PARTE SECONDA

Urbe tot in Veneta scortorum millia cur sunt?In promptu causa est: est Venus orta mari[476].

Urbe tot in Veneta scortorum millia cur sunt?In promptu causa est: est Venus orta mari[476].

Urbe tot in Veneta scortorum millia cur sunt?

In promptu causa est: est Venus orta mari[476].

Non so quante fossero in questa turba magna le cortigiane nobili; ma sul declinare del secolo, il Montaignene contava ancora centocinquanta circa, le quali spendevano assai e scialavano da principesse.

Bisogna anche dire che la Serenissima le trattava con molta indulgenza e liberalità. Più e più volte il Consiglio dei Dieci tentò di mettere un qualche freno ai loro trasmodamenti, costringendole ad abitare in luoghi determinati, e a portare un segno per cui facilmente potessero essere riconosciute; vietando loro il soverchio lusso delle suppellettili e delle vesti, e ponendo all’esercizio del loro mestiere altre condizioni e restrizioni a tutela della pubblica moralità. Ma tali rigori giovarono sempre assai poco, e il frequente rinnovamento delle medesime leggi prova la inefficacia loro e il poco conto in cui erano tenute. Si può dire che durante tutto il secolo XVI in Venezia, le cortigiane, così le maggiori, come le minori, abitano dove vogliono, vestono come lor piace. Del resto il Consiglio dei Dieci aveva molte volte provveduto, con leggi non men savie che umane, a che le meretrici fossero libere, non potessero essere impegnate, nè frodate, nè maltrattate da faccendieri e da strozzini ingordi; e se non è vero che esso le abbia mai chiamate in atto pubblicole nostre benemerite meretrici, gli è più che probabile che se ne sia qualche volta servito negli intricati maneggi della sua terribile polizia. Giordano Bruno dice cheper magnanimità e liberalità de la illustrissima repubblica, le cortigiane eranoesenti da ogni aggravio e manco soggette a leggi che gli altri[477].

Se si aggiunge, oltre tutte le ragioni indicate, che le donne oneste, e soprattutto le patrizie, vivevano in Venezia assai ritirate, di rado si lasciavano vedere in pubblico e poco o nulla partecipavano alla vita colta ed elegante, si comprenderà anche meglio come la città delle lagune dovesse essere la Terra Promessa delle cortigiane, e come molte di quelle che lasciarono Roma al tempo dei rigori di Pio V, vi riparassero assai volentieri[478]. Per contro Ippolito Salviano lascia intendere, in certa sua commedia, che quelle le quali lasciavano Venezia per andarsene a stare in Roma non facevano il guadagno che si credevano[479].

Il Calmo, esortando una signora Romana a venirsene in Venezia, ricordate molte cose notabili che erano nella città, dice: «si vu gustassè, anema mia, i spassi de andar al fresco in barca, in cochio per tera ferma, i bancheti secreti, le festine, i solazzi incogniti, el ve parerave d’esser deventà una rezina, un’Ancroja, e una Pantasilea... el ve sarà fatto segondo i tempi soto le fenestre musiche de canto, de soni, de bufoni, e de mille missianze de dolcezze, e de vertue, che ve anderà i polmoni in bruo d’allegrezza; e tutti a onor de la signora, a nome de la so belezza, con el bon pro de la so reverenzia. El magnifico tal, el signor qual, missier, lu istesso, certi zoveni a refuso ve fa sta matinada»[480].Il Calmo si dimentica di ricordare un’altra comodità di cui le cortigiane potevano, nonostante il divieto della legge, godere in Venezia (come del resto ne godevano in Roma): quella di girare per la città travestite[481]. Un’altra notizia curiosa della vita delle cortigiane in Venezia ci dà il Bandello, in una delle sue novelle: «Quivi intesi», dic’egli, «esser una usanza, che in altro luogo esser non udii già mai, che è tale: ci sarà una cortigiana, la quale avrà ordinariamente sei o sette gentiluomini veneziani per suoi innamorati, e ciascuno di loro ha una notte della settimana, che va a cena e a giacersi con lei. Il giorno è della donna, libero per ispenderlo a servigio di chi va e di chi viene, acciò che il molino mai non istia indarno, e qualche volta non irrugginisse per istare in ozio. E se talora avviene che qualche straniero, che abbia ben serrata la borsa, voglia la notte dormire con la donna, ella l’accetta; ma fa prima intender a colui, di chi quella notte è, che se vuol macinare, macini di giorno, perciocchè la notte è data via ad altri; e questi così fatti amanti pagano tanto il mese, e si mette espressamente nei patti, che la donna possa ricevere ed albergare la notte i forestieri»[482]. In così fatta usanza, e in alcuno errore involontario cagionato da essa, sarebbe forse da ricercare la origine prima dei furori del Veniero e delle contumelie dellaZaffetta.

Insomma non era città in Italia dove le cortigiane stessero meglio che in Venezia. Il Brantôme narra di una nobile dama o damigella di Francia, la quale, uditodel lieto vivere delle cortigiane di Venezia, disse a una sua amica:Hélas! si nous eussions fait porter tout nostre vaillant en ce lieu là par lettre de banque, et que nous y fussions pour faire cette vie courtisanesque, plaisante et heureuse, à laquelle toute autre ne sçauroit approcher, quand bien serions emperières de tout le monde. Il Brantôme, che di questa materia s’intendeva assai, soggiunge:et de fait, je croy que celles qui veulent faire cette vie, ne peuvent estre mieux que là[483].

Marin Sanudo dà copia ne’ suoi Diarii di una lettera che Francesco Mazardo scriveva da Gand, ai 22 d’aprile del 1531, a Tommaso Tiepolo a Venezia. Il Mazardo vi parla, tra l’altro, di un banchetto, al quale il legato Campeggio, in Anversa, aveva invitato molti signori, e molti mercanti italiani, e dice come essendo venuto in discorso se Anversa fosse città da potersi paragonare a Venezia, monsignor De la Morette, che in quest’ultima città aveva soggiornato quale ambasciatore del re di Francia, «volendo favorir la università di le merze di Venezia, disse: Io non voglio credere che di una sorte di merze, ch’io ho trattato a Venezia, ne sia qua quella copia e perfezione ch’io ho trovato a Venezia; e cominciò a nominare Madona Cornelia Griffo, Julia Lombarda, Bianca Saraton, le Balarine ed alcune altre»[484].

Le cortigiane di Venezia godevano di grande riputazione. Il Malespini, in una delle sue novelle[485], ci mostra due gentiluomini, i quali vanno a Venezia appositamente «per godere della bella e soave conversazione delle leggiadre giovanette che vi sono in copia grandissima». Tali leggiadre giovanette erano dai Veneziani, con nome non meno di esse leggiadro, chiamate mamole. Michele Montaigne, quando capitò a Venezia, fece come i due gentiluomini del Malespini e come tutti i forestieri facevano; visitò le mamole, e fra l’altre Veronica Franco, a cui noi pure vogliamo ora far visita, intrattenendoci con lei e di lei.

PARTE SECONDA

Quando ebbe la ventura di accogliere in casa sua il giovane re di Francia, la Veronica, nata in Venezia nel 1546, era nel fiore della gioventù e della bellezza[486]. Ella stessa, più e più volte ne’ suoi scritti, nomina, e con molto affetto, la patria, chiamandola suo bello e dolce nido, ricetto amico e fedele, paradiso in terra, miracolo unico in natura. Ad uno degli ammiratorisuoi, dal quale era stata troppo lodata, diceva:

Questa dominatrice alta del mareRegal Vergine, pura, inviolata.Nel mondo senza essempio, e senza pare;Questa da voi deveva esser lodata.Vostra patria gentile in cui nasceste,E dov’anch’io la Dio mercè son nata.

Questa dominatrice alta del mareRegal Vergine, pura, inviolata.Nel mondo senza essempio, e senza pare;Questa da voi deveva esser lodata.Vostra patria gentile in cui nasceste,E dov’anch’io la Dio mercè son nata.

Questa dominatrice alta del mare

Regal Vergine, pura, inviolata.

Nel mondo senza essempio, e senza pare;

Questa da voi deveva esser lodata.

Vostra patria gentile in cui nasceste,

E dov’anch’io la Dio mercè son nata.

La famiglia ond’ella usciva era, non già plebea, come fu detto, ma cittadinesca, di condizione mezzana cioè, tra la plebe e la nobiltà, e aveva il suo stemma[487]. Quali, peraltro, fossero le condizioni di essa, quali le vicende per cui era passata in quegli anni che precedettero e che seguirono la nascita della Veronica, nè sappiamo, nè possiamo congetturare. Questo bensì sappiamo che il padre di costei si chiamava Francesco e Paola la madre, e che ella ebbe tre fratelli, per nome Girolamo, Orazio e Serafino, e una zia, la quale era monaca e viveva fuori di Venezia.

Quale fu l’infanzia della Veronica, quale l’adolescenza? Ella nol dice. Si può credere tuttavia che la educazione di lei non fosse trascurata dai genitori, e che per tempo anzi il suo ingegno fosse da buoni maestri esercitato in quegli studii e in quell’arti che dovevano, più tardi, porla in grado d’illeggiadrire con gli ornamenti delle virtù il mestier sciagurato, e di accoppiare al nome di cortigiana il nome di poetessa. E si può credere anche di più; cioè che i genitori l’abbiano educata e cresciuta con l’intendimento appunto di fare di lei una cortigiana compita. Nè proverebbe nulla in contrario il fatto che, giovanissima ancora, la Veronica si maritò, sposando un Paolo Panizza, medico, del quale non sappiamoaltro, se non che nel 1582 era già morto. Abbiam veduto che matrimonii di cortigiane con uomini di condizione anche onorevole non erano punto infrequenti, e che molte di esse, dopo maritate, seguitavano a far la vita di prima, consenzienti di solito i mariti, cui allettavano i facili guadagni e il grasso vivere. Io non credo di fare una congettura troppo arrischiata se dico che assai probabilmente, prima ancora di andare a marito, la Veronica aveva trovato, in quella Venezia giocosa e opulenta, a far buon traffico della sua bellezza e della sua gioventù, mettendo così insieme la dote che doveva agevolarle il matrimonio. Comunque sia, certo è che nel testamento da lei fatto il 10 agosto del 1564, quando toccava appena i diciott’anni, la Veronica, essendo prossima al parto, dichiara di credersi incinta per opera d’un messer Jacopo de’ Baballi, lega a costui un diamante, gli affida la tutela della creatura che stava per nascere, e, insieme, l’amministrazione di quanto ad essa lasciava, e raccomanda alla madre di farsi restituire dal marito medico la dote[488]. E altrettanto certo si è che la Veronica non ebbe a guastarsi, per ragion del mestiere che faceva, nè col padre, nè con la madre, nè coi fratelli. Molti anni dopo questo testamento, la vediamo maneggiarsi in un negozio che non sappiamo qual fosse, ma in cui era interessato il padre di lei[489]; e quanto alla madre, ilCatalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia, già da me ricordato, ce la mostra pieza, cioè mallevadrice dellapropria figliuola[490]. Anzi la Veronica non si guastò nemmeno con la buona zia monaca; in certa sua lettera parla del proposito d’andarla a visitare[491]. Un’ultima congettura non parrà forse al tutto irragionevole, cioè che la buona mamma fosse stata a’ suoi tempi cortigiana ancor essa e, prima che mallevadrice, maestra della figliuola.

Ad ogni modo la figliuola poteva competere per bellezza, per grazia, per ingegno e per coltura con quante erano cortigiane più reputate in Venezia, e, fors’anche, vincerle tutte. Della bellezza di lei si fanno lodi passionate e fiorite. Un ignoto adoratore, parlando in versi di quella così gran bellezza a lei data dal cielo, glorifica lechiome bionde, anzil’oro de’ bei crini, i celesti e graziosi lumi, i begli occhi che fanno invidia al sole, la

Di viva neve man candida e pura.

Di viva neve man candida e pura.

Di viva neve man candida e pura.

Chiama colei che va adorna di tanti pregiDonna di vera ed unica beltade, beltà d’ogni essempio altro divisa, e levato dall’entusiasmo, e invasato dall’ardore, anzi dal furore del desiderio, prorompe in parole che non mi arrischio ripetere. Poniamo che l’oro de’ bei crinila Veronica lo dovesse, come tant’altre, alle acque medicate e alle lunghe ore passate a capo scoperto in sulle altane, sotto la sferza del sole; poniamo che nelle parole dell’incognito adoratore ci sia qualche esagerazione; non perciò è da dubitare di una bellezza più che ragguardevole, comprovata del resto dai ritratti. Uno di questi, il più sincero forse, figura veramente un’assai bella donna, con volto ovale, grandi occhi espressivi,ciglia arcate, bel naso diritto, bocca piccola e graziosa, collo e spalle d’irreprensibile modellamento, una espressione di viso aperta, intelligente e gentile, che innamora e che rallegra. Sul capo è una corona gemmata, di sotto alla quale esce un ramoscello d’alloro; intorno al collo un gran vezzo di perle[492]. Un altro ritratto, dipinto nientemeno che dal Tintoretto, non si sa dove sia andato a finire. La Veronica conosceva la propria bellezza e del pregio della bellezza femminile in genere aveva assai congruo e ragionevole concetto. A un nemico delle donne, che le aveva scritto contro una canzone, ella dice in uno de’ suoi capitoli:

Certo d’un gran piacer voi sete privo,A non gustar di noi la gran dolcezza;Ed al mal uso in ciò la colpa ascrivo.Data è dal Ciel la feminil bellezza,Perch’ella sia felicitate in terraDi qualunque uom conosce gentilezza[493].

Certo d’un gran piacer voi sete privo,A non gustar di noi la gran dolcezza;Ed al mal uso in ciò la colpa ascrivo.Data è dal Ciel la feminil bellezza,Perch’ella sia felicitate in terraDi qualunque uom conosce gentilezza[493].

Certo d’un gran piacer voi sete privo,

A non gustar di noi la gran dolcezza;

Ed al mal uso in ciò la colpa ascrivo.

Data è dal Ciel la feminil bellezza,

Perch’ella sia felicitate in terra

Di qualunque uom conosce gentilezza[493].

Un altro adoratore di lei, o forse quello stesso a cui si devono le lodi riferite poc’anzi, parla, alludendo appunto alla Veronica, cui egli chiama col nome di Madonna non altrimenti che se fosse Beatrice o Laura, di una forzainsuperabile, infinitadella bellezza, che è, non pure unprivilegio, ma cosa venuta di cielo[494]. Tale linguaggio, usato con una cortigiana, sarebbe più che ridicolo, non fosse il carattere speciale, starei per dire la dignità, che la cortigiana acquista in quel tempo,fatta quasi sacerdotessa, non di una persona divina, ma di ideali semidivini di bellezza, di grazia e di piacere.

La Veronica doveva avere assai buona coltura; i suoi scritti lo attestano, i suoi adoratori lo affermano. Apollo, dice un di essi a lei stessa, inspira benignamente in voi tutto il suo sapere.

E mentre questo in gran copia v’infonde,Move la chiara voce al dolce canto,Ch’a’ bei pensier de l’anima risponde.La penna e ’l foglio in man prendete intanto,E scrivete soavi e grati rimeCh’ai poeti maggior tolgono il vanto.

E mentre questo in gran copia v’infonde,Move la chiara voce al dolce canto,Ch’a’ bei pensier de l’anima risponde.La penna e ’l foglio in man prendete intanto,E scrivete soavi e grati rimeCh’ai poeti maggior tolgono il vanto.

E mentre questo in gran copia v’infonde,

Move la chiara voce al dolce canto,

Ch’a’ bei pensier de l’anima risponde.

La penna e ’l foglio in man prendete intanto,

E scrivete soavi e grati rime

Ch’ai poeti maggior tolgono il vanto.

Ella è donna

E di costumi adorna, e di virtude,Con senil senno in giovenil etade[495].

E di costumi adorna, e di virtude,Con senil senno in giovenil etade[495].

E di costumi adorna, e di virtude,

Con senil senno in giovenil etade[495].

Dopo quanto abbiam veduto nelle pagine precedenti, quella lode data ai costumi e quel riconoscimento di virtù non ci debbono far meraviglia.

Un altro adoratore molto acceso, o forse, come ho accennato già, quello stesso di ora, assevera che, in iscienza e in virtù, Minerva sta molto sotto alle Veronica, la quale,con leggiadri e candidi costumi, dilettò il mondo in guisa che tutti ardono e si consumano per lei.

Gran pregio, in sè tener unitamenteRara del corpo e singolar beltate,Con la virtù perfetta de la mente!Di così doppio ardor l’alme infiammate,Senton lor foco di tal gioja pieno,Che, quanto egli è maggior più son beate[496].

Gran pregio, in sè tener unitamenteRara del corpo e singolar beltate,Con la virtù perfetta de la mente!Di così doppio ardor l’alme infiammate,Senton lor foco di tal gioja pieno,Che, quanto egli è maggior più son beate[496].

Gran pregio, in sè tener unitamente

Rara del corpo e singolar beltate,

Con la virtù perfetta de la mente!

Di così doppio ardor l’alme infiammate,

Senton lor foco di tal gioja pieno,

Che, quanto egli è maggior più son beate[496].

Notevoli versi, che chiariscono più di quanto potrebbesi fare con lungo discorso, l’indole della coltura inquel secolo, e spiegano il fascino che le cortigiane simili alla Veronica esercitavano sugli uomini che di quella coltura eran partecipi.

La Veronica doveva conoscere più lingue, e della italiana doveva conoscere parecchi di quelli che allora, con impropria denominazione, addimandavansi stili. In una lettera si dice pronta a rispondere altrui in qual lingua si voglia[497], e rimbeccando quel tale che in una canzone l’aveva biasimata, grida bravamente:

La spada, che ’n man vostra rade e foraDe la lingua volgar veneziana,S’a voi piace d’usar, piace a me ancora:E, se volete entrar ne la toscana,Scegliete voi la seria, o la burlesca,Chè l’una e l’altra è a me facile e piana,Io ho veduto in lingua selvaghescaCerta fattura vostra molto bella,Simile a la maniera pedantesca.Se voi volete usar o questa o quella,Ed aventar come ne l’altre fateDi queste in biasmo nostro le quadrella;Qual di lor più vi piace, e voi pigliate,Chè di tutte ad un modo io mi contento,Avendole perciò tutte imparate.Per contrastar con voi con ardimentoIn tutte queste ho molta industria speso;Se bene, o male, io stessa mi contento.. . . . . . . . . . . . . . . .O la favella giornalmente usata,O qual vi piace idioma prendeteChè ’n tutti quanti sono esercitata[498].

La spada, che ’n man vostra rade e foraDe la lingua volgar veneziana,S’a voi piace d’usar, piace a me ancora:E, se volete entrar ne la toscana,Scegliete voi la seria, o la burlesca,Chè l’una e l’altra è a me facile e piana,Io ho veduto in lingua selvaghescaCerta fattura vostra molto bella,Simile a la maniera pedantesca.Se voi volete usar o questa o quella,Ed aventar come ne l’altre fateDi queste in biasmo nostro le quadrella;Qual di lor più vi piace, e voi pigliate,Chè di tutte ad un modo io mi contento,Avendole perciò tutte imparate.Per contrastar con voi con ardimentoIn tutte queste ho molta industria speso;Se bene, o male, io stessa mi contento.. . . . . . . . . . . . . . . .O la favella giornalmente usata,O qual vi piace idioma prendeteChè ’n tutti quanti sono esercitata[498].

La spada, che ’n man vostra rade e fora

De la lingua volgar veneziana,

S’a voi piace d’usar, piace a me ancora:

E, se volete entrar ne la toscana,

Scegliete voi la seria, o la burlesca,

Chè l’una e l’altra è a me facile e piana,

Io ho veduto in lingua selvaghesca

Certa fattura vostra molto bella,

Simile a la maniera pedantesca.

Se voi volete usar o questa o quella,

Ed aventar come ne l’altre fate

Di queste in biasmo nostro le quadrella;

Qual di lor più vi piace, e voi pigliate,

Chè di tutte ad un modo io mi contento,

Avendole perciò tutte imparate.

Per contrastar con voi con ardimento

In tutte queste ho molta industria speso;

Se bene, o male, io stessa mi contento.

. . . . . . . . . . . . . . . .

O la favella giornalmente usata,

O qual vi piace idioma prendete

Chè ’n tutti quanti sono esercitata[498].

Sapeva la Veronica di latino? Direi di no, perchè ella non se ne vanta, e perchè appena si trova nelle suelettere un pajo di frasi latine[499]; ma giova notare che in quel secolo, in cui la lingua di Roma era il fondamento degli studii, e moltissimi riuscivano a parlarla e scriverla correttamente, un pochino se ne appiccicava anche a chi non l’aveva studiata. Tale sarà stato il caso della nostra Veronica, la quale non ignorava punto del resto, e le lettere sue ne fan fede, le storie e le favole dell’antichità, i nomi e i libri degli antichi scrittori, come non ignorava la corrente filosofia de’ suoi tempi. E allo studio sembra portasse passione sincera. Scrivendo a un signor N., che ella dice di amare con affezione infinita, si dice lieta che l’amore, sebbene le procacci molti e aspri tormenti, le dia modo di esercitarsi neglistudii umanicon spesso scrivere a lui,che n’è tanto assiduo, ed intendente[500]. Amando, ella coltiva la poesia e gli altri studii leggiadri:

Lassa! la notte e ’l dì far prose e versiNon cesso in varia forma e in vario stile,Sempre a un oggetto co i pensier conversi[501].

Lassa! la notte e ’l dì far prose e versiNon cesso in varia forma e in vario stile,Sempre a un oggetto co i pensier conversi[501].

Lassa! la notte e ’l dì far prose e versi

Non cesso in varia forma e in vario stile,

Sempre a un oggetto co i pensier conversi[501].

Una delle sue lettere, la XVII, è il più curioso documento che immaginar si possa del gran concetto in che ella ha lo studio e la coltura, e, insieme, dello spirito di quella età singolare. Un giovane, innamoratosi perdutamente di lei, la preme con istanze importune, e nulla ottenendo, dà in ismanie, e vuol partirsi di Venezia. La Veronica molto saviamente lo avverte che s’egli l’ama davvero, poco gli gioverà il partirsi, anzi aumenterà le sue pene, e che, da altra banda, con quell’andar vagando e strepitando giorno e notte nell’importuno assedio della sua servitù, farà poco frutto, attesochèella ne lo terràgiovane ozioso e vano, inclinato alla ruina dell’appetito più che alla edificazione della ragione. Se vuole avere qualche ragionevole speranza dell’amor di lei, tenga altro modo, vivavita riposata nella tranquillità dello studio, e le faccia vedere spesso il profitto ottenutonell’essercizio dell’oneste dottrine, chè nessun’altra cosa le può esser più grata di questa. «Voi sapete benissimo, che tra tutti coloro, che pretendono di poter insinuarsi nel mio amore, a me sono estremamente cari quei, che s’affatican nell’essercizio delle discipline, e dell’arti ingenue delle quali (se ben donna di poco sapere, rispetto massimamente alla mia inclinazione, ed al mio desiderio) io sono tanto vaga, e con tanto mio diletto converso con coloro che sanno, per aver occasione ancora d’imparare, che, se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vita, e spenderei tutto ’l mio tempo dolcemente nell’Academie degli uomini virtuosi». Strane meretrici davvero, e non meno strani spasimanti, che dovevano fare un apposito corso di studii e dar con profitto gli esami prima di poter entrar loro in grazia! Le Diotime e le Aspasie del tempo antico non credo chiedessero tanto.

La Veronica aveva, non solo coltura letteraria, ma anche artistica. In un tempo in cui erano così largamente diffusi il senso e il gusto dell’arte, e quando il perfetto cortigiano dovevasaper disegnare, ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere[502]e dell’altre arti ancora, la perfetta cortigiana doveva ella pure intendersene alquanto e saperne ragionare a proposito. In Venezia, dove erano tante mirabili opere di architettura, di pittura e di scoltura, e tanti sommi artefici, non mancava certo occasione di affinar l’occhio e il giudizio.Nella lettera XXI, la Veronica, che contava tra’ suoi amici il Tintoretto[503], nega risolutamente che gli antichi pittori e scultori sieno stati da più dei moderni. «Io ho sentito dire a galantuomini non poco versati nell’antichità, e di quest’arte intendentissimi, che sono stati ne’ nostri tempi, e sono oggidì pittori e scultori, i quali non solo pareggiare, ma anco preporre si deono agli antichi». Ch’ella poi s’intendesse di musica non occorre quasi avvertire; cantava con molta soavità, e sonava più strumenti. Un ammiratore sconosciuto, di cui non sappiamo altro se non che si chiamava Lorenzo, diceva in un capitolo in dialetto veneziano, inedito e sconosciuto, dopo aver lodato le meravigliose bellezze di lei:

Co dè per solfezar la vose al son,Co nasce dall’ut re mi fa sol là,Vu fe mazor miracoli d’Anfion[504].

Co dè per solfezar la vose al son,Co nasce dall’ut re mi fa sol là,Vu fe mazor miracoli d’Anfion[504].

Co dè per solfezar la vose al son,

Co nasce dall’ut re mi fa sol là,

Vu fe mazor miracoli d’Anfion[504].

La Veronica sapeva d’avere ingegno. Ad uomo di grande pregio amato da lei, ma di cui ci è ignoto il nome, scriveva:

Non è d’ingegno indizio oscuro e incerto,C’ha gusto de le cose più eccellenti.Conoscer, e stimar il vostro merto[505].

Non è d’ingegno indizio oscuro e incerto,C’ha gusto de le cose più eccellenti.Conoscer, e stimar il vostro merto[505].

Non è d’ingegno indizio oscuro e incerto,

C’ha gusto de le cose più eccellenti.

Conoscer, e stimar il vostro merto[505].

Le lodi assai le piacevano, e gliene venivano d’ogni banda, e non pare le stimasse disdicevoli alla sua condizione, sebbene dicesse talvolta di crederle troppo maggiori del suo merito. A un amico, che le aveva mandatoquattro sonetti laudatorii, scriveva ricordandola sodisfazione, che prende ogni cuor veramente nobile del far cortesia, massimamente alle donne[506]. Godeva d’udirsi chiamared’Adria ninfa gentile, e di veder celebrati, insieme con la bellezza sua, i suoi versi, il suo ingegno, le sue alte maniere; e se a un poeta vinto dal furore ascreo veniva in fantasia di chiamarla

Vera, unica al mondo eccelsa Dea,

Vera, unica al mondo eccelsa Dea,

Vera, unica al mondo eccelsa Dea,

ella lo lasciava sfogare a suo senno. Era anzi riconoscentissima a chi la lodava e assai di buon grado lodava a sua volta i lodatori. A uno di questi promette di voler ornare e innalzare (son sue parole) la propria lingua col celebramento delle virtù di lui, e fregiarsi l’animo col ricchissimo concetto de’ suoi gran meriti[507]. Abbiam veduto che le lodi erano tutt’altro che parsimoniose e tutt’altro che timide; ma non sappiamo ancora sin dove potessero giungere e che forme sfoggiate potessero prendere. Per saperlo ci giova udir quelle che fa rimbombar all’aria l’autore dei due capitoli IX e XI; saranno esse come la chiusa o il finale strepitoso di un pezzo concertato, o, se meglio piace, come la sparata che termina un fuoco artifiziale. Angelico è il sembiante della Veronica; leggiadre e sante sono leluciche splendono in quel volto diunica bellezza, anzi nelsoledi quel volto, cui allieta iltranquillo seren del vago riso.

Ma l’intelletto, che sì chiaro dielleIl celeste motor a sua sembianza,Unito in lei con l’altre cose belle,Quegli altri pregi in modo sopravanza,Che l’uman veder nostro non pervieneA mirar tal virtute in tal distanza.A pena l’occhio corporal sostieneLo splendor de la fronte, in cui mirandoAbbagliato e confuso ne diviene.

Ma l’intelletto, che sì chiaro dielleIl celeste motor a sua sembianza,Unito in lei con l’altre cose belle,Quegli altri pregi in modo sopravanza,Che l’uman veder nostro non pervieneA mirar tal virtute in tal distanza.A pena l’occhio corporal sostieneLo splendor de la fronte, in cui mirandoAbbagliato e confuso ne diviene.

Ma l’intelletto, che sì chiaro dielle

Il celeste motor a sua sembianza,

Unito in lei con l’altre cose belle,

Quegli altri pregi in modo sopravanza,

Che l’uman veder nostro non perviene

A mirar tal virtute in tal distanza.

A pena l’occhio corporal sostiene

Lo splendor de la fronte, in cui mirando

Abbagliato e confuso ne diviene.

Bellezze eterne, splendor celeste,

Che d’ir al Cielo insegnano il viaggio!

Che d’ir al Cielo insegnano il viaggio!

Che d’ir al Cielo insegnano il viaggio!

Terrena Dea, alto e novo miracolo, luce impressa del raggio della divinità, paradiso!

L’aura soave, e ’l prezioso odore,Che da le rose de la bocca spiraQuesta figlia di Pallade e d’Amore,Nutrimento vital per tutto inspira,Sì ch’a quel refrigerio in un momentoTutto risorge, e rinasce, e respira.

L’aura soave, e ’l prezioso odore,Che da le rose de la bocca spiraQuesta figlia di Pallade e d’Amore,Nutrimento vital per tutto inspira,Sì ch’a quel refrigerio in un momentoTutto risorge, e rinasce, e respira.

L’aura soave, e ’l prezioso odore,

Che da le rose de la bocca spira

Questa figlia di Pallade e d’Amore,

Nutrimento vital per tutto inspira,

Sì ch’a quel refrigerio in un momento

Tutto risorge, e rinasce, e respira.

Queste lodi parvero eccessive alla stessa Veronica, la quale non si dimenticava poi mica d’esser una cortigiana, come pare se ne dimenticasse talvolta quella smancerosa di Tullia d’Aragona. Non solo non se ne dimenticava, ma anzi, a tempo opportuno, se ne teneva. In un capitolo di risposta all’acceso e querimonioso amatore che compose il capitolo I, ella vanta, con molta schiettezza e con pari precision di linguaggio, attitudini e perizie che non son quelle propriamente del compor versi e del sonare il liuto, e afferma d’aver appreso da Apollo altre arti che quelle non sieno da lui solitamente insegnate:

Febo, che serve a l’amorosa Dea,E in dolce guiderdon da lei ottieneQuel che via più che l’esser Dio il bea,A rivelar nel mio pensier ne vieneQuei modi che con lui Venere adopraMentre in soavi abbracciamenti il tiene.Ond’io instrutta a questi so dar opraSì ben nel letto, che d’Apollo all’arteQuesta ne va d’assai spazio di sopra;E ’l mio cantar, e ’l mio scrivere in carteS’oblia da chi mi prova in quella guisa,Ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.

Febo, che serve a l’amorosa Dea,E in dolce guiderdon da lei ottieneQuel che via più che l’esser Dio il bea,A rivelar nel mio pensier ne vieneQuei modi che con lui Venere adopraMentre in soavi abbracciamenti il tiene.Ond’io instrutta a questi so dar opraSì ben nel letto, che d’Apollo all’arteQuesta ne va d’assai spazio di sopra;E ’l mio cantar, e ’l mio scrivere in carteS’oblia da chi mi prova in quella guisa,Ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.

Febo, che serve a l’amorosa Dea,

E in dolce guiderdon da lei ottiene

Quel che via più che l’esser Dio il bea,

A rivelar nel mio pensier ne viene

Quei modi che con lui Venere adopra

Mentre in soavi abbracciamenti il tiene.

Ond’io instrutta a questi so dar opra

Sì ben nel letto, che d’Apollo all’arte

Questa ne va d’assai spazio di sopra;

E ’l mio cantar, e ’l mio scrivere in carte

S’oblia da chi mi prova in quella guisa,

Ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.

E poc’anzi aveva detto:

Così dolce e gustevole divento,Quando mi trovo con persona in lettoDa cui amata e gradita mi sento,Che quel mio piacer vince ogni diletto,Sì che quel che strettissimo pareaNodo dell’altrui amor divien più stretto.

Così dolce e gustevole divento,Quando mi trovo con persona in lettoDa cui amata e gradita mi sento,Che quel mio piacer vince ogni diletto,Sì che quel che strettissimo pareaNodo dell’altrui amor divien più stretto.

Così dolce e gustevole divento,

Quando mi trovo con persona in letto

Da cui amata e gradita mi sento,

Che quel mio piacer vince ogni diletto,

Sì che quel che strettissimo parea

Nodo dell’altrui amor divien più stretto.

Se noi consideriamo tutte queste cose; se riflettiamo le lodi iperboliche; se ricordiamo la visita di un giovane re; se poniam mente alle nobili amicizie di cui la Veronica andava lieta e orgogliosa, e delle quali ho ancora a parlare, ci parrà troppo tenue senza dubbio il prezzo di due scudi che il già più volte citatoCatalogoassegna ai favori di lei, mentre per altre altri prezzi registra, ben più cospicui. Che la Veronica Franco del Catalogo sia, non la nostra, ma un’altra, mi sembra poco probabile; molto più probabile invece, o che sia corso errore nella indicazione del prezzo, o che l’anonimo autore abbia voluto, di deliberato proposito, fare ingiuria a colei con cui aveva forse alcuna ruggine, o che gli premeva di avvilire in cospetto di una rivale. Ricordiamo che ilCatalogoè dedicatoalla molto magnifica et cortese signora Livia Azalina Principessa di tutte le Cortegiane Venetiane, la quale è registrata a suo luogo col prezzo di scudi venticinque[508]. Nè dell’errore, o dellamenzogna delCatalogoci mancano prove, e chi ce le dà è quel signor Lorenzo, di cui ho ricordato testè un capitolo in dialetto veneziano, capitolo curioso, che mi duole di non poter trascrivere intero, tanto è sconcio. Ne darò un’idea. Il signor Lorenzo spasima da un mese per la signora Veronica, la quale è tanto

bella e puliaCara, dolce, zentile e custumà.

bella e puliaCara, dolce, zentile e custumà.

bella e pulia

Cara, dolce, zentile e custumà.

Spasima per lei, perchè tutta la sua dolcezza e il suo piacere è sol colà

Dov’è virtù, dov’è lascivitae,

Dov’è virtù, dov’è lascivitae,

Dov’è virtù, dov’è lascivitae,

dove l’amore è condito dalla gentilezza, dalla grazia, e daquel certo che se chiama umor. Ma egli non osa farsi innanzi, perchè sa che la Veronica è uncarigolo boccon; sa che non concede un bacio per meno di cinque o sei scudi, e almeno cinquanta ne vuole per quella che il Montaigne avrebbe chiamato lanégociation entière. Ora, egli ha letto nell’Aretino

Che ’l servir e ’l pagar è un latin falso.Che no l’accorderave el Calepin.

Che ’l servir e ’l pagar è un latin falso.Che no l’accorderave el Calepin.

Che ’l servir e ’l pagar è un latin falso.

Che no l’accorderave el Calepin.

Egli l’ama e l’adora; ma appunto perchè l’ama e l’adora non vuol pagare.

So che no ghe xe lege, no gh’è ghiosaChe vogia che l’amante dieba darAltro ch’el proprio cuor alla morosa.

So che no ghe xe lege, no gh’è ghiosaChe vogia che l’amante dieba darAltro ch’el proprio cuor alla morosa.

So che no ghe xe lege, no gh’è ghiosa

Che vogia che l’amante dieba dar

Altro ch’el proprio cuor alla morosa.

Sia dunque liberale; usi a lui quella cortesia che usata nulla toglie a lei di pregio, e si ricatti coi vagheggini di professione, coi vecchi sfreddati, coi frati, che araffano alle badie le migliaja di ducati, co’ monsignori, che vanno dietro a ogni cosa disonesta.

La Veronica ebbe, come parrà naturale ad ognuno, moltissimi amori, anzi direi, tra piccoli e grandi, tra finti e sinceri, tra quelli che durarono un giorno e quelli che durarono forse più anni, innumerevoli. Dei più s’è certo perduta ogni traccia; ma di parecchi la traccia è rimasta, e qualche cosa più che la traccia.

I capitoli che compongono il libro di versi della cortigiana veneziana non sono, come ho già accennato, tutti suoi; sopra venticinque, sette appartengono a incerto autore, secondo è detto nella intitolazione, e tutti e sette sono documenti di un amore del quale la Veronica è l’obbietto. Dico di un amore, e dovrei forse dire di più amori, perchè non si sa se tutti quei capitoli sieno opera di uno spasimante solo, o di parecchi. Io, confrontandoli tra loro, e con le risposte che ad essi fa la donna, inclinerei a crederli opera di parecchi, per lo meno di due. Ma chi erano costoro? Di uno forse si può avere notizia. In una copia delleTerze rimegià posseduta dalla Biblioteca Marciana, e passata poi in quella del conte Leopoldo Ferri, Padovano, il primo capitolo recava in testa il nome di quel Marco Veniero di cui si leggono alcuni sonettinella Raccolta dell’Atanagi e di cui altre rime giacciono inedite. Marco Foscarini, in una suaBibliografia venezianatuttora manoscritta, fa questa congettura: che i primi fogli del libro fossero tirati sotto il nome di Marco Veniero; che questi, patrizio dei più reputati di Venezia, saputa la cosa, non volesse pubblicata al mondo un’amicizia che gli faceva poco onore; che perciò il nome suo fu tolto da tutte le copie che già non erano state distribuite, e non soltanto il suo, ma quello ancora degli autori degli altri capitoli, che, anche secondo la opinione del Foscarini, furono parecchi. Questa congettura è, se si vuole, molto onesta, ma altrettanto improbabile; e a dimostrarla tale basta ricordare che nessuno in quel secolo si vergognava di avere amicizia con cortigiane, e di tessere e pubblicare versi in lor lode; e che essendo il libro delleTerze rimededicato con tanto di lettera al serenissimo signor Duca di Mantova e di Monferrato, il quale era allora Guglielmo, figlio di Federico Gonzaga e di Margherita Paleologa, il patrizio Marco, e gli altri patrizii o non patrizii autori dei capitoli, non potevano ragionevolmente vergognarsi di vederci stampati dentro i nomi loro dopo quello del serenissimo signor Duca.

Le ragioni della soppressione del nome, o dei nomi, saranno state altre, che ora ci sfuggono, e che poco del resto c’importa d’andar rintracciando, dacchè gli è pur certo che il primo amatore che compare nel libro (nel libro, s’intenda bene) è Marco Veniero. Basterà rammentare, così di passata, che in cotesto mondo cortigianesco le bizze e i dispetti erano molto frequenti, e che gli amici sfegatati di oggi potevano essere i nemici o gli indifferenti di domani[509].

Ora, nel capitolo I, messer Marco Veniero si mostra fortemente innamorato della bella Veronica, manifesta un caldissimo desiderio di possederla, si lagna molto dell’asprezza, rigidezza e fierezza di lei. La bella Veronica risponde con un altro capitolo, e il linguaggio ch’ell’usa è in molte parti così perplesso e sibillino che non si capisce a che conclusione la voglia venire. Se ella potesse assicurarsi del cuore di colui che affetto così smisurato le dimostra a parole, non farebbe già tanto la spietata e la schiva. Ma come assicurarsene? Non vorrebbeapparir troppo semplice e sciocca, dando fede a sospiri e a promesse che dissipa il vento. Perchè, se innamorato davvero, non si discopre eglicon effetti? Ella vuole certezza dell’amor di lui conaltro che con lodi; vuole meno lodi e più fatti, vuole i frutti e non le fronde. Pensa egli forse ch’ella sia avida? Si tolga questa opinion dalla testa. Cauta ella vuol essere, se non casta. Non chiede oro nè argento.

Perchè si disconvien troppo al decoroDi chi non sia più che venal, far pattoCon uom gentil per trarne anche un tesoro.Di mia profession non è tal atto;Ma ben fuor di parole io ’l dico chiaroVoglio veder il vostro amor nel fatto.

Perchè si disconvien troppo al decoroDi chi non sia più che venal, far pattoCon uom gentil per trarne anche un tesoro.Di mia profession non è tal atto;Ma ben fuor di parole io ’l dico chiaroVoglio veder il vostro amor nel fatto.

Perchè si disconvien troppo al decoro

Di chi non sia più che venal, far patto

Con uom gentil per trarne anche un tesoro.

Di mia profession non è tal atto;

Ma ben fuor di parole io ’l dico chiaro

Voglio veder il vostro amor nel fatto.

Egli sa che cosa è a lei più cara; però non le neghi l’opera sua, chè ella delle virtù s’innamora. Ciò ch’ella chiede costa a lui poca fatica, e se ricusa, ciò prova che il suo amore è bugiardo. Se invece acconsente,

Dal merto la mercè non fia discosta;

Dal merto la mercè non fia discosta;

Dal merto la mercè non fia discosta;

ella amerà lui quant’egli lei, giacchè

chi si sente amato da doveroConvien l’amante suo ridamar poi.

chi si sente amato da doveroConvien l’amante suo ridamar poi.

chi si sente amato da dovero

Convien l’amante suo ridamar poi.

Ella gli darà tal premio che pareggi la speranza col desiderio:

Certe proprietadi in me nascoseVi scovrirò d’infinita dolcezza,Che prosa o verso altrui mai non espose[510].

Certe proprietadi in me nascoseVi scovrirò d’infinita dolcezza,Che prosa o verso altrui mai non espose[510].

Certe proprietadi in me nascose

Vi scovrirò d’infinita dolcezza,

Che prosa o verso altrui mai non espose[510].

Se il povero messer Marco riuscì a capire che diamine di negozio fosse il fatto che tanto premeva alla Veronica fu bravo davvero; a me, dico schietto, non riesce di capirlo, e temo che i miei lettori non lo capiranno meglio di me.

Ma non si creda che la Veronica parlasse di solito un linguaggio così incerto ed oscuro, chè anzi usava di parlar schietto e chiaro. Il capitolo III è scritto da lei, assente allora da Venezia, a un altro incognito amante, rimasto colà a sospirarla. Tutta questa poesia è assai garbata e disinvolta, e spira affetto delicato e sincero. Non voglio già dire con questo che tale affetto fosse veramente nell’animo dell’autrice. La quale scrive al suodolce, gentile e valoroso amante, che il vivere senza di lui le è crudel morte, e che non divisi con lui le son tormenti i piaceri. Si sente struggere e morire; rimpiange ilfortunato nido, e mentre la gelosia le serpeggia per l’ossa e la va consumando a poco a poco, ella non vive se non della speranza di presto rivederlo neldolce loco. Affretta col desiderio il giorno beato che riunirà l’una all’altro:

Subito giunta a la bramata stanza,M’inchinerò con le ginocchia in terraAl mio Apollo in scienzia ed in sembianza:E da lui vinta in amorosa guerra,Seguirol di timor con alma cassa,Per la via del valor, ond’ei non erra.Quest’è l’amante mio, ch’ogni altro passa,In sopportar gli affanni, e in fedeltateOgni altro più fedel dietro si lassa.Ben vi ristorerò de le passateNoje, Signor, per quanto è ’l poter mio,Giungendo a voi piacer, a me bontate.Troncando a me ’l martir, a voi ’l desio.

Subito giunta a la bramata stanza,M’inchinerò con le ginocchia in terraAl mio Apollo in scienzia ed in sembianza:E da lui vinta in amorosa guerra,Seguirol di timor con alma cassa,Per la via del valor, ond’ei non erra.Quest’è l’amante mio, ch’ogni altro passa,In sopportar gli affanni, e in fedeltateOgni altro più fedel dietro si lassa.Ben vi ristorerò de le passateNoje, Signor, per quanto è ’l poter mio,Giungendo a voi piacer, a me bontate.Troncando a me ’l martir, a voi ’l desio.

Subito giunta a la bramata stanza,

M’inchinerò con le ginocchia in terra

Al mio Apollo in scienzia ed in sembianza:

E da lui vinta in amorosa guerra,

Seguirol di timor con alma cassa,

Per la via del valor, ond’ei non erra.

Quest’è l’amante mio, ch’ogni altro passa,

In sopportar gli affanni, e in fedeltate

Ogni altro più fedel dietro si lassa.

Ben vi ristorerò de le passate

Noje, Signor, per quanto è ’l poter mio,

Giungendo a voi piacer, a me bontate.

Troncando a me ’l martir, a voi ’l desio.

Tutto ciò, non può negarsi, è detto ingegnosamente e con retto senso della misura; nella stessa sensualità non celata, nulla può notarsi di eccessivo, nulla di volgare. Dico che la poesia è disinvolta e garbata e spira affetto delicato e sincero, sebbene non vi manchino le gale, gli orpelli, gli sdilinquimenti che il gusto de’ tempi portava e voleva; l’eco, che mossa a pietà risponde ai dolorosi lai, il sole che si ferma a mezzo il cielo, intento alle amorose querele, Progne e Filomela che si lamentano, le tigri che piangono, le fresche rose i candidi gigli e l’umili viole che inaridiscono al vento dei cocenti sospiri, le pietre stesse che lacrimano, ecc. ecc.

L’amante adorato, l’Apollo in iscienza e in sembianza, risponde nel capitolo IV. Egli afferma, non solo che l’amor suo è molto maggiore dell’amor di lei, il che è di buono stile amoroso, e, direi, di prammatica; ma ancora che il valore suo proprio è poca cosa rispetto al valore di lei, di leicui ’l Ciel tant’ama e ’l mondo onora. Le rimprovera, ciò nondimeno, la dipartita, e l’assenza all’amor suo troppo lunga. Egli pregò e pianse perchè rimanesse, ma invano: più che il suo, valse l’altrui rispetto, ed ella si partì, lasciandolo soloin solitario tetto. Se ora è pentita, egli del pentimento ha consolazione. Torni quanto più presto può, chè egli altro non brama e non chiede che esserle vicino, e voglia Amore misericordioso adeguare la grande diseguaglianza che è tra lei e lui. Così, nel secolo XVI, si scriveva alle cortigiane illustri.

Noi non intenderemmo gran che di quei rispetti, di quei rimproveri e di quei pentimenti, se la Veronica stessa non si fosse data cura di chiarire il mistero nel capitolo seguente, che è il quinto, capitolo che sarebbe difficile accordare in ogni sua parte col terzo, quando pure volessimo prenderci cotal briga, e dove son cose che non ci saremmo aspettate.

La Veronica dice al suo fedele innamorato:

Signor, la virtù vostra, e ’l gran valore,E l’eloquenzia fu di tal potere,Che d’altrui man m’ha liberato il core.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Quel ch’amai più, più mi torna in dispetto,Nè stimo più beltà caduca e frale,E mi pento che già n’ebbi diletto.

Signor, la virtù vostra, e ’l gran valore,E l’eloquenzia fu di tal potere,Che d’altrui man m’ha liberato il core.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Quel ch’amai più, più mi torna in dispetto,Nè stimo più beltà caduca e frale,E mi pento che già n’ebbi diletto.

Signor, la virtù vostra, e ’l gran valore,

E l’eloquenzia fu di tal potere,

Che d’altrui man m’ha liberato il core.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Quel ch’amai più, più mi torna in dispetto,

Nè stimo più beltà caduca e frale,

E mi pento che già n’ebbi diletto.

Anzi che amare quell’altro,ombra mortale, ella avrebbe dovuto amar lui, solamente lui,

Pien di virtù infinita ed immortale.

Pien di virtù infinita ed immortale.

Pien di virtù infinita ed immortale.

Confessa il suo fallo, e promette solennemente di mandare in avvenireper la virtù la beltà in bando. Conchiude dicendo:

Per la vostra virtù languisco e pero,Disciolto ’l cor da quell’empia catena,Onde mi avvolse il Dio picciolo arciero:Già seguii ’l senso, or la ragion mi mena.

Per la vostra virtù languisco e pero,Disciolto ’l cor da quell’empia catena,Onde mi avvolse il Dio picciolo arciero:Già seguii ’l senso, or la ragion mi mena.

Per la vostra virtù languisco e pero,

Disciolto ’l cor da quell’empia catena,

Onde mi avvolse il Dio picciolo arciero:

Già seguii ’l senso, or la ragion mi mena.

Da tutto ciò si ricava che la Veronica aveva in Venezia un amante fisso (non dico già che non ne avesse anche altri di fissi) col quale forse coabitava, se, partita lei, egli rimanevasolo in solitario tetto. Si ricava inoltre che la Veronica ebbe un bel giorno un amorazzo, o un capriccio, e che trascinata dalla subita passione (se pur non era interesse) piantò lì l’amante consueto, e se neandò col nuovo fuori di Venezia; che l’amante nuovo era bello; che il vecchio non era bello (o perchè allora lo chiamaApollo in sembianza?) ma virtuoso, anzipieno di virtù infinita; che la Veronica presto si stancò dell’amor nuovo, o non ci trovò quello che contava trovarci, e, pentita, tornò all’antico. Di che sorta fossero le virtù dell’amante vecchio non dice; ma non si esclude che potesse avere molti quattrini e li spendesse volentieri. L’ultimo verso:


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