D’una cote Caucasea assai più dura,
D’una cote Caucasea assai più dura,
D’una cote Caucasea assai più dura,
lamenta gli inutili donativi, dice l’incendio che lo divora maggior di quello che già distrussel’antico et superbo Ilio, vede per la prossima morte che lo aspetta
orbato e viduoDelle lettere humane l’aureo studio;
orbato e viduoDelle lettere humane l’aureo studio;
orbato e viduo
Delle lettere humane l’aureo studio;
e si prepara l’epitafio. Chi vuol saperne di più legga iCantici, chè a noi ora non importa di dirne altro.
Lo Scrofa ebbe, come s’è notato, imitatori in gran numero, e se nelle loro composizioni la satira prende più particolarmente di mira il gergo dei pedanti, si volge anche, non di rado, ad altri oggetti. In un sonetto del Giroldi si accenna alle contese che fervevano tra i toscani, sostenitori del volgare, e i pedanti, sostenitori del latino[300]; in un capitolo già citato di Metello Grafagnino, un pedante ricordando i bei tempi dei Maroni e dei Mecenati, quando, dice egli, i valentuomini pari suoi erano debitamente tenuti in pregio e onorati, si lagna forte della mutata condizione delle cose e del secolo
Infido, inerte, vafro e versipelle,
Infido, inerte, vafro e versipelle,
Infido, inerte, vafro e versipelle,
in cui gli è toccato di vivere. Tra i componimenti maggiori di cui va ricca la poesia fidenziana mi contenterò di ricordare l’Itinerario in lingua pedantescadi Giovanni Maria Tarsia, stampato in Vicenza nel 1574, eL’Hippocreivaga musa invocatariadi Antonio Maria Garofani, stampata in Ferrara nel 1580, entrambi rarissimi. L’Itinerarioè un lungo racconto in terza rima e cinque capitoli che certo pedante fa di un suo viaggio, e delleerumne perpesse tra’ Lucani. Un putto, per nome Costanzo, da lui trovato nel tugurio di un pescatore, fa qui l’officio che neiCanticidi Fidenzio appartiene a Camillo. Il pedante innamorato della leggiadria e de’ bei modi di lui, esclama:
O età gerulaD’ogni buon giogo quando se’ educataCon scutica, solertia, amore e ferula.
O età gerulaD’ogni buon giogo quando se’ educataCon scutica, solertia, amore e ferula.
O età gerula
D’ogni buon giogo quando se’ educata
Con scutica, solertia, amore e ferula.
Dopo varii casi ridicoli e strani il buon maestro capita in Pisa ed è da quegli scolari accolto con beffe e con dispregi[301]. L’Hippocreivaga musaè uncantico erudito e preceptorioin centottantasette ottave, cui tengono dietro otto sonetti. Parla in esso un pedante facendo un guazzabuglio pazzo di nomi mitologici, di favole e di ogni maniera di classiche reminiscenze[302]. Poesia fidenziana,o pedantesca, si continuò, del resto, a comporre anche nel secoloXVII; ma a differenza della maccheronica, essa rimase genere essenzialmente proprio dell’Italia[303].
La buaggine dei pedanti non poteva mancare di portare acconcio argomento ai novellieri. NelleCenedi quel ghiribizzoso ed arguto ingegno del Lasca son due novelle in cui si narrano burle atroci fatte appunto a pedanti. Nella prima è unleggiadro, accorto e piacevole giovane, il quale dopo essere stato sette anni sotto la guardia di un pedagogo,il più importuno e ritroso che fosse giammai, trova, passati altri dieci anni, la opportunità di vendicarsi delle noje infinite e del danno che ne aveva avuto, e si vendica in modo bestiale, che io non ridirò[304]. La seconda narra di un altro pedante, il quale, essendo, come i più de’ suoi pari,villano, dappoco, povero, senza virtù e brutto, ardisce, nullameno, innamorarsi di una giovane bellissima e nobile, e le scrive lettere, e compone in lode di lei ballate e sonetti, i più ribaldi che mai si vedessero, e un capitoloche non n’avrebbero mangiato i cani. Il fratello della fanciulla, e alcuni amici suoi, per punirlo di tanta tracotanza, fattogli credere che l’amor suo fosse corrisposto, riescono una notte a trarselo incasa, e quivi, in iscambio del piacere ch’ei si aspettava, gli dànno tante frustate quante non ne può portare, lasciandolo mezzo morto; poi un fantoccio fatto ad immagine sua, e rivestito de’ suoi panni, pongono alla gogna di Mercato Vecchio, e lui da ultimo, dopo avergli con una fiaccola arso la barba e i capelli, empiendogli di vesciche il viso, e fatto un altro scherzo da non ricordare, cacciano fuori ignudo, sotto una pioggia dirotta[305]. Un altro pedante innamorato e burlato comparisce in una novella di Pietro Fortini[306]: a costui tocca in premio di rimaner sospeso a mezz’aria per una fune che doveva trarlo sino alla finestra della donna amata; burla a cui, in certi racconti del medio evo, si vede assoggettato Virgilio, o Ippocrate.
Assai più che la poesia fidenziana non faccia, queste novelle mostrano il mal animo che s’aveva contro i pedanti; ma il genere di componimento in cui la satira che li flagella si fa più piena e vigorosa, è la commedia, perchè nella commedia il pedante viene in persona a far mostra di ogni ridicolaggine sua, e ad esporsi al riso e alle beffe. Padre o progenitore di quanti pedanti comparvero nel Cinquecento, e poi, sulla scena può considerarsi quel Ludus, che nelleBacchididi Plauto non intende nulla delle inclinazioni e dei bisogni dell’alunno, nulla dell’amore, nulla di molte altre cose, e predica inutilmente una inutile sapienza, odiato dal giovane, che non cura i suoi avvertimenti, non sostenuto dal padre, che ricorda di aver fatto a’ tempi suoi ciò che appunto fa ora il figliuolo. Ma sarebbe errore il credere che gli innumerevoli pedanti della cui presenza si allegrano le commedie del Cinquecento, altro non sieno che riproduzioni di quel primo tipo plautino. I commediografi potevanobensì tener quel tipo presente e giovarsene; potevano anche copiarlo in tutto o in parte, come, a mo’ di esempio, fecero, Lodovico Domenichi nelleDue Cortigiane, e il Bibbiena nellaCalandria; ma non avevano poi che a guardarsi d’intorno per trovar vivo e vero il comico personaggio, e bello e pronto a passare dalla scuola alla scena. Il pedante di quelle commedie nostre risale dunque, se vuolsi, come il servo imbroglione, come il parassita affamato, come il capitano millantatore, a una figura del teatro latino; ma è, bisogna tenerlo presente, più originale, più autonomo di tutti costoro, e ci si presenta sotto una moltiplicità di aspetti, con una varietà di movenze, che il servo, il parassita, il capitano non conoscono.
Michele Montaigne dice in uno de’ suoi Saggi[307]: «Je me suis souvent despité en mon enfance de voir ès comedies italiennes toujours unpedantepour badin». In fatto, il pedante che doveva poi trovar luogo anche nella commedia francese, compare assai per tempo nella italiana. La già citataCalandriadel Bibbiena, rappresentata la prima volta in Urbino fra il 1504 e il 1508, ce ne mostra il primo esempio. Il Polinico dellaCalandria, modellato sopra il Ludus delleBacchidi, già offre alcuni dei caratteri per cui più spicca il pedante sul teatro; ma alcuni soltanto, e quelli ancora hanno poco rilievo, come del resto par che si addica all’indole fiacca della intiera commedia. Egli è bensì, come la regola vuole, poco ascoltato dal discepolo Lidio, e molto beffato dal servo Fessenio; ma parla lingua piana e naturale, non l’intruglio di latino e di volgare che tutti i pari suoi usano sulla scena. Del resto egli non comparisce che una volta sola, e nulla conta nell’azione.
Nelle commedie dell’Ariosto non troviamo pedanti, nèin quelle di Francesco d’Ambra, nè in quelle di Giambattista Gelli, di Agnolo Firenzuola, di Girolamo Parabosco, del Varchi, del Salviati, del Cecchi, del Lasca, e di molti altri di cui sarebbe assai lunga la lista. Il Lasca scrisse bensì una commedia intitolataIl pedante, ma egli stesso poi, non sappiamo il perchè, la diede alle fiamme. Ritroviamo il pedante in due commedie di Pietro Aretino, nelMarescalcoe nellaTalanta, e se quello della Talanta somiglia molto al Polinico dellaCalandria, e non merita gli sia fatta attenzione, quello delMarescalcotocca già la pienezza del carattere comico che gli si appartiene, e vuol essere considerato come un modello imitato dopo da molti. IlMarescalcofu stampato la prima volta nel 1533, e da indi in poi le commedie in cui ha parte il pedante si moltiplicano fuor di misura: non essendomi possibile di tener dietro a tutte, e nemmeno di esaminare partitamente e raffrontar tra loro le principali, io mi contenterò di levare da questa e da quella quanto mi parrà più acconcio a dare una immagine, non di uno o di altro pedante in particolare, ma del personaggio in genere.
Come il capitano si dà a conoscere agli spettatori, prima ancor di aprir bocca, per quella durindana che si trascina dietro, per quella andatura che pare dia la mossa ai tremuoti, per quella guardatura a stracciasacco, il pedante dà subito contezza di sè per quel libro che ha in mano, per quel cappelletto frusto che gli coperchia il cucuzzolo, per quella gabbanella logora, o per quella toga sdruscita che lo insacca. Incede compassato, aggrotta le ciglia, leva in alto l’indice rigido di magistral sufficienza, e da tutta la sua strana e sparuta figura trasuda la dappocaggine, l’albagia, l’arroganza e, spesso spesso, la fame. Alle prime parole che gli escon di bocca l’uditorio si sganascia dal ridere. Egli parla con dottoral gravità, con sostenuto compiacimento il nobile linguaggio che lodistingue dal volgo, e poichè nessuno lo intende, si lagna d’aver a fare con gente grossa ed ignorante. «Non è più satievole et ispiacevol cosa», dice Metafrasto neiTorti amorosidi Cristoforo Castelletti, «che volere aguzzare questi ingegni rozzi, zotichi, scabri, ferruginei, rubigginosi, rintuzzati e sciocchi»[308]: e neiVani amoridel Loredano Alfesibeo rimprovera a Torello e Fabrino la loro ignoranza: «Per essere voi persone idiote e di ottuso cerebro sete esclusi da i termini di apprehendere gli eloquii retorici, e le speculate figure de i grammatici»[309]. Allora, come l’Ermogene dellaPrigione d’amoredi Sforza degli Oddi, egli si restringe col suo «Tullio, ad accozzare insieme tutti i luoghi topici»[310]. La lingua che il pedante parla di solito è, come s’è inteso, un guazzabuglio di latino e di toscano; ma questa regola non è senza eccezione. Archibio, nelTravagliadel Calmo, usa una mescolanza di latino e di bergamasco; Favonio, negliErroridi Giacomo Cenci, una di latino e di siciliano; Melano nelGiardino d’amoredi Lorenzo Guidotti (secolo xvii) una di latino e di napoletano. La composizione dell’intruglio varia, secondo che prevale l’uno o l’altro elemento, e varia ancora la intelligibilità di esso. Dal non potere o non volere gli altri personaggi della commedia intendere ciò che il pedante dice, nascono errori, bisticci, diverbii ridicoli. Nell’Interessedi Niccolò Secchi, Lelio, che è femmina in vesti maschili, e amante di Fabio, volge a significato osceno, per adattarlo alla condizion propria, il senso delle parole di Ermogene, suo pedante. Del gergo del pedante dice il parassita Ciacco nelRagazzodi Lodovico Dolce: «Le parole di questo babuasso, mezze per lettera e mezze per volgare,mi pajono di quegli animali antichi, che avevano l’aspetto d’uomo e i piè di capra»[311]. Vedendo di non poter essere inteso, il pedante si risolve talvolta di parlateidiotamente, come nelMarescalcodell’Aretino[312], ma non ci riesce. Sofronio, nelleStravaganze d’amoredi Cristoforo Castelletti, oltre che nel solito gergo, parla anche in prosa rimata: «È vana cotesta temenza: perchè le quadrella de la favella che l’arco di qualunque, quantunque mordace, bocca iscocca, non sono a fieder possenti le persone lontane, ecc.»[313].
Il pedante da commedia, come quello vero, di regola non fa stima che della lingua latina e degli scrittori latini; ma se egli si risciacqua del continuo la bocca coi nomi di Cicerone e di Virgilio[314], qualche volta anche si vanta di aver sulle dita le eleganze toscane, di conoscere a fondo i gran maestri dell’idioma volgare. Il già ricordato Metafrasto deiTorti amorosicita Dante e il Boccaccio; Agasone nellaFanciulladi Giambattista Marzi, e Aristarco negliIngiusti sdegnidi Bernardino Pino, leggono certe stanze da essi composte a imitazione del Petrarca; Aristarco si vanta di avere commentato laduodecimagiornata delDecamerone[315]. Ma un genere di componimento di cui molto si compiace il pedante è il sonetto volgare con le rime latine. Il pedante delMarescalcoricorda certa sua maccheronea; ma questa è una eccezione.
Dice Sofronio nelleStravaganze d’amore: «I nostri ragionari deono esser puri, sinceri, schietti, candidi, ignudi d’ogni velo di stomacosa affettatione»[316]; ma noi abbiam già veduto come egli osservasse i proprii precetti. Parlando, il pedante di buon conio osserva la gradazione, nota figure grammaticali e retoriche, bolla solecismi, propone etimologie, reca in mezzo definizioni, adduce sentenze, cita autori, chiosa testi, apre e chiude parentesi, indica persino l’interpunzione. Non è mai al proposito. Di qualunque cosa gli si parli, anche quando più stringa il bisogno, egli toglie occasione a trarre in mezzo qualche bella autorità, o qualche esempio notabile, ed essendo tutto parole, si vanta, come l’Aristarco degliIngiusti sdegni, che se molti fossero i pari suoi, tosto tornerebbero al mondo gli Antonii, i Catulli, i Crassi, i Gracchi e quegli altri omaccioni del tempo antico[317]. Argomenta secondo tutte le forme del sillogismo, concede la maggiore, nega la minore, e tenendosi sempre a cavallo della logica, dice spropositi da cavallo. Ha sempre qualche regola generale da applicare al caso particolare, non mai qualche avvedimento o consiglio che possa far pro. Ha egli da ammonire un giovane innamorato? La natura d’amore si è questa, e Platone dice così. Si duole taluno con lui di cosa che gl’intravenga? Udite questo passo di Seneca. Vuol egli biasimare i suoi tempi? Eccolo con l’auri sacra fames, e l’o tempora, o mores. Gli è la troppa dottrina che porta così: Agasone confessa che l’avere troppo famigliare Cicerone talvolta gli nuoce[318]. Come non dar ragione a Flaminio, quando, dopo aver sopportato un pezzo i nojosi discorsi del suo precettore, esclama: «Io non credo che sia il più ladroromper di testa, nè il più crudo crepacuore che l’esser sforzato di dare orecchia a uno di questi pedanti!»[319].
Il discepolo che, come quello introdotto da Persio in una delle sue satire, è sempre svogliato, e a cui un primo amore moltiplica nell’animo l’odio nativo al giogo magistrale, e il servo che gli tien di mano, sono i primi e più naturali nemici del pedante, ma non sono i soli. De’ personaggi che gli stanno intorno nessuno gli è amico propriamente, nemmeno il padre dell’alunno, ed egli è sempre alle prese con capitani, con bari, con parassiti, con parabolani, con baldracche, bastonato spesso, deriso e vituperato sempre. NelMarescalco, un giovane paggio e quella mala zeppa di Giannico gli appiccan dietro certi scoppietti, cui poi dan fuoco; nelTravagliadel Calmo è preso a sassate da un Garbino, ragazzo; nell’Altea, di Giovanni Sinibalbo da Morro, è messo in un sacco; nella commedia di Francesco Bello, appunto intitolataIl Pedante, egli, sebbene si dicaeletto et approbato da sua Santità, censore et maestro regionario, con stipendio congruo et condecente, finisce solennemente picchiato. Non dico nulla delle beffe e dei biasimi, che cominciano con istravolgere nelle più strane guise il nome del malcapitato, nome già di per sè molte volte ridicolo[320], e finiscono con invettive e contumelie. Metafrasto è dal servo Balestra chiamatoarmario, archivio, calendario di tutte le castronerie, chiavica delle sciocchezze[321]; nell’Alteadi Giovanni Sinibaldo un altro servoregala al pedante Plauto l’obbrobrioso nome di Gano di Maganza. NellaTurcadi Giovan Francesco Loredano, Agrimonio, minacciato di legnate, si salva ricordando chegli Oratori sono rispettati da tutte le leggi humane; ma discepolo e servo lo caricano di vituperii, con versi ridicoli fatti ad imitazione dei suoi. NellaFantescadi Giambattista Della Porta, Essandro, minacciando Narticoforo di andargli dietro sino a Roma per ucciderlo, grida:Non so io che abiti vicino al Culiseo?[322]. Il povero pedante non ha che un personaggio solo con cui ricattarsi di tutte le beffe e di tutte le busse che gli toccano, e questo è il capitano, spesso suo rivale in amore. Il capitano sbravazza, inveisce, ma finge di non volere adoperar l’arme contro un vile pedante, e allora il vile pedante, col volume che ha tra le mani, gli dà un picchio in sul capo e gli fa levar le calcagna. Ho accennato a rivalità d’amore: non di rado infatti il pedante è innamorato, e s’intende, senza dirlo, che di quanti pedanti son sulla scena, l’innamorato è il più ridicolo. Allora i suoi sospiri, i suoi vezzi, le sue smanie, le epistole amatorie che detta, i versi che compone, i discorsi che studia e manda a memoria, sono nuova occasione di scherno, e spesse volte di peggio. E come se tanto non bastasse, dopo avere per tutta la durata della commedia fatto ridere alle sue spalle, egli, non di rado, rimasto solo sulla scena, dà licenzia agli spettatori, e con l’ultime sue parole suscita l’ultima risata.
Il lettore non l’avrà, spero, a male, se dopo avergli mostrato qual fosse in genere il personaggio comico del pedante, io gli faccio passar dinanzi un po’ più a bell’agioil pedante di una particolare commedia, il pedante più perfetto che sia sul teatro, il pedante di quella singolarissima commedia che è ilCandelaiodi Giordano Bruno. Egli si chiama Manfurio e Pollula è il suo discepolo. Entrando in iscena la prima volta, egli trova costui in compagnia di certo Sanguino, furfante di tre cotte, e lo saluta benignamente e latinamente:Bene reperiaris, bonae melioris optimaeque indolis adolescentule! Quomodo tecum agitur? ut vales?L’alunno si scusa in volgare di non potersi trattener oltre con lui, ed egli:
Ho buttati indarno i miei dictati, li quali nel mio almo minervale (excerpendoli da l’acumine del mio Marte) ti ho fatto nelle candide pagine col calamo di negroatramento intincto exarare. Buttati, dico,incassum, cum sitche a tempo e loco,earum servata ratione, servirtene non sai. Mentre il tuo precettore con quel celeberrimoapud omnes, etiam barbaras, nationes, idioma lazio ti sciscita, tuetiamdum, persistendo nel commerciobestiis similitudinariodel volgo ignaro,abdicaris a theatro literarum, dandomi responso composto di verbi, quali da la balia etobstetrice in incunabulishai susceputi,vel, ut melius dicam, suscepti. Dimmi, sciocco, quando vuoidispuerascere?Sanguino.Maestro, con questo diavolo di parlare per gramuffo, o catacumbaro, o delegante e latrinesco, ammorbate il cielo e tutto il mondo vi burla.Manfurio.Sì, se questo megalocosmo e machina mundiale, o scelesto et inurbano, fusse de’ pari tuoi referto e confarcito.
Ho buttati indarno i miei dictati, li quali nel mio almo minervale (excerpendoli da l’acumine del mio Marte) ti ho fatto nelle candide pagine col calamo di negroatramento intincto exarare. Buttati, dico,incassum, cum sitche a tempo e loco,earum servata ratione, servirtene non sai. Mentre il tuo precettore con quel celeberrimoapud omnes, etiam barbaras, nationes, idioma lazio ti sciscita, tuetiamdum, persistendo nel commerciobestiis similitudinariodel volgo ignaro,abdicaris a theatro literarum, dandomi responso composto di verbi, quali da la balia etobstetrice in incunabulishai susceputi,vel, ut melius dicam, suscepti. Dimmi, sciocco, quando vuoidispuerascere?
Sanguino.Maestro, con questo diavolo di parlare per gramuffo, o catacumbaro, o delegante e latrinesco, ammorbate il cielo e tutto il mondo vi burla.
Manfurio.Sì, se questo megalocosmo e machina mundiale, o scelesto et inurbano, fusse de’ pari tuoi referto e confarcito.
La scena seguita su questo tono, finchè Marfurio, riconciliatosi con l’alunno e con Sanguino, gli accomiata dicendo:Itene dunque coi fausti volatili!Rimasto solo, trova una nuova etimologia dimuliercula, derivandola damollis Hercules, e affrettandosi per andare a notarla nellibro delle proprie elucubrazioni, esclama:Nulla dies sine linea![323].
Sorpasso a una scena comicissima[324]nella quale un messer Ottaviano finge di non poter reggere alla dolcezza che gli mette nell’animo il parlar di Manfurio, poi, fattisi recitare da costui certi versi, scelleratissimi, muta registro e lo schernisce, scimmiottandolo; sorpasso a un’altra[325], nella quale Manfurio legge a Pollula certi altri suoi versi, insegnandogli l’arte di fare i punti secondo la ragione dei periodi e a profferire con la dovuta energia; sorpasso a una terza[326], in cui Manfurio fa derivare la parolapedantedapede ante, «utpote quiahave lo incesso prosequitivo, col quale fa andare avanti gli erudiendi pueri», e Giovanni Bernardo, pittore, la fa derivare dape, pecorone,dan, da nulla,te, testa d’asino; e vengo alle scene capitali, dove toccano a Manfurio gli ultimi danni e le ultime vergogne. Corcovizzo, altro furfante, socio di Sanguino, di Barra e di Marca, fingendo di voler cambiare sei doppioni, arraffa a Manfurio una decina di ducati[327]. Vedendo il gaglioffo darsela a gambe, Manfurio grida con quanto fiato ha in corpo: «Olà, olà, qua, qua! ajuto, ajuto! Tenetelo, tenetelo! A l’involatore, al rurreptore, al surreptore! Al fure, amputatore di marsupii et incisore di crumene!». Accorrono Barra e Marca, i quali, fingendo di non intendere ciò che il pedante si voglia con quelfuree con quelsurreptore, si lasciano fuggire il ladro di mano.
Barra... E voi per che non cridavate al mariolo, al mariolo? che non so che diavolo di linguaggio avete usato.Manfurio.Questo vocabolo che voi dite non è latino, nè etrusco, e però non lo proferiscono i miei pari.Barra.Perchè non cridavate al ladro?Manfurio.Latro, assassinator di strada,in qua, vel ad quam latet. Fur, qui furtim et subdole, come costui mi ha fatto,qui et subreptor dicitur a subtus rapiendo, vel rependo, per che sotto specimine di uomo da bene, mi ha decepto. Oimè, i scudi! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Marca.Dite, perchè non correvate a presso lui?Manfurio.Volete voi, ch’un grave moderator di ludo literario e togato avesse perpublica plateaaccelerato il gresso?[328].
Barra... E voi per che non cridavate al mariolo, al mariolo? che non so che diavolo di linguaggio avete usato.
Manfurio.Questo vocabolo che voi dite non è latino, nè etrusco, e però non lo proferiscono i miei pari.
Barra.Perchè non cridavate al ladro?
Manfurio.Latro, assassinator di strada,in qua, vel ad quam latet. Fur, qui furtim et subdole, come costui mi ha fatto,qui et subreptor dicitur a subtus rapiendo, vel rependo, per che sotto specimine di uomo da bene, mi ha decepto. Oimè, i scudi! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Marca.Dite, perchè non correvate a presso lui?
Manfurio.Volete voi, ch’un grave moderator di ludo literario e togato avesse perpublica plateaaccelerato il gresso?[328].
Soppraggiunge Sanguino, il quale dice di sapere chi sia il ladro, e dove si appiattì, e promette al pedante di fargli ricuperare gli scudi, purchè vada con esso loro in traccia del reo. A tal fine gli fa mutare i panni magistrali coi cenci degli altri due compari[329]; dopo di che i tre lo conducono in una casa con due porte, abitata da certe meretrici, e lasciatolo sotto un atrio, se ne vanno tranquillamente pei fatti loro. Questo secondo inganno è narrato dallo stesso Manfurio[330], e non è l’ultimo: ora viene il maggiore. Ecco in iscena Sanguino, Marca, Barra e Corcovizzo travestiti da sbirri[331]: Manfurio, per sua disgrazia, capita loro tra’ piedi. I falsi sbirri non lo riconoscono per maestro, fingon di credere ch’egli abbia rubato quel mantelletto che ha indosso, lo assoggettano a un ridicolo esame, mostrano d’intender male quanto egli dice dei generi e lo chiudono in una stanza per poi condurlo innanzi al magistrato. Al finire della commedia lo trascinano di nuovo sulla scena e il capitan Sanguino gli offre di lasciarlo andar libero a patto che dia tutti i denari che ha in borsa, o si prenda dieci spalmate, o cinquanta staffilate a scelta. Non volendo perdere quei pochi scudi che ancor gli rimangono, il poveruomo nega di averne ed elegge le spalmate; ma, fatto saggio delle prime, chiede in grazia le staffilate. Barra se lo leva sulle spalle, Marca lo tien per i piedi, Corcovizzo gli spunta le brache, e Sanguino comincia a batter la zolfa, ordinando al pedante di tener bene il conto.
Sanguino.Al nome di S. Scoppettella, conta, tof.Manfurio.Tof, una. Tof, oh, tre. Tof, oh, ohi, quattro. Tof, oimè, oimè! Tof, ahi, oimè. Tof, o per amor di dio, sette.Sanguino. Cominciamo da principio un’altra volta; vedete se dopo quattro son sette. Dovevi dir cinque.Manfurio.Oimè! che farò io? Eranoin rei veritatesette.Sanguino.Dovevi contarle ad una ad una. Orsù via, di nuovo. Tof.Manfurio.Tof, una. Tof, oimè! due. Tof, tof, tof, tre di dio. Tof, non più. Tof, tof, non più! chè vogliamo, tof, veder ne la giornea, tof, che vi saran alquanti scudi.Sanguino.Bisogna contar da capo, chè ne ha lasciate che non ha contate.Barra.Perdonategli di grazia, signor capitano, per che vuol far quell’altra elezione di pagar la strenna.Sanguino.Lui non ha nulla.Manfurio.Ita, ita; chè adesso mi ricordo aver più di quattro scudi.
Sanguino.Al nome di S. Scoppettella, conta, tof.
Manfurio.Tof, una. Tof, oh, tre. Tof, oh, ohi, quattro. Tof, oimè, oimè! Tof, ahi, oimè. Tof, o per amor di dio, sette.
Sanguino. Cominciamo da principio un’altra volta; vedete se dopo quattro son sette. Dovevi dir cinque.
Manfurio.Oimè! che farò io? Eranoin rei veritatesette.
Sanguino.Dovevi contarle ad una ad una. Orsù via, di nuovo. Tof.
Manfurio.Tof, una. Tof, oimè! due. Tof, tof, tof, tre di dio. Tof, non più. Tof, tof, non più! chè vogliamo, tof, veder ne la giornea, tof, che vi saran alquanti scudi.
Sanguino.Bisogna contar da capo, chè ne ha lasciate che non ha contate.
Barra.Perdonategli di grazia, signor capitano, per che vuol far quell’altra elezione di pagar la strenna.
Sanguino.Lui non ha nulla.
Manfurio.Ita, ita; chè adesso mi ricordo aver più di quattro scudi.
Invece di quattro, gli sbirri gli trovano sette scudi, e già si accingono a levarlo di nuovo a cavallo per punirlo con altre staffilate di quella menzogna, quand’egli li placa, lasciando loro nelle mani, oltre agli scudi, anche il mantello e la giornea; poi, rubato, burlato, bastonato, ma non guarito della sua pedanteria, ricomincia a sgramuffar come prima, e con un ultimo, ridicolo sproloquio accommiata gli spettatori. Questo Manfurio non è, del resto, il solo pedante immaginato dal Bruno: un altro se ne trova, come abbiam veduto, nellaCena de le ceneri, e più altri nelDe la causa, principio et uno, nelDe l’infinito universo e mondi, nellaCabala del cavallo pegaseo.
Il personaggio del pedante, come quello del capitano, passando d’una in altra commedia, si esagera sempre più, si fissa in certi caratteri, tende, come il capitano appunto, come il dottore, come il servo, a diventar maschera[332]. Cresce in pari tempo il numero delle commedie in cui esso compare: Giambattista Guarini lo introduce nellaIdropica; Gerolamo Razzi nellaGostanza; Giambattista Della Porta in quattro delle sue dodici commedie, e nelle loro lo introducono altri parecchi. Poi un bel giorno il pedante passa dalla commedia erudita nella commedia a soggetto; ma non vi prende quel luogo che parrebbe vi dovesse prendere. Probabilmente gli nocque il carattere troppo letterario, e la difficoltà che incontravano autori di poche lettere a maneggiare la lingua pedantesca[333]. Flaminio Scala compose uno scenario intitolato per l’appuntoIl Pedante. Cataldo è un tristo della peggior risma, il quale si caccia nelle famiglie, e con bei modi e paroline accorte si fa passare per uomo integerrimo. Maestro del figliuolo di Pantalone, s’invaghisce d’Isabella, moglie di costui, e tenta di trarla alle sue voglie. Moglie e marito ordiscono una trama. Cataldo è colto nella camera della donna e tratto in camicia sulla scena. Tre servitori, vestiti da beccai, con gran coltellacci tra mani, vengono per fargli un brutto scherzo; ma ad istanza di certo capitano si muta il troppo crudo castigo in una solenne bastonatura. Da ultimo egli è cacciato con gran vergogna,come uomo infame e vituperoso ad essempio de gli altri pedanti manigoldie furfanti come lui[334]. Come si vede, questo Cataldo ha qualche somiglianza con l’Ipocrito dell’Aretino e col Tartufo del Molière.
Non solo per tutto il Cinquecento, ma nel Seicento ancora il pedante rallegra di sua presenza le scene, cacciandosi, oltrechè nelle commedie solite, in commedie allegoriche e in drammi musicali[335]. Lo ritroviamo nellaFarza Cavajola della Scoladel salernitano Vincenzo Braca[336]; lo ritroviamo, il secolo scorso, nell’opera buffaSocrate immaginario, in cui ebbe mano il Galiani[337]. Con le commedie e con le compagnie comiche nostre, il pedante passò in Francia, e salì le scene francesi; mi basterà ricordare a tale proposito ilPédant jouédi Cyrano de Bergerac e ilMariage forcé, ilDépit amoureux, ilBourgeois gentilhomme, e leFemmes savantesdel Molière. IlDépit amoureuxaltro non è che una imitazione dell’Interessedel Secchi. Anche la commedia di Giordano Bruno fu imitata in Francia e pubblicata nel 1633 sotto il titolo diBoniface et le pédant.
Ma non finisce qui la dolorosa istoria del pedante. La poesia fidenziana fa la parodia del linguaggio ch’ei parla; la novella narra casi forse non veri; la commedia stessa lo deride assai più che non lo vituperi; ma tutto ciò non basta; ci vuol anche l’invettiva diretta e sanguinosa. Pasquino, che se la prendeva con tutti, non poteva non prendersela ancor coi pedanti: una bella mattina egli mise fuori un sonetto di mala fattura e di peggior sentimento, dove son questi versi:
Jate in malora, schiuma di furfanti,Scaccia pagnotte, come un fegatiello,Ch’a riempir questo vostro budelloNon bastarien le trippe di Elefanti.Senza vergognia, senza discrezione,Ch’è madre vostra (?), ne venete a Roma,Credendo qua spacciar reputazione[338].
Jate in malora, schiuma di furfanti,Scaccia pagnotte, come un fegatiello,Ch’a riempir questo vostro budelloNon bastarien le trippe di Elefanti.Senza vergognia, senza discrezione,Ch’è madre vostra (?), ne venete a Roma,Credendo qua spacciar reputazione[338].
Jate in malora, schiuma di furfanti,
Scaccia pagnotte, come un fegatiello,
Ch’a riempir questo vostro budello
Non bastarien le trippe di Elefanti.
Senza vergognia, senza discrezione,
Ch’è madre vostra (?), ne venete a Roma,
Credendo qua spacciar reputazione[338].
Ho già ricordato Francesco Ruspoli: nessuno mai deve avere avuto coi pedantifojosi e sbraculatiodio maggiore di lui. I parecchi sonetti ch’egli scaraventa loro addosso, dove toccano lasciano il segno. In uno li invita a un banchetto, in cui fa bella mostra, fra l’altro, unainsalatina di rasoi; in un altro li mette nelle mani di tutti i diavoli dell’inferno; in un terzo invoca loro addossomacine in pezzi, frombole e mattoni; in più altri tocca certi tasti di assai cattivo suono, alludendo aibei garzoniche non sono sicuri nemmenoin sagrestia, chiamando Sodomala gran madre de’ pedanti; in tutti scaglia loro sul viso le più grosse ingiurie che maisieno state scritte. Prendendone uno di mira più particolarmente, esclama:
L’orrenda bocca e le ganasce infamiDi quel pedante spalancate al soleSpazzino gli assassin colle pistolePer farvi alle murelle co’ tegami[339].
L’orrenda bocca e le ganasce infamiDi quel pedante spalancate al soleSpazzino gli assassin colle pistolePer farvi alle murelle co’ tegami[339].
L’orrenda bocca e le ganasce infami
Di quel pedante spalancate al sole
Spazzino gli assassin colle pistole
Per farvi alle murelle co’ tegami[339].
Era questo certo il modo più sbrigativo per correggerli di ogni vizio, e, soprattutto, per farli tacere.
Ora i pedanti non figurano più nella commedia, nella novella, nella poesia. Ciò non vuol già dire che non ci sieno; ma hanno alquanto mutato pelo. La loro è razza vivace e di buon nerbo; finchè non le manchi il pane non le mancherà la vita.