PARTE SECONDAANTIPETRARCHISMO

PARTE SECONDAANTIPETRARCHISMO

L’antipetrarchismo, in parte è semplice resistenza ed opposizione all’andazzo comune; in parte è espressione di concetti e d’ideali nuovi nella vita e nell’arte.

Certo, i petrarchisti eran falange, gli antipetrarchisti manipolo, e per giunta, quelli si coprivano dell’autorità di un gran nome, cosa che in ogni tempo bastò a dar credito, e spesso vittoria, alle opinioni, alle fazioni, alle scuole; mentre gli altri si facevan forti della ragione, del buon senso, di certi diritti dell’umano intelletto, non troppo chiaramente enunciati, ma pur sentiti, o piuttosto presentiti. Fra costoro noi troviamo l’intera scuola di quelli che si potrebbero, parmi, opportunamente chiamare gli scapigliati della letteratura nel Cinquecento; una man d’uomini che fanno il letterato come altri farebbe il capitan di ventura; menan la vita come ipicarosdei romanzi spagnuoli; non han troppa dottrina, ma bensì ingegno, e buon giudizio ancora, quando deliberatamente non dieno, come del resto fanno troppo sovente, nel bizzarro e nel paradossale; sono poco rispettosi dell’autorità, punto teneri della tradizione, ribelli alla regola, vaghi di novità, e provveduti, per miglior patrocinio de’ proprii gusti, di una imperturbabile audacia, cui tropposovente si fa compagna la sfrontatezza. A questa scuola, di cui non fu ancora chi studiasse l’indirizzo generale e l’opera comune, appartengono Pietro Aretino, Antonfrancesco Doni, Niccolò Franco, Ortensio Lando, alcun altro.

Antipetrarchismo, nel Cinquecento, non vuol dire proprio proprio il contrario di petrarchismo. Se il petrarchismo importa, anzi tutto, una esagerata venerazione pel Petrarca, l’antipetrarchismo non include di necessità avversione al grande imitato, ma è più spesso semplice avversione alle dottrine, agl’intendimenti e alla pratica letteraria degli imitatori. Al Petrarca stesso pochi si fanno addosso con deliberato proposito; siane cagione una riverenza vera e sentita, o il timore di guastar le cose proprie, dando troppo risolutamente di cozzo nella opinione prevalente. Tuttavia anche di questi più arditi non mancano. Non parliamo di certi saccentuzzi boriosi che per quattrocujusche sapevano si tenevano assai da più del Petrarca. In uno di quei ragionamenti deiMarmidel Doni[63], il Coccio ricorda certi pedanti, che non istimavan degni il Sannazaro e il Molza di portar loro dietro il Petrarca; e assai maggior del Petrarca si stima il pedante Zanobio nella commediaL’Idropicadi Battista Guarini. Ma col Petrarca se la prendevano, e gli davan di buone risciacquate, Lodovico Castelvetro, che pure rimproverava al Caro l’uso di voci che non erano nelCanzoniere, e Gerolamo Muzio, per tacere di Alessandro Tassoni, che solamente nel 1602, o 1603, scrisse quelle sueConsiderazionicon cui mise il campo a rumore[64]. Per contro non dobbiamo badare più chetanto a quel matto di Ortensio Lando, quando nella suaSferza de’ scrittori antichi e moderni, mandata fuori sotto il nome di Anonimo d’Utopia, scappa a dire[65]: «Non è negli trionfi di M. Francesco una ignoranza espressa d’istoria e languidezza di stile? non vi ha eziandio ne’ suoi sonetti alcuni ternari che mal si convengono con gli quaternari? Parlate un poco col mio M. Francesco Sansovini, e costrignetelo per vita della sua diva ch’ei vi dica gli falli quai ha già in questo scrittore accortamente osservati, e poi diretemi s’egli è degno d’esser letto, e che per ispianarlo affaticati si sieno l’Alunno, il Filelfo, il Velutello, il Gesualdo, il Fausto, il Castelvetro, Giulio Camillo e il buon Daniello? So io certo ch’egli fu sempre molto timido nelle cose appartenenti alla lingua tosca». Non è da badargli, dico, non ostante ciò che di sincero vi può essere in quest’ultima osservazione, giacchè egli stesso, in un altro scritterello, intitolatoUna breve esortazione allo studio, usa tutt’altro linguaggio, e del Petrarca dice: «mai certo produsse natura il più gentil scrittore». Gli è che l’amore del paradosso è quello che troppo spesso gli muove la lingua. E così non dobbiam prender sul serio Bernardino Daniello, studiosissimo del nostro poeta, quando, in una lettera ad Alessandro Corvino[66], citando una sentenza tolta dalCanzoniere, pone tra parentesi:come disse quella pecora del Petrarca; perchè gli è questo un semplice scherzo; e uno scherzo più innocente ancora è quello di Andrea Calmo, quando, in una lettera ad Angelo Barocci[67], chiama il Petrarca, con parole che parrebbero avere un tantino del derisorio,savio trombon de le rime.

Ma i petrarchisti non eran mica il Petrarca, e coipetrarchisti si parlava alla libera. Anzi tutto si vuol far loro intendere, per ogni buon fine, e perchè sappiano quanto e’ pesano, che da quella loro poesia biascicata e da ruminanti, alla poesia delCanzoniere, ci corre parecchio. Rubin parole alCanzonierequante più possono; lo spirito non glielo ruberanno di certo.

Gli altri poeti imitar lo potranno,E potranno anc’usar le sue parole.Ma alla sostanza non s’accosteranno[68].

Gli altri poeti imitar lo potranno,E potranno anc’usar le sue parole.Ma alla sostanza non s’accosteranno[68].

Gli altri poeti imitar lo potranno,

E potranno anc’usar le sue parole.

Ma alla sostanza non s’accosteranno[68].

Il rubare è la loro qualità specifica e la loro operazione consueta. «Volete conoscere un petrarchista in vista?», dice Niccolò Franco, «guardiate che no sa fare un sonetto, se no ruba versi o non infilza parole»[69]. E si vanta di non aver rubato in vita sua un mezzo verso al Petrarca, nè al Boccaccio, «come fanno i poeti de la selva de l’aglio»[70]. Egli concederebbe la imitazione, ma non può menar buono il furto: «O petrarchisti (che vi venga il cancaro a quanti sete!) io ve l’ho pur detto che parliate come il Petrarca, ma che non gli rubiate i versi con le sentenze»[71]. A una sua loquace lucerna fa dire: «Lascio questi, (cioè i poeti che ne’ versi loro risuscitano tutta la mitologia) e mentre mi van gli occhi ad un’altra infornata, che s’infinge di star di banda, m’accosto, e veggo che son quegli che scartafacciano il Petrarca con Giovan Boccaccio. Veggo quando gli tolgono i mezzi versi e tal volta i versi interi. Veggo quando van facendo scelte de le parole, de l’invenzioni e de le sentenze, che facciano al proposito di quel che scrivono,non curandosi di parer poveri d’intelletto. E per che si credono di non esser visti ne i furti che fanno, gli comincio a sgridar dietro: Io v’ho pur visto; io v’ho pur saputo cogliere; io v’ho pur chiappati, ladri, tagliaborse, giuntatori, mariolacci! A rubare il Petrarca, ah? A spogliare il Boccaccio, eh?»[72]. Altrove dice: «Il Petrarca fu sempre eper omnia saeculasarà il primo, ed egli solo farebbe i sonetti simili ai suoi. Becchinsi il cervello, chè tra ’l fare e il contraffare ci son più di diece miglia»[73]. Talvolta, per meglio burlarsi di questi imitatori, o piuttosto ladri, il Franco finge di lodarli. Così nel dialogo intitolatoIl Petrarchista, stampato la prima volta in Venezia nel 1539, egli fa che il Sannio, uno degli interlocutori, dette molte lodi del Petrarca, soggiunga: «Onde perciò non pur lo dovrebbero i rimatori imitare e rubare, ma i prosatori liberamente pigliarne, non solamente tutte le parti del parlare, i modi, le clausole e le figure, che ne le sue composizioni sono quasi stelle al cielo cosparte, ma ciò che c’è,ecc.»[74]: mentre poi, in altro suo dialogo introduce lo stesso Sannio a vituperare «certe gentuzze, che se non rubano quattro versi, non ne sanno mettere due insieme»[75]. Nè si creda ch’egli esageri. NelDialogo della Rettoricadello Speroni Antonio Brocardo racconta come, essendo ancor giovinetto, si dèsse tutto allo studio del Petrarca e del Boccaccio, e poi a compor versi. «Allora pieno tutto di numeri, di sentenzie, e di parole petrarchesche e boccacciane, per certi anni fei cose a’ miei amici meravigliose:poscia parendomi che la mia vena s’incominciasse a seccare (perciocchè alcune volte mi mancava i vocaboli, e non avendo che dire, in diversi sonetti uno stesso concetto m’era venuto ritratto) a quello ricorsi che fa il mondo oggidì; e con grandissima diligenzia fei un rimario o vocabolario volgare: nel quale per alfabeto ogni parola, che già usarono questi due, distintamente riposi; oltra di ciò in un altro libro i modi loro del descriver le cose, giorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura, speranza, bellezza, sì fattamente raccolsi, che nè parola nè concetto non usciva di me, che le novelle e i sonetti loro non me ne fossero esempio. Vedete voi oggimai a qual bassezza discesi, ed in che stretta prigione e con che lacci m’incatenai»[76].

In certa lettera che finge scritta al Petrarca, il Franco chiama gli imitatori una delle due disgrazie più grosse toccate al poeta. Vero è che in quella risposta della lucerna, già citata, fa del Bembo sperticatissime lodi, costituendolo duce e moderatore di tutta una famiglia di poeti, fra cui spiccano Gerolamo Quirino, Gerolamo Molino, Bernardo Navagero, Bernardo Cappello, il Molza, il Fortunio, lo Speroni, il Beazzano, il Grazia, Bernardo Tasso, l’Alamanni, il Varchi, il Rota, il Tansillo[77]; ma notisi che quando scriveva queste cose, nell’anno 1538, egli si trovava in Venezia, proprio nell’orbita di quell’astro maggiore dei cieli poetici ch’era allora messer Pietro Bembo; e così di più altre contraddizioni o menzogne sue noi potremmo avere spiegazione, se ci fosse dato di confrontarle con certi casi della sua vita, di quella vita lacera e fortunosa, che per eccessivo rigore di una giustizia che tropp’altre cose vedeva e comportava senza punto risentirsi, doveva miseramente finir sul patibolo.Ma, ad ogni modo, nell’anima sua, e per libero giudizio, il Franco fu antipetrarchista convinto, e ne vedremo altre prove. Quel mettere a sacco ilCanzoniere, con levarne non pur le parole, ma i versi interi, pareva brutto del resto a molt’altri, e l’Aretino, per isvergognar quell’usanza, intarsiava di versi tolti appunto di là entro lo sconcio capitoloAlla sua Diva, e con versi tolti similmente di là cominciava lo stesso Franco alcuni sonetti della sua troppo famosaPriapea[78].

Quelle voci insolite e schife, que’ modi peregrini ed azzimati, tutte le sdilinquite eleganze onde, togliendole al modello, gl’imitatori venivano cospargendo e infiorando i loro componimenti, fastidivano alla lunga chi non avesse in tutto indolciti e smascolinizzati l’anima e i sensi. Ci erano orecchie cui meglio gradiva una musica di suono alquanto più grave e magari più aspro. Parlando di Michelangelo Buonarroti, dice il Berni nella sua epistola a fra Bastiano del Piombo, apostrofando per l’appunto i petrarchisti:

Tacete unquanco, pallide viole,E liquidi cristalli e fere snelle:Ei dice cose, e voi dite parole.

Tacete unquanco, pallide viole,E liquidi cristalli e fere snelle:Ei dice cose, e voi dite parole.

Tacete unquanco, pallide viole,

E liquidi cristalli e fere snelle:

Ei dice cose, e voi dite parole.

E queste parole, che infilate come perle, lucide e fredde, erano molta parte del vocabolario degl’imitatori, venivano in uggia a chi liberamente e a piene mani attingeva al tesoro della lingua viva; e quei quattro concettuzzi stremenziti che formavano la trama e l’ordito degl’innumerevoli canzonieri facevano venir l’affanno a chi era uso di respirar largamente nel mondo vario delle idee e delle cose. «Dico», esclama il Franco[79], «chein tal maniera son cresciute ne l’età nostra l’acutezze de gli intelletti, ed hanno i gattolini aperti talmente gli occhi, che ci vuol altro che falde di neve, pezze d’ostro, collane di perle, altro che smaltar fioretti, adacquare erbette, frascheggiare ombrelle, e nevicare aure soavi per sonettizzare a la petrarchesca». E altrove: «Veggo in un batter d’occhi monti, colli, poggi, campagne, pianure, mari, fiumi, fonti, onde, rivi, gorghi, prati, fiori, fioretti, rose, erbe, frondi, sterpi, valli, piagge, aure, venti, liti, scogli, sponde, cristalli, fiere, augelli, pesci, serpi, greggi, armenti, spelunche, tronchi, uomini, dei, stelle, paradiso, cielo, luna, aurora, sole, angeli, ombre e nebbie»[80]. È questo, un po’ in iscorcio, il vocabolario dei petrarchisti.

Il Garzoni, biasimati aspramente coloro che ricantavano le vecchie favole della mitologia, e detti più meritevoli di scusa coloro che spacciavano le storie dei Reali di Francia, di Buovo d’Antona, di Erminione, di Drusiana, di Pulicane, di Macabruno e altre sì fatte, soggiunge, con aperta canzonatura[81]: «E più ragionevolmente fanno i poetucci moderni, che attendono solamente a sfodrar fuori ne’ sonetti un lorsovente, undogliose note, unverdi piagge amene, unlieti boschi, unritrosetto amore, unpargoletti accorti, unbei crin d’oro, unfelice soggiorno, dove non dan molestia ad altri che alle dive loro, nè sono almeno di tanto stomachevole invenzione come gli antichi, i quali, se non fanno convertire gli uomini in piante, le dee in fiumi, le ninfe in fonti, i satiri in augelli, non hanno fatto cosa di buono. Ma questi limpidetti poeti petrarcheschi almeno trovano soggetto e parole assai convenienti, perchè in un tratto t’assegnano a una sfera come intelligenza, a un polocome un cardine, a un orbe come una stella, e ti fanno apparer dal Nilo al Gange e da Calpe a Tile con sana cosmografia tutto illustre e glorioso». E l’Aretino, più risoluto e più energico[82]: «Sterpate da le composizioni vostre i ternali del Petrarca, e poi che non vi piace di caminare per sì fatte strade, non tenete in casa vostra i suoiunquanchi, i suoisoventi, ed il suoancide, stitiche superstizioni de la lingua nostra: nel replicare l’istorie ed i nomi discritti da lui, allontanatevigli più che potete, perchè son cose troppo trite». Meglio ancora biasimava quel gergo artifiziato Pietro Nelli in una delle sue satire, dicendo[83]:

Mi piace usar vocaboli sanesiNon tirati con argani, o con ruote,Perch’io vo’ che i miei versi sieno intesi.Questi c’hanno oggimai lasciate vuoteLe bisacce al Petrarca e la scarsella,E pieno ’l mondo d’uopi e di carote,Quasi mi fanno recer le budellaCol parlar su lo stitico e far mostra,Come già il corvo, dell’altrui gonnella.

Mi piace usar vocaboli sanesiNon tirati con argani, o con ruote,Perch’io vo’ che i miei versi sieno intesi.Questi c’hanno oggimai lasciate vuoteLe bisacce al Petrarca e la scarsella,E pieno ’l mondo d’uopi e di carote,Quasi mi fanno recer le budellaCol parlar su lo stitico e far mostra,Come già il corvo, dell’altrui gonnella.

Mi piace usar vocaboli sanesi

Non tirati con argani, o con ruote,

Perch’io vo’ che i miei versi sieno intesi.

Questi c’hanno oggimai lasciate vuote

Le bisacce al Petrarca e la scarsella,

E pieno ’l mondo d’uopi e di carote,

Quasi mi fanno recer le budella

Col parlar su lo stitico e far mostra,

Come già il corvo, dell’altrui gonnella.

E nel secondo sonetto della suaPriapea, il Franco gridava:

Lungi, ser petrarchisti dal bel stile,Che le rime con gli uopi profumate.

Lungi, ser petrarchisti dal bel stile,Che le rime con gli uopi profumate.

Lungi, ser petrarchisti dal bel stile,

Che le rime con gli uopi profumate.

Se c’era dunque chi voleva la lingua pedissequa e stretta ai panni di messer Francesco e di messer Giovanni, c’era pure, per buona ventura, chi stimandola uscita ormai di pupillo, la voleva padrona di sè e degli andamenti suoi. Annibal Caro, nel Proemio a quel suo notoCommento di ser Agrestoecc., dice che, quanto alingua, non vuole usare, nè la boccaccevole, nè la petrarchevole, ma solamente la pura toscana in uso a’ suoi dì. L’Aretino, che scriveva come gli uscia dalla penna, si faceva beffe di certe riprensioni che gli venivano dagli Accademici di Lucca, i quali sempre avevano in bocca:il verbo vuole essere nelle prose in ultimo, e cotesto non disse il Petrarca[84]. Tra quegli stessi che non s’arrischiavano a usare nelle scritture la lingua parlata, c’era pure chi si ribellava alla doppia tirannide del Petrarca e del Boccaccio. «Non so adunque come sia bene», fa dire a Lodovico da Canossa il Castiglione nel suoCortegiano[85], «in loco d’arricchir questa lingua e darli spirito, grandezza e lume, farla povera, esile, umile ed oscura, e cercare di metterla in tante angustie, che ognuno sia sforzato ad imitare solamente il Petrarca e ’l Boccaccio, e che nella lingua non si debba ancor credere al Poliziano, a Lorenzo de’ Medici, a Francesco Diaceto e ad alcuni altri che pur sono Toscani, e forse di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e il Boccaccio». In una lettera al Corrado, scritta da Roma l’ultimo di febbrajo del 1562, il Caro dice a proposito di certe voci non usate dal Petrarca[86]: «E ’l dire che non si debba scrivere con altre parole, che con le sue, è una superstizione: e questo punto è stato di già esaminato e risoluto così dagli uomini di giudicio». Non così bene risoluto tuttavia che quella tirannide non durasse più o meno grave tutto quel rimanente secolo. In una curiosa lettera, indirizzata a Francesco Petrarca dal mondo, ai 5 di decembre del 1570, il Groto, che altrove confessa avere certo suo sonetto «un poco di parentado» con altro del sovrano poeta, descrive un viaggio chefece a Bologna per visitare laCavalieraVolta. Dice di voler narrare quel viaggio in versi; chiedere pertanto a esso Petrarca licenza di usare vocaboli non usati nelCanzoniere, giacchè «sono alcuni pedanti, alcune scimmie, alcuni petrarchisti ed alcuni poeti salvatichi, i quali hanno introdotto per legge inviolabile, e per regola indispensabile, che in verso volgare non possono usarsi altre voci di quelle, che usaste voi, nei vostri componimenti»[87]. E sì che questipedanti, questescimmie, questipoeti salvatichi, erano stati esposti alle risa del pubblico fin sulla scena. L’Aretino, volendo dare in breve un saggio di ciò che fosse quella lor lingua, e del costrutto dei loro poetici discorsi, aveva fatto dire all’Istrione nel Prologo delMarescalco: «Spettatori, snello ama unquanco, e per mezzo di scaltro a sè sottragge quinci e quindi uopo, in guisa che a le aurette estive gode de lo amore di invoglia, facendo restío sovente, che su le fresche erbette, al suono de’ liquidi cristalli cantava l’oro, le perle e l’ostro di colei che lo ancide».

Quanto all’imitazione, c’era chi non voleva saperne per nulla, e chi l’ammetteva sì, ma con certo temperamento. L’Aretino, che si fregiava del nome significativo e pomposo disegretario della natura, la stimava una pusillanimità e viltà degl’ingegni. «Di chi ha invenzione», diceva egli, «stupisco, e di chi imita mi faccio beffe, conciosia che gli inventori sono mirabili e gli imitatori ridicoli»[88]. E altrove ancora dice molto assennatamente[89]: «il Petrarca e il Boccaccio sono imitati da chi esprime i concetti suoi con la dolcezza e con la leggiadria con cui dolcemente e leggiadramente essi andarono esprimendo i loro, e non da chi gli saccheggia,ecc.».Il che torna a dire che i grandi modelli vanno studiati per imparar da essi le vie e il magistero dell’arte, e non per rifare ciò che essi ottimamente han già fatto. In un luogo della suaApologiacontro il Castelvetro, Annibal Caro dice per bocca del Predella, bidello: «Non sarebbe pazzo uno, che, volendo imparare di camminare da un altro, gli andasse sempre drieto, mettendo i piedi appunto donde colui li lieva? La medesima pazzia è quella che dite voi, a voler che si facciano i medesimi passi, e non il medesimo andare del Petrarca. Imitar lui, vuol dire che si deve portar la persona e le gambe come egli fece, e non porre i piedi nelle sue stesse pedate». E più largamente ancora sembra che la pensasse il buon Guidiccioni, quando in una lettera ad Antonio Minturno scriveva parergli «viltà lo star sempre rinchiuso nel circolo del Petrarca e del Boccaccio, e massimamente a quelli i quali s’hanno acquistato con i lor sudori qualche credito di vera lode»[90]. Potevano gl’imitatori immaginarsi facilmente d’aver pareggiato il Petrarca in un tempo in cui, a detta del Sansovino, c’erano cantambanchi che si tenevan da più di lui, incedevan gonfii e pettoruti e volevano che ognuno facesse loro di berretta[91]; ma era laloro una sciocca immaginazione, e ciò che il Folengo diceva di alcuno[92]:

Tal volse del Petrarca sulle cimeSalir, ch’or giace in terra con gran scherno,

Tal volse del Petrarca sulle cimeSalir, ch’or giace in terra con gran scherno,

Tal volse del Petrarca sulle cime

Salir, ch’or giace in terra con gran scherno,

era, in parte almeno, vero di tutti, anche dei più famosi.

L’imitare, e l’imitar male, essendo assai più agevole dell’inventare, ne veniva che infiniti si davano a comporre colla falsariga del Petrarca innanzi, che, se non avessero avuto quella opportunità e quel comodo, si sarebbero forse astenuti dall’imbrattar carte. Ognuno che sapesse contare undici sillabe sulle dita e avesse in capo quattro dozzine di rime, si credeva da tanto di poter rifare il Petrarca. A tale proposito si ha neiMondidel Doni una curiosa scenetta. Siamo nelMondo misto, dove Momoconduce le anime a considerare lo stato loro. Si presenta un’anima e tra Momo e lei è questo dialogo:

Momo.Chi fosti tu al mondo?Anima.Scarpellino e poeta.Momo.O che discordanza che è questa! come di sartore e barbiere. Che scarpellavi tu e componevi?Anima.Io m’avevo fatto un bel libro di monti, mari, sterpi, e valli, tutto in rima.Di fior, fioretti, ombre, erbe e viole,Poggi, campagne e poi pianure e colli,Con fonti, gorghi, prati, rivi ed onde.Momo.Oh tu cicali in versi sì petrarchevolmente! Io ne vo’ fare una querela in Parnaso. Andrai pur là, che tu non istai bene fra noi altri; va, fatti infrascare di questi lauri.Anima.Piaggie, liti, scogli, venti ed aure,Cristalli, fiere, augelli, pesci e serpi,Greggi, spelunche, armenti, tronchi, antri, dei,Stelle, paradiso, ombre, nebbie, omei.Momo.Costui è pazzo; odi versi! Sapevi tu far altro? e avevi messo altro nel tuo libro?Anima.L’edere d’Ippocrene, gli amenissimi platani, i dirittissimi abeti, l’incorruttibil tiglio, le canne di Menalo, le querce di Dodona, i mirti d’Aganippe, i noderosi castagni e gli eccelsi pini[93].

Momo.Chi fosti tu al mondo?

Anima.Scarpellino e poeta.

Momo.O che discordanza che è questa! come di sartore e barbiere. Che scarpellavi tu e componevi?

Anima.Io m’avevo fatto un bel libro di monti, mari, sterpi, e valli, tutto in rima.

Di fior, fioretti, ombre, erbe e viole,Poggi, campagne e poi pianure e colli,Con fonti, gorghi, prati, rivi ed onde.

Di fior, fioretti, ombre, erbe e viole,Poggi, campagne e poi pianure e colli,Con fonti, gorghi, prati, rivi ed onde.

Di fior, fioretti, ombre, erbe e viole,

Poggi, campagne e poi pianure e colli,

Con fonti, gorghi, prati, rivi ed onde.

Momo.Oh tu cicali in versi sì petrarchevolmente! Io ne vo’ fare una querela in Parnaso. Andrai pur là, che tu non istai bene fra noi altri; va, fatti infrascare di questi lauri.

Anima.

Piaggie, liti, scogli, venti ed aure,Cristalli, fiere, augelli, pesci e serpi,Greggi, spelunche, armenti, tronchi, antri, dei,Stelle, paradiso, ombre, nebbie, omei.

Piaggie, liti, scogli, venti ed aure,Cristalli, fiere, augelli, pesci e serpi,Greggi, spelunche, armenti, tronchi, antri, dei,Stelle, paradiso, ombre, nebbie, omei.

Piaggie, liti, scogli, venti ed aure,

Cristalli, fiere, augelli, pesci e serpi,

Greggi, spelunche, armenti, tronchi, antri, dei,

Stelle, paradiso, ombre, nebbie, omei.

Momo.Costui è pazzo; odi versi! Sapevi tu far altro? e avevi messo altro nel tuo libro?

Anima.L’edere d’Ippocrene, gli amenissimi platani, i dirittissimi abeti, l’incorruttibil tiglio, le canne di Menalo, le querce di Dodona, i mirti d’Aganippe, i noderosi castagni e gli eccelsi pini[93].

Il buon Momo non vuol udirne di più: fa ingollare allo scarpellino poeta certo beverone e lo rimanda al mondo d’onde è venuto.

Il Doni era grande ammiratore del Petrarca, come prova, tra l’altro, una lettera tutta in lode del sommo poeta, lettera che si legge nella suaZucca; ma i petrarchisti, o i petrarchevolisti, come più acconciamente li avrebbe chiamati Mattio Franzesi, specie quelli di bassa lega, non li poteva soffrire, e con lui non li potevan soffrire quanti avevano giusto concetto dei fini e della dignità dell’arte. Quello strabocco di poesia annacquaticcia, scolorita, scipita, faceva alla fine venir la nausea a chi era di più forte sentire, di gusti meno smaccati, e più d’uno lamentava col Franco che tanto si fosse rinforzata in Italia la maledetta foja dellasonettaria. Chi si sentiva muovere dentro qualcosa di vivo e di caldo, chi credeva d’avere qualcosa di proprio da dire, non poteva non farsi beffe di que’ poeti da scranna, a’ quali accenna il Mauro nel suo capitoloDella caccia, là dove dice che

i lor versiRicaman d’altro che d’oro e di seta;E negli studi stan sempre a sedersi,Ove tengon le muse pei capelli,Che sputan detti leggiadretti e tersi.

i lor versiRicaman d’altro che d’oro e di seta;E negli studi stan sempre a sedersi,Ove tengon le muse pei capelli,Che sputan detti leggiadretti e tersi.

i lor versi

Ricaman d’altro che d’oro e di seta;

E negli studi stan sempre a sedersi,

Ove tengon le muse pei capelli,

Che sputan detti leggiadretti e tersi.

Molti avevano, non solo un buon concetto di ciò chedeve essere poesia in genere, ma ancora come un presentimento indistinto ed ansioso di un’arte nuova che dovesse avvenire, di un nuovo mondo poetico che dovesse essere rivelato alle genti, dove non la imitazione, ma l’invenzione, non la pedissequa timidità, ma il felice ardimento segnassero la via della gloria, e non potevano acconciarsi a quella poesia peritosa e servile, sonante di parole e vuota d’idee, fatta di tasselli e lisciata con la pomice. Altro si voleva oramai. «O turba errante», esclamava l’Aretino con intuito meraviglioso e con bella efficacia di parole, «io ti dico e ridico che la poesia è un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli, e un campanil senza campane; per la qual cosa, chi vuol comporre, e non trae cotal grazia da le fasce, è un zugo infreddato[94]». E altrove, con assai buon sentimento del vizio capitale della imitazione: «Io non mi son tolto da gli andari del Petrarca, nè del Boccaccio, per ignoranza, che pur so ciò che essi sono; ma per non perder il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia del volermi trasformar in loro, non essendo possibile[95]».

L’Aretino doveva essere per natura e per consuetudini letterarie un gran nemico del petrarchismo, nè deve far credere altrimenti la somma riverenza da lui sempre addimostrata al principe di essi tutti, all’eccellentissimo Bembo, cui più di una volta difese contro detrattori temerarii, e cui chiama immortalissimo, reverendissimo, celeste, dicendosi indegno persin di lodarlo, gridando che egli aveva dataagli uomini la ricetta del come possano diventare iddii, assicurandogli eternità di fama in un sonetto quando e’ fu morto[96]. Biasimi e lodi costavanoegualmente poco al Divino, cioè nulla. Egli ed il Bembo stavano sui convenevoli, perchè l’uno temeva dell’altro; ma non eran uomini che potessero intendersi e accordarsi in nulla; e per ciò che spetta all’Aretino, ha certamente ragione l’autore di quella Vita di lui che va sotto nome del Berni, quando dice che non poteva soffrire il Bembo sebbene assai lo lodasse.

Ciò che della poesia petrarchevole pensava Pietro Aretino altri ancora pensavano; ma niuno certamente espresse il suo pensiero in forma più compiuta di quello fece in un apposito capitolo contro i petrarchisti Cornelio Castaldi, poeta poco noto, ma cui spetta nulladimeno il vanto di essersi tratto fuori del comun gregge e d’aver tentato nuove vie[97].

Leggo talor tutto un vostro volumeDa capo a piedi ch’io non vi discernoD’arte o d’ingegno un semivivo lume.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Io già vi amai, ed or non vi disamo,Anzi v’onoro e riverisco in tantoChe del versificar padri vi chiamo.Ma non so darvi poetico vanto,Perocchè mai non mi parrà poetaChi sol l’orecchi e mie pasce col canto.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Questo vostro infilzar di paroletteMi rappresenta alla tenera etate.Quando un fanciullo ad imparar si mette:Che s’ei non scrive su carte rigate,Non sa tener da sè dritta la mano,Per non esser le dita anco addestrate.

Leggo talor tutto un vostro volumeDa capo a piedi ch’io non vi discernoD’arte o d’ingegno un semivivo lume.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Io già vi amai, ed or non vi disamo,Anzi v’onoro e riverisco in tantoChe del versificar padri vi chiamo.Ma non so darvi poetico vanto,Perocchè mai non mi parrà poetaChi sol l’orecchi e mie pasce col canto.. . . . . . . . . . . . . . . . . .Questo vostro infilzar di paroletteMi rappresenta alla tenera etate.Quando un fanciullo ad imparar si mette:Che s’ei non scrive su carte rigate,Non sa tener da sè dritta la mano,Per non esser le dita anco addestrate.

Leggo talor tutto un vostro volume

Da capo a piedi ch’io non vi discerno

D’arte o d’ingegno un semivivo lume.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Io già vi amai, ed or non vi disamo,

Anzi v’onoro e riverisco in tanto

Che del versificar padri vi chiamo.

Ma non so darvi poetico vanto,

Perocchè mai non mi parrà poeta

Chi sol l’orecchi e mie pasce col canto.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Questo vostro infilzar di parolette

Mi rappresenta alla tenera etate.

Quando un fanciullo ad imparar si mette:

Che s’ei non scrive su carte rigate,

Non sa tener da sè dritta la mano,

Per non esser le dita anco addestrate.

E conchiude col verso:

Biasmo lo stil dove l’ingegno dorme,

Biasmo lo stil dove l’ingegno dorme,

Biasmo lo stil dove l’ingegno dorme,

il quale dice appunto ciò che un altro verso dice, un verso moderno che fece chiasso e diventò proverbiale:

Odio il verso che suona e che non crea.

Odio il verso che suona e che non crea.

Odio il verso che suona e che non crea.

Del resto, nelle tendenze molteplici e discordi della letteratura contemporanea il petrarchismo incontrava altre avversioni ed altri contrasti. Anzi tutto non potevano essere fautori suoi quegli umanisti intolleranti ed intransigenti che non avevano in pregio se non le opere dei greci e dei latini, e stimavano cosa vile l’usare scrivendo altra lingua che quella di Cicerone e di Virgilio. Contro a costoro ha un sonetto il Lasca, nel quale li pettina a dovere. Li chiama pedanti e logicuzzi; li accusa di mandare in rovina

La lor lingua toscana o fiorentina;

La lor lingua toscana o fiorentina;

La lor lingua toscana o fiorentina;

li strapazza, perchè nelle scienze concedono gli onori

Tutti ai latini ed ai greci scrittori,

Tutti ai latini ed ai greci scrittori,

Tutti ai latini ed ai greci scrittori,

mentre i più grandi fra quelli,

Virgilio, Orazio, Pindaro ed OmeroAppetto a Dante non vagliono un zero,

Virgilio, Orazio, Pindaro ed OmeroAppetto a Dante non vagliono un zero,

Virgilio, Orazio, Pindaro ed Omero

Appetto a Dante non vagliono un zero,

e son anche assai da meno del Petrarca e del Boccaccio. Ma quegli stessi scrittori che si opponevano alle sciocche pretese dei pedanti, quelli che, con ogni ragione, volevano essere italiani e non latini, si scoprivano poi alla lor volta nemici, non del Petrarca, ma del petrarchismo, se, come appunto è del Lasca, ritenevano nei gusti, nel modo di pensare, nell’uso della lingua, alquanto, anzi molto, del popolaresco; giacchè l’umor loro, schietto e nativo, non poteva acconciarsi a quelle raffinatezze e a quegli arzigogoli della petrarcheria. Anche il Lasca mostrava di professare una grande ammirazione pel Bembo; ma bisognerebbe poter vedere che cosa ci fosse sotto a quella sua ammirazione, e un pocolino il lasciavedere egli stesso. Che non potessero essere molto teneri delle melanconie petrarchevoli, e di una poesia moccicona, che si disfaceva in pioggia di lacrime, ed esalava in vento di sospiri, quegli spiriti giovialoni ed arguti, quei, come il Caro li chiama, poeti bajoni, che argomento a verseggiare traevano dai casi minuti della vita d’ogni giorno, dai piccoli piaceri un po’ volgari, dalle piccole miserie un po’ ridicole, dalle mille storture degli uomini e delle cose, voglio dire i creatori della poesia bernesca con a capo il loro padre comune, e con essi quanti di tal poesia facevano festa e sollazzo, si capisce troppo facilmente e non bisogna dimostrarlo. E così la intendeva il Lasca, quando in una poesia da lui premessa alla edizione delle rime del Berni, usciva a dire:

Chi brama di fuggir maninconia,Fastidio, affanno, dispetto e dolore;Chi vuol cacciar da sè la gelosia,O, come diciam noi, martel d’amore,Legga di grazia quest’opera mia,Che gli empirà d’ogni dolcezza il cuore;Perchè qui dentro non ciarla e non gracchiaIl Bembo merlo, o ’l Petrarca cornacchia.

Chi brama di fuggir maninconia,Fastidio, affanno, dispetto e dolore;Chi vuol cacciar da sè la gelosia,O, come diciam noi, martel d’amore,Legga di grazia quest’opera mia,Che gli empirà d’ogni dolcezza il cuore;Perchè qui dentro non ciarla e non gracchiaIl Bembo merlo, o ’l Petrarca cornacchia.

Chi brama di fuggir maninconia,

Fastidio, affanno, dispetto e dolore;

Chi vuol cacciar da sè la gelosia,

O, come diciam noi, martel d’amore,

Legga di grazia quest’opera mia,

Che gli empirà d’ogni dolcezza il cuore;

Perchè qui dentro non ciarla e non gracchia

Il Bembo merlo, o ’l Petrarca cornacchia.

E nella lettera a Lorenzo Scala, premessa egualmente a quelle rime, diceva «le petrarcherie, le squisitezze, le bemberie, avere, anzichè no, mezzo ristucco il mondo.» Perciò possiam credere che al duca di Mantova non tornasse sgradito l’avvertimento che gli dava l’Aretino, quando, mandandogli certa composizione ghiotta del Veniero, diceva:

Non aspettate veder la lindezzaDell’andar petrarchevole a sollazzo,Ch’a ricamar fiori e viole è avvezza.

Non aspettate veder la lindezzaDell’andar petrarchevole a sollazzo,Ch’a ricamar fiori e viole è avvezza.

Non aspettate veder la lindezza

Dell’andar petrarchevole a sollazzo,

Ch’a ricamar fiori e viole è avvezza.

Di quella lindezza doveva averne assai anche il duca di Mantova. Per chi amava di parlar grasso e ridere allasbracata (e Dio sa s’era gusto di molti) non c’era canzoniere d’amore che valesse un sol capitolo del Berni. Gabriello Simeoni non si peritava di dirlo apertamente e di stamparlo.

Chi dice che ’l gentil compor berniescoNon è il più bel che si leggesse maiSta dell’ingegno e del giudizio fresco.Puossi con esso trar sospiri e guaiSenza tanti uopi, unquanchi, schivi e snelli,Che dan che fare a gl’ignoranti assai.Voglion le feste questi poverelliPassarsi il tempo con un libro in manoSenza tanti Laudivi o Vellutelli[98].

Chi dice che ’l gentil compor berniescoNon è il più bel che si leggesse maiSta dell’ingegno e del giudizio fresco.Puossi con esso trar sospiri e guaiSenza tanti uopi, unquanchi, schivi e snelli,Che dan che fare a gl’ignoranti assai.Voglion le feste questi poverelliPassarsi il tempo con un libro in manoSenza tanti Laudivi o Vellutelli[98].

Chi dice che ’l gentil compor berniesco

Non è il più bel che si leggesse mai

Sta dell’ingegno e del giudizio fresco.

Puossi con esso trar sospiri e guai

Senza tanti uopi, unquanchi, schivi e snelli,

Che dan che fare a gl’ignoranti assai.

Voglion le feste questi poverelli

Passarsi il tempo con un libro in mano

Senza tanti Laudivi o Vellutelli[98].

E notisi che il Simeoni fu grande ammiratore del Petrarca, e due volte si recò a visitare Valchiusa, una il sepolcro del poeta. Per parte loro i petrarchisti dovevano guardar con dispetto i poeti berneschi e la lor poesia, e cercare di screditarli quanto più potevano, nè io dirò che peccassero in questo. Certo il Giraldi Cinzio doveva esprimere il pensiero di molti, quando scriveva: «Alle cose basse nacque medesimamente il Bernia tra’ toscani, e tutti coloro che per loro principale esercizio a quel modo han scritto ch’egli scrisse; e infelici mi pajono quegli ingegni che spendono le lor buone ore in così fatte scritture, piene di nascosta disonestà, e di materie plebee, che sol dilettano a’ salcicciai, ed a simil sorti di genti»[99]. Che dilettassero solo a’ salcicciai e a simil sorte di genti, non è punto vero; e ad ogni modo rimane dubbio qual fosse poesia più oziosa se la bernesca o la petrarchesca. Questa era certo più sciocca.

Nè più dei berneschi potevano essere amici al petrarchismo i poeti maccheronici, che già nel fatto della lingua si mostravano sciolti da ogni regola, non sottoposti ad autorità di sorte alcuna, figli e fautori del proprio capriccio.

Ma se di molte beffe toccavano agl’imitatori del Petrarca, molte del pari ne toccavano ai commentatori. Non commentatori, ma crocifissori li chiama l’Aretino. «Se», dice egli nel Prologo dellaCortegiana, «la selva di Baccano fosse tutta di lauri, non basterebbe per coronar crocifissori del Petrarca, i quali gli fanno dir cose con i loro comenti che non gliene fariano confessare diece tratti di corda». Quel bel matto di Alfonso de’ Pazzi si burla in un sonetto di coloro che avevanocavadi commenti, e ricorda in un altro

..... l’Accademia, ’l Varchi e ’l Gello,C’han messo Dante e ’l Petrarca in bordello.

..... l’Accademia, ’l Varchi e ’l Gello,C’han messo Dante e ’l Petrarca in bordello.

..... l’Accademia, ’l Varchi e ’l Gello,

C’han messo Dante e ’l Petrarca in bordello.

Lo stesso Aretino dice in una lettera al duca di Mantova[100]: «Se l’anima del Petrarca e del Boccaccio, nel mondo suo, è tormentata, come son le loro opere nel nostro, debbono rinnegare il battesimo». Il Franco li scardassa in questo modo nella sua Epistola al Petrarca[101]:«Or questi dunque, perchè si conosceano non valere ad altro, si son posti a contentare le vostr’opere vulgari, ingegnandosi di trovarvi novità di chimere per parere ingegnosi, e di recarci ciance infinite per parere facondi. Ma con che rumor di scodelle i lavaceci si vadano poi imboccando le vostre fantasie, volendole intendere al vostro dispetto, non ve ’l potrei scrivere per una lettera. E volesse pure Iddio che fussero stati soli i processi fattivi sopra i versi, ed i tormenti dativi sopra i sensi, perchè son stati più i chiassi fatti in disonor de l’onore e del nome, per aver voluto investigare, se voi feste o non feste quella cosa con monna Laura, s’ella ebbe marito o no, se fu sterile o fe’ figliuoli, se ’l cardinal Colonna ve la tolse a forza d’oro, se ’l papa vi promettesse il cappello volendogli consentire una sorella di cui era invaghito, con tante altre sporche dispute ch’io mi vergognarei d’annoverarle scrivendo». Quando il Franco così scriveva, erano già stati pubblicati per le stampe i commenti dello Squarciafico, del Filelfo, del Vellutello, del Fausto, di Silvano da Venafro, del Gesualdo e di altri. E non meno acerbamente, anzi più, si esprime il Groto in quella lettera che ancor egli volle scrivere al Petrarca[102]: «Di novo non ci è altro, se non che ’l vostro canzoniere è più confuso, più rimescolato, più riversciato che le foglie scritte dalla Sibilla ad un lungo soffiar di borea, di austro, di levante e di ponente. Voi medesimo, se ’l vedeste, no ’l riconoscereste. Ci è di più, che vi fan cinguettare a lor modo, e dove pensate dir pettini, vi fan dir cesoje. A madonna Laura vostra han dato nome, chi di anima, chi di poesia, chi di filosofia, e mille altre chimere fantastiche di commentari. O se voi tornaste di qua avreste pur che fare co ’l notajo del maleficio, o danno dato! quanti ne fareste frustare, e impiccar perladri! Ogni un s’ingrassa del vostro grasso, e s’ingrassa del vostro sugo; chi vi pela di qua, chi vi taglia di là, chi vi ruba, chi vi scaca, chi vi assassina». E qui l’autore lasciati i commentatori, torna a pigliarsela con quei gaglioffi d’imitatori. Ma già prima del Groto il Giraldi Cinzio aveva scritto: «E per non parlare degli altri, si son trovati e si trovano oggidì alcuni che, lasciati i sensi veri, fanno tali farnetichi su alcune cose del Petrarca, che pajono spiritati che dicano le maraviglie; e ovunque trovano la voce di amore o di natura, o di Giove, o di Giunone, o di disire, o di bellezza, o di sole, o di cielo, o di altre tali cose, vi vogliono tirare ciò che se ne scrisse mai dal principio del mondo insino alla loro età»[103].

Con tanta gente ai fianchi, sopra, sotto, d’ogni banda, imitatori, spositori, commentatori, musici, compilatori di vocabolarii, fabbricatori di grammatiche e di Arti poetiche, il malcapitato Petrarca fa pensare a un di quei bacherozzoli, che spesso si trovan pei campi, sepolti sotto un acervo di affamate ed affacendate formiche. Egli era come un nuovo Mecenate che, mal suo grado, faceva le spese a un nugolo di parassiti, ed era giusto che qualcuno, non potendolo egli, levasse la voce contro l’importunità e la improntitudine di costoro. In una sua madrigalessa in morte di Lodovico Domenichi, il buon Lasca, che in tant’altre cose sapeva mostrarsi uomo di retto sentire e di sano giudizio, esclama:

Una turba infinitaDi poetacci vive e di scrittori,Pedanti e correttori,Che metton tutto il mondo sottosopra,Ogni antica storpiando e modern’opra,Come Dante e ’l Petrarca fede fanno,Con gran vergogna e danno, e con rovinaDell’Accademia nostra Fiorentina,Che fa molte parole e pochi fatti.

Una turba infinitaDi poetacci vive e di scrittori,Pedanti e correttori,Che metton tutto il mondo sottosopra,Ogni antica storpiando e modern’opra,Come Dante e ’l Petrarca fede fanno,Con gran vergogna e danno, e con rovinaDell’Accademia nostra Fiorentina,Che fa molte parole e pochi fatti.

Una turba infinita

Di poetacci vive e di scrittori,

Pedanti e correttori,

Che metton tutto il mondo sottosopra,

Ogni antica storpiando e modern’opra,

Come Dante e ’l Petrarca fede fanno,

Con gran vergogna e danno, e con rovina

Dell’Accademia nostra Fiorentina,

Che fa molte parole e pochi fatti.

Molte parole e pochi fatti, come fu sempre usanza delle accademie. Poetacci e pedanti si contenta chiamarli il Lasca, ma meglio minuzzapetrarchi, lambiccaboccacci e stuccalettori di piccola levatura li chiama il Grappa in quel suo commento alla canzone del Firenzuola in lode della salsiccia[104]. E tenendosi più strettamente al Petrarca, il Franco fa dire alla sua lucerna[105]: «Veggo le cataste dei libri tanto alte, che mi tremano gli occhi a guardarci su... Veggo il Petrarca commentato, il Petrarca sconcacato, il Petrarca imbrodolato, il Petrarca tutto rubato, il Petrarca temporale e il Petrarca spirituale». Una pietà!

Abbiam veduto di quanto favore al petrarchismo fossero certi spiriti amorosi che aleggiavano in mezzo alla colta ed elegante società del Cinquecento; ma non ci dimentichiamo che sotto e a’ fianchi di questi spiritelli aerei, lindi, decenti, altri se ne agitavano di più grossa natura, di più liberi portamenti; non ci dimentichiamo che di contro all’amore dei canzonieri c’era l’amore delle novelle e delle commedie; di contro al piacere di spasimare il piacere di godere. Già quegli amori a cui, non che la speranza, non era lecito nemmeno il desiderio, quello stemperarsi in lacrime, quel dileguarsi in sospiri, tante metafisicherie e tanti arzigogoli cacciati dentro al più spontaneo degli affetti, alla lunga venivano a noja. Gli spasimanti perpetui cominciavano a diventar ridicoli. Odasi ciò che dice Ercole Bentivoglio in una sua satira indirizzata a M. Andrea Napolitano:

Andrea, tra le pazzie che non son menoDi riso grande che di biasmo degne,Di ch’oggi è sì questo vil mondo pieno,Posto è il pensier, che ’n tutti or par che regne,Cieco d’amor, quando la notte e ’l giornoSpende l’uom dietro a queste donne indegne.

Andrea, tra le pazzie che non son menoDi riso grande che di biasmo degne,Di ch’oggi è sì questo vil mondo pieno,Posto è il pensier, che ’n tutti or par che regne,Cieco d’amor, quando la notte e ’l giornoSpende l’uom dietro a queste donne indegne.

Andrea, tra le pazzie che non son meno

Di riso grande che di biasmo degne,

Di ch’oggi è sì questo vil mondo pieno,

Posto è il pensier, che ’n tutti or par che regne,

Cieco d’amor, quando la notte e ’l giorno

Spende l’uom dietro a queste donne indegne.

E più oltre, canzonando lo stesso Andrea:

Ite pensoso per quest’ampie strade,Con gli occhi a tutte le finestre intenti,Molli talor di tepide rugiade.

Ite pensoso per quest’ampie strade,Con gli occhi a tutte le finestre intenti,Molli talor di tepide rugiade.

Ite pensoso per quest’ampie strade,

Con gli occhi a tutte le finestre intenti,

Molli talor di tepide rugiade.

Poi ricorda un tal Cupennio:

Che profumato tutto ’l dì sospiraAl sole ed alla pioggia, e alla finestraGli occhi con certa gravitate gira.

Che profumato tutto ’l dì sospiraAl sole ed alla pioggia, e alla finestraGli occhi con certa gravitate gira.

Che profumato tutto ’l dì sospira

Al sole ed alla pioggia, e alla finestra

Gli occhi con certa gravitate gira.

Luigi Alamanni va più in là, e nella satira a M. Albizzo Del Bene biasima, non solamente quell’amore cortigianesco, ma ogni amore che, dice, è di grande nocumento agli uomini, nati a cose maggiori, è cagione d’infiniti guai. Cita il proprio esempio:

Anch’io con Febo gli amorosi straliAl santo bosco già cantai d’intorno,E so quante menzogne io dissi e quali.

Anch’io con Febo gli amorosi straliAl santo bosco già cantai d’intorno,E so quante menzogne io dissi e quali.

Anch’io con Febo gli amorosi strali

Al santo bosco già cantai d’intorno,

E so quante menzogne io dissi e quali.

Chi poi sentiva l’amore secondo natura e secondo umanità, si stizziva di quell’amore dei filosofanti e dei sonettai, inviluppato nei concetti, e con tante gale di sofismi intorno da parere un altro.


Back to IndexNext