Chapter 5

L’amore è diffinito così spessoDa questi dotti, e così pesto e trito,Ch’omai non più si conosce egli stesso,

L’amore è diffinito così spessoDa questi dotti, e così pesto e trito,Ch’omai non più si conosce egli stesso,

L’amore è diffinito così spesso

Da questi dotti, e così pesto e trito,

Ch’omai non più si conosce egli stesso,

dice Pietro Nelli in una delle sue satire. Francesco Sansovino la rompe con tutti i risguardi e dice chiaro dipreferire l’amore quieto, naturale e senza cerimonie di una sgualdrina, agli amori smancerosi delle nobili dame[106]. Certo non tutti avevano i gusti, dirò così, troppo semplici del Sansovino, e anche del Berni, che componeva que’ saporiti capitoli in lode della suaschiattona, e molti indulgevano ad amori alquanto meno volgari, quali la novella e la commedia ci mostrano; ma erano pur sempre amori molti diversi da quelli di messer Francesco e di madonna Laura. Ora, se tra costoro c’era chi, per vaghezza di contrasto, cercava gli amori ideali dopo aver fruito, o mentre ancora fruiva, di quelli che chiameremo pratici; molto maggiore doveva essere il numero di coloro che si attenevano ai pratici, senza cercare più là. E costoro eran tutti naturali nemici del petrarchismo.

Il sentimento di questa classe di nemici, assumeva, tra le altre, una forma caratteristica, la forma di un dubbio circa la qualità degli amori del poeta e della donna celebrata da lui. Questi amori erano essi stati così puri come si diceva? Difficile il crederlo, e nel Canzoniere stesso si cercavano le prove del contrario. Alcuno più benevolo, come, ad esempio, Nicolò Astemio[107], credeva che tutto quell’amore altro non fosse che una finzione; sospetto antico, contro il quale ebbe a difendersi lo stesso Petrarca. Per contro, Pietro Cresci, autore di un’apposita dissertazione, alla famosa purità ci credeva assai poco, e Ubaldo De Domo non ci credette punto. Cesare Caporali è d’avviso

Che in Valchiusa non gì la cosa netta;

Che in Valchiusa non gì la cosa netta;

Che in Valchiusa non gì la cosa netta;

e Antonfrancesco Doni narra, neiMarmi[108], di una disputafatta nell’orto de’ Rucellai, e riferita da quella buona femmina della Zinzera, nella quale disputa molti sostennero questa stessa opinione: «e tenevano che egli (il Petrarca) avesse amato donna, donna, donna da dovero; e che egli avesse anco corso il paese per suo: ma come uomo che era religioso, dottore, vecchio e calonaco di Padova, non voleva che restasse accesa sì fatta lucerna della fama; e appiattò la cosa sotto mille queste e mille quelle; la pose in bilico acciò che la non si potesse mai affermare; perchè la fu così giusta, giusta, ma che sempre si trovasse qualche oncino d’attaccarsi in pro e contra». Costoro non erano di certo poeti petrarchisti. Nè solo si dubitava della qualità di quello amore, ma, ancora della condizione di madonna Laura. In una delleLettere argutedel Rao, tra parecchie tesi da disputare c’è la seguente:Che madonna Laura, tanto amata dal Petrarca, ebbe modi e costumi di montanara, contra l’espositore di esso Petrarca[109].

Si mettano insieme tutte queste avversioni grandi e piccole, tutti i biasimi che abbiam notati sin qui, con le ragioni loro, e si vedrà che l’antipetrarchismo era una forza grande, piena di uno spirito vigoroso. Questo spirito, nella sua forma più acuta, si manifesta mediante la parodia. Gli imitatori delCanzonieresi videro a un tratto ai fianchi altri imitatori, i commentatori altri commentatori; ma mentr’essi facevan da senno, quegli altri facevan per beffa, e nell’alto lor riso travolgevano i seguaci e un pochino anche il maestro.

Ed ecco di fronte a Laura divina, di fronte a quel tipo invariabile di donna bionda, gelida e perfetta dei canzonieri, levarsi come una visione apocalittica la megera del Berni.

Chiome d’argento fine, irte e attorteSenz’arte intorno a un bel viso d’oro;Fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro,Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;Occhi di perle vaghi, luci torteDa ogni obietto diseguale a loro;Ciglia di neve, e quelle, ond’io accoro,Dita e man dolcemente grosse e corte;Labbra di latte, bocca ampia, celeste;Denti d’ebano, rari e pellegrini;Inaudita, ineffabile armonia;Costumi alteri e gravi; a voi, diviniServi d’Amor, palese fo che questeSon le bellezze della donna mia.

Chiome d’argento fine, irte e attorteSenz’arte intorno a un bel viso d’oro;Fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro,Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;Occhi di perle vaghi, luci torteDa ogni obietto diseguale a loro;Ciglia di neve, e quelle, ond’io accoro,Dita e man dolcemente grosse e corte;Labbra di latte, bocca ampia, celeste;Denti d’ebano, rari e pellegrini;Inaudita, ineffabile armonia;Costumi alteri e gravi; a voi, diviniServi d’Amor, palese fo che questeSon le bellezze della donna mia.

Chiome d’argento fine, irte e attorte

Senz’arte intorno a un bel viso d’oro;

Fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro,

Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;

Occhi di perle vaghi, luci torte

Da ogni obietto diseguale a loro;

Ciglia di neve, e quelle, ond’io accoro,

Dita e man dolcemente grosse e corte;

Labbra di latte, bocca ampia, celeste;

Denti d’ebano, rari e pellegrini;

Inaudita, ineffabile armonia;

Costumi alteri e gravi; a voi, divini

Servi d’Amor, palese fo che queste

Son le bellezze della donna mia.

Quei divini servi d’amore non lascian dubbio quanto alle intenzioni del poeta; la canzonatura va a cogliere in pieno gli spasimanti petrarchisti e le lor dee[110]. Il Doni regala quattro madrigali alla sua Crezia, di cui dice di non aver mai veduto cosa più brutta, e in una lettera a Tiberio Pandola fa chiaro il pensiero ch’ebbe in comporli: «Ho poetato per burlarmi del mondo, e per farmi beffe d’alcuni scatolini d’amore, i quali non sanno uscire di:Madonna, io v’amo e taccio, e:S’io avessi pensato, e simili altre ciabatterie, oggimai così fruste come le cappe de’ poeti». Col medesimo intendimento compone Agnolo Firenzuola un capitolo sopra quella sua donna, che

Farebbe innamorare un pa’ di buoi,

Farebbe innamorare un pa’ di buoi,

Farebbe innamorare un pa’ di buoi,

e di cui descrive tutte le bellezze e novera tutte le virtù. La Cecca celebrata da Filippo Sgruttendio nella suaTiorba a Taccone, e altre, vanno con quelle in ischiera.

I lamenti in morte di donne che, alcuna volta, non saranno nemmeno esistite, suggeriscono altri lamenti. Francesco Bracciolini compone i suoi sonetti in morte di Lena fornaja; ma altri, prima di lui, aveva spinto più oltre la beffa, e del Berni si ha una canzone sopra la morte delle sua civetta, di Agnolo Firenzuola un’altra canzone sopra la morte di un’altra civetta, del Coppetta una canzone in perdita di una gatta, di suor Dea de’ Bardi una in morte di una ghiandaja, e altre simili di altri. In tutti questi componimenti si ritrovano atteggiamenti di pensiero, di sentimento, di frase, che tutti rimandano alla prima lor fonte, le rime del Petrarca in morte di Laura. Questa forma di parodia incontrò molto: Ortensio Lando ci dice di aver cantato la morte di un cavallo, di un cane, di una scimia, di una civetta, di una gazza, di un mergone, di un gallo, di una gatta, di un grillo, ed’altri vili animali[111].

Ma una forma più piena e più risoluta di parodia era il travestimento. Il padovano Menon travestì la canzone:Chiare, fresche e dolci acque, cominciando:

O acque fresche e chiareOn le suo belle gambeSe lavè la Tietta l’altro dì;

O acque fresche e chiareOn le suo belle gambeSe lavè la Tietta l’altro dì;

O acque fresche e chiare

On le suo belle gambe

Se lavè la Tietta l’altro dì;

e il simile fece il suo concittadino Begotto, il quale travestì pure alcuni sonetti. In un libro assai raro intitolatoFigaro Tuogno da Crespaoro, e no so que altri buoni Zugolari del Pavan e Vesentin, Smissiaggia de Sonagitti, Canzon e Smaregale in lengua Pavana(Padova, 1556), si trovano alcuni componimenti in lingua rustica, ne’ quali è parodiato il Petrarca. Quel bizzarro ingegno di Andrea Calmo travestì allo stesso modo una cinquantina di sonetti, l’ultimo dei quali, che nelCanzonieredel Petrarca comincia col versoPace non trovo e non ho da far guerra, è accompagnato da un largo commento. Veramente non si può dire che in queste parodie ci sia molta di quell’arguzia che pure abbonda in altri scritti del medesimo autore, ma, ad ogni modo, eccone un saggio.

Benedetto sia ’l zorno, ’l mese, e l’anno,E la stason, e ’l tempo, e l’ora, e ’l ponto,E la contrà, e ’l liogo, onde fu’ zontoDa quel bel viso che me fa gran danno.Sia benedetto el primo dolce affannoCh’Amor m’ha dao, quando son sta conzonto,E l’arco con le frezze, che m’ha pontoD’una piaga mortal piena d’inganno.Benedetta la boxe, e ’l so parlar,I passi, el sonno, i vecci, la bellezza,I andamenti, el star, el caminar.Sia benedetta quella so vaghezza,El so vestir col so pulio manzar,Da far la morte star in allegrezza.

Benedetto sia ’l zorno, ’l mese, e l’anno,E la stason, e ’l tempo, e l’ora, e ’l ponto,E la contrà, e ’l liogo, onde fu’ zontoDa quel bel viso che me fa gran danno.Sia benedetto el primo dolce affannoCh’Amor m’ha dao, quando son sta conzonto,E l’arco con le frezze, che m’ha pontoD’una piaga mortal piena d’inganno.Benedetta la boxe, e ’l so parlar,I passi, el sonno, i vecci, la bellezza,I andamenti, el star, el caminar.Sia benedetta quella so vaghezza,El so vestir col so pulio manzar,Da far la morte star in allegrezza.

Benedetto sia ’l zorno, ’l mese, e l’anno,

E la stason, e ’l tempo, e l’ora, e ’l ponto,

E la contrà, e ’l liogo, onde fu’ zonto

Da quel bel viso che me fa gran danno.

Sia benedetto el primo dolce affanno

Ch’Amor m’ha dao, quando son sta conzonto,

E l’arco con le frezze, che m’ha ponto

D’una piaga mortal piena d’inganno.

Benedetta la boxe, e ’l so parlar,

I passi, el sonno, i vecci, la bellezza,

I andamenti, el star, el caminar.

Sia benedetta quella so vaghezza,

El so vestir col so pulio manzar,

Da far la morte star in allegrezza.

Maffeo Veniero, quel medesimo che poi fu arcivescovo di Corfù, e cui furono malamente imputate alcune sconce scritture di un altro Veniero, amico e discepolo dell’Aretino, si burlò assai piacevolmente nella canzone suaLa strazzosadelle lindure, delicature e lambiccature degli amori petrarchevoli. Giambattista Lalli, l’autore del notissimo travestimento dellaEneide, travestì pure ventinove sonetti, due ballate, una sestina, una canzone del Petrarca. Questi suoi componimenti ci traggono ormai fuori dei termini del Cinquecento, ma vogliono, ciò nondimeno, essere ricordati, perchè non fanno se non seguitare una tendenza sorta molto prima. E chi vuol vedere che cosa diventassero alle mani del Lalli le rime dell’innamorato cigno di Valchiusa, legga i due seguenti sonetti, in cui se ne veggono trasformati altri due fra i più famosi delCanzoniere.

Per far d’un buon cappon ghiotta vendetta,Un ladroncel, sebben non mai l’offese,Celatamente un giorno egli sel prese,Com’uom che a nocer luogo e tempo aspetta.Con la manina poi sua gola stretta,L’uccise, e far non valse altre difese;Poscia dal mio pollajo il furbo sceseCon furia tal che parve empia saetta.Io conturbato da sì fiero assalto,Non ebbi tanto nè vigor nè spazio,Che potessi al bisogno prender l’armi.Al ladro, al ladro, gridai sempre ed alto;Ma non fu un cane che in sì duro strazioA poterlo acchiappar volesse aitarmi.Quando d’Apollo in ciel si scoloraroPer gire in mare ad annegarsi i rai,Ritornò il ladro, ed io che ben guardai,Chiamai li sbirri e subito il legaro.Non ebbe punto tempo a far riparo,Che dal giudice, tosto i’ me n’andai,E fu bello e convinto, onde i suoi guaiNel voler capponar s’incominciaro.Era venuto in tutto disarmato,E non credea ch’i’ avessi o voglia o coreDi vendicarmi e d’acchiapparlo al varco.Il buon giudice poi per farsi onoreGli diè perpetuo bando dal suo statoE ’l pose alla berlina sotto a un arco.

Per far d’un buon cappon ghiotta vendetta,Un ladroncel, sebben non mai l’offese,Celatamente un giorno egli sel prese,Com’uom che a nocer luogo e tempo aspetta.Con la manina poi sua gola stretta,L’uccise, e far non valse altre difese;Poscia dal mio pollajo il furbo sceseCon furia tal che parve empia saetta.Io conturbato da sì fiero assalto,Non ebbi tanto nè vigor nè spazio,Che potessi al bisogno prender l’armi.Al ladro, al ladro, gridai sempre ed alto;Ma non fu un cane che in sì duro strazioA poterlo acchiappar volesse aitarmi.

Per far d’un buon cappon ghiotta vendetta,

Un ladroncel, sebben non mai l’offese,

Celatamente un giorno egli sel prese,

Com’uom che a nocer luogo e tempo aspetta.

Con la manina poi sua gola stretta,

L’uccise, e far non valse altre difese;

Poscia dal mio pollajo il furbo scese

Con furia tal che parve empia saetta.

Io conturbato da sì fiero assalto,

Non ebbi tanto nè vigor nè spazio,

Che potessi al bisogno prender l’armi.

Al ladro, al ladro, gridai sempre ed alto;

Ma non fu un cane che in sì duro strazio

A poterlo acchiappar volesse aitarmi.

Quando d’Apollo in ciel si scoloraroPer gire in mare ad annegarsi i rai,Ritornò il ladro, ed io che ben guardai,Chiamai li sbirri e subito il legaro.Non ebbe punto tempo a far riparo,Che dal giudice, tosto i’ me n’andai,E fu bello e convinto, onde i suoi guaiNel voler capponar s’incominciaro.Era venuto in tutto disarmato,E non credea ch’i’ avessi o voglia o coreDi vendicarmi e d’acchiapparlo al varco.Il buon giudice poi per farsi onoreGli diè perpetuo bando dal suo statoE ’l pose alla berlina sotto a un arco.

Quando d’Apollo in ciel si scoloraro

Per gire in mare ad annegarsi i rai,

Ritornò il ladro, ed io che ben guardai,

Chiamai li sbirri e subito il legaro.

Non ebbe punto tempo a far riparo,

Che dal giudice, tosto i’ me n’andai,

E fu bello e convinto, onde i suoi guai

Nel voler capponar s’incominciaro.

Era venuto in tutto disarmato,

E non credea ch’i’ avessi o voglia o core

Di vendicarmi e d’acchiapparlo al varco.

Il buon giudice poi per farsi onore

Gli diè perpetuo bando dal suo stato

E ’l pose alla berlina sotto a un arco.

S’intende come questa poesia derisoria, che faceva delCanzoniereun uso così diverso da quello dei petrarchisti, non dovesse troppo giovare alla riputazion di costoro. Ma la parodia non colpiva soltanto gl’imitatori, colpiva ancora i commentatori. Parodia di commento sono iCicalamentidel Grappa intorno al sonettoPoi che mia speme è lunga a venir troppo[112], e una esposizionedella canzoneBen mi credea passar mio tempo omai, che lo stesso Grappa dice d’aver composta. Parodia è unaLauretta celebrata, dialogo diMarcantonio Petilio,diviso in sei Ragionamenti, ove, oltre all’ordinato progresso degli amori del Petrarca si dà la vera intelligenza alla canzoneMai non vo’ più cantar come soleva,da niuno ancora intesa[113]. E parodie sono quelle innumerevoli cicalate e dicerie, e quei commenti da burla, come il Commento del Caro alla Ficata del padre Siceo, quello del citato Grappa alla canzone del Firenzuola in lode della Salsiccia, e molt’altri. NellaLezione o vero cicalamento di maestro Bartolino dal canto de’ bischeri sopra ’l sonettoPassere e beccafichi magri arrosto[114], si ricorda un Don Agiato da Valdiriposo, professore di Salamanca, che su questo medesimo sonetto aveva composte ventidue lezioni, e ci si deride molto saporitamente l’argomentare, l’anfanare, l’arzigogolare degli espositori. In un luogo l’autore dice, quasi con le stesse parole dell’Aretino riferite poc’anzi: «questi espositori e commentatori fanno dire... a questi poveri poeti cose che non l’avrebbon dette con diece tratti di corda, nè, mi fate dire, pur mai pensate»; e quivi stesso si burla di coloro che si mettono alegger lezioniper le accademie efanno le cantafavole lunghe lunghe. Il Doni, che per burlarsidei commentatori del Petrarca, commentò il Burchiello, e instituì un confronto fra l’uno e l’altro poeta; il Doni, in quella sua cicalata intitolataLa Chiave, fa di strane chiose a quelpasso molto oscurodel Petrarca,

Del mio cor donna l’una e l’altra chiaveAvete in mano;

Del mio cor donna l’una e l’altra chiaveAvete in mano;

Del mio cor donna l’una e l’altra chiave

Avete in mano;

e dice che molti commentatori s’avvilupparono in questo caso, e cita opinioni, giudizii e luoghi dello Stiracchia, del Zicotto, del Mentolone, del Savonarola, di Bartolo e di messer Pietro Bembo. E di quelle cantafavole lunghe lunghe ricordate dal Cecchi, con cui altri pretendeva di spianare concetti e luoghi difficili delCanzoniere, dà buon saggio il Calmo in una sua lettera, dove scrive[115]: «diseva ben el precettor del Certaldese: «Grami nu, pessi, che sta in aqua sporca!» O infelici, o stolti, o miseri, ad quid perdizio ve rosegheu la mente, ve lacereu el pensier, ve strupieu i spiriti, ve insanguineu el cuor, affaneu el stomego, ve tormenteu i membri, ve stracheu la memoria, ve aflizeu l’interior, e ve intrigheu l’anema? incerti d’ogni vostra operazion, inbindai con l’ozio alle rechie, col pè in la fossa, con la stamegna in cao, e col porta inferi che ve coverze? Che giova el tanto fadigar vu e i vostri e far fadigar altri col mondo insieme?» e su questo tono seguita per un pezzo.

Ma un altro avversario, punto da disprezzare, trovava il petrarchismo nel sentimento religioso, il quale, se in molti era spento affatto, o sonnecchiava, in altri non pochi serbavasi vivo, ed anzi si risentiva, si rinfocolava a contatto di quella gran corruzione che riempieva il secolo. Il Petrarca stesso, come cristiano, ebbe di molti dubbii circa l’amor suo, e se talvolta vide in esso una virtù gentile che lo guidava a salvazione, assai piùspesso il considerò come una mala passione che lo toglieva a Dio, e se ne doleva e se ne scusava. Certo, nel suoCanzonieremolte cose ci sono che non le vorrebbe disdire un asceta; e chi mettesse insieme tutte quelle gravi massime e quelle savie sentenze circa la fugacità del tempo, la imminenza della morte, il nulla dei beni mondani, la bellezza della virtù e la turpitudine del vizio, potrebbe farne un libretto da porre a canto ai più devoti che abbia la letteratura cristiana; ma gli è pur certo che molt’altre cose ci sono le quali a un’anima timorata non possono non parer biasimevoli, e per non cercare più in là, quel così grande amore riposto in una creatura discorda troppo dal supremo ideale cristiano che è lo smarrimento in Dio. Aggiungasi che quello splendore d’arte onde brilla ilCanzoniereaccresceva il pericolo di certi lenocinii.

Era perciò naturale che uomini d’animo austero e molto devoti guardassero con sospetto il libro del poeta, specie quando lo vedevano correr per tante mani ed essere da tanti studiato e imitato, e pensassero al modo di combatterne i mali influssi, o di correggerne il vizio e di renderlo innocuo. Antonio Cammelli, detto il Pistoja, ricorda in un suo sonetto certo predicatore che in pulpitostracciava al Petrarca il mantello[116]. Il Pistoja non lo avverte; ma noi possiamo essere sicuri che costui predicava al deserto: altri, meglio avvisati, pensando che a voler mandare in bando ilCanzonieresi sarebbe perduto tempo e fatica, credettero di conseguire più sicuramente il fine loro con sottoporlo ad un travestimento speciale che fu detto spiritualizzamento.

Questa operazione dello spiritualizzare consisteva nel togliere ad uno scrittore quanto nelle opere sue ci fossedi men che onesto, o di semplicemente profano, con sostituirvi una sostanza nuova di cose e di pensieri in buon accordo con la morale e con la fede. Era una specie di conversione che si operava nei libri. Si lasciavano intatte quanto più era possibile le forme, ma ci si metteva dentro un’anima nuova; si allettava i lettori con l’esca di un titolo famoso e, usando di una pietosa frode, si metteva loro tra mani un libro che veniva a dire il contrario di quanto aveva detto insino allora.

Quest’arte, non men faticosa che meritoria, fu molto in onore in Italia nel Cinquecento, e fu praticata anche fuori d’Italia. Tutti i libri più famosi e meno in odore di santità ebbero a capitarle sotto, e così furono spiritualizzati, spesso ripetutamente, da parecchi, ilDecamerone, l’Orlando Furioso, le rime del Bembo, alcune di Torquato Tasso, e via dicendo. E questa furia di spiritualizzare andò tant’oltre che si spiritualizzarono cose come il famosoLamentoin cui Strascino da Siena trattò in volgare e popolarmente il tema che il Fracastoro ebbe a trattare eruditamente e in latino: il mal francese.

Ben s’intende come la operazione dovesse presentare difficoltà più o meno grandi, a seconda dei libri, e dovesse importare dei libri stessi una trasformazione più o meno piena. Si vede subito che a spiritualizzare ilCanzonieredel Petrarca ci voleva assai meno fatica che non a spiritualizzare, poniamo, ilDecamerone, e che per ispiritualizzarsi quello s’avea a trasformare molto meno di questo. IlDecamerone spiritualedi Francesco Dionigi da Fano non altro conserva del libro di messer Giovanni che il titolo innocuo, e la partizione in dieci giornate; le cento novelle se ne son ite, e il luogo loro è preso da cento ragionamenti morali, in cui si tratta di castità, di digiuno, di povertà, di tribolazione, di pazienza, ecc., e che nella edizione veneziana del 1594 tengono la bellezza di 659 pagine in quarto, assai fittee dove non si torna mai a capo. Altro che le metamorfosi di Ovidio! Col Petrarca non bisognavano procedimenti così radicali; a lui si potevano lasciare le parole immutate assai spesso, e qualche volta anche i pensieri.

Lo spiritualizzamento delCanzoniereè di più guise e di diversi gradi. La forma, dirò così, più mite è quella che s’incontra in alcuni centoni, dove con versi del Petrarca, si cantano le lodi della Vergine, o si tratta altro sacro argomento. Qui lo spiritualizzamento non si esercita propriamente nelCanzoniere, ma fuori di esso, e i componimenti che ne nascono non han punto la pretesa di sostituirsi al libro onde traggono la sostanza. Di giunta in essi la parola del poeta rimane inalterata. Ma l’opera trasformatrice passa oltre, invade ilCanzonierestesso, e ne penetra tutte le parti, finchè riesce alla piena trasmutazione di esso. Un’altra maniera di spiritualizzamento si otteneva mediante un’acconcia interpretazione, che, lasciando intatto il testo, vedendo simboli dove il poeta certamente non ne aveva messi, riusciva a quei concetti religiosi e morali che per lo appunto si ricercavano. E questa maniera era quella che ragionevolmente avrebbe dovuto ottenere migliore effetto, perchè non toglieva il poeta, camuffandolo stranamente, ai molti suoi ammiratori. Del resto questo procedimento non era nuovo. Durante tutto il medio evo si moralizzarono a questo modo le opere più profane, si cercarono negli scrittori pagani dottrine a cui non avevano sognato mai: basti dire che delle stesseMetamorfosidi Ovidio si fece un libro morale, quasi un libro cristiano.

Nel 1544 un frate Feliciano Umbruno da Civitella diede in luce unDialogo del dolce morire di Gesù Christo sopra le sei Visioni di M. Francesco Petrarca. Sono ragionamenti teologici fra la Signora Giacopa Pallavicina da Parma e un tal Leonzio, e prendono argomento da alcuni notissimi luoghi delCanzoniere. L’autore, delresto, chiama insipido, agreste e disordinato il proprio discorso, e schiettamente confessa la ignoranza propria. Il primo ragionamento si aggira intorno a quei due versi:

Una fera m’apparve da man destraCon fronte umana da far arder Giove:

Una fera m’apparve da man destraCon fronte umana da far arder Giove:

Una fera m’apparve da man destra

Con fronte umana da far arder Giove:

la fera è il serpe tentatore. Il secondo commenta ed espone gli altri due:

Indi per alto mar vidi una naveCon le sarte di seta e d’or la vela:

Indi per alto mar vidi una naveCon le sarte di seta e d’or la vela:

Indi per alto mar vidi una nave

Con le sarte di seta e d’or la vela:

la nave è Maria Vergine; e via di questo andare. Di qualità simile a quest’opera di fra Feliciano dev’essere unaEsposizione spirituale sopra il Petrarca, composta da Pietro Vincenzo Sagliano e stampata in Napoli nel 1590, ma a me sconosciuta.

Costoro mutavano solamente il pensiero del poeta; altri mutavano il pensiero e la parola. Nel 1547 Gian Giacomo Salvatorino dava alle stampe in Venezia unThesoro de Sacra Scrittura sopra rime del Petrarcha. Il libro s’apre con un sonetto a Gesù crocifisso ed a Maria Vergine, poi ne vengono duealli candidi e benigni lettori, poi alcuni versi latiniIn maledicos, poi un madrigaletto del cavaliere Luigi Casola, in cui si presagisce a Gian Giacomo maggior gloria che non ebbe il Petrarca, giacchè:

più valeUn’impresa celeste che mortale.

più valeUn’impresa celeste che mortale.

più vale

Un’impresa celeste che mortale.

Seguono altri versi latini in lode dello stesso Gian Giacomo, il quale poi, insonetti XXI tra sè retrogradi, ci informa di parecchie cose degne d’essere sapute: e che egli cominciò la sua fatica nel 1537, essendo allora in età di trentatrè anni; e che ben due anni vi spese; e che senza l’ajuto di Dio non avrebbe potuto nemmeno concepire quellebenedettesue rime; e che l’idea gli fusuggerita dal Malipiero, di cui loda lo stileleggiadro,santo, divino. Fatto sta che queste sue rime, sien esse pur benedette fin che si vuole, non potrebbero essere più sciagurate. I sonetti del Petrarca ci sono rifatti quando una, quando due, quando tre volte, e sono uno, due, tre assassinamenti. L’autore fa come un sonatore che ripeta più volte, variandola in più modi, e guastandola sempre più, una stessa frase musicale. Egli comincerà col Petrarca:

Era ’l giorno ch’al sol si scoloraro;

Era ’l giorno ch’al sol si scoloraro;

Era ’l giorno ch’al sol si scoloraro;

poi ripiglierà:

Essend’oggi quel dì che scoloraro;

Essend’oggi quel dì che scoloraro;

Essend’oggi quel dì che scoloraro;

e poi da capo:

E uscendo i tuoi d’Egitto scoloraro.

E uscendo i tuoi d’Egitto scoloraro.

E uscendo i tuoi d’Egitto scoloraro.

La trasformazion dei soggetti è spesso assai strana. Il sonetto:Orso, e’ non furon mai fiumi nè stagni, nel quale il Petrarca si lagna del velo e della mano di Laura che gli tolsero la vista de’ suoi begli occhi, si muta in una invettiva controPilato e suoi compagni.

Ma il primato tra gli spiritualizzatori del Petrarca spetta incontestabilmente a Gerolamo Malipiero, il cui nome ci è capitato innanzi pur ora, autore delPetrarcaspirituale. Fu questo Malipiero un minore osservante di molta devozione e di gran zelo, valente predicatore, si dice, e girò, predicando, l’Italia. Il libro suo fu stampato la prima volta in Venezia nel 1536, ristampato ivi stesso due anni dopo, e fu tanta la voga sua che, in quel medesimo secolo, ebbe non meno di dieci edizioni. Ad esso allude il Franco in quella più volte citata Risposta della Lucerna, dicendo: «Il male è che ci sono stati di quegli che v’han voluto far cristiano ducento anni dopo la morte, e di prete v’han fatto frate, ponendovie cordone e zoccoli e scapolare, chiamandovi il Petrarca spirituale». Ad esso allude il Giraldi Cinzio ricordando l’opera di tale che hafatto spiritualeil Petrarca, e «vestendolo da frate minore, e poi cingendolo di corda, gli ha messo i zoccoli in piedi»[117]. Esaminiamo un po’ più da presso questo libro stupido, ma curioso.

L’autore stesso ci dice le ragioni che glielo fecero fare. Egli si scaglia contro la disonesta letteratura de’ tempi suoi, e specialmente contro le commedie, corruttrici di ogni buon costume. Molte anime vanno in perdizione per colpa delle male letture. IlCanzonieredel Petrarca non è senza molto pericolo, ed egli prese a rifarlo, vedendo tanti giovani,domentrecedono alle lusinghe degliillecebrosi canti, lasciata la via della virtù,nell’abisso di perpetua morte strabocchevolmente precipitarsi.Per ciò hacon opportuni e convenevoli antidoti espurgati da ogni veleno antico i leggiadri sonetti del Tosco poeta, sì cheniente piùpotranno loro essere nojosi. Dubita veramente che le rime delTosco poetanon abbiano, passando per le sue mani, perduto alquanto di lor politezza e leggiadria; ma si consola vedendole così monde e spogliate di ogni vanità. Tutto ciò si dice in un discorsetto che, insieme con altri nove, si trova a mezzo del volume. Ma la cosa certo più bella di esso volume è un dialogo fra il Petrarca stesso e l’autore, dialogo che fa officio di prologo, e in cui con ingegnosa invenzione si finge che il poeta chieda al frate di fargli quel servizio di spiritualizzarlo. Così si chiudeva la bocca a chi credesse d’averci a ridire. L’autore è andato, come tanti altri, in pellegrinaggio ad Arquà, e ha già ammirato il sepolcro e la casa del poeta. Essendo ormai l’ora calda, egli si è ritratto in un boschetto, e quivi,pienodentro e di fuori d’ineffabile giocondità, si riposa e si ricrea. All’improvviso gli appare una figurapiù che umana, la quale il saluta con un:Dio ti salvi, o Malipiero. È il Petrarca, o per dir meglio l’anima sua, che dice al frate, come sia relegata in quel boschetto per divino giudizio, sino a tanto che siaritrattata l’opera degli amorosisuoi sonetti e canzoni. Stupore del frate a cui il poeta spiega come le sue rime abbiano in sè molte male parti, e a cui chiede da ultimo di voler procacciare egli stesso quella ritrattazione con purgar le profane rime da ogniozioso parlaree trasformare lui di poeta in teologo. Il frate si sgomenta, che non gli sembraimpresa da pigliare a gabbo; ma il buon Petrarca che non vede l’ora di uscirsene di colà per volare in paradiso, lo conforta, lo inanima, e per farlo al tutto risolvere gli promette che il suo stesso angelo custode gli suggerirà tutti i nuovi e buoni concetti che egli, il poeta, già da tempo è venuto preparando in quella solitudine per ridursispirituale.Vinto da tante ragioni, il frate accetta il delicato officio, non senza tuttavia esprimere il dubbio che il Petrarca teologo non sia per avere tanti ammiratori quanti il Petrarca poeta, nè senza lamentare la molta tristizia dei tempi: il poeta ringrazia, e i due, datasi la posta in paradiso si separano.

Io non istarò ora a dar minuto ragguaglio del libro, che sarebbe abusar troppo della pazienza dei lettori. Dirò solo che il travestimento è tale da far tenere per certissimo che il poeta fu senz’altro prosciolto da quella sua pena. Basti dire, per attenerci a pochi esempii, che Cupido si trasforma in Padre Eterno e in Gesù, Stefano Colonna similmente in Gesù, Laura in Maria, in Dio Padre, in Gesù, in morte, in anima, nella carne che dà noja al poeta e non so in che altro.

Il nuovoCanzoniereè diviso in due parti: nella prima sono i sonetti, nella seconda le canzoni e le altre rime,che l’autore schiettamente confessa avergli data assai più fatica che non i sonetti. Lo spiritualizzamento essendo stato operato con i proprii concetti del Petrarca, e mercè l’ajuto dell’angelo suo custode, non poteva riuscire se non di piena soddisfazione del Petrarca stesso, il quale, in fatto, in un apposito sonettoa gli animi gentili, dice che le sue rime così purgate torneranno assai più di prima accette a chi è in grado di pigliareil ver diletto e non più l’ombra; e in altro sonetto, dove la discorre con un critico, dice anche più. Questo merita d’esser riportato per intero:

Critico. Petrarca, ond’è che vai sì altero e moltoAllegro in faccia più che per addietro?Petrarca. Non sai che il core uman, sia chiaro o tetro.Sua qualità fuor pinge a l’uom nel volto?Critico. Conosco ciò; ma dimmi, ond’hai raccoltoSpirto di sì gioconde rime e metro?Petrarca. Mercè del dotto e saggio Malipetro,Che d’amor vano e grave error m’ha sciolto.Critico. Dunque la tua soave e dolce liraPiù Laura non risona?Petrarca.Non già certo.Critico. Che poi?Petrarca.Il sommo benche mi dà vita.Critico. Felice tu, che impresa sì deliraLasciasti, ed hai a Cristo il canto offerto,Onde fia eterna tua Musa gradita.

Critico. Petrarca, ond’è che vai sì altero e moltoAllegro in faccia più che per addietro?Petrarca. Non sai che il core uman, sia chiaro o tetro.Sua qualità fuor pinge a l’uom nel volto?Critico. Conosco ciò; ma dimmi, ond’hai raccoltoSpirto di sì gioconde rime e metro?Petrarca. Mercè del dotto e saggio Malipetro,Che d’amor vano e grave error m’ha sciolto.Critico. Dunque la tua soave e dolce liraPiù Laura non risona?Petrarca.Non già certo.Critico. Che poi?Petrarca.Il sommo benche mi dà vita.Critico. Felice tu, che impresa sì deliraLasciasti, ed hai a Cristo il canto offerto,Onde fia eterna tua Musa gradita.

Critico. Petrarca, ond’è che vai sì altero e molto

Allegro in faccia più che per addietro?

Petrarca. Non sai che il core uman, sia chiaro o tetro.

Sua qualità fuor pinge a l’uom nel volto?

Critico. Conosco ciò; ma dimmi, ond’hai raccolto

Spirto di sì gioconde rime e metro?

Petrarca. Mercè del dotto e saggio Malipetro,

Che d’amor vano e grave error m’ha sciolto.

Critico. Dunque la tua soave e dolce lira

Più Laura non risona?

Petrarca.Non già certo.

Critico. Che poi?

Petrarca.Il sommo benche mi dà vita.

Critico. Felice tu, che impresa sì delira

Lasciasti, ed hai a Cristo il canto offerto,

Onde fia eterna tua Musa gradita.

E in un ultimo sonetto non so qual Francesco Prierio loda il frate d’aver purgato ilCanzonieremeglio che non purgassed’ogni ria fecciail Pantheon papa Bonifacio, quando, toltolo al culto degli idoli, lo consacrò a Maria. Finalmente, nel tergo dell’ultima carta, fa capolino ancora una volta il frate dabbene, e dice che, mercè la divina grazia, egli ha composto il suoPetrarca spirituale a comune utilità de’ Mortali, si sottomette intuttoalla determinazione della santa madre Chiesa, e raccomanda a chi legge la emendazion degli erroricommessi nel veloce corso degli impressori.

La Chiesa che ormai cominciava a fare il viso burbero, e che, dopo la lunga carnascialata degli anni precedenti, sentiva il bisogno di un po’ di quaresima, gradì e favorì l’opera del ben intenzionato frate. La poesia del Petrarca cominciava a putire alla madre spirituale in via di ravvedimento, e gl’imitatori non godettero più la grazia di prima. Nel 1547, morto appena il Bembo, si cercò d’impedire in ogni modo che si facesse in Roma una ristampa del suo Canzoniere, e anzi si tentò di far condannare il libro, tentativo ripetuto poi nel 1585. Un’anima pietosa lo tolse sotto la sua protezione e lo spiritualizzò[118]. Ma anche gli spiritualizzamenti non erano senza pericolo: ilDialogogià ricordato di Feliciano Umbruno fu proibito dal Concilio di Trento.

Intanto venivano a poco a poco mutando anche i gusti letterarii. Il secentismo batteva alle porte con nuovi ideali, con una poetica che escludeva in modo assoluto l’imitazione, e che ben può compendiarsi in quei due versi del Marini:

È del poeta il fin la meraviglia;Chi non sa far stupir vada alla striglia.

È del poeta il fin la meraviglia;Chi non sa far stupir vada alla striglia.

È del poeta il fin la meraviglia;

Chi non sa far stupir vada alla striglia.

Durante tutto quasi il Seicento, il Petrarca è dimenticato; poi, con l’Arcadia, si rinnovella il suo culto. L’Italia è invasa da un nuovo popolo di petrarchisti, allagata da un nuovo mare di sonetti, di canzoni, di madrigali e di sestine; ma i nuovi imitatori, conciati come tutti sanno dalla frusta del Baretti, derisi dal Goldoni nelPoeta fanatico, non son da più degli antichi,anzi da meno assai, e, alludendo così agli uni come agli altri, ben diceva quella virile e sdegnosa anima dell’Alfieri:

So che in numero spessi e in stil non rariPiovon tuttor dalle italiane penneLunghi e freddi sospir d’amor volgari,Per cui da Laura in poi niun fama ottenne.

So che in numero spessi e in stil non rariPiovon tuttor dalle italiane penneLunghi e freddi sospir d’amor volgari,Per cui da Laura in poi niun fama ottenne.

So che in numero spessi e in stil non rari

Piovon tuttor dalle italiane penne

Lunghi e freddi sospir d’amor volgari,

Per cui da Laura in poi niun fama ottenne.

Cattivi versi, ma ottima sentenza.


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