ne le gran corti consumandoIl più bel fior de’ lor giovenil anni,Mentre utile ed onor van ricercando,Sol ritrovano insidie, oltraggi e danni![140].
ne le gran corti consumandoIl più bel fior de’ lor giovenil anni,Mentre utile ed onor van ricercando,Sol ritrovano insidie, oltraggi e danni![140].
ne le gran corti consumando
Il più bel fior de’ lor giovenil anni,
Mentre utile ed onor van ricercando,
Sol ritrovano insidie, oltraggi e danni![140].
I più cauti, o i più alteri, o i men bisognosi, talvolta anche coloro che già erano stati scottati, sapevano starne lontani, e qualcuno vi fu che del suo starne lontano assegnò le ragioni. Invitato ad andarsene in corte di Roma, Gerolamo Fenaruolo rispondeva in un suo capitolo a Vettor Ragazzoni: Che ci farei io, e come potrei durar quella vita?
Io parlo sempre come qui si parla,E dico pane al pane, e vino al vino,Senza molto pensier di profumarla.. . . . . . . . . . . . . . . .Quando ch’io sudo, voglio dir ch’io sudo,Quando ch’io tremo, voglio dir ch’io tremo,E vo’ dir cotto al cotto, e crudo al crudo[141].
Io parlo sempre come qui si parla,E dico pane al pane, e vino al vino,Senza molto pensier di profumarla.. . . . . . . . . . . . . . . .Quando ch’io sudo, voglio dir ch’io sudo,Quando ch’io tremo, voglio dir ch’io tremo,E vo’ dir cotto al cotto, e crudo al crudo[141].
Io parlo sempre come qui si parla,
E dico pane al pane, e vino al vino,
Senza molto pensier di profumarla.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Quando ch’io sudo, voglio dir ch’io sudo,
Quando ch’io tremo, voglio dir ch’io tremo,
E vo’ dir cotto al cotto, e crudo al crudo[141].
Domandato perchè s’ostinasse a rimanere in Provenza e fuggisse le corti, Luigi Alamanni rispondeva nella satira a Tommaso Sertini, ricordando le infinite miserie dei cortigiani, confessando di non saper l’arte che si richiede a salir l’altrui scale, affermando di preferire la pace a quanti onori e agi si possono avere in corte[142].
Nè questi agi erano poi tali e tanti che potessero compensare e consolare della miseria morale, della viltà diquella vita; anzi erano assai scarsi ed incerti. Di regola, i signori, quanto più spendevano e spandevano in pompe, in sollazzi, e nei mille sfoggi con cui cercavano di accrescere a sè medesimi lustro e nominanza, tanto più parsimoniosi e più stretti si mostravano in provvedere ai bisogni di chi li serviva; e se non lesinavano essi, lesinavano per proprio conto e in proprio beneficio i ministri. Certo, come non tutti i signori erano eguali, così non erano eguali tutte le corti; ma se nelle grandi si stava il più delle volte, anche per questo rispetto, assai male, figuriamoci come si dovesse star nelle piccole. Giacchè non è in quel secolo così smilzo signore, non così indebitato cardinale in Roma, che non voglia avere, come allora si dice, la sua famiglia, e se non una corte intera, una mezza corte.
Ogni signor di trenta contadini,E d’una bicoccuzza usurpar vuoleLe cerimonie dei culti divini,
Ogni signor di trenta contadini,E d’una bicoccuzza usurpar vuoleLe cerimonie dei culti divini,
Ogni signor di trenta contadini,
E d’una bicoccuzza usurpar vuole
Le cerimonie dei culti divini,
diceva messer Pietro in un capitolo al re di Francia. I cardinali, per acquistar credito e seguaci, abbisognavano di molti quattrini, e per metterli insieme, lesinavano sul vitto e sull’altre spese. Onde l’Ariosto:
Perciò gli avanzi e le miserie estremeFansi, di che la misera famigliaVive affamata e grida indarno e freme.. . . . . . . . . . . . . . . . . . .Dalle otto oncie per bocca, a mezza libraSi vien di carne, e al pan di cui la veccia,Nata con lui, nè il loglio fuor si cribra.Come la carne e il pan, così la fecciaDel vin si dà, c’ha seco una punturaChe più mortal non l’ha spiedo nè freccia[143].
Perciò gli avanzi e le miserie estremeFansi, di che la misera famigliaVive affamata e grida indarno e freme.. . . . . . . . . . . . . . . . . . .Dalle otto oncie per bocca, a mezza libraSi vien di carne, e al pan di cui la veccia,Nata con lui, nè il loglio fuor si cribra.Come la carne e il pan, così la fecciaDel vin si dà, c’ha seco una punturaChe più mortal non l’ha spiedo nè freccia[143].
Perciò gli avanzi e le miserie estreme
Fansi, di che la misera famiglia
Vive affamata e grida indarno e freme.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dalle otto oncie per bocca, a mezza libra
Si vien di carne, e al pan di cui la veccia,
Nata con lui, nè il loglio fuor si cribra.
Come la carne e il pan, così la feccia
Del vin si dà, c’ha seco una puntura
Che più mortal non l’ha spiedo nè freccia[143].
Messer Pietro fa dire il resto a Flaminio nella suaCortegiana[144], e se pur qualcosa vi manca, Cesare Caporali, che in Roma appunto ebbe a servir cardinali, la supplisce; mentre altri dà ragguaglio di come si mangiava e si vestiva e si alloggiava nelle corti di assai principi, che avevano più reputazione che denari, o più boria che umanità. Ed ecco venir fuori le descrizioni e le dipinture dei non mai abbastanza detestati e maledetti tinelli, dove, tra povere e lorde pareti, intorno a rozzi deschi coperti di tovaglie ricamate d’untume, sedeva promiscuamente una turba affamata, e l’uom di lettere aveva non di rado commensali gli staffieri e i buffoni; dove, quando non fosse già incerconito, si annacquava il vino, si misurava il pan raffermo, la broda di turpi minestre faceva venire il rancico in gola, la vacca tigliosa disarticolava le mandibole e strappava i denti, e le frittate erano di così stremenzita complessione che il vento se le portava a volo. Antonio Cammelli, che d’ogni cosa faceva sonetti, raccontava a un amico gli orrori del tinello:
Cenando, Fedel mio, jersera in corte.M’apparecchiar Serafino e GalassoUna tovaglia lavata col grassoChe mostrava la mensa per le porte.Poi le vivande che mi furon porte,Fu l’insalata mal condita, ahi lasso!Il pan peloso, più duro che sasso;Filava il vin, per la paura, forte.La madre di Buezio avvolta a un ossoMi dieder prima, che del brodo puroAveva ancor la cimatura addosso.Diedi de’ denti su quel cuojo duro,(L’un era affaticato e l’altro scosso).Col culo al scanno e con li piedi al muro.Allor dissi: — Io non curoDi questa imbandigion mangiarne troppa.Ch’io non son uso a pettinare stoppa. —E poi volsi la groppaE dissi che chi in corte è destinato;Se non muor santo si muor disperato[145].
Cenando, Fedel mio, jersera in corte.M’apparecchiar Serafino e GalassoUna tovaglia lavata col grassoChe mostrava la mensa per le porte.Poi le vivande che mi furon porte,Fu l’insalata mal condita, ahi lasso!Il pan peloso, più duro che sasso;Filava il vin, per la paura, forte.La madre di Buezio avvolta a un ossoMi dieder prima, che del brodo puroAveva ancor la cimatura addosso.Diedi de’ denti su quel cuojo duro,(L’un era affaticato e l’altro scosso).Col culo al scanno e con li piedi al muro.
Cenando, Fedel mio, jersera in corte.
M’apparecchiar Serafino e Galasso
Una tovaglia lavata col grasso
Che mostrava la mensa per le porte.
Poi le vivande che mi furon porte,
Fu l’insalata mal condita, ahi lasso!
Il pan peloso, più duro che sasso;
Filava il vin, per la paura, forte.
La madre di Buezio avvolta a un osso
Mi dieder prima, che del brodo puro
Aveva ancor la cimatura addosso.
Diedi de’ denti su quel cuojo duro,
(L’un era affaticato e l’altro scosso).
Col culo al scanno e con li piedi al muro.
Allor dissi: — Io non curoDi questa imbandigion mangiarne troppa.Ch’io non son uso a pettinare stoppa. —E poi volsi la groppaE dissi che chi in corte è destinato;Se non muor santo si muor disperato[145].
Allor dissi: — Io non curo
Di questa imbandigion mangiarne troppa.
Ch’io non son uso a pettinare stoppa. —
E poi volsi la groppa
E dissi che chi in corte è destinato;
Se non muor santo si muor disperato[145].
Ora, Pietro Aretino non voleva nè morir santo, nè morir disperato. Non voleva essere uno di quei letterati morti d’inedia, di cui fa ricordo Pierio Valeriano, e nemmeno uno di queicortigianetti spelatinidi cui parla in certa lettera a Gerolamo Agnelli[146]: voleva vivere a modo suo, parlare a suo senno, mangiare a sua posta, scialarla il più possibile, e a monsignor Guidiccione, che l’esortava ad andarsene a Roma, scriveva: «Vorrei piuttosto essere confinato in prigione per dieci anni, che stare in palazzo»[147]. Ricordava certo predicatore che «per non si affaticare in disegnar la Corte, mostrò al popolo l’inferno dipinto»[148]. E chi voglia meglio conoscere l’animo di lui in proposito legga la suaCortegianae il suoRagionamento delle corti.
Questo è l’inferno da cui l’Aretino volle redimere anzi tutto sè stesso, e da cui pensò forse di redimere a dirittura le lettere col suo esempio. Egli si vanta di aver trovato il segreto per rendere i signori generosi e graziosi, e di averecon le sue bracciaaperta ai dotti una strada, per la quale camminando, possonofarsi beffe degl’intrighi e delle insidie signorili. «Io ho scritto ciò che ho scritto», dice in una lettera dei 3 d’aprile del 1537 a messer Giannantonio di Foligno, «per grado della virtù la cui gloria era occupata dalle tenebre dell’avarizia dei signori; ed innanzi ch’io cominciassi a lacerargli il nome, i virtuosi mendicavano le oneste comodità della vita, e se alcun pur si riparava dalle molestie della necessità, otteneva ciò come buffone e non come persona di merito; onde la mia penna armata dei suoi terrori ha fatto sì che essi riconoscendosi hanno raccolti i belli intelletti con isforzata cortesia, la quale odiano più che i disagi»[149].
Ma l’Aretino, non solo amava la libertà, amava anche molto, e forse troppo, quelleoneste comodità della vitadi cui ragiona nella lettera testè citata, e le quali poi non sempre erano oneste. Madre natura, bisogna dirlo, l’aveva formato per la vita godereccia, moltiplicando in lui gli appetiti, dandogli una salute di ferro, uno stomaco di struzzo, una giocondità imperturbabile, un gustoaccorto, un certo senno alla casalinga, e conservandogli intere negli anni più che maturi tutte le vigorie della giovinezza. Dobbiamo confessare che con una complessione fisica e morale come la sua le difficoltà inseparabili dall’esercizio della virtù si accrescono di molto.
E poi non era egli figliuolo del suo secolo? di quel secolo festaiuolo e gaudente che, come un dissoluto, si logorò nei piaceri? di quel secolo inventore di tutte le squisitezze e fastosità? Egli è l’immagine del secol suo, egli ne raccoglie, ne condensa in sè tutte le inclinazioni e tutti i bisogni: e se godere il più che si può era stato sommo ideale di un pontefice come Leone X, qual meraviglia che fosse di un Pietro Aretino? Nato povero e di vile condizione, egli è tutto pieno degl’istinti della grandezza, e loda coloro, che, pur non essendo principi, vivevano come Gerolamo Rovero, «magnificando la pompa del vestire e la splendidezza del mangiare con nuovi modi di nobiltà»[150], e dice che «l’uomo tanto si prolunga la vita quanto adempisce i suoi desiderii»[151]. Perciò buona tavola, casa signorile, belle donne, conversazione piacevole, ricchi panni, sontuose suppellettili, quanto il lusso richiede, quanto san procacciare le arti, erano cose necessarie al suo vivere. E odiava la povertà, non solo per le privazioni che arreca seco, ma ancora per le angustie che pone intorno all’animo, per quella necessità che ne porta seco di misurare ogni atto e ogni pensiero, e di fare dell’aritmetica minuta la legge e la direttrice della vita; necessità così incresciosa a chiunque sia di spiriti un po’ rigogliosi, così grave a lui, che si faceva beffe di coloro «che dan conto a sè stessi di sè»[152]. Noi potremo biasimare l’Aretino per questo suo modod’essere, ma dovremo riconoscere in lui l’uomo del Rinascimento.
Rifiutando di vivere in corte, l’Aretino non poteva vivere senza le corti, cioè senza i principi; e muovere i principi a dare non era la più facile cosa del mondo. Io sono ben lungi dal voler giustificare le arti adoperate dall’Aretino per conseguire i suoi fini; ma dico, e parmi sia da tenerne conto, che tali arti parevano allora assai meno riprovevoli di quello pajano ora. L’adulazione era allora in tutte le bocche, tanto più gradita quanto più smaccata, e andava non solo da inferiore a superiore, ma ancora da eguale ad eguale. I più onesti nemmen essi sapevano, o potevano tenersene immuni, e basti ricordare, lasciando ogni altro esempio, le lodi che da un Baldassar Castiglione e da un Lodovico Ariosto ebbe il pessimo cardinale Ippolito d’Este. La ciarlataneria dell’Aretino fu grande certo; ma se c’è un secolo, che a rispetto d’altri, meriti d’essere chiamato il secolo dei ciarlatani, il Cinquecento è quello. Un sentimento esagerato del proprio valore, altro portato, come si sa, di quello spirito della Rinascenza, n’è senza dubbio la prima cagione; ma poi ci si aggiungono il bisogno e la concorrenza che fanno il resto. Ed è concorrenza rabbiosa, giacchè i letterati sono molti e non c’è pane per tutti. Chi non si tira innanzi, chi non grida e non magnifica la sua merce, chi non promette più di quanto possa attenere, corre rischio di morirsi di fame. Il Cinquecento è pieno di queste strane figure d’uomini, che, o si vantano di dare altrui la immortalità coi versi, od ostentano una scienza ignota e trascendentale, o propongono certi loro incomprensibili trovati per acquistare con somma facilità ogni dottrina, o vogliono a dirittura riformare il mondo. Di tutto e in tutti i modi si batteva moneta. Luca Gaurico, che l’Aretino chiama profeta dopo il fatto, si buscava, è vero, per le sue predizioni astrologiche,cinque tratti di corda da Giovanni Bentivoglio; ma, in compenso, da papa Paolo III il vescovado di Civitate, con 300 ducati d’oro di rendita, più una buona pensione e non so che altro. L’Aretino si trovava in buona compagnia, e non mi pare che fosse il primo della brigata, egli, che spesso confessò di non sapere le cose che veramente non sapeva, ed erano più che parecchie. Fausto da Longiano, per esempio, e Giulio Camillo Delminio e Ortensio Lando, per non citarne altri, mi pajono assai più ciarlatani di lui. Vero è che Pietro Aretino ebbe come un presentimento di quella più perfetta ciarlataneria moderna, che, con nome fortunatamente non nostro, si chiamaréclame. Notabile a tale proposito una lettera da lui scritta al saltimbanco Modenese, dove lo prega di volere, con la naturale eloquenza largitagli dalla natura, «scampanare del suo nome ben bene»[153].
Si fa un gran carico all’Aretino d’avere usato coi principi, quando l’adulazione non giovava, la maldicenza, e di avere estorto pensioni e regali a parecchi, minacciando i furori della sua lingua e della sua penna. Che egli abbia adoperato così, non si può negare; che così abbia ottenuto gran parte della sua reputazione, è certissimo; ma non è il caso di troppo turbarsene, perchè, a dir vero, il giuoco andava da galeotto a marinaro. I costumi e le usanze dei più di quei principi si conoscono anche troppo, e il fare stentare chi li serviva, e il non attenere mai le promesse, non erano certo i loro maggiori difetti. In verità che l’Aretino fece bene a taglieggiarli, e che facesse bene parve allora a moltissimi, e moltissimi il dissero, e fra gli altri il Dolce, che acerbamente lagnandosi, in certo suo capitolo, dell’avarizia dei principi, esclama:
O Aretino, benedetto voi,Che vendete li principi al quattrino,E gli stimate men d’asini e buoi[154].
O Aretino, benedetto voi,Che vendete li principi al quattrino,E gli stimate men d’asini e buoi[154].
O Aretino, benedetto voi,
Che vendete li principi al quattrino,
E gli stimate men d’asini e buoi[154].
Da altra banda, dove noi non vediamo se non male, i contemporanei dell’Aretino spesse volte non videro se non bene. Leggasi, di grazia, questo passo delDialogo della rettoricadi Sperone Speroni, dove con altri interlocutori è introdotto il Brocardo, prima che s’inimicasse l’Aretino[155]:
Brocardo. Sia al mondo un buono uomo pien d’eloquenza e d’ingegno; il quale uscito dalla sua patria solo e nudo, quasi un altro Biante, venga a starsi in Bologna: che farà egli dell’arte sua? Se egli accusa o difende; ecco un vile avvocato che vende al vulgo le sue parole: se delibera; non sendo parte della repubblica, i suoi consigli non sono uditi. Tacerà egli, e fia sua vita oziosa? non veramente: ma di continuo con la sua penna nella causa dimostrativa biasimando e lodando, la sua eloquenzia eserciterà. La qual cosa non per odio o per premio, ma per ver dire facendo, in poco tempo non solamente da’ pari suoi, ma da’ signori e da’ regi sarà temuto e stimato.Soranzo.Questo vostro eloquente (se non m’inganna la simiglianza) è il ritratto dell’Aretino.Brocardo.Io non nomino alcuno; ma chiunque si è, ei non può esser se non grand’uomo.
Brocardo. Sia al mondo un buono uomo pien d’eloquenza e d’ingegno; il quale uscito dalla sua patria solo e nudo, quasi un altro Biante, venga a starsi in Bologna: che farà egli dell’arte sua? Se egli accusa o difende; ecco un vile avvocato che vende al vulgo le sue parole: se delibera; non sendo parte della repubblica, i suoi consigli non sono uditi. Tacerà egli, e fia sua vita oziosa? non veramente: ma di continuo con la sua penna nella causa dimostrativa biasimando e lodando, la sua eloquenzia eserciterà. La qual cosa non per odio o per premio, ma per ver dire facendo, in poco tempo non solamente da’ pari suoi, ma da’ signori e da’ regi sarà temuto e stimato.
Soranzo.Questo vostro eloquente (se non m’inganna la simiglianza) è il ritratto dell’Aretino.
Brocardo.Io non nomino alcuno; ma chiunque si è, ei non può esser se non grand’uomo.
Un predicatore, fratello del famoso Fausto da Longiano, giungeva sino a dire «che a voler riformare la nazione umana, la natura e Dio non potrebbe ritrovare mezzo migliore, quanto produrre molti Pietri Aretini».
Del resto bisogna considerare la cosa un po’ più dall’alto, perchè, o io m’inganno, o di ben altro si tratta che della particolare tristizia di messer Pietro. I contemporaneinon seppero intendere perchè i principi si mostrassero così benevoli a un uomo che si gloriava di chiamarsi loro flagello, e si facessero suoi tributarii: l’Aretino stesso, probabilmente, non riuscì a darsi pieno conto del fatto; ma noi possiamo intenderlo meglio di loro e di lui. Non vi accorgete che una nuova cosa era nata nel mondo? Francesco I che lo sollecita ad andarsene a stare con lui, Carlo V che se lo fa cavalcare a fianco, Giulio III che lo bacia in viso, gli altri tutti che lo colmano di onori e di doni, non s’inchinano propriamente all’Aretino, ma a quella tal cosa, che ancora non ha nome, e che già fa sentir la sua forza. E qual è questa cosa? Non altro che la libera parola, la quale fissata e moltiplicata mediante la stampa, corre traverso il mondo, sparge novelle e giudizii e crea la pubblicità, punge cuori e intelletti e crea la pubblica opinione, si fa insegna, si fa dottrina, provoca le fruttifere discussioni, inizia i rinnovamenti. I principi sentono in confuso che è sorta di mezzo agli uomini una nuova potenza che può travolgere i troni e spezzare gli scettri, e vengono a patti con lei, e cercano di farsela amica. Nell’Aretino essi riconoscono il suo rappresentante; tristo rappresentante, non nego, ma primo. Valga un esempio. Nel 1536 Francesco I tratta di allearsi col Turco per andare addosso a Carlo V. Che fa messer Pietro, allora molto in grazia dell’imperatore? Scrive al re cristianissimo una lunga e impetuosa lettera, in cui, senza tante cerimonie, gli nega il nome di cristianissimo e di re, gli rinfaccia di chiamare in proprio ajuto barbari ribelli a Dio, lo accusa di avertirato nel core della Cristianità lo coltello ottomanico, lo avverte che non ci sarà principe cristiano il quale, o per zelo di religione, o per timore dell’armi turchesche,non s’armi almen col corecontro di lui. Tal lettera non andava al solo re Francesco, andava a tutti i principi, era divulgata per tutto. E quale effetto dovevarecare in un tempo in cui era vivo negli animi il sospetto e minacciosa la vicinanza degli infedeli? Questo, di creare una opinione favorevole all’imperatore, ostile al re. Così appunto il re e l’imperatore la intesero; e questi, senza dubbio, largheggiò più che mai col Divino; quegli gli fè donare e promettere perchè non isparlasse di lui[156].
Ora, se è vero tutto ciò, se è vero quanto afferma Michelangelo Buonarroti, e si vede in cento altri modi confermato, che «i Re e gl’Imperatori avevano per somma grazia che la penna dell’Aretino li nominasse»[157], perchè dovremo noi stimare cosa sì rea che l’Aretino volesse dai principi essere sovvenuto nei suoi bisogni, com’egli li sovveniva nei loro? Certo, in far ciò, egli poco si curava della verità, manco della delicatezza e del decoro; ma, ripeto, aveva a trattare con tali che spesso non valevano più di lui, e, ad ogni modo, non faceva opera diversa da quella di un cattivo giornalista dei tempi nostri che dica e disdica, biasimi e lodi a seconda del tornaconto, senza però credersi meritevole di essere additato alle genti quale mostro di scelleratezza. E fu detto, non senza ragione, che Pietro Aretino è il primo dei giornalisti.
Ma non giornalista soltanto. In pro dei suoi clienti egli sapeva adoperarsi con altro ancora che con la penna; nè sono tutti vantamenti bugiardi i suoi quando parla di maneggi condotti a buon fine, di vantaggi da lui procacciati. In alcune sue lettere il duca di Mantova si loda dei buoni uffizii che l’Aretino gli rendeva in Roma conClemente VII, buoni uffizii confermati dall’ambasciatore Gonzaga; senza l’ajuto dell’Aretino forse il duca Alessandro non diventava genero di Carlo V.
Un’altra accusa capitale grava sull’Aretino, ed è quella di scostumatezza. La vita sua è descritta come un tessuto di turpitudini; egli stesso è considerato quale il principe e il padre della letteratura disonesta. Anche quest’accusa vuol essere esaminata alquanto.
Scartiamo, anzi tutto, certe imputazioni di vizii nefandi, e scartiamole, non già perchè sia dimostrata la loro falsità, ma perchè, venendo esse da quei biografi appassionati e mendaci, da quei libellisti che abbiam veduto, la verità loro è più che sospetta. E anzi a provarle false senz’altro mi pare che si potrebbe addurre una ragione di cui non fa mestieri essere fisiologo, patologo o altro, per apprezzare il valore: Pietro Aretino amava troppo le donne.
Ma poniamo pure che l’accusa sia vera e confermata da certe cose che l’Aretino stesso dice nella prima e nella seconda edizione del suoOrlandino; sarebbe certo un carico molto grave, ma egli potrebbe consolarsene vedendo quanto grossa brigata s’abbia d’attorno.Haud ignota loquor. La Chiesa scagliava contro il turpe fallo tutti i suoi fulmini, e la giustizia secolare minacciava ai rei nientemeno che il rogo; ma ha pur ragione l’Aretino quando fa dire al Rosso nellaCortegiana[158]che se il fuoco del cielo avesse dovuto cogliere, come in antico, coloro che di quel fallo si dilettavano, tosto il mondo si sarebbe votatodi signori e di grandi uomini. E avrebbe potuto soggiungere di parecchie altre sorta di genti. Che fosse vizio comune degli umanisti, non è solo l’Ariosto ad affermarlo[159]; che i cardinali non l’avessero in troppoorrore, non è solo Lutero a dirlo[160]; che Leone X ci cascasse è, credo, una solenne calunnia, ma è calunnia raccolta dal Giovio, vescovo di Nocera, e quel gran letterato che tutti sanno[161]; pel qual vescovo e letterato il Lasca compose il seguente epitafio:
Qui giace Paol Giovio ermafrodito.Che vuol dire in volgar moglie e marito;
Qui giace Paol Giovio ermafrodito.Che vuol dire in volgar moglie e marito;
Qui giace Paol Giovio ermafrodito.
Che vuol dire in volgar moglie e marito;
mentre poi il medesimo Lasca non si faceva scrupolo di tessere un capitolo intero in lode delle così dette mele[162]. In un sonetto della suaPriapea, il Franco nota tutti coloro che sono macchiati di quel vizio, il papa, i cardinali, i principi e gli altri. Dicono che Paolo III, udito il giuoco che Pier Luigi, suo figliuolo, aveva fatto al vescovo di Fano, pronunziasse essere stata quella una leggerezza giovanile, e non è provato che sia tutto calunnia, il giuoco del principe e il detto del Pontefice. Alla inclinazione che per quel vizio mostravano i preti accenna nella Calandria il Bibbiena, prete egli stesso; e alla inclinazione che per esso mostravano i frati accenna in un suo innominabile scritto Antonio Vignali, altrimenti detto l’Arsiccio Intronato. Cito costoro, ma altri dieci si potrebbero citare. Dice lo stesso Aretino che i cortigiani dovevano saper essere agenti e pazienti, e che in corte di Mantova tutti odiavano le donne[163]. L’autore dell’anonimaVitafa dire al Mauro che «come alcuno ha punto bel viso, subito se ne corre verso Roma», dove «le bardasse precedono gli uomini dotti, le bardasse sono li patroni, e li virtuosi li schiavi; da tutti sono avute care le bardasse, e trionfano»; cosa confermata dal Brantôme, il quale racconta di un giovane gentiluomo francese, bellissimo, il quale, essendo capitato a Roma,fut regardé d’un si bon oeil, et par si grande admiration de sa beauté, tant des hommes que des femmes, que quasi on l’eust couru à force, et là où ils le sçavoient aller à la messe, ou autre lieu public de congregation, ne failloient ni les uns ni les autres de s’y trouver pour le voir, ecc.»[164]. Ciò avveniva pure in altre città d’Italia e il Garzoni parla «degli sfrontati Ganimedi, che increspano le chiome a guisa di femine, si fanno i ricci politi, e spargono le morbide guance di mille profumi per far correre i galavroni al mele»[165]. Dopo Roma, la peggior reputazione in così fatto argomento l’aveva forse Venezia, dove (lo dice il Sanudo) le meretrici giungevano a lagnarsi col patriarca Antonio Contarini di non poter più vivere, stante la concorrenza; ma in Francia il turpe vizio era comunemente designato col nome di usanza italiana, secondo avverte Benvenuto Cellini[166], che d’averla seguitata fu più d’una volta accusato. E che lunga lista si potrebbe fare di coloro che ne furono o imbrattati a dirittura, o un tantino spruzzati! e con qual meraviglia ci si vedrebbe a canto a Francesco Berni nientemeno che Michelangelo Buonarroti e forse Torquato Tasso! Il Berni, che fu mandato in una badia di monaci Cassinesi nell’Abruzzo, a guarire di certo suo turpe amore[167],chiedeva in un capitolo ad Antonio Dovizi:
Che fate voi de’ paggi che teneteVoi altri gran maestri, e de’ ragazzi,Se ne’ bisogni non ve ne valete?
Che fate voi de’ paggi che teneteVoi altri gran maestri, e de’ ragazzi,Se ne’ bisogni non ve ne valete?
Che fate voi de’ paggi che tenete
Voi altri gran maestri, e de’ ragazzi,
Se ne’ bisogni non ve ne valete?
e consigliava:
Attenetevi al vostro ragazzino;
Attenetevi al vostro ragazzino;
Attenetevi al vostro ragazzino;
e tesseva un capitolo in lode dellepesche[168]. Michelangelo Buonarroti compose quarantotto epitafii, un madrigale, un sonetto per Cecchino Bracci, giovinetto di apollinea bellezza, morto di diciassette anni, in Roma[169]; e quanto al Tasso, c’è di lui una lettera che dà da pensare non poco[170]. L’usanza è così diffusa che nessuno più se ne vergogna, nessuno si nasconde; anzi se ne parla e se ne scrive comunemente e pubblicamente, come di cosa accetta all’universale, e (giunge a dire il Firenzuola, un prete) di maggiorriputazione[171]. Si vergogna forse Giovanantonio Bazzi, il pittor famoso, d’esser cognominato il Sodoma? Veggansi, di grazia, le lodi che di quella usanza di maggiorriputazionelasciarono nei lor versi, oltre ai già citati, un Giovanni Della Casa, un Lodovico Dolce, un Andrea Lori, un Curzio da Marignolle, e altri dieci, e altri cinquanta[172]. Certo, non tutti costoro avranno conformato i fatti alle parole; ma le parole, quando altro non provino, provano che nella comuneopinione era quello un picciolo peccato, che nulla poteva detrarre alla buona riputazione di un uomo, uno di quei peccati, come dice la Sostrata nellaMandragoladel Machiavelli, che se ne vanno con l’acqua benedetta. E l’Aretino ricorda che come punto uno si mostrasse schivo delle donne, si faceva di lui questo giudizio, ch’egli attendesse ad altri amori[173].
La moltiplicità stessa e il rigor delle leggi provano la diffusione del male, che non riuscivano per altro a estirpare. Nel 1518, in Venezia, certo prete Francesco da S. Polo, colto in fallo, fu chiuso in una gabbia di ferro e appeso al campanil di San Marco; sul qual fatto si compose, secondo l’uso dei tempi, un Lamento[174]. Nel 1545 un altro prete, Francesco Fabrizio, vi fu decapitato ed arso[175]. Pio V perseguitò questi peccatori ad oltranza. Paolo Tiepolo, oratore della Repubblica, scriveva da Roma il 20 di luglio del 1566: «Si usa dal Governator di ordine di Sua Santità ogni diligenzia per aver nella mano, e gastigar quei che han usato il brutto vizio della sodomia, onde già alquanti giorni se ne abbrusciò uno in Ponte, e ultimamente ne è stato ritenuto un cittadin romano, assai ricco, con molti altri, che si tengono consapevoli e partecipi delli errori suoi. Onde alquanti gentil’omeni principali di questa città si sono absentati»[176]. Il 2 d’agosto del 1578, Antonio Tiepolo scriveva: «Sono stati presi undeci fra Portughesi e Spagnuoli,i quali adunatisi in una chiesa, ch’è vicina San Giovanni Laterano, facevano alcune lor cerimonie, e con orrenda sceleraggine, bruttando il sacrosanto nome di matrimonio, si maritavano l’un con l’altro, congiongendosi insieme, come marito con moglie. Ventisette si trovavano, e più, insieme il più delle volte, ma questa volta non ne hanno potuto coglier più che undeci, i quali anderanno al fuoco, e come meritano»[177]. Il caso tuttavia più noto e più notabile è quello del famoso Jacopo Bonfadio che, innocente forse, fu decapitato ed arso in Genova, nel 1550. Ma queste erano eccezioni. Di regola i peccatori invecchiavano non disturbati, come il poeta Porcellio, di cui narra il Bandello la curiosa istoria, e il peccato porgeva occasione di detti arguti e di amabili burle[178]. Adriano VI, il bisbetico ed odiato papa fiammingo, aveva fermato il proposito di estirparlo a ogni modo quando lo colse la morte: non so se ne sarebbe venuto a capo; so che avrebbe avuto molto da fare. Se dunque l’Aretino fu reo, fu con altri infiniti, e non dovrebbe per ciò esser fatto segno a un aborrimento particolare; ma io ho già accennata la ragione la quale deve farci stimare più probabile ch’egli, di questo peccato almeno, fosse innocente[179].
L’Aretino amava molto le donne, e sempre ne aveva una brigata per casa, e, dal suo nome, si chiamavano le Aretine. Ma chi se ne scandalezzava, chi se ne meravigliava? Il concubinato era allora tanto in favore quant’era in discredito il matrimonio. Non era cosa da vergognarsene: il Bembo fece nota al mondo, soavemente petrarcheggiando, la sua Morosina, sul cui sepolcro i poeti d’Italia sparsero lacrime e fiori. L’Aretino non ha punto bisogno di celare altrui le sue Aretine. Veggasi con quanta disinvoltura, con qual sicurezza di non toccar per nulla un soggetto sconveniente, le ricorda in una lettera a Luigi Gonzaga[180]. E più anni dopo egli poteva, senza commettere errore, mandare una di queste sue amiche alla regina di Francia.
Ma veniamo ormai alle opere sconce dell’Aretino: esse formano buona parte della infamia di lui.
A nessuno, credo, può cadere in animo di difenderle; ma, riconosciuto e detto che sono turpi, bisogna subito soggiungere che sono turpi della comun turpitudine. Chiamare l’Aretino il padre della letteratura disonesta è ingiusto e irragionevole, perchè il vero padre non si conosce, e ad ogni modo, nel Cinquecento, i padri sarebbero molti. Si fa un gran romore per quei tristi sonetti con cui egli dichiarò e illustrò certe immagini famose di Giulio Romano; ma troppo facilmente si dimentica che quelle immagini, prima d’essere commentate dal poeta, erano state disegnate da un pittore, incise da un incisore. Lasciate l’Aretino nel suo guazzo, se volete giudicarlo giustamente, e il suo guazzo è il suo secolo. Ora, meravigliarsi della disonestà dell’Aretino quando quella stessa disonestà è tutto intorno a lui, occupa tutti i gradi sociali, ingombra l’aria che si respira, infetta e perverte ogni cosa, a dirittura ha del puerile.Non siam noi nel secolo di quel Leone X che assisteva alla rappresentazione dellaCalandria, dellaMandragolae deiSuppositi? di quel Clemente VII che ascoltava leggere le sconce novelle del Firenzuola e ne premiava l’autore? E già nel secolo precedente non aveva il Poggio composte in corte di Roma le sueFacezie? Certi componimenti del Casa, del Molza, del Caro, del Tansillo, dello stesso reverendissimo Bembo, degl’innumerevoli berneschi, son essi veramente meno sconci di quelli dell’Aretino? Sono più oneste quelle commedie, più pulite quelle novelle? Ma al secolo XVI mancava il senso della decenza. Benvenuto Cellini racconta certi fatti della sua vita di scapestrato con quella semplicità medesima, con quella stessa bonarietà con cui parla di una forma o di un getto. Nelle conversazioni più eleganti e più colte, in presenza di donne e di prelati, non c’era cosa di cui non si parlasse liberamente, e lo provano, per tacere d’altre testimonianze, certi luoghi di un libro onestissimo, ilCortegianodel Castiglione. Le fanciulle stesse udivano impavidamente ogni cosa, e d’ogni cosa parlavano, e non canzona lo Straparola quando, nelle suePiacevoli nottipone in bocca a certe damigelleoneste e leggiadrenovelle ed enimmi da far arrossire un mascheron di fontana. E che cosa si potesse dire e mostrare in pubblico provano iCanti carnascialeschi, provano certe mascherate[181]. E chi vuolsapere che cosa un autor di commedie potesse fare ingozzare al suo uditorio, legga, di grazia, il Prologo delPedantedi Francesco Bello, e se non rece, salute.
E poi siam sempre a quella. Chi si scandalezzava delle composizioni turpi dell’Aretino? Doveva scandalezzarsene il duca di Mantova, che n’era ghiotto? dovevano scandalezzarsene i cardinali di Lorena e di Trento, che, prima l’uno, poi l’altro, accettarono la dedica dellaCortegiana? doveva scandalezzarsene il buon popolo bolognese, che alla rappresentazione di questa commedia assisteva nella prima settimana di quaresima del 1537, cosa di cui lo stesso Aretino ebbe a stupire, per essere, com’egli dice, Bolognaancilla de’ preti? dovevano scandalezzarsene le donne torinesi, delle quali scriveva Bernardino Arelio a messer Pietro, a proposito di un vituperoso libercolo di Lorenzo Veniero: «Ah la bella festa che li fanno queste madonne intorno»?[182]doveva scandalezzarsene l’Orfino, accolito e commissario apostolico, il quale, dando notizia a messer Pietro di una rappresentazione dell’oscenissimoMarescalco, fatta in Foligno, lo pregasi vogli dignaremandargli qualche altra sua commedia? o il Franco, che le turpitudini aretinesche biasimava nei più turpi sonetti che mai siensicomposti? La verità è che nessuno se ne scandalezzava. Quei luridi libri furono la prima volta proibiti, insieme con altri assai, solo nel 1557 e nel 1558, quando, cioè, era già cominciata quella che si suol chiamare reazione o riforma cattolica: prima non sarebbe venuto in mente a nessuno, come non venne in mente a nessuno, o solo a pochissimi, di meravigliarsi che quella stessa penna che aveva scritti iRagionamentiosasse delineare le vite di Cristo e della Vergine.
Nemmeno per questo rispetto dunque merita l’Aretino d’esser messo in luogo appartato, fuori del suo secolo; nemmeno per questo rispetto è egli quell’uomo tristamente singolare, quel mostro, che si vuol fare di lui[183].
Veniamo ad un’altra accusa mossa all’Aretino, la quale assai più delle altre mi pare sia ingiusta, e mi darà occasione di porre in rilievo alcune qualità commendevoli dell’uomo infame. Sarà l’ultima di ordine morale che dovrò considerare.
L’Aretino, si dice, è, per giunta al resto, un uomo di animo duro, di natura astiosa e malevola. Ora, a me pare ch’egli sia nel fondo appunto il contrario, e che se diventa cattivo, diventa per le necessità di quel suo tristo mestiere. Non ho bisogno di avvertire che certe pessime qualità possono assai bene andar congiunte con qualche bontà di animo, e qualche bontà di animo mi par di trovare nell’Aretino, la quale certamente non era ne’ suoi avversarii.
Di quella sua malvagità si recano parecchi esempii, fra gli altri la storia dei sonetti feroci ch’egli compose contro il povero Brocardo, e furono, secondo dice egli stesso, cagione della sua morte. A questo vantamento disgraziato è da creder poco, perchè non so se nel mondo siasi mai dato il caso che dei sonetti (i giambi d’Archiloco non erano sonetti) abbiano ammazzato qualcuno, e nel Cinquecento l’invettiva e il vitupero erano armi lecite, o, almeno, comunemente adoperate. Ad ogni modo, altri parecchi si levarono contro il Brocardo con accuse velenose e rabbiose, e in tutto questo imbroglio mi pare faccia assai più brutta figura l’onesto, il contegnoso Bembo, il quale sollecitava l’ajuto della penna dell’Aretino, e si teneva nell’ombra, che non l’Aretino, il quale si poneva a cimento per lui. E morto il Brocardo, il virtuosissimo Bembo non cessò d’odiarlo, mentre lo sciagurato Aretino compose certi sonetti nuovi, in sua lode.
Un altro esempio si cita, ed è quello della guerra fatta al datario Giberti, reputato uno dei più onorati e virtuosi uomini del suo tempo; ma bisogna dire che noi non sappiamo propriamente quali ragioni d’odio ci fossero tra i due, e bisogna soggiungere che non è in tutto levato il dubbio che quelle pugnalate date allo Aretino in Roma dal bolognese Achille della Volta fossero date a conto di esso Giberti, e ricordare che la possibilità di certe vendette poco cristiane è pure accennata dal Berni,là dove dice nel suo sonetto:
Giovammatteo, e gli altri ch’egli ha presso,Che per grazia di Dio son vivi e sani,T’affogheranno ancora un dì ’n un cesso.
Giovammatteo, e gli altri ch’egli ha presso,Che per grazia di Dio son vivi e sani,T’affogheranno ancora un dì ’n un cesso.
Giovammatteo, e gli altri ch’egli ha presso,
Che per grazia di Dio son vivi e sani,
T’affogheranno ancora un dì ’n un cesso.
In quel benedetto Cinquecento anche gli onesti avevano qualche volta di strani ghiribizzi, e la vita di un uomo contava poco in un tempo in cui persino i papi praticavano con tanto buon successo l’assassinio. Io non so poi che l’Aretino si sia mai sbarazzato dei nemici col metodo sbrigativo che usava Benvenuto Cellini, e tutti dicono che Benvenuto Cellini è un grande artista, un po’ turbolento, un po’ stravagante, un po’ scostumato, ma tanto amabile: nessuno dice ch’egli sia un ribaldo e un infame. Il Cinquecento è tra l’altro, a dispetto dei manierati costumi, a dispetto dell’arti fiorite e delGalateo, un secolo di grande efferatezza, un secolo di passioni neroniane, pieno di malfattori mostruosi e di delitti spaventevoli. Se l’Aretino fosse un malvagio nel senso che qui s’intende, sarebbe ancora al suo posto e in buona compagnia; ma egli non è un malvagio.
Sembra strano, a prima giunta, parlare della bontà dell’Aretino, e pure questa bontà c’è, riconosciuta da molti, fra gli altri da Giovanni de’ Medici, che a troppa bontà ascriveva certi dispiaceri incontrati dall’amico suo. Lasciamo stare che l’Aretino osservava le pratiche della religione in cui era cresciuto, e che il suo confessore in Venezia, il buon padre Angelo Testa, si faceva da lui raccomandare al cardinale Santa Croce; lasciamo stare, dico, perchè tenuto conto della qualità del sentimento religioso nel Cinquecento, di che non è da discorrere ora, ciò proverebbe assai poco. Ma la sua bontà si dà a conoscere per altro. L’amore per i congiunti può conciliarsi, è vero, con molta durezza verso gli estranei, ma esso è pur sempre segno e prova di umanità. E l’Aretinoamò teneramente la madre, e di amore svisceratissimo le proprie figliuole[184]. Ajutò di buon animo le sorelle, i cognati, i nipoti e si adoperò perchè altri li ajutasse. Che lasciasse languire il padre nella più profonda miseria fu detto, ma fu detto dal Franco, ed è poco probabile, perchè egli ci teneva troppo a non far cosa che potesse attirargli biasimo dai suoi concittadini.
Ma noi abbiamo altre prove della bontà d’animo dell’Aretino. L’uomo stimato pessimo tra i cattivi si rallegrava delle venture altrui, si doleva delle disgrazie: desideroso di godere, gli piaceva che tutti godessero intorno a lui e insieme con lui. Fra le sue lettere ce ne sono moltissime con le quali caldamente raccomanda ad amici e fautori potenti, ora un artista insigne come il Tiziano[185], o Sebastiano del Piombo, ora un povero diavolo mezzo morto di fame, ora un uomo dabbene a cui sia stato fatto un sopruso, o un imprudente capitato in qualche brutto impiccio; e tra le lettere scritte a lui moltissime ce ne sono di gente che si loda e che ringrazia dei buoni uffizii da lui fatti, dei benefizii ricevuti. Era umanissimo con le donne che aveva in casa, ai suoi servigi, e mente il Doni quando dice che minacciando e bravando tutto il giorno egli si faceva tirannodella meschinità loro. Ciò non si sarebbe potuto accordare con la giovialità della sua natura. Leggasi invece la lettera con cui egli richiama in casa una Lucietta, fantesca, la quale se n’era fuggita dopo d’avergli fracassato non so che quantità di stoviglie, e veggasi com’egli piacevolmente si burli della paura di lei, dicendo la sua collera esserepiù corta che un fumo dipaglia, chiamando la casa sua una taverna, dove non si serra il pane e non si adacqua il vino[186]. L’umanità sua si ribellava ai maltrattamenti, anche quando fossero inflitti nel nome della giustizia. Raccomandando al cardinal Santa Croce un povero predicatore perseguitato, egli esclama: «Cristo, per quel che s’intende nell’umanità sua, non lasciò nè prigioni, nè ruote, nè corde, nè fuoco»[187]. Pensiero che a ben pochi allora poteva cadere in mente.
Sentì vivamente l’amicizia e fu pronto ad accoglierne il sentimento nell’anima, il che certo non è proprio delle nature subdole e bieche. Egli stesso si dice facilissimo in donarsi altrui[188], e in certe amicizie si mostra esempio raro di fedeltà e di costanza. Diceva gli amici esserestelle poste nel cielo del corso umano[189], e in molte delle sue lettere esprime con vive parole il fervore che quell’affetto gli metteva nell’animo, le gioje che gli procacciava. E se ebbe amici traditori, che ricambiarono con villanie e con calunnie i suoi benefizii, ebbe amici sinceri e devoti, che lo amarono com’egli li amò. Il Tiziano fu una cosa con lui. Senza di lui Giovanni de’ Medici diceva di non poter vivere. Antonio da Leva gli scriveva avere la sua amicizia più cara di una città. Veronica Gambara gli scriveva: «... ringrazio la fortuna, che per ricompensarmi di tutte le offese per sua gentilezza fin ora fattemi, mi abbia dato la grazia vostra, la qual più estimo che quanti mali e beni possa o voglia mai più darmi»[190]. Che poi, oltre a quello dell’amicizia,l’Aretino potesse ricevere nell’animo altri sentimenti gentili, prova quel suo tenero amore per Perina Riccia[191]; prova la gratitudine lungamente serbata e sovente espressa a Ferraguto de Lazzara, che due volte gli aveva salva la vita; provano altri fatti di cui potrebbe farsi ricordo.
Ma la virtù sua principale fu la liberalità. «Se», scriveva egli al cardinal di Trento, «io potessi tanto dare, quanto mi è forza ricevere, il mio animo mostrerebbe quel ch’egli è, e non ciò ch’ei pare»[192]. In una lettera a Giambattista Castaldo, parlando di certo furto che gli era stato fatto, dice: «Ma Dio lo perdoni a chi assassina me, che do a ognuno quel ch’io ho: per ciò mai niente ho, nè averò, se non cambio vezzo: la qual cosa non è possibile, perchè io ebbi la prodigalità per dota, come la maggior parte degli uomini ha l’avarizia»[193]; e la liberalità chiamava unavirtù di natura con arte[194]. A quella sua idolatrata Perina Riccia, che dei molti benefizii, e del grandissimo amore, doveva poi mostrarglisi tanto ingrata, scriveva «che il vedersi manicar l’ossa è il trionfo di una generosa natura e non d’una sontuosa boria»[195]. Dava quattrini a comari, a soldati, a bisognosi d’ogni sorta, e si scusava del poco e del tardi: persin delle vesti si privava a comodo degli amici, e rimaneva «dispogliato in casa i sei e gli otto giorni»[196]. Ad amici e protettori mandava piccoli presenti o grossi donativi, e al duca di Mantova si vantavadi aver regalato per più migliaja di scudi[197]. Che assai volte egli facesse ciò con mire interessate non si può negare; ma è ingiusto dire che nol faceva per altro; è ingiusto non tener conto di quella sua prodigalità istintiva, di quelle sue inclinazioni da gran signore che abbiamo già notate, e che gli facevano dire: «A me piacciono i filosofi signorili e pieni di nobili maniere»[198]. La sua casa era un porto di mare, dove capitava ogni specie di gente, soldati male in arnese, pellegrini afflitti, letterati affamati, eogni sorta di cavalieri erranti. E ciò è confermato dal Doni e da Scipione Ammirato. Iservitori canici rubavano a man salva. Ad un amico che lo esortava ad essere meno prodigo e a curar meglio gl’interessi, scriveva: «Mai non sarà vero ch’io serri alle turbe quell’osteria che gli è stata aperta 18 anni»[199]. E così spese nel corso di sua vita meglio di 70,000 scudi, grossissima somma a quei tempi.
Ma non si vuole ammettere che l’Aretino potesse far cosa buona; non si vuol credere che sotto a quei panni ch’egli si procacciava col suo tristo mestiere potesse esserci un po’ di cuore. La sua generosità, dice il signor conte Giammaria Mazzuchelli, muove dalla sua ambizione[200]. Leggendo della prodigalità dell’Aretino, ci torna in mente quel marchese Alberto Malaspina, trovatore nostro, che rubava alla strada per aver modo di regalare. Ma l’Aretino fu certamente più onesto di lui. Avendo un servitore del ricco mercante Battista Vitale smarriti in sua casa 300 zecchini, egli li fece restituire prontamente, e non volle di ciò lode alcuna. Quanti,che in cospetto del mondo sono assai meno infami dell’Aretino se li sarebbero tenuti!
Non dovendo l’Aretino, secondo la sentenza dei giudici suoi, avere in sè cosa buona, bisogna che anche l’aspetto abbia del cattivo, sia rivelatore dell’interna tristizia. Dice sì l’Ammirato che difficilmente si sarebbe potuto vedereun vecchio più bello, nè più pomposamente vestito; ma, in verità, egli doveva essere un brutto vecchio, per quanto vestito pomposamente, giacchè il viso è specchio dell’anima. Ed ecco qua, per l’appunto, il ritratto dipinto da quel valentuomo del Tiziano. «Figura di lupo che cerca la preda», esclama Francesco de Sanctis. «L’incisore gli formò la cornice di pelle e gambe di lupo, e la testa del lupo assai simile di struttura sta sopra alla testa dell’uomo»[201]. Pare chiaro, tanto più che lo Chasles aveva già fatto prima la stessa, stessissima osservazione[202]; ma per meglio giudicare di questa somiglianza lupina bisognerebbe confrontare gli altri ritratti dell’Aretino: in quello pubblicato ultimamente dal Sinigaglia è assai più facile riconoscere il satiro che non il lupo[203]. Giova ad ogni modo notare che quello dipinto dal Tiziano non produceva nel Franco l’impressione che sembra produrre nei critici moderni. Il Franco ne parla in parecchi de’ suoi sonetti. In uno, toccando della perfetta somiglianza, dice: