387.Diarii, t. XIX, col. 138. E soggiungeva: «ozi 8 zorni si farà per li musici una solenne messa a Santa Catarina, funebre, e altri officii per l’anima sua».388.I cocchi, che vennero in uso dopo la carrette, offrivano, tra l’altro, comoditàagli esercizii di Venere, secondo avverte ilModio,Il Convito, overo del peso della moglie, Roma, 1554, p. 15. Cfr.Les heures perdues d’un Cavalier français(1616),Le Carosse. Intorno ai cocchi vediGozzadini,Dell’origine e dell’uso dei cocchi, e di due veronesi in particolare, Bologna, 1864.389.Ragionamento fra il Zoppino, ecc., p. 429. NellaPuttana erranteattribuita all’Aretino è già citata, dice la Maddalena (p. 5): «Hai tu veduto, o Giulia, come questa mattina la Tortera era riccamente vestita? Certamente quand’ella entrò in Sant’Augustino io non la conobbi, e stimai ch’ella fosse una baronessa, perciochè aveva due famigli ed un paggio davanti e quattro serve dietro, ed un giovane vestito di velluto che giva ragionando con essa lei».390.A costei è indirizzata una lettera, o, per dir meglio, una fiera invettiva, fra leLettere di diversi autori raccolte perVenturin Ruffinelli, libro primo (ed unico), Mantova, 1547, ff. III r. a XIII r.Cian,Op. cit., p. 56. Di certa Fausta dice la serva Rosa nellaMajanadelCecchi(atto II, sc. 6) chedovunque la va vuol seco l’ordineE i cariaggi come fanno i principi.La cortigiana introdotta dal Firenzuola nella sua commedia iLucidinon vuol certo essere delle principali, ma ha nondimeno a’ suoi servigi un cuoco, un’ancella, un ragazzo. Non è senza curiosità il vedere un riflesso di tali costumi nellaRappresentazione della conversionedi S. Maria Maddalena(D’Ancona,Sacre rappresentazioni dei secoli XIV, XV, e XVI, Firenze, 1872, vol. III). Maddalena va ad udire Gesù accompagnata da quattro cameriere. Gesù entra nel Tempio, sale in pergamo e comincia a predicare: notato ciò, la didascalia soggiunge (p. 272):Ora giunge Maddalena con la sua compagnia, e’ suoi donzelli parano una sedia dinanzi al pergamo, e lei tutta pomposa vi si posa su, guardando a suo piacereecc.391.Le quali stufe servivano a parecchi usi, in Italia e fuori d’Italia. VediGarzoni,Piazza, ecc., disc. CXXIV, p. 815;Rabutaux,De la prostitution en Europe depuis l’antiquité jusqu’à la fin du XVIesiècle,nuova ediz., Parigi, 1881, p. 73. Cfr. la commedia delDoni,Lo Stufajuolo.392.Dice la Nanna alla figliuola Pippa: «accaderà che andrai al Popolo (Santa Maria del Popolo), alla Consolazione, a San Pietro, a Santo Janni, e per l’altre chiese principali ne’ dì solenni; onde tutti i galanti signori, cortigiani, gentiluomini, saranno in ischiera in quel luogo che gli sarà più comodo a veder le belle, dando la sua a tutte quelle che passano, o pigliano de l’acqua benedetta con la punta del dito, non senza qualche pizzicotto che cuoca. Usa in passare oltre gentilezza, non rispondendo con arroganza puttanissima; ma o taci, o di’ riverenza, o bella, o brutta: Eccomivi servitrice; che ciò dicendo ti vendicherai con la modestia. Onde al ritornare indirieto ti faranno largo, e ti si inchineranno fino in terra; ma volendo tu dargli risposte brusche, gli spetezzamenti ti accompagnerieno per tutta la chiesa, e non ne seria altro».Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 231. Dice Ludovico in altro Ragionamento già citato (p. 428), che le cortigiane si traevano dietro le turbe nelle chiese, e che la gente lasciava la messa per veder la Lorenzina. Con quale sfoggio poi di vesti e di giojelli si recassero, in Roma stessa, alle chiese, si può vedere da un passo delDiarium parmense(ap.Muratori,Scriptores, t. XXII, coll. 342-3). Se lo sconcio era, come abbiam veduto, assai grande in Roma, non doveva esser punto minore in Venezia, dove si cercò ripetute volte, ma, sembra, con poco frutto, di toglierlo. Con parte del 12 settembre 1539 ci si vietava allemeretrice publicedi frequentare le chiese nell’ore stesse in cui le frequentavano le donne oneste. Un’altra parte, mandata fuori quattro giorni dopo, recava un altro divieto, e lo stendeva alle cortigiane: «... niuna meretrice, over cortesana, sia de che condizione esser si voglia, non possi..... andar in Chiesia alcuna il giorno della festa e solennità principal di quella, acciò non siano causa de mal esempio con molti atti, parole ed opere lascive a quelli, over a quelle, che vano a bon fine in ditte Chiesie....». A far prova della sua inefficacia il divieto si rinnova poi di tanto in tanto e sino nel secolo seguente. (VediLeggi e Memorie venetegià citate, pp. 100, 101, 102, 119, 122, 125, 136). E poi c’era sempre modo di deluder la legge, o di sottrarsi alla pena, la quale era, del resto, assai mite. Nel maggio del 1543 è condannata a lire tre di multa Giulia Ferro per essere stata in chiesa in giorni proibiti; ma in quello stesso anno, in quel medesimo mese, una Lucietta Padovana, rea dello stesso mancamento, si difende con dire d’essere, non meretrice, ma cortigiana, e maritata, e i Provveditori alla Sanità,vista la legge, visis videndis, et consideratis considerandis, non volendotuor la fama a dita Lucieta Padovana, ne la mandano assolta (Op. cit., pp. 273-5).393.Ricordando i bei tempi della sua giovinezza e de’ suoi trionfi, dice la cortigiana del Du Bellay:Un escadron j’avoy de tous costezDe courtisans pompeusement montezM’accompagnant ainsi qu’une princesse,Fust au matin, quand j’allois à la messe,On fust au soir, alors qu’il me plaisoitDe me trouver où le bal se faisoit.Per i bravi vediAretino,Ragionamento fra il Zoppino, ecc., in principio, eRagionamenti, parte I, giornata III, pp. 129, 133, 423;Giraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 8 della Introduzione;Garzoni,Piazza, ecc., p. 599. Il Brantôme dice che le cortigiane in Italia avevano sempre un bravopour les défendre et maintenir, vol. II, p. 321. Una Betta del Basadonna, ricordata nellaTariffa, fece bastonare certo suo amante da quattro bravi. La cortigiana dellaLucernadelPona, favoriva un giovane assai valente, che più volte fece valere le ragioni di lei con la spada. (Sera seconda, pp. 78-9). L’Angelica delMartellodelCecchisposa Lanfranco bravo. Vedi ancheStoppato,La commedia popolare in Italia, Padova, 1887, pp. 121-7.394.Jost Amman’sFrauen-Trachtenbuch, Francoforte sul Meno, 1586; riproduzione di Lipsia, 1880. Una delle figure di questo volume rappresenta una cortigiana romana. Il Grossino, uno dei famigliari che accompagnarono a Roma nel 1510 il marchesino Federico Gonzaga, dando ragguaglio di più cose alla madre di lui Isabella, diceva in una lettera del gennajo del 1512, che a certa solennità, nella basilica di S. Sebastiano, era accorsa tutta Roma, egrandissima quantitàdi cortigiane, con pompe assai, molte vestite da uomini, quali su mule, quali su cavalli, e soggiungeva a Roma essere difficilea conoser una dona da bene da una cortesana.Luzio,Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II, estratto dall’Arch. d. R. Soc. rom. di storia patria, vol. IX, 1887, p. 29-30.395.Aretino,Ragionamenti, parte I, giornata I, p. 18.396.La Pescara, Milano, 1550, atto I, sc. 5.397.Vedi più oltre, appendice A, ilVanto della cortigiana ferrarese.398.Mondi celesti, terrestri et infernali, Venezia, 1583, pp. 306-7.399.Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia, il nome loro, et il nome delle loro pieze, et le stantie ove loro habitano, et di più ancor vi narra la contrata ove sono le loro stantie, et etiam il numero de li dinari che hanno da pagar quelli Gentilhuomini, et al che desiderano entrar nella sua gratia.IlCatalogo, compilato da un A. C., e da lui dedicato allamolto magnifica et cortese Signora Livia Azalina, Principessa di tutte le Cortigiane venetiane, fu riprodotto nel volumeLeggi e memorie venete sulla prostituzione, ecc., e inLes courtisanes et la police des mœurs à Venise, 1886. Questo secondo lavoro è una povera abboracciatura piena di spropositi; quel tanto di buono che ci si trova è tolto dal volume precedente. DellaTariffain versi ho già fatto cenno. Nel 1566, Gerolamo Calepino, stampatore in Venezia, fu processato per avere stampato senza licenza quella o un’altra, e fu condannato a pagare un ducato di multa per ogni copia impressa (Leggi e memorieecc., p. 9). Tariffa e cataloghi così fatti non dovevano mancare nelle principali città d’Italia. NelVecchio geloso, commedia delRiccioli(Viterbo, 1605), uno dei personaggi si fa dareil catalogo di tutte le puttane del bordello con il lor prezzo.400.Giraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 7 dell’Introduzione. I guadagni variavano assai anche secondo la fortuna dei tempi. In anno di carestiaErcole Bentivoglioscriveva nella satiraA suo fratello:Sper’io ch’uguanno a i piacer nostri aremoQueste più altere e nobili puttane,Se ’nvece d’un fiorino un pan daremo.E c’era chi si spassava a predire alle cortigiane miseria grande e malanni d’ogni sorta.Vedi Pronostico alla villota sopra le putane, composto per lo eccellente dottoreM. Salvaor,cosa molto bellissima et piacevole, Venezia, 1558; riprodotto inLeggi e memorie venete, ecc., pp. 295-8.401.Les courtisanes et la police des mœurs à Venise, p. 44.402.Novelle, parte III, nov. 42.403.Vedi intorno alla ImperiaValéry,Curiosités et anecdotes italiennes, Parigi, 1842, pp. 234 sgg. Racconta ilGiovionel suo libroDe piscibus romanis, c. V, una graziosa storiella, che appunto si lega all’amicizia del Chigi e dell’Imperia, e che qui giova riferire in succinto. I venditori di pesce in Roma usavano, per consuetudine antica, far presente ai Conservatori delle teste delle ombrine e degli storioni, stimate boccone assai ghiotto. Era a quei tempi in Roma un certo Tamisio, uomo assai lepido, ma golosissimo parassita, il quale teneva appositamente sul mercato del pesce un servo, che lo doveva far avvertito di quanto potesse importare alla sua gola. Saputo una mattina che una grossissima testa d’ombrina era stata recata ai Conservatori, monta sopra una sua mula e va in Campidoglio, con la speranza di buscarvi un desinare. I Conservatori avevano già mandato la testa in dono al cardinale Riario. Tamisio allora vola al palazzo del cardinale; ma questi, imitando la generosità dei primi donatori, manda la testa al cardinale Federico Sanseverino. Tamisio, biasimando la inopportuna munificenza, si rimette in sella e trotta al palazzo del magnifico Sanseverino. Ma il magnifico Sanseverino deve molti quattrini al banchiere Chigi, e vuole usargli cortesia presentandogli la gloriosa testa. Tamisio vola, sotto la sferza del sole, agli orti del Chigi in Trastevere; ma giuntovi appena, tutto affannato e molle di sudore, vede l’agognata testa, adorna di fiori, andarsene alla volta della casa dell’Imperia. Pien di sdegno si rimette in via, e vola a Ponte Sisto, dove finalmente gli è dato di desinare con la bellissima cortigiana. Ponte Sisto un tempo era come dire il quartier generale delle cortigiane in Roma, le quali daCelio Secondo Curionesono chiamateVestales romanae, quae regionem pontis Sixti colunt(Pasquillus ecstaticus, ediz. s. l. ed a., p. 163). Cfr.Dolce,Il Ragazzo, atto II, sc. I. L’Imperia, quand’ebbe l’amicizia di Angelo Dal Bufalo, abitò in Banchi.404.Malespini,Novelle, parte I, nov. 31;Aretino,Ragionamenti, parte I, giornata III.405.Bandello,Novelle, parte II, nov. 51;Brantôme,Les vies des dames galantes, Leida, 1722, t. I, p. 236. Vedi a questo stesso proposito ciò che di una Cicilia Viniziana dice ilFirenzuolanelDialogo delle bellezze delle donne, Opere, Firenze, 1848, vol. I, p. 255, e cfr. coiDialoghi delle cortigianediLuciano, V.406.I Marmi, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 106.407.Al Capitano Flaminio Nelli.408.La Zaffetta nellaZaffetta, e la Ballerina nellaPuttana errante. Che questo secondo poemetto sia stato pure composto dal Veniero in vituperio dell’Angela, è erronea opinione di parecchi, messa innanzi dall’Hubaudin un opuscolo che appunto di tale argomento trattava, e intitolatoDissertation sur deux petits poèmes, Marsiglia, 1840. LaPuttana errantefu ristampata dal Liseux, in Parigi, nel 1883.409.Le carte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze, Inventario pubblicato a cura della R. Sopraintendenza degli Archivi toscani, serie I, p. 409. Questo maestro Andrea è senza dubbio quel medesimo di cui, come d’uomo assai piacevole, fa ricordo l’Aretino neiRagionamentie nellaCortegiana, e che compose unPurgatorio delle cortigianepiù volte stampato. L’abbiamo già incontrato fra i personaggi delTrionfo della lussuria di maestro Pasquino. Vedi intorno ad essoRossi,Le lettere del Calmo, appendice I, pp. 385-92.410.Veniero,La puttana errante, canto IV, ediz. cit., p. 118 (le prodezze di Elena Ballerina sononotate sopra ’l capo a Pasquino);Le lettere del Calmo, ediz. cit., p. 87, n. 7. Scritture contro le cortigiane sono nel secolo XVI molto frequenti, e a parecchie porge argomento il dispetto o la gelosia. Dice ilGarzoni(Op. cit., pp. 599-600): «Già si comincia dare all’arma, i sdegni principiano, l’ire si generano, le minacce vanno in volta, i dispetti non han fine, i bravi si trovano, i pennacchini s’armano, i bertoni s’infuriano, le bastonate s’apparecchiano, i sfrisi si preparano, le morti si tramano da queste insidiose e maladette meretrici. Non si parla più di vezzi, non si favella di carezze, non si ragiona d’aver commercio insieme, cessano i messi, restano le polizze, mancano i presenti, vengon meno i saluti e le riverenze, si richiedon indietro le fedi, si dimandano i quadri, si rinvogliono i ritratti dell’imagini miniate dentro a’ scatolini, e con rabbia, con furore, con insania di mente, si rompe, si spezza, si calpesta ogni cosa con gli piedi. Quindi si giura, si scongiura, si sacramenta di non far mai pace. Marte e Bellona scorrono da ogni banda; le faci si accendono ogni ora a più potere. Non più sonetti, non più madrigali, non più canzoni, non più sestine da innamorato spiran le muse graziose: Apollo asconde la lira, Euterpe va a spasso, Cupido sfratta, Venere va in chiasso, Archiloco solo si lascia vedere, e Pasquino trionfa in mezzo delle piazze. Ora si scoprono gli altari da dovero, si contano gl’inganni, le malizie, i tradimenti, le doppie de i bertoni, il tener su la stanga de’ ganimedi, la trappola dei togati, le perfidie con questi, gli assassinamenti con quell’altro, lo spender della robba, il perder della vita, l’arrischio dell’onore, il consumar dell’anima, il vuotar della borsa, il cruccio, il travaglio, il martire, il dispetto, la gelosia, l’inquietudine grande che da lor procede. Pasquino si mette a narrar le superbie, nel star sul grave, nel concorrer con le signore di vesti, di drappi, di serve, di carrozze, e sopra tutto di voler essere d’ogn’ora cortigiane, ecc.». Tali invettive e libelli erano, sembra, assai temuti dalle cortigiane. Ammonendo la figliuola Pippa, dice la espertissima Nanna: «non ti mancherebbe altro, se non che un tale ti facesse i libri contra, e che per tutto si bandisse di quelle ladre cose che sanno dir de le donne; e ti staria bene che fosse stampata la tua vita, come non so chi scioperato ha stampata la mia». (Aretino,Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 198). È ricordo di una Polinda Valenziana, che fece ammazzare a furia di pugnalate uno spagnuolo, che co’ suoi versi, prima l’aveva levata a cielo, e poi trascinata nel fango. (Tommaso Costo,Il Fuggilozio, Venezia, 1601, pp. 344-5;G. F. Astolfi,Della officina istorica, Venezia, 1605, p. 218). Agli scritti contro le cortigiane da me ricordati in queste pagine, si aggiunga:Bravata che fa uno giovane innamorato d’una cortigiana, et lei dandogli la baglia(sic)ma gli volse aprir la porta; cosa da ridere, s. l. ed a.; una canzonetta, pure in dialetto veneziano, riportata dalRossi,Le lettere del Calmo,pp. 288-9; una invettiva in ottava rima e similmente in dialetto veneziano, che il lettore troverà più oltre appendice B;A. Di Palma,Opera nova dove si contiene le astutie delle cortigiane, ecc., s. l. ed a. Francesco Scambrilla, vissuto in sul principio del sec. XVI, compose in dispregio delle cortigiane due sonetti assai acerbi, che si conservano in un codice Vaticano. (Trucchi,Poesie inedite, eco., vol. III, p. 139). Il codice Marciano Ital. IX. 173 contiene un gran numero di poesie in dialetto veneziano, molte delle quali contro cortigiane. (Ci son vituperate, fra altre, una Paolina Gonzaga, una Livia Verzotta, e la nostra Veronica). Di un capitolo da lui composto contro una cortigiana, e in cui altre cortigiane illustri erano nominate, fa cenno l’AretinoneiRagionamenti, parte I, giornata III, p. 159. In molte commedie compajono cortigiane, ma non mai per farvi buona figura. Vogliono ancora essere ricordati:Avvertimenti a quelli che amano le cortigiane, opera nuova e dilettevole, Milano, 1600;Garzoni,Serraglio degli stupori del mondo, Venezia, 1613 (stanza settima, pp. 749-50), eGiovanni Antonio Massinoni,Il flagello delle meretrici, Venezia, 1599. La letteratura italiana non fu sola ad avere così fatti componimenti nel sec. XVI, sebbene ne abbia avuti, senza paragone, più d’ogni altra. Per citare un esempio, in un poema intitolatoL’enfer de la mère Cardine, ecc., stampato nel 1568, sono vituperate tutte le cortigiane di Parigi.411.Novelle, parte I, nov. 50, dedicatoria.412.Ecatommiti, deca VI, nov. 7. Il buonLafontaineracconta (Contes et nouvelles, l. III, 6) la storia di una cortigiana romana, altrettanto superba quanto bella, la quale disprezzando ognuno, e solo facendo qualche conto dei cardinali, s’innamorò pazzamente di un giovane gentiluomo, e fu da lui sposata.413.Lettere, t. V, f. 147 v. Altra lettera ivi stesso, f. 176.414.Ecatommiti, nov. 3 dell’Introduzione. A Nannina Zinzera, innamorata di un bellissimo giovane, e godente l’amor suo, indirizzava ilLascauno dei suoi madrigoloni (Opere burlesche, edizione cit., pp. 244-5). A un’altra cortigiana, giovane assai e bellissima, Anna Raugea, che di Firenze si tramutava in Roma, lo stesso Lasca raccomandava (ibid., p. 400):Dall’ira e dallo sdegno vi guardate,E sopratutto non v’innamorate.La cortigiana del Du Bellay s’innamorò perdutamente di un giovane, che l’abbandonò dopo averle mangiato, in men d’un anno, vigne, case e denari.415.Luzio,Un’avventura della Tullia di Aragona, inRivista storica mantovana, vol. I (1885), pp. 178-82. Di una Spagnuola, della quale era innamorato Giovanni della Casa, e che aveva lui a noja più che il mal de’ fianchi, fa cenno ilMauronel capitoloDelle donne di montagna.416.Lettere, vol. 1, f. 233 r.; vol. VI, f. 72 r. Lo stesso Aretino compose per l’Angela il seguente madrigale, che leggesi nella parte II, giornata III, deiRagionamenti, p. 400:L’esser prive del cieloNon sono oggi i tormentiDe le mal nate genti.Sapete voi che dogliaL’alme dannate serra?Il non poter mirar l’Angela in terra.Sol la invidia e la dogliaCh’elle han del nostro bene,E ’l non aver mai di vederlo spene,Le affligge a tutte l’oreNe l’eterno dolore;Ma se concesso a lor fosse il suo visoFora lo inferno un nuovo paradiso.IlTrucchiripubblicò questo madrigale come inedito,Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 216.417.Ciò si rileva facilmente leggendo il poemetto, e basterebbero a farne prova questi due versi che il Veniero dice in persona propria:Venni e subbiai per farvi riverenza,Ma dal balcon mi fu data licenza.Il Veniero si duole assai dell’albagia della Zaffetta, che si crede esser maggioreChe non è di San Marco il campanile.Del resto il famoso trentuno, di cui nel poemetto si narra, non fu dato davvero, e le parole stesse del poeta lo dicono.418.Lettere, vol. V, f. 27 r. L’Aretino fa pure gran lodi di una Lucrezia Ruberta. Vedi anche il nobile atto di una cortigiana di Padova narrato dalGiraldi CinzionegliEcatommiti, Introduzione, nov. 10.419.Pro poemate ludicro apologia, Perugia, 1616, pp. 160-1.420.Vedi una lettera di Gerolamo Negri, scritta il 29 decembre 1522 da Grottaferrata a Marcantonio Micheli,Lettere di principi, ecc., Venezia, 1881, lib. I, f. 110 r.;Colocci,Poesie italiane, Jesi, 1772, p. 29 n. Il Negri dice: «Questo caso tanto più è degno d’esser celebrato, e quasi preposto al fatto di Lucrezia, quanto che questa donna fu figlia d’una pubblica e famosa meretrice, che fu l’Imperia, cortigiana nobile in Roma, come sapete».421.VediCian,Op. cit., pp. 25-35.422.Le rime diMichelangelo Buonarroticavate dagli autografi e pubblicate daCesare Guasti, Firenze, 1863, p. 165.423.Cugnoni,Agostino Chigi il Magnifico, pp. 78-9.424.La poesia in lode delle cortigiane fu certo assai copiosa, e chi sa quanta ne giace incognita nelle nostre biblioteche. Essa dovette vestir tutte le forme e prendere tutti i tuoni. Abbiamo già veduto qualche capitolo: ecco qua ora un madrigale e un frammento di canzone tratti dal cod. magliabechiano Cl. VIII, nº 16, assai graziosi e di fattura di Alfonso de’ Pazzi. Il madrigale è indirizzatoAlla Contadina Cortigiana:Chi vuol beltà divinaVedere in cosa umana,Oggi venga in Toscana,E miri l’alma nostra Contadina,Che fatta è cittadina,E di sì bei costumiChe Arno re dei fiumi a lei s’inchina:Oh bella Contadina!Il frammento di canzone èAlla Porcellina cortigiana:La Porcellina nuotaNell’amorosa fonte,La nuota sotto il ponte,Ell’esce e fa la ruota;La Porcellina nuota.La nuota come un pesce,Ell’entra sotto e esce,E non tocca la mota:La Porcellina nuota.425.Le lettere, l. IV, lett. 50, p. 364.426.La Panta qui ricordata è senza dubbio quella stessa che nel 1570, sotto Pio V, fu pubblicamente frustata in Roma. L’Avvisoche dà notizia di tale frustatura, dice: «La Panta, famosa meretrice, così per 300 mila scudi che ha speso qui, come per l’autorità ch’ha avuta in altri tempi». VediBertolotti,Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI, inRivista delle discipline carcerarie, anno XVI (1886), p. 516, docum. XVIII.427.Domenichi,Facetie, motti, ecc., p. 204.428.Pag. 429.429.Burchard,Diarium, ediz. cit., t. III, p. 290.430.Lettera di Stazio Gadio al marchese di Mantova,Luzio,Federico Gonzaga, ecc., p. 46-7. Detto della cena in casa del cardinale di Mantova, il Gadio soggiunge: «Sonate le cinque ore ogniuno andò a casa lor: da Cornaro credo che Albina fosse allogiata, perchè facevano assai l’amor insieme». IlTrucchi(Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 212) fa cenno di un sonetto del cardinale Santa Croce in lode di Angiola Greca. In una pasquinata venuta fuori subito dopo la morte di Clemente VII, si ricorda il cardinale Grimaldi che innamorato pazzo della Flaminia (probabilmente la famosa di cui parlano il Mauro e altri) fu da lei cacciato.Lafon,Pasquin et Marforio, histoire satirique des papes, Parigi, 1861, p. 107.431.Cian,Op. cit., pp. 13, 18.432.Fabretti,La prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV, Torino, coi tipi privati dell’autore, 1885, edizione di 24 esemplari, p. 46.433.Atto II, sc. 6.434.CapitoloA messer Ruberto Strozzi.435.Le lettere, l. IV, lett. 20, p. 298.436.Novelle, parte II, nov. 48.437.Mutinelli,Storia arcana ed aneddotica d’Italia raccontata dai veneti ambasciatori, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 170.438.Cian,Op. cit., p. 8.439.L’Affò(Dizionario precettivo, critico ed istorico della poesia volgare, s. v. Pasquinata) e ilTiraboschi(St. d. lett it., ediz. dei Classici, vol. XII, p. 1725) fanno ricordo di unaPassione d’amor de Mastro Pasquino per la partita della signora Tullia, et martello grande delle povere Cortigiane de Roma con le allegrezze delle Bolognese. A me non è riuscito d’averne altra contezza.440.Un testimonio oculare della battaglia di Fornovo (1495) il medico veroneseAlessandro Benedetti, racconta nei suoiDiaria de bello Carolinod’aver veduto il giorno dopo la battaglia, fra le spoglie del re vinto e fuggiasco, un libro in cui erano dipinte immagini di cortigiane, varie per età e per abito, libro che esso re portava seco in memoria dei suoi facili amori.Cian,Op. cit., p. 40. Certa Susanna, che aveva portato un tempo il vanto della bellezza sopra tutte le cortigiane di Firenze, si gloria neiGerminid’essere stata in Lione onorata dal Delfino:S’innamora ciascun che mi sta a canto:Fu’ in Lion dal Delfin onorata,Che quando mi partii fece gran pianto.441.Il Panormita, di certa Alda, nell’Hermaphroditus:Non mingit, veram si mingit, balsama mingitNon cacat, aut violas, si cacat, Alda cacat.442.Ecatommiti, nov. 5 della Introduzione.443.Parte I, giornata III, p. 158.444.Capitolo cit.,A messer Ruberto Strozzi.445.Il 19 d’ottobre del 1546, Cosimo I, duca di Firenze, mandò fuori un bando, il quale vietava, fra l’altro, alle cortigiane diportar vesti di drappo nè seta d’alcuna ragione, e ingiungeva loro l’uso del famoso segno giallo, che doveva distinguerle dalle donne oneste. Tullia d’Aragona, che trovavasi allora in Firenze, con una corte d’adoratori intorno, fece, consigliata da Don Pedro, nipote della duchessa Eleonora, e con l’ajuto del Varchi, una supplica, che fu, probabilmente a mezzo dello stesso Don Pedro, recapitata alla duchessa, e da questa al duca. L’effetto fu che la Tullia ottenne il suo desiderio, di vestir cioè come le piaceva, e di non portare il segno giallo, grazia concessale, come dice il decreto, in riconoscimento dellarara scienzia di poesia e di filosofia che, con piacere de’ pregiati ingegni, trovavasi in lei. VediBongi,Il velo giallo di Tullia d’Aragona, inRivista critica della letteratura italiana, anno III (1886), p. 90.446.Tutti i Trionfi, Carri, Mascherate o Canti carnascialeschi andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo de’ Medici fino all’anno 1559, Cosmopoli, 1770, vol. II, p. 332.447.Mutinelli,Op. cit., vol. I, pp. 53-4. Vedi per altre curiose notizie in proposito lo scritto già citato delBertolotti,Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI. Un codice Marciano conserva di quel tempo il curioso Lamento di un anonimo, che mostrando di disprezzare tutte l’altre donne, delibera, o di seguitare le cortigiane esulanti, o di farsi frate.Cian,Op. cit., pp. 61-2.448.Galligo,Art. cit., nel Giornale cit., anno IV, vol. I, pp. 127-28.449.Bandello,Novelle, parte IV, nov. 17.450.Non mancavano, al bisogno, protettori ed intercessori possenti. In Venezia, ogni po’, si lamenta che il mal costume cresce, che la tracotanza delle meretrici passa ogni termine. In una parte del 12 aprile 1543 si dice espressamente le leggi non potersi applicare per «li tanti favori che hanno simil persone di mala e pessima condizione», e in un’altra si ordina che nessun nobile possa in modo alcuno intercedere perpersona infame. (Leggi e memorie venete, ecc., pp. 109, 110). Nel giugno del 1532, una certa Vienna,famosa Signora, rea d’aver tolto dalla Pietà una bambina senza licenza, e d’averla poi rimandata in capo di certo tempo, fu assolta dalla Quarantia criminale con 33 voti favorevoli e 5 contrarii: «la qual Viena», dice ingenuamente il buon Sanudo, «avia uno favor grandissimo di nostri zentilomeni, nè meritava per questo esser condanada». (Leggi e mem., ecc., p. 269). La Nora, neiGermini, confessa d’aver rubate certe lenzuola, e dice che meritava d’essere scopata, ma che per la raccomandazione di certi amici che aveva andò immune. Odasi la cortigiana del Du Bellay:Je n’avois peur d’un governeur fascheux,D’un barisel, ny d’un sbirre outrageux,Ny qu’en prison l’on retint ma personneEn court Savelle, on bien en tour de Nonne:N’ayant jamais faulte de la faveur,D’un Cardinal, ou autre grand seigneur,Dont on voyoit ma maison fréquentée:Ce qui faisoit que j’etois respectée,Et que chacun craignoit de me fascher,Voyant pour moy les plus grands s’empescher.451.Vedi più oltre, appendice A, ilLamento della cortigiana ferrarese. Del secolo XVI è pure un opuscoletto intitolato:Grandissimi dolori, et gli insopportabili tormenti che patiscono le povere cortigiane, e chi le seguita. Donde e’ si intende in quanti modi sono tormentate dagli acerbi dolori del mal francese. VediCatalogue de la bibliothèque deM. L[ibri], Parigi, 1847, num. 1510, p. 244. Nella commedia delContileintitolataLa Cesarea Gonzaga, è una cortigiana infranciosata, per nome Masina, la quale ha dato il male a molti. La cura Maestro Grillo, medico, e questi in certa scena le dice (atto V, sc. 5): «Vengo da Caterina piemontese, da Polisena da Lucca, da la Romana e da Francesca Ferrarese, che lavorano con Francia, e guardono le ricette c’ho lor fatte». IlPurgatorio delle cortigianedi quel maestroAndreain cui ci siamo già imbattuti, non è il purgatorio ordinario, ma l’ospedale di San Giacomo, detto degli Incurabili, in Roma,In cui si vede paurosi mostri.Qui è di Franza il dilettevol male,E di San Lazer la lebbra gioconda,Cancheri e malattie universale.Il tristo luogoÈ refugio a le belle cortigiane,Che in tanto bene e favor furon pria.QuiviÈ tal che avea fattezze alte e divinePer l’incurabil mal venuta un mostro.La cortigiana dellaLucernadelPonamuore agl’Incurabili, di mal francese (sera seconda, p. 86).452.Le rime burlesche, ecc., ediz. cit., p. 396. Se le cortigiane truffavano, erano, alle volte, anche solennemente truffate. Vedi tutta la giornata II della parte II deiRagionamentidell’Aretino; Domenichi,Facetie, motti, p. 312, ecc.453.Ste vacche se nassue in calessella,E in calessella le sconvien morir:Ne no ghe val a dir la tal se bella,La tal se ricca, la no puol perir,Chè in manco che non se frize una anguellaGhe n’ho viste de ricche a falir,Ghe n’ho visto de grasse e sontuoseVegnir in puochi dì magre e strazzose.Le berte, le truffe, ecc., già citate, f. 19 v. DiceFrancesco Sansovinonella satiraA Giulio Doffi:I poeti somiglian le puttane,Di quegli è il fin andar a lo spedale,Di queste in capo a un tempo esser ruffiane.Sette libri di satire, Venezia, 1560, f. 169 v.
387.Diarii, t. XIX, col. 138. E soggiungeva: «ozi 8 zorni si farà per li musici una solenne messa a Santa Catarina, funebre, e altri officii per l’anima sua».
387.Diarii, t. XIX, col. 138. E soggiungeva: «ozi 8 zorni si farà per li musici una solenne messa a Santa Catarina, funebre, e altri officii per l’anima sua».
388.I cocchi, che vennero in uso dopo la carrette, offrivano, tra l’altro, comoditàagli esercizii di Venere, secondo avverte ilModio,Il Convito, overo del peso della moglie, Roma, 1554, p. 15. Cfr.Les heures perdues d’un Cavalier français(1616),Le Carosse. Intorno ai cocchi vediGozzadini,Dell’origine e dell’uso dei cocchi, e di due veronesi in particolare, Bologna, 1864.
388.I cocchi, che vennero in uso dopo la carrette, offrivano, tra l’altro, comoditàagli esercizii di Venere, secondo avverte ilModio,Il Convito, overo del peso della moglie, Roma, 1554, p. 15. Cfr.Les heures perdues d’un Cavalier français(1616),Le Carosse. Intorno ai cocchi vediGozzadini,Dell’origine e dell’uso dei cocchi, e di due veronesi in particolare, Bologna, 1864.
389.Ragionamento fra il Zoppino, ecc., p. 429. NellaPuttana erranteattribuita all’Aretino è già citata, dice la Maddalena (p. 5): «Hai tu veduto, o Giulia, come questa mattina la Tortera era riccamente vestita? Certamente quand’ella entrò in Sant’Augustino io non la conobbi, e stimai ch’ella fosse una baronessa, perciochè aveva due famigli ed un paggio davanti e quattro serve dietro, ed un giovane vestito di velluto che giva ragionando con essa lei».
389.Ragionamento fra il Zoppino, ecc., p. 429. NellaPuttana erranteattribuita all’Aretino è già citata, dice la Maddalena (p. 5): «Hai tu veduto, o Giulia, come questa mattina la Tortera era riccamente vestita? Certamente quand’ella entrò in Sant’Augustino io non la conobbi, e stimai ch’ella fosse una baronessa, perciochè aveva due famigli ed un paggio davanti e quattro serve dietro, ed un giovane vestito di velluto che giva ragionando con essa lei».
390.A costei è indirizzata una lettera, o, per dir meglio, una fiera invettiva, fra leLettere di diversi autori raccolte perVenturin Ruffinelli, libro primo (ed unico), Mantova, 1547, ff. III r. a XIII r.Cian,Op. cit., p. 56. Di certa Fausta dice la serva Rosa nellaMajanadelCecchi(atto II, sc. 6) chedovunque la va vuol seco l’ordineE i cariaggi come fanno i principi.La cortigiana introdotta dal Firenzuola nella sua commedia iLucidinon vuol certo essere delle principali, ma ha nondimeno a’ suoi servigi un cuoco, un’ancella, un ragazzo. Non è senza curiosità il vedere un riflesso di tali costumi nellaRappresentazione della conversionedi S. Maria Maddalena(D’Ancona,Sacre rappresentazioni dei secoli XIV, XV, e XVI, Firenze, 1872, vol. III). Maddalena va ad udire Gesù accompagnata da quattro cameriere. Gesù entra nel Tempio, sale in pergamo e comincia a predicare: notato ciò, la didascalia soggiunge (p. 272):Ora giunge Maddalena con la sua compagnia, e’ suoi donzelli parano una sedia dinanzi al pergamo, e lei tutta pomposa vi si posa su, guardando a suo piacereecc.
390.A costei è indirizzata una lettera, o, per dir meglio, una fiera invettiva, fra leLettere di diversi autori raccolte perVenturin Ruffinelli, libro primo (ed unico), Mantova, 1547, ff. III r. a XIII r.Cian,Op. cit., p. 56. Di certa Fausta dice la serva Rosa nellaMajanadelCecchi(atto II, sc. 6) che
dovunque la va vuol seco l’ordineE i cariaggi come fanno i principi.
dovunque la va vuol seco l’ordineE i cariaggi come fanno i principi.
dovunque la va vuol seco l’ordine
E i cariaggi come fanno i principi.
La cortigiana introdotta dal Firenzuola nella sua commedia iLucidinon vuol certo essere delle principali, ma ha nondimeno a’ suoi servigi un cuoco, un’ancella, un ragazzo. Non è senza curiosità il vedere un riflesso di tali costumi nellaRappresentazione della conversionedi S. Maria Maddalena(D’Ancona,Sacre rappresentazioni dei secoli XIV, XV, e XVI, Firenze, 1872, vol. III). Maddalena va ad udire Gesù accompagnata da quattro cameriere. Gesù entra nel Tempio, sale in pergamo e comincia a predicare: notato ciò, la didascalia soggiunge (p. 272):Ora giunge Maddalena con la sua compagnia, e’ suoi donzelli parano una sedia dinanzi al pergamo, e lei tutta pomposa vi si posa su, guardando a suo piacereecc.
391.Le quali stufe servivano a parecchi usi, in Italia e fuori d’Italia. VediGarzoni,Piazza, ecc., disc. CXXIV, p. 815;Rabutaux,De la prostitution en Europe depuis l’antiquité jusqu’à la fin du XVIesiècle,nuova ediz., Parigi, 1881, p. 73. Cfr. la commedia delDoni,Lo Stufajuolo.
391.Le quali stufe servivano a parecchi usi, in Italia e fuori d’Italia. VediGarzoni,Piazza, ecc., disc. CXXIV, p. 815;Rabutaux,De la prostitution en Europe depuis l’antiquité jusqu’à la fin du XVIesiècle,nuova ediz., Parigi, 1881, p. 73. Cfr. la commedia delDoni,Lo Stufajuolo.
392.Dice la Nanna alla figliuola Pippa: «accaderà che andrai al Popolo (Santa Maria del Popolo), alla Consolazione, a San Pietro, a Santo Janni, e per l’altre chiese principali ne’ dì solenni; onde tutti i galanti signori, cortigiani, gentiluomini, saranno in ischiera in quel luogo che gli sarà più comodo a veder le belle, dando la sua a tutte quelle che passano, o pigliano de l’acqua benedetta con la punta del dito, non senza qualche pizzicotto che cuoca. Usa in passare oltre gentilezza, non rispondendo con arroganza puttanissima; ma o taci, o di’ riverenza, o bella, o brutta: Eccomivi servitrice; che ciò dicendo ti vendicherai con la modestia. Onde al ritornare indirieto ti faranno largo, e ti si inchineranno fino in terra; ma volendo tu dargli risposte brusche, gli spetezzamenti ti accompagnerieno per tutta la chiesa, e non ne seria altro».Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 231. Dice Ludovico in altro Ragionamento già citato (p. 428), che le cortigiane si traevano dietro le turbe nelle chiese, e che la gente lasciava la messa per veder la Lorenzina. Con quale sfoggio poi di vesti e di giojelli si recassero, in Roma stessa, alle chiese, si può vedere da un passo delDiarium parmense(ap.Muratori,Scriptores, t. XXII, coll. 342-3). Se lo sconcio era, come abbiam veduto, assai grande in Roma, non doveva esser punto minore in Venezia, dove si cercò ripetute volte, ma, sembra, con poco frutto, di toglierlo. Con parte del 12 settembre 1539 ci si vietava allemeretrice publicedi frequentare le chiese nell’ore stesse in cui le frequentavano le donne oneste. Un’altra parte, mandata fuori quattro giorni dopo, recava un altro divieto, e lo stendeva alle cortigiane: «... niuna meretrice, over cortesana, sia de che condizione esser si voglia, non possi..... andar in Chiesia alcuna il giorno della festa e solennità principal di quella, acciò non siano causa de mal esempio con molti atti, parole ed opere lascive a quelli, over a quelle, che vano a bon fine in ditte Chiesie....». A far prova della sua inefficacia il divieto si rinnova poi di tanto in tanto e sino nel secolo seguente. (VediLeggi e Memorie venetegià citate, pp. 100, 101, 102, 119, 122, 125, 136). E poi c’era sempre modo di deluder la legge, o di sottrarsi alla pena, la quale era, del resto, assai mite. Nel maggio del 1543 è condannata a lire tre di multa Giulia Ferro per essere stata in chiesa in giorni proibiti; ma in quello stesso anno, in quel medesimo mese, una Lucietta Padovana, rea dello stesso mancamento, si difende con dire d’essere, non meretrice, ma cortigiana, e maritata, e i Provveditori alla Sanità,vista la legge, visis videndis, et consideratis considerandis, non volendotuor la fama a dita Lucieta Padovana, ne la mandano assolta (Op. cit., pp. 273-5).
392.Dice la Nanna alla figliuola Pippa: «accaderà che andrai al Popolo (Santa Maria del Popolo), alla Consolazione, a San Pietro, a Santo Janni, e per l’altre chiese principali ne’ dì solenni; onde tutti i galanti signori, cortigiani, gentiluomini, saranno in ischiera in quel luogo che gli sarà più comodo a veder le belle, dando la sua a tutte quelle che passano, o pigliano de l’acqua benedetta con la punta del dito, non senza qualche pizzicotto che cuoca. Usa in passare oltre gentilezza, non rispondendo con arroganza puttanissima; ma o taci, o di’ riverenza, o bella, o brutta: Eccomivi servitrice; che ciò dicendo ti vendicherai con la modestia. Onde al ritornare indirieto ti faranno largo, e ti si inchineranno fino in terra; ma volendo tu dargli risposte brusche, gli spetezzamenti ti accompagnerieno per tutta la chiesa, e non ne seria altro».Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 231. Dice Ludovico in altro Ragionamento già citato (p. 428), che le cortigiane si traevano dietro le turbe nelle chiese, e che la gente lasciava la messa per veder la Lorenzina. Con quale sfoggio poi di vesti e di giojelli si recassero, in Roma stessa, alle chiese, si può vedere da un passo delDiarium parmense(ap.Muratori,Scriptores, t. XXII, coll. 342-3). Se lo sconcio era, come abbiam veduto, assai grande in Roma, non doveva esser punto minore in Venezia, dove si cercò ripetute volte, ma, sembra, con poco frutto, di toglierlo. Con parte del 12 settembre 1539 ci si vietava allemeretrice publicedi frequentare le chiese nell’ore stesse in cui le frequentavano le donne oneste. Un’altra parte, mandata fuori quattro giorni dopo, recava un altro divieto, e lo stendeva alle cortigiane: «... niuna meretrice, over cortesana, sia de che condizione esser si voglia, non possi..... andar in Chiesia alcuna il giorno della festa e solennità principal di quella, acciò non siano causa de mal esempio con molti atti, parole ed opere lascive a quelli, over a quelle, che vano a bon fine in ditte Chiesie....». A far prova della sua inefficacia il divieto si rinnova poi di tanto in tanto e sino nel secolo seguente. (VediLeggi e Memorie venetegià citate, pp. 100, 101, 102, 119, 122, 125, 136). E poi c’era sempre modo di deluder la legge, o di sottrarsi alla pena, la quale era, del resto, assai mite. Nel maggio del 1543 è condannata a lire tre di multa Giulia Ferro per essere stata in chiesa in giorni proibiti; ma in quello stesso anno, in quel medesimo mese, una Lucietta Padovana, rea dello stesso mancamento, si difende con dire d’essere, non meretrice, ma cortigiana, e maritata, e i Provveditori alla Sanità,vista la legge, visis videndis, et consideratis considerandis, non volendotuor la fama a dita Lucieta Padovana, ne la mandano assolta (Op. cit., pp. 273-5).
393.Ricordando i bei tempi della sua giovinezza e de’ suoi trionfi, dice la cortigiana del Du Bellay:Un escadron j’avoy de tous costezDe courtisans pompeusement montezM’accompagnant ainsi qu’une princesse,Fust au matin, quand j’allois à la messe,On fust au soir, alors qu’il me plaisoitDe me trouver où le bal se faisoit.Per i bravi vediAretino,Ragionamento fra il Zoppino, ecc., in principio, eRagionamenti, parte I, giornata III, pp. 129, 133, 423;Giraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 8 della Introduzione;Garzoni,Piazza, ecc., p. 599. Il Brantôme dice che le cortigiane in Italia avevano sempre un bravopour les défendre et maintenir, vol. II, p. 321. Una Betta del Basadonna, ricordata nellaTariffa, fece bastonare certo suo amante da quattro bravi. La cortigiana dellaLucernadelPona, favoriva un giovane assai valente, che più volte fece valere le ragioni di lei con la spada. (Sera seconda, pp. 78-9). L’Angelica delMartellodelCecchisposa Lanfranco bravo. Vedi ancheStoppato,La commedia popolare in Italia, Padova, 1887, pp. 121-7.
393.Ricordando i bei tempi della sua giovinezza e de’ suoi trionfi, dice la cortigiana del Du Bellay:
Un escadron j’avoy de tous costezDe courtisans pompeusement montezM’accompagnant ainsi qu’une princesse,Fust au matin, quand j’allois à la messe,On fust au soir, alors qu’il me plaisoitDe me trouver où le bal se faisoit.
Un escadron j’avoy de tous costezDe courtisans pompeusement montezM’accompagnant ainsi qu’une princesse,Fust au matin, quand j’allois à la messe,On fust au soir, alors qu’il me plaisoitDe me trouver où le bal se faisoit.
Un escadron j’avoy de tous costez
De courtisans pompeusement montez
M’accompagnant ainsi qu’une princesse,
Fust au matin, quand j’allois à la messe,
On fust au soir, alors qu’il me plaisoit
De me trouver où le bal se faisoit.
Per i bravi vediAretino,Ragionamento fra il Zoppino, ecc., in principio, eRagionamenti, parte I, giornata III, pp. 129, 133, 423;Giraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 8 della Introduzione;Garzoni,Piazza, ecc., p. 599. Il Brantôme dice che le cortigiane in Italia avevano sempre un bravopour les défendre et maintenir, vol. II, p. 321. Una Betta del Basadonna, ricordata nellaTariffa, fece bastonare certo suo amante da quattro bravi. La cortigiana dellaLucernadelPona, favoriva un giovane assai valente, che più volte fece valere le ragioni di lei con la spada. (Sera seconda, pp. 78-9). L’Angelica delMartellodelCecchisposa Lanfranco bravo. Vedi ancheStoppato,La commedia popolare in Italia, Padova, 1887, pp. 121-7.
394.Jost Amman’sFrauen-Trachtenbuch, Francoforte sul Meno, 1586; riproduzione di Lipsia, 1880. Una delle figure di questo volume rappresenta una cortigiana romana. Il Grossino, uno dei famigliari che accompagnarono a Roma nel 1510 il marchesino Federico Gonzaga, dando ragguaglio di più cose alla madre di lui Isabella, diceva in una lettera del gennajo del 1512, che a certa solennità, nella basilica di S. Sebastiano, era accorsa tutta Roma, egrandissima quantitàdi cortigiane, con pompe assai, molte vestite da uomini, quali su mule, quali su cavalli, e soggiungeva a Roma essere difficilea conoser una dona da bene da una cortesana.Luzio,Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II, estratto dall’Arch. d. R. Soc. rom. di storia patria, vol. IX, 1887, p. 29-30.
394.Jost Amman’sFrauen-Trachtenbuch, Francoforte sul Meno, 1586; riproduzione di Lipsia, 1880. Una delle figure di questo volume rappresenta una cortigiana romana. Il Grossino, uno dei famigliari che accompagnarono a Roma nel 1510 il marchesino Federico Gonzaga, dando ragguaglio di più cose alla madre di lui Isabella, diceva in una lettera del gennajo del 1512, che a certa solennità, nella basilica di S. Sebastiano, era accorsa tutta Roma, egrandissima quantitàdi cortigiane, con pompe assai, molte vestite da uomini, quali su mule, quali su cavalli, e soggiungeva a Roma essere difficilea conoser una dona da bene da una cortesana.Luzio,Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II, estratto dall’Arch. d. R. Soc. rom. di storia patria, vol. IX, 1887, p. 29-30.
395.Aretino,Ragionamenti, parte I, giornata I, p. 18.
395.Aretino,Ragionamenti, parte I, giornata I, p. 18.
396.La Pescara, Milano, 1550, atto I, sc. 5.
396.La Pescara, Milano, 1550, atto I, sc. 5.
397.Vedi più oltre, appendice A, ilVanto della cortigiana ferrarese.
397.Vedi più oltre, appendice A, ilVanto della cortigiana ferrarese.
398.Mondi celesti, terrestri et infernali, Venezia, 1583, pp. 306-7.
398.Mondi celesti, terrestri et infernali, Venezia, 1583, pp. 306-7.
399.Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia, il nome loro, et il nome delle loro pieze, et le stantie ove loro habitano, et di più ancor vi narra la contrata ove sono le loro stantie, et etiam il numero de li dinari che hanno da pagar quelli Gentilhuomini, et al che desiderano entrar nella sua gratia.IlCatalogo, compilato da un A. C., e da lui dedicato allamolto magnifica et cortese Signora Livia Azalina, Principessa di tutte le Cortigiane venetiane, fu riprodotto nel volumeLeggi e memorie venete sulla prostituzione, ecc., e inLes courtisanes et la police des mœurs à Venise, 1886. Questo secondo lavoro è una povera abboracciatura piena di spropositi; quel tanto di buono che ci si trova è tolto dal volume precedente. DellaTariffain versi ho già fatto cenno. Nel 1566, Gerolamo Calepino, stampatore in Venezia, fu processato per avere stampato senza licenza quella o un’altra, e fu condannato a pagare un ducato di multa per ogni copia impressa (Leggi e memorieecc., p. 9). Tariffa e cataloghi così fatti non dovevano mancare nelle principali città d’Italia. NelVecchio geloso, commedia delRiccioli(Viterbo, 1605), uno dei personaggi si fa dareil catalogo di tutte le puttane del bordello con il lor prezzo.
399.Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia, il nome loro, et il nome delle loro pieze, et le stantie ove loro habitano, et di più ancor vi narra la contrata ove sono le loro stantie, et etiam il numero de li dinari che hanno da pagar quelli Gentilhuomini, et al che desiderano entrar nella sua gratia.IlCatalogo, compilato da un A. C., e da lui dedicato allamolto magnifica et cortese Signora Livia Azalina, Principessa di tutte le Cortigiane venetiane, fu riprodotto nel volumeLeggi e memorie venete sulla prostituzione, ecc., e inLes courtisanes et la police des mœurs à Venise, 1886. Questo secondo lavoro è una povera abboracciatura piena di spropositi; quel tanto di buono che ci si trova è tolto dal volume precedente. DellaTariffain versi ho già fatto cenno. Nel 1566, Gerolamo Calepino, stampatore in Venezia, fu processato per avere stampato senza licenza quella o un’altra, e fu condannato a pagare un ducato di multa per ogni copia impressa (Leggi e memorieecc., p. 9). Tariffa e cataloghi così fatti non dovevano mancare nelle principali città d’Italia. NelVecchio geloso, commedia delRiccioli(Viterbo, 1605), uno dei personaggi si fa dareil catalogo di tutte le puttane del bordello con il lor prezzo.
400.Giraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 7 dell’Introduzione. I guadagni variavano assai anche secondo la fortuna dei tempi. In anno di carestiaErcole Bentivoglioscriveva nella satiraA suo fratello:Sper’io ch’uguanno a i piacer nostri aremoQueste più altere e nobili puttane,Se ’nvece d’un fiorino un pan daremo.E c’era chi si spassava a predire alle cortigiane miseria grande e malanni d’ogni sorta.Vedi Pronostico alla villota sopra le putane, composto per lo eccellente dottoreM. Salvaor,cosa molto bellissima et piacevole, Venezia, 1558; riprodotto inLeggi e memorie venete, ecc., pp. 295-8.
400.Giraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 7 dell’Introduzione. I guadagni variavano assai anche secondo la fortuna dei tempi. In anno di carestiaErcole Bentivoglioscriveva nella satiraA suo fratello:
Sper’io ch’uguanno a i piacer nostri aremoQueste più altere e nobili puttane,Se ’nvece d’un fiorino un pan daremo.
Sper’io ch’uguanno a i piacer nostri aremoQueste più altere e nobili puttane,Se ’nvece d’un fiorino un pan daremo.
Sper’io ch’uguanno a i piacer nostri aremo
Queste più altere e nobili puttane,
Se ’nvece d’un fiorino un pan daremo.
E c’era chi si spassava a predire alle cortigiane miseria grande e malanni d’ogni sorta.Vedi Pronostico alla villota sopra le putane, composto per lo eccellente dottoreM. Salvaor,cosa molto bellissima et piacevole, Venezia, 1558; riprodotto inLeggi e memorie venete, ecc., pp. 295-8.
401.Les courtisanes et la police des mœurs à Venise, p. 44.
401.Les courtisanes et la police des mœurs à Venise, p. 44.
402.Novelle, parte III, nov. 42.
402.Novelle, parte III, nov. 42.
403.Vedi intorno alla ImperiaValéry,Curiosités et anecdotes italiennes, Parigi, 1842, pp. 234 sgg. Racconta ilGiovionel suo libroDe piscibus romanis, c. V, una graziosa storiella, che appunto si lega all’amicizia del Chigi e dell’Imperia, e che qui giova riferire in succinto. I venditori di pesce in Roma usavano, per consuetudine antica, far presente ai Conservatori delle teste delle ombrine e degli storioni, stimate boccone assai ghiotto. Era a quei tempi in Roma un certo Tamisio, uomo assai lepido, ma golosissimo parassita, il quale teneva appositamente sul mercato del pesce un servo, che lo doveva far avvertito di quanto potesse importare alla sua gola. Saputo una mattina che una grossissima testa d’ombrina era stata recata ai Conservatori, monta sopra una sua mula e va in Campidoglio, con la speranza di buscarvi un desinare. I Conservatori avevano già mandato la testa in dono al cardinale Riario. Tamisio allora vola al palazzo del cardinale; ma questi, imitando la generosità dei primi donatori, manda la testa al cardinale Federico Sanseverino. Tamisio, biasimando la inopportuna munificenza, si rimette in sella e trotta al palazzo del magnifico Sanseverino. Ma il magnifico Sanseverino deve molti quattrini al banchiere Chigi, e vuole usargli cortesia presentandogli la gloriosa testa. Tamisio vola, sotto la sferza del sole, agli orti del Chigi in Trastevere; ma giuntovi appena, tutto affannato e molle di sudore, vede l’agognata testa, adorna di fiori, andarsene alla volta della casa dell’Imperia. Pien di sdegno si rimette in via, e vola a Ponte Sisto, dove finalmente gli è dato di desinare con la bellissima cortigiana. Ponte Sisto un tempo era come dire il quartier generale delle cortigiane in Roma, le quali daCelio Secondo Curionesono chiamateVestales romanae, quae regionem pontis Sixti colunt(Pasquillus ecstaticus, ediz. s. l. ed a., p. 163). Cfr.Dolce,Il Ragazzo, atto II, sc. I. L’Imperia, quand’ebbe l’amicizia di Angelo Dal Bufalo, abitò in Banchi.
403.Vedi intorno alla ImperiaValéry,Curiosités et anecdotes italiennes, Parigi, 1842, pp. 234 sgg. Racconta ilGiovionel suo libroDe piscibus romanis, c. V, una graziosa storiella, che appunto si lega all’amicizia del Chigi e dell’Imperia, e che qui giova riferire in succinto. I venditori di pesce in Roma usavano, per consuetudine antica, far presente ai Conservatori delle teste delle ombrine e degli storioni, stimate boccone assai ghiotto. Era a quei tempi in Roma un certo Tamisio, uomo assai lepido, ma golosissimo parassita, il quale teneva appositamente sul mercato del pesce un servo, che lo doveva far avvertito di quanto potesse importare alla sua gola. Saputo una mattina che una grossissima testa d’ombrina era stata recata ai Conservatori, monta sopra una sua mula e va in Campidoglio, con la speranza di buscarvi un desinare. I Conservatori avevano già mandato la testa in dono al cardinale Riario. Tamisio allora vola al palazzo del cardinale; ma questi, imitando la generosità dei primi donatori, manda la testa al cardinale Federico Sanseverino. Tamisio, biasimando la inopportuna munificenza, si rimette in sella e trotta al palazzo del magnifico Sanseverino. Ma il magnifico Sanseverino deve molti quattrini al banchiere Chigi, e vuole usargli cortesia presentandogli la gloriosa testa. Tamisio vola, sotto la sferza del sole, agli orti del Chigi in Trastevere; ma giuntovi appena, tutto affannato e molle di sudore, vede l’agognata testa, adorna di fiori, andarsene alla volta della casa dell’Imperia. Pien di sdegno si rimette in via, e vola a Ponte Sisto, dove finalmente gli è dato di desinare con la bellissima cortigiana. Ponte Sisto un tempo era come dire il quartier generale delle cortigiane in Roma, le quali daCelio Secondo Curionesono chiamateVestales romanae, quae regionem pontis Sixti colunt(Pasquillus ecstaticus, ediz. s. l. ed a., p. 163). Cfr.Dolce,Il Ragazzo, atto II, sc. I. L’Imperia, quand’ebbe l’amicizia di Angelo Dal Bufalo, abitò in Banchi.
404.Malespini,Novelle, parte I, nov. 31;Aretino,Ragionamenti, parte I, giornata III.
404.Malespini,Novelle, parte I, nov. 31;Aretino,Ragionamenti, parte I, giornata III.
405.Bandello,Novelle, parte II, nov. 51;Brantôme,Les vies des dames galantes, Leida, 1722, t. I, p. 236. Vedi a questo stesso proposito ciò che di una Cicilia Viniziana dice ilFirenzuolanelDialogo delle bellezze delle donne, Opere, Firenze, 1848, vol. I, p. 255, e cfr. coiDialoghi delle cortigianediLuciano, V.
405.Bandello,Novelle, parte II, nov. 51;Brantôme,Les vies des dames galantes, Leida, 1722, t. I, p. 236. Vedi a questo stesso proposito ciò che di una Cicilia Viniziana dice ilFirenzuolanelDialogo delle bellezze delle donne, Opere, Firenze, 1848, vol. I, p. 255, e cfr. coiDialoghi delle cortigianediLuciano, V.
406.I Marmi, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 106.
406.I Marmi, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 106.
407.Al Capitano Flaminio Nelli.
407.Al Capitano Flaminio Nelli.
408.La Zaffetta nellaZaffetta, e la Ballerina nellaPuttana errante. Che questo secondo poemetto sia stato pure composto dal Veniero in vituperio dell’Angela, è erronea opinione di parecchi, messa innanzi dall’Hubaudin un opuscolo che appunto di tale argomento trattava, e intitolatoDissertation sur deux petits poèmes, Marsiglia, 1840. LaPuttana errantefu ristampata dal Liseux, in Parigi, nel 1883.
408.La Zaffetta nellaZaffetta, e la Ballerina nellaPuttana errante. Che questo secondo poemetto sia stato pure composto dal Veniero in vituperio dell’Angela, è erronea opinione di parecchi, messa innanzi dall’Hubaudin un opuscolo che appunto di tale argomento trattava, e intitolatoDissertation sur deux petits poèmes, Marsiglia, 1840. LaPuttana errantefu ristampata dal Liseux, in Parigi, nel 1883.
409.Le carte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze, Inventario pubblicato a cura della R. Sopraintendenza degli Archivi toscani, serie I, p. 409. Questo maestro Andrea è senza dubbio quel medesimo di cui, come d’uomo assai piacevole, fa ricordo l’Aretino neiRagionamentie nellaCortegiana, e che compose unPurgatorio delle cortigianepiù volte stampato. L’abbiamo già incontrato fra i personaggi delTrionfo della lussuria di maestro Pasquino. Vedi intorno ad essoRossi,Le lettere del Calmo, appendice I, pp. 385-92.
409.Le carte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze, Inventario pubblicato a cura della R. Sopraintendenza degli Archivi toscani, serie I, p. 409. Questo maestro Andrea è senza dubbio quel medesimo di cui, come d’uomo assai piacevole, fa ricordo l’Aretino neiRagionamentie nellaCortegiana, e che compose unPurgatorio delle cortigianepiù volte stampato. L’abbiamo già incontrato fra i personaggi delTrionfo della lussuria di maestro Pasquino. Vedi intorno ad essoRossi,Le lettere del Calmo, appendice I, pp. 385-92.
410.Veniero,La puttana errante, canto IV, ediz. cit., p. 118 (le prodezze di Elena Ballerina sononotate sopra ’l capo a Pasquino);Le lettere del Calmo, ediz. cit., p. 87, n. 7. Scritture contro le cortigiane sono nel secolo XVI molto frequenti, e a parecchie porge argomento il dispetto o la gelosia. Dice ilGarzoni(Op. cit., pp. 599-600): «Già si comincia dare all’arma, i sdegni principiano, l’ire si generano, le minacce vanno in volta, i dispetti non han fine, i bravi si trovano, i pennacchini s’armano, i bertoni s’infuriano, le bastonate s’apparecchiano, i sfrisi si preparano, le morti si tramano da queste insidiose e maladette meretrici. Non si parla più di vezzi, non si favella di carezze, non si ragiona d’aver commercio insieme, cessano i messi, restano le polizze, mancano i presenti, vengon meno i saluti e le riverenze, si richiedon indietro le fedi, si dimandano i quadri, si rinvogliono i ritratti dell’imagini miniate dentro a’ scatolini, e con rabbia, con furore, con insania di mente, si rompe, si spezza, si calpesta ogni cosa con gli piedi. Quindi si giura, si scongiura, si sacramenta di non far mai pace. Marte e Bellona scorrono da ogni banda; le faci si accendono ogni ora a più potere. Non più sonetti, non più madrigali, non più canzoni, non più sestine da innamorato spiran le muse graziose: Apollo asconde la lira, Euterpe va a spasso, Cupido sfratta, Venere va in chiasso, Archiloco solo si lascia vedere, e Pasquino trionfa in mezzo delle piazze. Ora si scoprono gli altari da dovero, si contano gl’inganni, le malizie, i tradimenti, le doppie de i bertoni, il tener su la stanga de’ ganimedi, la trappola dei togati, le perfidie con questi, gli assassinamenti con quell’altro, lo spender della robba, il perder della vita, l’arrischio dell’onore, il consumar dell’anima, il vuotar della borsa, il cruccio, il travaglio, il martire, il dispetto, la gelosia, l’inquietudine grande che da lor procede. Pasquino si mette a narrar le superbie, nel star sul grave, nel concorrer con le signore di vesti, di drappi, di serve, di carrozze, e sopra tutto di voler essere d’ogn’ora cortigiane, ecc.». Tali invettive e libelli erano, sembra, assai temuti dalle cortigiane. Ammonendo la figliuola Pippa, dice la espertissima Nanna: «non ti mancherebbe altro, se non che un tale ti facesse i libri contra, e che per tutto si bandisse di quelle ladre cose che sanno dir de le donne; e ti staria bene che fosse stampata la tua vita, come non so chi scioperato ha stampata la mia». (Aretino,Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 198). È ricordo di una Polinda Valenziana, che fece ammazzare a furia di pugnalate uno spagnuolo, che co’ suoi versi, prima l’aveva levata a cielo, e poi trascinata nel fango. (Tommaso Costo,Il Fuggilozio, Venezia, 1601, pp. 344-5;G. F. Astolfi,Della officina istorica, Venezia, 1605, p. 218). Agli scritti contro le cortigiane da me ricordati in queste pagine, si aggiunga:Bravata che fa uno giovane innamorato d’una cortigiana, et lei dandogli la baglia(sic)ma gli volse aprir la porta; cosa da ridere, s. l. ed a.; una canzonetta, pure in dialetto veneziano, riportata dalRossi,Le lettere del Calmo,pp. 288-9; una invettiva in ottava rima e similmente in dialetto veneziano, che il lettore troverà più oltre appendice B;A. Di Palma,Opera nova dove si contiene le astutie delle cortigiane, ecc., s. l. ed a. Francesco Scambrilla, vissuto in sul principio del sec. XVI, compose in dispregio delle cortigiane due sonetti assai acerbi, che si conservano in un codice Vaticano. (Trucchi,Poesie inedite, eco., vol. III, p. 139). Il codice Marciano Ital. IX. 173 contiene un gran numero di poesie in dialetto veneziano, molte delle quali contro cortigiane. (Ci son vituperate, fra altre, una Paolina Gonzaga, una Livia Verzotta, e la nostra Veronica). Di un capitolo da lui composto contro una cortigiana, e in cui altre cortigiane illustri erano nominate, fa cenno l’AretinoneiRagionamenti, parte I, giornata III, p. 159. In molte commedie compajono cortigiane, ma non mai per farvi buona figura. Vogliono ancora essere ricordati:Avvertimenti a quelli che amano le cortigiane, opera nuova e dilettevole, Milano, 1600;Garzoni,Serraglio degli stupori del mondo, Venezia, 1613 (stanza settima, pp. 749-50), eGiovanni Antonio Massinoni,Il flagello delle meretrici, Venezia, 1599. La letteratura italiana non fu sola ad avere così fatti componimenti nel sec. XVI, sebbene ne abbia avuti, senza paragone, più d’ogni altra. Per citare un esempio, in un poema intitolatoL’enfer de la mère Cardine, ecc., stampato nel 1568, sono vituperate tutte le cortigiane di Parigi.
410.Veniero,La puttana errante, canto IV, ediz. cit., p. 118 (le prodezze di Elena Ballerina sononotate sopra ’l capo a Pasquino);Le lettere del Calmo, ediz. cit., p. 87, n. 7. Scritture contro le cortigiane sono nel secolo XVI molto frequenti, e a parecchie porge argomento il dispetto o la gelosia. Dice ilGarzoni(Op. cit., pp. 599-600): «Già si comincia dare all’arma, i sdegni principiano, l’ire si generano, le minacce vanno in volta, i dispetti non han fine, i bravi si trovano, i pennacchini s’armano, i bertoni s’infuriano, le bastonate s’apparecchiano, i sfrisi si preparano, le morti si tramano da queste insidiose e maladette meretrici. Non si parla più di vezzi, non si favella di carezze, non si ragiona d’aver commercio insieme, cessano i messi, restano le polizze, mancano i presenti, vengon meno i saluti e le riverenze, si richiedon indietro le fedi, si dimandano i quadri, si rinvogliono i ritratti dell’imagini miniate dentro a’ scatolini, e con rabbia, con furore, con insania di mente, si rompe, si spezza, si calpesta ogni cosa con gli piedi. Quindi si giura, si scongiura, si sacramenta di non far mai pace. Marte e Bellona scorrono da ogni banda; le faci si accendono ogni ora a più potere. Non più sonetti, non più madrigali, non più canzoni, non più sestine da innamorato spiran le muse graziose: Apollo asconde la lira, Euterpe va a spasso, Cupido sfratta, Venere va in chiasso, Archiloco solo si lascia vedere, e Pasquino trionfa in mezzo delle piazze. Ora si scoprono gli altari da dovero, si contano gl’inganni, le malizie, i tradimenti, le doppie de i bertoni, il tener su la stanga de’ ganimedi, la trappola dei togati, le perfidie con questi, gli assassinamenti con quell’altro, lo spender della robba, il perder della vita, l’arrischio dell’onore, il consumar dell’anima, il vuotar della borsa, il cruccio, il travaglio, il martire, il dispetto, la gelosia, l’inquietudine grande che da lor procede. Pasquino si mette a narrar le superbie, nel star sul grave, nel concorrer con le signore di vesti, di drappi, di serve, di carrozze, e sopra tutto di voler essere d’ogn’ora cortigiane, ecc.». Tali invettive e libelli erano, sembra, assai temuti dalle cortigiane. Ammonendo la figliuola Pippa, dice la espertissima Nanna: «non ti mancherebbe altro, se non che un tale ti facesse i libri contra, e che per tutto si bandisse di quelle ladre cose che sanno dir de le donne; e ti staria bene che fosse stampata la tua vita, come non so chi scioperato ha stampata la mia». (Aretino,Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 198). È ricordo di una Polinda Valenziana, che fece ammazzare a furia di pugnalate uno spagnuolo, che co’ suoi versi, prima l’aveva levata a cielo, e poi trascinata nel fango. (Tommaso Costo,Il Fuggilozio, Venezia, 1601, pp. 344-5;G. F. Astolfi,Della officina istorica, Venezia, 1605, p. 218). Agli scritti contro le cortigiane da me ricordati in queste pagine, si aggiunga:Bravata che fa uno giovane innamorato d’una cortigiana, et lei dandogli la baglia(sic)ma gli volse aprir la porta; cosa da ridere, s. l. ed a.; una canzonetta, pure in dialetto veneziano, riportata dalRossi,Le lettere del Calmo,pp. 288-9; una invettiva in ottava rima e similmente in dialetto veneziano, che il lettore troverà più oltre appendice B;A. Di Palma,Opera nova dove si contiene le astutie delle cortigiane, ecc., s. l. ed a. Francesco Scambrilla, vissuto in sul principio del sec. XVI, compose in dispregio delle cortigiane due sonetti assai acerbi, che si conservano in un codice Vaticano. (Trucchi,Poesie inedite, eco., vol. III, p. 139). Il codice Marciano Ital. IX. 173 contiene un gran numero di poesie in dialetto veneziano, molte delle quali contro cortigiane. (Ci son vituperate, fra altre, una Paolina Gonzaga, una Livia Verzotta, e la nostra Veronica). Di un capitolo da lui composto contro una cortigiana, e in cui altre cortigiane illustri erano nominate, fa cenno l’AretinoneiRagionamenti, parte I, giornata III, p. 159. In molte commedie compajono cortigiane, ma non mai per farvi buona figura. Vogliono ancora essere ricordati:Avvertimenti a quelli che amano le cortigiane, opera nuova e dilettevole, Milano, 1600;Garzoni,Serraglio degli stupori del mondo, Venezia, 1613 (stanza settima, pp. 749-50), eGiovanni Antonio Massinoni,Il flagello delle meretrici, Venezia, 1599. La letteratura italiana non fu sola ad avere così fatti componimenti nel sec. XVI, sebbene ne abbia avuti, senza paragone, più d’ogni altra. Per citare un esempio, in un poema intitolatoL’enfer de la mère Cardine, ecc., stampato nel 1568, sono vituperate tutte le cortigiane di Parigi.
411.Novelle, parte I, nov. 50, dedicatoria.
411.Novelle, parte I, nov. 50, dedicatoria.
412.Ecatommiti, deca VI, nov. 7. Il buonLafontaineracconta (Contes et nouvelles, l. III, 6) la storia di una cortigiana romana, altrettanto superba quanto bella, la quale disprezzando ognuno, e solo facendo qualche conto dei cardinali, s’innamorò pazzamente di un giovane gentiluomo, e fu da lui sposata.
412.Ecatommiti, deca VI, nov. 7. Il buonLafontaineracconta (Contes et nouvelles, l. III, 6) la storia di una cortigiana romana, altrettanto superba quanto bella, la quale disprezzando ognuno, e solo facendo qualche conto dei cardinali, s’innamorò pazzamente di un giovane gentiluomo, e fu da lui sposata.
413.Lettere, t. V, f. 147 v. Altra lettera ivi stesso, f. 176.
413.Lettere, t. V, f. 147 v. Altra lettera ivi stesso, f. 176.
414.Ecatommiti, nov. 3 dell’Introduzione. A Nannina Zinzera, innamorata di un bellissimo giovane, e godente l’amor suo, indirizzava ilLascauno dei suoi madrigoloni (Opere burlesche, edizione cit., pp. 244-5). A un’altra cortigiana, giovane assai e bellissima, Anna Raugea, che di Firenze si tramutava in Roma, lo stesso Lasca raccomandava (ibid., p. 400):Dall’ira e dallo sdegno vi guardate,E sopratutto non v’innamorate.La cortigiana del Du Bellay s’innamorò perdutamente di un giovane, che l’abbandonò dopo averle mangiato, in men d’un anno, vigne, case e denari.
414.Ecatommiti, nov. 3 dell’Introduzione. A Nannina Zinzera, innamorata di un bellissimo giovane, e godente l’amor suo, indirizzava ilLascauno dei suoi madrigoloni (Opere burlesche, edizione cit., pp. 244-5). A un’altra cortigiana, giovane assai e bellissima, Anna Raugea, che di Firenze si tramutava in Roma, lo stesso Lasca raccomandava (ibid., p. 400):
Dall’ira e dallo sdegno vi guardate,E sopratutto non v’innamorate.
Dall’ira e dallo sdegno vi guardate,E sopratutto non v’innamorate.
Dall’ira e dallo sdegno vi guardate,
E sopratutto non v’innamorate.
La cortigiana del Du Bellay s’innamorò perdutamente di un giovane, che l’abbandonò dopo averle mangiato, in men d’un anno, vigne, case e denari.
415.Luzio,Un’avventura della Tullia di Aragona, inRivista storica mantovana, vol. I (1885), pp. 178-82. Di una Spagnuola, della quale era innamorato Giovanni della Casa, e che aveva lui a noja più che il mal de’ fianchi, fa cenno ilMauronel capitoloDelle donne di montagna.
415.Luzio,Un’avventura della Tullia di Aragona, inRivista storica mantovana, vol. I (1885), pp. 178-82. Di una Spagnuola, della quale era innamorato Giovanni della Casa, e che aveva lui a noja più che il mal de’ fianchi, fa cenno ilMauronel capitoloDelle donne di montagna.
416.Lettere, vol. 1, f. 233 r.; vol. VI, f. 72 r. Lo stesso Aretino compose per l’Angela il seguente madrigale, che leggesi nella parte II, giornata III, deiRagionamenti, p. 400:L’esser prive del cieloNon sono oggi i tormentiDe le mal nate genti.Sapete voi che dogliaL’alme dannate serra?Il non poter mirar l’Angela in terra.Sol la invidia e la dogliaCh’elle han del nostro bene,E ’l non aver mai di vederlo spene,Le affligge a tutte l’oreNe l’eterno dolore;Ma se concesso a lor fosse il suo visoFora lo inferno un nuovo paradiso.IlTrucchiripubblicò questo madrigale come inedito,Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 216.
416.Lettere, vol. 1, f. 233 r.; vol. VI, f. 72 r. Lo stesso Aretino compose per l’Angela il seguente madrigale, che leggesi nella parte II, giornata III, deiRagionamenti, p. 400:
L’esser prive del cieloNon sono oggi i tormentiDe le mal nate genti.Sapete voi che dogliaL’alme dannate serra?Il non poter mirar l’Angela in terra.Sol la invidia e la dogliaCh’elle han del nostro bene,E ’l non aver mai di vederlo spene,Le affligge a tutte l’oreNe l’eterno dolore;Ma se concesso a lor fosse il suo visoFora lo inferno un nuovo paradiso.
L’esser prive del cieloNon sono oggi i tormentiDe le mal nate genti.Sapete voi che dogliaL’alme dannate serra?Il non poter mirar l’Angela in terra.Sol la invidia e la dogliaCh’elle han del nostro bene,E ’l non aver mai di vederlo spene,Le affligge a tutte l’oreNe l’eterno dolore;Ma se concesso a lor fosse il suo visoFora lo inferno un nuovo paradiso.
L’esser prive del cielo
Non sono oggi i tormenti
De le mal nate genti.
Sapete voi che doglia
L’alme dannate serra?
Il non poter mirar l’Angela in terra.
Sol la invidia e la doglia
Ch’elle han del nostro bene,
E ’l non aver mai di vederlo spene,
Le affligge a tutte l’ore
Ne l’eterno dolore;
Ma se concesso a lor fosse il suo viso
Fora lo inferno un nuovo paradiso.
IlTrucchiripubblicò questo madrigale come inedito,Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 216.
417.Ciò si rileva facilmente leggendo il poemetto, e basterebbero a farne prova questi due versi che il Veniero dice in persona propria:Venni e subbiai per farvi riverenza,Ma dal balcon mi fu data licenza.Il Veniero si duole assai dell’albagia della Zaffetta, che si crede esser maggioreChe non è di San Marco il campanile.Del resto il famoso trentuno, di cui nel poemetto si narra, non fu dato davvero, e le parole stesse del poeta lo dicono.
417.Ciò si rileva facilmente leggendo il poemetto, e basterebbero a farne prova questi due versi che il Veniero dice in persona propria:
Venni e subbiai per farvi riverenza,Ma dal balcon mi fu data licenza.
Venni e subbiai per farvi riverenza,Ma dal balcon mi fu data licenza.
Venni e subbiai per farvi riverenza,
Ma dal balcon mi fu data licenza.
Il Veniero si duole assai dell’albagia della Zaffetta, che si crede esser maggiore
Che non è di San Marco il campanile.
Che non è di San Marco il campanile.
Che non è di San Marco il campanile.
Del resto il famoso trentuno, di cui nel poemetto si narra, non fu dato davvero, e le parole stesse del poeta lo dicono.
418.Lettere, vol. V, f. 27 r. L’Aretino fa pure gran lodi di una Lucrezia Ruberta. Vedi anche il nobile atto di una cortigiana di Padova narrato dalGiraldi CinzionegliEcatommiti, Introduzione, nov. 10.
418.Lettere, vol. V, f. 27 r. L’Aretino fa pure gran lodi di una Lucrezia Ruberta. Vedi anche il nobile atto di una cortigiana di Padova narrato dalGiraldi CinzionegliEcatommiti, Introduzione, nov. 10.
419.Pro poemate ludicro apologia, Perugia, 1616, pp. 160-1.
419.Pro poemate ludicro apologia, Perugia, 1616, pp. 160-1.
420.Vedi una lettera di Gerolamo Negri, scritta il 29 decembre 1522 da Grottaferrata a Marcantonio Micheli,Lettere di principi, ecc., Venezia, 1881, lib. I, f. 110 r.;Colocci,Poesie italiane, Jesi, 1772, p. 29 n. Il Negri dice: «Questo caso tanto più è degno d’esser celebrato, e quasi preposto al fatto di Lucrezia, quanto che questa donna fu figlia d’una pubblica e famosa meretrice, che fu l’Imperia, cortigiana nobile in Roma, come sapete».
420.Vedi una lettera di Gerolamo Negri, scritta il 29 decembre 1522 da Grottaferrata a Marcantonio Micheli,Lettere di principi, ecc., Venezia, 1881, lib. I, f. 110 r.;Colocci,Poesie italiane, Jesi, 1772, p. 29 n. Il Negri dice: «Questo caso tanto più è degno d’esser celebrato, e quasi preposto al fatto di Lucrezia, quanto che questa donna fu figlia d’una pubblica e famosa meretrice, che fu l’Imperia, cortigiana nobile in Roma, come sapete».
421.VediCian,Op. cit., pp. 25-35.
421.VediCian,Op. cit., pp. 25-35.
422.Le rime diMichelangelo Buonarroticavate dagli autografi e pubblicate daCesare Guasti, Firenze, 1863, p. 165.
422.Le rime diMichelangelo Buonarroticavate dagli autografi e pubblicate daCesare Guasti, Firenze, 1863, p. 165.
423.Cugnoni,Agostino Chigi il Magnifico, pp. 78-9.
423.Cugnoni,Agostino Chigi il Magnifico, pp. 78-9.
424.La poesia in lode delle cortigiane fu certo assai copiosa, e chi sa quanta ne giace incognita nelle nostre biblioteche. Essa dovette vestir tutte le forme e prendere tutti i tuoni. Abbiamo già veduto qualche capitolo: ecco qua ora un madrigale e un frammento di canzone tratti dal cod. magliabechiano Cl. VIII, nº 16, assai graziosi e di fattura di Alfonso de’ Pazzi. Il madrigale è indirizzatoAlla Contadina Cortigiana:Chi vuol beltà divinaVedere in cosa umana,Oggi venga in Toscana,E miri l’alma nostra Contadina,Che fatta è cittadina,E di sì bei costumiChe Arno re dei fiumi a lei s’inchina:Oh bella Contadina!Il frammento di canzone èAlla Porcellina cortigiana:La Porcellina nuotaNell’amorosa fonte,La nuota sotto il ponte,Ell’esce e fa la ruota;La Porcellina nuota.La nuota come un pesce,Ell’entra sotto e esce,E non tocca la mota:La Porcellina nuota.
424.La poesia in lode delle cortigiane fu certo assai copiosa, e chi sa quanta ne giace incognita nelle nostre biblioteche. Essa dovette vestir tutte le forme e prendere tutti i tuoni. Abbiamo già veduto qualche capitolo: ecco qua ora un madrigale e un frammento di canzone tratti dal cod. magliabechiano Cl. VIII, nº 16, assai graziosi e di fattura di Alfonso de’ Pazzi. Il madrigale è indirizzatoAlla Contadina Cortigiana:
Chi vuol beltà divinaVedere in cosa umana,Oggi venga in Toscana,E miri l’alma nostra Contadina,Che fatta è cittadina,E di sì bei costumiChe Arno re dei fiumi a lei s’inchina:Oh bella Contadina!
Chi vuol beltà divinaVedere in cosa umana,Oggi venga in Toscana,E miri l’alma nostra Contadina,Che fatta è cittadina,E di sì bei costumiChe Arno re dei fiumi a lei s’inchina:Oh bella Contadina!
Chi vuol beltà divina
Vedere in cosa umana,
Oggi venga in Toscana,
E miri l’alma nostra Contadina,
Che fatta è cittadina,
E di sì bei costumi
Che Arno re dei fiumi a lei s’inchina:
Oh bella Contadina!
Il frammento di canzone èAlla Porcellina cortigiana:
La Porcellina nuotaNell’amorosa fonte,La nuota sotto il ponte,Ell’esce e fa la ruota;La Porcellina nuota.La nuota come un pesce,Ell’entra sotto e esce,E non tocca la mota:La Porcellina nuota.
La Porcellina nuotaNell’amorosa fonte,La nuota sotto il ponte,Ell’esce e fa la ruota;La Porcellina nuota.La nuota come un pesce,Ell’entra sotto e esce,E non tocca la mota:La Porcellina nuota.
La Porcellina nuota
Nell’amorosa fonte,
La nuota sotto il ponte,
Ell’esce e fa la ruota;
La Porcellina nuota.
La nuota come un pesce,
Ell’entra sotto e esce,
E non tocca la mota:
La Porcellina nuota.
425.Le lettere, l. IV, lett. 50, p. 364.
425.Le lettere, l. IV, lett. 50, p. 364.
426.La Panta qui ricordata è senza dubbio quella stessa che nel 1570, sotto Pio V, fu pubblicamente frustata in Roma. L’Avvisoche dà notizia di tale frustatura, dice: «La Panta, famosa meretrice, così per 300 mila scudi che ha speso qui, come per l’autorità ch’ha avuta in altri tempi». VediBertolotti,Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI, inRivista delle discipline carcerarie, anno XVI (1886), p. 516, docum. XVIII.
426.La Panta qui ricordata è senza dubbio quella stessa che nel 1570, sotto Pio V, fu pubblicamente frustata in Roma. L’Avvisoche dà notizia di tale frustatura, dice: «La Panta, famosa meretrice, così per 300 mila scudi che ha speso qui, come per l’autorità ch’ha avuta in altri tempi». VediBertolotti,Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI, inRivista delle discipline carcerarie, anno XVI (1886), p. 516, docum. XVIII.
427.Domenichi,Facetie, motti, ecc., p. 204.
427.Domenichi,Facetie, motti, ecc., p. 204.
428.Pag. 429.
428.Pag. 429.
429.Burchard,Diarium, ediz. cit., t. III, p. 290.
429.Burchard,Diarium, ediz. cit., t. III, p. 290.
430.Lettera di Stazio Gadio al marchese di Mantova,Luzio,Federico Gonzaga, ecc., p. 46-7. Detto della cena in casa del cardinale di Mantova, il Gadio soggiunge: «Sonate le cinque ore ogniuno andò a casa lor: da Cornaro credo che Albina fosse allogiata, perchè facevano assai l’amor insieme». IlTrucchi(Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 212) fa cenno di un sonetto del cardinale Santa Croce in lode di Angiola Greca. In una pasquinata venuta fuori subito dopo la morte di Clemente VII, si ricorda il cardinale Grimaldi che innamorato pazzo della Flaminia (probabilmente la famosa di cui parlano il Mauro e altri) fu da lei cacciato.Lafon,Pasquin et Marforio, histoire satirique des papes, Parigi, 1861, p. 107.
430.Lettera di Stazio Gadio al marchese di Mantova,Luzio,Federico Gonzaga, ecc., p. 46-7. Detto della cena in casa del cardinale di Mantova, il Gadio soggiunge: «Sonate le cinque ore ogniuno andò a casa lor: da Cornaro credo che Albina fosse allogiata, perchè facevano assai l’amor insieme». IlTrucchi(Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 212) fa cenno di un sonetto del cardinale Santa Croce in lode di Angiola Greca. In una pasquinata venuta fuori subito dopo la morte di Clemente VII, si ricorda il cardinale Grimaldi che innamorato pazzo della Flaminia (probabilmente la famosa di cui parlano il Mauro e altri) fu da lei cacciato.Lafon,Pasquin et Marforio, histoire satirique des papes, Parigi, 1861, p. 107.
431.Cian,Op. cit., pp. 13, 18.
431.Cian,Op. cit., pp. 13, 18.
432.Fabretti,La prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV, Torino, coi tipi privati dell’autore, 1885, edizione di 24 esemplari, p. 46.
432.Fabretti,La prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV, Torino, coi tipi privati dell’autore, 1885, edizione di 24 esemplari, p. 46.
433.Atto II, sc. 6.
433.Atto II, sc. 6.
434.CapitoloA messer Ruberto Strozzi.
434.CapitoloA messer Ruberto Strozzi.
435.Le lettere, l. IV, lett. 20, p. 298.
435.Le lettere, l. IV, lett. 20, p. 298.
436.Novelle, parte II, nov. 48.
436.Novelle, parte II, nov. 48.
437.Mutinelli,Storia arcana ed aneddotica d’Italia raccontata dai veneti ambasciatori, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 170.
437.Mutinelli,Storia arcana ed aneddotica d’Italia raccontata dai veneti ambasciatori, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 170.
438.Cian,Op. cit., p. 8.
438.Cian,Op. cit., p. 8.
439.L’Affò(Dizionario precettivo, critico ed istorico della poesia volgare, s. v. Pasquinata) e ilTiraboschi(St. d. lett it., ediz. dei Classici, vol. XII, p. 1725) fanno ricordo di unaPassione d’amor de Mastro Pasquino per la partita della signora Tullia, et martello grande delle povere Cortigiane de Roma con le allegrezze delle Bolognese. A me non è riuscito d’averne altra contezza.
439.L’Affò(Dizionario precettivo, critico ed istorico della poesia volgare, s. v. Pasquinata) e ilTiraboschi(St. d. lett it., ediz. dei Classici, vol. XII, p. 1725) fanno ricordo di unaPassione d’amor de Mastro Pasquino per la partita della signora Tullia, et martello grande delle povere Cortigiane de Roma con le allegrezze delle Bolognese. A me non è riuscito d’averne altra contezza.
440.Un testimonio oculare della battaglia di Fornovo (1495) il medico veroneseAlessandro Benedetti, racconta nei suoiDiaria de bello Carolinod’aver veduto il giorno dopo la battaglia, fra le spoglie del re vinto e fuggiasco, un libro in cui erano dipinte immagini di cortigiane, varie per età e per abito, libro che esso re portava seco in memoria dei suoi facili amori.Cian,Op. cit., p. 40. Certa Susanna, che aveva portato un tempo il vanto della bellezza sopra tutte le cortigiane di Firenze, si gloria neiGerminid’essere stata in Lione onorata dal Delfino:S’innamora ciascun che mi sta a canto:Fu’ in Lion dal Delfin onorata,Che quando mi partii fece gran pianto.
440.Un testimonio oculare della battaglia di Fornovo (1495) il medico veroneseAlessandro Benedetti, racconta nei suoiDiaria de bello Carolinod’aver veduto il giorno dopo la battaglia, fra le spoglie del re vinto e fuggiasco, un libro in cui erano dipinte immagini di cortigiane, varie per età e per abito, libro che esso re portava seco in memoria dei suoi facili amori.Cian,Op. cit., p. 40. Certa Susanna, che aveva portato un tempo il vanto della bellezza sopra tutte le cortigiane di Firenze, si gloria neiGerminid’essere stata in Lione onorata dal Delfino:
S’innamora ciascun che mi sta a canto:Fu’ in Lion dal Delfin onorata,Che quando mi partii fece gran pianto.
S’innamora ciascun che mi sta a canto:Fu’ in Lion dal Delfin onorata,Che quando mi partii fece gran pianto.
S’innamora ciascun che mi sta a canto:
Fu’ in Lion dal Delfin onorata,
Che quando mi partii fece gran pianto.
441.Il Panormita, di certa Alda, nell’Hermaphroditus:Non mingit, veram si mingit, balsama mingitNon cacat, aut violas, si cacat, Alda cacat.
441.Il Panormita, di certa Alda, nell’Hermaphroditus:
Non mingit, veram si mingit, balsama mingitNon cacat, aut violas, si cacat, Alda cacat.
Non mingit, veram si mingit, balsama mingitNon cacat, aut violas, si cacat, Alda cacat.
Non mingit, veram si mingit, balsama mingit
Non cacat, aut violas, si cacat, Alda cacat.
442.Ecatommiti, nov. 5 della Introduzione.
442.Ecatommiti, nov. 5 della Introduzione.
443.Parte I, giornata III, p. 158.
443.Parte I, giornata III, p. 158.
444.Capitolo cit.,A messer Ruberto Strozzi.
444.Capitolo cit.,A messer Ruberto Strozzi.
445.Il 19 d’ottobre del 1546, Cosimo I, duca di Firenze, mandò fuori un bando, il quale vietava, fra l’altro, alle cortigiane diportar vesti di drappo nè seta d’alcuna ragione, e ingiungeva loro l’uso del famoso segno giallo, che doveva distinguerle dalle donne oneste. Tullia d’Aragona, che trovavasi allora in Firenze, con una corte d’adoratori intorno, fece, consigliata da Don Pedro, nipote della duchessa Eleonora, e con l’ajuto del Varchi, una supplica, che fu, probabilmente a mezzo dello stesso Don Pedro, recapitata alla duchessa, e da questa al duca. L’effetto fu che la Tullia ottenne il suo desiderio, di vestir cioè come le piaceva, e di non portare il segno giallo, grazia concessale, come dice il decreto, in riconoscimento dellarara scienzia di poesia e di filosofia che, con piacere de’ pregiati ingegni, trovavasi in lei. VediBongi,Il velo giallo di Tullia d’Aragona, inRivista critica della letteratura italiana, anno III (1886), p. 90.
445.Il 19 d’ottobre del 1546, Cosimo I, duca di Firenze, mandò fuori un bando, il quale vietava, fra l’altro, alle cortigiane diportar vesti di drappo nè seta d’alcuna ragione, e ingiungeva loro l’uso del famoso segno giallo, che doveva distinguerle dalle donne oneste. Tullia d’Aragona, che trovavasi allora in Firenze, con una corte d’adoratori intorno, fece, consigliata da Don Pedro, nipote della duchessa Eleonora, e con l’ajuto del Varchi, una supplica, che fu, probabilmente a mezzo dello stesso Don Pedro, recapitata alla duchessa, e da questa al duca. L’effetto fu che la Tullia ottenne il suo desiderio, di vestir cioè come le piaceva, e di non portare il segno giallo, grazia concessale, come dice il decreto, in riconoscimento dellarara scienzia di poesia e di filosofia che, con piacere de’ pregiati ingegni, trovavasi in lei. VediBongi,Il velo giallo di Tullia d’Aragona, inRivista critica della letteratura italiana, anno III (1886), p. 90.
446.Tutti i Trionfi, Carri, Mascherate o Canti carnascialeschi andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo de’ Medici fino all’anno 1559, Cosmopoli, 1770, vol. II, p. 332.
446.Tutti i Trionfi, Carri, Mascherate o Canti carnascialeschi andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo de’ Medici fino all’anno 1559, Cosmopoli, 1770, vol. II, p. 332.
447.Mutinelli,Op. cit., vol. I, pp. 53-4. Vedi per altre curiose notizie in proposito lo scritto già citato delBertolotti,Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI. Un codice Marciano conserva di quel tempo il curioso Lamento di un anonimo, che mostrando di disprezzare tutte l’altre donne, delibera, o di seguitare le cortigiane esulanti, o di farsi frate.Cian,Op. cit., pp. 61-2.
447.Mutinelli,Op. cit., vol. I, pp. 53-4. Vedi per altre curiose notizie in proposito lo scritto già citato delBertolotti,Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI. Un codice Marciano conserva di quel tempo il curioso Lamento di un anonimo, che mostrando di disprezzare tutte l’altre donne, delibera, o di seguitare le cortigiane esulanti, o di farsi frate.Cian,Op. cit., pp. 61-2.
448.Galligo,Art. cit., nel Giornale cit., anno IV, vol. I, pp. 127-28.
448.Galligo,Art. cit., nel Giornale cit., anno IV, vol. I, pp. 127-28.
449.Bandello,Novelle, parte IV, nov. 17.
449.Bandello,Novelle, parte IV, nov. 17.
450.Non mancavano, al bisogno, protettori ed intercessori possenti. In Venezia, ogni po’, si lamenta che il mal costume cresce, che la tracotanza delle meretrici passa ogni termine. In una parte del 12 aprile 1543 si dice espressamente le leggi non potersi applicare per «li tanti favori che hanno simil persone di mala e pessima condizione», e in un’altra si ordina che nessun nobile possa in modo alcuno intercedere perpersona infame. (Leggi e memorie venete, ecc., pp. 109, 110). Nel giugno del 1532, una certa Vienna,famosa Signora, rea d’aver tolto dalla Pietà una bambina senza licenza, e d’averla poi rimandata in capo di certo tempo, fu assolta dalla Quarantia criminale con 33 voti favorevoli e 5 contrarii: «la qual Viena», dice ingenuamente il buon Sanudo, «avia uno favor grandissimo di nostri zentilomeni, nè meritava per questo esser condanada». (Leggi e mem., ecc., p. 269). La Nora, neiGermini, confessa d’aver rubate certe lenzuola, e dice che meritava d’essere scopata, ma che per la raccomandazione di certi amici che aveva andò immune. Odasi la cortigiana del Du Bellay:Je n’avois peur d’un governeur fascheux,D’un barisel, ny d’un sbirre outrageux,Ny qu’en prison l’on retint ma personneEn court Savelle, on bien en tour de Nonne:N’ayant jamais faulte de la faveur,D’un Cardinal, ou autre grand seigneur,Dont on voyoit ma maison fréquentée:Ce qui faisoit que j’etois respectée,Et que chacun craignoit de me fascher,Voyant pour moy les plus grands s’empescher.
450.Non mancavano, al bisogno, protettori ed intercessori possenti. In Venezia, ogni po’, si lamenta che il mal costume cresce, che la tracotanza delle meretrici passa ogni termine. In una parte del 12 aprile 1543 si dice espressamente le leggi non potersi applicare per «li tanti favori che hanno simil persone di mala e pessima condizione», e in un’altra si ordina che nessun nobile possa in modo alcuno intercedere perpersona infame. (Leggi e memorie venete, ecc., pp. 109, 110). Nel giugno del 1532, una certa Vienna,famosa Signora, rea d’aver tolto dalla Pietà una bambina senza licenza, e d’averla poi rimandata in capo di certo tempo, fu assolta dalla Quarantia criminale con 33 voti favorevoli e 5 contrarii: «la qual Viena», dice ingenuamente il buon Sanudo, «avia uno favor grandissimo di nostri zentilomeni, nè meritava per questo esser condanada». (Leggi e mem., ecc., p. 269). La Nora, neiGermini, confessa d’aver rubate certe lenzuola, e dice che meritava d’essere scopata, ma che per la raccomandazione di certi amici che aveva andò immune. Odasi la cortigiana del Du Bellay:
Je n’avois peur d’un governeur fascheux,D’un barisel, ny d’un sbirre outrageux,Ny qu’en prison l’on retint ma personneEn court Savelle, on bien en tour de Nonne:N’ayant jamais faulte de la faveur,D’un Cardinal, ou autre grand seigneur,Dont on voyoit ma maison fréquentée:Ce qui faisoit que j’etois respectée,Et que chacun craignoit de me fascher,Voyant pour moy les plus grands s’empescher.
Je n’avois peur d’un governeur fascheux,D’un barisel, ny d’un sbirre outrageux,Ny qu’en prison l’on retint ma personneEn court Savelle, on bien en tour de Nonne:N’ayant jamais faulte de la faveur,D’un Cardinal, ou autre grand seigneur,Dont on voyoit ma maison fréquentée:Ce qui faisoit que j’etois respectée,Et que chacun craignoit de me fascher,Voyant pour moy les plus grands s’empescher.
Je n’avois peur d’un governeur fascheux,
D’un barisel, ny d’un sbirre outrageux,
Ny qu’en prison l’on retint ma personne
En court Savelle, on bien en tour de Nonne:
N’ayant jamais faulte de la faveur,
D’un Cardinal, ou autre grand seigneur,
Dont on voyoit ma maison fréquentée:
Ce qui faisoit que j’etois respectée,
Et que chacun craignoit de me fascher,
Voyant pour moy les plus grands s’empescher.
451.Vedi più oltre, appendice A, ilLamento della cortigiana ferrarese. Del secolo XVI è pure un opuscoletto intitolato:Grandissimi dolori, et gli insopportabili tormenti che patiscono le povere cortigiane, e chi le seguita. Donde e’ si intende in quanti modi sono tormentate dagli acerbi dolori del mal francese. VediCatalogue de la bibliothèque deM. L[ibri], Parigi, 1847, num. 1510, p. 244. Nella commedia delContileintitolataLa Cesarea Gonzaga, è una cortigiana infranciosata, per nome Masina, la quale ha dato il male a molti. La cura Maestro Grillo, medico, e questi in certa scena le dice (atto V, sc. 5): «Vengo da Caterina piemontese, da Polisena da Lucca, da la Romana e da Francesca Ferrarese, che lavorano con Francia, e guardono le ricette c’ho lor fatte». IlPurgatorio delle cortigianedi quel maestroAndreain cui ci siamo già imbattuti, non è il purgatorio ordinario, ma l’ospedale di San Giacomo, detto degli Incurabili, in Roma,In cui si vede paurosi mostri.Qui è di Franza il dilettevol male,E di San Lazer la lebbra gioconda,Cancheri e malattie universale.Il tristo luogoÈ refugio a le belle cortigiane,Che in tanto bene e favor furon pria.QuiviÈ tal che avea fattezze alte e divinePer l’incurabil mal venuta un mostro.La cortigiana dellaLucernadelPonamuore agl’Incurabili, di mal francese (sera seconda, p. 86).
451.Vedi più oltre, appendice A, ilLamento della cortigiana ferrarese. Del secolo XVI è pure un opuscoletto intitolato:Grandissimi dolori, et gli insopportabili tormenti che patiscono le povere cortigiane, e chi le seguita. Donde e’ si intende in quanti modi sono tormentate dagli acerbi dolori del mal francese. VediCatalogue de la bibliothèque deM. L[ibri], Parigi, 1847, num. 1510, p. 244. Nella commedia delContileintitolataLa Cesarea Gonzaga, è una cortigiana infranciosata, per nome Masina, la quale ha dato il male a molti. La cura Maestro Grillo, medico, e questi in certa scena le dice (atto V, sc. 5): «Vengo da Caterina piemontese, da Polisena da Lucca, da la Romana e da Francesca Ferrarese, che lavorano con Francia, e guardono le ricette c’ho lor fatte». IlPurgatorio delle cortigianedi quel maestroAndreain cui ci siamo già imbattuti, non è il purgatorio ordinario, ma l’ospedale di San Giacomo, detto degli Incurabili, in Roma,
In cui si vede paurosi mostri.Qui è di Franza il dilettevol male,E di San Lazer la lebbra gioconda,Cancheri e malattie universale.
In cui si vede paurosi mostri.Qui è di Franza il dilettevol male,E di San Lazer la lebbra gioconda,Cancheri e malattie universale.
In cui si vede paurosi mostri.
Qui è di Franza il dilettevol male,
E di San Lazer la lebbra gioconda,
Cancheri e malattie universale.
Il tristo luogo
È refugio a le belle cortigiane,Che in tanto bene e favor furon pria.
È refugio a le belle cortigiane,Che in tanto bene e favor furon pria.
È refugio a le belle cortigiane,
Che in tanto bene e favor furon pria.
Quivi
È tal che avea fattezze alte e divinePer l’incurabil mal venuta un mostro.
È tal che avea fattezze alte e divinePer l’incurabil mal venuta un mostro.
È tal che avea fattezze alte e divine
Per l’incurabil mal venuta un mostro.
La cortigiana dellaLucernadelPonamuore agl’Incurabili, di mal francese (sera seconda, p. 86).
452.Le rime burlesche, ecc., ediz. cit., p. 396. Se le cortigiane truffavano, erano, alle volte, anche solennemente truffate. Vedi tutta la giornata II della parte II deiRagionamentidell’Aretino; Domenichi,Facetie, motti, p. 312, ecc.
452.Le rime burlesche, ecc., ediz. cit., p. 396. Se le cortigiane truffavano, erano, alle volte, anche solennemente truffate. Vedi tutta la giornata II della parte II deiRagionamentidell’Aretino; Domenichi,Facetie, motti, p. 312, ecc.
453.Ste vacche se nassue in calessella,E in calessella le sconvien morir:Ne no ghe val a dir la tal se bella,La tal se ricca, la no puol perir,Chè in manco che non se frize una anguellaGhe n’ho viste de ricche a falir,Ghe n’ho visto de grasse e sontuoseVegnir in puochi dì magre e strazzose.Le berte, le truffe, ecc., già citate, f. 19 v. DiceFrancesco Sansovinonella satiraA Giulio Doffi:I poeti somiglian le puttane,Di quegli è il fin andar a lo spedale,Di queste in capo a un tempo esser ruffiane.Sette libri di satire, Venezia, 1560, f. 169 v.
453.
Ste vacche se nassue in calessella,E in calessella le sconvien morir:Ne no ghe val a dir la tal se bella,La tal se ricca, la no puol perir,Chè in manco che non se frize una anguellaGhe n’ho viste de ricche a falir,Ghe n’ho visto de grasse e sontuoseVegnir in puochi dì magre e strazzose.
Ste vacche se nassue in calessella,E in calessella le sconvien morir:Ne no ghe val a dir la tal se bella,La tal se ricca, la no puol perir,Chè in manco che non se frize una anguellaGhe n’ho viste de ricche a falir,Ghe n’ho visto de grasse e sontuoseVegnir in puochi dì magre e strazzose.
Ste vacche se nassue in calessella,
E in calessella le sconvien morir:
Ne no ghe val a dir la tal se bella,
La tal se ricca, la no puol perir,
Chè in manco che non se frize una anguella
Ghe n’ho viste de ricche a falir,
Ghe n’ho visto de grasse e sontuose
Vegnir in puochi dì magre e strazzose.
Le berte, le truffe, ecc., già citate, f. 19 v. DiceFrancesco Sansovinonella satiraA Giulio Doffi:
I poeti somiglian le puttane,Di quegli è il fin andar a lo spedale,Di queste in capo a un tempo esser ruffiane.
I poeti somiglian le puttane,Di quegli è il fin andar a lo spedale,Di queste in capo a un tempo esser ruffiane.
I poeti somiglian le puttane,
Di quegli è il fin andar a lo spedale,
Di queste in capo a un tempo esser ruffiane.
Sette libri di satire, Venezia, 1560, f. 169 v.