454.Invecchiata la cortigiana del Du Bellay, la quale aveva in giovinezza guadagnato ciò che aveva voluto, campa filando, facendo il bucato, trafficando stracci, preparando belletti e acque medicate, vendendo, secondo le occasioni, frutta, erbe, ciambelle, e candeluzze le feste. Per giunta ella soffre di renella, di gotta, di tosse e di qualche altro male. Abita in una stanzetta d’osteria, e ha sulle braccia una figlioletta, bambina ancora. Più d’una cortigiana finì in una di quelle carriuole da rattrappiti, chiedendo l’elemosina per l’amor di Dio. La Pierina deiGermini, che ci si è condotta, dice:A gran trionfo il lastrico m’aspetta:Braccio m’ha fatto far la cassettinaPer pormi poi co’ poveri a l’offerta.455.A. Corvisieri,Il testamento di Tullia d’Aragona, inFanfulla della Domenica, anno VIII (1886), num. 5.456.Niccolò Franco,Dialoghi piacevoli, Venezia, 1541, dialogo IV, f. 67 r.457.Tra lePoesie da fuocogià citate è unLamento d’Ellena Ballarina: vedi più oltre, appendice A, ilLamento della Cortigiana ferrarese.458.E così fece la Tullia, sul cui matrimonio non può ora cader più dubbio. Ella sposò in Siena, nei 1553, un Silvestro Guicciardi da Ferrara, di cui non si sa altro. In grazia principalmente di tal matrimonio, dovette ella, l’anno di poi, esser tolta dal ruolo delle meretrici.V. Bongi,Documenti senesi su Tullia d’Aragona, inRivista critica d. lett. ital., anno IV (1887), p. 187. Il Brantôme afferma che in Italia era frequente il caso di uomini che sposavano cortigiane, e racconta di certa Faustina, della quale s’innamorò la prima volta che fu in Roma, e che rivide poi maritataavec un homme de Justice(Op. cit., vol. I, pp. 176-7). Di un capitano Concio che sposò una cortigiana romana per nome Vincenza Capista, narra ilDomenichi,Facetie, motti, ecc., p. 234. Gian Francesco Ghiringhello, ricco gentiluomo di Milano, sposò la bellissima Caterina da San Celso,virtuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con castigata pronunzia di versi volgari(Bandello,Novelle, parte IV, nov. 9, dedicatoria). Pietro Aretino scagliò un arrabbiatissimo sonetto contro il conte Ercole Rangone, ch’era in punto di sposare l’Angiola greca (Trucchi,Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 212). NellaTrinozziadelContile, due cortigiane ricche, Laide ed Ersilia, sposano due servitori, ma perchè innamorate, non perchè non possano trovare miglior partito.459.Ragionamento fra il Zoppino, ecc., p. 448.460.A un’altra Imperia, veneziana, fu fatto l’epitafio seguente:Imperia imperio cum res hominesque tenerem,Hoc volui juvenis condier in tumulo.Franciscus Swertius,Epitaphia joco-seria, Colonia, 1645, p. 115.461.Gregorovius,Lucrezia Borgia, 1ª ediz., Stoccarda, 1874-5, vol. I, p. 89.462.Cian,Op. cit., pp. 35-6.463.Lo negò, per esempio ilCorradi,Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento, negliAnnali universali di medicina e chirurgia, vol. 269 (1884), pp. 319-20.464.Sostenne ilCanellochel’aumentare delle prostitute, e il loro affinarsi in signore e cortigianenel Cinquecento,accenna già chiaramente al sentito bisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia. (VediStoria della letteratura italiana nel secolo XVI, Milano, 1880, pp. 23-5). Ma tale bisogno è esso veramente e comunemente sentito in quel secolo? mi par dubbio assai; mi sembra che le prove che il Canello credeva di scorgerne siano assai più apparenti che reali. In nessun secolo si scrissero contro il matrimonio tanti trattati, tanti discorsi, tanti altri componimenti di varia forma quanti se ne scrissero nel Cinquecento. A volerne fare il catalogo si potrebbero riempiere più quaderni agevolmente. Non considerò il Canello che il cresciuto numero e le cresciute attrattive delle prostitute, se giovavano, per un verso, alla famiglia, con far minore intorno alle donne maritate la ressa degli insidiatori, per un altro verso nocevano, stogliendo dal matrimonio molti più celibi, e porgendo agli ammogliati molte più occasioni, e più gradite, di mancare alla fede conjugale. Non considerò inoltre che secondo certi principii, ai quali pur s’informava in quel secolo il culto della donna, lo stato matrimoniale appariva a molti quasi macchiato di una nota d’indegnità. Dice Michele Barozzi nelDialogo della dignità delle donnedelloSperoni(Opere, edizione cit., vol. I, p. 51), che l’amore è quello che naturalmente fa le donne signore degli uomini, e che le leggi civili,creature del vulgo, «solamente avendo riguardo a’ figliuoli, che a beneficio della repubblica le nostre donne ci partoriscono, quei dolci nomi d’innamorato e d’innamorata derivati da amore, scioccamente in due strane ed odiose parole, moglie e marito, di convertire deliberarono». Del resto si tratta di sapere, non quanto la prostituzione elegante del Cinquecento abbia giovato o nociuto alla famiglia, ma quali furono le cause che la promossero. Ora, tra queste cause, che io mi sono studiato d’indicare, confesso che non mi viene fatto di scoprire ilbisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia.465.Si comprende facilmente a quali strane contraddizioni dovesse dar luogo la devozione alle prese col meretricio. La già più volte ricordata Nanna ammonisce a questo modo la figliuola: «Veniamo a le divozioni utili al corpo ed a l’anima. Io voglio che tu digiuni, non il sabbato, come le altre puttane, le quali vogliono essere da più del Testamento Vecchio, ma tutte le vigilie, tutte le Quattro Tempora, e tutti i venerdì di Marzo; e dà nome che in così sante notti non dormi con persona. In tanto vendile nascosamente a chi più ne dà, guardando che i tuoi amanti non ti colghino in frodo». (Aretino, Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 252). Una delle interlocutrici della Puttana errante in prosa, accingendosi a dar conto di mille turpitudini alla sua degna amica, avverte: «oggi è sabbato, nel quale dì, per la riverenza della Madre del Salvadore, non mi lascio abbracciare da alcuno». Nè si creda perciò che quella devozione non fosse sincera. Beatrice da Ferrara, saputo che Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, era ferito in Ancona, gli scrisse una lettera, dove, con alternazione delle più strane e, diciam pure, delle più comiche, con la più curiosa delle promiscuità, parla di ogni sorta di sudicieria, e in pari tempo della Settimana Santa, della sua confessione, delle preghiere fatte da lei a Dio per la salute dell’ill.moSignor Duca, del voto fatto di andare in pellegrinaggio a Loreto, quando l’ill.moSignor Duca fosse pienamente guarito. (Lettere di cortigiane del secolo XVI, lettera XXXIV, pp. 81-5). Nella commedia delContileintitolataLa Pescara(Milano, 1550), dice la Martinella cortigiana a Marcello servo (atto I, sc. 5): «sai pur che non sono di quelle sfacciate. Odo la messa una volta il mese, dico la corona, e perchè sono anch’io di buon sangue voglio diece scudi di chi si vuol meco impacciare».466.Fortini,Novelle, 2. Della Bice da Prato si dice neiGermini:è d’ogni peccato netta e mondaSempre il suo ufiziuol la porta allato.467.Vedi la già citata lettera di Beatrice da Ferrara a Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino,Lettere di cortigiane, ecc., p. 81. Di una di tali monache novelle narra un lepido casetto ilBrantôme,Op. cit., vol. II, p. 190. A una signora Imperia scriveva ilCalmoper dissuaderla dal farsi monaca (Le lettere, l. IV, lett. 28, p. 314). La cortigiana Lucrezia lascia la mala vita in uno dei Colloquii diErasmo da Rotterdam(Colloquium adolescenti et scorti). Spesso la conversione era solo apparente: vediGiraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 1 dell’Introduzione. NellaTariffaè ricordata una certa Filomena, che fattasi monaca, tornò poi a fare la cortigiana. La Nanna deiRagionamentidell’Aretino era stata monaca, e di una Paolina,monaca smantata, è ricordo nel citatoTrionfo della lussuria. Il dare ad intendere di volersi far monaca, e l’assoggettarsi ad alcuna pratica devota erano, alle volte, astuzie e spedienti del mestiere. La cortigiana del Du Bellay dice, parlando degli amanti suoi:Conclusion, j’avois mille receptes,Pour leur tirer les quatrins de la main:Ores faignant de me faire nonnain,Etc.Anzi, un bel giorno, presa da subito pentimento, entrò nelle Convertite; ma di lì a poco, pentita d’essersi pentita, tornò alla usanza di prima. Il poeta francese Gillebert compose due carmi latini, l’uno in nome di una cortigiana romana che lasciava il vizio e si faceva monaca, l’altro in nome della stessa cortigiana, che disertava il chiostro e tornava all’antica vita. La Nanna dell’Aretino, per meglio pelare i suoi amici, diede voce d’essersi convertita, e si fece murare in camposanto, e così pure adoperò l’Ordega, spagnuola (Aretino,Cortegiana, atto IV, sc. 2).468.UnAvvisodi Roma, spedito ai 28 di marzo del 1556, anno secondo del pontificato di Paolo IV, contiene la seguente curiosa notizia: «Predica a S. Apostolo maestro Franceschino da Ferrara, il quale ha una grandissima audienza, e giovedì, correndo l’Evangelio che correva, furono comandate tutte le cortigiane a voler andare a udir la predica, nella quale per il mezo suo il Sig. Dio operò tanto che 82, parte volontariamente e con molte lagrime, e parte per esortazione si presentarono dopo la predica al predicatore, e si feciono scrivere per pentite della vita loro, e di voler andare chi in un monastero, e chi voler maritarsi e viver da donne da bene. E fu bel vedere la carità delle gentildonne Romane in riceverle in chiesa presso di loro, accarezzarle, persuaderle, condurle dal predicatore, e menarsele a casa per levarle dall’occasione del male. Il Sig. Dio doni lor grazia di perseverare e confirmarsi in così buono proposito. Un altro giorno se ne convertirono altrettante». (Pubblicato nelZibaldone: Notizie, aneddoti, curiosità e documenti inediti o rari, anno I, 1888, num. 1, pp. 4-5). Ma le signore cortigiane non sempre si mostrarono così docili. In un altro Avviso di Roma, del 30 novembre 1566, si legge: «Domenica passata furono intimate tutte le cortigiane che alle 20 ore andassero alla predica in Santo Ambrogio. Lì predicò un trentino, che salito in pulpito, cominciorono a romeggiare (romoreggiare?) fra loro, ed a far ridere, di modo che ’l buon padre rise anch’egli un pezzo: pur alla fine disse la buona mente di Sua Santità, solicitò alla salute delle anime loro, e le esortava a lasciar il pecato, e se si volevano maritare, e quelle non avevano il modo, le averia agiutate a darli la dote. Li birri stetero alla porta della chiesa, acciò non entrassero alcuno omo, ma ve n’erano da fuori da due mila». Il 15 marzo 1567, accennando ad altra predica, Giacomo Frangipane scriveva al Duca di Mantova: «Mentre il predicatore che predicò in sant’Ambrogio alle cortigiane, riprendeva la vita loro e le esortava al ben fare, una, chiamata Nina da Prato, levatasi in piedi, cominciò a ribuffarlo, con dire che l’uffizio suo era di declarare lo evangelio, e non biasimar la vita loro: onde subito fu presa, e questa mattina è stata frustata». (Bertolotti,Art. cit., p. 513, docum. IX e X).469.Franco,Le pístole vulgari, Venezia, 1542, ff. 187 v. a 188 r.;Lando,Sette libri de cataloghi, ecc., Venezia, 1552, p. 23.470.Commentario delle più notabili e mostruose cose d’Italia e di altri luoghi, Venezia, 1550, f. 76 r. NelTrionfo della lussuriamaestro Andrea dice all’autore, additandogli una schiera di cortigiane:Vedi quelle che fur dette signore,Tanto superbe in la romana corteChe a pena a Dio se dava tanto onore.471.Rainaldi,Annales ecclesiastici, t. XXX, p. 152. L’usanza non ebbe a cessar così presto, e non doveva essere molto lungi dal veroAgrippa di Nettesheim, quando affermava che i prelati in Roma avevano tra gli altri benefizii, anche i redditi che traevano dai postriboli (De incert. et van. omn. scient., cap. LXIV).472.Ap.Eccard,Corpus historicorum medii aevi, t. II, p. 1997.473.Si trova nelle varie stampe delTerzo libro dell’opere burlesche diM. Francesco Bernie di altri. Sembra che le cortigiane di Roma non lasciassero di far gazzarra nemmeno negli anni santi. Ai 7 di febbrajo del 1525, anno di Giubileo, Francesco Gonzaga, ambasciatore del Duca di Mantova a Roma, scriveva a Jacopo Calandra, segretario del medesimo Duca: «Noi stemo qui menando vita veramente religiosa, però che par un convento di frati, che vivesi in un’osservanzia mirabile; eccetto che le cortigiane non mancano de l’officio loro, ancor che parà che mal si convenga in questo anno santo; ma tanto seria possibile a dar rimedio a questo, quanto ad levar la proprietà a le cose produtte da la natura; sicchè è forza che il mondo vaddi in questa parte secondo il solito». (A. Baschet,Documenti inediti su Pietro Aretino, inArch. stor. ital., serie III, t. III, parte 2ª, p. 121). Se dunque mancavano alla corte di Roma le nobili e colte dame, come lamentava ilBibbienain una sua lettera a Giuliano de’ Medici (Lettere di principi, Venezia, 1581, lib. I, f. 16 v.) tale mancamento non era in tutto senza compenso.474.La Via dei Banchi era allora la principale di Roma, e perciò la più frequentata dalle cortigiane. Delle cortigiane più famose che vissero in Roma nella prima e nella seconda metà del Cinquecento, si han notizie parecchie, e si potrebbe, volendo, farne l’elenco. Di quelle che fiorirono ai tempi di Leone X reca i nomi il già citatoCensimento. Per gli anni che seguono ne ricordano molte ilRagionamento fra il Zoppino fatto frate, ecc., ilTrionfo della lussuria di maestro Pasquino, dove assai terzine sono spese in farne la enumerazione; l’introvabile libro intitolatoAngitia cortigiana, De la natura del cortigiano, Roma, 1540. (Alcuni estratti inŒuvres choisies deP. Arétin,traduites de l’italien pour la première fois avec des notes parP. L. Jacobbibliophile, Parigi, 1845). Per la seconda metà del secolo si hanno alcuni nomi in una lettera delCalmo,Alla Signora Romana, Le lettere, I, IV, lett. 13, p. 279.475.Diarii, t. VIII, col. 414.476.Pasquillorum tomi duo, Basilea, 1544, t. I, p. 23. Più altri tolsero da quei due nomi di Venezia e di Venere occasione di bisticcio. Delle donne veneziane disse il franceseGermano Audebert, nel suo poemaVenetiae, l. I (ediz. di Venezia, 1583, p. 15):Veneres discrimine parvoEt Venetae distant.Un altro francese,Stefano Pasquier, dice nel l. II delle sueIcones, parlandoDe Venetiarum urbe:Hanc Venus at lepidam se transformavit in urbem;Viveret ut mediis fluctibus, orta salo.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Hinc Venus est omnem late diffusa per urbem,. . . . . . . . . . . . . . . . . .Sic Veneres Venetas licet appellare puellas.Dello strabocchevole numero delle cortigiane veneziane molti fanno ricordo. Parlando di Venezia appunto, dice il Gentiluomo nella Tariffa,Che quante rane ha in sè palustre fondoE la terra formiche, o fiori i prati,Quando l’Aprile è più vago e giocondo,Tante sono puttane in tutti i lati,De quai veggiam talor più folta schiera,Che di vacche e di buoi per li mercati.Ciò che conferma ilBandello, dicendo essere in Veneziaun infinito numero di puttane(Novelle, parte III, nov. 31), e conferma ilGiraldi Cinzio, notando Venezia essereabbondevole di quella sorte di donne che cortigiane son dette(Ecatommiti, deca VI, nov. 7). Le carampane erano case abitate da meretrici di bassa mano, a Rialto. Per l’ordinamento che ci si osservava vediGirolamo Bardi,Delle cose notabili di Venetia, libri II, Venezia, 1587, p. 24. Vedi ancheGallicciolli,Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, Venezia, 1795, vol. VI, pp. 148-50;Tassini,Curiosità veneziane, 4ª edizione, Venezia, 1887, pp. 145-6, eCenni storici e leggi circa il libertinaggio in Venezia, Venezia, 1886, pp. 15-6, 25-8. Le cortigiane si mantennero assai numerose nella città delle lagune anche nel secolo XVII. In sul principio di esso il viaggiatore inglese Tommaso Coryate riferiva una voce che faceva ascendere a 30000 il numero di quelle che dimoravano nella città e luoghi circonvicini, e diceva che da tutte le parti della cristianità accorrevano i forestieri desiderosi di vederle e di praticarle. Senza dubbio in quel numero, dato pure che non sia esagerato, erano comprese tutte le meretrici, d’ogni grado e condizione. Sul finire del secolo, il francese Alessandro Toussaint Limojon de Sainct-Didier affermava nessuna città poter gareggiare con Venezia quanto a cortigiane. A mezzo il secolo XVIII Carlo De Brosses trovava ancora in Venezia due volte più cortigiane che in Parigi, e notava espressamente:elles sont fori employées.477.Il Candelajo, atto V, sc. 18. Non era così altrove. In Firenze, per esempio, dovevano pagar la tassa ogni mese, puntualmente (Cecchi,Il Martello, atto II, sc. 2). Nè in Venezia stessa andarono sempre immuni da tasse. Nel 1514 fu loro imposto un balzello per riparare all’interramento dell’Arsenale, e se ne ricavò grande quantità di denari.478.Calmo,Le lettere, l. IV, lett. 13, p. 278.479.La Ruffiana, Venezia, 1568 (la prima stampa è del 1542), atto I, scena 1.480.Le lettere, l. IV, lett. 13, p. 279.481.Fu vietato l’abuso il 14 luglio 1578, poi di nuovo il 16 marzo 1582 (Leggi e memorie venete, ecc., pp. 121-2, 125).482.Novelle, parte III, nov. 31. Un’usanza simile pare, per altro, non fosse sconosciuta a Roma, secondo si ha da un luogo dellaVieille courtisanedelDu Bellay.483.Op. cit., vol. II, pag. 31.484.Leggi e memorie venete, ecc., 268. Non mi fu possibile aver notizia di un libro diN. Guttery, intitolatoLa Priapeja, al magn. sig. L. D. M. M. D. C., s. l., ma probabilmente Parigi, 1586. IlBrunet, che lo registra (Manuel du libraire, ed. 5ª, vol. II, col. 1832), dice che esso contieneune conversation entre quatre courtisanes vénitiennes, dans le goût desRagionamentide l’Arétin. Ci si dovrebbero trovare notizie curiose e importanti sulla vita delle cortigiane in Venezia. DiceAgrippa di Netthesheimnel già citato suo libroDe incert. et vanit. omn. scient., c. LXIII: «Vidi ego nuper atque legi sub tituloCortesanaeitalica lingua editum et Venetiis typis excusum de arte meretricia dialogum utriusque Veneris omnium flagitiosissimum dignissimumque qui ipse cum autore ardeat». Non so a quale composizione egli possa alludere, essendo stato stampato il suo libro nel 1530.485.Parte I, nov. 4.486.Notizie copiose della Veronica diedero: ilCicognanei vol. V e VI delleInscrizioni veneziane, Venezia, 1824-53, eG. Tassini,Veronica Franco celebre poetessa e cortigiana del secolo XVI, Venezia, 2ª edizione, 1888. Il Tassini corresse parecchi errori in cui erano incorsi i biografi prima di lui; ma il suo lavoro è, per altri rispetti, assai manchevole. Nè dalle pagine sue, del resto, nè da quelle del Cicogna, si vede venir fuori la figura della cortigiana letterata. Parlarono inoltre della Franco, ma assai fugacemente ed inesattamente, ilDella Chiesa, nelTeatro delle donne letterate;Giovanni Degli Agostini, nelleNotizie istorico-critiche intorno la vita e le opere degli scrittori viniziani; ilGamba, neiRitratti di dodici illustri donne veneziane;Enrico Levi Cattelani, in uno scritto intitolatoVenezia e le sue letterate nei secoli XV e XVI, Rivista europea, nuova serie, volume XV, e alcun altro che non giova ricordare. Non ha valore di sorta un articoletto dal titoloVéronique Franco, Henri III et Montaigne, nelBulletin du bibliophile et du bibliothécaire, 1886.487.Scudo con figurate in una fascia quattro stelle e tre monticelli sotto.488.Vedi questo primo testamento della Veronica pubblicato dalTassini,Op. cit., pp. 66-71.489.Lettere familiari a diversi della S.Veronica Franca, senza alcuna nota tipografica, lett. XXIX, pag. 58. Il padre è menzionato anche in un secondo testamento, del 1570, pubblicato pure dalTassini,Op. cit., pp. 72-80.490.Dal secondo testamento si ha che la madre era già morta nel 1570; perciò è da porre prima di quell’anno la compilazione delCatalogo.491.Lettera VII, p. 12.492.Questo ritratto fu riprodotto dalGambainAlcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane, dalMutinellinegliAnnali urbani di Venezia nel secolo XVI, e ultimamente dalTassini,Op. cit.493.Terze rime diVeronica Franca, s. l. ed a., ma in Venezia, circa il 1575, come si rileva dall’epistola dedicatoria, di cui avrò a dire più là. Capitolo XVI.494.Capitolo VII.495.Capitolo I.496.Capitolo VII.497.Lettera XLVIII, pp. 83-4.498.Capitolo XVI.499.Lettera XIII, p. 21; XIV, p. 21.500.Lettera XLIX, pp. 84-5.501.Capitolo XX.502.Baldessar Castiglione,Il Cortegiano, l. I, ediz. di Firenze, 1854, p. 64.503.Lo scritto diPietro Selvatico,Veronica Franco e il Tintoretto, nel volumeL’arte nella vita degli artisti, Firenze, 1870, è tutto un romanzetto assai scipito.504.Capitolo alla Franca, nel cod. Marc. Ital. IX, 173, già citato, f. 410 r.505.Capitolo XX.506.Lettera VII, p. 11.507.Lettere XXXV, pp. 63-4; XLVII, pp. 80-1; LI, pp. 86-7.508.Ultimamente il signorA. Borzelliin un articoletto intitolatoPer Veronica Franco, e inserito nellaPolemicadi Napoli, anno I, numero 4, sostenne che la Veronica Franco del Catalogo non può essere quella stessa delle terze rime e delle lettere; ma in sostener ciò prese alcuni solennissimi granchi. Egli continua ad assegnare la nascita della Veronica all’anno 1553 o 1554, mentre son degli anni parecchi che fa dal Tassini provato che la Veronica nacque nel 1546. Confondendo ilCatalogocon laTariffain versi, egli assegna a quello la data del 1535, che è la data della prima stampa di questa. Trovando nelCatalogoscritto Veronica Franca e non Franco, insiste su questa diversità, mostrando di non sapere che si usava nel Cinquecento dar desinenza femminile ai cognomi quando si parlava di donna, dicendosi la Trivulzia, la Orsina, ecc. Finalmente egli sostiene che cortigiane come Veronica Franco e Tullia d’Aragonanon venivano messe in lista con la relativa tariffa per certi favori: ora, a farlo apposta, la Tullia è messa in lista nellaTariffacol prezzo di scudi sette. Del resto, prima del signor Borzelli altri cadde, in parte, nei medesimi errori, e per ciò vediRossi,Le lettere del Calmo, Introduzione, p.CVI.509.Nel già citato codice Marciano si leggono (ff. 253 v. a 254 r.) una nota e un sonetto che possono forse avvalorare la congettura di un disgusto sopravvenuto tra il Veniero e la Veronica, senza però lasciarne intendere le ragioni. Trascrivo.Sonetto dicesi del Venier. Sopra el retratto e l’impresa de Veronica Franca, fatto l’anno del giubileo in Roma. Vi era il ritratto in stampa di rame, e la sua impresa che era una favella accesa col motto:AGITATAQUE CRESCIT;e intorno al retratto vi era scritto:ANNO AETATIS SUAE XXV.SONETTO.El retratto e la impresa è bona e bella:L’un perchè el le somegia in quanto brutto;L’altro che in le puttane Amor fa luttoPer Amor, e fa fuogo in la facella;Che l’arde solamente quanto ch’ellaDal moto e dal scorlar riceve agiuto;Così chi vuol da vaca aver construttoDiè strapazzarla in questa parte e in quella.Mi trovo in tel retratto un sol error,Ch’è de importanza assae, tanto pi quantoNon puol gnianche conzar el depentor.Ch’el tempo è, se no pi, do volte tanto:Pur ghe è via de salvarlo, e con so onor,De dir che l’è stampà l’altro anno santo.La nota non dice per altro che quel Veniero fosse Marco, e se a Domenico non è da pensare, potrebbe anche essere stato quel Maffeo ch’ebbe a padre Lorenzo, autore dellaZaffetta, e che fu poi vescovo di Corfù. Molte poesie di lui, o a lui attribuite, contiene il codice in discorso. L’ultima parte del sonetto ha qualche parte di vero insieme con molta e maligna esagerazione. Nel 1575, anno di giubileo, la Veronica non aveva più venticinque anni, ma non aveva ancora oltrepassati i trenta. Il ritratto di cui qui si parla non può essere tutt’uno con quello di cui dà una breve descrizione ilDegli Agostini(Op. cit., vol. II, p. 616), e che recava, insieme con la fiaccola e il motto, la scritta:Veronica Franco ann. xxiii. mdlxxvi; o se pure è tutt’uno con esso, e se la diversità, solo apparente, nasce da errore in quella indicazione di numeri, tale errore non può essere che dello storico, mentre l’accenno al giubileo toglie che si possa imputare al poeta. Del resto, nella nota che accompagna il sonetto, non s’intende bene se quelle parolefatto l’anno del giubileo in Romavogliano dire che il ritratto fu fatto in quell’anno in Roma, o che in Roma fu fatto il sonetto, o che il ritratto o il sonetto fu fatto nell’anno che in Roma si festeggiava il giubileo.510.Capitolo II.511.Capitolo VIII.512.Capitolo XV.513.Capitolo XX.514.Capitoli XXI e XXII.515.Capitolo XIX.516.Lettera XIX, pp. 35-6.517.Capitolo VIII.518.Lettera XX, pp. 37-8.519.Capitoli IX, X, XI, XII.520.Lettera XXXVI, p. 67.521.Capitolo XVII.522.Lettera XLIX, pp. 84-5.523.Capitoli XIII e XIV.524.Nel testamento del 1564 la Veronica diceva ingenuamente: «Lasso a m. Jac.mode’ Baballi el figliuolo, over figliuola che nasceranno de mi come a suo padre; sia o non sia, Signor Dio scià il tutto». Nel secondo testamento, fatto, come s’è veduto, sei anni dopo, il 1º novembre 1570, ella dice: «Achille mio fiol e di m. Jacomo Baballi Raguseo, il qual, quanto a me, credo sii suo fiolo». Il dubbio ch’ella aveva potevano avere anche altri, e in esso forse è da cercare la ragione di certe disposizioni contenute nel testamento che nell’aprile di quel medesimo anno aveva dettato Lodovico Ramberti, famoso nelle storie veneziane per aver sottratto a morte atroce e infamante il proprio fratello mediante un veleno somministratogli in carcere. Costui legava ad Achilletto,fio de mª Veronica Franco(senz’altro) parte della sua sostanza, lasciandone usufruttuaria la madre sino a che il figlio avesse raggiunto l’età maggiore, e provvedendo a che Achilletto potesse avere un compenso, nel caso che la madre, testando, favorisse un altro figliuolo più di lui. La Veronica poi indicava il Ramberti quale uno de’ suoi esecutori testamentarii.525.Di questo secondo figliuolo, chiamato Enea, è ricordo nel secondo testamento, ed è da notare che circa la paternità di Andrea Tron la Veronica non mostra il dubbio che mostra per quella di Jacopo de’ Baballi.526.Non è peraltro da tacere che tra le male usanze delle cortigiane c’era anche quella di simulare gravidanze e parti, e a qual fine s’intende facilmente. La Nanna dell’Aretino poi così parla dell’uso loro di prendere bambine negli ospedali: «e scelta la più bella bambina, che ivi venga, se la allevano per figliuola; e la tolgono di una età che appunto fiorisce ne lo sfiorire de la loro, e gli pongono uno de’ più belli nomi che si trovino, il quale mutano tutto dì, nè mai un forastiere può sapere qual sia il suo nome dritto: ora si fanno chiamare Giulie, ora Laure, ora Lucrezie, or Cassandre, or Porzie, or Virginie, or Pantaselee, or Prudenzie, e ora Cornelie; e per una che abbia madre, come sono io de la Pippa, un migliajo sono tolte da gli spedali». (Ragionamenti, parte I, giornata III, p. 151). La cortigiana del Du Bellay, enumerando gl’inganni che usava agli amanti, dice:Aucunefois je me faisois enceinte.527.Capitolo VIII.528.Lettera XXI, pp. 38-40, al Tintoretto.529.Lettere XXVIII, pp. 54-7; XXIX, pp. 57-9.530.Lettere XXXIII, pp. 63-4; VII bis, pp. 13-4.531.Lettere X, p. 17; XXIII, pp. 47-8; XXVI, pp. 50-2; XXXIV, pag. 65.532.Lettera XLVI, p. 79.533.Lettera XXIV, pp. 48-9.534.Lettere VII, p. 11; XLIX, p. 84.535.Lettera XXV, pp. 49-50.536.Lettere XXXVII, pp. 67-9; XXXVIII, pp. 69-70.537.Nell’Archivio Gonzaga, per altro, non si conserva documento alcuno concernente la Veronica. Così mi assicura Alessandro Luzio.
454.Invecchiata la cortigiana del Du Bellay, la quale aveva in giovinezza guadagnato ciò che aveva voluto, campa filando, facendo il bucato, trafficando stracci, preparando belletti e acque medicate, vendendo, secondo le occasioni, frutta, erbe, ciambelle, e candeluzze le feste. Per giunta ella soffre di renella, di gotta, di tosse e di qualche altro male. Abita in una stanzetta d’osteria, e ha sulle braccia una figlioletta, bambina ancora. Più d’una cortigiana finì in una di quelle carriuole da rattrappiti, chiedendo l’elemosina per l’amor di Dio. La Pierina deiGermini, che ci si è condotta, dice:A gran trionfo il lastrico m’aspetta:Braccio m’ha fatto far la cassettinaPer pormi poi co’ poveri a l’offerta.
454.Invecchiata la cortigiana del Du Bellay, la quale aveva in giovinezza guadagnato ciò che aveva voluto, campa filando, facendo il bucato, trafficando stracci, preparando belletti e acque medicate, vendendo, secondo le occasioni, frutta, erbe, ciambelle, e candeluzze le feste. Per giunta ella soffre di renella, di gotta, di tosse e di qualche altro male. Abita in una stanzetta d’osteria, e ha sulle braccia una figlioletta, bambina ancora. Più d’una cortigiana finì in una di quelle carriuole da rattrappiti, chiedendo l’elemosina per l’amor di Dio. La Pierina deiGermini, che ci si è condotta, dice:
A gran trionfo il lastrico m’aspetta:Braccio m’ha fatto far la cassettinaPer pormi poi co’ poveri a l’offerta.
A gran trionfo il lastrico m’aspetta:Braccio m’ha fatto far la cassettinaPer pormi poi co’ poveri a l’offerta.
A gran trionfo il lastrico m’aspetta:
Braccio m’ha fatto far la cassettina
Per pormi poi co’ poveri a l’offerta.
455.A. Corvisieri,Il testamento di Tullia d’Aragona, inFanfulla della Domenica, anno VIII (1886), num. 5.
455.A. Corvisieri,Il testamento di Tullia d’Aragona, inFanfulla della Domenica, anno VIII (1886), num. 5.
456.Niccolò Franco,Dialoghi piacevoli, Venezia, 1541, dialogo IV, f. 67 r.
456.Niccolò Franco,Dialoghi piacevoli, Venezia, 1541, dialogo IV, f. 67 r.
457.Tra lePoesie da fuocogià citate è unLamento d’Ellena Ballarina: vedi più oltre, appendice A, ilLamento della Cortigiana ferrarese.
457.Tra lePoesie da fuocogià citate è unLamento d’Ellena Ballarina: vedi più oltre, appendice A, ilLamento della Cortigiana ferrarese.
458.E così fece la Tullia, sul cui matrimonio non può ora cader più dubbio. Ella sposò in Siena, nei 1553, un Silvestro Guicciardi da Ferrara, di cui non si sa altro. In grazia principalmente di tal matrimonio, dovette ella, l’anno di poi, esser tolta dal ruolo delle meretrici.V. Bongi,Documenti senesi su Tullia d’Aragona, inRivista critica d. lett. ital., anno IV (1887), p. 187. Il Brantôme afferma che in Italia era frequente il caso di uomini che sposavano cortigiane, e racconta di certa Faustina, della quale s’innamorò la prima volta che fu in Roma, e che rivide poi maritataavec un homme de Justice(Op. cit., vol. I, pp. 176-7). Di un capitano Concio che sposò una cortigiana romana per nome Vincenza Capista, narra ilDomenichi,Facetie, motti, ecc., p. 234. Gian Francesco Ghiringhello, ricco gentiluomo di Milano, sposò la bellissima Caterina da San Celso,virtuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con castigata pronunzia di versi volgari(Bandello,Novelle, parte IV, nov. 9, dedicatoria). Pietro Aretino scagliò un arrabbiatissimo sonetto contro il conte Ercole Rangone, ch’era in punto di sposare l’Angiola greca (Trucchi,Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 212). NellaTrinozziadelContile, due cortigiane ricche, Laide ed Ersilia, sposano due servitori, ma perchè innamorate, non perchè non possano trovare miglior partito.
458.E così fece la Tullia, sul cui matrimonio non può ora cader più dubbio. Ella sposò in Siena, nei 1553, un Silvestro Guicciardi da Ferrara, di cui non si sa altro. In grazia principalmente di tal matrimonio, dovette ella, l’anno di poi, esser tolta dal ruolo delle meretrici.V. Bongi,Documenti senesi su Tullia d’Aragona, inRivista critica d. lett. ital., anno IV (1887), p. 187. Il Brantôme afferma che in Italia era frequente il caso di uomini che sposavano cortigiane, e racconta di certa Faustina, della quale s’innamorò la prima volta che fu in Roma, e che rivide poi maritataavec un homme de Justice(Op. cit., vol. I, pp. 176-7). Di un capitano Concio che sposò una cortigiana romana per nome Vincenza Capista, narra ilDomenichi,Facetie, motti, ecc., p. 234. Gian Francesco Ghiringhello, ricco gentiluomo di Milano, sposò la bellissima Caterina da San Celso,virtuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con castigata pronunzia di versi volgari(Bandello,Novelle, parte IV, nov. 9, dedicatoria). Pietro Aretino scagliò un arrabbiatissimo sonetto contro il conte Ercole Rangone, ch’era in punto di sposare l’Angiola greca (Trucchi,Poesie inedite, ecc., vol. III, p. 212). NellaTrinozziadelContile, due cortigiane ricche, Laide ed Ersilia, sposano due servitori, ma perchè innamorate, non perchè non possano trovare miglior partito.
459.Ragionamento fra il Zoppino, ecc., p. 448.
459.Ragionamento fra il Zoppino, ecc., p. 448.
460.A un’altra Imperia, veneziana, fu fatto l’epitafio seguente:Imperia imperio cum res hominesque tenerem,Hoc volui juvenis condier in tumulo.Franciscus Swertius,Epitaphia joco-seria, Colonia, 1645, p. 115.
460.A un’altra Imperia, veneziana, fu fatto l’epitafio seguente:
Imperia imperio cum res hominesque tenerem,Hoc volui juvenis condier in tumulo.
Imperia imperio cum res hominesque tenerem,Hoc volui juvenis condier in tumulo.
Imperia imperio cum res hominesque tenerem,
Hoc volui juvenis condier in tumulo.
Franciscus Swertius,Epitaphia joco-seria, Colonia, 1645, p. 115.
461.Gregorovius,Lucrezia Borgia, 1ª ediz., Stoccarda, 1874-5, vol. I, p. 89.
461.Gregorovius,Lucrezia Borgia, 1ª ediz., Stoccarda, 1874-5, vol. I, p. 89.
462.Cian,Op. cit., pp. 35-6.
462.Cian,Op. cit., pp. 35-6.
463.Lo negò, per esempio ilCorradi,Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento, negliAnnali universali di medicina e chirurgia, vol. 269 (1884), pp. 319-20.
463.Lo negò, per esempio ilCorradi,Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento, negliAnnali universali di medicina e chirurgia, vol. 269 (1884), pp. 319-20.
464.Sostenne ilCanellochel’aumentare delle prostitute, e il loro affinarsi in signore e cortigianenel Cinquecento,accenna già chiaramente al sentito bisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia. (VediStoria della letteratura italiana nel secolo XVI, Milano, 1880, pp. 23-5). Ma tale bisogno è esso veramente e comunemente sentito in quel secolo? mi par dubbio assai; mi sembra che le prove che il Canello credeva di scorgerne siano assai più apparenti che reali. In nessun secolo si scrissero contro il matrimonio tanti trattati, tanti discorsi, tanti altri componimenti di varia forma quanti se ne scrissero nel Cinquecento. A volerne fare il catalogo si potrebbero riempiere più quaderni agevolmente. Non considerò il Canello che il cresciuto numero e le cresciute attrattive delle prostitute, se giovavano, per un verso, alla famiglia, con far minore intorno alle donne maritate la ressa degli insidiatori, per un altro verso nocevano, stogliendo dal matrimonio molti più celibi, e porgendo agli ammogliati molte più occasioni, e più gradite, di mancare alla fede conjugale. Non considerò inoltre che secondo certi principii, ai quali pur s’informava in quel secolo il culto della donna, lo stato matrimoniale appariva a molti quasi macchiato di una nota d’indegnità. Dice Michele Barozzi nelDialogo della dignità delle donnedelloSperoni(Opere, edizione cit., vol. I, p. 51), che l’amore è quello che naturalmente fa le donne signore degli uomini, e che le leggi civili,creature del vulgo, «solamente avendo riguardo a’ figliuoli, che a beneficio della repubblica le nostre donne ci partoriscono, quei dolci nomi d’innamorato e d’innamorata derivati da amore, scioccamente in due strane ed odiose parole, moglie e marito, di convertire deliberarono». Del resto si tratta di sapere, non quanto la prostituzione elegante del Cinquecento abbia giovato o nociuto alla famiglia, ma quali furono le cause che la promossero. Ora, tra queste cause, che io mi sono studiato d’indicare, confesso che non mi viene fatto di scoprire ilbisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia.
464.Sostenne ilCanellochel’aumentare delle prostitute, e il loro affinarsi in signore e cortigianenel Cinquecento,accenna già chiaramente al sentito bisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia. (VediStoria della letteratura italiana nel secolo XVI, Milano, 1880, pp. 23-5). Ma tale bisogno è esso veramente e comunemente sentito in quel secolo? mi par dubbio assai; mi sembra che le prove che il Canello credeva di scorgerne siano assai più apparenti che reali. In nessun secolo si scrissero contro il matrimonio tanti trattati, tanti discorsi, tanti altri componimenti di varia forma quanti se ne scrissero nel Cinquecento. A volerne fare il catalogo si potrebbero riempiere più quaderni agevolmente. Non considerò il Canello che il cresciuto numero e le cresciute attrattive delle prostitute, se giovavano, per un verso, alla famiglia, con far minore intorno alle donne maritate la ressa degli insidiatori, per un altro verso nocevano, stogliendo dal matrimonio molti più celibi, e porgendo agli ammogliati molte più occasioni, e più gradite, di mancare alla fede conjugale. Non considerò inoltre che secondo certi principii, ai quali pur s’informava in quel secolo il culto della donna, lo stato matrimoniale appariva a molti quasi macchiato di una nota d’indegnità. Dice Michele Barozzi nelDialogo della dignità delle donnedelloSperoni(Opere, edizione cit., vol. I, p. 51), che l’amore è quello che naturalmente fa le donne signore degli uomini, e che le leggi civili,creature del vulgo, «solamente avendo riguardo a’ figliuoli, che a beneficio della repubblica le nostre donne ci partoriscono, quei dolci nomi d’innamorato e d’innamorata derivati da amore, scioccamente in due strane ed odiose parole, moglie e marito, di convertire deliberarono». Del resto si tratta di sapere, non quanto la prostituzione elegante del Cinquecento abbia giovato o nociuto alla famiglia, ma quali furono le cause che la promossero. Ora, tra queste cause, che io mi sono studiato d’indicare, confesso che non mi viene fatto di scoprire ilbisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia.
465.Si comprende facilmente a quali strane contraddizioni dovesse dar luogo la devozione alle prese col meretricio. La già più volte ricordata Nanna ammonisce a questo modo la figliuola: «Veniamo a le divozioni utili al corpo ed a l’anima. Io voglio che tu digiuni, non il sabbato, come le altre puttane, le quali vogliono essere da più del Testamento Vecchio, ma tutte le vigilie, tutte le Quattro Tempora, e tutti i venerdì di Marzo; e dà nome che in così sante notti non dormi con persona. In tanto vendile nascosamente a chi più ne dà, guardando che i tuoi amanti non ti colghino in frodo». (Aretino, Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 252). Una delle interlocutrici della Puttana errante in prosa, accingendosi a dar conto di mille turpitudini alla sua degna amica, avverte: «oggi è sabbato, nel quale dì, per la riverenza della Madre del Salvadore, non mi lascio abbracciare da alcuno». Nè si creda perciò che quella devozione non fosse sincera. Beatrice da Ferrara, saputo che Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, era ferito in Ancona, gli scrisse una lettera, dove, con alternazione delle più strane e, diciam pure, delle più comiche, con la più curiosa delle promiscuità, parla di ogni sorta di sudicieria, e in pari tempo della Settimana Santa, della sua confessione, delle preghiere fatte da lei a Dio per la salute dell’ill.moSignor Duca, del voto fatto di andare in pellegrinaggio a Loreto, quando l’ill.moSignor Duca fosse pienamente guarito. (Lettere di cortigiane del secolo XVI, lettera XXXIV, pp. 81-5). Nella commedia delContileintitolataLa Pescara(Milano, 1550), dice la Martinella cortigiana a Marcello servo (atto I, sc. 5): «sai pur che non sono di quelle sfacciate. Odo la messa una volta il mese, dico la corona, e perchè sono anch’io di buon sangue voglio diece scudi di chi si vuol meco impacciare».
465.Si comprende facilmente a quali strane contraddizioni dovesse dar luogo la devozione alle prese col meretricio. La già più volte ricordata Nanna ammonisce a questo modo la figliuola: «Veniamo a le divozioni utili al corpo ed a l’anima. Io voglio che tu digiuni, non il sabbato, come le altre puttane, le quali vogliono essere da più del Testamento Vecchio, ma tutte le vigilie, tutte le Quattro Tempora, e tutti i venerdì di Marzo; e dà nome che in così sante notti non dormi con persona. In tanto vendile nascosamente a chi più ne dà, guardando che i tuoi amanti non ti colghino in frodo». (Aretino, Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 252). Una delle interlocutrici della Puttana errante in prosa, accingendosi a dar conto di mille turpitudini alla sua degna amica, avverte: «oggi è sabbato, nel quale dì, per la riverenza della Madre del Salvadore, non mi lascio abbracciare da alcuno». Nè si creda perciò che quella devozione non fosse sincera. Beatrice da Ferrara, saputo che Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, era ferito in Ancona, gli scrisse una lettera, dove, con alternazione delle più strane e, diciam pure, delle più comiche, con la più curiosa delle promiscuità, parla di ogni sorta di sudicieria, e in pari tempo della Settimana Santa, della sua confessione, delle preghiere fatte da lei a Dio per la salute dell’ill.moSignor Duca, del voto fatto di andare in pellegrinaggio a Loreto, quando l’ill.moSignor Duca fosse pienamente guarito. (Lettere di cortigiane del secolo XVI, lettera XXXIV, pp. 81-5). Nella commedia delContileintitolataLa Pescara(Milano, 1550), dice la Martinella cortigiana a Marcello servo (atto I, sc. 5): «sai pur che non sono di quelle sfacciate. Odo la messa una volta il mese, dico la corona, e perchè sono anch’io di buon sangue voglio diece scudi di chi si vuol meco impacciare».
466.Fortini,Novelle, 2. Della Bice da Prato si dice neiGermini:è d’ogni peccato netta e mondaSempre il suo ufiziuol la porta allato.
466.Fortini,Novelle, 2. Della Bice da Prato si dice neiGermini:
è d’ogni peccato netta e mondaSempre il suo ufiziuol la porta allato.
è d’ogni peccato netta e mondaSempre il suo ufiziuol la porta allato.
è d’ogni peccato netta e monda
Sempre il suo ufiziuol la porta allato.
467.Vedi la già citata lettera di Beatrice da Ferrara a Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino,Lettere di cortigiane, ecc., p. 81. Di una di tali monache novelle narra un lepido casetto ilBrantôme,Op. cit., vol. II, p. 190. A una signora Imperia scriveva ilCalmoper dissuaderla dal farsi monaca (Le lettere, l. IV, lett. 28, p. 314). La cortigiana Lucrezia lascia la mala vita in uno dei Colloquii diErasmo da Rotterdam(Colloquium adolescenti et scorti). Spesso la conversione era solo apparente: vediGiraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 1 dell’Introduzione. NellaTariffaè ricordata una certa Filomena, che fattasi monaca, tornò poi a fare la cortigiana. La Nanna deiRagionamentidell’Aretino era stata monaca, e di una Paolina,monaca smantata, è ricordo nel citatoTrionfo della lussuria. Il dare ad intendere di volersi far monaca, e l’assoggettarsi ad alcuna pratica devota erano, alle volte, astuzie e spedienti del mestiere. La cortigiana del Du Bellay dice, parlando degli amanti suoi:Conclusion, j’avois mille receptes,Pour leur tirer les quatrins de la main:Ores faignant de me faire nonnain,Etc.Anzi, un bel giorno, presa da subito pentimento, entrò nelle Convertite; ma di lì a poco, pentita d’essersi pentita, tornò alla usanza di prima. Il poeta francese Gillebert compose due carmi latini, l’uno in nome di una cortigiana romana che lasciava il vizio e si faceva monaca, l’altro in nome della stessa cortigiana, che disertava il chiostro e tornava all’antica vita. La Nanna dell’Aretino, per meglio pelare i suoi amici, diede voce d’essersi convertita, e si fece murare in camposanto, e così pure adoperò l’Ordega, spagnuola (Aretino,Cortegiana, atto IV, sc. 2).
467.Vedi la già citata lettera di Beatrice da Ferrara a Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino,Lettere di cortigiane, ecc., p. 81. Di una di tali monache novelle narra un lepido casetto ilBrantôme,Op. cit., vol. II, p. 190. A una signora Imperia scriveva ilCalmoper dissuaderla dal farsi monaca (Le lettere, l. IV, lett. 28, p. 314). La cortigiana Lucrezia lascia la mala vita in uno dei Colloquii diErasmo da Rotterdam(Colloquium adolescenti et scorti). Spesso la conversione era solo apparente: vediGiraldi Cinzio,Ecatommiti, nov. 1 dell’Introduzione. NellaTariffaè ricordata una certa Filomena, che fattasi monaca, tornò poi a fare la cortigiana. La Nanna deiRagionamentidell’Aretino era stata monaca, e di una Paolina,monaca smantata, è ricordo nel citatoTrionfo della lussuria. Il dare ad intendere di volersi far monaca, e l’assoggettarsi ad alcuna pratica devota erano, alle volte, astuzie e spedienti del mestiere. La cortigiana del Du Bellay dice, parlando degli amanti suoi:
Conclusion, j’avois mille receptes,Pour leur tirer les quatrins de la main:Ores faignant de me faire nonnain,Etc.
Conclusion, j’avois mille receptes,Pour leur tirer les quatrins de la main:Ores faignant de me faire nonnain,Etc.
Conclusion, j’avois mille receptes,
Pour leur tirer les quatrins de la main:
Ores faignant de me faire nonnain,
Etc.
Anzi, un bel giorno, presa da subito pentimento, entrò nelle Convertite; ma di lì a poco, pentita d’essersi pentita, tornò alla usanza di prima. Il poeta francese Gillebert compose due carmi latini, l’uno in nome di una cortigiana romana che lasciava il vizio e si faceva monaca, l’altro in nome della stessa cortigiana, che disertava il chiostro e tornava all’antica vita. La Nanna dell’Aretino, per meglio pelare i suoi amici, diede voce d’essersi convertita, e si fece murare in camposanto, e così pure adoperò l’Ordega, spagnuola (Aretino,Cortegiana, atto IV, sc. 2).
468.UnAvvisodi Roma, spedito ai 28 di marzo del 1556, anno secondo del pontificato di Paolo IV, contiene la seguente curiosa notizia: «Predica a S. Apostolo maestro Franceschino da Ferrara, il quale ha una grandissima audienza, e giovedì, correndo l’Evangelio che correva, furono comandate tutte le cortigiane a voler andare a udir la predica, nella quale per il mezo suo il Sig. Dio operò tanto che 82, parte volontariamente e con molte lagrime, e parte per esortazione si presentarono dopo la predica al predicatore, e si feciono scrivere per pentite della vita loro, e di voler andare chi in un monastero, e chi voler maritarsi e viver da donne da bene. E fu bel vedere la carità delle gentildonne Romane in riceverle in chiesa presso di loro, accarezzarle, persuaderle, condurle dal predicatore, e menarsele a casa per levarle dall’occasione del male. Il Sig. Dio doni lor grazia di perseverare e confirmarsi in così buono proposito. Un altro giorno se ne convertirono altrettante». (Pubblicato nelZibaldone: Notizie, aneddoti, curiosità e documenti inediti o rari, anno I, 1888, num. 1, pp. 4-5). Ma le signore cortigiane non sempre si mostrarono così docili. In un altro Avviso di Roma, del 30 novembre 1566, si legge: «Domenica passata furono intimate tutte le cortigiane che alle 20 ore andassero alla predica in Santo Ambrogio. Lì predicò un trentino, che salito in pulpito, cominciorono a romeggiare (romoreggiare?) fra loro, ed a far ridere, di modo che ’l buon padre rise anch’egli un pezzo: pur alla fine disse la buona mente di Sua Santità, solicitò alla salute delle anime loro, e le esortava a lasciar il pecato, e se si volevano maritare, e quelle non avevano il modo, le averia agiutate a darli la dote. Li birri stetero alla porta della chiesa, acciò non entrassero alcuno omo, ma ve n’erano da fuori da due mila». Il 15 marzo 1567, accennando ad altra predica, Giacomo Frangipane scriveva al Duca di Mantova: «Mentre il predicatore che predicò in sant’Ambrogio alle cortigiane, riprendeva la vita loro e le esortava al ben fare, una, chiamata Nina da Prato, levatasi in piedi, cominciò a ribuffarlo, con dire che l’uffizio suo era di declarare lo evangelio, e non biasimar la vita loro: onde subito fu presa, e questa mattina è stata frustata». (Bertolotti,Art. cit., p. 513, docum. IX e X).
468.UnAvvisodi Roma, spedito ai 28 di marzo del 1556, anno secondo del pontificato di Paolo IV, contiene la seguente curiosa notizia: «Predica a S. Apostolo maestro Franceschino da Ferrara, il quale ha una grandissima audienza, e giovedì, correndo l’Evangelio che correva, furono comandate tutte le cortigiane a voler andare a udir la predica, nella quale per il mezo suo il Sig. Dio operò tanto che 82, parte volontariamente e con molte lagrime, e parte per esortazione si presentarono dopo la predica al predicatore, e si feciono scrivere per pentite della vita loro, e di voler andare chi in un monastero, e chi voler maritarsi e viver da donne da bene. E fu bel vedere la carità delle gentildonne Romane in riceverle in chiesa presso di loro, accarezzarle, persuaderle, condurle dal predicatore, e menarsele a casa per levarle dall’occasione del male. Il Sig. Dio doni lor grazia di perseverare e confirmarsi in così buono proposito. Un altro giorno se ne convertirono altrettante». (Pubblicato nelZibaldone: Notizie, aneddoti, curiosità e documenti inediti o rari, anno I, 1888, num. 1, pp. 4-5). Ma le signore cortigiane non sempre si mostrarono così docili. In un altro Avviso di Roma, del 30 novembre 1566, si legge: «Domenica passata furono intimate tutte le cortigiane che alle 20 ore andassero alla predica in Santo Ambrogio. Lì predicò un trentino, che salito in pulpito, cominciorono a romeggiare (romoreggiare?) fra loro, ed a far ridere, di modo che ’l buon padre rise anch’egli un pezzo: pur alla fine disse la buona mente di Sua Santità, solicitò alla salute delle anime loro, e le esortava a lasciar il pecato, e se si volevano maritare, e quelle non avevano il modo, le averia agiutate a darli la dote. Li birri stetero alla porta della chiesa, acciò non entrassero alcuno omo, ma ve n’erano da fuori da due mila». Il 15 marzo 1567, accennando ad altra predica, Giacomo Frangipane scriveva al Duca di Mantova: «Mentre il predicatore che predicò in sant’Ambrogio alle cortigiane, riprendeva la vita loro e le esortava al ben fare, una, chiamata Nina da Prato, levatasi in piedi, cominciò a ribuffarlo, con dire che l’uffizio suo era di declarare lo evangelio, e non biasimar la vita loro: onde subito fu presa, e questa mattina è stata frustata». (Bertolotti,Art. cit., p. 513, docum. IX e X).
469.Franco,Le pístole vulgari, Venezia, 1542, ff. 187 v. a 188 r.;Lando,Sette libri de cataloghi, ecc., Venezia, 1552, p. 23.
469.Franco,Le pístole vulgari, Venezia, 1542, ff. 187 v. a 188 r.;Lando,Sette libri de cataloghi, ecc., Venezia, 1552, p. 23.
470.Commentario delle più notabili e mostruose cose d’Italia e di altri luoghi, Venezia, 1550, f. 76 r. NelTrionfo della lussuriamaestro Andrea dice all’autore, additandogli una schiera di cortigiane:Vedi quelle che fur dette signore,Tanto superbe in la romana corteChe a pena a Dio se dava tanto onore.
470.Commentario delle più notabili e mostruose cose d’Italia e di altri luoghi, Venezia, 1550, f. 76 r. NelTrionfo della lussuriamaestro Andrea dice all’autore, additandogli una schiera di cortigiane:
Vedi quelle che fur dette signore,Tanto superbe in la romana corteChe a pena a Dio se dava tanto onore.
Vedi quelle che fur dette signore,Tanto superbe in la romana corteChe a pena a Dio se dava tanto onore.
Vedi quelle che fur dette signore,
Tanto superbe in la romana corte
Che a pena a Dio se dava tanto onore.
471.Rainaldi,Annales ecclesiastici, t. XXX, p. 152. L’usanza non ebbe a cessar così presto, e non doveva essere molto lungi dal veroAgrippa di Nettesheim, quando affermava che i prelati in Roma avevano tra gli altri benefizii, anche i redditi che traevano dai postriboli (De incert. et van. omn. scient., cap. LXIV).
471.Rainaldi,Annales ecclesiastici, t. XXX, p. 152. L’usanza non ebbe a cessar così presto, e non doveva essere molto lungi dal veroAgrippa di Nettesheim, quando affermava che i prelati in Roma avevano tra gli altri benefizii, anche i redditi che traevano dai postriboli (De incert. et van. omn. scient., cap. LXIV).
472.Ap.Eccard,Corpus historicorum medii aevi, t. II, p. 1997.
472.Ap.Eccard,Corpus historicorum medii aevi, t. II, p. 1997.
473.Si trova nelle varie stampe delTerzo libro dell’opere burlesche diM. Francesco Bernie di altri. Sembra che le cortigiane di Roma non lasciassero di far gazzarra nemmeno negli anni santi. Ai 7 di febbrajo del 1525, anno di Giubileo, Francesco Gonzaga, ambasciatore del Duca di Mantova a Roma, scriveva a Jacopo Calandra, segretario del medesimo Duca: «Noi stemo qui menando vita veramente religiosa, però che par un convento di frati, che vivesi in un’osservanzia mirabile; eccetto che le cortigiane non mancano de l’officio loro, ancor che parà che mal si convenga in questo anno santo; ma tanto seria possibile a dar rimedio a questo, quanto ad levar la proprietà a le cose produtte da la natura; sicchè è forza che il mondo vaddi in questa parte secondo il solito». (A. Baschet,Documenti inediti su Pietro Aretino, inArch. stor. ital., serie III, t. III, parte 2ª, p. 121). Se dunque mancavano alla corte di Roma le nobili e colte dame, come lamentava ilBibbienain una sua lettera a Giuliano de’ Medici (Lettere di principi, Venezia, 1581, lib. I, f. 16 v.) tale mancamento non era in tutto senza compenso.
473.Si trova nelle varie stampe delTerzo libro dell’opere burlesche diM. Francesco Bernie di altri. Sembra che le cortigiane di Roma non lasciassero di far gazzarra nemmeno negli anni santi. Ai 7 di febbrajo del 1525, anno di Giubileo, Francesco Gonzaga, ambasciatore del Duca di Mantova a Roma, scriveva a Jacopo Calandra, segretario del medesimo Duca: «Noi stemo qui menando vita veramente religiosa, però che par un convento di frati, che vivesi in un’osservanzia mirabile; eccetto che le cortigiane non mancano de l’officio loro, ancor che parà che mal si convenga in questo anno santo; ma tanto seria possibile a dar rimedio a questo, quanto ad levar la proprietà a le cose produtte da la natura; sicchè è forza che il mondo vaddi in questa parte secondo il solito». (A. Baschet,Documenti inediti su Pietro Aretino, inArch. stor. ital., serie III, t. III, parte 2ª, p. 121). Se dunque mancavano alla corte di Roma le nobili e colte dame, come lamentava ilBibbienain una sua lettera a Giuliano de’ Medici (Lettere di principi, Venezia, 1581, lib. I, f. 16 v.) tale mancamento non era in tutto senza compenso.
474.La Via dei Banchi era allora la principale di Roma, e perciò la più frequentata dalle cortigiane. Delle cortigiane più famose che vissero in Roma nella prima e nella seconda metà del Cinquecento, si han notizie parecchie, e si potrebbe, volendo, farne l’elenco. Di quelle che fiorirono ai tempi di Leone X reca i nomi il già citatoCensimento. Per gli anni che seguono ne ricordano molte ilRagionamento fra il Zoppino fatto frate, ecc., ilTrionfo della lussuria di maestro Pasquino, dove assai terzine sono spese in farne la enumerazione; l’introvabile libro intitolatoAngitia cortigiana, De la natura del cortigiano, Roma, 1540. (Alcuni estratti inŒuvres choisies deP. Arétin,traduites de l’italien pour la première fois avec des notes parP. L. Jacobbibliophile, Parigi, 1845). Per la seconda metà del secolo si hanno alcuni nomi in una lettera delCalmo,Alla Signora Romana, Le lettere, I, IV, lett. 13, p. 279.
474.La Via dei Banchi era allora la principale di Roma, e perciò la più frequentata dalle cortigiane. Delle cortigiane più famose che vissero in Roma nella prima e nella seconda metà del Cinquecento, si han notizie parecchie, e si potrebbe, volendo, farne l’elenco. Di quelle che fiorirono ai tempi di Leone X reca i nomi il già citatoCensimento. Per gli anni che seguono ne ricordano molte ilRagionamento fra il Zoppino fatto frate, ecc., ilTrionfo della lussuria di maestro Pasquino, dove assai terzine sono spese in farne la enumerazione; l’introvabile libro intitolatoAngitia cortigiana, De la natura del cortigiano, Roma, 1540. (Alcuni estratti inŒuvres choisies deP. Arétin,traduites de l’italien pour la première fois avec des notes parP. L. Jacobbibliophile, Parigi, 1845). Per la seconda metà del secolo si hanno alcuni nomi in una lettera delCalmo,Alla Signora Romana, Le lettere, I, IV, lett. 13, p. 279.
475.Diarii, t. VIII, col. 414.
475.Diarii, t. VIII, col. 414.
476.Pasquillorum tomi duo, Basilea, 1544, t. I, p. 23. Più altri tolsero da quei due nomi di Venezia e di Venere occasione di bisticcio. Delle donne veneziane disse il franceseGermano Audebert, nel suo poemaVenetiae, l. I (ediz. di Venezia, 1583, p. 15):Veneres discrimine parvoEt Venetae distant.Un altro francese,Stefano Pasquier, dice nel l. II delle sueIcones, parlandoDe Venetiarum urbe:Hanc Venus at lepidam se transformavit in urbem;Viveret ut mediis fluctibus, orta salo.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Hinc Venus est omnem late diffusa per urbem,. . . . . . . . . . . . . . . . . .Sic Veneres Venetas licet appellare puellas.Dello strabocchevole numero delle cortigiane veneziane molti fanno ricordo. Parlando di Venezia appunto, dice il Gentiluomo nella Tariffa,Che quante rane ha in sè palustre fondoE la terra formiche, o fiori i prati,Quando l’Aprile è più vago e giocondo,Tante sono puttane in tutti i lati,De quai veggiam talor più folta schiera,Che di vacche e di buoi per li mercati.Ciò che conferma ilBandello, dicendo essere in Veneziaun infinito numero di puttane(Novelle, parte III, nov. 31), e conferma ilGiraldi Cinzio, notando Venezia essereabbondevole di quella sorte di donne che cortigiane son dette(Ecatommiti, deca VI, nov. 7). Le carampane erano case abitate da meretrici di bassa mano, a Rialto. Per l’ordinamento che ci si osservava vediGirolamo Bardi,Delle cose notabili di Venetia, libri II, Venezia, 1587, p. 24. Vedi ancheGallicciolli,Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, Venezia, 1795, vol. VI, pp. 148-50;Tassini,Curiosità veneziane, 4ª edizione, Venezia, 1887, pp. 145-6, eCenni storici e leggi circa il libertinaggio in Venezia, Venezia, 1886, pp. 15-6, 25-8. Le cortigiane si mantennero assai numerose nella città delle lagune anche nel secolo XVII. In sul principio di esso il viaggiatore inglese Tommaso Coryate riferiva una voce che faceva ascendere a 30000 il numero di quelle che dimoravano nella città e luoghi circonvicini, e diceva che da tutte le parti della cristianità accorrevano i forestieri desiderosi di vederle e di praticarle. Senza dubbio in quel numero, dato pure che non sia esagerato, erano comprese tutte le meretrici, d’ogni grado e condizione. Sul finire del secolo, il francese Alessandro Toussaint Limojon de Sainct-Didier affermava nessuna città poter gareggiare con Venezia quanto a cortigiane. A mezzo il secolo XVIII Carlo De Brosses trovava ancora in Venezia due volte più cortigiane che in Parigi, e notava espressamente:elles sont fori employées.
476.Pasquillorum tomi duo, Basilea, 1544, t. I, p. 23. Più altri tolsero da quei due nomi di Venezia e di Venere occasione di bisticcio. Delle donne veneziane disse il franceseGermano Audebert, nel suo poemaVenetiae, l. I (ediz. di Venezia, 1583, p. 15):
Veneres discrimine parvoEt Venetae distant.
Veneres discrimine parvoEt Venetae distant.
Veneres discrimine parvo
Et Venetae distant.
Un altro francese,Stefano Pasquier, dice nel l. II delle sueIcones, parlandoDe Venetiarum urbe:
Hanc Venus at lepidam se transformavit in urbem;Viveret ut mediis fluctibus, orta salo.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Hinc Venus est omnem late diffusa per urbem,. . . . . . . . . . . . . . . . . .Sic Veneres Venetas licet appellare puellas.
Hanc Venus at lepidam se transformavit in urbem;Viveret ut mediis fluctibus, orta salo.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Hinc Venus est omnem late diffusa per urbem,. . . . . . . . . . . . . . . . . .Sic Veneres Venetas licet appellare puellas.
Hanc Venus at lepidam se transformavit in urbem;
Viveret ut mediis fluctibus, orta salo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Hinc Venus est omnem late diffusa per urbem,
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sic Veneres Venetas licet appellare puellas.
Dello strabocchevole numero delle cortigiane veneziane molti fanno ricordo. Parlando di Venezia appunto, dice il Gentiluomo nella Tariffa,
Che quante rane ha in sè palustre fondoE la terra formiche, o fiori i prati,Quando l’Aprile è più vago e giocondo,Tante sono puttane in tutti i lati,De quai veggiam talor più folta schiera,Che di vacche e di buoi per li mercati.
Che quante rane ha in sè palustre fondoE la terra formiche, o fiori i prati,Quando l’Aprile è più vago e giocondo,Tante sono puttane in tutti i lati,De quai veggiam talor più folta schiera,Che di vacche e di buoi per li mercati.
Che quante rane ha in sè palustre fondo
E la terra formiche, o fiori i prati,
Quando l’Aprile è più vago e giocondo,
Tante sono puttane in tutti i lati,
De quai veggiam talor più folta schiera,
Che di vacche e di buoi per li mercati.
Ciò che conferma ilBandello, dicendo essere in Veneziaun infinito numero di puttane(Novelle, parte III, nov. 31), e conferma ilGiraldi Cinzio, notando Venezia essereabbondevole di quella sorte di donne che cortigiane son dette(Ecatommiti, deca VI, nov. 7). Le carampane erano case abitate da meretrici di bassa mano, a Rialto. Per l’ordinamento che ci si osservava vediGirolamo Bardi,Delle cose notabili di Venetia, libri II, Venezia, 1587, p. 24. Vedi ancheGallicciolli,Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, Venezia, 1795, vol. VI, pp. 148-50;Tassini,Curiosità veneziane, 4ª edizione, Venezia, 1887, pp. 145-6, eCenni storici e leggi circa il libertinaggio in Venezia, Venezia, 1886, pp. 15-6, 25-8. Le cortigiane si mantennero assai numerose nella città delle lagune anche nel secolo XVII. In sul principio di esso il viaggiatore inglese Tommaso Coryate riferiva una voce che faceva ascendere a 30000 il numero di quelle che dimoravano nella città e luoghi circonvicini, e diceva che da tutte le parti della cristianità accorrevano i forestieri desiderosi di vederle e di praticarle. Senza dubbio in quel numero, dato pure che non sia esagerato, erano comprese tutte le meretrici, d’ogni grado e condizione. Sul finire del secolo, il francese Alessandro Toussaint Limojon de Sainct-Didier affermava nessuna città poter gareggiare con Venezia quanto a cortigiane. A mezzo il secolo XVIII Carlo De Brosses trovava ancora in Venezia due volte più cortigiane che in Parigi, e notava espressamente:elles sont fori employées.
477.Il Candelajo, atto V, sc. 18. Non era così altrove. In Firenze, per esempio, dovevano pagar la tassa ogni mese, puntualmente (Cecchi,Il Martello, atto II, sc. 2). Nè in Venezia stessa andarono sempre immuni da tasse. Nel 1514 fu loro imposto un balzello per riparare all’interramento dell’Arsenale, e se ne ricavò grande quantità di denari.
477.Il Candelajo, atto V, sc. 18. Non era così altrove. In Firenze, per esempio, dovevano pagar la tassa ogni mese, puntualmente (Cecchi,Il Martello, atto II, sc. 2). Nè in Venezia stessa andarono sempre immuni da tasse. Nel 1514 fu loro imposto un balzello per riparare all’interramento dell’Arsenale, e se ne ricavò grande quantità di denari.
478.Calmo,Le lettere, l. IV, lett. 13, p. 278.
478.Calmo,Le lettere, l. IV, lett. 13, p. 278.
479.La Ruffiana, Venezia, 1568 (la prima stampa è del 1542), atto I, scena 1.
479.La Ruffiana, Venezia, 1568 (la prima stampa è del 1542), atto I, scena 1.
480.Le lettere, l. IV, lett. 13, p. 279.
480.Le lettere, l. IV, lett. 13, p. 279.
481.Fu vietato l’abuso il 14 luglio 1578, poi di nuovo il 16 marzo 1582 (Leggi e memorie venete, ecc., pp. 121-2, 125).
481.Fu vietato l’abuso il 14 luglio 1578, poi di nuovo il 16 marzo 1582 (Leggi e memorie venete, ecc., pp. 121-2, 125).
482.Novelle, parte III, nov. 31. Un’usanza simile pare, per altro, non fosse sconosciuta a Roma, secondo si ha da un luogo dellaVieille courtisanedelDu Bellay.
482.Novelle, parte III, nov. 31. Un’usanza simile pare, per altro, non fosse sconosciuta a Roma, secondo si ha da un luogo dellaVieille courtisanedelDu Bellay.
483.Op. cit., vol. II, pag. 31.
483.Op. cit., vol. II, pag. 31.
484.Leggi e memorie venete, ecc., 268. Non mi fu possibile aver notizia di un libro diN. Guttery, intitolatoLa Priapeja, al magn. sig. L. D. M. M. D. C., s. l., ma probabilmente Parigi, 1586. IlBrunet, che lo registra (Manuel du libraire, ed. 5ª, vol. II, col. 1832), dice che esso contieneune conversation entre quatre courtisanes vénitiennes, dans le goût desRagionamentide l’Arétin. Ci si dovrebbero trovare notizie curiose e importanti sulla vita delle cortigiane in Venezia. DiceAgrippa di Netthesheimnel già citato suo libroDe incert. et vanit. omn. scient., c. LXIII: «Vidi ego nuper atque legi sub tituloCortesanaeitalica lingua editum et Venetiis typis excusum de arte meretricia dialogum utriusque Veneris omnium flagitiosissimum dignissimumque qui ipse cum autore ardeat». Non so a quale composizione egli possa alludere, essendo stato stampato il suo libro nel 1530.
484.Leggi e memorie venete, ecc., 268. Non mi fu possibile aver notizia di un libro diN. Guttery, intitolatoLa Priapeja, al magn. sig. L. D. M. M. D. C., s. l., ma probabilmente Parigi, 1586. IlBrunet, che lo registra (Manuel du libraire, ed. 5ª, vol. II, col. 1832), dice che esso contieneune conversation entre quatre courtisanes vénitiennes, dans le goût desRagionamentide l’Arétin. Ci si dovrebbero trovare notizie curiose e importanti sulla vita delle cortigiane in Venezia. DiceAgrippa di Netthesheimnel già citato suo libroDe incert. et vanit. omn. scient., c. LXIII: «Vidi ego nuper atque legi sub tituloCortesanaeitalica lingua editum et Venetiis typis excusum de arte meretricia dialogum utriusque Veneris omnium flagitiosissimum dignissimumque qui ipse cum autore ardeat». Non so a quale composizione egli possa alludere, essendo stato stampato il suo libro nel 1530.
485.Parte I, nov. 4.
485.Parte I, nov. 4.
486.Notizie copiose della Veronica diedero: ilCicognanei vol. V e VI delleInscrizioni veneziane, Venezia, 1824-53, eG. Tassini,Veronica Franco celebre poetessa e cortigiana del secolo XVI, Venezia, 2ª edizione, 1888. Il Tassini corresse parecchi errori in cui erano incorsi i biografi prima di lui; ma il suo lavoro è, per altri rispetti, assai manchevole. Nè dalle pagine sue, del resto, nè da quelle del Cicogna, si vede venir fuori la figura della cortigiana letterata. Parlarono inoltre della Franco, ma assai fugacemente ed inesattamente, ilDella Chiesa, nelTeatro delle donne letterate;Giovanni Degli Agostini, nelleNotizie istorico-critiche intorno la vita e le opere degli scrittori viniziani; ilGamba, neiRitratti di dodici illustri donne veneziane;Enrico Levi Cattelani, in uno scritto intitolatoVenezia e le sue letterate nei secoli XV e XVI, Rivista europea, nuova serie, volume XV, e alcun altro che non giova ricordare. Non ha valore di sorta un articoletto dal titoloVéronique Franco, Henri III et Montaigne, nelBulletin du bibliophile et du bibliothécaire, 1886.
486.Notizie copiose della Veronica diedero: ilCicognanei vol. V e VI delleInscrizioni veneziane, Venezia, 1824-53, eG. Tassini,Veronica Franco celebre poetessa e cortigiana del secolo XVI, Venezia, 2ª edizione, 1888. Il Tassini corresse parecchi errori in cui erano incorsi i biografi prima di lui; ma il suo lavoro è, per altri rispetti, assai manchevole. Nè dalle pagine sue, del resto, nè da quelle del Cicogna, si vede venir fuori la figura della cortigiana letterata. Parlarono inoltre della Franco, ma assai fugacemente ed inesattamente, ilDella Chiesa, nelTeatro delle donne letterate;Giovanni Degli Agostini, nelleNotizie istorico-critiche intorno la vita e le opere degli scrittori viniziani; ilGamba, neiRitratti di dodici illustri donne veneziane;Enrico Levi Cattelani, in uno scritto intitolatoVenezia e le sue letterate nei secoli XV e XVI, Rivista europea, nuova serie, volume XV, e alcun altro che non giova ricordare. Non ha valore di sorta un articoletto dal titoloVéronique Franco, Henri III et Montaigne, nelBulletin du bibliophile et du bibliothécaire, 1886.
487.Scudo con figurate in una fascia quattro stelle e tre monticelli sotto.
487.Scudo con figurate in una fascia quattro stelle e tre monticelli sotto.
488.Vedi questo primo testamento della Veronica pubblicato dalTassini,Op. cit., pp. 66-71.
488.Vedi questo primo testamento della Veronica pubblicato dalTassini,Op. cit., pp. 66-71.
489.Lettere familiari a diversi della S.Veronica Franca, senza alcuna nota tipografica, lett. XXIX, pag. 58. Il padre è menzionato anche in un secondo testamento, del 1570, pubblicato pure dalTassini,Op. cit., pp. 72-80.
489.Lettere familiari a diversi della S.Veronica Franca, senza alcuna nota tipografica, lett. XXIX, pag. 58. Il padre è menzionato anche in un secondo testamento, del 1570, pubblicato pure dalTassini,Op. cit., pp. 72-80.
490.Dal secondo testamento si ha che la madre era già morta nel 1570; perciò è da porre prima di quell’anno la compilazione delCatalogo.
490.Dal secondo testamento si ha che la madre era già morta nel 1570; perciò è da porre prima di quell’anno la compilazione delCatalogo.
491.Lettera VII, p. 12.
491.Lettera VII, p. 12.
492.Questo ritratto fu riprodotto dalGambainAlcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane, dalMutinellinegliAnnali urbani di Venezia nel secolo XVI, e ultimamente dalTassini,Op. cit.
492.Questo ritratto fu riprodotto dalGambainAlcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane, dalMutinellinegliAnnali urbani di Venezia nel secolo XVI, e ultimamente dalTassini,Op. cit.
493.Terze rime diVeronica Franca, s. l. ed a., ma in Venezia, circa il 1575, come si rileva dall’epistola dedicatoria, di cui avrò a dire più là. Capitolo XVI.
493.Terze rime diVeronica Franca, s. l. ed a., ma in Venezia, circa il 1575, come si rileva dall’epistola dedicatoria, di cui avrò a dire più là. Capitolo XVI.
494.Capitolo VII.
494.Capitolo VII.
495.Capitolo I.
495.Capitolo I.
496.Capitolo VII.
496.Capitolo VII.
497.Lettera XLVIII, pp. 83-4.
497.Lettera XLVIII, pp. 83-4.
498.Capitolo XVI.
498.Capitolo XVI.
499.Lettera XIII, p. 21; XIV, p. 21.
499.Lettera XIII, p. 21; XIV, p. 21.
500.Lettera XLIX, pp. 84-5.
500.Lettera XLIX, pp. 84-5.
501.Capitolo XX.
501.Capitolo XX.
502.Baldessar Castiglione,Il Cortegiano, l. I, ediz. di Firenze, 1854, p. 64.
502.Baldessar Castiglione,Il Cortegiano, l. I, ediz. di Firenze, 1854, p. 64.
503.Lo scritto diPietro Selvatico,Veronica Franco e il Tintoretto, nel volumeL’arte nella vita degli artisti, Firenze, 1870, è tutto un romanzetto assai scipito.
503.Lo scritto diPietro Selvatico,Veronica Franco e il Tintoretto, nel volumeL’arte nella vita degli artisti, Firenze, 1870, è tutto un romanzetto assai scipito.
504.Capitolo alla Franca, nel cod. Marc. Ital. IX, 173, già citato, f. 410 r.
504.Capitolo alla Franca, nel cod. Marc. Ital. IX, 173, già citato, f. 410 r.
505.Capitolo XX.
505.Capitolo XX.
506.Lettera VII, p. 11.
506.Lettera VII, p. 11.
507.Lettere XXXV, pp. 63-4; XLVII, pp. 80-1; LI, pp. 86-7.
507.Lettere XXXV, pp. 63-4; XLVII, pp. 80-1; LI, pp. 86-7.
508.Ultimamente il signorA. Borzelliin un articoletto intitolatoPer Veronica Franco, e inserito nellaPolemicadi Napoli, anno I, numero 4, sostenne che la Veronica Franco del Catalogo non può essere quella stessa delle terze rime e delle lettere; ma in sostener ciò prese alcuni solennissimi granchi. Egli continua ad assegnare la nascita della Veronica all’anno 1553 o 1554, mentre son degli anni parecchi che fa dal Tassini provato che la Veronica nacque nel 1546. Confondendo ilCatalogocon laTariffain versi, egli assegna a quello la data del 1535, che è la data della prima stampa di questa. Trovando nelCatalogoscritto Veronica Franca e non Franco, insiste su questa diversità, mostrando di non sapere che si usava nel Cinquecento dar desinenza femminile ai cognomi quando si parlava di donna, dicendosi la Trivulzia, la Orsina, ecc. Finalmente egli sostiene che cortigiane come Veronica Franco e Tullia d’Aragonanon venivano messe in lista con la relativa tariffa per certi favori: ora, a farlo apposta, la Tullia è messa in lista nellaTariffacol prezzo di scudi sette. Del resto, prima del signor Borzelli altri cadde, in parte, nei medesimi errori, e per ciò vediRossi,Le lettere del Calmo, Introduzione, p.CVI.
508.Ultimamente il signorA. Borzelliin un articoletto intitolatoPer Veronica Franco, e inserito nellaPolemicadi Napoli, anno I, numero 4, sostenne che la Veronica Franco del Catalogo non può essere quella stessa delle terze rime e delle lettere; ma in sostener ciò prese alcuni solennissimi granchi. Egli continua ad assegnare la nascita della Veronica all’anno 1553 o 1554, mentre son degli anni parecchi che fa dal Tassini provato che la Veronica nacque nel 1546. Confondendo ilCatalogocon laTariffain versi, egli assegna a quello la data del 1535, che è la data della prima stampa di questa. Trovando nelCatalogoscritto Veronica Franca e non Franco, insiste su questa diversità, mostrando di non sapere che si usava nel Cinquecento dar desinenza femminile ai cognomi quando si parlava di donna, dicendosi la Trivulzia, la Orsina, ecc. Finalmente egli sostiene che cortigiane come Veronica Franco e Tullia d’Aragonanon venivano messe in lista con la relativa tariffa per certi favori: ora, a farlo apposta, la Tullia è messa in lista nellaTariffacol prezzo di scudi sette. Del resto, prima del signor Borzelli altri cadde, in parte, nei medesimi errori, e per ciò vediRossi,Le lettere del Calmo, Introduzione, p.CVI.
509.Nel già citato codice Marciano si leggono (ff. 253 v. a 254 r.) una nota e un sonetto che possono forse avvalorare la congettura di un disgusto sopravvenuto tra il Veniero e la Veronica, senza però lasciarne intendere le ragioni. Trascrivo.Sonetto dicesi del Venier. Sopra el retratto e l’impresa de Veronica Franca, fatto l’anno del giubileo in Roma. Vi era il ritratto in stampa di rame, e la sua impresa che era una favella accesa col motto:AGITATAQUE CRESCIT;e intorno al retratto vi era scritto:ANNO AETATIS SUAE XXV.SONETTO.El retratto e la impresa è bona e bella:L’un perchè el le somegia in quanto brutto;L’altro che in le puttane Amor fa luttoPer Amor, e fa fuogo in la facella;Che l’arde solamente quanto ch’ellaDal moto e dal scorlar riceve agiuto;Così chi vuol da vaca aver construttoDiè strapazzarla in questa parte e in quella.Mi trovo in tel retratto un sol error,Ch’è de importanza assae, tanto pi quantoNon puol gnianche conzar el depentor.Ch’el tempo è, se no pi, do volte tanto:Pur ghe è via de salvarlo, e con so onor,De dir che l’è stampà l’altro anno santo.La nota non dice per altro che quel Veniero fosse Marco, e se a Domenico non è da pensare, potrebbe anche essere stato quel Maffeo ch’ebbe a padre Lorenzo, autore dellaZaffetta, e che fu poi vescovo di Corfù. Molte poesie di lui, o a lui attribuite, contiene il codice in discorso. L’ultima parte del sonetto ha qualche parte di vero insieme con molta e maligna esagerazione. Nel 1575, anno di giubileo, la Veronica non aveva più venticinque anni, ma non aveva ancora oltrepassati i trenta. Il ritratto di cui qui si parla non può essere tutt’uno con quello di cui dà una breve descrizione ilDegli Agostini(Op. cit., vol. II, p. 616), e che recava, insieme con la fiaccola e il motto, la scritta:Veronica Franco ann. xxiii. mdlxxvi; o se pure è tutt’uno con esso, e se la diversità, solo apparente, nasce da errore in quella indicazione di numeri, tale errore non può essere che dello storico, mentre l’accenno al giubileo toglie che si possa imputare al poeta. Del resto, nella nota che accompagna il sonetto, non s’intende bene se quelle parolefatto l’anno del giubileo in Romavogliano dire che il ritratto fu fatto in quell’anno in Roma, o che in Roma fu fatto il sonetto, o che il ritratto o il sonetto fu fatto nell’anno che in Roma si festeggiava il giubileo.
509.Nel già citato codice Marciano si leggono (ff. 253 v. a 254 r.) una nota e un sonetto che possono forse avvalorare la congettura di un disgusto sopravvenuto tra il Veniero e la Veronica, senza però lasciarne intendere le ragioni. Trascrivo.Sonetto dicesi del Venier. Sopra el retratto e l’impresa de Veronica Franca, fatto l’anno del giubileo in Roma. Vi era il ritratto in stampa di rame, e la sua impresa che era una favella accesa col motto:AGITATAQUE CRESCIT;e intorno al retratto vi era scritto:ANNO AETATIS SUAE XXV.
SONETTO.El retratto e la impresa è bona e bella:L’un perchè el le somegia in quanto brutto;L’altro che in le puttane Amor fa luttoPer Amor, e fa fuogo in la facella;Che l’arde solamente quanto ch’ellaDal moto e dal scorlar riceve agiuto;Così chi vuol da vaca aver construttoDiè strapazzarla in questa parte e in quella.Mi trovo in tel retratto un sol error,Ch’è de importanza assae, tanto pi quantoNon puol gnianche conzar el depentor.Ch’el tempo è, se no pi, do volte tanto:Pur ghe è via de salvarlo, e con so onor,De dir che l’è stampà l’altro anno santo.
SONETTO.
SONETTO.
El retratto e la impresa è bona e bella:L’un perchè el le somegia in quanto brutto;L’altro che in le puttane Amor fa luttoPer Amor, e fa fuogo in la facella;Che l’arde solamente quanto ch’ellaDal moto e dal scorlar riceve agiuto;Così chi vuol da vaca aver construttoDiè strapazzarla in questa parte e in quella.Mi trovo in tel retratto un sol error,Ch’è de importanza assae, tanto pi quantoNon puol gnianche conzar el depentor.Ch’el tempo è, se no pi, do volte tanto:Pur ghe è via de salvarlo, e con so onor,De dir che l’è stampà l’altro anno santo.
El retratto e la impresa è bona e bella:
L’un perchè el le somegia in quanto brutto;
L’altro che in le puttane Amor fa lutto
Per Amor, e fa fuogo in la facella;
Che l’arde solamente quanto ch’ella
Dal moto e dal scorlar riceve agiuto;
Così chi vuol da vaca aver construtto
Diè strapazzarla in questa parte e in quella.
Mi trovo in tel retratto un sol error,
Ch’è de importanza assae, tanto pi quanto
Non puol gnianche conzar el depentor.
Ch’el tempo è, se no pi, do volte tanto:
Pur ghe è via de salvarlo, e con so onor,
De dir che l’è stampà l’altro anno santo.
La nota non dice per altro che quel Veniero fosse Marco, e se a Domenico non è da pensare, potrebbe anche essere stato quel Maffeo ch’ebbe a padre Lorenzo, autore dellaZaffetta, e che fu poi vescovo di Corfù. Molte poesie di lui, o a lui attribuite, contiene il codice in discorso. L’ultima parte del sonetto ha qualche parte di vero insieme con molta e maligna esagerazione. Nel 1575, anno di giubileo, la Veronica non aveva più venticinque anni, ma non aveva ancora oltrepassati i trenta. Il ritratto di cui qui si parla non può essere tutt’uno con quello di cui dà una breve descrizione ilDegli Agostini(Op. cit., vol. II, p. 616), e che recava, insieme con la fiaccola e il motto, la scritta:Veronica Franco ann. xxiii. mdlxxvi; o se pure è tutt’uno con esso, e se la diversità, solo apparente, nasce da errore in quella indicazione di numeri, tale errore non può essere che dello storico, mentre l’accenno al giubileo toglie che si possa imputare al poeta. Del resto, nella nota che accompagna il sonetto, non s’intende bene se quelle parolefatto l’anno del giubileo in Romavogliano dire che il ritratto fu fatto in quell’anno in Roma, o che in Roma fu fatto il sonetto, o che il ritratto o il sonetto fu fatto nell’anno che in Roma si festeggiava il giubileo.
510.Capitolo II.
510.Capitolo II.
511.Capitolo VIII.
511.Capitolo VIII.
512.Capitolo XV.
512.Capitolo XV.
513.Capitolo XX.
513.Capitolo XX.
514.Capitoli XXI e XXII.
514.Capitoli XXI e XXII.
515.Capitolo XIX.
515.Capitolo XIX.
516.Lettera XIX, pp. 35-6.
516.Lettera XIX, pp. 35-6.
517.Capitolo VIII.
517.Capitolo VIII.
518.Lettera XX, pp. 37-8.
518.Lettera XX, pp. 37-8.
519.Capitoli IX, X, XI, XII.
519.Capitoli IX, X, XI, XII.
520.Lettera XXXVI, p. 67.
520.Lettera XXXVI, p. 67.
521.Capitolo XVII.
521.Capitolo XVII.
522.Lettera XLIX, pp. 84-5.
522.Lettera XLIX, pp. 84-5.
523.Capitoli XIII e XIV.
523.Capitoli XIII e XIV.
524.Nel testamento del 1564 la Veronica diceva ingenuamente: «Lasso a m. Jac.mode’ Baballi el figliuolo, over figliuola che nasceranno de mi come a suo padre; sia o non sia, Signor Dio scià il tutto». Nel secondo testamento, fatto, come s’è veduto, sei anni dopo, il 1º novembre 1570, ella dice: «Achille mio fiol e di m. Jacomo Baballi Raguseo, il qual, quanto a me, credo sii suo fiolo». Il dubbio ch’ella aveva potevano avere anche altri, e in esso forse è da cercare la ragione di certe disposizioni contenute nel testamento che nell’aprile di quel medesimo anno aveva dettato Lodovico Ramberti, famoso nelle storie veneziane per aver sottratto a morte atroce e infamante il proprio fratello mediante un veleno somministratogli in carcere. Costui legava ad Achilletto,fio de mª Veronica Franco(senz’altro) parte della sua sostanza, lasciandone usufruttuaria la madre sino a che il figlio avesse raggiunto l’età maggiore, e provvedendo a che Achilletto potesse avere un compenso, nel caso che la madre, testando, favorisse un altro figliuolo più di lui. La Veronica poi indicava il Ramberti quale uno de’ suoi esecutori testamentarii.
524.Nel testamento del 1564 la Veronica diceva ingenuamente: «Lasso a m. Jac.mode’ Baballi el figliuolo, over figliuola che nasceranno de mi come a suo padre; sia o non sia, Signor Dio scià il tutto». Nel secondo testamento, fatto, come s’è veduto, sei anni dopo, il 1º novembre 1570, ella dice: «Achille mio fiol e di m. Jacomo Baballi Raguseo, il qual, quanto a me, credo sii suo fiolo». Il dubbio ch’ella aveva potevano avere anche altri, e in esso forse è da cercare la ragione di certe disposizioni contenute nel testamento che nell’aprile di quel medesimo anno aveva dettato Lodovico Ramberti, famoso nelle storie veneziane per aver sottratto a morte atroce e infamante il proprio fratello mediante un veleno somministratogli in carcere. Costui legava ad Achilletto,fio de mª Veronica Franco(senz’altro) parte della sua sostanza, lasciandone usufruttuaria la madre sino a che il figlio avesse raggiunto l’età maggiore, e provvedendo a che Achilletto potesse avere un compenso, nel caso che la madre, testando, favorisse un altro figliuolo più di lui. La Veronica poi indicava il Ramberti quale uno de’ suoi esecutori testamentarii.
525.Di questo secondo figliuolo, chiamato Enea, è ricordo nel secondo testamento, ed è da notare che circa la paternità di Andrea Tron la Veronica non mostra il dubbio che mostra per quella di Jacopo de’ Baballi.
525.Di questo secondo figliuolo, chiamato Enea, è ricordo nel secondo testamento, ed è da notare che circa la paternità di Andrea Tron la Veronica non mostra il dubbio che mostra per quella di Jacopo de’ Baballi.
526.Non è peraltro da tacere che tra le male usanze delle cortigiane c’era anche quella di simulare gravidanze e parti, e a qual fine s’intende facilmente. La Nanna dell’Aretino poi così parla dell’uso loro di prendere bambine negli ospedali: «e scelta la più bella bambina, che ivi venga, se la allevano per figliuola; e la tolgono di una età che appunto fiorisce ne lo sfiorire de la loro, e gli pongono uno de’ più belli nomi che si trovino, il quale mutano tutto dì, nè mai un forastiere può sapere qual sia il suo nome dritto: ora si fanno chiamare Giulie, ora Laure, ora Lucrezie, or Cassandre, or Porzie, or Virginie, or Pantaselee, or Prudenzie, e ora Cornelie; e per una che abbia madre, come sono io de la Pippa, un migliajo sono tolte da gli spedali». (Ragionamenti, parte I, giornata III, p. 151). La cortigiana del Du Bellay, enumerando gl’inganni che usava agli amanti, dice:Aucunefois je me faisois enceinte.
526.Non è peraltro da tacere che tra le male usanze delle cortigiane c’era anche quella di simulare gravidanze e parti, e a qual fine s’intende facilmente. La Nanna dell’Aretino poi così parla dell’uso loro di prendere bambine negli ospedali: «e scelta la più bella bambina, che ivi venga, se la allevano per figliuola; e la tolgono di una età che appunto fiorisce ne lo sfiorire de la loro, e gli pongono uno de’ più belli nomi che si trovino, il quale mutano tutto dì, nè mai un forastiere può sapere qual sia il suo nome dritto: ora si fanno chiamare Giulie, ora Laure, ora Lucrezie, or Cassandre, or Porzie, or Virginie, or Pantaselee, or Prudenzie, e ora Cornelie; e per una che abbia madre, come sono io de la Pippa, un migliajo sono tolte da gli spedali». (Ragionamenti, parte I, giornata III, p. 151). La cortigiana del Du Bellay, enumerando gl’inganni che usava agli amanti, dice:
Aucunefois je me faisois enceinte.
Aucunefois je me faisois enceinte.
Aucunefois je me faisois enceinte.
527.Capitolo VIII.
527.Capitolo VIII.
528.Lettera XXI, pp. 38-40, al Tintoretto.
528.Lettera XXI, pp. 38-40, al Tintoretto.
529.Lettere XXVIII, pp. 54-7; XXIX, pp. 57-9.
529.Lettere XXVIII, pp. 54-7; XXIX, pp. 57-9.
530.Lettere XXXIII, pp. 63-4; VII bis, pp. 13-4.
530.Lettere XXXIII, pp. 63-4; VII bis, pp. 13-4.
531.Lettere X, p. 17; XXIII, pp. 47-8; XXVI, pp. 50-2; XXXIV, pag. 65.
531.Lettere X, p. 17; XXIII, pp. 47-8; XXVI, pp. 50-2; XXXIV, pag. 65.
532.Lettera XLVI, p. 79.
532.Lettera XLVI, p. 79.
533.Lettera XXIV, pp. 48-9.
533.Lettera XXIV, pp. 48-9.
534.Lettere VII, p. 11; XLIX, p. 84.
534.Lettere VII, p. 11; XLIX, p. 84.
535.Lettera XXV, pp. 49-50.
535.Lettera XXV, pp. 49-50.
536.Lettere XXXVII, pp. 67-9; XXXVIII, pp. 69-70.
536.Lettere XXXVII, pp. 67-9; XXXVIII, pp. 69-70.
537.Nell’Archivio Gonzaga, per altro, non si conserva documento alcuno concernente la Veronica. Così mi assicura Alessandro Luzio.
537.Nell’Archivio Gonzaga, per altro, non si conserva documento alcuno concernente la Veronica. Così mi assicura Alessandro Luzio.