IV.

Tutte le sue fattezze son ritratteDal vero, così queste, come quelle,E gli occhi son sì veri e le mascelle,Che non somiglia tanto il latte al latte.

Tutte le sue fattezze son ritratteDal vero, così queste, come quelle,E gli occhi son sì veri e le mascelle,Che non somiglia tanto il latte al latte.

Tutte le sue fattezze son ritratte

Dal vero, così queste, come quelle,

E gli occhi son sì veri e le mascelle,

Che non somiglia tanto il latte al latte.

E in un altro, volgendosi allo stesso Tiziano:

Però ch’egli è miracolo che un attoGli abbiate dato ch’aggia dell’onesto,E che ne paja savio e modesto,Nè mostri pur aver sempre del matto.

Però ch’egli è miracolo che un attoGli abbiate dato ch’aggia dell’onesto,E che ne paja savio e modesto,Nè mostri pur aver sempre del matto.

Però ch’egli è miracolo che un atto

Gli abbiate dato ch’aggia dell’onesto,

E che ne paja savio e modesto,

Nè mostri pur aver sempre del matto.

Onesto, savio, modesto!o dov’è il lupo?

L’Aretino parla volentieri delle proprie virtù, si chiama da sè stesso virtuoso, ed è così chiamato dagli altri. Che vuol dir ciò? È egli un ipocrita che, celando il vero suo essere, si ammanta della virtù che non ha? E quegli altri, sono essi illusi, sono ingannati, che non ben conoscono colui che lodano? Niente affatto. L’Aretino non è un ipocrita, anzi è un grande odiator degli ipocriti. Egli fa ciò che fa, naturalmente, svelatamente; mena vita sbracata e non nasconde il suo giuoco. Un ipocrita non avrebbe mai pubblicati quei sei volumi di lettere in cui egli si mostra intero, sotto tutti gli aspetti. Quanto agli altri, sapevan benissimo con chi avevan da fare. Che cosa dunque vuol dire quelvirtuoso?Vuol dire che il Rinascimento s’è formato un nuovo concetto della virtù, un concetto molto diverso dal cristiano, un concetto strettamente legato alle forme e agli ideali di quella coltura. Della virtù cristiana certo si parla e si scrive in quel secolo; ma non è più che un tema retorico: tutti l’ammirano e la lodano, nessuno la pratica. Secondo quel nuovo concetto, virtuoso è chiunque raccolga in sè certa copia di pregi, di attitudini, di maestrie, buone, non a procacciare il paradiso, ma credito e riputazione nel mondo. Perciò l’avvenenza, la grazia, gli amabili portamenti, un ingegno pronto e vivace, una varia dottrina, la destrezza ne’ maneggi, ecc., sarannotutte parti dell’uomo virtuoso. E virtuoso sarà chi riesce eccellente nell’esercizio di alcuna arte, come poesia, pittura, scoltura, architettura, musica. Benvenuto Cellini è un virtuoso. In una lettera a monsignor Guidiccione l’Aretino parla dellainnata bontà e virtùdel Molza. Virtuosi si chiamano anche oggigiorno i cantanti. Come mai non avrebbe dovuto essere un virtuoso l’Aretino?

O quanto io son venuto dicendo sin qui manca affatto di ragionevolezza, o l’Aretino non è quel pessimo scellerato che di lui si vuol fare. Ma poniamo che sia, e vediamo a quale conseguenza si giunga. Il Berni, nel suo sonetto, dice l’Aretino venuto in odio a tutti; ma non dice il vero, perchè l’Aretino ebbe, finchè visse, innumerevoli amici, e tra gl’innumerevoli moltissimi che furono e sono onore d’Italia. Ora bisognerebbe dire che tutti costoro fossero una mala gente, dacchè amavano, accarezzavano, lodavano un così tristo uomo; e cialtroni a dirittura coloro, e non eran pochi, che, come Sperone Speroni, insuperbivano di essere amati da lui; e poco men che sgualdrine le donne, spesso d’alto lignaggio, che lo ringraziavano degli sconci libri da lui ricevuti; e peggio che sgualdrina Veronica Gambara che chiamava avventurosa Angela Serena perchè da luinovellamente amata. E venendo ai protettori, con qual nome bisognerebbe chiamare quei cardinali di Santa Chiesa che lo favorivano e lo raccomandavano al papa? E come si dovrebbe giudicare Clemente VII che, poco dopo il fatto dei sonetti lussuriosi, lo creava cavalier di Rodi? Come Giulio III, che lo baciava in fronte e lo faceva cavalier di San Pietro? Come il duca di Parma, il troppo noto Pier Luigi Farnese, il quale, dopo essere stato da lui vituperato, si adoperava perchè gli dessero il cappello di cardinale? Come Paolo III, padre di esso duca e pontefice, che, per quanto si sa, non fu troppo alieno dal darglielo? Come Carlo V, che se lo facevacavalcare a fianco, altamente onorandolo? Come la sua città natale, che gli conferiva la nobiltà e il gonfalonierato? Come, in fine, quei principi tutti che lo blandivano, lo adulavano, lo regalavano, se lo strappavano l’uno all’altro, e così facendo nutrivano la tracotanza e la malvagità sua? Non si vede che l’infamia dell’Aretino è infamia di tutti costoro? Ben lo comprese il Franco, che con impareggiabile violenza ingiuria i principi tutti che davano al suo nemico, e sopra tutti ingiuria l’imperatore.

Che pena merteria giusta e speditaQuel principe gaglioffo che con doniContra le leggi gli mantien la vita?

Che pena merteria giusta e speditaQuel principe gaglioffo che con doniContra le leggi gli mantien la vita?

Che pena merteria giusta e spedita

Quel principe gaglioffo che con doni

Contra le leggi gli mantien la vita?

grida egli in uno de’ suoi sonetti. E in un altro:

Se tra voi chi è il più goffo è il più divino,E se nell’ignoranza fate i calli,Che gran cosa se date all’Aretino?

Se tra voi chi è il più goffo è il più divino,E se nell’ignoranza fate i calli,Che gran cosa se date all’Aretino?

Se tra voi chi è il più goffo è il più divino,

E se nell’ignoranza fate i calli,

Che gran cosa se date all’Aretino?

I protettori son degni in tutto del protetto. E in verità, di chi s’ha a stimare più vergognoso il procedere, dell’Aretino, che, dopo averlo vituperato, chiedeva scusa a Clemente VII, o di Clemente VII che, dopo quei vituperii, mandava all’Aretino un onorifico breve? E chi più tristo, l’Aretino che vendeva i servigi e le lodi al duca di Mantova, o il duca di Mantova, che impermalito di non so che, minacciava l’Aretino di farlo ammazzare? Ha ragione dunque il Franco quando, in un terzo sonetto, uscendo dai gangheri, esclama:

O sacre maestà, ch’oggi teneteIl mondo in mano, o principi preclari,O becchi svergognati quanti sete!

O sacre maestà, ch’oggi teneteIl mondo in mano, o principi preclari,O becchi svergognati quanti sete!

O sacre maestà, ch’oggi tenete

Il mondo in mano, o principi preclari,

O becchi svergognati quanti sete!

Di questo dilemma non s’esce: o l’Aretino è migliore della sua fama, o della sua infamia sono partecipi infiniti; e in tal caso non c’è ragione di tirar lui solo fuori del mazzo.

Abbiamo considerato l’Aretino sotto l’aspetto morale; consideriamolo ora sotto l’aspetto letterario. Cerchiamo in lui lo scrittore, vediamo qual sia, e che giudizio si meriti.

Non ho bisogno di dire che anche per questa parte abbondano i dispregi e i biasimi dei critici, e che scarso è il numero di quelli a cui gli scritti dell’Aretino non pajano a dirittura una vergogna della letteratura italiana, e ciò indipendentemente dalla disonestà e perversità loro. Non ci curiamo di questi giudizii, che troppo tempo vorrebbero ad essere ricordati ed esaminati, e procuriamo di formarci in materia un concetto proprio, e, se possibile, giusto.

Chiameremo noi, col Sinigalia, Pietro Aretino un grande uomo? Sarebbe invero abusar troppo delle parole. Supposto pure che le facoltà del grand’uomo le avesse, egli era talmente inviluppato in interessi e maneggi di bassa lega, che male avrebbero quelle potuto operare e recar frutto. E poi, queste facoltà superlative, egli non le aveva, e, checchè paja dire in contrario egli stesso, sapeva di non averle. Il suo ingegno era un ingegno pronto ed accorto, ma mancava di elevatezza. Non era in lui quella veduta larga dello spirito che abbraccia nella loro interezza le cose, nè quella fruttifera curiosità che spinge alla speculazione o all’indagine. Dice egli stesso che non cercava di conoscere ciò che è occulto o troppo alto[204]; e in più lettere sue si ride di coloro che logorano il cervello dietro al perchè delle cose. Odiava i pensieri che affaticano e turbano, e però accettava la fede comune e tradizionale, il confessore e le pratiche d’uso, protestando di non volersi immischiarein certe dispute arruffate, riparandosi dietro il nome di Cristo, non come un fervido credente, ma come uno che voglia togliersi d’imbarazzo, e non avere a rispondere di nulla, dicendo a chi gli dà noja: ecco qua il padrone e il maestro, vedetevela con lui. I riformatori e gli eretici gli davano ombra al par dei filosofi: odiava dello stess’odio Platone e Lutero.

A questo proposito mi sembra opportuna una osservazione. L’Aretino fu reputato, non solo eretico, ma anche ateo, e la prova del suo ateismo fu cercata principalmente nei suoi costumi e nelle sue azioni. Ma se in nessun tempo la vita prova a rigore le dottrine, meno che in ogni altro tempo le prova nel Cinquecento. In quel secolo si poteva credere, non dirò ferventemente, ma sinceramente, e vivere del resto come quelporcus de grege Epicuridi cui parla Orazio. La famosa dottrina immaginata dai gesuiti per conciliare con la devozione la vita mondana, dottrina che procacciò loro tanto favore e tanta potenza, si trova applicata di fatto nell’Italia del Cinquecento assai prima che i gesuiti se ne facessero campioni e maestri.

Poco atto agli alti voli, chiuso alle idee trascendenti ed astruse, l’ingegno dell’Aretino, ingegno essenzialmente pratico, si trova a suo agio nel mondo della realtà immediata, fra le cose e gli uomini che gli sono cogniti e famigliari. Quivi esso si muove con mirabile agevolezza e si mostra dotato di grande perspicacità. L’Aretino conosce a fondo il suo tempo, e questa conoscenza spiega in gran parte i suoi successi.

Indicata la qualità dell’ingegno, vediamo ora alcune idee che l’Aretino aveva in fatto di letteratura, e propugnava con calore; poi daremo una rapida occhiata alle opere.

L’Aretino aveva, com’è noto, pochissimi studii, e l’accusa d’ignoranza non fu certo una di quelle ch’egli udìfarsi meno frequentemente. Ma lungi dal vergognarsene, se ne teneva, cercando anche in ciò una prova della felicità del suo ingegno.

Vivendo in un secolo in cui si pretendeva supplir con lo studio a ogni mancamento di natura, e in cui poeti formati sui libri credevano poter emulare Omero ed Orazio solo perchè avevano Orazio ed Omero a mente, egli si mostrò sempre avverso allo studio insistente, pedantesco, che toglie altrui il senso vivo e diretto delle cose, e crea nello studioso una coscienza tutta artificiale, ed estranea al mondo cui quegli appartiene. «Il soverchio de lo studio», scriveva all’amicissimo suo Agostino Ricchi, «procrea errore, confusione, maninconia, colera e sazietà», e raccomandava gli ozii opportuni, dicendo: «Non si sa egli, che le vacazioni sono il giardino in cui si ricrea il vigore de lo intelletto?»[205]. Dava alla natura assai più importanza che non allo studio, giacchè, diceva, «dalla culla e non dalla scola deriva l’eccellenza di qualunque ingegno mai fusse»[206]. Sentiva che nel genio c’è qualche cosa di spontaneo e d’inconsapevole, di dato e non fatto, che appunto è uno dei caratteri suoi più notabili. Diceva che ipoeti da senno«si ragguagliano a i fonti, i quali scaturiscono l’acque vive, limpide e dolci, non sapendo perchè, nè in che modo»[207]. Ottima sentenza, ma assai dura a quei poeti senza numero che vivevano truffando i mezzi versi, e i versi interi, ai classici, o al Petrarca. Affermava inoltre l’artificio vero esser quello «che nasce dal naturalmente vivace in la penna, e non quello che si ritrae dallo studio ne i libri»[208]. Non già che alla naturadèsse tutto il merito, e nulla stimasse lo studio e l’esercizio. Nelle sue lettere lodava spesso chi attendeva a studiar con impegno, e ad un giovane, Antonio Gallo, scriveva: «Sappiate pure che la natura senza la esercitazione è un seme chiuso nel cartoccio, e l’arte senza lei è niente»[209]. Ad ogni modo val più assai un buon ingegno naturale, cui manchi lo studio, che non un povero ingegno infarcito di dottrina, giacchèil giudicio è figliuolo de la natura e padre de l’arte, «e il litterato, che ne è privo, può simigliarsi a un armario pien di libri»[210]. Certo, così dicendo, l’Aretino faceva un po’ ilCicero pro domo sua, ma non è men vero che diceva bene, e che non sarebbe agevole trovare in quel secolo chi dica altrettanto in modo così chiaro e reciso.

Ponendo l’ingegno sopra lo studio, la natura sopra l’arte, l’Aretino implicitamente condannava la imitazione, altra piaga del suo tempo; ma non lasciò di condannarla anche esplicitamente, e sempre con grande vivacità di parole. Innumerevoli sono le lettere dove egli biasima e svergogna la frega di coloro che volevano rifare ciò che altri avevan già fatto, o mutar sè in altri, impresa sciocca e disperata. I petrarchisti non ebbero avversario più risoluto di lui, e s’egli pur ne loda qualcuno, il fa, pur troppo, per ragioni in tutto estranee al suo convincimento. Alcuna volta distingue gl’imitatoridairubatori[211]; ma ciò solo per una caritatevole concessione fatta all’amicizia. Raccomandava a tutti di seguitar la natura, dicendo che i precetti di lei avanzano quelli di qualsiasi Orazio[212], e di seguitarla si gloriava assai egli stesso. Al Doni scriveva: «andate pure perle vie che a voi mostra la natura se volete che gli scritti vostri faccian stupire le carte dove son notati»[213]; e a Vincenzo Fedeli, oratore della Repubblica in Milano: «chi ha qualche spirito di natura non tiene uopo de la stitichezza, che lambicca a gocciola a gocciola alcune paroline sì magre, che non solo vituperano i concettuzzi, che pur vorrebbero esprimere, ma intrigano altrui di sorte, che chi legge i sogni loro sognano nella maniera che sognano essi»[214]. Ed egli otteneva lode da parecchi, tra gli altri da Paolo Manuzio, per essersi scostato dalcomune sentiero, per aver lasciate le vestigia dei maestri, cosa che sgomentava ancora, tanti anni dopo, l’ortodossia letteraria del povero Mazzuchelli[215].

Da tutto ciò si ricava che l’Aretino sentiva il bisogno di un’arte, più particolarmente di una poesia, meno artificiale, meno accademica, più intimamente connessa con la vita, e che dalla vita, direttamente, traesse l’inspirazione e gli spiriti. Il poeta, secondo lui, deve aver l’occhio alla natura, non ai modelli; vivere con la natura in comunione vitale e continua, imparare da lei l’arte sua. Ardito pensiero in un tempo in cui si aveva per ogni maniera di componimento una ricetta bella e fatta, e l’arti poetiche, composte dietro gli esempii di Aristotele e di Orazio, insegnavano a fabbricar poemi epici, commedie, tragedie di perfetta fattura, e ora, a noi, d’insopportabile lettura; in un tempo in cui, dovendosi parlare di pubblici eventi e di pubbliche occorrenze, non si guardava tanto a ciò che il caso richiedeva, quanto a ciò che aveva detto Cicerone quindici secoli prima. L’Aretino ebbe tale un sentimento della originalità quale non si trova in nessuno de’ suoi contemporanei,e primo in Europa levò il grido di ribellione che poi il Francese raccolse nel verso famoso:

Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?

Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?

Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?

Ciò spiega pure la sua ammirazione sconfinata, il suo amore appassionato per artisti come il Tiziano, che movevano dalla natura per giungere all’arte. Egli stesso vedeva le cose con gli occhi di un pittore, e le impressioni vigorose e vive che riceveva dalla natura lo dispensavano dall’andar ricercando nei libri le impressioni altrui. Noi che abbiam sempre in bocca la natura, la spontaneità del sentimento, la relazion necessaria della poesia con la vita; noi che abbiamo scosso il giogo dei modelli detti insuperabili, banditi i tipi e le forme fisse, bruciate le arti poetiche, e fatte, almeno a parole, tant’altre belle cose, noi non possiamo, senza contraddirci, non riconoscere in Pietro Aretino uno dei nostri.

Da questo bisogno di libertà e di larghezza, sentito non meno vivamente nell’arte che nella vita, si generano nel nostro autore alcune ripugnanze, alcune avversioni di cui è a tener conto, sebbene non sempre le palesi egli stesso. Loda molto in pubblico lo stile dei prosatori gravi e corretti, come il Bembo e monsignor Della Casa, ma si sfoga poi nella intimità dell’amicizia, deridendo i boccaccevoli, burlandosi di quel sonaglio del verbo in ultimo, dicendo che si deve scrivere come il bisogno richiede e l’anima detta. Bella massima, ma da lui stesso poco seguita, e vedremo perchè. Per certi uomini professa palesemente grande ammirazione, ma senza dubbio li ha in uggia nel secreto dell’anima, appunto perchè rappresentano tendenze e dottrine in tutto opposte alle sue. Tali il Bembo e il Varchi, per non citarne altri. E quando egli dice di temere il giudizio del Bembo e di volersi stare in tutto alla suasentenza[216], mente e si burla di chi gli crede. A tal proposito si vuol notare che l’Aretino si mostra spesso assai buon giudice del valore e delle riputazioni altrui, e che se in moltissimi casi non appar tale, se molti giudizii suoi sono esagerati od erronei, gli è che il più delle volte c’entra di mezzo qualche ragione di utilità e di convenienza. Riconosce che Erasmo «ha islargati i confini de l’umano ingegno»[217]; ma nell’istesso modo leva a cielo taluno di cui persino il nome sarebbe perduto, se egli non l’avesse scritto in capo di una lettera.

Molte altre cose odia l’Aretino. Odia le accademie e i lorociarlamenti, epecora giojellatachiama un cavalier Mainoldo, uno di quei fastidiosi recitatori di lezioni accademiche[218]di cui non è ancora spento il seme. Vero è che poi troviamo lui pure socio di più accademie. Odia i rifacimenti, come quello che dell’Orlando Innamoratofece il Berni, giacchè stima infamia «il porsi al viso del nome la mascara de i sudor dei morti»[219]. Odia tutto ciò che sa di vieto e di muffito, ed ha il sentimento della lingua viva come pochi allora mostran d’avere. «Volesse Iddio», scrive a Lodovico Fogliano, «che le prose masticate dalla continua diligenza di molti, fossero così pure e così usate come son le parole, che mentre parlate vi trae di bocca l’uso famigliare della favella». E soggiunge: «Che abbiam noi a fare dei vocaboli usati non si usando più? A me par vedere ser Apollo con le calze a campanile, quando veggio uopo in collo di questa e di quella canzone»[220]. Odia l’infinito stuolo dei cattivi e pessimi poeti che assordavanl’Italia, dolendosi che sino ai maestri di stalla facessero versi[221]. Ma odia sopra ogni altra cosa i pedanti; e ciò si capisce, perchè i pedanti personificano tutte le tendenze avversate da lui. Molti nemici e derisori ebbero i pedanti nel Cinquecento[222], ma nessuno più acerbo dell’Aretino, che, e nelle commedie, e nelle lettere, e in molti altri scritti suoi non lascia di beffarli, di tartassarli e di vituperarli. In una lettera al Marcolino li paragona alle femmine presuntuose e sciocche, le quali sempre vezzeggian sè stesse: «quelle quattro letteruzze ch’essi hanno, sono i belletti, con cui tentano d’abbellirsi il ceffo della fama, che gli pare avere»[223]. Gli chiama goffi; dice che standosi essi sempre confitti negli studii non sanno nemmen d’esser nati: e in un’altra lettera allo stesso Marcolino si ride «di quella assidua pazienza, che tormenta lo stuolo della pedagogaria, che mura il sesso di tali ne gli scanni de gli studi, che i da pochi frequentano lo intero di tutti i dì e la somma di tutte le notti»[224]. Si ride deiCiceroni salvatichicome se ne rideva Erasmo: si burla di chi, come l’Ubaldino,crepa di studio; e i così fatti, con bella invenzione di vituperio, chiamaasini degli altrui libri[225]. Del resto l’Aretino ha della pedanteria, o, se meglio piace, nel caso presente, del pedantismo, un concetto assai più largo, più curioso e più notabile che i suoi contemporanei non abbiano. Per lui, uomo pratico, e tutto del suo mondo, è pedante, non solo chi si sta sempre a cavallo della grammatica, chi insegna ai putti, chi parla un gergo sciagurato che non fu mai vivo,insomma il tipo notissimo della commedia e della novella; ma, in generale, chiunque non sappia veder la vita che traverso le pagine dei libri, chiunque sconoscendo la necessità dei tempi, le opportunità delle cose, in una parola il vivo della storia, pretende di restaurare comechessia l’irrevocabile passato. Perciò la pedanteria non è delle sole lettere, ma della politica ancora e di tutto il resto. «I pedanti,» egli dice, «poichè hanno assassinato i morti, e con le lor fatiche imparato a gracchiare, non riposano fino a tanto che non crocifiggano i vivi. E che sia il vero, la pedanteria avvelenò Medici, la pedanteria scannò il duca Alessandro, la pedanteria ha messo in castello Ravenna e, quel che è peggio, ella ha provocata l’eresia contra la fede nostra per bocca di Lutero pedantissimo»[226]. Lasciamo stare Martin Lutero e il cardinal di Ravenna; ma gli è certo che la pedanteria, intesa a quel modo che s’è notato, ebbe molta parte nel tirannicidio, rimesso dal secolo XVI in onore. Lorenzino de’ Medici si paragonava da sè stesso a Timoleone; Pier Paolo Boscoli sognava di emulare Bruto.

L’Aretino componeva con somma facilità. Ridendo di coloro che non san mai levarsi dal tavolino, diceva che la sua natura sputava «fuor dello ’ngegno ogni sua cosa in due ore»[227]. E si vantava di non lavorare più di due ore per mattina, e di non aver d’altro bisogno, per compor le sue opere, che di una penna, di un po’ d’inchiostro, di un manipolo di carta. Gli è che egli portava dentro di sè tutto il suo mondo. Negli anni maturi quella grande facilità gli venne scemando, e nel1537 scriveva a Francesco Dall’Arme: «La vecchiaja mi impigrisce l’ingegno, ed amor che me lo dovria destare, me lo addormenta. Io soleva fare XL stanze per mattina, ora ne metto insieme appena una; in sette mattine composi iSalmi, in dieci laCortegianae ilMarescalco, inXLVIIIi dueDialoghi, inXXXla Vita di Cristo»[228].

È impossibile lavorare in tal modo e raggiungere la perfezione. L’Aretino lo sa, e conosce assai bene ciò che manca alle cose sue, le quali certamente furono ammirate più dagli altri che da lui stesso. Non bisogna badare a certi suoi vantamenti, che hanno sempre uno scopo pratico. Quando non è forzato a decantar la sua merce, il giudizio ch’egli ne dà è giudizio tutt’altro che indulgente. «Dal buono e non da lo assai nasce la gloria de le composizioni», si legge in una lettera a Giovanni Agostino Cazza[229]. Egli sa che piegando l’arte al vantaggio si uccide l’arte, e parla con certa amarezza delle carte che gl’imbrattalo stimolo del disagio, e non lo sprone della fama. Al Bembo scriveva: «A me bisogna trasformare digressioni, metafore e pedagogarie in argani che movano, ed in tanaglie che aprano. Bisognami fare sì che le voci de i miei scritti rompino il sonno de l’altrui avarizia, e quella battezzare invenzione e locuzione che mi reca corone d’auro e non di lauro»[230]. Al duca di Mantova scriveva che del pensiero ch’ei faceva di certo suo componimento era secretario il fuoco[231]. Dal Marcolino, suo compare, fece bruciare tremila stanze del poema di Marfisa[232]. Del titolo di divino, datogli anche dall’Ariosto e da Bernardo Tasso, e largito delresto a molt’altri, si fregiava volentieri, perchè gli cresceva credito, ma era il primo a farsene beffe[233]. Teneva i proprii capitoli superiori a quelli del Berni; ma scemava a sè stesso il merito dell’averli composti giudicando assai severamente, e, bisogna pur dirlo, non malamente, la poesia bernesca, dicendo che «la fama di coloro che invecchiano drieto a lo scriver ciancie da riso è ridicola»[234].

Non è dunque un deficiente sentimento d’arte che spinga l’Aretino a scrivere come scrive; ma, per una parte, certa naturale sua foga, per un’altra il mestiere.

Anzi l’Aretino ebbe sentimento d’arte vivissimo, e quand’altro non ci fosse in favor suo, basterebbe a redimerlo da quella geenna d’infamia in cui fu posto l’amore pien d’entusiasmo che professò tutto il tempo di vita sua per la statua e pel quadro; quell’amore che lo fece, più che amico, fratello al Tiziano; quell’amore che lo spingeva a chiedere con tanta istanza al Buonarroti di quei disegni chedava al fuoco, e a pregare il Vasari di procacciargliene. Ora, questo amore, specie alla pittura, non è senza importanza per noi, che ricerchiam lo scrittore. «Io mi sforzo», diceva l’Aretino al Valdaura, «di ritrarre le nature altrui con la vivacità con che il mirabile Tiziano ritrae questo e quel volto»[235].

E bisogna dire che qualche volta ci riesce, e forse ci sarebbe riuscito sempre, se non fossero state le ragioni di quel maledetto mestiere.

Nell’Aretino ci sono, a dir proprio, due scrittori, assai diversi tra loro, anzi opposti a dirittura: l’uno che scrive per amor di guadagno, mentendo affetti e pensieri, cercando i soggetti utili; l’altro che scrive senza preoccupazioni,abbandonandosi all’impulso geniale di ciò chedetta dentro; quello tutto ammanierato, vacuo e falso; questo, vero, naturale, efficacissimo. Leggete ciò che l’Aretino scrive, quando vuol levare a cielo qualcuno di cui veramente non gli cale più che tanto, ma da cui si ripromette vantaggio: ciò che gli esce dalla penna è della peggio retorica che si possa imaginare, e in quelle pagine, gonfie d’iperboli pazze, e tutte chiazzate di metafore strane si sforma l’aspetto delle cose, come si snatura l’indole d’ogni sentimento. È l’Aretino di parata, l’Aretino cui bisognatrasformare digressioni, metafore, e pedagogarie in argani che movano, ed in tanaglie che aprano.Ma leggete ciò che l’Aretino scrive per proprio conto, per isfogar l’animo, per intrattenersi con gli amici più intimi: trovate un tutt’altr’uomo, e c’è da rimaner meravigliati in vedere come lo scrittore ampolloso e affettato, lo scrittore che pareva non potesse dir cosa senza alterarne in qualche modo l’essere, lo scrittore esagerato e iperbolico, riesca un osservatore diligente, un descrittore vero ed efficacissimo di quanto gli sta d’intorno. Veramente egli vede le cose con l’occhio con cui le vedeva il Tiziano, e la visione avuta sa rendere felicemente con la parola, facendo della penna un pennello.

A persuadersi di ciò basta leggere certe lettere sue. Non ricorderò quella famosa al Tiziano, dov’è descritto il Canal Grande sull’ora del tramonto, perchè troppo nota e troppo spesso citata[236]. Certo essa è un documento assai singolare; ma altre ce n’ha, non meno importanti a mio giudizio, e che sono veri quadri di genere. Leggasi quella dov’è narrata la vita semplice e pacifica di Simone Bianco scultore[237]; leggasi l’altrain cui si ricordano con desiderio scevro di amarezza i bei tempi passati, i facili amori e l’altre scapestrerie giovanili[238]: se ne legga una assai breve, dove l’autore ringrazia frate Vitruvio dei Rossi, che gli aveva mandato a regalare certe ghiottornie minute[239]. Si vegga con quanta vivacità è ritratto quel Pietro Piccardo, che sapeva tutte le storie e tutti i fatterelli del tempo, cortigiano finito, sempre tra donne[240]. Si vegga con quanta festività, con quanta arguzia è descritto il vivere spensierato di questo stesso Piccardo e di monsignor Zicotto, che si facevano «portare come un pajo di pontefici, dando giubilei, intimando concilii e canonizzando santi»[241]; con quanta evidenza è ritratto lo spettacolo pieno di varietà e di movimento, a cui l’Aretino cotidianamente assisteva dalle finestre di casa sua sul Canal Grande[242]; con quanto sentimento del pensare e della vita del popolo sono descritte le smanie e gli anfanamenti per il giuoco del lotto[243]. Non si lasci di leggere ciò che nelRagionamento delle cortiè narrato dei capricci di Fra Mariano, e poi si dica se nel Cinquecento sono molti che abbiano il senso della realtà così desto e così perspicace; che scrivano così vivo, con efficacia così ingegnosa e al tempo stesso così spigliata, con tanta virtù di rilievo e di colorito.

E qui tocchiamo allo stile dell’Aretino, intorno a che ci sarebbe, volendo, molto da dire. L’Aretino pretese di essere un novatore in fatto di stile e molti dei contemporanei gli diedero ragione. In un capitolo dove ilFenaruolo si rallegra con Domenico Veniero dei nuovi onori ricevuti, si legge:

Udirete il signor Pietro AretinoCantar in quel suo bravo primo stile,Che gli diede il cognome di divino[244].

Udirete il signor Pietro AretinoCantar in quel suo bravo primo stile,Che gli diede il cognome di divino[244].

Udirete il signor Pietro Aretino

Cantar in quel suo bravo primo stile,

Che gli diede il cognome di divino[244].

E Ortensio Lando nellaSferza de’ scrittori antichi e moderni[245]: «Se pertanto leggerete gli scritti del divino Pietro Aretino egli vi condurrà all’alta rocca della toscana eloquenza, e condurravvi per vie inusitate e nove, non più calpestate da veruno; scorgeretevi per dentro alcuni lumi meravigliosi, da’ quali intenderete quanto possa natura senza l’ajuto dell’arte». E novatore egli fu veramente. Anche qui noi troviamo l’Aretino in contrasto con la tradizione, ribelle all’autorità. Egli ha in uggia lo stile di prammatica, lindo, corretto, misurato con le seste, architettato secondo le regole, tutto riscontri simmetrici e appoggiature meditate. Per lui lo stile non è architettura, ma scoltura e pittura, e deve prender forma e colore da ciò che si muove nell’animo, e piegarsi, non ad una legge astratta di compostezza e d’armonia, ma, volta per volta, a quella che è indole propria del soggetto. Il suo sogno è di poter tradurre nelle parole il plastico delle cose, la intensità e il fervor della vita; e conscio di riuscirci in una certa misura, esclama: «attengasi a me chi ha rilievo nelle rime ed efficacia nelle prose, e non chi mostra profumi ne gl’inchiostri e miniature nelle carte»[246]. In una lettera famosa al Comandator d’Alcantara dice che ne’ versi suoi «si tondeggiano le linee delle viscere, si rilevano i muscoli delle intenzioni, e si distendono i profili degli affettiintrinsechi»[247]. A Bernardo Tasso rimprovera d’essere «più inclinato all’odor dei fiori che al sapore dei frutti»[248]. Abusa del colorito, e ha certi procedimenti di stile in tutto simili a quelli dei moderni seguaci del naturalismo o verismo letterario; per esempio usar l’aggettivo in maniera di sostantivo.

Naturalmente, con tanta preoccupazione del vistoso e dell’efficace, con voler far produrre alle parole la impressione che producono le cose, l’Aretino spesso rompelo fren dell’arte, passa i segni del buon gusto e del buon giudizio, e s’impania in quelle iperboli sformate, in quei traslati mostruosi, in quegli aggrovigliamenti di concetti e di parole, in quella sofistica dello stile, che rendono insopportabile a noi la lettura di moltissime pagine sue, ma che hanno riscontro negli scritti di più di un verista moderno. Perciò egli fu considerato come l’iniziatore e come il padre di quel mal gusto che ebbe tra noi il nome di secentismo. Lo Chasles, il quale in più altre occasioni mostra buon accorgimento, dice a tale proposito: «Le seicentisme date da l’Arétin. Ce ne fut plus la parole grave et nue de Machiavel, ni la fluidité de Bembo. On commença, d’après son exemple, à personnifier tout; les Marini, les Achillini ne sont que ses copistes... Avant lui personne n’avait écrit de cette façon»[249]. Ma è vero ciò? no; anzi è falsissimo.

L’Aretino ha certamente ajutato, affrettato l’avvenimento del secentismo, ma nulla più. Il secentismo si produce intorno a lui, è nato prima di lui. Il D’Ancona ha potuto scrivere un bello studio sulsecentismo nella poesia italiana del secolo XV, e secentismo si trova nella letteratura d’altri tempi e d’altri luoghi. Il Petrarcanon è egli spesso un secentista della più bell’acqua? son poco secentisti certi trovatori di Provenza? e chi più secentista di Ennodio? Gli è che sotto questo nome poco appropriato di secentismo si comprende una certa condizion delle menti, un temperamento del gusto, una forma d’arte, che possono bensì nel Seicento nostro essersi prodotti con carattere più spiccato, ma che, come effetto di certe determinate cause, non sono punto proprii di quel secolo soltanto. Ora, dello straboccare del secentismo nel secolo appunto che gli diede il nome, si potranno indagare alcune cause speciali, come l’influsso spagnuolo, o l’esempio di alcuni scrittori; ma è certo che l’arte stessa del Cinquecento, e quella civiltà tutta intera, ponevano sulla sua via, spingevano ad esso. Chi vuol persuadersene legga gli imitatori del Petrarca. Parrà strano a dire, anche perchè l’Arcadia, quando cominciò la reazione contro il secentismo, si mise innanzi, come duca e dottore, il Petrarca; ma non è men vero che una delle cause principali del mal gusto del Seicento è per appunto il petrarchismo.

E s’intende perchè. I petrarchisti, non avendo altro a fare che ripetere que’ sentimenti invariabili, quei pensieri già espressi le tante volte, cercavano d’introdurre qualche novità nei loro versi rincarando la preziosità dello stile, contorcendo il concetto e la frase, moltiplicando le metafore. L’amore, quando non è sentito e sincero e vuole spacciarsi per sincero e sentito, cerca, senza avvedersene, l’espressione esagerata e falsa, che di necessità diventa secentismo. Vedasi che cosa interviene ai trovatori provenzali della decadenza. E a un’altra cosa è da por mente. La raffinata coltura del Cinquecento si trae dietro certi bisogni, suscita certe tendenze, che non mancan mai, o sotto una, o sotto altra forma, dov’è raffinatezza soverchia. In quegli animi, allevati e ammaestrati in ogni maniera di delicature, schifi deltriviale, facilmente si produce sazietà, e sempre si muove un desiderio del peregrino e dello insolito, donde possa venire nuovo eccitamento, e allettamento non ancora provato. Ora, un desiderio così fatto, conduce o prima o poi al secentismo, e poichè quel desiderio tanto più sormonta quanto più la civiltà è raffinata, e quanto più prossimo il tempo del suo decadere, si può dire che ogni civiltà finisca nel secentismo, il quale, non fa bisogno avvertirlo, non è proprio delle sole lettere, nè delle sole arti sorelle. La civiltà romana, sopraggiunta dalla sfioritura, produce la più mostruosa depravazione che la storia ricordi: il secentismo dei costumi.

Se, dunque, noi vogliamo esser giusti, dobbiamo dire che Pietro Aretino ajuta il secentismo a prodursi, ma che il produttor vero del secentismo è il Cinquecento.

L’Aretino si esercitò in tutti i possibili generi letterarii, dalla pasquinata alla tragedia, dalla novella al poema epico, dalla lettera al racconto ascetico. Non tutte le cose sue sono di pari valore, ed il valor di parecchie è pochissimo; ma volerle mettere tutte in un fascio e sentenziare che in tutte c’è poco o nulla di buono è, non solamente ingiusto, ma assurdo. Diamo un’occhiata alle principali.

L’Aretino riesce meglio assai nella prosa che nel verso. A quella sua natura intemperante e scomposta doveva esser più particolarmente grave il giogo della misura e della rima, increscioso il magistero delicato ed arduo della poesia. Ciò nondimeno, compose, secondo l’uso de’ tempi, infiniti versi, d’ogni qualità e suono. I sonetti sono in generale cattivi, e pessimi quelli in cui si tuffa nel patetico e nell’eroico; ma i capitoli, se inferiori, e di molto, a quelli del Berni, sono tuttavia pieni di vivacitàe d’arguzia, e possono stare alla pari con quelli dei migliori berneschi.

I saggi di poema cavalleresco che ci son pervenuti, i tre canti dellaMarfisa, i due delleLagrime d’Angelica, non sono a dir vero gran cosa, benchè più che grande sembrassero al Doni, prima che d’amico diventasse nemico, e a Bernardo Accolti, che si faceva chiamar l’Unico. L’Aretino stesso non doveva esserne troppo contento, se dell’uno e dell’altro poema mandò fuori poco più che il principio, e se dellaMarfisafaceva abbruciare, come abbiamo veduto, le migliaja di stanze.

Egli, che aveva così vivo sentimento della realtà, non doveva trovarsi troppo a suo agio in quel mondo favoloso della epopea romanzesca, e se pure ci si cacciò dentro, il fece, senza dubbio, per seguitare l’andazzo, o per mostrare che poteva provarsi in questa come in ogni altra impresa letteraria. Tanto più degno di lode parrà che egli sia riuscito a introdurre in quei saggi suoi qualche novità d’invenzione, che siasene uscito con essi dalla via più trita, e, diciamolo pure, più nojosa; ma non è men vero che all’indole del suo ingegno e ai suoi gusti, assai più dellaMarfisa, delleLagrime d’Angelicae dell’Astolfeida, quasi sconosciuta, si confà l’Orlandino.

L’Orlandinoè un tentativo di poema burlesco, in cui Orlando, e Carlo Magno e i paladini tutti, oggetto già di tanta e sì loquace ammirazione poetica, sono posti alla berlina, vituperati, trasformati in ghiottoni e in poltroni. Fu detto che così facendo l’Aretino abbassava il mondo cavalleresco al suo livello; ma non mi pare giudizio giusto. L’Orlandinoè un frammento di poema parodico e satirico, e prima di pronunziare così aspra sentenza, si deve considerare se la parodia e la satira sono in tal caso legittime ed opportune. E sono certamente. Non bisogna dimenticare che quel mondo cavallerescoera già venuto a noja gran tempo innanzi, e che le prime satire e parodie s’incontrano in Francia, nel paese a cui le moderne letterature debbono l’epopea carolingia e l’epopea bretone. Non bisogna dimenticare che di quella noja si genera ilDon Chisciotte. In Italia Luigi Pulci già con molto buon garbo si burla dei suoi cavalieri, e basta pensare all’uso che nel Cinquecento si fece delle finzioni romanzesche, allo strabocco di poemi imitati dall’Orlando Innamoratoe dall’Orlando Furioso, che allora allagò e sommerse l’Italia, per intendere che una reazione era, non legittima soltanto, ma inevitabile. E la reazione venne e venne colBaldodi Teofilo Folengo e con l’Orlandinodel nostro Pietro, il quale, in una sua lettera al capitano Faloppia, si burla anche delleciabatteriedei poeti della Tavola Rotonda[250]. E in un altroOrlandinoil Folengo chiama con uno strano nome, e danna a un uso ch’io non dirò qual sia, tutti i poemi cavallereschi, meno ilMorgante, l’Innamorato, ilFuriosoe ilMambriano[251].

Ma le composizioni senza dubbio più pregevoli dell’Aretino sono le drammatiche. Raccostare per l’Orazial’Aretino allo Shakespeare è pazzia bella e buona; ma non è men vero che è questa una delle migliori tragedie del Cinquecento, la prima che risolutamente si scosti dal tipo classico, e quella tra tutte che procede con fare più largo, e che spira più vivo soffio di umanità. Essa accenna alla maniera che tenne più tardi lo Shakespeare, e non è questa una picciola gloria. Quanto alle commedie, sono certamente delle migliori del nostro Teatro, e, direi, superiori a tutte, meno due o tre. Con esse l’Aretino si toglie deliberatamente dall’usanza comune, ch’era di rifar Plauto e Terenzio, usanza a cuinemmeno un Lodovico Ariosto volle o potè ribellarsi. Discepolo della natura, quale si protesta anche una volta nel Prologo dell’Orazia, l’Aretino si studia di riprodur sulla scena il suo mondo, e mette una buona volta da banda quelle favole stantie di padri ingannati, di figliuoli discoli, di servi nemici degli uni e ajutatori degli altri, per surrogarle con altre, desunte immediatamente dalla vita dei tempi. I vecchi tipi tradizionali e invariabili fanno luogo nelle sue commedie a figure vive, a veri caratteri, tratteggiati con molta bravura, e molta e fine cognizione del cuore umano: tale è quel maniscalco cui si dà ad intendere che il signore vuol fargli tor moglie per forza; tale quel Plataristotile, filosofo speculativo, che ha il capo pieno di alte massime, e piena la bocca di gravi sentenze, e nulla vede della tresca che gli fanno intorno i servitori e la moglie; tale quell’ipocrita, di cui basti dire che il Molière lo conobbe certamente, e se ne giovò per il suoTartufe; tali altri molti. Qui i servitori non sono i soliti inventori di burle e di trappole in danno dei vecchi avari, in benefizio dei giovani scapestrati; ma lavorano per proprio conto, fanno i proprii interessi, e più accorti di tutti, di tutti beffandosi, empiono la scena di scontri e di casi ridicoli. Giannico, il ragazzo del maniscalco, è il più petulante e fastidioso monello che si possa veder sul teatro, e Ippolito Salviano, mutandogli il nome in Farfanicchio, lo introdusse in certa sua commedia. Le burle e le truffe del Fora e del Costa nella Talanta sono saporitissime novelle messe in azione. I personaggi principali hanno intorno una turba di personaggi secondarii, i quali riproducon l’ambiente; mercanti, ebrei, cantastorie, dottori, capitani, pedanti, frati, sbirri. Nell’ultima scena dellaTalantace ne sono non meno di diciannove riuniti.

Non so perchè dica il Burckhardt che l’Aretino nonera buono di trovare la vera disposizione drammatica di una commedia[252]. Ad ogni modo la misura della propria potenza comica l’Aretino la dà nelMarescalco, dove una situazione unica è protratta e sostenuta per cinque interi atti senza che l’interesse languisca un momento. E molti altri pregi ci sono in queste commedie. I prologhi sono i più nuovi, i più briosi, i più ingegnosi che siensi mai scritti, e quelli del Lasca fanno la ben magra figura al paragone. Il dialogo è di una vivezza insuperabile, naturale e argutissimo, meno che nelle scene d’amore patetico, dove l’Aretino non si sente troppo dimestico. I soliti cattivi spedienti di somiglianze strane, di abiti scambiati non mancano; ma non se ne fa quell’abuso che nelle altre commedie del tempo. Insomma non dice troppo chi dice che la tragedia e le commedie dell’Aretino accennano a una riforma del teatro importantissima.

Dell’altre opere che mi sembra opportuno ricordare mi sbrigo in due parole. IRagionamentisaranno infami fin che si vuole; ma come dialoghi sono dei più gustosi che il Cinquecento abbia prodotto, e in essi, non meno che nelle commedie, guizza un fuoco di satira che lascia il segno ove tocca. Perchè, non dispiaccia ai suoi troppo arrabbiati nemici, e ai suoi detrattori implacabili, l’Aretino ha in sè tale un rigoglio di spirito satirico, che pochi in quel secolo hanno l’eguale. Lodovico Ariosto, sferzati, nella satira a Pietro Bembo, gli umanisti viziosi, i poeti increduli e vaghi di mutarsi il nome cristiano in pagano, esclama:


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