UN PROCESSO A PIETRO ARETINO

UN PROCESSO A PIETRO ARETINO

Sono ormai tre secoli e mezzo che sul dosso di Pietro Aretino si suona a doppio e a distesa. Critici, storici, politici, moralisti, uomini di largo e di angusto pensare, progressisti e retrogradi, gli si avventarono contro con la medesima furia, e con lo stesso deliberato proposito di non dargli quartiere. Non c’è accusa, invettiva, contumelia che non gli sia stata gettata in capo; non colpa e bruttura che non gli sia stata apposta. Il suo nome è nome d’infamia, simbolo di turpitudine e di scelleratezza: Francesco De Sanctis, che pur ebbe tanto intelletto di umanità, disse che un uomo ben educato non pronunzierebbe quel nome innanzi a una donna[119].

I più degli storici della nostra letteratura, anche recentissimi, ne parlano con palese o mal celato ribrezzo, quasi scusandosene col lettore, e perchè qualche cosa bisogna pur dirne; ma ripetute quelle quattro notizie più divulgate, confermati alla lesta i giudizii già le molte volte pronunziati, passan oltre di corsa, spolverandosi i panni e sputando, come se avessero dato dipetto in un ammorbato. E in verità che un gran dubbio entra nell’animo non la critica sia cosa di là da venire, o piuttosto sogno di alcuni spiriti travagliati, quando si ode il buono e liberale Settembrini, dopo aver chiamato l’Aretinosozzo e sfacciato impostore, e con forma più spicciaun furfante, esclamare:Per me io non credo ciò che l’Aretino scrisse di sè, nè ciò che altri scrisse di lui,... nè voglio indagare quello che potrebb’essere vero e quello che potrebb’essere falso[120]. Ma che giustizia è mai questa, che nega di fare per l’Aretino ciò che suol farsi per ogni più tristo e più vile ribaldo, scernere di tra le molte imputazioni ed accuse le vere dalle false? E voi come fate a narrare la sua vita, se non credete nè a ciò che egli scrisse di sè, nè a ciò che altri scrisse di lui?

Ultimamente il Virgili, in un libro per molti rispetti pregevole, volendo ad ogni modo levar sugli altari Francesco Berni[121], cercò di accrescere infamia quanta più potè all’Aretino, e ci si adoperò in guisa da far venire a lui stesso il sospetto che quella che a lui pareva storia ad altri potesse parere romanzo. Ma l’eccesso provoca naturalmente l’eccesso, e perciò non è da meravigliare se, or son pochi anni, il signor Giorgio Sinigaglia venne fuori con un volume[122]per molte ragioni men che mediocre, ma pure non mancante di qualche pregio, almeno d’intenzione, dove Pietro Aretino è dipinto, non solamente come un grande uomo, ma come un galantuomo ancora.

Il lettore si avvede che non è mio proposito passarein rassegna e discutere le opinioni svariate e i giudizii non sempre concordi degli infiniti che ebbero a scrivere di Pietro Aretino. A far ciò non basterebbe un volume. Io prendo le mosse dal giudizio più comune e più ripetuto; dal giudizio che ha fermato i caratteri dell’uomo nel concetto della gente colta; dal giudizio tradizionale e consuetudinario che ha fatto dell’Aretino il maestro e l’apostolo di tutte le corruzioni e un pessimo scellerato, negandogli in pari tempo ogni merito di scrittore; e cerco se non si possa riuscire a un giudizio meno assoluto, cioè più equo. Perchè, in verità, mi pare che nel processo fatto al gran reprobo non si sia tenuto conto di molte cose, e non sempre si sieno osservate le debite norme, e che la condanna si risenta troppo della mala procedura. Io non faccio qui l’avvocato, e non intendo punto mostrare, a furia di cavillosi argomenti, che l’Aretino è il contrario di ciò che comunemente si crede. Io faccio lo storico e il critico, ed è tutt’altro il mio scopo. Riconosco fondate in molta parte le accuse a lui mosse; e non voglio menomamente celare o travisare le sue molte poltronerie. Sì certo; egli è avido, insolente, servile, bugiardo, scostumato e svergognato; ma ha pure alcune qualità buone da opporre a queste pessime; e poi il mancamento, considerato in sè stesso, non dà la misura esatta della colpa. Noi abbiamo ora un concetto della imputabilità assai diverso da quello che si ebbe in passato, e non ci sembra di poter recare di un fatto e di un uomo giusto giudizio, se non consideriamo infinite cose che sono intorno a quel fatto e a quell’uomo, più o meno strettamente congiunte con essi; e abbiamo ormai della legge universale di causalità un concetto così prepotente che subito dal particolare vogliamo assorgere al generale.

Ciò premesso, non credo inutile nè inopportuno rivedere un poco il processo di Pietro Aretino, e cercare semeriti conferma, o se voglia essere in tutto o in parte riformato il comune giudizio che uno storico tedesco chiuse e condensò in una frase unica, chiamando il gran reo il Cesare Borgia della letteratura.

A tal fine bisogna che noi vediamo:

1º che c’è di vero in certi racconti che in un modo o in un altro arrecano infamia all’Aretino;

2º qual è l’indole morale di lui, quali sono i caratteri e le ragioni della sua tristizia;

3º qual è il carattere e il valore di lui come scrittore.

Che intorno a Pietro Aretino s’è formata una specie di leggenda, si vede subito, appena si confrontan fra loro i racconti varii della sua vita e si notano le contraddizioni. E tutto favoriva, a dir vero, la formazione di sì fatta leggenda: la fortuna grande e quasi inesplicabile dell’uomo; il mal animo di chi procacciava sfogo all’invidia denigrando e mentendo; il sacro orrore delle anime timorate, che ingigantiva, come sempre suol fare, la perversità di lui, e inconsciamente le conferiva quant’era mestieri perchè riuscisse piena ed intera. Non si dimentichi che gli uomini, in ogni tempo, ebbero bisogno, come di tipi di santità, così di tipi di scelleraggine.

L’Aretino stesso in parecchie sue lettere si lagna dei molti invidiosi che dicevano di lui cose non vere, e gli attribuivano scritti a cui non aveva tampoco pensato, e discorsi che non aveva neppure sognati; si lagna più particolarmente di certicortigianuzziche si dilettavano disoffiare nel fuoco[123]. Alcuni di costoro erano forse in buona fede; argomentavano da ciò ch’egli avrebbepotuto fare il fatto. Così fu che gli si attribuì il troppo famoso opuscoloDe tribus impostoribus, attribuito a tant’altri, e così è che il Virgili vuole ad ogni modo ch’egli abbia avuto parte nella composizione di certi sciagurati libercoli di Lorenzo Veniero, sebbene questi ne rivendichi a sè tutto il merito, e sebbene di quella partecipazione non siavi una prova al mondo[124]. Appunto qui noi vediamo la leggenda porre in opera uno dei suoi procedimenti speciali, che consiste in torre agli oscuri per dare agli illustri, a chi viene sempre più campeggiando e prendendo figura nella finzione. Gli è in virtù di tal procedimento che si sono formati gli eroi leggendarii; e come a Carlo Magno fu dato vanto di imprese che altri compierono prima o dopo di lui, così a Pietro Aretino fu dato carico di libri che altri scrisse, non egli.

La leggenda aretinesca, come ogni altra leggenda, prende le mosse dalla nascita dell’eroe, e lo seguita poi, un po’ interrottamente, a dir vero, sino alla morte. Essa si prefigge, innanzi tutto, di dargli vili, o anche sconci ed illegittimi natali, affinchè l’infamia sua cominci col nascere, e appaja, in certo modo, originale e necessaria. Anton Francesco Doni, nelTerremoto, per meglio giustificare la identificazione ch’ei fa dell’Aretino con l’Anticristo, lo dice figlio di un terziario e di una pinzochera; ma anchevilissimo figliuolo d’un ciabattino.Niccolò Franco, in quegli obbrobriosi sonetti che gli compose contro, ora chiama il padre di lui contadino, ora calzolajo. L’autore di quella sconciaVitache andò già sotto nome del Berni, e non si sa propriamente di chi sia, parla di un padre villano e di una madre schiavona e baldracca. E sulla fede di un così fatto narratore infiniti ripeterono che Pietro Aretino nacque di unaTaide di bassa lega. Quanto al padre ci fu chi mise fuori un’altra favola, meno ingiuriosa se vuolsi, ma non meno falsa. Il buon Mazzuchelli[125]si affatica a dimostrare che l’Aretino fu figliuolo naturale di Luigi Bacci, cavaliere d’Arezzo; e prima di lui aveva affermato il medesimo quel dabben uomo, per non dirgli altro, del Crescimbeni, che a sua volta aveva trovata la bella notizia nelleGlorie letterarie di Valdichiana, opera inedita di Jacopo Maria Cenni, rimasa in Napoli, ove l’autore morì[126]. E subito questo padre fu accettato per buono e per autentico da quegli stessi infiniti che dalle mani dell’anonimo libellista avevano accettata la madre. Ora è da notare che il signor Jacopo Maria Cenni morì circa un secolo e mezzo dopo l’Aretino, e che l’anonimo libellista, il Doni, il Franco, i quali tutti conobbero l’Aretino di persona, del cavaliere Luigi Bacci non dicono verbo, e non ne dice verbo nemmeno un Medoro Nucci, che fu tra i nemici più pericolosi dell’Aretino, e che per essere appunto di Arezzo era in grado di saper certe cose, e non si sarebbe fatto riguardo di dirle. Anche costui fa l’Aretino figliuolo di un calzolajo.

Alessandro Luzio, in un buon lavoro pubblicato non ha molto[127], sbugiardò tutta questa leggenda dei natali dell’Aretino, e sceverò la verità dalle calunnie e dalle favole. Il padre dell’Aretino fu un povero calzolajo per nome Luca; la madre una buona e bella popolana chiamata Tita. Costei, non solo non fu quella svergognata che si volle far credere; ma fu anzi una donna di ottima indole e di onesti costumi, teneramente amata dalfiglio, e da lui sempre ricordata con ammirazione ed orgoglio. S’ella fosse stata una prostituta, l’Aretino si sarebbe ben guardato dal parlarne altrui, e non avrebbe chiesto con tanta insistenza, quanta certe lettere dimostrano, copia del ritratto di lei al Vasari; nè il Vasari stesso avrebbe ardito di prenderla a modello per l’immagine della Vergine Annunziata da lui dipinta sopra la porta della chiesa di San Pietro in Arezzo; nè i cittadini d’Arezzo avrebbero certo comportato un tal vituperio. Quanto al padre, l’Aretino lascia scorgere, è vero, di vergognarsene; ma questo suo vergognarsene prova appunto che gli era figliuolo, e toglie ogni probabilità a quella storiella di Luigi Bacci. Se l’Aretino avesse saputo d’esser figlio di costui, o se avesse saputo che tale era reputato da alcuni, non avrebbe mancato di diffondere e di confermare quella opinione, da cui poteva venirgli più onore che biasimo. Giacchè egli, che pure amando svisceratamente le sue figliuole, non si curò mai di legittimarle, adducendo a scusa che le aveva in modo legittimate con l’animo da non richiedersi altra cerimonia, viveva in un secolo poco soggetto agli scrupoli. E come avrebbe egli potuto vergognarsi di essere bastardo, vedendo tutto giorno principi e papi con le masnade dei bastardi intorno, e bastardi salire ai supremi onori e sedere in trono? Certo egli si sarebbe trovato in assai numerosa compagnia, e avrebbe potuto con miglior animo e più sicurezza esprimere quel giudizio a lui caro, che difficilmente e di rado opera cose degne nel mondo chi è di origine abietta.

Ma se nulla di vero c’è nella leggenda dei genitori dell’Aretino, vediamo se alcun che di vero ci sia, o almen di probabile, in quanto si narrò di altre persone della sua famiglia. Pietro non fu il solo figlio di Luca e di Tita; egli ebbe alcune sorelle, almeno due; di fratelli non è ricordo. Ora, verso queste sorelle, la leggendanon fu nè più riguardosa, nè più giusta di quello fosse verso la madre. Francesco Berni, in un sonetto notissimo, e che più altre volte dovrò ricordare, fa menzione di due sorelle che l’Aretino aveva, secondo lui,a grand’onore, nel lupanare della sua città natale. Il Franco, in varii de’ suoi sonetti, parla, quando di una sorella, quando di due, esercitanti il vituperoso mestiere. Che poi molt’altri abbiano ripetuto quelle accuse senza punto curarsi di accertarne la verità, è quasi soverchio avvertire. E sì che non è poi tanto difficile avvedersi della loro falsità. Un primo dubbio già avrebbe dovuto far nascere il fatto della nobiltà e del gonfalonierato conferiti a Pietro da’ suoi concittadini. Per quanto que’ d’Arezzo potessero essere di manica larga, è difficile pensare che volessero, coprendo sè di ridicolo e di vergogna, fare quella dimostrazione ad un uomo le cui sorelle erano state in Arezzo stessa, e forse erano tuttavia, inquiline di postribolo. Ma il vero si è che le due sorelle dell’Aretino, delle quali è memoria, furono entrambe maritate, l’una con un messer Scipione, l’altra con Orazio Vanotti, soldato, e lasciarono, morendo entrambe innanzi all’Aretino, quella due figliuole, questa due maschi gemelli. Della prima l’Aretino ricorda come ardentemente desiderasse di collocare una delle figliuole nel nobile monastero di Santa Caterina in Arezzo, e com’egli si adoperasse per farcela entrare. L’altra morì assai giovane, di puerperio, nel 1542, ed è quella stessa che, essendo ancora zitella, nel 1536 fu inchinata dal duca Alessandro de’ Medici, di passaggio per Arezzo, come gloriando ricorda pur l’Aretino in una lettera di quell’anno medesimo scritta a esso duca[128]. Certo, non mancano nemmeno in quel secolo esempii di prostitute che attendono al mestiere pur essendo maritate; maquesti esempii occorrono di solito fra le cortigiane propriamente dette, che vivono libere, non fra le meretrici di bassa mano raccolte nei lupanari. Ora, nel 1536, la seconda sorella di Pietro era ancora in casa, come si ha dalla lettera suddetta, e certamente non faceva la prostituta. Come credere, in fatti, che Alessandro de’ Medici, per poco schizzinoso che fosse in materia di onestà e di decoro, volesse ossequiare pubblicamente una sgualdrina? E come credere, d’altra parte, che le nobili religiose di Santa Caterina volessero accogliere nel loro monastero la figliuola di una donna, non solo di bassa condizione, ma infame? Tutte le prove dunque del meretricio di quelle due sorelle consistono in alcuni versi del Berni e del Franco, entrambi nemici acerrimi dell’Aretino, e l’un di essi, il secondo, a causa della velenosa sua lingua, impiccato per la gola. Confessiamo che in qualsivoglia giudizio le affermazioni di testi così sospetti non sarebbero accolte se non con grande riserbo, e che diedero saggio di molta leggerezza, per non dir peggio, coloro che senza più le gabellarono per veridiche e per sicure. Aggiungiamo che essi mostrano di conoscere assai poco e assai male l’Aretino, se credono che un uomo come lui, così abile a trar vantaggio di tutto, a riunire e coordinare tutti gli elementi del successo, potesse commettere il grossolano, l’incredibile sproposito, di lasciare le sorelle sue in una condizione da cui a lui stesso non poteva ridondare che discredito e infamia. Questo sproposito l’Aretino non lo commise. Noi lo vediamo adoperarsi con ogni impegno, ricorrere a tutte l’arti ond’era maestro, per mettere insieme un po’ di dote alla sua sorella più giovane: qualora egli non avesse ciò fatto per semplice ragione d’amor fraterno, certo l’avrebbe fatto per accorgimento d’uomo che ha una condizione e una riputazione da conservare.

Che cosa rimane dunque di tutta questa leggenda obbrobriosache nemici arrabbiati e libellisti senza nome fabbricarono intorno alla nascita e alla famiglia di Pietro Aretino? Nulla di nulla, o solo una prova della malignità o dell’errore loro. Vediamo se si possa prestar più fede ad altri racconti che tutti, quali in un modo, quali in un altro, tendono sempre a quel medesimo fine di screditare, di svergognare l’Aretino. Io non affermo già che alcune delle cose che vi si narrano non possano anche esser vere; ma dico che in generale quei racconti sono, o per una o per un’altra ragione, tali da destare grave sospetto, e da non poter essere ricevuti per veri finchè non sieno suffragati da più sicure prove. Un tribunale non li accoglierebbe che a titolo di semplice informazione.

Si dice che l’Aretino, quasi fanciullo ancora, dovette fuggirsene dalla patria per certo sonetto da lui composto contro le indulgenze. Ciò dovrebbe provare come, sino dai più teneri anni, fosse stata in lui quell’indole maligna e insolente di cui s’ebbero poscia a vedere gli effetti. Ma chi è che lo dice? Gerolamo Muzio, suo nemico mortale. E quando lo dice? Quando importa far credere al mondo che l’Aretino, oltre ad essere una sentina di vizii, è anche un miscredente o un eretico. La stessa intenzione appare in un’altra storiella, ove è detto, che avendo l’Aretino, in Perugia, veduta nella pubblica piazza una pittura che rappresentava Maria Maddalena a’ piè di Cristo, con le braccia aperte, andatovi di nascosto, dipinse tra quelle braccia un liuto. Ma tale storiella non ha più antico narratore di Carlo Caporali, che visse un secolo dopo l’Aretino, e non dice d’onde l’abbia tratta. Entrambi i racconti sono poi in contraddizione diretta coi modi che l’Aretino serbò tutto il tempo di vita sua in materia di religione.

Uno dei fatti più spesso ricordati e più universalmente tenuti per veri, è che l’Aretino fosse alcun tempo legatoredi libri in Perugia, e ogni suo sapere acquistasse in quell’esercizio, con occasione di vedere e leggicchiare le carte che andava cucendo. Ma ciò si trova affermato la prima volta in una nota al già citato sonetto del Berni, nella stampa vicentina del 1609: e con quale scopo si trova affermato? Con quello evidentemente di dare alla coltura dell’Aretino, qual ch’ella si fosse, una origine in tutto umile e fortuita, e d’ispirarne altrui un assai povero concetto.

Andiamo innanzi.

Nel libello anonimo già ricordato si narra che l’Aretino dovette lasciare la casa di Agostino Chigi, il ricchissimo e munificentissimo banchiere senese, per avervi rubato una tazza d’argento. Ora, nè il Berni, nè il Franco, nè il Doni, nè altri sanno nulla di questa tazza; chè se qualche cosa ne avessero saputo, non avrebbero mancato di aggiungere ai molti titoli vituperosi che gli dànno anche quello di ladro. Del resto, questo del rubare non era vizio che potesse facilmente accordarsi con certe qualità, buone o cattive che fossero, dell’Aretino, il quale fu egli sì molte volte rubato e da chi più godeva della sua fiducia. Inoltre egli non lascia occasione di levare a cielo il Chigi, ricordandone la umanità e la larghezza, il che non avrebbe certamente fatto, anzi avrebbe in tutto taciuto di lui, se ne fosse stato cacciato di casa per ladro.

E molt’altre cose si narrano in quellaVita: che, sendo d’anni diciotto circa, si fe’ cerretano, e andossene in Lombardia, e cantò in banca a Vicenza, avendo compagno in tal mestiere un certo Calcagno; che poi s’acconciò per garzone con un oste in Bologna; che stanco di fare il garzone, si rese frate in un convento di Ravenna; che toltosi anche di là, si mise per mezzano, per pazzo e per buffone con Leone X, ed ebbe compagni altri mezzani, altri pazzi e buffoni, e alcuna volta si adoperò avoltar lo spiedo in cucina; che si acconciò, dopo, per istaffiere con Giovanni de’ Medici, il gran capitano; che morto costui, se ne tornò a Roma, e servì Clementedi quello che prima aveva servito Leone; che dopo il famoso sacco, e dopo un certo scherzo che ebbe a patire dagli Spagnuoli, se ne andò, truffato un Ferrarese, a Venezia, ecc. ecc. L’anonimo autore dice aver udito narrar tali cose, parte a Niccolò Franco, e parte al Marcolini, il famoso stampatore, compare dell’Aretino; ma quanto al Franco mente di certo, perchè costui, se le avesse sapute, non avrebbe mancato di metterne qualcuna in quei suoi sonetti, che pur sono più centinaja. Aggiungasi che nè il Berni, nè il Doni ne fanno ricordo.

Molte altre cose racconta l’autor dellaVita, alcune delle quali di tanta turpitudine che non si possono nemmeno accennare, e tali che appena avrebbe potuto risaperle chi sempre fosse stato alle calcagna di Pietro e avesse fatto vita con lui; altre di tal qualità che mostrano l’indole bugiarda di tutto il racconto. Così egli dice che la madre di lui, la notte innanzi al parto, sognò un otre di vino; che compiuti appena i cinque anni, il fanciullo si mise a studiare la Maccaronea di Merlin Coccajo, nel qual caso questi avrebbe dovuto egli stesso comporla in età di cinque o sei anni; che essendogli stati posti dinanzi Virgilio e il Petrarca da un canto e laRegina Ancrojae gli Amori di Luciano dall’altro, egli tolse questi e lasciò quelli; che fatto altro simile esperimento con rame, argento ed oro, egli acchiappò l’oro alla bella prima. Poi gli attribuisce certi strani componimenti, e fra gli altri alcune pappolate e cantafere che lo stesso Aretino, nella commediaLa Cortegiana, fa gridare da unfurfante che vende istorie, e cioè;la guerra del Turco in Ungheria, le prediche di Fra Martino, il Concilio, la cosa d’Inghilterra, la pompa del Papa e dell’Imperadore, la circumcisione del Vaivoda,il sacco di Roma, l’assedio di Fiorenza, lo abboccamento di Marsilia[129]; e poi ancora l’istoria del becco all’oca, che si ha inserita nelMambrianodel Cieco da Ferrara, e la novella di Biancofiore,rubataal Boccaccio. Per mostrare del resto quanto l’autore si curasse di esser veridico, basta avvertire ch’egli fa dire al Berni la vita dell’Aretino potersi facilmente comprendere in quella commedia, e al Mauro, l’altro interlocutore del dialogo, che l’Aretinosarà statotutto quello che in detta commedia dice di sè stesso il Rosso ad Alvigia: frate, garzone di oste, giudeo, alla gabella, mulattiere, compagno del bargello, in galera, mugnajo, corriere, mezzano, cerretano, furfante, famiglio degli scolari, servitor dei cortigiani, il diavol e peggio. La storia di Lazarillo di Tormes!

Sarebbe fatica sprecata voler mostrare la poca consistenza e la minore credibilità di tutto il racconto dell’anonimo diffamatore; ma non sarà fuor di luogo far vedere con un pajo di esempii come egli alteri i fatti e mentisca. Primo esempio: egli dice che l’Aretino servì Clementedi quello che prima avea servito Leone, cioè di mezzano, di buffone e di pazzo, lasciando intendere con ciò che assai vile era la condizione sua in corte del pontefice. Ora, certe lettere scritte dal duca di Mantova all’Aretino, e dall’agente di Mantova in Roma a esso duca, lettere uscite dall’Archivio Gonzaga, e su cui non può cader dubbio di alterazione[130], provano che l’Aretino in corte del pontefice godeva di molta considerazione, e molto poteva sull’animo del pontefice stesso. Secondo esempio, che serve anche contro il Doni. Dice l’autor dellaVita: «Scrisse al Duca di Ferrara il poetachiedendo denari: non volse Ercole che un furfante si vantasse che un Signore si degnasse di lui: ebbe a male il poeta e scrisse del Duca. Ercole il seppe e tenne uomini per ammazzarlo a Venezia. Non successe tal cosa perchè egli stava serrato in casa, parte per questo, parte per debiti». «Onde deriva che il Duca di Ferrara vive con tanta quiete? Perchè non vi dona», dice messer Antonfrancesco nelTerremoto, e afferma inoltre che il Duca lo fece sacchettare di santa ragione. Ma mente egli e mente l’anonimo, e della menzogna d’entrambi ci sono le prove autentiche e chiare. A più riprese il Duca fece all’Aretino regali; e troviamo ricordo di una veste di raso nero assai pomposa, di un anello con un diamante, di cinquanta scudi d’oro, di altri cento scudi d’oro, di una coppa d’argento dorato, di due altre vesti assai ricche; nè gli donò solamente, ma gli si fece ancora raccomandare dal proprio segretario Bonleo, il quale scriveva al Divino di non porgere orecchio a chi gli dicesse male del Duca[131].

Tralascio altre accuse, o di minor rilievo, o in tutto generiche, e vengo a quanto fu narrato, creduto, ripetuto e ammesso universalmente per certissima verità circa la morte dell’Aretino. Questa storia è nota a tutti. Un giorno, l’Aretino, udendo narrare non so che fatti di quelle sue sorelle meretrici, preso da un irrefrenabile impeto di riso, e arrovesciatosi, per ridere più spappolatamente, sulla scranna che lo reggeva, cadde allo indietro, e percosso il capo in terra, rimase morto sul colpo. La fine parve degna dei principii e di tutta intera la vita dell’uomo nefando, incontrò il gusto del pubblico, ebbe conferma dai moralisti, fu rinarrata in novellae rappresentata in pittura. Ma chi è il primo che parli di sì fatta morte? Un Antonio Lorenzini, fiorito sul principio del secolo decimosettimo. Si vede subito di quali elementi, in virtù di quali suggestioni la leggenda siasi formata. Bisognava che l’ultimo atto dell’Aretino sulla scena del mondo confermasse quella vita tutta di turpitudini, anzi, in certo modo la epilogasse e concludesse come nell’ultima pagina si epiloga e si conclude un libro. E certo non si poteva immaginare favola che meglio mostrasse in breve la infamia della famiglia dell’Aretino, il cinismo di lui, e la giustizia e congruenza della punizione. A taluno parve che l’Aretino non si dovesse lasciar morire a quel modo, senza fargli dire qualche cosa che provasse l’empietà di lui, come il fatto provava la svergognatezza; e così alla favola principale si attaccò un po’ di coda, e si disse che lo scelleratissimo uomo non morì subito subito, e che ricevuta la estrema unzione, profferì un’ultima bestemmia, dicendo:

Guardatemi da’ topi or che son unto.

Guardatemi da’ topi or che son unto.

Guardatemi da’ topi or che son unto.

La leggenda, dico, era formata ingegnosamente e tale da ottenere universale credenza, tanto più che in essa c’era, come vedremo, una parte di vero: ciò nondimeno non potè fare che altre leggende non nascessero. Qualcuno ci fu che lo volle morto di apoplessia[132], forse come morte conveniente a una vita di stravizii; ma altri pure ci fu che non si contentò nè di una morte naturale, nè di una morte violenta, ma fortuita. Non meritava l’Aretino di morire impiccato? ebbene, egli morì impiccato. Così almeno racconta in un suo sermonelatino Michele de l’Hôpital, il famoso cancelliere di Francia[133]. Non dimentichiamo che tal morte era stata, in certo modo, profetizzata dal Berni all’Aretino e che le profezie fanno venire altrui la voglia di vederle avverate. Il Berni ebbe anche a toccare di certo squartamento che sarebbe seguito alla impiccagione; ma l’autor della favola, non s’intende perchè, non volle profittarne. Doveva essere persona discreta.

Ora si sa come morì l’Aretino, e tutte le leggende si dileguano dinanzi al documento irrefragabile che porge di quella morte autentico e preciso ragguaglio. È questo un certificato di Pietro Paolo Demetrio, parroco di S. Luca in Venezia, il quale attesta d’aver sepolto cristianamente l’Aretino in quella chiesa, e dice che questi morì di morte subitanea, cadendo da una sedia a bracciuoli, e che il giovedì santo,avanti che finisse gli ultimi suoi giorni, si confessò e comunicò,piangendo lui estremamente, come, dice il buon prete,vidi io stesso[134]. Tale dichiarazione fu fatta dal parroco venticinque anni dopo la morte di Pietro, nel 1581, e a richiesta di un Domenico Nardi da Reggio, il quale probabilmente l’avrà domandata per imporre con essa silenzio alle vituperose dicerie. Giova notare che il certificato fu fatto con intervento di notajo e che non gli manca nemmeno la convalidazione ducale. Ciò che in esso si dice della caduta da una sedia, raccostato a quanto l’Aretino racconta in certo luogo di sè stesso, dicendo che era suo costume di arrovesciarsi indietro ogni qualvolta rideva di gusto, mostra come possa esser nata la leggenda principale circa il modo della sua morte. La fantasia supplì le sorellemeretrici, prendendole dal sonetto del Berni e da quelli del Franco.

La leggenda dell’Aretino, bugiarda per quanto spetta alla nascita, bugiarda per quanto spetta alla morte, è senza alcun dubbio bugiarda per molta altra parte. Questa leggenda, del resto, noi non la conosciamo nemmeno intera. Essa ci apparirebbe di certo assai più estesa, se, come giunsero sino a noi le accuse e le imputazioni del Franco, del Doni, dell’anonimo biografo, così ancora ci fossero giunte quelle di altri nemici e detrattori suoi, per esempio di quel Colvi, che anch’egli andava spargendo vituperii dell’Aretino.

Io non dico già che l’Aretino non possa aver fatto, soprattutto in certi anni più oscuri della sua vita, alcune di quelle cose onde fu accusato, o alcune, almeno, simili a quelle; ma dico che non ci son prove per credere ch’ei le abbia fatte veramente. E aggiungo che gli accusatori suoi, taluno non abbastanza noto, altri troppo noti, altri necessariamente poco o male informati, non meritan fede nè molta nè poca. Chi voglia fare un processo all’Aretino non deve in tal caso tener conto delle testimonianze altrui, ma solo delle confessioni sue proprie, di ciò ch’egli stesso lascia vedere e indovinare di sè.

Veniamo alla seconda parte del giudizio.

Certe accuse fatte all’Aretino sono calunniose e false; altre non è dimostrato che sieno vere. Non è provato, e non è nemmeno probabile, ch’egli abbia rubato, o truffato, o commesso altre di quelle gagliofferie grosse per cui allora, assai più facilmente di ora, si finiva in un fondo di prigione, o si dava a dirittura nel capestro. Ma che per ciò? Egli rimane pur sempre un uomo scellerato e vile, una natura profondamente corrotta, uno di queimostri che disonorano l’umanità senza però capitar mai sotto al rigor delle leggi. Egli non sarà un delinquente, se si vuole, ma è certo un turpe ribaldo. Ed ecco altre accuse ed altre invettive. Udite i testimoni che rosarii recitano. L’Aretino è un furfante, un ignorante, un arrogante, un boja, un prosuntuoso, un porco, un traditore, un mostro infame, un idolo del vituperio, dice il Berni. L’Aretino è un goffo, un bajante, un ribaldo, un ciurmatore, una puttana, un somaro da legnate, una sentina di vizii, dice il Franco. L’Aretino è un poltrone, un bestione, un mariuolo, una carogna, il vitupero degli uomini, la schiuma di tutti i furfanti, il colosso dei goffi, il tagliaborse dei principi, la guida degli asini, il Sardanapalo della gagliofferia, dice il Doni. Sta bene; ma questi sono i testimoni dell’accusa: udiamo un poco anche i testimoni della difesa. Ecco ben altro linguaggio: l’Aretino è divino, divinissimo, non men divino che immortale, umanissimo, eccellentissimo, magnifico, onorando, virtuosissimo, unico, figliuolo della verità, discepolo e miracolo della natura, salute del mondo, gloria del cielo, dicono principi, cardinali, letterati, donne colte e gentili, frati e soldati. Se voi fate il conto, trovate che per un testimone che dice male, ce ne son dieci che dicono bene.

E poi, questi testimoni che dicon male bisogna vederli un po’ più da vicino. Chi sono essi? Prendiamo quei tre che ci sono già comparsi dinanzi, e non ci curiamo d’altri. Il Berni, in complesso, è un brav’uomo, sebbene abbia anch’egli in dosso qualche taccherella, di cui, se si volesse parlare, bisognerebbe parlare a porte chiuse; ma gli altri due sono due lanzichenecchi della penna, due stradiotti della letteratura, niente più onesti dell’Aretino, ma molto meno accorti di lui. Costoro gli erano stati un tempo in casa, e avevano mangiato del suo pane, e s’erano rimpannucciati a sue spese, e finchè durò l’amicizia lo levaronoai sette cieli; rotta poi l’amicizia, per ragioni che qui non accade ricordare, ne fecero, secondo la usanza non mai dismessa dei poltroni, il governo che s’è veduto. Il Berni scaraventava contro l’Aretino quel suo sonetto per far le vendette del datario Giberti, suo padrone, il quale non è poi dimostrato che non avesse qualche torto con l’Aretino; ma gli altri due composero le loro sconce invettive a solo sfogo di animo invelenito, chè non erano nè l’uno nè l’altro uomini da levarsi a campioni disinteressati della offesa moralità e della virtù conculcata. Costoro chiamavano l’Aretino un furfante e avrebbero data l’anima per potersi trovar ne’ suoi panni.

Altri infiniti ebbero, come abbiam veduto, dell’Aretino, tutt’altra opinione. Che vuol dir ciò? Vuol dire che alla generalità degli uomini del suo tempo l’Aretino non parve quel tristo di tre cotte che pare a noi. Ora, una massima mi pare da doversi stabilire anzi tutto: che nessuno, cioè, debba essere giudicato più malvagio di quello ch’ei fu tenuto dall’età sua, quando, ben s’intende, l’età sua abbia avuta di lui giusta ed intera cognizione. Gli è quanto dire che non si vuol giudicare nessuno coi criterii di una moralità o poco o molto diversa da quella comunemente accettata nella società cui egli appartenne, e d’onde solamente potè derivare la norma del suo operare; o se pur si vuole giudicare con quei criterii, non si deve giudicare lui solo, ma con lui la intera società di cui fu membro. Il valore esatto di un uomo non si ha se non quando un tal uomo, si consideri nell’ambiente suo, in mezzo alla vita varia e complessa di cui egli è, al tempo stesso, organo e produzione; giacchè ogni valore è necessariamente relativo. Che direste voi di chi volendo giudicare, poniamo, la figura principale di un quadro storico, togliesse appunto quella figura dal quadro, e si facesse a considerarla separatamente dall’altre figuree dalle cose tutte che il pittore, non senza le sue buone ragioni, gli pose intorno? Direste ch’egli opera malamente, e che il giudizio suo non può non riuscire parziale ed erroneo, giacchè la figura principale forma un tutto con quelle altre figure e con quelle cose ancora, e non la può intendere chi la consideri disgiuntamente da esse, o chi la ponga in altro quadro, in relazione con altre figure e con altre cose. Non meno parziale, non meno erroneo deve riuscire il giudizio di chi toglie l’Aretino dall’ambiente suo, e vuol giudicarlo secondo i principii di una morale che non fu quella dei suoi tempi. Fate campeggiare la figura dell’Aretino, sopra un fondo d’idealità cavalleresca, o di puritanismo anglicano, e la vedrete staccarsene vigorosamente, e vi parrà mostruosa: fatela campeggiare sul fondo del Cinquecento, ch’è il suo, e la vedrete spiccar molto meno, e vi parrà meno brutta d’assai. I contemporanei conobbero l’Aretino quanto noi, anzi, certo, meglio di noi; pure non l’ebbero, generalmente parlando, in quell’orrore in cui noi lo abbiamo. E perchè questo? Perchè i suoi vizii e le sue ribalderie erano cose comuni di quel tempo, erano il portato di quella vita, erano una pece di cui, o poco o molto, tutti si mostravano tinti.

Qui ci sarebbe da entrare in un lungo discorso circa la immoralità del Cinquecento, quella immoralità così intimamente connessa, così compenetrata colla cultura della Rinascenza, che, se l’una non fosse stata, nemmeno l’altra sarebbe stata; ma un tale discorso, quando non si volessero ripetere le cose più note e i giudizii più triti, quando si volesse entrare un po’ nell’esame del come e del perchè, del quando e del quanto, ci trascinerebbe così lontano che il povero Aretino non parrebbe più che un punto perduto in infinito spazio, e non sarebbe troppo agevole tornare a lui. Contentiamoci dunque di riaffermare questa nota verità che il Cinquecento èprofondamente immorale, e aggiungiamo che la misura, o se si vuole, la portata della sua immoralità, è data dallo sconfinato spazio che separa la vita reale dall’ideale cristiano, che pur allora si mette innanzi come norma, e come scopo di quella vita. Ogni società che, professando in astratto una certa dottrina morale (sia poi ottima, o non sia, poco importa), non solo rimane molto discosto dalla predicata perfezione, ma opera ancora in piena contraddizione con quella dottrina, è una società profondamente corrotta. E tale è la società del Cinquecento, la società descritta dal Machiavelli e dal Guicciardini.

Facciamoci ora a considerare uno per uno i vizii capitali dell’Aretino, quelli per cui gli si muovono più aspre censure, e vediamo se e come s’attenuino, paragonati con le condizioni generali dei tempi, e tenuto il debito conto delle cause che li producono, e talvolta ancora del fine cui tendono.

Il Doni chiama l’Aretino il tagliaborse dei principi; ma si dimentica di dire che i principi erano i tagliaborse dei popoli. Ad ogni modo, una delle più gravi accuse fatte all’Aretino concerne le arti con le quali egli carpì denari e regali a principi e non principi, e sguazzò tutto il tempo di vita sua, o almeno la miglior parte della vita sua, quella del soggiorno in Venezia. Queste arti, tutte riprovevoli, sono l’adulazione, la diffamazione, la minaccia, lo scherno, la menzogna.

Ma, quando s’è detto ciò, rimangono molt’altre cose da dire. Bisogna ricordare quale fosse la condizione dei letterati in quel secolo XVI, preconizzato il secol d’oro delle lettere. Era, in verità, una condizione assai triste. Ai giorni nostri, chi fa questo benedetto mestiere di scriver libri, camperà forse magramente, ma vive del giusto prezzo delle sue fatiche, ma vive libero, e per poco che s’innalzi sopra il livello comune, almeno in certi paesi, facilmente arricchisce, scrive come vuole edi ciò che vuole, impone i suoi patti all’editore, i suoi gusti e le sue idee al pubblico. Ben altrimenti andava la cosa nel Cinquecento. Nel Cinquecento il libro non aveva, come ha oggidì, un valor commerciale definito, e la proprietà letteraria era poco intesa e meno rispettata. Il letterato non viveva delprezzodell’opera sua, ma delpremioche altri potesse benignamente largirgli, e tal premio riceveva misura assai meno dal proprio merito di lui che dalla liberalità maggiore o minore, incerta e capricciosa del largitore. Il letterato supponeva un mecenate e lo cercava; viveva all’ombra sua e alle sue spese, si faceva mezzo servo e mezzo parassita. Si vedono subito le conseguenze di un tale stato di cose. Vivendo della malsicura munificenza del suo protettore, il letterato doveva continuamente attendere a che la fonte delle largizioni non si seccasse; doveva esercitar l’ingegno, e spesso logorarlo, in una lotta sorda e umiliante, piena di pericoli e di sorprese, nella quale egli si studiava di estorcere quanto più poteva, e il mecenate, di solito un principe, cercava di dare il meno possibile; doveva fare del libro uno strumento e un’arme di quella lotta, piegandolo a mille esigenze estranee al suo pensiero e all’arte sua. Egli diventava necessariamente cortigiano, adulatore e bugiardo; si chiamava poeta, storico, o filosofo, ma era soprattutto un accattone travestito. E nessuno mai potrà dire quanto danno abbia recato alle lettere nel Cinquecento la parassita mendicità dei letterati.

Che poi quella vita fosse assai triste, assai dura, anzi al tutto incomportabile agl’ingegni più nobili, si comprende facilmente: tutti ricordano ciò che ne lasciò scritto l’Ariosto; Torquato Tasso, molto ajutato dalla natura, gli è vero, ci smarrì la ragione.

Ora si avvicinavano i tempi di un grande mutamento, così in questa, come in molte altre cose. Era nata l’arteche doveva redimere lettere e letterati dall’uggioso patronato dei mecenati, e quest’arte era la stampa. La stampa mutava il significato, l’importanza, i destini del libro; essa assicurava, insieme con la base sociale, anche la base economica della letteratura. Ma era questo un grande rivolgimento, e un difficil lavoro, che non poteva compiersi in un giorno. Anche qui bisognava procedere per gradi. Fra la letteratura, chiamiamola così, di servizio, e la letteratura indipendente, ci doveva essere una letteratura intermedia, partecipe dell’una e dell’altra condizione. Fra il letterato che chiede la elemosina e il letterato che mette in vendita il suo libro, ci doveva essere il letterato che impone l’elemosina; e questo letterato fu Pietro Aretino.

Pietro Aretino non era uomo da acconciarsi alla condizione ordinaria dei letterati del suo tempo; l’indole sua, i suoi gusti, non glielo concedevano. Chiamandosiuomo libero per la grazia di Dio, egli dava a conoscere una delle inclinazioni più forti, dirò uno degli istinti di quella sua rigogliosa e mal disciplinata natura, tutta impastata di appetiti voraci. Amò veramente sopra ogni altro bene la libertà, e per amor di lei adorò Venezia, la più libera città d’Italia in quel tempo, e la più ospitale a chiunque non pretendesse ingerirsi nella politica. Non era nato per commisurar la sua vita ai piaceri, o peggio, agli ordini di un padrone; non poteva soffrire d’avere sopra e d’intorno chi gli desse soggezione o fastidio. In quel suo amore di libertà, come in più altre cose sue, c’è molto dell’uomo moderno. Odiava le corti di odio mortale, e mai non si lasciò sfuggire l’occasione di dirne il maggior male che seppe. E che quest’odio non fosse ingiusto provano le infinite voci che d’ogni parte si levano contro di esse. Gabriello Simeoni chiama la corte

Sepoltura e prigion dell’uomo vivo;

e soggiunge:

Proprio è la corte come una puttana,Che par bella di fuora, e poscia drentoParte non ha che si ritrovi sana[135].

Proprio è la corte come una puttana,Che par bella di fuora, e poscia drentoParte non ha che si ritrovi sana[135].

Proprio è la corte come una puttana,

Che par bella di fuora, e poscia drento

Parte non ha che si ritrovi sana[135].

Cominciando un suo capitolo intitolato appunto dalla corte, Cesare Caporali dice che in essa

la vitaÈ registrata al libro della morte[136].

la vitaÈ registrata al libro della morte[136].

la vita

È registrata al libro della morte[136].

Un altro perugino, Vinciolo Vincioli, prelato e protonotario apostolico, piantata, sul finire del secolo, la Corte di Roma, scrive, pieno l’animo di fastidio e di stizza:

Parmi che in Corte il vivere e il morireLa stessa cosa sia, ed è tutt’unaIl diventar poeta e l’impazzire.. . . . . . . . . . . . . . . .Io rassomiglio gentiluomo in CorteA gentildonna che vive in bordello[137].

Parmi che in Corte il vivere e il morireLa stessa cosa sia, ed è tutt’unaIl diventar poeta e l’impazzire.. . . . . . . . . . . . . . . .Io rassomiglio gentiluomo in CorteA gentildonna che vive in bordello[137].

Parmi che in Corte il vivere e il morire

La stessa cosa sia, ed è tutt’una

Il diventar poeta e l’impazzire.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Io rassomiglio gentiluomo in Corte

A gentildonna che vive in bordello[137].

Alessandro Allegri, in un capitolo dove sfoga que’ medesimi sentimenti, grida:

Lo star in corte e l’esser ammalato,Mi pajon come dir frate’ carnali.Tanto s’agguaglia l’un all’altro stato.

Lo star in corte e l’esser ammalato,Mi pajon come dir frate’ carnali.Tanto s’agguaglia l’un all’altro stato.

Lo star in corte e l’esser ammalato,

Mi pajon come dir frate’ carnali.

Tanto s’agguaglia l’un all’altro stato.

Cento fra prosatori e poeti descrivono la corte come una sentina di vizii, una cloaca d’obbrobrii, un ergastolo di miserie, dove, dice il Garzoni, «i semplici sono beffati, i giusti perseguitati, i presontuosi e gli sfacciati sono favoriti»; dove «van prosperando gli adulatori, i mormoratori, le spie, i referendarii, gli accusatori,i calunniatori, i gaglioffi, i malvagi, le male lingue, i truffatori, gl’inventori de’ mali, i seminatori di zizania, e altra generazione di ribaldi»; dove «gli stupri, i rapimenti, gli adulterii, le fornicazioni, i puttanesimi, le ruffianerie, sono i giuochi e piaceri de’ cortigiani»[138]. Al Sardo, diventato cortigiano, fa dire Lodovico Domenichi in uno de’ suoi dialoghi: «E così Dio mi salvi, che ogni volta che io mi ricordo della mia condizione, non mi par più d’essere nè libero nè uomo, ma della più misera sorte di schiavi che sia al mondo»[139]. Ed era in vero, se non sempre, nella più parte dei casi, una misera condizione e un vile esercizio. Aspettare in anticamera le mezze giornate che il signore si degnasse di far conoscere il voler suo; accompagnare il signore di giorno e di notte, a piedi o a cavallo, dovunque gli piacesse d’andare; correre a staffetta in missione ad ogni minimo cenno di lui; ajutarlo in mille negozii e in mille intrugli; non mangiare se quegli non aveva mangiato, non coricarsi se quegli non s’era coricato; misurare e pesare ogni parola, non dir troppo, nè troppo poco; camminare, starsi, sedere, ridere, gestire, sempre con certa osservanza e certo proposito; schermirsi da mille offese manifeste ed occulte; opporre insidie ad insidie e calunnie a calunnie; non avere un’ora mai di sicurezza e di pace, e, in premio delle molte fatiche sostenute per lui, toccar dal signore canate furiose, cadere subitamente in disgrazia, e vedere dissipate in un giorno le speranze di molti anni; questi erano, con qualche varietà nella misura e nel modo, a seconda dei casi, questi erano gli offici, queste le venture dei miseri cortigiani. Quanti ebbero a trovarsi da ultimo nellacondizione di quegli incauti ed improvvidi, de’ quali dice Vittoria Colonna che


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