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«Vulnus Achilleo quæ quondam fecerat hosti«Vulneris auxilium Pelias hasta tulit[801].»La prima ha titolo: «Gli ultimi Rivolgimenti Italiani; Memorie storiche del signor Marchese F. A. Gualterio di Orvieto. — Firenze, 1850-51.» Quando di queste Memorie mi pervenne notizia, ne augurai subito male, talchè nel 9 gennaio 1850 ebbi a scrivere al mio Difensore signore Avvocato Tommaso Corsi: «Ricordi quello che si narra di Alessandro Macedonio, quando Lisimaco gli leggeva certa storia di strani gesti operati da lui? È fama che Alessandro, interrompendo Lisimaco, esclamasse: e dove eravamo noi quando facevamo sì stupende cose? — Questa storia mi si affacciò alla mente più volte leggendo le mille gagliofferie e perfidie stampate sul conto mio; però a imitazione di Alessandro mi sono stretto nelle spalle interrogando me stesso: — e dove ero io quando facevo tante belle cose? — Jeri leggendo ilGalignani's Messengerdel 28 decembre me ne capitava una sott'occhio nuova di zecca, e parla così: — dicesi che un certo signor Marchese Gualterio di Orvieto abbia pubblicato una Storia Politica d'Italia dal 1847 al 1849, la qualecause one immense sensation by the new light which it will throw on the men and things of our day ec..... by documentsesaminati nello Archivio segreto del Governo, e di alcune Cancellerie; — e seguita: —another revelation still more curious will show in the most evident manner that the Dictator Guerrazzi was supported by Lord Palmerston. The proof of this exists in a letter of Guerrazzi to Sir G. Hamilton, complaining in the better terms of having abandoned by England after the english Ambassador had formally promised him that he might calculate on his support.» Ora niente di questo è vero; e l'onorevole Lord Palmerston ebbe la bontà di significarmi, col mezzo del Ministro Hamilton, il suo gradimento per i miei sforzi, da me in tempi difficili, e privo di qualunque aiuto, operati in benefizio della salute pubblica, confortandomi a perdurare in quelli, e a sostenere con ogni facoltà mia il Principato Costituzionale. Lo evento poi corrispose al presagio. Cotesto è libro di Parte; due compaiono essere i fini che si propone: favoreggiare gl'interessi della Monarchia Costituzionale Piemontese, esaltare il Partito, che si dice dei Costituzionali moderati. Malgrado le lodi prodigategli da questi ultimi, senta un po' me il Marchese Gualterio, chè, quantunque non gli sia parso finora, troverà che io so dire il vero, e posso, perchè fin qui, e sono quarantasei anni, viltà che sia non ho saputo mai; da parte il merito letterario di cotesto libro, io gli dichiaro che non è opera da prudente storico, nè da uomo onesto. Come storico di casi contemporanei, sembra a me che dovesse mettere più coscienza nel ricercarli, più gravità nello esporli, dacchè io davvero non comprendo come possa giovare alla comune Patria, e allo stesso concetto che promuove, inciprignire le piaghe, e perpetuare, anzi crescere, le maladettediscordie. Se io male non veggo, in questa parte egli amministra ottimamente i negozii, — non però quelli d'Italia. Come onesto, io lascio considerare a lui, che pure è gentiluomo, e si professa dabbene, se egli doveva raccogliere nelle orecchie tutto quanto vi versava dentro la necessità di attenuare un'azione turpissima, l'astio della mediocrità, e l'odio di superbie umiliate. Egli non è ancora giunto co' suoi scritti alla mia vita politica, e siccome mi giova sperare che di ora innanzi avrà compreso, con un bove solo non tirarsi il solco, nè potersi giudicare del suono delle campane se ambedue non si ascoltano, e che di ciò farà senno così per dettare le rimanenti Memorie, come per correggere le già scritte, non mi trattengo più oltre sopra di lui, pago, intorno alle ragioni della mia vita privata, di quel tanto che mi fece l'onore di attestare Tommaso Corsi, e che io stesso ho discorso sparsamente nella miaApologia.«Ma sopra ogni altro feritore infesto«SopraggiungeFarini, emepercuote.»Non dirò delle sue intenzioni, quantunque, secondo il mio giudizio, rette non pare che abbiano ad essere; ad ogni modo io domanderò chi gli abbia insegnato comporre Storie sopra Requisitorie di Procuratori Regii, cospargendole di tratto in tratto di qualche fiore còlto nel suo giardino! Ora che cosa altro ha egli fatto, almeno per me? E gli domando eziandio, se sono prove di temperanza, di moderazione, e di probità, praticare com'egli ha fatto contro uomo, che da trenta mesi si logora chiuso in carcere, e non gli può rispondere! Se così costumano i moderati, che cosa dobbiamo aspettarci daglisbracatie dagliscamiciati, è difficile immaginare. Pensino a questo i Moderati. Il suo libro si manifesta dettato nel medesimo spirito di quello del Gualterio, ma con manco di generosità, e più piglio di Procuratore Regio, però che Gualterio non dia i suoi giudizii per definitivi, e prometta, se avvisato, emendarli. Io già ho tenuto proposito del libro intitolatoLo Stato Romanoin varie parti dell'Apologia: mi giovi qui singolarmente rilevare alcune, che, adoperando il più benigno linguaggio, chiamerò falsità. A pagine 86 del Tomo III afferma: «Chi rompe paga, scriveva per telegrafo il Guerrazzi a' suoi Livornesi, usi da lui a rompere ed essere pagati?» Mi sia permesso domandare al Farini: su che cosa fonda questa vergognosa imputazione ai Livornesi, e a me? Se nel proprio mal talento, questo non fu mai, per quello che io sappia, annoverato fra le sorgenti della Storia; e veda, che quello ch'ei finge, grave sempre, per me oggi è gravissimo. A pagine 87 afferma: «dicendo provvedere alla sicurezza pubblica, provvidero al proprio impero, soldando guardie di polizia fra le turbe dei turbolenti e dei fuorusciti, le quali, come non avevan prima nè termine nè misura nelle vogliepazze e malvagie, così furono poi non presidio, ma offesa della città.» E questi, veda il Farini, e' sono rotondi, non già sinceri periodi; avvegnadio se della Guardia Municipale tu consideri la origine, troverai averla scelta una Commissione composta del Prefetto e del Gonfaloniere di Firenze con altri cittadini spettabili, e non avervi preso punto parte io, se togli la nomina Basetti, e i suoi figlio e fratello; o, se piuttosto tu vogli considerare i portamenti, li conoscerai essere tali da meritarsi di essere conservata dalla Commissione Governativa. Individui pessimi certo entrarono in quella, ma non per colpa del Governo, e perchè in qualunque composizione di corpi questo guaio vediamo avvenire sempre; nè poi furono tanti, che dessero cattivo nome al corpo intero: onde l'accusa del Farini suona singolare, e non vera. Intorno al disfacimento degli ordini in Toscana, lo mando.... se il Farini ci vorrà andare.... a quella parte della miaApologia, dove di ciò si ragiona, e le parole di Gino Capponi si riportano. Quanto scrive intorno al Granduca nostro, suona così:«Havvi chi afferma, che egli non si fosse mai acconciato agli ordini liberi in guisa da lasciare gli appetiti e le ubbie dell'assoluto, e, come dicono, paterno reggimento. Havvi chi dice, che sin da quando rallentò i vincoli della libertà, perchè il papa coll'esempio aveva sciolti i popoli italiani, scrivesse all'arciduca Ranieri vicerè di Milano ed altri suoi consanguinei, facendo querela e beffa dei liberali che inuzzolivano. Taluno attesta, che nel tempo, in cui colle poche sue armi concorreva alla guerra d'indipendenza, egli fosse in buoni termini co' regii ed imperiali parenti, coi quali non aveva intralasciato i consueti uffizii. Ond'è, che molti hanno argomentato poi dai fatti che seguirono, e da quelli che si vanno via via svolgendo in Toscana, che Leopoldo II non solo fosse sempre oscillante fra gli avvisi e le parti contrarie, ma che sempre fosse fermo nella devozione ad Austria ed alieno dalle liberali novità. Del che io non ho a fare giudicio, perchè non ho d'onde fondarlo su base a cui la coscienza s'acqueti; nè d'altra parte ho debito di addentrarmi nelle cose toscane più di quanto sia necessario ad indagare e chiarire le attinenze di quelle colle romane. E dovendo rimanermi in prudente, e direi onesta, dubitazione, amo meglio, il confesso, pendere a benigno giudizio d'un principe che pur si parve ornato di buone qualità, mite dell'animo, degli studii fautore, riformatore d'abusi, quando gli altri italiani principi di sè davano nome ed esempio peggiori.»Ora, che cosa egli è questo vedere, e non vedere, a modo della Vergognosa di Camposanto? Non si gittano addosso accuse pessime per iscivolare via lasciando dietro una traccia di bava a mo' di lumaca. La storia scrivono gli Storici, non gli Scoiattoli. Egli doveva verificare le accuse, e se accertate esporre gravemente, e lealmente, e se nonriusciva ad accertarle doveva trascurarle, perchè davvero raccattare quello, che ai giorni di oggi s'incontra per via, è mestiere da carrettaio, non ufficio da Storico. Tra lo Storico, che pazientemente raccoglie la materia, la studia, la saggia, la sottopone a religiosa indagine, e alla fine la veste con forme caste ed elette di stile, e lo scrivano che tuffa la penna nello inchiostro e la mena di su e di giù per le carte, la differenza che corre è grande quanto fra un pittore e uno imbiancatore; oltre che elle paiono, coteste del Farini, come veramente sono, ipocrisie, che putono di vieto lontano un miglio; e per un momento ho quasi dubitato, che dei Gesuiti oggimai fossero le voci, ed altri avesse avuto le noci; chè se la cosa non istà per l'appunto come la credo, in quanto a noci, almeno mi pare, che se le sieno spartite, e da un pezzo.... — A pagine 218 afferma: «che i Ministri tennero consiglio co' sollevatori nei Circoli nella notte dell'8 febbraio.» E veda l'onesto Farini, questo fatto che sarebbe cagione di capitale condanna, nemmeno l'Accusa (che non ha fatto a risparmio per inventarne grosse) ha osato affermarlo. A pag. 219 pone: «che nell'8 febbraio il Governo prima gridò, poi disdisse la Repubblica;» ed anche questa è calunnia pretta che neppure ha potuto riscontrare nell'Accusa, —fidata scorta degli erranti passi. Intorno alla inverosimiglianza delle tre lettere scritte dal Granduca, con le quali prima chiede, poi renunzia, e finalmente torna a sollecitare i piemontesi aiuti, ho discorso altrove; le due prime possono credersi, non già la terza, che a me pare immaginata a posta per salvare chi aveva promesso quello che nondovevapromettere, e nonpotevamantenere, se gli ordini costituzionali si vogliono osservare.Però in queste mie miserie mi hanno somministrato non mediocre argomento d'ilarità le lodi smodate con le quali prosegue la commissione del Ministero Toscano del 22 settembre 1848 al Marchese Ridolfi per le Conferenze di Brusselle. Se io di mia certa scienza non sapessi essere allora Presidente del Consiglio Gino Capponi, non lo crederei a cui mel giurasse; però che Gino Capponi sa, che politica francese di Enrico IV, e seguita sempre da Richelieu a Lamartine inclusive, fu tenere deboli e divise la Germania e la Italia, e sa che gli Stati piccoli congregati ad equilibrio di leghe all'urto degli Stati uniti e grossi non reggono, come vedemmo ai tempi di Ludovico il Moro; e finalmente sa che rovina d'Italia fu appunto questa, operata in buona parte dal Magnifico Lorenzo dei Medici, che in condurre un disegno piccolo e cattivo pose arte e sagacia eccellenti: che mentre le si stavano componendo su i confini, grosse ed unite, l'Austria e la Francia, essa durava frantumata in piccoli brani; nè potersi della indipendenza nostra neppure parlare là dove nell'alta Italia non venga posto uno Stato forte capace a guardare le frontiere da vicini potentissimi; — e nonostante chequeste cose sapesse, leggiamo con maraviglia commettere al Marchese Ridolfi di consentire che la Lombardia si concedesse a un figlio di Carlo Alberto, e la Venezia o ad un Arciduca di Austria, o a Francesco V di Modena; in quanto alla Sicilia s'ingegnerà di promuoverne la separazione dalla Corona del Re di Napoli, assegnandola in retaggio a un figliuolo di lui; i Ducati di Parma e Modena ad ogni modo si sforzasse fare abolire; e per quanto concerne Toscanasi adatterebbe a prenderedi Lombardia un pezzo, ma non tale che si avesse a dire di lui: la carne non vale il giunco; però di 12 oncie buon peso, e senza osso, — e per di più Toscana non vorrebbe chiedere, ma sì piuttosto desidererebbe essere pregata. — Cose sono queste da far cascare le braccia ad ogni fedele cristiano. Così, invece di diminuire, si accrescevano le divisioni in Italia! E quello poi che riesce più stupendo a vedersi si è, che Farini, il quale si sbraccia a maledirmi (e se fosse vero, come è falso, avrebbe fatto bene) per essermi mostrato avverso alla composizione necessaria di uno Stato gagliardo, trova a lodare un concetto che guastava il presente e l'avvenire. Egli è vero che debole Stato siamo noi, e la nostra voce poco avrebbero ascoltato; e questo a parere mio somministrava un motivo di più o per parlare almeno magnanimi, o per tacere prudenti; e concludo sostenendo che un uomo dotto nelle storie e nelle ragioni della politica, come Gino Capponi, non può avere consentito così mirifica commissione, e mi pare assai che volesse tôrne il carico il Marchese Ridolfi, se pure non ebbe ordini segreti, che, la stupenda commissione correggendo, la riducessero ai termini del credibile. — È falso quanto scrive Farini a pag. 285, che «i Governanti Toscani non erano amici al Piemonte;» io ho chiarito, onde non si rinnuovi questa sventura, come taluni fra i Piemontesi si dimostrassero, all'opposto, poco amici dei Toscani. — Dello esilio di Massimo Azeglio, e delle ingiurie al Lovatelli di che ragiona a pag. 332, davvero nulla so, che pare qualche cosa dovrei saperne, ed anche questa va messa al monte. Delle contumelie stampate contro Gioberti, non occorre fare altra parola. Non fu il 4, ma il 3 di aprile, che l'Assemblea sospese il voto intorno alla Unione con Roma, non lo profferì contrario, come Farini asserisce erroneamente, dacchè, in modo diverso, fino da quel giorno la Restaurazione sarebbe stata decisa, e quanto racconta in seguito non accaduto, come quello ch'era ad accadere impossibile. — In due luoghi scrive, che gli agitatori menavano tanto rumore cheGuerrazzi non gli sapeva sopportare(pag. 219), e chei lazzaroni democratici deturpavano la Toscana, fremente lo stesso Guerrazzi! (pag. 332.) Ma io ricuso cotesto pane dato con la balestra, anzi perfino col punto di esclamazione in fondo; e neppure si potrebbe onestamente accettare, perchè accompagnato da soverchie tumidezze e da bugie. Bugia le sommosse fiorentine represse dalle bande livornesi; bugia l'essermi ioridotto co' Livornesi in Castello; bugia essermi mostrato pronto a pigliare posto nella provvisoria congregazione del Governo; bugia il mio girare nel manico per accettare la Restaurazione (pag. 333): le quali cose tutte, secondo che io affermo, essendo con copia di prove dimostrate nell'Apologia, non abbisognano di più largo discorso. Vorrei piuttosto tenere proposito di certa sua imputazione intorno ai successi di Genova, molto più che l'Accusa tocca anche di questi, e poi dice: te li do per giunta; — onde io, che dell'Accusa non vorrei la giunta nè la derrata, mi condurrei volentieri a tenerne ragionamento, ma basti dire (e se sia vero lo può il Farini riscontrare nel Volume dei Documenti della sua Musa, — l'Accusa), — che io desiderai soccorrere Genova quando venne fra noi la notizia, che il Piemonte in gran parte commosso per lo infortunio di Novara, respinto da sè ferocemente ogni principio di accordo, voleva tentare le ultime prove, e quando fu detto che il Generale La Marmora fra i patti della capitolazione ponesse quattro ore di saccheggio[802]. Non si verificò la prima notizia, e, se male fosse o bene, mi confesso incapace di giudicare; in quanto alla seconda, che non si verificasse fu certamente bene. E si acquistò bella gloria Vittorio Emanuele, e diè con auspicii felicissimi fondamento al nuovo Regno, superata Genova, commettendo ogni trascorso all'oblio, concesso prima lo scampo a coloro che consigli di politica lo dissuasero a ricevere su quel momento in grazia; e leggo con piacere come il buon seme generasse frutto migliore, conciossiachè i Liguri lo abbiano di recente accolto nella loro nobile città con dimostrazioni di stima profonda.In questa nuova percossa della fortuna, come fu visto l'apice a cui possono arrivare la ignoranza con le sue stupidezze, e la tristizia con le sue perfidie, così doveva presentarsi eziandio uno spettacolo di stranezza piuttosto portentosa che rara, e consiste nel concorso di due Giornali, che si accordano fra loro come il Diavolo con l'Acqua Santa (e poichè ad uno Accusato non si addicono le parti di Giudice, io mi asterrò prudentemente dal decidere chi di loro sia il Diavolo, chi l'Acqua Santa), a favellare onestamente di me: uno è ilCattolicodei RR. PP. della Compagnia di Gesù, come ho notato nell'Apologia; l'altro è laOpinione, dello Autore chiarissimo della Vita di Fra Paolo Sarpi, Bianchi Giovini, il quale scriveva nel novembre dell'anno passato: «e prima di questo scisma, ci giustificava uno dei martiri illustri della causa italiana, l'infelice Guerrazzi, il quale, checchè si sia detto da alcuni, non è, e non fa mai mazziniano, e che riconobbe anzi a quali sventurati risultamenti avrebbero condotta l'Italia i delirii diquel Partito. Tentò egli di opporvisi, ma l'onda era troppo forte, ed egli espia in carcere, e sotto la minaccia di un processo iniquo, gli altrui errori.»LXXX. I giorni 11, 12, e 13 aprile 1849. —Pag 756.«Poteva, dubitare che me volesse prigione.... il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi?»«Sig.rAvv.oPregiatissimo.«Per declinare dalle regole prescritte dagli ordini veglianti per l'ammissione di un Legale all'Ordine degli Avvocati, è necessario che il Postulante abbia un merito distinto. La Camera di Disciplina, che io presiedo, non saprebbe immaginarne dei più distinti di quelli che adornano la sua persona. Ed è per questo, che si è recata in sommo pregio di accoglierla nell'Ordine, a cui Ella col suo nome, col suo talento, e con le sue opere accresce lustro e decoro.«Gradisca, signor Avvocato, l'assicurazione della alta stima e considerazione, con cui ho l'onore di essere,«Firenze, 24 luglio 1848.«Sig.rF.-D. Guerrazzi, di Lei«Devotiss.oServitore«Cav.reAvv.oRanieri Lamporecchi.»MIvi. —Pag. 762.«Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei chea gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero.Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni: non risposero.»Ecco la lettera: la quale merita tanto maggiore considerazione, in quanto che dettata sotto la impressione di memorie recenti, piena di contestazioni di fatti del giorno, e consentanea alle prove, che quantunque raccolte dall'Accusa pur ella ha reputato suo interesse dissimulare.«Signori GINO CAPPONI ed altri componenti la COMMISSIONE GOVERNATIVA.«Desidero sia letta questa scrittura con la pazienza con la quale io la detto. — Forse tornerà inutile, eppure non mi sembra beneometterla, sentendo come per molti capi importi farla alla mia religione.«Innanzi tratto, sapete voi, o Signori, in qual modo io venni condotto quaggiù? Rispondendo per voi dico:No, imperocchè mi parrebbe enorme supporre, che voi lo aveste saputo, e consentito. A voi poco preme sapere come infiniti modi per sottrarmi alla disonesta prigionia mi sovvenissero e fossero offerti, i quali tutti, o non adoperai, o ricusai; quello però che dovrebbe premervi è questo: — che la mattina del 12 aprile la Deputazione del Municipio Fiorentino, la quale venne all'Assemblea, consultatomi intorno alla deliberazione presa di governare il Paese a nome del Principe, proposi farvi aderire l'Assemblea onde le Provincie più volonterose concorressero, ed ogni mal germe di discordia fosse tolto via; parendomi ancora pel Principe più onorato, e meno nocivo alla libertà, richiamarlo in virtù del consenso universale, che per forza di tumulto. A istanza altrui formulai un Decreto che suppongo voi abbiate nelle mani; voi sentiste diversamente da me; tuttavolta cotesta carta deve porgervi testimonianza della mia volontà, disposta a contribuire alla pace del Paese con tutte le mie forze.«Raccomandandomi ilPriore Dignyla Patria con fervidissime parole, e confortatomi ad adoprarmi dal canto mio onde la sua miseria non si facesse maggiore, io, rispondendo con pienezza di cuore a lui e agli altri membri della Deputazione Municipale, proposi recarmi a Livorno con qualche rappresentanza officiale avesse voluto la Commissione conferirmi per disporre gli animi a starsi all'operato contenti. Accolsero con segni manifesti di gradimento questa proposta, e il Priore Digny m'invitava a non partirmi:sarebbe tornato la sera a concertare la cosa. — Intanto i Deputati si ridussero di quieto ai proprii alberghi, ed io rimasi contro il consiglio di tutti, e ricusata la carrozza offertami dalColonnello Tommi, stretto dal dovere e dallaparola dataalla Deputazione Municipale.«Il GeneraleZannettie il ColonnelloNespolivennero verso le ore 3 pom., il primo perassicurarmiche nella serata, con treno particolare, sarei inviato a Livorno; il secondo a offrirmi di mandare qualche compagnia di Nazionale alla Stazione per tutelarmi, ad ogni evento, nel caso avessi voluto partire alle 4. — E poichè il Nespoli accomiatandosi da me mi baciava, come si costuma, in volto, ilZannettifavellò queste precise parole:io non ti bacio adesso, ti bacierò stasera. Tornarono in serataDignyeZannetti. Il primo tacque delle facoltà che doveva conferirmi la Commissione, donde io inferiva che non me le volesse assentire,ma confermarono entrambi sarebbe il mio viaggio avvenuto nella notte per Livorno. Stessi pronto a partire. Verso le ore 3 del mattino ricevo il biglietto cheunisco, pel qualeZannettimi annunziaalcuni non volere lasciar libero il passo, opinare la Commissione trasferirmi pel Corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Carabinieri, avrebbe messo la Nazionale. Questa lettera, che accenna mutamento di esecuzione a concerto che resta fermo, in sostanza mi turbò alcun poco, non tanto però che mi facesse dubitare di uomini probi ed amici.Zannettivenne tardi la mattina, e dichiarò la prudenza consigliare che per 2 o 3 giorni rimanessi in Fortezza, tanto che la plebe si sdracasse. Allora le donne, e il Commesso della Segreteria dello Interno Roberto Ulacco, vollero tenermi compagnia. A confermarmi nella mia fede valse il fatto seguente: che manifestando io esser privo di danaro per pagare il viaggio, e certi miei debiti, ilPriore Martellimi portò L. 1000, e me le consegnò giusto in quel punto che da Palazzo Vecchio muovevamo a Palazzo Pitti. Durante il cammino,Zannettimi avvisò la Commissione non pareva inclinata mandarmi a Livorno, e mi interrogava se fossi stato contento a starmi qualche tempo lontano dal paese. Risposi: avere l'animo travagliato così dalle sciagure della Patria, che lo avrei reputato beneficio; egli però conoscere le mie fortune; provvedesse come gli pareva meglio. Ed egli a me: lasciassi fare, avrebbe accomodate le cose in serata, e il giorno appresso sarebbe venuto a darmene ragguaglio. Non l'ho veduto più. — Mi coglie il ribrezzo pensando da cui mosse la insidia; ma insidia vi fu, e bruttissima, a modo delle Valentinesche. Ora vorrete voi Gentiluomini giovarvi di trame proditorie, e di fede tradita?«Sapete voi come io stia ristretto in carcere con altre cinque persone? Io rispondo per voi, e dico risolutamente: No. Dentro una stanza alberghiamo quattro, due uomini e due donne, fra queste la nepote sedicenne, cavata per pochi giorni di convento per visitare lo Zio. Voi siete padri, o Signori. — Io non aggiungo parola; — solo desidero vi preservi il Cielo dalla umiliazione di vedere così poco curato il pudore delle vostre figliuole!...«Da nove giorni qui altro non si fa che scalpellare, turare, mettere ferrate, cassettoni, graticole e bodole, tirare tende, inchiodare catenacci, invitiare bandelle, murare e smurare; e tutto questo con tale una perturbazione del corpo e tortura dell'animo, da non potersi con parole significare. La mancanza di aria, di moto, la vista della gente che mi soffre attorno, la cura che mi lima dentro, hanno inasprito le mie infermità, e temo peggio.«Cagione di tanto esquisita sevizia si allegano certi segnali fatti dalle finestre. Se alcuno di voi vedesse di quale generazione sieno queste ferrate e questi cassettoni, e se sapesse che da martedì in poi stanno al posto, di leggieri vi persuadereste della falsità del rapporto. Nelle cariche che ho occupato mi son guardato sopra tutto dalle relazioni degli amici zelanti; ho preferito piuttosto le censure acerbe deinemici, perchè le prime mi avrebbero quasi sempre sospinto a errare, le seconde qualche volta mi schiarirono. Certa fiata mi annunziarono ilBarone Ricasolifar grande raccolta di armi e di cannoni, a Broglio, e mi accusavano di colpevole oscitanza perchè non commettessi perquisizioni ed altri simili fastidii: io stetti saldo, e fatta cautamente e discretamente esaminare la cosa, conobbi le armi esservi, ma non molte, e per armare la Nazionale, ed esservi pure i cannoni, ma di terra cotta. Se trascorrevo a credere, sarei stato ingiusto e ridicolo. E perchè non metta più parole intorno a quest'infelice argomento, dirò che in carcere sono tenuto, per la intelligenza, come unbruto; per salute, comeuomo che si voglia spegnere; per angustia, comeGuazzino; — insomma come un Ciantelli non immaginò tenermi quando mi mise le mani addosso.«E perchè sono ritenuto io? Per delitto, o per sospetto? Se per delitto, si proceda a processo regolarmente e civilmente; io risponderò dei miei fatti collettizii e particolari. Il Governo Provvisorio fu necessità: voi lo consentiste, e certo non vorrete allegare che lo faceste per forza, imperciocchè offendereste voi stessi, non patendo violenza lo animoso Magistrato. Consultare il Paese intorno alla sua volontà, era pure cosa necessaria, ed io l'assentiva, perchè lo stesso Principe dal voto universale non repugnava, estimandosi amato, e perchè Emanuele Fenzi mi assicurava non alieno lo stesso Senato. Se il voto non riuscì universale, colpa degli uomini ignavi, non mia; e nè tutti gli Elettori della vecchia Legge Elettorale concorrevano a votare. E le note stampate non facevano ostacolo, perchè ogni Partito poteva stampare le sue, e le manoscritte accettavansi. Intanto il Popolo che ora vuole il Principato allora gridava Repubblica, ed io fui solo contro alle sue ire, e negai che una mano di gente usurpasse il voto del Popolo consultato con modi civili; e non senza pericolo della mia persona, e biasimo grande degli esagerati, l'ottenni.«Mi opposi a Laugier: in prima, perchè a noi mancavano avvisi certi del Principe; e del Laugier conoscendo la vita e i costumi, non era ignaro dell'avversione manifestata da lui contro la Casa del Principe fino all'assedio di Gaeta; finalmente si presentava con la invasione dei Piemontesi, alla quale conoscevo poco propenso il Granduca; e nemmeno ignoravo agitarsi un Partito nella Toscana, specialmente, a Lucca, per darsi al Piemonte. Io stesso n'ebbi eccitamenti, e nelle tasche della mia veste da camera, chiusa nei bauli che sono in Palazzo Vecchio, se non m'inganno, deve esserne rimasta la prova. Di più, la impresa di Laugier venne meno per opera dei Popoli che non gli vollero dar reità, e il suo ultimo Proclama al Popolo della Versilia chiaramente lo manifesta. Come mi studiassi a fare che la votazione dell'Assemblea procedesse libera, ne porgono testimonianzala rivista alla Nazionale, i detti e gli scritti pubblici. E comprendendo troppo bene come si dovesse calare ad onorevole accordo col Principe, allontanai quelli che mi pareva avessero a contrastare simile concetto più efficacemente degli altri, o arrestandoli, o beneficandoli, cosa che si accomoda meglio alla mia natura. All'Assemblea mi opposi alla decadenza del Principe, alla proclamazione della Repubblica, e all'Unione con Roma: perchè la prima cosa mi sembrava piena di pericolo per la Patria; alla seconda non reputando accomodati i tempi nè i costumi; rispetto alla terza, parendomi cotesta Unione uno di quei matrimonii che si contraggonoin articulo mortis; e dei miei colleghi parte ebbi avversi, e parte fermi a gran pena. A me il Popolo chiedeva la Repubblica, a voi il Principato; io negai, voi assentiste; e con ciò disposi quello che avete fatto voi e voleva fare io, pel bene di questa Patria comune, ma con onore, salve sempre la libertà e la sicurezza delle persone. Atti, e scritti attestano questo mio concetto, e lo attesteranno anche persone spettabili, costituite presso noi in ufficio diplomatico.«Avere dato opera alla difesa dei confini non deve ridondarmi in biasimo, sia perchè la difesa era stata promessa a codesti Popoli nella loro dedizione, e fu rinnuovata poi; sia perchè mi pareva onorevole rendere il Paese quale era stato lasciato al Principe, commettendo per l'avvenire la cura di provvedere a lui stesso. Tutelai la Religione richiamando lo Arcivescovo di Firenze, e tenendo ferme le censure comminate da Lui contro preti protetti dal Popolo; mantenni con ogni supremo sforzo il Paese salvo da omicidii e da saccheggi: l'altrui vita salvai esponendo la mia.«Spero che nessuno di voi mi reputi così scellerato o stolto, che per me si partecipasse al fatto eternamente lamentabile dell'11 aprile. Il Battaglione Guarducci ottima prova di sè aveva fatto a Pistoia, siccome lo attestano le dichiarazioni che io mi ebbi, e la fede dello egregio Franchini mandato a speculare sui luoghi. Da Arezzo, dove fu diretto, prima vennero biasimi, poi giustificazioni per la parte del Romanelli, onde io non reputai commettere fallo rendere cotesto Battaglione a Pistoia, facendolo transitare da Firenze, e qui fornirlo di armi e di vesti. Intorno a questa gente io non ricevei mai reclamo, nè credo lo ricevesse il Ministro della Guerra. I Volontarii raccolti in Fortezza di San Giovanni erano consegnati, ordinai che non uscissero, e lì dovevano organizzarsi, appunto come il Battaglione che n'era uscito il giorno 9. Le compagnie stanziate in Borgo Ognissanti commisero brutti falli e insolenze: queste furono sottoposte alle discipline militari: quando alcuni di loro furono arrestati a Porta a Prato, andai di persona, gli rimproverai acerbamente, e, chiamati più volte gli ufficiali, ordinai si punissero con tutto il rigore della Legge. La Nazionaledi Guardia può far fede del successo. Simili insolenze non erano nuove, e furono commesse anche dalla gente stanziata all'Uccello, la quale ricercata e punita non porse argomento a gravi contese; molto meno a collisioni sanguinose. Quando avvenne il fatto di Piazza Vecchia, andai di persona, — e quello che operassi, e quali pericoli corressi per istrappare a forza cotesti sciagurati dalla guerra infame, ve lo dica la gente, non io. — Meglio per me fossi morto quel giorno!«Se mi ritenete per sospetto, io vorrei dirvi che la mia vita politica è rotta, che le sciagure della Patria mi hanno percossa la mente così da dissuadermi da partecipare più oltre nella cosa pubblica; ma voi lo terreste per giuramento di marinaro: vorrei offrirvi la mia parola di onore, ma, temendo ripulsa, non la espongo; solo vi avvertirò che vogliate ricordarvi come i tumulti a Roma non cagionassero mai la rovina della città, perchè terminarono con una Legge; all'opposto in Firenze, perchè si conclusero con prigionie, esilii, ed ingiurie maggiori. Se voi mi reputate un Capo Partito pericolosissimo avete tre modi: o ammazzarmi, o conciliarmi, o cacciarmi via. Il primo modo voi non vorrete, nè potrete tenere; il secondo pare che schifiate; rimane il terzo: ebbene, se vi par giusto, fatelo. Ho letto le storie non per ornato vano, sibbene per condurvi sopra la vita; e lo esempio di Giano della Bella m'insegna come gli animosi cittadini abbiano a sacrificarsi in benefizio della Patria. Nè possono mancarvi mezzi per assicurare a voi la mia partenza, e rendere a me meno amari i passi dell'esilio.«Ritenendomi in carcere, voi mi rovinate la salute, e questo la coscienza vostra, che pur siete gentiluomini e cristiani, non lo può patire. — Rovinate i miei nipoti che, orfani per malignità del Choléra, tornano adesso (poveretti!) orfani una seconda volta. Rovinate le mie poverissime fortune, e condannate me e loro alla miseria.«Ritenendomi in carcere, parrà che lo facciate per compiacere una plebe matta, che non sa servire nè esser libera, mutabile e feroce, e che me le gettiate davanti come alle belve nel circo; parrà che lo facciate per vendetta di me che pure non vi offesi, ed anche di recente mi condussi verso voi con la convenienza che meritate; parrà lo facciate in benefizio di una Fazione che vince; e quindi, comecchè coperti, cresceranno i rancori, e a loco e tempo proromperanno, nè avremo pace mai, e con somma contentezza dei nostri nemici presenteremo l'aspetto di moribondi litiganti sull'orlo della fossa. A me sembra essere tratto quattro secoli addietro, e mi paiono rinnuovate le gare degli Albizzi, degli Alberti, dei Ricci, e degli Scali: la prerogativa regia diventata quasi un pugnale, che i contendenti s'ingegnano strapparsi di mano per offendersi a vicenda.«Queste cose ho voluto dirvi per la Patria, per la mia famiglia, e per me, onde voi mi trovaste modo onorevole di uscir di paese, — pensaste alla mia famiglia, alla gente che volontaria pena oggi qui meco, e comunque giovane si consuma, — e alleggeriste le angustie del carcere disonesto, che davvero sono troppe, e non sopportabili. Abbiate mente che così, senza offesa della vostra reputazione, non può tenersi un uomo che il Principe elevò al grado di suo consigliere, e voi stessi eleggeste a governare il Paese. In ogni evento della fortuna gli uomini, ancorchè emuli, hanno da usarsi scambievolmente un certo tal quale pudore di convenienza, senza del quale il costume pubblico precipita con danno infinito in cinismo feroce.«Che se tutte queste considerazioni, e queste istanze per altrui e per me, dovessero convertirsi in un nuovo motivo d'ingiuria pei miei cari, e per me, allora la storia domestica mi presenta un altro esempio imitabile in tutto — eccetto che in una parte, — e questa consiste nel non desiderare mai che dalle mie ossa sorga verun vendicatore.«Dalle Segrete, 28 aprile 1849.«F.-D. Guerrazzi.»FINE.

«Vulnus Achilleo quæ quondam fecerat hosti«Vulneris auxilium Pelias hasta tulit[801].»

«Vulnus Achilleo quæ quondam fecerat hosti

«Vulneris auxilium Pelias hasta tulit[801].»

La prima ha titolo: «Gli ultimi Rivolgimenti Italiani; Memorie storiche del signor Marchese F. A. Gualterio di Orvieto. — Firenze, 1850-51.» Quando di queste Memorie mi pervenne notizia, ne augurai subito male, talchè nel 9 gennaio 1850 ebbi a scrivere al mio Difensore signore Avvocato Tommaso Corsi: «Ricordi quello che si narra di Alessandro Macedonio, quando Lisimaco gli leggeva certa storia di strani gesti operati da lui? È fama che Alessandro, interrompendo Lisimaco, esclamasse: e dove eravamo noi quando facevamo sì stupende cose? — Questa storia mi si affacciò alla mente più volte leggendo le mille gagliofferie e perfidie stampate sul conto mio; però a imitazione di Alessandro mi sono stretto nelle spalle interrogando me stesso: — e dove ero io quando facevo tante belle cose? — Jeri leggendo ilGalignani's Messengerdel 28 decembre me ne capitava una sott'occhio nuova di zecca, e parla così: — dicesi che un certo signor Marchese Gualterio di Orvieto abbia pubblicato una Storia Politica d'Italia dal 1847 al 1849, la qualecause one immense sensation by the new light which it will throw on the men and things of our day ec..... by documentsesaminati nello Archivio segreto del Governo, e di alcune Cancellerie; — e seguita: —another revelation still more curious will show in the most evident manner that the Dictator Guerrazzi was supported by Lord Palmerston. The proof of this exists in a letter of Guerrazzi to Sir G. Hamilton, complaining in the better terms of having abandoned by England after the english Ambassador had formally promised him that he might calculate on his support.» Ora niente di questo è vero; e l'onorevole Lord Palmerston ebbe la bontà di significarmi, col mezzo del Ministro Hamilton, il suo gradimento per i miei sforzi, da me in tempi difficili, e privo di qualunque aiuto, operati in benefizio della salute pubblica, confortandomi a perdurare in quelli, e a sostenere con ogni facoltà mia il Principato Costituzionale. Lo evento poi corrispose al presagio. Cotesto è libro di Parte; due compaiono essere i fini che si propone: favoreggiare gl'interessi della Monarchia Costituzionale Piemontese, esaltare il Partito, che si dice dei Costituzionali moderati. Malgrado le lodi prodigategli da questi ultimi, senta un po' me il Marchese Gualterio, chè, quantunque non gli sia parso finora, troverà che io so dire il vero, e posso, perchè fin qui, e sono quarantasei anni, viltà che sia non ho saputo mai; da parte il merito letterario di cotesto libro, io gli dichiaro che non è opera da prudente storico, nè da uomo onesto. Come storico di casi contemporanei, sembra a me che dovesse mettere più coscienza nel ricercarli, più gravità nello esporli, dacchè io davvero non comprendo come possa giovare alla comune Patria, e allo stesso concetto che promuove, inciprignire le piaghe, e perpetuare, anzi crescere, le maladettediscordie. Se io male non veggo, in questa parte egli amministra ottimamente i negozii, — non però quelli d'Italia. Come onesto, io lascio considerare a lui, che pure è gentiluomo, e si professa dabbene, se egli doveva raccogliere nelle orecchie tutto quanto vi versava dentro la necessità di attenuare un'azione turpissima, l'astio della mediocrità, e l'odio di superbie umiliate. Egli non è ancora giunto co' suoi scritti alla mia vita politica, e siccome mi giova sperare che di ora innanzi avrà compreso, con un bove solo non tirarsi il solco, nè potersi giudicare del suono delle campane se ambedue non si ascoltano, e che di ciò farà senno così per dettare le rimanenti Memorie, come per correggere le già scritte, non mi trattengo più oltre sopra di lui, pago, intorno alle ragioni della mia vita privata, di quel tanto che mi fece l'onore di attestare Tommaso Corsi, e che io stesso ho discorso sparsamente nella miaApologia.

«Ma sopra ogni altro feritore infesto«SopraggiungeFarini, emepercuote.»

«Ma sopra ogni altro feritore infesto

«SopraggiungeFarini, emepercuote.»

Non dirò delle sue intenzioni, quantunque, secondo il mio giudizio, rette non pare che abbiano ad essere; ad ogni modo io domanderò chi gli abbia insegnato comporre Storie sopra Requisitorie di Procuratori Regii, cospargendole di tratto in tratto di qualche fiore còlto nel suo giardino! Ora che cosa altro ha egli fatto, almeno per me? E gli domando eziandio, se sono prove di temperanza, di moderazione, e di probità, praticare com'egli ha fatto contro uomo, che da trenta mesi si logora chiuso in carcere, e non gli può rispondere! Se così costumano i moderati, che cosa dobbiamo aspettarci daglisbracatie dagliscamiciati, è difficile immaginare. Pensino a questo i Moderati. Il suo libro si manifesta dettato nel medesimo spirito di quello del Gualterio, ma con manco di generosità, e più piglio di Procuratore Regio, però che Gualterio non dia i suoi giudizii per definitivi, e prometta, se avvisato, emendarli. Io già ho tenuto proposito del libro intitolatoLo Stato Romanoin varie parti dell'Apologia: mi giovi qui singolarmente rilevare alcune, che, adoperando il più benigno linguaggio, chiamerò falsità. A pagine 86 del Tomo III afferma: «Chi rompe paga, scriveva per telegrafo il Guerrazzi a' suoi Livornesi, usi da lui a rompere ed essere pagati?» Mi sia permesso domandare al Farini: su che cosa fonda questa vergognosa imputazione ai Livornesi, e a me? Se nel proprio mal talento, questo non fu mai, per quello che io sappia, annoverato fra le sorgenti della Storia; e veda, che quello ch'ei finge, grave sempre, per me oggi è gravissimo. A pagine 87 afferma: «dicendo provvedere alla sicurezza pubblica, provvidero al proprio impero, soldando guardie di polizia fra le turbe dei turbolenti e dei fuorusciti, le quali, come non avevan prima nè termine nè misura nelle vogliepazze e malvagie, così furono poi non presidio, ma offesa della città.» E questi, veda il Farini, e' sono rotondi, non già sinceri periodi; avvegnadio se della Guardia Municipale tu consideri la origine, troverai averla scelta una Commissione composta del Prefetto e del Gonfaloniere di Firenze con altri cittadini spettabili, e non avervi preso punto parte io, se togli la nomina Basetti, e i suoi figlio e fratello; o, se piuttosto tu vogli considerare i portamenti, li conoscerai essere tali da meritarsi di essere conservata dalla Commissione Governativa. Individui pessimi certo entrarono in quella, ma non per colpa del Governo, e perchè in qualunque composizione di corpi questo guaio vediamo avvenire sempre; nè poi furono tanti, che dessero cattivo nome al corpo intero: onde l'accusa del Farini suona singolare, e non vera. Intorno al disfacimento degli ordini in Toscana, lo mando.... se il Farini ci vorrà andare.... a quella parte della miaApologia, dove di ciò si ragiona, e le parole di Gino Capponi si riportano. Quanto scrive intorno al Granduca nostro, suona così:

«Havvi chi afferma, che egli non si fosse mai acconciato agli ordini liberi in guisa da lasciare gli appetiti e le ubbie dell'assoluto, e, come dicono, paterno reggimento. Havvi chi dice, che sin da quando rallentò i vincoli della libertà, perchè il papa coll'esempio aveva sciolti i popoli italiani, scrivesse all'arciduca Ranieri vicerè di Milano ed altri suoi consanguinei, facendo querela e beffa dei liberali che inuzzolivano. Taluno attesta, che nel tempo, in cui colle poche sue armi concorreva alla guerra d'indipendenza, egli fosse in buoni termini co' regii ed imperiali parenti, coi quali non aveva intralasciato i consueti uffizii. Ond'è, che molti hanno argomentato poi dai fatti che seguirono, e da quelli che si vanno via via svolgendo in Toscana, che Leopoldo II non solo fosse sempre oscillante fra gli avvisi e le parti contrarie, ma che sempre fosse fermo nella devozione ad Austria ed alieno dalle liberali novità. Del che io non ho a fare giudicio, perchè non ho d'onde fondarlo su base a cui la coscienza s'acqueti; nè d'altra parte ho debito di addentrarmi nelle cose toscane più di quanto sia necessario ad indagare e chiarire le attinenze di quelle colle romane. E dovendo rimanermi in prudente, e direi onesta, dubitazione, amo meglio, il confesso, pendere a benigno giudizio d'un principe che pur si parve ornato di buone qualità, mite dell'animo, degli studii fautore, riformatore d'abusi, quando gli altri italiani principi di sè davano nome ed esempio peggiori.»

Ora, che cosa egli è questo vedere, e non vedere, a modo della Vergognosa di Camposanto? Non si gittano addosso accuse pessime per iscivolare via lasciando dietro una traccia di bava a mo' di lumaca. La storia scrivono gli Storici, non gli Scoiattoli. Egli doveva verificare le accuse, e se accertate esporre gravemente, e lealmente, e se nonriusciva ad accertarle doveva trascurarle, perchè davvero raccattare quello, che ai giorni di oggi s'incontra per via, è mestiere da carrettaio, non ufficio da Storico. Tra lo Storico, che pazientemente raccoglie la materia, la studia, la saggia, la sottopone a religiosa indagine, e alla fine la veste con forme caste ed elette di stile, e lo scrivano che tuffa la penna nello inchiostro e la mena di su e di giù per le carte, la differenza che corre è grande quanto fra un pittore e uno imbiancatore; oltre che elle paiono, coteste del Farini, come veramente sono, ipocrisie, che putono di vieto lontano un miglio; e per un momento ho quasi dubitato, che dei Gesuiti oggimai fossero le voci, ed altri avesse avuto le noci; chè se la cosa non istà per l'appunto come la credo, in quanto a noci, almeno mi pare, che se le sieno spartite, e da un pezzo.... — A pagine 218 afferma: «che i Ministri tennero consiglio co' sollevatori nei Circoli nella notte dell'8 febbraio.» E veda l'onesto Farini, questo fatto che sarebbe cagione di capitale condanna, nemmeno l'Accusa (che non ha fatto a risparmio per inventarne grosse) ha osato affermarlo. A pag. 219 pone: «che nell'8 febbraio il Governo prima gridò, poi disdisse la Repubblica;» ed anche questa è calunnia pretta che neppure ha potuto riscontrare nell'Accusa, —fidata scorta degli erranti passi. Intorno alla inverosimiglianza delle tre lettere scritte dal Granduca, con le quali prima chiede, poi renunzia, e finalmente torna a sollecitare i piemontesi aiuti, ho discorso altrove; le due prime possono credersi, non già la terza, che a me pare immaginata a posta per salvare chi aveva promesso quello che nondovevapromettere, e nonpotevamantenere, se gli ordini costituzionali si vogliono osservare.

Però in queste mie miserie mi hanno somministrato non mediocre argomento d'ilarità le lodi smodate con le quali prosegue la commissione del Ministero Toscano del 22 settembre 1848 al Marchese Ridolfi per le Conferenze di Brusselle. Se io di mia certa scienza non sapessi essere allora Presidente del Consiglio Gino Capponi, non lo crederei a cui mel giurasse; però che Gino Capponi sa, che politica francese di Enrico IV, e seguita sempre da Richelieu a Lamartine inclusive, fu tenere deboli e divise la Germania e la Italia, e sa che gli Stati piccoli congregati ad equilibrio di leghe all'urto degli Stati uniti e grossi non reggono, come vedemmo ai tempi di Ludovico il Moro; e finalmente sa che rovina d'Italia fu appunto questa, operata in buona parte dal Magnifico Lorenzo dei Medici, che in condurre un disegno piccolo e cattivo pose arte e sagacia eccellenti: che mentre le si stavano componendo su i confini, grosse ed unite, l'Austria e la Francia, essa durava frantumata in piccoli brani; nè potersi della indipendenza nostra neppure parlare là dove nell'alta Italia non venga posto uno Stato forte capace a guardare le frontiere da vicini potentissimi; — e nonostante chequeste cose sapesse, leggiamo con maraviglia commettere al Marchese Ridolfi di consentire che la Lombardia si concedesse a un figlio di Carlo Alberto, e la Venezia o ad un Arciduca di Austria, o a Francesco V di Modena; in quanto alla Sicilia s'ingegnerà di promuoverne la separazione dalla Corona del Re di Napoli, assegnandola in retaggio a un figliuolo di lui; i Ducati di Parma e Modena ad ogni modo si sforzasse fare abolire; e per quanto concerne Toscanasi adatterebbe a prenderedi Lombardia un pezzo, ma non tale che si avesse a dire di lui: la carne non vale il giunco; però di 12 oncie buon peso, e senza osso, — e per di più Toscana non vorrebbe chiedere, ma sì piuttosto desidererebbe essere pregata. — Cose sono queste da far cascare le braccia ad ogni fedele cristiano. Così, invece di diminuire, si accrescevano le divisioni in Italia! E quello poi che riesce più stupendo a vedersi si è, che Farini, il quale si sbraccia a maledirmi (e se fosse vero, come è falso, avrebbe fatto bene) per essermi mostrato avverso alla composizione necessaria di uno Stato gagliardo, trova a lodare un concetto che guastava il presente e l'avvenire. Egli è vero che debole Stato siamo noi, e la nostra voce poco avrebbero ascoltato; e questo a parere mio somministrava un motivo di più o per parlare almeno magnanimi, o per tacere prudenti; e concludo sostenendo che un uomo dotto nelle storie e nelle ragioni della politica, come Gino Capponi, non può avere consentito così mirifica commissione, e mi pare assai che volesse tôrne il carico il Marchese Ridolfi, se pure non ebbe ordini segreti, che, la stupenda commissione correggendo, la riducessero ai termini del credibile. — È falso quanto scrive Farini a pag. 285, che «i Governanti Toscani non erano amici al Piemonte;» io ho chiarito, onde non si rinnuovi questa sventura, come taluni fra i Piemontesi si dimostrassero, all'opposto, poco amici dei Toscani. — Dello esilio di Massimo Azeglio, e delle ingiurie al Lovatelli di che ragiona a pag. 332, davvero nulla so, che pare qualche cosa dovrei saperne, ed anche questa va messa al monte. Delle contumelie stampate contro Gioberti, non occorre fare altra parola. Non fu il 4, ma il 3 di aprile, che l'Assemblea sospese il voto intorno alla Unione con Roma, non lo profferì contrario, come Farini asserisce erroneamente, dacchè, in modo diverso, fino da quel giorno la Restaurazione sarebbe stata decisa, e quanto racconta in seguito non accaduto, come quello ch'era ad accadere impossibile. — In due luoghi scrive, che gli agitatori menavano tanto rumore cheGuerrazzi non gli sapeva sopportare(pag. 219), e chei lazzaroni democratici deturpavano la Toscana, fremente lo stesso Guerrazzi! (pag. 332.) Ma io ricuso cotesto pane dato con la balestra, anzi perfino col punto di esclamazione in fondo; e neppure si potrebbe onestamente accettare, perchè accompagnato da soverchie tumidezze e da bugie. Bugia le sommosse fiorentine represse dalle bande livornesi; bugia l'essermi ioridotto co' Livornesi in Castello; bugia essermi mostrato pronto a pigliare posto nella provvisoria congregazione del Governo; bugia il mio girare nel manico per accettare la Restaurazione (pag. 333): le quali cose tutte, secondo che io affermo, essendo con copia di prove dimostrate nell'Apologia, non abbisognano di più largo discorso. Vorrei piuttosto tenere proposito di certa sua imputazione intorno ai successi di Genova, molto più che l'Accusa tocca anche di questi, e poi dice: te li do per giunta; — onde io, che dell'Accusa non vorrei la giunta nè la derrata, mi condurrei volentieri a tenerne ragionamento, ma basti dire (e se sia vero lo può il Farini riscontrare nel Volume dei Documenti della sua Musa, — l'Accusa), — che io desiderai soccorrere Genova quando venne fra noi la notizia, che il Piemonte in gran parte commosso per lo infortunio di Novara, respinto da sè ferocemente ogni principio di accordo, voleva tentare le ultime prove, e quando fu detto che il Generale La Marmora fra i patti della capitolazione ponesse quattro ore di saccheggio[802]. Non si verificò la prima notizia, e, se male fosse o bene, mi confesso incapace di giudicare; in quanto alla seconda, che non si verificasse fu certamente bene. E si acquistò bella gloria Vittorio Emanuele, e diè con auspicii felicissimi fondamento al nuovo Regno, superata Genova, commettendo ogni trascorso all'oblio, concesso prima lo scampo a coloro che consigli di politica lo dissuasero a ricevere su quel momento in grazia; e leggo con piacere come il buon seme generasse frutto migliore, conciossiachè i Liguri lo abbiano di recente accolto nella loro nobile città con dimostrazioni di stima profonda.

In questa nuova percossa della fortuna, come fu visto l'apice a cui possono arrivare la ignoranza con le sue stupidezze, e la tristizia con le sue perfidie, così doveva presentarsi eziandio uno spettacolo di stranezza piuttosto portentosa che rara, e consiste nel concorso di due Giornali, che si accordano fra loro come il Diavolo con l'Acqua Santa (e poichè ad uno Accusato non si addicono le parti di Giudice, io mi asterrò prudentemente dal decidere chi di loro sia il Diavolo, chi l'Acqua Santa), a favellare onestamente di me: uno è ilCattolicodei RR. PP. della Compagnia di Gesù, come ho notato nell'Apologia; l'altro è laOpinione, dello Autore chiarissimo della Vita di Fra Paolo Sarpi, Bianchi Giovini, il quale scriveva nel novembre dell'anno passato: «e prima di questo scisma, ci giustificava uno dei martiri illustri della causa italiana, l'infelice Guerrazzi, il quale, checchè si sia detto da alcuni, non è, e non fa mai mazziniano, e che riconobbe anzi a quali sventurati risultamenti avrebbero condotta l'Italia i delirii diquel Partito. Tentò egli di opporvisi, ma l'onda era troppo forte, ed egli espia in carcere, e sotto la minaccia di un processo iniquo, gli altrui errori.»

XXX. I giorni 11, 12, e 13 aprile 1849. —Pag 756.

«Poteva, dubitare che me volesse prigione.... il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi?»

«Poteva, dubitare che me volesse prigione.... il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi?»

«Sig.rAvv.oPregiatissimo.

«Per declinare dalle regole prescritte dagli ordini veglianti per l'ammissione di un Legale all'Ordine degli Avvocati, è necessario che il Postulante abbia un merito distinto. La Camera di Disciplina, che io presiedo, non saprebbe immaginarne dei più distinti di quelli che adornano la sua persona. Ed è per questo, che si è recata in sommo pregio di accoglierla nell'Ordine, a cui Ella col suo nome, col suo talento, e con le sue opere accresce lustro e decoro.

«Gradisca, signor Avvocato, l'assicurazione della alta stima e considerazione, con cui ho l'onore di essere,

«Firenze, 24 luglio 1848.

«Sig.rF.-D. Guerrazzi, di Lei

«Devotiss.oServitore«Cav.reAvv.oRanieri Lamporecchi.»

Ivi. —Pag. 762.

«Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei chea gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero.Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni: non risposero.»

«Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza appartata. Credei chea gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra la ragione del pudore: non risposero.Rappresentai il modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni: non risposero.»

Ecco la lettera: la quale merita tanto maggiore considerazione, in quanto che dettata sotto la impressione di memorie recenti, piena di contestazioni di fatti del giorno, e consentanea alle prove, che quantunque raccolte dall'Accusa pur ella ha reputato suo interesse dissimulare.

«Signori GINO CAPPONI ed altri componenti la COMMISSIONE GOVERNATIVA.

«Desidero sia letta questa scrittura con la pazienza con la quale io la detto. — Forse tornerà inutile, eppure non mi sembra beneometterla, sentendo come per molti capi importi farla alla mia religione.

«Innanzi tratto, sapete voi, o Signori, in qual modo io venni condotto quaggiù? Rispondendo per voi dico:No, imperocchè mi parrebbe enorme supporre, che voi lo aveste saputo, e consentito. A voi poco preme sapere come infiniti modi per sottrarmi alla disonesta prigionia mi sovvenissero e fossero offerti, i quali tutti, o non adoperai, o ricusai; quello però che dovrebbe premervi è questo: — che la mattina del 12 aprile la Deputazione del Municipio Fiorentino, la quale venne all'Assemblea, consultatomi intorno alla deliberazione presa di governare il Paese a nome del Principe, proposi farvi aderire l'Assemblea onde le Provincie più volonterose concorressero, ed ogni mal germe di discordia fosse tolto via; parendomi ancora pel Principe più onorato, e meno nocivo alla libertà, richiamarlo in virtù del consenso universale, che per forza di tumulto. A istanza altrui formulai un Decreto che suppongo voi abbiate nelle mani; voi sentiste diversamente da me; tuttavolta cotesta carta deve porgervi testimonianza della mia volontà, disposta a contribuire alla pace del Paese con tutte le mie forze.

«Raccomandandomi ilPriore Dignyla Patria con fervidissime parole, e confortatomi ad adoprarmi dal canto mio onde la sua miseria non si facesse maggiore, io, rispondendo con pienezza di cuore a lui e agli altri membri della Deputazione Municipale, proposi recarmi a Livorno con qualche rappresentanza officiale avesse voluto la Commissione conferirmi per disporre gli animi a starsi all'operato contenti. Accolsero con segni manifesti di gradimento questa proposta, e il Priore Digny m'invitava a non partirmi:sarebbe tornato la sera a concertare la cosa. — Intanto i Deputati si ridussero di quieto ai proprii alberghi, ed io rimasi contro il consiglio di tutti, e ricusata la carrozza offertami dalColonnello Tommi, stretto dal dovere e dallaparola dataalla Deputazione Municipale.

«Il GeneraleZannettie il ColonnelloNespolivennero verso le ore 3 pom., il primo perassicurarmiche nella serata, con treno particolare, sarei inviato a Livorno; il secondo a offrirmi di mandare qualche compagnia di Nazionale alla Stazione per tutelarmi, ad ogni evento, nel caso avessi voluto partire alle 4. — E poichè il Nespoli accomiatandosi da me mi baciava, come si costuma, in volto, ilZannettifavellò queste precise parole:io non ti bacio adesso, ti bacierò stasera. Tornarono in serataDignyeZannetti. Il primo tacque delle facoltà che doveva conferirmi la Commissione, donde io inferiva che non me le volesse assentire,ma confermarono entrambi sarebbe il mio viaggio avvenuto nella notte per Livorno. Stessi pronto a partire. Verso le ore 3 del mattino ricevo il biglietto cheunisco, pel qualeZannettimi annunziaalcuni non volere lasciar libero il passo, opinare la Commissione trasferirmi pel Corridore dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Carabinieri, avrebbe messo la Nazionale. Questa lettera, che accenna mutamento di esecuzione a concerto che resta fermo, in sostanza mi turbò alcun poco, non tanto però che mi facesse dubitare di uomini probi ed amici.Zannettivenne tardi la mattina, e dichiarò la prudenza consigliare che per 2 o 3 giorni rimanessi in Fortezza, tanto che la plebe si sdracasse. Allora le donne, e il Commesso della Segreteria dello Interno Roberto Ulacco, vollero tenermi compagnia. A confermarmi nella mia fede valse il fatto seguente: che manifestando io esser privo di danaro per pagare il viaggio, e certi miei debiti, ilPriore Martellimi portò L. 1000, e me le consegnò giusto in quel punto che da Palazzo Vecchio muovevamo a Palazzo Pitti. Durante il cammino,Zannettimi avvisò la Commissione non pareva inclinata mandarmi a Livorno, e mi interrogava se fossi stato contento a starmi qualche tempo lontano dal paese. Risposi: avere l'animo travagliato così dalle sciagure della Patria, che lo avrei reputato beneficio; egli però conoscere le mie fortune; provvedesse come gli pareva meglio. Ed egli a me: lasciassi fare, avrebbe accomodate le cose in serata, e il giorno appresso sarebbe venuto a darmene ragguaglio. Non l'ho veduto più. — Mi coglie il ribrezzo pensando da cui mosse la insidia; ma insidia vi fu, e bruttissima, a modo delle Valentinesche. Ora vorrete voi Gentiluomini giovarvi di trame proditorie, e di fede tradita?

«Sapete voi come io stia ristretto in carcere con altre cinque persone? Io rispondo per voi, e dico risolutamente: No. Dentro una stanza alberghiamo quattro, due uomini e due donne, fra queste la nepote sedicenne, cavata per pochi giorni di convento per visitare lo Zio. Voi siete padri, o Signori. — Io non aggiungo parola; — solo desidero vi preservi il Cielo dalla umiliazione di vedere così poco curato il pudore delle vostre figliuole!...

«Da nove giorni qui altro non si fa che scalpellare, turare, mettere ferrate, cassettoni, graticole e bodole, tirare tende, inchiodare catenacci, invitiare bandelle, murare e smurare; e tutto questo con tale una perturbazione del corpo e tortura dell'animo, da non potersi con parole significare. La mancanza di aria, di moto, la vista della gente che mi soffre attorno, la cura che mi lima dentro, hanno inasprito le mie infermità, e temo peggio.

«Cagione di tanto esquisita sevizia si allegano certi segnali fatti dalle finestre. Se alcuno di voi vedesse di quale generazione sieno queste ferrate e questi cassettoni, e se sapesse che da martedì in poi stanno al posto, di leggieri vi persuadereste della falsità del rapporto. Nelle cariche che ho occupato mi son guardato sopra tutto dalle relazioni degli amici zelanti; ho preferito piuttosto le censure acerbe deinemici, perchè le prime mi avrebbero quasi sempre sospinto a errare, le seconde qualche volta mi schiarirono. Certa fiata mi annunziarono ilBarone Ricasolifar grande raccolta di armi e di cannoni, a Broglio, e mi accusavano di colpevole oscitanza perchè non commettessi perquisizioni ed altri simili fastidii: io stetti saldo, e fatta cautamente e discretamente esaminare la cosa, conobbi le armi esservi, ma non molte, e per armare la Nazionale, ed esservi pure i cannoni, ma di terra cotta. Se trascorrevo a credere, sarei stato ingiusto e ridicolo. E perchè non metta più parole intorno a quest'infelice argomento, dirò che in carcere sono tenuto, per la intelligenza, come unbruto; per salute, comeuomo che si voglia spegnere; per angustia, comeGuazzino; — insomma come un Ciantelli non immaginò tenermi quando mi mise le mani addosso.

«E perchè sono ritenuto io? Per delitto, o per sospetto? Se per delitto, si proceda a processo regolarmente e civilmente; io risponderò dei miei fatti collettizii e particolari. Il Governo Provvisorio fu necessità: voi lo consentiste, e certo non vorrete allegare che lo faceste per forza, imperciocchè offendereste voi stessi, non patendo violenza lo animoso Magistrato. Consultare il Paese intorno alla sua volontà, era pure cosa necessaria, ed io l'assentiva, perchè lo stesso Principe dal voto universale non repugnava, estimandosi amato, e perchè Emanuele Fenzi mi assicurava non alieno lo stesso Senato. Se il voto non riuscì universale, colpa degli uomini ignavi, non mia; e nè tutti gli Elettori della vecchia Legge Elettorale concorrevano a votare. E le note stampate non facevano ostacolo, perchè ogni Partito poteva stampare le sue, e le manoscritte accettavansi. Intanto il Popolo che ora vuole il Principato allora gridava Repubblica, ed io fui solo contro alle sue ire, e negai che una mano di gente usurpasse il voto del Popolo consultato con modi civili; e non senza pericolo della mia persona, e biasimo grande degli esagerati, l'ottenni.

«Mi opposi a Laugier: in prima, perchè a noi mancavano avvisi certi del Principe; e del Laugier conoscendo la vita e i costumi, non era ignaro dell'avversione manifestata da lui contro la Casa del Principe fino all'assedio di Gaeta; finalmente si presentava con la invasione dei Piemontesi, alla quale conoscevo poco propenso il Granduca; e nemmeno ignoravo agitarsi un Partito nella Toscana, specialmente, a Lucca, per darsi al Piemonte. Io stesso n'ebbi eccitamenti, e nelle tasche della mia veste da camera, chiusa nei bauli che sono in Palazzo Vecchio, se non m'inganno, deve esserne rimasta la prova. Di più, la impresa di Laugier venne meno per opera dei Popoli che non gli vollero dar reità, e il suo ultimo Proclama al Popolo della Versilia chiaramente lo manifesta. Come mi studiassi a fare che la votazione dell'Assemblea procedesse libera, ne porgono testimonianzala rivista alla Nazionale, i detti e gli scritti pubblici. E comprendendo troppo bene come si dovesse calare ad onorevole accordo col Principe, allontanai quelli che mi pareva avessero a contrastare simile concetto più efficacemente degli altri, o arrestandoli, o beneficandoli, cosa che si accomoda meglio alla mia natura. All'Assemblea mi opposi alla decadenza del Principe, alla proclamazione della Repubblica, e all'Unione con Roma: perchè la prima cosa mi sembrava piena di pericolo per la Patria; alla seconda non reputando accomodati i tempi nè i costumi; rispetto alla terza, parendomi cotesta Unione uno di quei matrimonii che si contraggonoin articulo mortis; e dei miei colleghi parte ebbi avversi, e parte fermi a gran pena. A me il Popolo chiedeva la Repubblica, a voi il Principato; io negai, voi assentiste; e con ciò disposi quello che avete fatto voi e voleva fare io, pel bene di questa Patria comune, ma con onore, salve sempre la libertà e la sicurezza delle persone. Atti, e scritti attestano questo mio concetto, e lo attesteranno anche persone spettabili, costituite presso noi in ufficio diplomatico.

«Avere dato opera alla difesa dei confini non deve ridondarmi in biasimo, sia perchè la difesa era stata promessa a codesti Popoli nella loro dedizione, e fu rinnuovata poi; sia perchè mi pareva onorevole rendere il Paese quale era stato lasciato al Principe, commettendo per l'avvenire la cura di provvedere a lui stesso. Tutelai la Religione richiamando lo Arcivescovo di Firenze, e tenendo ferme le censure comminate da Lui contro preti protetti dal Popolo; mantenni con ogni supremo sforzo il Paese salvo da omicidii e da saccheggi: l'altrui vita salvai esponendo la mia.

«Spero che nessuno di voi mi reputi così scellerato o stolto, che per me si partecipasse al fatto eternamente lamentabile dell'11 aprile. Il Battaglione Guarducci ottima prova di sè aveva fatto a Pistoia, siccome lo attestano le dichiarazioni che io mi ebbi, e la fede dello egregio Franchini mandato a speculare sui luoghi. Da Arezzo, dove fu diretto, prima vennero biasimi, poi giustificazioni per la parte del Romanelli, onde io non reputai commettere fallo rendere cotesto Battaglione a Pistoia, facendolo transitare da Firenze, e qui fornirlo di armi e di vesti. Intorno a questa gente io non ricevei mai reclamo, nè credo lo ricevesse il Ministro della Guerra. I Volontarii raccolti in Fortezza di San Giovanni erano consegnati, ordinai che non uscissero, e lì dovevano organizzarsi, appunto come il Battaglione che n'era uscito il giorno 9. Le compagnie stanziate in Borgo Ognissanti commisero brutti falli e insolenze: queste furono sottoposte alle discipline militari: quando alcuni di loro furono arrestati a Porta a Prato, andai di persona, gli rimproverai acerbamente, e, chiamati più volte gli ufficiali, ordinai si punissero con tutto il rigore della Legge. La Nazionaledi Guardia può far fede del successo. Simili insolenze non erano nuove, e furono commesse anche dalla gente stanziata all'Uccello, la quale ricercata e punita non porse argomento a gravi contese; molto meno a collisioni sanguinose. Quando avvenne il fatto di Piazza Vecchia, andai di persona, — e quello che operassi, e quali pericoli corressi per istrappare a forza cotesti sciagurati dalla guerra infame, ve lo dica la gente, non io. — Meglio per me fossi morto quel giorno!

«Se mi ritenete per sospetto, io vorrei dirvi che la mia vita politica è rotta, che le sciagure della Patria mi hanno percossa la mente così da dissuadermi da partecipare più oltre nella cosa pubblica; ma voi lo terreste per giuramento di marinaro: vorrei offrirvi la mia parola di onore, ma, temendo ripulsa, non la espongo; solo vi avvertirò che vogliate ricordarvi come i tumulti a Roma non cagionassero mai la rovina della città, perchè terminarono con una Legge; all'opposto in Firenze, perchè si conclusero con prigionie, esilii, ed ingiurie maggiori. Se voi mi reputate un Capo Partito pericolosissimo avete tre modi: o ammazzarmi, o conciliarmi, o cacciarmi via. Il primo modo voi non vorrete, nè potrete tenere; il secondo pare che schifiate; rimane il terzo: ebbene, se vi par giusto, fatelo. Ho letto le storie non per ornato vano, sibbene per condurvi sopra la vita; e lo esempio di Giano della Bella m'insegna come gli animosi cittadini abbiano a sacrificarsi in benefizio della Patria. Nè possono mancarvi mezzi per assicurare a voi la mia partenza, e rendere a me meno amari i passi dell'esilio.

«Ritenendomi in carcere, voi mi rovinate la salute, e questo la coscienza vostra, che pur siete gentiluomini e cristiani, non lo può patire. — Rovinate i miei nipoti che, orfani per malignità del Choléra, tornano adesso (poveretti!) orfani una seconda volta. Rovinate le mie poverissime fortune, e condannate me e loro alla miseria.

«Ritenendomi in carcere, parrà che lo facciate per compiacere una plebe matta, che non sa servire nè esser libera, mutabile e feroce, e che me le gettiate davanti come alle belve nel circo; parrà che lo facciate per vendetta di me che pure non vi offesi, ed anche di recente mi condussi verso voi con la convenienza che meritate; parrà lo facciate in benefizio di una Fazione che vince; e quindi, comecchè coperti, cresceranno i rancori, e a loco e tempo proromperanno, nè avremo pace mai, e con somma contentezza dei nostri nemici presenteremo l'aspetto di moribondi litiganti sull'orlo della fossa. A me sembra essere tratto quattro secoli addietro, e mi paiono rinnuovate le gare degli Albizzi, degli Alberti, dei Ricci, e degli Scali: la prerogativa regia diventata quasi un pugnale, che i contendenti s'ingegnano strapparsi di mano per offendersi a vicenda.

«Queste cose ho voluto dirvi per la Patria, per la mia famiglia, e per me, onde voi mi trovaste modo onorevole di uscir di paese, — pensaste alla mia famiglia, alla gente che volontaria pena oggi qui meco, e comunque giovane si consuma, — e alleggeriste le angustie del carcere disonesto, che davvero sono troppe, e non sopportabili. Abbiate mente che così, senza offesa della vostra reputazione, non può tenersi un uomo che il Principe elevò al grado di suo consigliere, e voi stessi eleggeste a governare il Paese. In ogni evento della fortuna gli uomini, ancorchè emuli, hanno da usarsi scambievolmente un certo tal quale pudore di convenienza, senza del quale il costume pubblico precipita con danno infinito in cinismo feroce.

«Che se tutte queste considerazioni, e queste istanze per altrui e per me, dovessero convertirsi in un nuovo motivo d'ingiuria pei miei cari, e per me, allora la storia domestica mi presenta un altro esempio imitabile in tutto — eccetto che in una parte, — e questa consiste nel non desiderare mai che dalle mie ossa sorga verun vendicatore.

«Dalle Segrete, 28 aprile 1849.

«F.-D. Guerrazzi.»

FINE.


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