carico, avrebbe potuto trovare nell'Opera del Proposto Lami intitolata:Charitonis et Hodœporici Hodœporìcon(Pars secunda; Florentiae 1741, ex Typographio Jo. Bapt. Bruscagli et Sociorum, ad insigne Centauri):
Pag. 606. — «Anno 1553. — Il CapitanoFilippo di Raffaello Guerrazzi di Castelfrancoè Commissario dell'Artiglieria della Fortezza diFoiano. (Vedi sotto all'anno 1574.)
Pag. 606. — «Anno 1563. —Guerrazzofigliuolo diFilippo Guerrazzi di Castelfrancofu daCosimo IGranduca creato Cavaliere di S. Stefano pel merito fattosi nella milizia, come consta dal suo Diploma. — Di questo Cavaliere non si fa menzione nellaGalleria dell'Onore.
Pag. 608. — «Anno 1574. — Muore Castellano diLivornoil CapitanoFilippo di Raffaello Guerrazzi, il quale fu soldato di valore, ed era prima stato Commissario dell'Artiglieria nella Fortezza diFoianoin Val di Chiana, come si vede da una sua patente del 1553.» —Giuseppe VivoliCavaliere, nel Tomo III degliAnnali di Livorno, Annotazione alla Epoca XI, pag. 126, 128, parlando del Forte dell'Antignano, aggiunge: «Il disegno di questo Forte, dice ilGrifoni(Cron.) con la guida del MS. delPezzini, fosse dal Capitano Filippo Guerrazzi di Castelfranco posto in carta; e che essendo piaciuto a Cosimo I, desse tosto l'ordine al medesimo di presiedere a farlo eseguire (1567).» E più oltre: «Alcuni opinano, avess'egli, oltre il comando della Fortezza, ottenuto in Livorno anche il posto di Commissario, vale a dire, di Capo del Governo locale. Ebbe rinomanza di prode soldato e di ufficiale di merito distinto, perchè, innanzi essere impiegato a Livorno, era stato Comandante del presidio militare dell'Elba.» Al medesimo successe nella stessa carica di Castellano di Livorno il suo fratello Antonio stato Capitano alla Isola del Giglio. — (Storia del Valdarno di sotto, MS. presso il signor Dottore Domenico Guerrazzi di Castelfranco.)
Pag. 609-610. — «Anno 1594. — ViveBattista di Bonaccorso Guerrazzi, prima Castellano, poi Capitano di Archibusieri a cavallo in Ungheria, sottoD. Antonio de' Medici; ove in una battaglia restò ferito e inabile a continuare nella milizia: onde si ritornò in Italia, come apparisce dal Passaporto di quel Principe dato inViennail dì 9 ottobre di questo anno, ed esistente appresso i signoriGuerrazzi. — Questa famigliaGuerrazzipassò daGangalandiad abitare aCastelfranconel 1427, come consta da' Libri pubblici della Comunità, e di essa vi sono ancora in oggi due soggetti considerabili per la dottrina; ed uno è il signor AvvocatoGuerrazzi, dimorante in Firenze, e l'altro il signor DottoreRaffaello Guerrazzi, che esercita pure la professione legale nella medesima città, adorno nello stesso tempo di molta erudizione, contro il consueto di simili Dottori, che fanno assai capitaledella barbarie per essere reputati eccellenti. Ha di più fatto considerabile profitto della lingua greca sotto il signor DottoreAngelo Maria Riccipubblico professore della medesima, onde è da esso commemorato nel Catalogo dei suoi discepoli, dato fuora nel primo Tomo delleDissertazioni Omeriche, non lasciando di far menzione ancora del signorTommasosuo Fratello, colle seguenti parole:His adnumerandi Raphael Guerrazzius in Græcarum Litterarum curriculo longe progressus, et Thomas eius frater Sacerdos moribus integerrimis.
Pag. 612. — «Anno 1645. — PreteLodovico Guerrazzidi Castelfranco,Proposto.»
La prima fabbrica di vetri fu fondata in Livorno dalla mia famiglia, come si ricava dal seguente Documento riportato negliAnnalidel Cavaliere Vivoli, Tomo III, pag. 419:
«Paolo e Michele Guerrazzi di Castelfranco abitanti in Pisa supplicano a S. A. S. di haver privilegio di poter fare in Livorno una Fornace di Vetrami di ogni sorta.» — In pié della quale come in filza S. A. S. benignamente rescrisse:
«S. A. S. gli farà dar la Casa in Livorno Nuovo a pigione moderata, a loro soddisfazione, et così ordina al Paganuccio che faccia, et che per anni 10 nessuno possa far vetrami in Livorno nè suo Capitanato, nè condurre di fuora per vendere, eccetto loro, eccettuando da questo però cristalli orientali fini, occhiali, spere, paternostrami, et vetri per invetriate, fiaschi che venghino di Fiandra, fiaschi coperti di spalatro, di Francia, che questi vi possono venire. — Con che li Supplicanti saranno obbligati dare le robbe ai bottegai di Livorno per il prezio nel quale gli stanno di presente posti a Livorno, perchè possino vendere a minuto per servizio delle lor botteghe, et come li bottegai saranno obbligati a pigliar le robbe dai Supplicanti, così non potranno li Supplicanti vendere a minuto in detta Terra, et suo Capitanato, a manco numero di dodici pezzi per volta, et il quale ordine il Governatore di Livorno lo farà bandire subito che haveranno messo fuoco, al che fare sieno obbligati per tutto dicembre prossimo, et lo faccia eseguire con quelle pene che saranno convenienti, et quanto alle legne il Paganuccio gliene faccia dare sempre a l'uso et prezzo che le paga S. A.
«FERDINANDO.
«9 marzo 1598.
«Antonio Serguidi.»
L'arme trovai in casa, nè avevo punto mestieri falsarla, commettendo opera infame per fine da nulla, imperciocchè la si trovi murata nel mastio della Fortezza Vecchia di Livorno, come tutti i Castellanicostumavano fare, e nelle sepolture della mia famiglia nella Chiesa di Santa Caterina di Pisa, dove si legge questo epitaffio:
Sepulcralem hunc lapidemQuem mortalitati consulensSibi suisque vivens posueratFranciscus Guerratius Philos.Ac Medicinæ DoctorTempli incendium consumpsitArdens Camillæ GuerratiæIn Patruum amar restituitAnno Reparatæ SalutisMDCLXV.
E dell'Accademia Pisana fu non volgare ornamento Pietro Guerrazzi professore, dichiarato cittadinofiorentino. Turpi sieno, o innocenti, ed anche puerili, le giunterie non sono da me, neppure per fabbricare una insegna. Filippo Guerrazzi nell'arme sua pose i cannoni, perchè Commissario di artiglieria; Guerrazzo la croce di Santo Stefano, e la mitra Monsignore Vincenzo di Domenico Guerrazzi, dell'ordine di Sant'Agostino di Lecceto, promosso al Vescovado di Borgo San Sepolcro, quale non potè conseguire stante la morte immatura. — (MS. citato di sopra.) — Il costume porta di stampare la insegna di famiglia sopra i polizzini da visita, e ve la posi ancora io, non temendo davvero commettere delitto dilesa maestà repubblicana; in ogni caso spero non venire condannato allegemonieper questo. Riguardo poi alla nobiltà il signor Vecchi, se veramente desidera conoscere quello che io ne senta, potrà riscontrarlo, purchè lo legga davvero, nel Capitolo XV dell'Assedio di Firenze, dove troverà che io ne professo la opinione stessa, che ne aveva Dante:
«Ben se' tu manto che tosto raccorce,Sì che, se non s'appon di die in die,Lo tempo va dintorno con le force.»
«Ben se' tu manto che tosto raccorce,
Sì che, se non s'appon di die in die,
Lo tempo va dintorno con le force.»
E colà dico, che parmi ostentazione di vanità disprezzarla, come pregiarla troppo; e che ai nati da lignaggio reso illustre dagli avi per atti di mano e d'ingegno la chiarezza del sangue impone obbligo grande di continuare la bella trama che eredarono ordita. In quanto a me, ripeto che vengo da agricoltori e da soldati, e pongo fine a simili quisquilie, a cui mi condusse la necessità di lavarmi dalle disoneste imputazioni di falsità, che il signor Vecchi non ha dubitato appormi nel suo libro, che pure intitola: —Storia!
Succede un altro Repubblicano, e, per quanto egli c'insegna,socialista: Ministro fu della Repubblica Romana, e tenne l'ufficio degliAffari Esteri; io lo conobbi in Firenze, dove venne a sollecitarmi per laUnificazione et reliqua, con ogni maniera di pressure morali. Ho detto com'egli, nello intento di strascinarmi, giungesse fino ad affermarmi, che Francia e Inghilterra gli avevano promesso protezione e difesa, se di Roma e Toscana si componesse Repubblica; e questo non era vero: ma passione stemperata di Parte sospinge troppo più in là, e stemperatissimo mi apparve il signor Rusconi. Leggo, lui essere d'ingegno mite, d'indole amoroso, e questo volentieri mi presto a credere; e se tale è come ce lo dicono, confrontando le molte falsità, che pure non ha aborrito scrivere, tanto più dovremo deplorare la devastazione che il maledetto spirito di Parte opera anche sopra i migliori. Io pertanto stamperò quello che nel suo libro mi riguarda, e lo verrò di mano in mano con opportune Note commentando.
In opposizione alla Requisitoria del Regio Procuratore di Firenze ecco la
REQUISITORIA DEL REGIO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA, SIGNOR RUSCONI, estratta dalla sua opera intitolata:La Repubblica Romana del 1849.
«Reggeva allora la Toscana con poteri quasi dittatoriali[764]Domenico Guerrazzi, uomo di acutissimo ingegno, ma che troppo poco credeva alla umana virtù per essere capo di un paese, che da una grande virtù soltanto poteva essere salvato[765]. Scrittore efficace, ma dotato piuttosto d'immaginazione che di sentimenti profondi, egli dalle pagine di Machiavelli e di Guicciardino desumeva le ispirazioni di quella politica che intendeva professare[766]. Informato a quelle letture, e i prodigi operati dai Popoli nelle grandi crisi sociali non accettando, che in quanto potevano riuscire sublimi nei dominii dell'arte, egli poco credeva a quelle manifestazioni patriottiche, che vedeva farsi dintorno[767]; stimava la Toscana più facilepreda, che non gli dessero ragione per crederlo le maraviglie di un anno prima di Curtatone e di Montanara.La fuga del Duca gli era sembrata su le prime avvenimento di minore rilievo che altri non riputasse, e con facile fantasia precorrendo lo eventoin quello vedeva forse il filo misterioso, che da quel laberinto poteva trarlo. Ostentando di basarsi sul positivo, sul pratico, come lo scrittore del Principe e messere Francesco, egli, che romanziere era e poeta, rispondeva a chi gli parlava di entusiasmo nazionale, dimandando quanti cannoni e quanti soldati sapeva mettere insieme cotesto entusiasmo[768]. Terribile uomo era egli, e che addimandava gran tatto per essere appressato, giacchè troppo sicuro egli si sentiva di sè, per adottare nessuna risoluzione che paresse essergli stata da altri consigliata.
«Il voto di Toscana era però di unificarsi con Roma, di non comporre con essa, che un solo paese, e già i Deputati la Toscana aveva eletti per andare a far parte della Costituente Italiana[769]. Le renitenze del Governo,o piuttosto del Guerrazzi, rimanevano a vincersi, per bandire intanto di fatto quella Unificazione, salvo poi alla Costituente di ratificarla. Il Ministro di Roma sentì la importanza del mandato, che affidato avrebbe al suo Inviato in Toscana, e volle incaricarne il Dottore Pietro Maestri. Se il Guerrazzi era uno avversario terribile, avrebbe avuto con chi lottare, eil Dottore Maestri era tale da sviscerare i pensieri del Dittatore Toscano[770].
················
«Il doloroso tema delle cose toscane ci chiama a sè, e imprendiamocon tanto maggior disgusto a trattarlo, quantochè la Toscana fu la sola Provincia d'Italia che oscurasse con una pagina turpe la più gloriosa delle Rivoluzioni.
«Già dicemmo in altro Capitolo come la Repubblica di Roma fosse stata festeggiata al di là dell'Appennino, e come il voto popolare di Toscana si manifestasse in favore dell'Unificazione delle due Provincie[771]. Ci rimane a dire perchè quella Unificazione non si effettuasse, e quali ne fossero le fatali conseguenze.
«Il Guerrazzi che, come vedemmo, reggeva pressochè solo le cose toscane dopo la fuga del Principe, era uno di quegli uomini che, dopo essere stati innalzati dalle Rivoluzioni[772], vergognano, quasi si direbbe, dell'origine della loro grandezza, e non anelano che a farla obliare, blandendo i Partiti opposti.
«Repubblicano per tutta la vita, se poteva credersi ai suoi scritti, e tirato anche forse più al demagogo che al repubblicano,allorchè giunto al Potere ebbe modo di far proclamare la Repubblica, non volle[773]; allorchè gli fu dato di unificar due provincie assecondando i voti del Popolo, egli, che unitario e entusiasta del Popolo si era detto, bramò persistere in una disunioneinsensata[774]. Avviluppato dalla Diplomazia, che, non avendo concetti politici, formula nel temporeggiare tutta la sua scienza, egli che scritto avea le pagine dell'Assedio di Firenze, e vilipeso a quanti assumono il mandato di Rappresentanti di Re o di Corti, caduto era nelle reti di un ambasciatore che giudicava colle istruzioni che riceveva dalla distanza dimille migliadei bisogni e dei provvedimenti che dovevano adottarsi per un Popolo[775].Fatto propenso al Piemonte del quale non era mai stato ammiratore, la Repubblica Romanaera divenuta per esso come uno spino, e quello spino vieppiù gli era infesto allorchè gli si parlava di Unificazione[776].
«Qual era il concetto di quell'uomo? Lo si può indagare traverso alle oscillazioni della sua condotta. Egli aveva poca fede nella Rivoluzione, niuna nei resultati ch'essa si era proposti. Per esso la questione era di rendersi necessario a tutti i Partiti, e reggere colPositivismoche affettava le sorti del Paese di cui stava a capo[777].Non volendo offendere il Piemonte prima della Battaglia di Novara col mostrare di aderire a Roma, perchè più dell'entusiasmo del Campidoglio apprezzava le baionette piemontesi,dopo la disfatta del Piemonte persistè a non volere unificare la Toscana con Roma, perchè reputò quello il solo mezzo ad evitare un intervento forestiero[778]. Non vedendo come, dopo Novara, non vi fosse più che da inalzare il grido di Francesco I a Pavia:Tutto è perduto, fuorchè l'onore, — egli l'onore ancora volle mettere a repentaglio, e lo perdè miseramente[779]. Errore incompatibile inUomo di Stato, contraddizione a tutta una vita che celebrato avea sempre la gloria e le virtù del sagrifizio, egli credè possibile una Restaurazione senza soldati conoscendo i sentimenti del suo Popolo, egli antepose alla gloria di vivere o morir coi Fratelli il miserabile egoismo di salvarsi solo in mezzo all'esizio universale[780].
«Le cose però s'incalorivano ogni giorno dopo la fuga del Duca, e qualche concessione era pur mestieri di fare a quel desiderio diUnificazione che nel Popolo si manifestava. Il Dottor Maestri, Inviato di Roma[781], instava perchè quel desiderio fosse appagato, mostrando che nulla di meglio chiedeva la Repubblica, che nessun altro scopo avea la sua missione.Lottando quotidianamente col Toscano Triumviro, a cui tutti quegli argomenti adduceva che sogliono far forza in chi non ha una preconcetta opinione, egli gli mostrava come iprincipj dovessero salvarsi, quali che si fossero i pericoli a cui si andasse incontro, come la moralità dei democrati stesse nel far concordare le aspirazioni colle opere, come l'utile vero si procacciasse seguendo i dettami di quello che era nobile e grande, e come nulla vi fosse di peggio in politica, specialmente in tempi di Rivoluzione, che il non far nulla, e l'aspettare gli avvenimenti colla stolta lusinga di dominarli.
«Queste cose egli diceva altresì al Montanelli e al Mazzoni, compagni del Guerrazzi nel Governo Provvisorio; ma benevoli ascoltatori avea in loro, nè per parte loro sarebbero mai venuti gli ostacoli. Il Guerrazzi solo balenava, prometteva un giorno, poi si peritava, finchè cresciuto l'impeto dell'opinione del Popolo dovette alfine arrendersi sulla fine di febbraio, e fare inserire nelMonitore Toscano[782]:«Come il Governo, volendo mostrare quanto gli stesse a cuore la desiderata Unificazione della Toscana con Roma, avesse intavolate trattative a quell'uopo.»
«Le trattative dovevano versare per allora sulla congiunzione dei due territorj, togliendo le linee doganali che li dividevano;
«Sulla parificazione delle Tariffe;
«Sulla unità di Rappresentanza diplomatica all'Estero;
«Sulla reciprocità pel corso delle monete ec. ec.
«Quanto al decretare l'Unificazione assoluta dei due Paesi,Guerrazzi opinava che si dovesse aspettare il voto dell'Assemblea Toscana che dovea fra breve radunarsi, sentenza a cui pure aderiva Mazzoni per un suo amore di legalità, soverchio forse in quei momenti, e a cui non ostava il Montanelli, assorto più che in tutt'altro nel concetto della sua Costituente.
«Quella concessione fatta all'opinione calmava per un momento il Popolo, ma in breve si vedeva con quanta sincerità Guerrazzi aderisse a ciò che annunziava il foglio officiale[783]. A legare vieppiù i due Paesi, l'Inviato di Roma avea proposto da gran tempo un cambio di Truppe, una divisa per esse uniforme; ma nè l'una, nè l'altra cosa veniva mai attuata. L'unità della Rappresentanza all'Estero restava del pari obliata, sebbene il Governo della Repubblica ne avesse dato l'esempio, affidando al Console Toscano in Genova la tutela eziandio degli interessi dei sudditi romani. La parificazione delle Tariffe, votata infine dall'Assemblea di Roma, era accolta da Guerrazzi colla stessa indifferenza, nè il Governo Toscano facea un passo, mentre quello di Roma gli spianava da ogni lato la strada[784].
«Quell'ambigua condotta teneva il Paese nell'agitazione, sfatavagli animi di ogni generoso sentimento, preparava quella terribile catastrofe che dovremo fra breve raccontare.Aggiornata per quanto si era potuto la convocazione della Costituente Toscana[785], il Guerrazzi si vedeva però alfine costretto a radunarla, e nel Discorso di apertura che profferiva faceva una parte tanto più larga a quel voto di Unificazione dei due Paesi, quanto meno intenzione avea di attenerlo, ben conscio d'altronde, che senza assecondare quel voto, almeno in parole, non gli sarebbe rimasto per un'ora il Potere[786]. Senonchè poi, onde non lasciare mettere in discussione quel soggetto, a cui con tanto ardore parea riportarsi, con mille piccole arti ei lo andava sempre aggiornando, adducendo ora la necessità di aspettare lo scioglimento delle cose del Piemonte, ora motivando i sentimenti toscani che da quell'atto, diceva, potevano rimanere offesi. — E all'effetto di prender tempo, egli suggeriva ancora all'Inviato Romano, come, per condizioni preliminari di quella Unificazione, sarebbe stato bene, che Roma sanzionasse che il Governo e la Rappresentanza nazionale avrebbero risieduto un anno a Firenze, uno a Roma; che Firenze avrebbe avuto un collegio militare, una università, una scuola di belle arti, — disposizioni che avrebbero servito a non irritare quelle suscettibilità municipali che troppo fatalmente sentivano, egli soggiungeva, i suoi compagni[787]. Ma gli rispondeva con dignità l'InviatoRomano, non doversi stuprare un gran concetto con quelle meschine considerazioni; doversi far scomparire gli elementi secolari di divisione che tanta parte erano stati nella rovina d'Italia, non piaggiarli, accarezzando grette passioni, che da nessuno, che l'Italia amasse, potevano alimentarsi; doversi mostrare colle opere al Mondo che l'Italia era matura a quella civiltà, per cui dettato avevano le loro pagine i suoi scrittori immortali, per cui il sangue avevano sparso migliaia di martiri: essere necessario infine un atto magnanimo, che forse Sicilia e Venezia avrebbero tosto imitato: e quanto alla Costituente Italiana poi, per cui già la Toscana eleggeva i suoi Deputati, essa avrebbe difinitivamente regolate le condizioni di ogni provincia, facendo ragione a quelle esigenze che potessero restare.
«Guerrazzi, stretto così da vicino, inaugurava la Toscana Costituente col Discorso a cui accennammo[788]; poi tergiversando in mille maniere decidevasi ad aspettare l'esito delle cose piemontesi prima di fare null'altro. La Toscana permaneva quindi col Governo Provvisorio, permaneva staccata da Roma;il Partito liberale, sdegnato di quell'inerzia, accennava d'irrompere da un momento all'altro[789].
«La notizia della disfatta di Novara poco dopo giungeva, e paralizzava vieppiù le risoluzioni del Guerrazzi. Quella notizia produsse oltre Appennino l'impressione che aveva prodotto a Roma, e là pure si sentì che una crise si avvicinava. Ma mentre Roma traeva forza dalla sventura e si apparecchiava a morire, almeno degnamente, la Toscana, mercè la condotta subdola del suo Triumviro, s'accasciava miseramente; in una stolta ed egoistica lusinga miseramente si addormentava[790].
«Guerrazzi, riescito a disfarsi[791]dei suoi Colleghi, che opposti si sarebbero a quelle risoluzioni a cui già piegava, spaventando[792]l'Assemblea con un Rapporto dei Ministro dell'Interno, che dipingevacoi più neri colori lo stato del Paese, indotto avea l'Assemblea ad aggiornarsi, conferendogli una specie di Dittatura, a cui l'ultimo ostacolo veniva tolto coll'allontanamento di Montanelli, mandato a Parigi[793]. Fatto solo rettore delle sorti toscane, fu allora che fra i due partiti che gli restavano, d'unirsi a Roma, odi accudire ad una Restaurazione, si attenne a quest'ultimo, avendo egli, repubblicano, voluto primaforsel'unione col Piemonte monarchico, se il Piemonte vinceva; poi il ritorno del Duca come il solo mezzo, così credeva, di evitare l'intervento tedesco. Questa ultima risoluzione, che avrebbe potuto scusare le sue intenzioni, se fossero state leali, non scusava certo il suo senno. Come non vedeva egli che il Duca non poteva tornare che colla Reazione? Che Livorno, non vi fosse stato altro, non si sarebbe piegata mai a quel ritorno? Che, in fine, un'intervenzione armata diventava necessaria[794]?
«Infiammandoi sentimenti nazionali, egli potea mettere il suo Paese in solido con Roma; evocando le memorie di Curtatone e di Montanara, potea spingere la terra ov'era nato a dar di sè una testimonianza dell'antico valore; e se destinato era che entrambi quei Paesi cadessero, grande consolazione sarebbe certo stata che cadevano almeno con gloria; gran documento di virtù cittadina alle venture generazioni avrebbero lasciato! Prima che far ciò, egli preferì di assiderare, con mille voci insidiose astutamente sparse, quei po' di spiriti patrii che tuttavia restavano; si oppose ai Corpi Lombardi che chiedevano di traversare il suolo toscano per andare a Roma; blandì con ogni maniera di accorgimenti gli uomini del Principato, e fu stolto abbastanza, o abbastanza orgoglioso, per credere nella riconoscenza loro, o nel bisogno che avrebbero avuto dell'opera sua[795].
«Qual successo potessero aver quelle trame, egli cominciò a immaginarlo la sera dell'11 aprile. Una mano di Livornesi, venuti in Firenze già qualche tempo prima per scuotere la neghittosa che le ambagi del Triumviro avevano assopita, si era impegnata in una lotta con alcuni Fiorentini in cui erano sembrati risvegliarsi tutti gli antichi odii civili[796]. I Livornesi avevano avuta la peggio, e avevano giurato di vendicarsi. Essi erano tornati, forse in un migliaio, il giorno appresso, e Firenze era stata minacciata da una vera battaglia campale. Mercè gli ufficii di molti cittadini la tempesta si era però diradata; i Livornesi erano ripartiti, ma non senza mantenere un cruccio segreto che presto o tardi avrebbe voluto sfogarsi. Ed ecco finalmente che nella sera dell'11 aprile corre voce per Firenze che i Livornesi si battono coi Fiorentini alla Stazione della Strada ferrata; che la Piazza di Santa Maria Novella risuona di colpi e rosseggia di sangue; e l'allarme vien dato alla città, in cui prende allora decisamente il sopravvento il Partito reazionario, che, avendo profittato prima delle ambiguità del Guerrazzi, di quei nuovi fatti allora si valeva per dire i Livornesi rappresentanti dei Demagoghi che insidiavano Toscana, e che era tempo di finirla con quei forsennati che avevano convertito uno Stato tranquillo in un teatro di disordini e di anarchia. Il Partito reazionario concludeva affermando che bisognava tornare alle istituzioni antiche se si voleva la pace, che essi eranoToscani, nonItaliani, e che senza ripudiare l'opera dei Democratici non si sarebbero evitate le fiere catastrofi da cui la Toscana era minacciata[797].
«Molti Livornesi macellati in quella sera in Piazza Santa Maria Novella, e le grida dimorte ai Lombardi, morte agli Italiani, mentre sparsero la desolazione nell'anima di tutti i buoni, dovettero far accorto il Guerrazzi a che via andava la Reazione.
«L'avvertimento però giungeva troppo tardi. La novella dei fatti di Firenze si spargeva pel contado, dove da qualche giorno manifestavasi qualche commovimento in favore del fuggito Leopoldo, e la mattina del 12 aprile Firenze era percorsa da un'orda briaca, che acclamando al Principe imprecava al nuovo Governo, inferociva con ogni maniera di sevizie contro chiunque le era additato per liberale, andava per abbruciare le case e i fondachi di quelli, che l'opinione pubblica designava per amatori delle cose nuove. La schifosa turba imbestialì a suo senno; così, senza che il Potere costituito ardisse farle opposizione, atterrò gli Alberi della Libertà davanti ai presidii delle Guardie Nazionali, che come smemorate la lasciarono fare, rialzò gli stemmi del Duca facendo gazzarra, e stampò per tal modo un marchio indelebile d'obbrobrio sopra una delle città più gentili di questa terra italiana. Dov'era allora il Governo? Che facea il Municipio? Dove erano le truppe? Come patì la Guardia Nazionale sì rea violenza? La condotta del Guerrazzi portava i suoi frutti; il nulla fare, il paralizzare ogni sentimento patrio, lasciava una delle prime città italiane allo sbaraglio di alcune migliaia di villani; i Liberali piansero di disperazione vedendo l'eccidio a cui le cose erano condotte, vedendo come anche l'onore era stato indegnamente immolato.
«La Reazione percorse tutto il suo stadio,si autorizzò dell'idea fatta spargere dal Guerrazzi, che solo una Restaurazione poteva risparmiare un intervento tedesco. Le grida dimorte ai Deputati, morte ai Liberali, rimbombarono per molte ore, accompagnate da atti che per l'onore d'Italia non vogliamo ricordare. Una Commissione fu istituita poi che disse governare in nome del Principe, e gli amici del Principato Toscano cominciarono dal retribuir Guerrazzi dei servigi fatti loro, con quella carcereche da tutt'altri, che da essi, avrebbe dovuto meritare[798].
«Le Deputazioni si apprestarono a partir per Gaeta, per richiamare il benamato Principe, e tornare a quellesaggie franchigietroppo dal Guerrazzi e dal Montanelli conculcate. Ma il benamato Principe lasciò scorgere che non voleva far più a sicurtà come prima con quelle dimostrazioni di affetto, e che alcuni battaglioni di tedeschi lo avrebbero meglio rassicurato. Fu allora che anche gli spegnitori di ogni entusiasmo patrio, fu allora che quei reazionarii commovitoridelle campagne conobbero che abisso si fossero scavato, e che cercarono (indegno strattagemma) di adonestar l'intervento austriaco, mostrandolo da Livorno solo motivato. D'Aspre però, a cui noiavano tutte quelle reticenze, che voleva anche un po' umiliar Leopoldo pei suoisentimenti italiani, troncò le ambagi con un Proclama in cui disse, che il Principe stesso aveva voluto quell'intervento. Gli amici del Principato Toscano avrebbero dovuto nascondersi allora per vergogna, se di qualche pudore fossero stati capaci; ma trovarono più idoneo il continuare a bandir la croce sui Repubblicani, dicendo che se anche il Principe non si affidava più in essi, ciò era sempre per opera loro.
«Così cadde Firenze, e, che peggio è, cadde vituperosamente; vituperosamente non pel suo Popolo che l'Italia aveva amato, come quello di tutti gli altri Paesi, ma per le stolte e ambiziose tergiversazioni di un uomo che portò ilpessimismodei suoi scritti nella vita politica[799], e per lo zelo di una gente fredda, egoista, inconsiderata, che non comprese come, ostando al movimento nazionale, diveniva per necessità l'alleata dei Tedeschi.
«Era serbato a quell'inclita città il vedere quindi una Convenzione stretta col nemico d'Italia per l'occupazione della patria, e il vedere un Corsini ad apporre il suo nome in un patto, che convertiva una provincia italiana in un feudo tedesco.
«La Storia, che giudicherà gli uomini e gli atti di questa età dolorosa, saprà dispensare imparzialmente le lodi e l'infamia[800].»
Seguono due libri entrambi stampati da Felice Le Monnier, il quale si è fatto Editore del pari della miaApologia, onde si può dire di lui quello che gli antichi narravano della lancia di Achille, la quale sanava le ferite che faceva.