Chapter 13

... ne sono molte (e ciascun lodi)Che non son belle, e pur han fabbricato,Ch’io non so immaginar le vie, nè i modi.

... ne sono molte (e ciascun lodi)Che non son belle, e pur han fabbricato,Ch’io non so immaginar le vie, nè i modi.

... ne sono molte (e ciascun lodi)

Che non son belle, e pur han fabbricato,

Ch’io non so immaginar le vie, nè i modi.

Figuriamoci dunque che cosa potessero fare le belle. La Imperia morì ricca e in casa propria; la Ortensia si fabbricò in Roma una casa da regina. Una Lombarda, ricordata nellaTariffa, s’era arricchitad’oro e di terreni. Di certa Martinella, che figura nella commedia del ContileLa Pescara, dice il servo Marcello: «ella è nobile, ha denari, gioje, vesti e possessioni a Viterbo»[396]. Non è a stupire se le cortigiane insuperbivano e si vantavano de’ loro trionfi[397]. I guadagni, come ben s’intende variavano assai, come variavano i prezzi. Quel matto del Doni, descrivendo certa casa con grandissimo dispendio costruita, arredata, ordinata da unsignore ricco e potente, e abitata dalle più belle donne che si potessero avere, indica quale massimo il prezzo di venticinque scudi[398]; ma nelCatalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia[399]si trova registrata una signoraPaulina,Fila canevo, che ne prendeva trenta, e nellaTariffaè ricordata una Cornelia Griffa, che ne chiedeva quaranta e più. Tullia d’Aragona riuscì ad avere in Roma, da un tedesco, sino a cento scudi per notte[400]. Le pratiche, anche se pari di fortuna e di grado, non largheggiavano tutte ad un modo, e la liberalità loro ricevava misura non solo dall’umore proprio di ciascuna, ma ancora dall’indole e dal costume nazionale. A tale riguardo avevano pessimo nome nel mondo delle cortigiane gli spagnuoli, molto migliore i tedeschi, ottimo i francesi. Fra gl’italiani erano in fama di più generosi i veneziani, di più taccagni i napoletani, troppo inclinati, dicevasi, a pagar di moine e di sospiri. Del resto la liberalità dei signori non aveva limiti, quando era stimolata dal capriccio o dalla passione, e in un curioso libro spagnuolo, rarissimo anche dopo la ristampa fattane or son pochi anni, laLozana Andalusa, è detto che le cortigiane di Roma ereditavano talvolta dagli amanti loro sommecospicue[401]. In qual modo Angelo Dal Bufalo,uomo della persona valente, umano gentile e ricchissimo, tenesse per più anni l’Imperia, dice il Bandello[402]; nè meno pomposamente di certo l’avrà tenuta Agostino Chigi, il famoso e magnifico banchiere, del quale pure fu amica[403]. Che, da altra banda, le cortigiane, anchese belle e di gran recapito, potessero alle volte trovarsi a disagio, non parrà strano a nessuno: a corto di quattrini, importunate dai creditori, esse impegnavano le robe loro agli ebrei, o vendevano a furia arredi, vesti, giojelli, quanto avevano lucrato e raccattato in molti anni[404].

Le cortigiane erano anzitutto cortigiane, il che vuol dire che ponevano ogni studio in render proficuo, quanto più era possibile, il loro tristo mestiere. Un così fatto esercizio, si sa, non comporta troppi scrupoli, nè troppe delicature, e non è in chi v’attende che si debbono ir cercando la nobiltà dell’animo, la sincerità delle parole, e l’onestà delle azioni. Le cortigiane del Cinquecento non differiscon in ciò da quelle di altri tempi. Troviamo in esse, generalmente parlando, le solite arti e le consuete frodi del meretricio; nè si può dire che, per questa parte, da allora a oggi, ci sia stato mutamento, se non quanto le piccole e le grandi ribalderie del mestiere erano allora, più che ora non sieno, condite di piacevolezza e azzimate di galanteria. Finti ardori e finte lagrime, finti sdegni e finte paci, accorte ritrosie e opportuni incitamenti, lettere artificiosamente tessute, versi ingegnosamente composti, acconci e graziosi doni, blandizie soavi alternate con misurati rigori, erano gli accorgimenti e l’arti di cui esse giovavansi per invescare, trattenere, richiamare, piumare gli amanti. Gli scrittori del tempo abbondano di racconti, di ammonizioni, di avvisi, circa le beffe, le truffe, i tradimenti e l’altre infinite poltronerie che esse usavan di fare. Le accuse e i biasimi vengono da tutte le parti, prendono tutte le forme, ricordano quelle a cui in antico erano andate soggette le etère famose. Degna d’andarne alla pari con la greca Cirene e con lagreca Elefantide ci si mostra Isabella de Luna[405]. Di una che fu ladra, tace il nome, ma narra il furto il Doni[406]. Di un’altra, invescata in laidissimo amore, fa menzione Pietro Nelli in una delle sueSatire alla Carlona[407]. In un suo capitolo il Coppetta copre di vituperi quella medesima Ortensia Greca che in altro capitolo aveva levato a cielo, e chiama lei, e la madre di lei e la fantesca

Arpie crudeli, infide, inique e ladre.

Arpie crudeli, infide, inique e ladre.

Arpie crudeli, infide, inique e ladre.

Lorenzo Veniero svergognava Elena Ballerina e Angela Zaffetta[408], vituperate entrambe anche nellaTariffa; l’Aretino, il Franco e altri svergognavano Tullia d’Aragona. Andrea Alciato, Fausto Andrelini, Ludovico Bigi, scagliavano contro le cortigiane velenosi epigrammi latini; Teofilo Folengo le sferzava a colpi di versi maccheronici; Sperone Speroni componeva contro di esse una virulenta orazione. Le malcapitate erano inoltre vituperate e derise in novelle, in commedie, in epistole, in trattati, in sonetti, in ragionamenti, in tariffe, in altri componimenti di vario genere, popolari e non popolari, per nulla dir delle prediche. In Firenze, nelle feste del carnevale, brigate d’uomini che si fingevano ridotti apovertà dalle cortigiane, andavano in giro, cantando l’infamia delle spogliatrici. Agli 11 di febbraio del 1525 un anonimo scriveva da Roma a Paolo Vettori in Civitavecchia: «Jeri m.º Andrea dipintore fece un carro dove erano tutte le cortigiane vecchie di Roma fatte di carta, ciascuna con il nome suo, e tutte le buttò in fiume avanti al papa; mandò all’Orsolina il sonetto e la canzona che si cantava. Domane le cortigiane, per vendicarsi, frustano detto m.º Andrea per tutta Roma»[409]. In Roma poesie contro le cortigiane si affiggevano alla statua di Pasquino, in Venezia alla statua del Gobbo di Rialto[410].

Ma non tutte le cortigiane erano poi così ribalde, di così abietto animo e di così sozzo costume com’eran lepiù. Francesco Maria Molza credeva che ancor esse potessero amare davvero, e ferventemente, e il Bandello, che prima era stato d’altra opinione, tenne poi la opinione del Molza[411]. Camilla Pisana pare abbia amato sinceramente Filippo Strozzi, e Tullia d’Aragona fu più d’una volta presa ai lacci d’amore, e quando amava, così ella stessa assicura, la gelosia l’uccideva. Innamorata del Brocardo pare sia stata veramente quella Manetta Mirtilla, che della morte di lui, avvenuta nel 1531, consolavano con sonetti Bernardo Tasso e l’Aretino. Il Giraldi Cinzio narra di una cortigiana veneziana, la qualericcamente e con riputazione a lei convenevole esercitava la sua disonesta arte, una storia assai notabile, perchè documento, non solo dell’affetto che poteva alle volte entrar nel cuore di tali creature, ma ancora del buon ricordo e della gratitudine che ne serbavano gli amati[412]. Una signora Medea si accoròtanto della morte di Ludovico Dall’Armi, suo amante, che l’Aretino le scrisse una lettera, chiedendole scusa di avere detto e scritto che amore di cortigiana non fu mai vero, e che le cortigiane non cercavano se non il guadagno. Ella consumò la roba e sè stessa per lui, e lui morto, faceva grandissime elemosine in suffragio dell’anima sua[413]. Il Giraldi Cinzio narra la storia di una cortigiana di Rimini, che innamorata di un siciliano, perdette con lui ogni suo avere[414]. Del resto, se le sciagurate creature che vivono facendo copia di sè si mostrarono, in ogni tempo, capaci d’amore, più dovevano essere nel Cinquecento, quando sottili ed intricate dottrine amorose velavano molti contrasti, mitigavano molte ripugnanze, e di molte cose alteravano, quant’era d’uopo, il significato e il carattere. Nè tutte le cortigiane erano d’umore di concedersi a tutti. La fine coltura, e il frequente conversare con uomini gentili, dovevano pure destare nelle migliori tra esse una delicatezza di giudizio, e una schifiltà di sensi sufficienti a preservarle, quando il bisogno non le premeva,da contatti o vili, o incresciosi. Parecchie affermano di non si concedere se non a chi piaccia loro, e di ciò molto le lodano gli amici più fortunati, mentre altri si lagnano d’ingiusti rigori e di repulse spietate. Tullia d’Aragona, essendo in Ferrara, fece talmente disperare, con gli ostinati rifiuti, un giovane gentiluomo, ricco e dabbene, che il poveretto, nella stessa casa di lei, tentò d’ammazzarsi[415]; nè mi pare ci sia buona ragione di credere fosse tutta astuzia e commedia di cortigiana. L’Aretino, che vituperò le cortigiane com’egli sapeva e usava vituperare, lodava per donna schietta e dabbene, anzi perla più bella, la più dolce e la più costumata madonna che abbia Cupido in sua corte, e perdivina giovane, la signora Angela Zaffetta[416]; la qualenon per altro provocò l’ira di Lorenzo Veniero, che le scrisse contro quel suo obbrobrioso poemetto intitolato appuntoLa Zaffetta, se non perchè rifiutò una volta di aprirgli la porta[417]. Lo stesso Aretino scriveva alla signora Basciadonna: «Io che aveva preso la penna per farvi una lunga istoria de i semplici andamenti della signora Marina vostra figliuola, riduco la somma del tutto con dirvi che l’altre sue pari ingannano ognuno con le tristizie, ed ella inganna solo sè stessa con la bontà; onde saria stata meglio monaca che cortegiana»[418]. Lorenzo Veniero che tanto male dice della Zaffetta e della Ballerina, loda per bella, buona e cara una Giacoma Ferrarese. Di una cortigiana sontuosa, magnifica, non illetterata, faceta ed arguta, liberale e modesta, la qual fu un tempo in Perugia, fa ricordo Marc’Antonio Bonciario[419]. La Basciadonna fece della figliuola una cortigiana; ma l’Imperia una ne lasciò che, quasi nuova Lucrezia, tentò di togliersi la vita per sottrarsi alle disoneste voglie del cardinale Petrucci[420].

Se frequenti, come abbiam veduto, erano i biasimi che toccavano alle cortigiane, non meno frequenti erano le lodi; e quanto quelli eran crudi e violenti, tanto eran queste amorevoli e smaccate. Sperone Speroni scrisse contro alle cortigiane una orazione; ma, prima di lui, ne aveva scritta una in lode Antonio Brocardo, lo sfortunato avversario del Bembo. E il Molza celebrava e consolava in eleganti versi latini la Beatrice Spagnuola, altrimenti detta da Ferrara, quella Beatrice di cui tante ragioni egli avrebbe avuto di dolersi, e in commendazion della quale non isdegnò di scrivere un sonetto la stessa Vittoria Colonna; il Muzio, Bernardo Tasso, il Varchi, altri, esaltavano Tullia d’Aragona; Niccolò Martelli levava a cielo la suadivina e onoratissimamadonna Maddalena Salterella[421]; Michelangelo Buonarroti lodava Faustina Mancina[422]; mentre durava ancor viva e gloriosa la memoria di quella Imperia che dieci poeti avevano glorificata nei loro versi, e di cui uno dei più infervorati ebbe a dire in un epigramma latino, che due numi avevano fatto a Roma due grandi doni, Marte l’impero, Venere la Imperia[423]. E non è tra le cose meno strane di quel singolarissimo secolo il veder celebrate le cortigiane coi medesimi concetti poetici e le medesime forme d’arte con le quali il Petrarca aveva fatto immortale il nome di Laura[424].

Il Calmo, che molte sue facetissime lettere indirizzò a cortigiane, scriveva a una signora Fontana: «Non è maraveja si ’l se fa istoria di fatti vostri, se i poeti sta vigilanti in far composizion in laude vostra, se i musici ve mete intei so canti fegurai, e se i sonadori fa saltareli su la vostra lezadria, e breviter infina i avocati a fagando le so renghe, ve introduse a qualche so poposito segondo i passi. Se vien forestieri i ve vuol gustar, si vien imbassadori i ve vuol sentir, si ’l vien signori i ve vuol parlar, e breviter la più parte di corieri ve vuol praticar»[425]. Nel dialogo di Scipione Ammirato, intitolatoIl Maremonte, uno degli interlocutori dice a chi l’ascolta: «Io credo che voi abbiate uditonominar la Panta e l’Angela, amendue famosissime meretrici, quella in Roma, e questa in Napoli, e le riverenze, e gl’inchini, e i corteggiamenti che lor si fanno da cavalieri tutto dì, e con quanta magnificenza e grandezza si stieno nelle lor case»[426]. Ad Angela Del Moro facevano pubblicamente di berretta i gentiluomini anche quando aveva passata l’età sinodale, ed era divenutadecana delle cortigianedi Roma[427]. E delle famose cortigiane di Roma appunto, ricordate dallo Zoppino e da Lodovico nel Ragionamento di messer Pietro, ciascuna aveva il suo particolar seguito: la Lorenzina, la Beatrice e la Greca di gentiluomini, la Beatricica di prelati, la Tullia di giovinetti, la Nicolosa di Spagnuoli, la Laurona di mercanti, l’Ortega di avvocati e procuratori,Madrema non vuoledi duchi, di marchesi e di ambasciatori[428].

Nè si creda che esagerino i due buoni compari. Cardinali e segretarii pontifici non si vergognavano di viaggiare in compagnia di cortigiane[429], e di banchettare con esse. La sera del 10 agosto 1513, il marchesino Federico Gonzaga, in età di soli dodici anni, cenò in casa del cardinal di Mantova, suo zio, avendo commensali il cardinale d’Aragona, il cardinale Sauli, il cardinale Cornaro, parecchi vescovi e gentiluomini e la cortigianaAlbina; il giovedì prima egli era stato in casa del cardinale d’Arborea, dove si era recitata, in ispagnuolo, una commedia di Juan de la Enzina, e dove erano capitatepiù putane spagnuole che omini italiani[430]. Un Marco Bracci, descrivendo a Ugolino Grifoni, segretario di Cosimo I, le grandezze in mezzo a cui viveva lamagnificasignora Salterella (non la Maddalena, un’altra) dice che le facevanoafa i vescovi, e che una sera cenò con cinque cardinali[431]. Vincenzo Fedeli racconta nelle sueMemorie di Perugiache nel novembre del 1557 giunsero in quella città il cardinale Caraffa, nipote di Paolo IV, e il cardinale Vitello. Il cardinale Caraffa, «dopo cena, publicamente, fece andare in palazzo tutte le putane, che a quelli tempi se trovaveno in Perugia, quale furono in tutto 14; e presene per sè una, e una per el cardinale Vitello; el resto acomodoli a la sua famiglia»[432]. NellaCortegianadell’Aretino, l’Alvigia ricorda i suoi bei tempi, quando la frequentavanosignori e monsignori ed ambasciadori a josa, e accenna a un vescovo, cui tolse un giorno la mitra per porlain capo a una sua fantesca[433]. Di una gran cortigiana, non nominata, dice il Mauro che la sera andava in casa di lei

qualche ambasciadoreE qualche conte e qualche chierca rasa[434].

qualche ambasciadoreE qualche conte e qualche chierca rasa[434].

qualche ambasciadore

E qualche conte e qualche chierca rasa[434].

Afferma il Calmo, in una lettera alla signora Ardelia, che le cortigiane trovavano onorate e festevoli accoglienze anche nei conventi di frati[435]. Il Bandello narra a tale proposito una edificante novella[436], e Lorenzo Priuli, Oratore della Repubblica veneta, scriveva da Roma alla Signoria il 30 di novembre del 1585: «Ho inteso per buona strada, che il Pontefice è stato informato da diversi, che molti delli monasterii di monache di Venezia e della diocesi di Torcello sono in mal stato, e ridotti alcuni di loro a pubblici postriboli»[437]. Se così pochi scrupoli avevano gli ecclesiastici e i religiosi, i laici potevano averne anche meno. Non solo cavalieri e letterati non celavano gli amori loro con le cortigiane più note, ma li predicavano, se ne facevano belli, e ciascuno s’ingegnava di soverchiare i rivali. Giovanni de’ Medici, il famoso capitano, faceva togliere per forza, quasi fosse un’altra Elena, a Giovanni Della Stufa LucreziaMadrema non vuole, che costui menava seco alla fiera di Recanati; nel 1531 si trovarono in Firenze sei cavalieri pronti a sostenere con l’armi in mano, contro chi si fosse, che non era al mondo donna di più gran pregio e virtù di Tullia d’Aragona. Quando le Aspasie più illustri si movevano, gli era come se si movesserotante regine. Ambasciatori davano notizia di loro partenze e di loro arrivi, e il popolo dei cortigiani entrava in subbuglio. Marco Bracci, dando conto al Grifoni della entrata in Roma della signora Salterella testè ricordata, dice ch’ell’era entratamagna comitante caterva, con tanti cavalli e servitori e armi e moltitudine di gente ch’era andata ad incontrarla, da parerel’entrata di Marfisa nel campo moresco[438]. L’Aretino mandava sua ambasciatrice alla regina di Francia la Zufolina, per chiedere non so che, e molto ripromettendosi de’ suoi buoni offici; in Firenze Tullia d’Aragona, per la cui partenza da Roma s’era commosso, anni innanzi, persino Pasquino[439], entrava nelle buone grazie della duchessa, a cui dedicava il suo volume di rime. Abbiamo veduto Veronica Franco felicitata dai favori di un re; così alta ventura non toccò a lei solamente[440]. Qual meraviglia dunque se le cortigiane di maggiorconto stavano in contegno, e davansi aria di principesse? Era usanza di quella Ortensia lodata prima e vituperata poi dal Coppetta

Star sur un goffo puttanil decoro,E far la donzelletta, e persuadersiDi pisciar acqua nanfa e cacar oro.Sopra l’uso mortal bella tenersi.Quasi nuova dal ciel discesa luce,Il che fa rider altri, altri dolersi[441].

Star sur un goffo puttanil decoro,E far la donzelletta, e persuadersiDi pisciar acqua nanfa e cacar oro.Sopra l’uso mortal bella tenersi.Quasi nuova dal ciel discesa luce,Il che fa rider altri, altri dolersi[441].

Star sur un goffo puttanil decoro,

E far la donzelletta, e persuadersi

Di pisciar acqua nanfa e cacar oro.

Sopra l’uso mortal bella tenersi.

Quasi nuova dal ciel discesa luce,

Il che fa rider altri, altri dolersi[441].

Il Giraldi Cinzio racconta di una cortigiana napoletana, «la quale, ancora che si fosse data alla disonesta arte..., se ne stava però così in contegno, che pareva ch’ella fosse Lucrezia Romana, e prima ch’uno le potesse parlare, stava almeno per lo spazio di due mesi, e bisognavavi usare un centinajo di mezzi, ed aver poi di grazia ch’ella volesse udire dieci parole, e se proverbiosamente rispondeva, bisognava esserle tenuto, come se avesse dato cortesissima risposta»[442]. In uno deiRagionamentidell’Aretino la Nanna parla «d’alcuna, che recatasi in suso i matarazzi di seta, faceva stare in ginocchioni chi le favellava»[443]. Della cortigiana non nominata, di cui ho fatto cenno pur ora, dice il Mauro:

Ella sta bene come una duchessa,E ne comanda come una reina,Ne dà tratti di corda e ne confessa.. . . . . . . . . . . . . . . . .Com’ella sia bizzarra e pazza e schiva,E di strano cervello, e disdegnosa,So che il sapete voi senza ch’io ’l scriva[444].

Ella sta bene come una duchessa,E ne comanda come una reina,Ne dà tratti di corda e ne confessa.. . . . . . . . . . . . . . . . .Com’ella sia bizzarra e pazza e schiva,E di strano cervello, e disdegnosa,So che il sapete voi senza ch’io ’l scriva[444].

Ella sta bene come una duchessa,

E ne comanda come una reina,

Ne dà tratti di corda e ne confessa.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Com’ella sia bizzarra e pazza e schiva,

E di strano cervello, e disdegnosa,

So che il sapete voi senza ch’io ’l scriva[444].

Ogni po’, gli è vero, quando in uno e quando in un altro luogo, principi e magistrati si avvedevano che le cortigiane prosperavano troppo, imbaldanzivano troppo, facevano troppa gazzarra, e allora, in fretta e in furia, mandavano fuori, a reprimere gli abusi, nuove leggi e nuovi regolamenti, o rinnovavano gli antichi e disusati; ma cotali rigori duravano poco, e non colpivano, di solito, le cortigiane d’alto paraggio, le cortigianeoneste, o se pur le colpivano, non mancavano protettori possenti, e intercessori zelanti, che le toglievan fuori di quelle pressure e guadagnavano loro immunità e privilegi[445]. Un canto carnascialesco di Guglielmo detto il Giuggiola ci mostra le minori cortigiane di Firenze assai indispettite, perchè offese nelle persone e negli interessi da rigori e da vessazioni cui non sottostavan le ricche[446]. Pio V, pontefice santo, dopo avere afflitte le cortigiane di Roma con varii provvedimenti assai rigorosi, volle da ultimo sfrattassero in tutto dalla città: le poverette diederoprincipio all’esodo doloroso; ma allora, scrive l’Orator Paolo Tiepolo, quelli «del governo della città dubitando, che ella in gran parte non si disabitasse, chiamorno marti il conseglio del populo, e dopo aver discorso sopra questa materia elessero forse quaranta di loro, che andassero a parlarne a Sua Santità per rimoverla da questo pensiero», come lo rimossero poi veramente, almeno in parte. Dice Paolo Tiepolo che secondo il computo fatto, tra per le cortigiane, tra per coloro che le avrebbero seguitate, la città sarebbesi votata di ben 25000 persone[447]. Molti anni dopo, nel 1614, quando le condizioni della vita italiana erano già profondamente mutate, le monache delle Convertite in Firenze non si facevan riguardo d’intercedere presso il duca Cosimo II perchè lasciasse abitare in qual parte della città fosse loro più a grado le cortigiane ricche, le quali pagavano al convento una tassa cospicua[448].

Persino le leggi penali usavano talvolta alle cortigiane (intendasi sempre le maggiori, leonorate) insolita clemenza. Bisognò che Isabella de Luna passasse tutti i termini della tracotanza, e facesse al maggior magistrato di Roma, cioè al Governatore, uno sfregio sanguinoso, perchè questi si decidesse a punirla con cinquanta staffilate, datele in pubblico, sulle carni nude. Tuttavia, pensando egli, il Governatore, ch’era monsignor de’ Rossi, vescovo di Pavia, «la delinquente essere femina e meretrice pubblica, non volle in tutto usarequella rigidezza e severità che il caso ricercava»[449]. La onesta Cursetta, di cui, come ho detto, Giovanni Burchard narra la istoria, fu, per una colpa che non istarò a ricordare, menata in giro per la città, vestita di velluto nero, e con le membra interamente libere, mentre il suo complice, un disgraziato moro in vesti femminili, fu menato in processione coi panni alzati e con le braccia legate, fu messo in carcere, fu strozzato, dopo alcun giorno in Campo di Fiore, e finalmente arso, ma solo in parte, perchè di arderlo tutto non permise una gran pioggia che sopravvenne[450]. E qui vuol ancheessere ricordato come vigesse l’uso per quasi tutta Italia di donar la vita a quei condannati che fossero domandati per marito da meretrici.

Ciò nondimeno non era tutta rose la vita delle cortigiane. Lasciando stare il tedio, la sazietà, il disgusto, che non si potevano scompagnar dal mestiere, c’erano i soprusi degli amatori prepotenti, c’erano gl’inganni dei truffatori, c’erano infermità vituperose[451], e mille altri pericoli che in quella vita rimescolata potevano sorgere a ogni ora. Quante non si videro improvvisamente spogliate d’ogni loro ricchezza, come quella signoraAquilina Veneziana che il Lasca tentò consolar co’ suoi versi![452]. Quante non furono percosse, ferite, uccise! Le più, dopo avere sguazzato un tempo, cadevano in povertà, e finivano miseramente la vita, all’ospedale, o tramutandosi di cortigiane in mezzane[453], in locandiere, in lavandaie, o a dirittura elemosinando alla porta delle chiese[454]. La Salterella, che pagavaottanta scudi di pigione quand’era in voga, non ne pagava più che sedici nel 1549. La gloriosa Tullia d’Aragona moriva, non povera affatto, ma troppo scaduta dall’antica grandezza, in casa di Matteo Moretti da Parma, oste in Trastevere[455]. La Giulia, che aveva in vita guadagnato tesori, non ha, morta, un quattrino da pagar Caronte[456]. Tante miserie potevano porgere, e porsero in fatto, soggetto acconcio a una specie di componimento che ebbe gran voga in quel secolo, il Lamento[457]. NelDialogo di Amoredello Speroni Tullia d’Aragona si lagna forte dei mali ond’è afflitta la vita delle cortigiane, e lagni simili ai suoi udremo dalla bocca di Veronica Franco. Molte, dopo aver battagliato assai cercavano, come la Tullia appunto, rifugio e pace nel matrimonio, e parecchie seguitavano, dopo maritate, a fare la vita di prima[458].

Alcune, come la Imperia, la Fiammetta, la Sgarrettona e Camilla da Fano, ricordate dall’Aretino[459], finirono bene, ricche, in casa propria, lasciando di sè onorata memoria. La Imperia fu seppellita con gran pompa nella cappella di Santa Gregoria in Roma, e sulla sua tomba fu posto questo epitafio, strano un po’ per una chiesa:Imperia cortisana romana quae digna tanto nomine, rarae inter mortales formae specimen dedit. Vixit a. xxvi. d. xii. Obiit mdxi, die xv aug.[460]. Nella chiesa di Sant’Agostino si ammirava la cappella della Fiammetta. Nella biblioteca reale di Monaco si conserva un manoscritto dei tempi di Alessandro VI, intitolatoEpitaphia clarissimarum mulierum quae virtute, arte aliqua nota claruerunt: insieme con parecchi epitafii di sante, parecchi ce ne sono di cortigiane illustri[461]. Morta, in età ancor giovane, Maddalena Salterella, Niccolò Martelli, scriveva a messer Albizzo Del Bene: «Io non pensava già, Mag.º M. Albizzo, d’aver così tosto a cangiare stile, avendovi pochi dì fa scritto per le mani del nostro gentilissimo M. Lucantonio Ridolfi e con essa mandatovi una parte delle lodi alla sfortunatissima Sig.ª MaddalenaSalterella; della quale nel mezzo di certi umor maligni e cattivi entrò morte nel bel corpo e in pochi giorni ne trionfò allegramente senza una pietà al mondo. L’anima benedetta della quale si gode ora in pace lieta l’eterno bene; e nel vero è stata perdita non piccola, che ogni un dì non si vede un albergo di sì onorati costumi, nè si gusta un trattenimento sì reale accompagniato da mille onesti passatempi pieni di virtuosi effetti, e a me ella è doluta assai, e così come la penna mia le acquistò lodi vivendo, così ora ne ho fatto per memoria quattordici versi, i quali in un sonetto li vi mando. Che ’l Signor Iddio le abbia dato quel riposo che meritavan le sue ottime qualitadi e a noi presti della sua infinita grazia»[462].

Abbiam veduto qual fosse la cortigiana del Cinquecento; è egli vero che ricompare in lei l’etèra greca dei tempi di Pericle e di Alcibiade? Molti dissero risolutamente che sì; taluno negò o dubitò[463]; il vero si è che tra la cortigiana e l’etèra c’è molta conformità, ma c’è pure qualche disformità. La cosa vuol essere esaminata con discrezione, tenendo ben presente che nessun fatto storico, nessuna storica apparizione può mai riprodursi in tutto simile a sè medesima. Se noi paragoniamo la vita delle Imperie, delle Tullie, delle Lucrezie, delle Isabelle, delle Camille del Cinquecento con quella delle Aspasie, delle Frini, delle Mirrine, delle Taidi, delle Glicere antiche, ci accorgiamo subito di molte e notabili somiglianze. Queste son colte, e quelle son colte; queste sono corteggiate da politici, da filosofi, da poeti, e quelle son corteggiate da ogni sorta di letterati e di gentil uomini;parecchie etère furono scrittrici, e scrittrici furono parecchie cortigiane. La somiglianza si stende più oltre e abbraccia certi abiti mentali, certi sentimenti, i costumi, gli artifizii, le azioni. Come le cortigiane, le etère furono glorificate e vituperate. E l’ambiente sociale in cui sorgono e si educano le etère ha ancor esso incontestabilmente molta somiglianza con l’ambiente sociale in cui sorgono e si educano le cortigiane; anzi questo è, in certe parti, e in più vorrebbe essere, la riproduzione di quello. Una matura civiltà è la civiltà greca del quinto secolo avanti Cristo, e una matura civiltà è la civiltà italiana del Cinquecento; ad entrambe tien dietro la decadenza. Parecchie delle condizioni che favorirono l’apparir della etèra si ritrovano nel Cinquecento in Italia, e portano i medesimi effetti. I contemporanei di Pericle e di Alcibiade erano assetati d’ogni bellezza. Ora, la bellezza muliebre, fra tutte la più cara agli uomini, non può essere liberamente e interamente goduta, se non nella etèra, ed è perciò che ad Aspasia incinta e minacciata nella scultoria formosità del suo corpo, l’Areopago ingiunge o permette di scongiurare con una provvida caduta il pericolo. Gli Italiani del Cinquecento sono anch’essi assetati di bellezza, e ci rimangono di quel secolo libri senza numero in cui la bellezza muliebre è descritta, analizzata, ricercata amorosamente nelle sue ragioni e nelle sue leggi. Ai tempi di Pericle e di Alcibiade il matrimonio in Grecia comincia a cadere in discredito; nel Cinquecento in Italia moltissimi lo detestano, moltissimi lo deridono, e i letterati son quasi tutti dell’avviso dell’Aretino, il quale dice la moglie esser peso da lasciare alle spalle d’Atlante. Ora, se il celibato, in genere, tende a suscitare la prostituta, il celibato delle persone colte, dei letterati e degli artisti, tende a suscitare l’etèra e la cortigiana[464].

Ma altre condizioni erano in tutto diverse, e favorivano o più l’etèra o più la cortigiana. La preoccupazione del peccato di carnalità non turbò mai la coscienza dei Greci, e le loro credenze religiose, non solo non contrastavano al meretricio, ma tendevano anzi a promuoverlo, a consacrarlo, come avvertirono molte volte biasimando acrementegli apologeti cristiani dei primi secoli. Da tempo antico in Corinto le prostitute erano in istretta relazione col culto, e una specie di sacra prostituzione si praticava anche in molte altre città della Grecia e dell’Asia Minore. Solone eresse in Atene un tempio a Venere Pandemia. A Lamia e Leena, amiche entrambe di Demetrio Poliorcete, Atene e Tebe consacravano templi sotto la invocazione di Afrodite Lamia e di Afrodite Leena. La etèra, dunque, non offendeva la morale religiosa del tempo suo; per contro la cortigiana offende nel modo più grave la morale religiosa del proprio. Di qui una particolar ragione di biasimo contro di lei, e in lei una particolar ragione d’indegnità. Alle cortigiane era rigorosamente vietato l’esercizio del mestiere nelle feste e nelle vigilie solenni dell’anno. Sapendo di vivere in peccato, esse medesime cercavano, con pratiche religiose, di riscattar l’anima dalle mani del demonio[465]. In Venezia, e certo anche altrove, le cortigiane non si potevano in certa ora del giorno visitare, perchè andavanoa udir vespero[466]. Per tutto usavano di confessarsi a Pasqua, e in quella occasione sempre qualcuna se ne convertiva, e ce n’eran di quelle che rinunziavano al mondo e si facevan monache[467]. Fra le lettere dell’Aretino ve n’ha una a certa Angela di Danzica, la quale si ritraeva dalla vita disonesta per maritarsi, disposta piuttosto a servire che a riprendere il tristo mestiere. Paolo IV e Pio V forzavano cortigiane e meretrici volgariad andare alla predica[468]. Per questo rispetto dunque le etère godevano, dirò così, di una legittimità di cuinon potevano godere le cortigiane; ma queste si rifacevano del danno in altro modo, prendendo, cioè, la parte loro di quel culto che il Cinquecento tributò così largamente alla donna. Lodando il canto della Tullia dice il Muzio, in un sonetto, che l’anima, al suono della voce di lei,

Ad ogni uman disio tutta si toglieE con tutti i pensieri al cielo aspira;

Ad ogni uman disio tutta si toglieE con tutti i pensieri al cielo aspira;

Ad ogni uman disio tutta si toglie

E con tutti i pensieri al cielo aspira;

ed Ercole Bentivoglio in un altro sonetto affermava che la presenza della Tullia in Ferrara aveva spento ogni basso pensiero negli eleganti frequentatori di quella corte. Di nessuna etèra dell’antichità fu mai detto altrettanto.

E ora raccostiamoci alla signora Veronica; ma senza occuparci subito dei fatti suoi. Raccostiamoci a lei, entrando in quella Venezia ov’ella nacque, visse e morì, e vediamo un po’ come ci stessero le sue pari.

Dice Niccolò Franco che le meretrici al tempo suo erano a milioni, e Ortensio Lando afferma che a volerleannoverare sarebbe stato «come volere annoverare le stelle del cielo»[469]. Le cortigianeonesteerano certo in numero molto minore; ma ciò non toglie che fossero anch’esse innumerevoli, e come se non bastassero le italiane, ce n’erano di spagnuole, di francesi, di tedesche, di fiamminghe, di greche e d’altre nazioni. In tutta Italia le cortigiane se la facevano bene; ma le città dove più prosperavano erano Roma e Venezia; dopo queste veniva Napoli. L’Aretino chiamò Romaterra da donne, e non a torto. «Dura e mostruosa cosa mi parve», dice il Lando, «che in Roma santa si comportassero tante meretrici, e in tanta stima fussero, e a tante facultà pervenessero, che pajono reine»[470]. Nel dialogo del Pontano intitolatoAntonius, uno degli interlocutori, il Suppazio, narra che a stento potè salvarsi in Roma dalle mani delle meretrici. Ciò non deve recar meraviglia. Nel 1488 Innocenzo VIII aveva bensì vietato ai preti di tenere macellerie, taverne, bische e lupanari, e di farsi, per denaro, mezzani di meretrici[471]; ma non perciò era scemato il numero di queste. Stando a ciò che dice Stefano Infessura nel suoDiario, le meretrici in Roma raggiungevano, circa il 1490, il numero di 6800,exceptis illis quae inconcubinatu sunt et illis quae non sunt publice sed secreto[472]. La tracotanza e sfacciataggine loro passava ogni termine. Il Burchard ricorda che il giorno 28 di agosto del 1497, ricorrendo la festa di Sant’Agostino, e celebrandosi per ciò nella chiesa che da lui prende il nome una messa solenne, pubbliche meretrici ed altre vili persone ingombrarono tutto il luogo fra i cardinali e l’altare, il che sturbò molto le sante funzioni. Ai tempi di Leone X cortigiane abitavano in case appartenenti a chiese e conventi; in altre erano uscio a uscio con chierici e persino con vescovi. I cardinali cui Paolo III commise di proporre le riforme che conveniva introdurre nella Chiesa in generale, e in quella di Roma in particolare, lamentavano che nella eterna città le donne di mala vita alloggiassero con pompa eccessiva, e passeggiassero per le strade sopra magnifiche mule, accompagnate dai famigli dei cardinali e da chierici. Abbiamo già veduto che effetto sortissero i rigori di Pio V: gli è che le cortigiane formavano una delle principali attrattive della corte di Roma. Un anonimo, pentito d’averla lasciata, quella corte, diceva in un capitolo al Como[473]:

Onde v’esorto, quant’i’ posso, a starviAltri vinticinqu’anni, e più ancora,Se più potete e volete restarvi.Ch’egli è un bel piacer in men d’un’oraTrarsi di testa mille volte, e farePer Banchi il Giorgio in groppa alla Signora;

Onde v’esorto, quant’i’ posso, a starviAltri vinticinqu’anni, e più ancora,Se più potete e volete restarvi.Ch’egli è un bel piacer in men d’un’oraTrarsi di testa mille volte, e farePer Banchi il Giorgio in groppa alla Signora;

Onde v’esorto, quant’i’ posso, a starvi

Altri vinticinqu’anni, e più ancora,

Se più potete e volete restarvi.

Ch’egli è un bel piacer in men d’un’ora

Trarsi di testa mille volte, e fare

Per Banchi il Giorgio in groppa alla Signora;

e lo lodava d’essersi scelto duestelle, Angela del Moro e la Flaminia, che veramente sono tra quelle più spesso ricordate dai contemporanei[474].

Son poche le cortigiane famose le quali non abbiano fatto in Roma più o men lungo soggiorno, il che prova quanto quella stanza tornasse loro gradita; ma se in Roma stavano bene, non istavano men bene in Venezia, anzi stavano meglio.

Già Venezia era di tutte le città d’Italia quella dove si viveva più agiatamente, più allegramente e più liberamente. Pietro Aretino, che se ne intendeva, la chiamava il Paradiso terrestre. Non solo i patrizii, ma moltissimialtri cittadini v’erano ricchissimi, e spendevano volentieri e largamente, tanto che il Lando rimproverava loro la ridicola magnificenza e la pazza vanagloria. A Rialto e in Merceria erano panni e suppellettili, ninnoli e gemme d’ogni qualità e paese, e se si toglie Roma, nessun’altra città aveva tanta frequenza di forestieri. I palazzi erano i più suntuosi del mondo; nell’isola di Murano ridevano al sole giardini meravigliosi, e i ricchi possedevano nel Padovano, nel Bassanese, nella Marca Trivigiana, sui colli del Friuli, ville d’impareggiato splendore. Le feste erano molto frequenti, e a quella sola dell’Ascensione accorrevano di fuori oltre a centomila persone: in nessuna città erano trattenimenti più varii e più lieti; in nessuna si mangiava e si beveva meglio. A dispetto delle leggi suntuarie il lusso era sfoggiato. I belli spiriti convenivano d’ogni banda nella città delle lagune, e vi trovavano le più oneste accoglienze, l’ospitalità più generosa e più affabile. Ciò spiega il numero stragrande di meretrici di cui la città andava, non dirò orgogliosa, ma allegra: in sul principiar del secolo esse erano, secondo afferma Marin Sanudo, 11654 sopra una popolazione di 300,000 abitanti[475]. Alcuni anni dopo, Lorenzo Veniero le assommavaa tre legioni o quattro,

Parte in gran case e parte in carampane;

Parte in gran case e parte in carampane;

Parte in gran case e parte in carampane;

e Pasquino, a modo suo, assegnava la ragione di tanta copia:


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