APPENDICI
IL VANTO
Venite, o cortegiani e lieti amanti,Ogni signore, principe e marchese,Sentir mia gloria e fama tutti quanti.Io son quella famosa Ferrarese,Che porto el vanto, lo scettro e l’onoreDi beltà e pompa, gentile e cortese.Io sento tanto gaudio nel mio core,E ne la mente infinita dolcezza,Tra l’altre essendo di bellezza il fiore.Tanto in me regna amore e gentilezza,Con dolce e lieta faccia ed atti fieri,Ch’ogni signor per me ciascuna sprezza.Io ho duo occhi più che corbo neri,Che chi li guarda resta stupefatto,E prigion fassi a me ben volentieri.Il ciglio ho raro, ch’è sottile e tratto.Le labra di corallo e ’l dolce riso,D’onde resta ciascun preso e legato.La bella fronte, il rilevato viso,E ’l naso profilato infra due roseHanno a molti signori el cor reciso.La lingua ho chiara in proferir le cose,D’avolio i denti, e l’alito suave,Che chi ne gusta fa mettersi in crose.La mia bocchina dolce è una chiaveCh’apre le borse e fa chiamar mercede,E rallegra chi fussi in doglie prave.La gola ho d’alabastro, a la qual cedeLa neve, e ’l petto, e l’acerbe pomelle.Che strugger fan ciascun che quelle vede.Le parti ho poi secrete più che belle:Come ognun pensa tal dolcezza hanno,Che muor di voglia chi ben pensa quelle.Le bianche mani que’ be’ lavor fanno;Mia leggiadra persona e ’l picciol piedeMetton ciascun signor in doglia e affanno.Di quindici anni son, come si vede,Grassetta, morbidina e solazzosa,E la prova ne faccia chi nol crede.Benigna, saggia, accorta e graziosa,Domestica, piacevole e galante,Ch’ogn’altra presso a me par brutta cosa.D’oro, velluto, seta ho veste tante,Con fine pietre e perle lavorate;Assai n’ho più de l’altre tutte quante.D’oro e di seta camice increspateDi finissima rensa ho più di cento,Con calze e scarpe a più fogge tagliate.E per mostrar mia pompa e valimentoAl collo una catena porto taleChe val ducati d’oro almen dugento.Un’altra non conosco a me eguale,C’habbi la casa come me fornitaDi pane, legne, vino, olio e sale.Una credenza ho d’argento forbita.Le tavole, le mura, panche e casseDi tappeti e d’arazzi ognun vestita.Ho di panni di lino le gran masse,Più che candida neve delicati,Ch’ognun che quelle vede stupefasse;Tutti di fin profumo profumati;Zibetto e muschio in copia ho tuttavia,Che da più gran signor mi son donati.Non può dove son io esser moria,Tanta suavità e tanti odoriAdosso porto per galanteria.Sempre son con gran principi e signoriA feste, a comedie, a suoni e canti,Con molte mie fantesche e servidori.Beati son per me tutti gli amanti;Ognun servitor m’è ed io signora,Signora a dar la berta a tutti quanti.Ognun per me si distrugge e divora,Ciascun mi profferisce argento ed oro,L’alma e la vita offerendomi ancora.E per far noto a tutti il mio lavoro,Un sacco di danari ho in mia balia,Dove tengo per mio miglior ristoro.Una mensa da re ho tuttavia,Abbondante di quaglie e di capponiCon pernici e fagiani in compagnia.Pollastri, fegatei, torte e piccioni.Con savor bianchi e neri, e con guazzetti,Insieme con molti altri buon bocconi.Vin bianchi e ner delicati e perfetti,Trebbiani e malvagia e marzapani,Con più sorte infinite di confetti.Ogni vil ragazzin piene ha le mani.Ogni fantesca ed ogni servitore;Il dirò pur, ne mangian fino a’ cani.Ed ho infra gli altri mia un corridore,Che chi cercassi el mondo tutto quantoNon potrebbe trovarne un più migliore.Ed infra l’altre i’ mi glorio e vantoDa letto una coverta sì sfoggiataChe mai n’ebbe sì una el papa santo.Una carretta ’i ho d’oro intagliataCon arabici gruppi azzurri e bianchi,Ne la qual vo a solazzo alcuna fiata.Come Amore che tien saetta a’ fianchi,Così mentre guidata ci son ioDa sei destrier via più che neve bianchi.E per veder el vago corpo mioDa usci e da balcon gente infinitaCorre a veder con gaudio e con disio.Ed io con faccia angelica e graditaDel bosco uscir farei e dir mercedeOgni selvaggio ed antico eremita.Tiensi felice ciascun che mi vede,Beato è quel che tocca questo viso,E santo chi servir mi può con fede.Pensa poi chi con festa canto e risoDel mio giardin la libertà gli è dato:Esser non vorria già in paradiso,Nè qua giù con nessun cambiare stato.
Venite, o cortegiani e lieti amanti,Ogni signore, principe e marchese,Sentir mia gloria e fama tutti quanti.Io son quella famosa Ferrarese,Che porto el vanto, lo scettro e l’onoreDi beltà e pompa, gentile e cortese.Io sento tanto gaudio nel mio core,E ne la mente infinita dolcezza,Tra l’altre essendo di bellezza il fiore.Tanto in me regna amore e gentilezza,Con dolce e lieta faccia ed atti fieri,Ch’ogni signor per me ciascuna sprezza.Io ho duo occhi più che corbo neri,Che chi li guarda resta stupefatto,E prigion fassi a me ben volentieri.Il ciglio ho raro, ch’è sottile e tratto.Le labra di corallo e ’l dolce riso,D’onde resta ciascun preso e legato.La bella fronte, il rilevato viso,E ’l naso profilato infra due roseHanno a molti signori el cor reciso.La lingua ho chiara in proferir le cose,D’avolio i denti, e l’alito suave,Che chi ne gusta fa mettersi in crose.La mia bocchina dolce è una chiaveCh’apre le borse e fa chiamar mercede,E rallegra chi fussi in doglie prave.La gola ho d’alabastro, a la qual cedeLa neve, e ’l petto, e l’acerbe pomelle.Che strugger fan ciascun che quelle vede.Le parti ho poi secrete più che belle:Come ognun pensa tal dolcezza hanno,Che muor di voglia chi ben pensa quelle.Le bianche mani que’ be’ lavor fanno;Mia leggiadra persona e ’l picciol piedeMetton ciascun signor in doglia e affanno.Di quindici anni son, come si vede,Grassetta, morbidina e solazzosa,E la prova ne faccia chi nol crede.Benigna, saggia, accorta e graziosa,Domestica, piacevole e galante,Ch’ogn’altra presso a me par brutta cosa.D’oro, velluto, seta ho veste tante,Con fine pietre e perle lavorate;Assai n’ho più de l’altre tutte quante.D’oro e di seta camice increspateDi finissima rensa ho più di cento,Con calze e scarpe a più fogge tagliate.E per mostrar mia pompa e valimentoAl collo una catena porto taleChe val ducati d’oro almen dugento.Un’altra non conosco a me eguale,C’habbi la casa come me fornitaDi pane, legne, vino, olio e sale.Una credenza ho d’argento forbita.Le tavole, le mura, panche e casseDi tappeti e d’arazzi ognun vestita.Ho di panni di lino le gran masse,Più che candida neve delicati,Ch’ognun che quelle vede stupefasse;Tutti di fin profumo profumati;Zibetto e muschio in copia ho tuttavia,Che da più gran signor mi son donati.Non può dove son io esser moria,Tanta suavità e tanti odoriAdosso porto per galanteria.Sempre son con gran principi e signoriA feste, a comedie, a suoni e canti,Con molte mie fantesche e servidori.Beati son per me tutti gli amanti;Ognun servitor m’è ed io signora,Signora a dar la berta a tutti quanti.Ognun per me si distrugge e divora,Ciascun mi profferisce argento ed oro,L’alma e la vita offerendomi ancora.E per far noto a tutti il mio lavoro,Un sacco di danari ho in mia balia,Dove tengo per mio miglior ristoro.Una mensa da re ho tuttavia,Abbondante di quaglie e di capponiCon pernici e fagiani in compagnia.Pollastri, fegatei, torte e piccioni.Con savor bianchi e neri, e con guazzetti,Insieme con molti altri buon bocconi.Vin bianchi e ner delicati e perfetti,Trebbiani e malvagia e marzapani,Con più sorte infinite di confetti.Ogni vil ragazzin piene ha le mani.Ogni fantesca ed ogni servitore;Il dirò pur, ne mangian fino a’ cani.Ed ho infra gli altri mia un corridore,Che chi cercassi el mondo tutto quantoNon potrebbe trovarne un più migliore.Ed infra l’altre i’ mi glorio e vantoDa letto una coverta sì sfoggiataChe mai n’ebbe sì una el papa santo.Una carretta ’i ho d’oro intagliataCon arabici gruppi azzurri e bianchi,Ne la qual vo a solazzo alcuna fiata.Come Amore che tien saetta a’ fianchi,Così mentre guidata ci son ioDa sei destrier via più che neve bianchi.E per veder el vago corpo mioDa usci e da balcon gente infinitaCorre a veder con gaudio e con disio.Ed io con faccia angelica e graditaDel bosco uscir farei e dir mercedeOgni selvaggio ed antico eremita.Tiensi felice ciascun che mi vede,Beato è quel che tocca questo viso,E santo chi servir mi può con fede.Pensa poi chi con festa canto e risoDel mio giardin la libertà gli è dato:Esser non vorria già in paradiso,Nè qua giù con nessun cambiare stato.
Venite, o cortegiani e lieti amanti,
Ogni signore, principe e marchese,
Sentir mia gloria e fama tutti quanti.
Io son quella famosa Ferrarese,
Che porto el vanto, lo scettro e l’onore
Di beltà e pompa, gentile e cortese.
Io sento tanto gaudio nel mio core,
E ne la mente infinita dolcezza,
Tra l’altre essendo di bellezza il fiore.
Tanto in me regna amore e gentilezza,
Con dolce e lieta faccia ed atti fieri,
Ch’ogni signor per me ciascuna sprezza.
Io ho duo occhi più che corbo neri,
Che chi li guarda resta stupefatto,
E prigion fassi a me ben volentieri.
Il ciglio ho raro, ch’è sottile e tratto.
Le labra di corallo e ’l dolce riso,
D’onde resta ciascun preso e legato.
La bella fronte, il rilevato viso,
E ’l naso profilato infra due rose
Hanno a molti signori el cor reciso.
La lingua ho chiara in proferir le cose,
D’avolio i denti, e l’alito suave,
Che chi ne gusta fa mettersi in crose.
La mia bocchina dolce è una chiave
Ch’apre le borse e fa chiamar mercede,
E rallegra chi fussi in doglie prave.
La gola ho d’alabastro, a la qual cede
La neve, e ’l petto, e l’acerbe pomelle.
Che strugger fan ciascun che quelle vede.
Le parti ho poi secrete più che belle:
Come ognun pensa tal dolcezza hanno,
Che muor di voglia chi ben pensa quelle.
Le bianche mani que’ be’ lavor fanno;
Mia leggiadra persona e ’l picciol piede
Metton ciascun signor in doglia e affanno.
Di quindici anni son, come si vede,
Grassetta, morbidina e solazzosa,
E la prova ne faccia chi nol crede.
Benigna, saggia, accorta e graziosa,
Domestica, piacevole e galante,
Ch’ogn’altra presso a me par brutta cosa.
D’oro, velluto, seta ho veste tante,
Con fine pietre e perle lavorate;
Assai n’ho più de l’altre tutte quante.
D’oro e di seta camice increspate
Di finissima rensa ho più di cento,
Con calze e scarpe a più fogge tagliate.
E per mostrar mia pompa e valimento
Al collo una catena porto tale
Che val ducati d’oro almen dugento.
Un’altra non conosco a me eguale,
C’habbi la casa come me fornita
Di pane, legne, vino, olio e sale.
Una credenza ho d’argento forbita.
Le tavole, le mura, panche e casse
Di tappeti e d’arazzi ognun vestita.
Ho di panni di lino le gran masse,
Più che candida neve delicati,
Ch’ognun che quelle vede stupefasse;
Tutti di fin profumo profumati;
Zibetto e muschio in copia ho tuttavia,
Che da più gran signor mi son donati.
Non può dove son io esser moria,
Tanta suavità e tanti odori
Adosso porto per galanteria.
Sempre son con gran principi e signori
A feste, a comedie, a suoni e canti,
Con molte mie fantesche e servidori.
Beati son per me tutti gli amanti;
Ognun servitor m’è ed io signora,
Signora a dar la berta a tutti quanti.
Ognun per me si distrugge e divora,
Ciascun mi profferisce argento ed oro,
L’alma e la vita offerendomi ancora.
E per far noto a tutti il mio lavoro,
Un sacco di danari ho in mia balia,
Dove tengo per mio miglior ristoro.
Una mensa da re ho tuttavia,
Abbondante di quaglie e di capponi
Con pernici e fagiani in compagnia.
Pollastri, fegatei, torte e piccioni.
Con savor bianchi e neri, e con guazzetti,
Insieme con molti altri buon bocconi.
Vin bianchi e ner delicati e perfetti,
Trebbiani e malvagia e marzapani,
Con più sorte infinite di confetti.
Ogni vil ragazzin piene ha le mani.
Ogni fantesca ed ogni servitore;
Il dirò pur, ne mangian fino a’ cani.
Ed ho infra gli altri mia un corridore,
Che chi cercassi el mondo tutto quanto
Non potrebbe trovarne un più migliore.
Ed infra l’altre i’ mi glorio e vanto
Da letto una coverta sì sfoggiata
Che mai n’ebbe sì una el papa santo.
Una carretta ’i ho d’oro intagliata
Con arabici gruppi azzurri e bianchi,
Ne la qual vo a solazzo alcuna fiata.
Come Amore che tien saetta a’ fianchi,
Così mentre guidata ci son io
Da sei destrier via più che neve bianchi.
E per veder el vago corpo mio
Da usci e da balcon gente infinita
Corre a veder con gaudio e con disio.
Ed io con faccia angelica e gradita
Del bosco uscir farei e dir mercede
Ogni selvaggio ed antico eremita.
Tiensi felice ciascun che mi vede,
Beato è quel che tocca questo viso,
E santo chi servir mi può con fede.
Pensa poi chi con festa canto e riso
Del mio giardin la libertà gli è dato:
Esser non vorria già in paradiso,
Nè qua giù con nessun cambiare stato.
IL LAMENTO
Oimè, ahimè, deh Dio, ahi cieli, oh sorte!O martoro infernal, morbo francese,Che impaurita fai fuggir la morte!O gente più che ingrata e discortese,Non conoscete voi me poverina,Famosa cortigiana ferrarese?OMatrema non vole, o Lorenzina,O Angela, o Cecilia, o Beatrice[585],Sia vostro essempio omai questa meschina.Già fui [sì] favorita e sì felice!Vestiva d’oro anch’io; mo un sacco grosso:Le starne odiavo, or bramo una radice.Già preziosi odor portavo addosso;Or solfo, argento vivo, empiastro al maleTal che appena sofferir nol posso.Foglie di cavol son il bel trinzale[586],Le perle son le bolle, gomme e doglie,E vado mendicando a lo spedale.Già me cavai anch’io tutte mie voglie,Fe’ ammazzar tori e braveggiar corsieri;Or sangue, marcia son mie pompe e spoglie.Sempre era tra signori e cavalieri,A pasti, a comedie, a suoni e canti;Or staria in una stalla volontieri.Beati eran per me tutti gli amanti,Ognun servitor m’era ed io signora;Or mi mostrano a dito tutti quanti.Dormivo in seta, e ora al vento fuora,Sotto a le panche, e son cacciata via,E le camere d’or schifavo allora.Corsi, grechi, trebbiani e malvasiaNon mi contentâr mai; ora m’avveggioChe de l’acqua d’un fosso ho carestia.Già de ciascuna fecemi motteggio;Ognuna or beffan me con dir: tu staiMale al possibil; tu starai ancor peggio.Così invecchiando alquanto dechinai,E die’ principio a camere locande,E ben dua anni in quel me sustentai.Oh Dio, ch’io moro! ahimè, che dolor grande!Trista me, contarò tutti i miei danniE le mie intollerabili vivande.Dico che non passò da dui altri anniCh’io fallii alloggiando, e ritornaiRuffianando altrui, lavando e’ panni.Così mancando in van tormenti e guai,Crescemmi sempre questo mal crudele;Un tempo in le taverne cucinai.Ah Dio, che quest’è ancor più amaro fele,Che l’ultimo rimedio mi fu tolto,Chè i frati e non più noi vendon candele.Ma al dispetto di me non sarà moltoChe seguita sarò ne la carretta,E al mio somigliarà qualche bel volto.E se non imparate la recettaCh’io v’insegno, superbe cortigiane,Ponte Sisto e il spedal presto v’aspetta.Procacciatavi aver oggi, domane,Un grosso, un giulio, quel che voi potete,Altrimenti accattando andrete il pane.Sempre i signor non s’hanno, e voi ’l sapete,Che donino el tesor liberamente,Sì come spesso fa chi dà in la rete.Servite volentieri ad ogni gente,Contentate chi viene a solo a solo,Perchè meglio è qualcosa ch’aver niente.El mio rimedio non vi ponga duolo,Perchè ho provato che tal volta donaQuanto un gran ricco un povero acquaruolo.Sì che degnative d’ogni persona;Non fate la signora in gloria e in giocoQual io, ch’or più per nulla non son bona.Questo felice tempo dura poco;Vien meno il carnevale e la stagione,E spesso in casa non v’è pan nè fuoco.Or parte la fantesca, ora il garzone;Or s’impegna la vesta, or le catene,Poi per tributo andar spesso in prigione.Ma i sbirri a voi aggiongon maggior pene:Del Populo la strada al sudor vostro[587]Pagarvi è forza, e stavvi molto bene.Io vi parlo el vangelo e ’l pater nostro:Raffrenate la gola e gale tante,Se non, qual io retornerete un mostro.Non li tappeti a le finestre avante;Lassate le gran case e gran palazzi,Chè le pigion vi mangian tutte quante.Ognun vol le fantesche, ognun ragazzi;Non si può vivere e sempre si stenta;Non son, come eran già, gli uomini pazzi.Chi di quello che può non si contenta,Gli è forza rovinar senza riparo,E ladra al fine, o mendica diventa.Il pelar cigli, el belletto sì caro,Le ribalde judee comprar vi fanno;Lasciatelo in malor, siavi discaro.L’acque, i zibetti e le mesture danno;Livida e grinza fan la bella faccia,Ch’è ’l principio del vostro longo affanno.Così non avesse io questa rognacciaCome gli è vero, e tanta carne guasta,Del che ognun dice: ch’el bon pro ti faccia.Non vo’ dir più, per mo questo vi basta.Ohimè le doglie, oh maledetta sorte!Che piaghe ho io che va un linzol per tasta!Può far il ciel che in tutta questa corteNon sia un sì vago del mio senoChe non m’ajuti a qualche strana morte?De limosina alcun non venga meno,Non già per sostentar più questa vita;Ma per comprar un bicchier di veneno,Acciò tanta miseria sia finita.Qui jace un corpo molto delicato,Di beltà e di pompa unico in vita;Or ne l’inferno purga il suo peccato.
Oimè, ahimè, deh Dio, ahi cieli, oh sorte!O martoro infernal, morbo francese,Che impaurita fai fuggir la morte!O gente più che ingrata e discortese,Non conoscete voi me poverina,Famosa cortigiana ferrarese?OMatrema non vole, o Lorenzina,O Angela, o Cecilia, o Beatrice[585],Sia vostro essempio omai questa meschina.Già fui [sì] favorita e sì felice!Vestiva d’oro anch’io; mo un sacco grosso:Le starne odiavo, or bramo una radice.Già preziosi odor portavo addosso;Or solfo, argento vivo, empiastro al maleTal che appena sofferir nol posso.Foglie di cavol son il bel trinzale[586],Le perle son le bolle, gomme e doglie,E vado mendicando a lo spedale.Già me cavai anch’io tutte mie voglie,Fe’ ammazzar tori e braveggiar corsieri;Or sangue, marcia son mie pompe e spoglie.Sempre era tra signori e cavalieri,A pasti, a comedie, a suoni e canti;Or staria in una stalla volontieri.Beati eran per me tutti gli amanti,Ognun servitor m’era ed io signora;Or mi mostrano a dito tutti quanti.Dormivo in seta, e ora al vento fuora,Sotto a le panche, e son cacciata via,E le camere d’or schifavo allora.Corsi, grechi, trebbiani e malvasiaNon mi contentâr mai; ora m’avveggioChe de l’acqua d’un fosso ho carestia.Già de ciascuna fecemi motteggio;Ognuna or beffan me con dir: tu staiMale al possibil; tu starai ancor peggio.Così invecchiando alquanto dechinai,E die’ principio a camere locande,E ben dua anni in quel me sustentai.Oh Dio, ch’io moro! ahimè, che dolor grande!Trista me, contarò tutti i miei danniE le mie intollerabili vivande.Dico che non passò da dui altri anniCh’io fallii alloggiando, e ritornaiRuffianando altrui, lavando e’ panni.Così mancando in van tormenti e guai,Crescemmi sempre questo mal crudele;Un tempo in le taverne cucinai.Ah Dio, che quest’è ancor più amaro fele,Che l’ultimo rimedio mi fu tolto,Chè i frati e non più noi vendon candele.Ma al dispetto di me non sarà moltoChe seguita sarò ne la carretta,E al mio somigliarà qualche bel volto.E se non imparate la recettaCh’io v’insegno, superbe cortigiane,Ponte Sisto e il spedal presto v’aspetta.Procacciatavi aver oggi, domane,Un grosso, un giulio, quel che voi potete,Altrimenti accattando andrete il pane.Sempre i signor non s’hanno, e voi ’l sapete,Che donino el tesor liberamente,Sì come spesso fa chi dà in la rete.Servite volentieri ad ogni gente,Contentate chi viene a solo a solo,Perchè meglio è qualcosa ch’aver niente.El mio rimedio non vi ponga duolo,Perchè ho provato che tal volta donaQuanto un gran ricco un povero acquaruolo.Sì che degnative d’ogni persona;Non fate la signora in gloria e in giocoQual io, ch’or più per nulla non son bona.Questo felice tempo dura poco;Vien meno il carnevale e la stagione,E spesso in casa non v’è pan nè fuoco.Or parte la fantesca, ora il garzone;Or s’impegna la vesta, or le catene,Poi per tributo andar spesso in prigione.Ma i sbirri a voi aggiongon maggior pene:Del Populo la strada al sudor vostro[587]Pagarvi è forza, e stavvi molto bene.Io vi parlo el vangelo e ’l pater nostro:Raffrenate la gola e gale tante,Se non, qual io retornerete un mostro.Non li tappeti a le finestre avante;Lassate le gran case e gran palazzi,Chè le pigion vi mangian tutte quante.Ognun vol le fantesche, ognun ragazzi;Non si può vivere e sempre si stenta;Non son, come eran già, gli uomini pazzi.Chi di quello che può non si contenta,Gli è forza rovinar senza riparo,E ladra al fine, o mendica diventa.Il pelar cigli, el belletto sì caro,Le ribalde judee comprar vi fanno;Lasciatelo in malor, siavi discaro.L’acque, i zibetti e le mesture danno;Livida e grinza fan la bella faccia,Ch’è ’l principio del vostro longo affanno.Così non avesse io questa rognacciaCome gli è vero, e tanta carne guasta,Del che ognun dice: ch’el bon pro ti faccia.Non vo’ dir più, per mo questo vi basta.Ohimè le doglie, oh maledetta sorte!Che piaghe ho io che va un linzol per tasta!Può far il ciel che in tutta questa corteNon sia un sì vago del mio senoChe non m’ajuti a qualche strana morte?De limosina alcun non venga meno,Non già per sostentar più questa vita;Ma per comprar un bicchier di veneno,Acciò tanta miseria sia finita.
Oimè, ahimè, deh Dio, ahi cieli, oh sorte!
O martoro infernal, morbo francese,
Che impaurita fai fuggir la morte!
O gente più che ingrata e discortese,
Non conoscete voi me poverina,
Famosa cortigiana ferrarese?
OMatrema non vole, o Lorenzina,
O Angela, o Cecilia, o Beatrice[585],
Sia vostro essempio omai questa meschina.
Già fui [sì] favorita e sì felice!
Vestiva d’oro anch’io; mo un sacco grosso:
Le starne odiavo, or bramo una radice.
Già preziosi odor portavo addosso;
Or solfo, argento vivo, empiastro al male
Tal che appena sofferir nol posso.
Foglie di cavol son il bel trinzale[586],
Le perle son le bolle, gomme e doglie,
E vado mendicando a lo spedale.
Già me cavai anch’io tutte mie voglie,
Fe’ ammazzar tori e braveggiar corsieri;
Or sangue, marcia son mie pompe e spoglie.
Sempre era tra signori e cavalieri,
A pasti, a comedie, a suoni e canti;
Or staria in una stalla volontieri.
Beati eran per me tutti gli amanti,
Ognun servitor m’era ed io signora;
Or mi mostrano a dito tutti quanti.
Dormivo in seta, e ora al vento fuora,
Sotto a le panche, e son cacciata via,
E le camere d’or schifavo allora.
Corsi, grechi, trebbiani e malvasia
Non mi contentâr mai; ora m’avveggio
Che de l’acqua d’un fosso ho carestia.
Già de ciascuna fecemi motteggio;
Ognuna or beffan me con dir: tu stai
Male al possibil; tu starai ancor peggio.
Così invecchiando alquanto dechinai,
E die’ principio a camere locande,
E ben dua anni in quel me sustentai.
Oh Dio, ch’io moro! ahimè, che dolor grande!
Trista me, contarò tutti i miei danni
E le mie intollerabili vivande.
Dico che non passò da dui altri anni
Ch’io fallii alloggiando, e ritornai
Ruffianando altrui, lavando e’ panni.
Così mancando in van tormenti e guai,
Crescemmi sempre questo mal crudele;
Un tempo in le taverne cucinai.
Ah Dio, che quest’è ancor più amaro fele,
Che l’ultimo rimedio mi fu tolto,
Chè i frati e non più noi vendon candele.
Ma al dispetto di me non sarà molto
Che seguita sarò ne la carretta,
E al mio somigliarà qualche bel volto.
E se non imparate la recetta
Ch’io v’insegno, superbe cortigiane,
Ponte Sisto e il spedal presto v’aspetta.
Procacciatavi aver oggi, domane,
Un grosso, un giulio, quel che voi potete,
Altrimenti accattando andrete il pane.
Sempre i signor non s’hanno, e voi ’l sapete,
Che donino el tesor liberamente,
Sì come spesso fa chi dà in la rete.
Servite volentieri ad ogni gente,
Contentate chi viene a solo a solo,
Perchè meglio è qualcosa ch’aver niente.
El mio rimedio non vi ponga duolo,
Perchè ho provato che tal volta dona
Quanto un gran ricco un povero acquaruolo.
Sì che degnative d’ogni persona;
Non fate la signora in gloria e in gioco
Qual io, ch’or più per nulla non son bona.
Questo felice tempo dura poco;
Vien meno il carnevale e la stagione,
E spesso in casa non v’è pan nè fuoco.
Or parte la fantesca, ora il garzone;
Or s’impegna la vesta, or le catene,
Poi per tributo andar spesso in prigione.
Ma i sbirri a voi aggiongon maggior pene:
Del Populo la strada al sudor vostro[587]
Pagarvi è forza, e stavvi molto bene.
Io vi parlo el vangelo e ’l pater nostro:
Raffrenate la gola e gale tante,
Se non, qual io retornerete un mostro.
Non li tappeti a le finestre avante;
Lassate le gran case e gran palazzi,
Chè le pigion vi mangian tutte quante.
Ognun vol le fantesche, ognun ragazzi;
Non si può vivere e sempre si stenta;
Non son, come eran già, gli uomini pazzi.
Chi di quello che può non si contenta,
Gli è forza rovinar senza riparo,
E ladra al fine, o mendica diventa.
Il pelar cigli, el belletto sì caro,
Le ribalde judee comprar vi fanno;
Lasciatelo in malor, siavi discaro.
L’acque, i zibetti e le mesture danno;
Livida e grinza fan la bella faccia,
Ch’è ’l principio del vostro longo affanno.
Così non avesse io questa rognaccia
Come gli è vero, e tanta carne guasta,
Del che ognun dice: ch’el bon pro ti faccia.
Non vo’ dir più, per mo questo vi basta.
Ohimè le doglie, oh maledetta sorte!
Che piaghe ho io che va un linzol per tasta!
Può far il ciel che in tutta questa corte
Non sia un sì vago del mio seno
Che non m’ajuti a qualche strana morte?
De limosina alcun non venga meno,
Non già per sostentar più questa vita;
Ma per comprar un bicchier di veneno,
Acciò tanta miseria sia finita.
Qui jace un corpo molto delicato,Di beltà e di pompa unico in vita;Or ne l’inferno purga il suo peccato.
Qui jace un corpo molto delicato,
Di beltà e di pompa unico in vita;
Or ne l’inferno purga il suo peccato.