The Project Gutenberg eBook ofBabyThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: BabyAuthor: Gerolamo RovettaRelease date: June 4, 2009 [eBook #29037]Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK BABY ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: BabyAuthor: Gerolamo RovettaRelease date: June 4, 2009 [eBook #29037]Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
Title: Baby
Author: Gerolamo Rovetta
Author: Gerolamo Rovetta
Release date: June 4, 2009 [eBook #29037]
Language: Italian
Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK BABY ***
Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the
Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
Opere di Gerolamo Rovetta
Romanzi e Racconti:
=La Moglie di sua Eccellenza=, romanzo.=Mater Dolorosa=, romanzo.=Il tenente dei Lancieri=, romanzo.=L'Idolo=, romanzo.=Le lacrime del prossimo=, romanzo.=La Signorina=, romanzo.=La Baraonda=, romanzo.=Cinque minuti di riposo!==Casta Diva=, novelle.=Baby=, romanzo.=Ninnoli=, racconti.=Il processo Montegù=, romanzo.=Sott'acqua=, romanzo=Il primo amante=, romanzo.=Tiranni minimi=, racconti.=Cavalleria assassina=, racconti.
Teatro:
=Romanticismo=, dramma in quattro atti.=Un volo dal nido=, commedia in tre atti.=La Moglie di Don Giovanni=, dramma in quattro atti.=In Sogno=, commedia in quattro atti.=Gli Uomini pratici=, commedia in tre atti.=Scellerata!…= commedia in un atto.=Collera cieca!…= commedia in due atti.=La Contessa Maria=, dramma in quattro atti.=La Trilogia di Dorina=, commedia in tre atti.=I Barbarò=, dramma in un prologo e quattro atti.=Marco Spada=, commedia in quattro atti.=La Cameriera nova=, commedia in due atti, in dialetto veneziano=Alla Città di Roma=, commedia in due atti.=La Realtà=, dramma in tre atti.=Madame Fanny=, commedia in tre atti.=Principio di Secolo=, dramma in quattro atti.=I Disonesti=, dramma in tre atti.=Il Ramo d'ulivo=, commedia in tre atti.=Il Poeta=, commedia in tre atti.=Le due coscienze=, commedia in tre atti.=La Moglie giovine=, commedia in quattro atti.=A rovescio!= commedia in un atto.=La Baraonda=, dramma in cinque atti.=Il Re Burlone=, dramma in quattro atti.=Il Giorno della Cresima=, commedia in tre atti.=Papà Eccellenza=, dramma in tre atti.=Molière e sua Moglie=, commedia in tre atti.
e TIRANNI MINIMI
Casa Editrice BALDINI & CASTOLDI
Galleria Vittorio Emanuele, 17-80
1913
MILANO—TIP. PIROLA & CELLA DI A. CELLA
Quelle venti o trenta persone, che rappresentavano ilsancta sanctorumdel bel mondo veronese, e alclubsi appartavano per conversare in un circolo altrettanto intimo quanto ristretto, e che si riunivano al lunedì dalla marchesa d'Arcole, al mercoledì dalla generalessa Brocca di Broglio, e al venerdì da madama Kraupen, erano state scosse nella loro inerte monotonia da una notizia importante: il conte Andrea di Santasillia ritornava a Verona.
Egli vi mancava già da dieci anni: e per le peripezie che ne aveano preceduta la partenza, e per il casato suo, forse il più autenticamente illustre nella pleiade numerosa e problematica dei conti veronesi, quell'inaspettato ritorno non poteva non mettere il campo a rumore. Madama Kraupen, la generalessa Brocca di Broglio e la marchesa d'Arcole meditavano già di rubarselo a vicenda; e ciascuna delle tre voleva sapere il giorno e l'ora precisa del suo arrivo, per essere la prima ad invitarlo a pranzo. I gelosi tremavano e i giovinotti più eleganti cominciavano a mettersi in apprensione, vedendo apparire nell'angusto firmamento un nuovo astro, che avrebbe potuto far impallidire i fulgidi colori delle loro cravatte e minacciare il tranquillo dominio delle loro illecite conquiste.
Ma Andrea di Santasillia era lontano assai dal pensare al subbuglio ch'era succeduto per lui in quel piccolo mondo. Egli ritornava a casa sua come in un ultimo rifugio e sempre in cerca di quella pace, che invano aveva sperato trovare ne' lunghi viaggi in paesi lontani e in una vita austera tutta dedicata allo studio e al lavoro.
Il suo aspetto era freddo e severo; ma il cuore era tuttavia sanguinante per quel primo e grande dolore ch'era stato il triste dramma de' suoi vent'anni.
Rimasto orfano fin da ragazzo, il conte di Santasillia era stato affidato alla tutela d'uno zio Cardinale, arcivescovo in una cittaduzza delle Romagne. Però le tradizioni di famiglia, l'educazione, l'ambiente in cui egli era cresciuto, se pure avevano fatto di lui un gentiluomo ed un galantuomo, non ne avevano certo formato un liberale, tutt'altro! Ma pure, intelligente e buono, egli sapeva stare con tutti, difendendo le proprie convinzioni, ma rispettando anche quelle degli altri. Bigotto, proprio, non era; era credente, e se a messa ci andava per conto suo, qualche migliaio di lire all'obolo le mandava, più che altro, per conto dello zio Cardinale. Non ostante la scomunica, il giorno dello Statuto, e per la festa del re, anche dalla loggia del suo vecchio palazzo sulCorso Cavoursi vedeva issata la bandiera tricolore. Insomma, a guardarlo e a studiarlo bene, c'erano in lui quasi due nature, come due semi in uno stesso nocciolo: il conte Andrea di Santasillia che sentiva la seduzione degli studi e della vita moderna, e il pupillo del Cardinale che, a volte, pativa di scrupoli. Per altro, dacchè il giovinotto era libero e viveva lontano dallaCuria, il conte di Santasillia prendeva il sopravvento sull'abatino, come lo chiamavano qualche volta gli amici suoi per amabile celia, e come lo chiamava schernendolo il buon popolo veronese, che lo vedeva di cattivo occhio per via dei quattrini che mandava al Papa.
Sportmanappassionato e di coraggio singolare, il Santasillia si trovava timido e impacciato soltanto colle donne. Quando una signora gli parlava, lo fissava in viso, o gli stringeva la mano, arrossiva come una fanciulla. Se gli amici (lo facevano apposta certe volte in sua presenza per burlarsi di lui) si mettevano a raccontare qualche fatterello un po' lesto, egli si sentiva preso da un impeto d'ira che non sapeva frenare.
Una volta questi suoi amici, che si reputavano, in buona fede, altrettanti Don Giovanni, perchè avevano pagato il conto della locanda ad un contralto sfiatato, gli prepararono il brutto scherzo di fargli capitare nel salottino del ristorante, dov'egli era solito cenare dopo teatro, una coppia sbrindellata di quelle infelici sirene di provincia. Ma, per poco, il giochetto non finiva male! In luogo del timido abatino, i giovinastri si trovarono di fronte al conte di Santasillia, che in barba ai precetti di mansuetudine insegnati in seminario, era fermo più che mai a voler cadere, per quella volta, in peccato mortale, accomodando le partite sul terreno.
Presto presto, gli dovettero fare le scuse.
Ma la ritenutezza del Santasillia non era selvaggio abborrimento della donna, come succede in alcuni esseri dallo spirito attutito o depravato. Proveniva, invece, da un senso profondo di rispetto. Nella donna egli venerava la madre, per un culto di affettuose memorie; nella donna egli aspettava la sposa, per un intimo sentimento di amore.
Uggito, quasi offeso dalla volgarità di coloro che lo circondavano, egli, a poco a poco, se ne allontanò, e cominciò a vivere solitario. E, a poco a poco, quella solitudine gli riuscì ancora più gradita, avendo miglior agio per essa di dedicarsi a' nuovi pensieri, a' nuovi disegni. Ormai la poesia forte e gentile della sua giovinezza aveva trovato la cara inspiratrice… Ormai non era più solo quando invocava la benedizione della povera mamma: una testina bionda di fanciulla la aspettava con lui, dentro al suo cuore.
Andrea cominciava ad amare. Quando, come, era ciò avvenuto?
È una storia umile assai.
Una domenica aiSanti Apostoli, mentre la messa era già cominciata, il Santasillia vide entrare nella chiesa, già tutta piena di gente, una giovinetta bionda, aggraziata assai, in una vesticciuola di percallina bianca, a fiori azzurri, e seguita da una donna di età, linda, composta, che pareva essere qualche cosa meno di una istitutrice, qualche cosa più di una cameriera.
La fanciulla s'era fatta in viso di fuoco, vedendo che i devoti, raccolti nel silenzio della preghiera, volgevano il capo verso di lei, disturbati dalla sua venuta in ritardo. Essa, in fretta, voleva trovare un posto ove mettersi, ma i banchi erano tutti occupati. Lo scaccino la vide, fe' cenno alla vecchia e portò due seggiole nel recinto, dinanzi all'altare della Madonna, dove anche Andrea stava ritto, ascoltando la messa. Egli dovette tirarsi un po' indietro per lasciar passare la giovinetta, e nel far ciò, quasi commosso da quell'apparizione, fece un inchino. Essa non rispose al saluto, arrossì di nuovo, si inginocchiò confusa, aprì subito il libricciuolo e vi nascose sopra il viso, come se volesse pregare più raccolta. La vecchia seria seria, e con un'espressione sincera di devozione che le spirava dalla faccia buona, s'inginocchiò pure, accanto alla signorina.
Allora il Santasillia potè osservare la fanciulla a suo bell'agio, e subito ne ammirò la figuretta gentile, flessuosa, e l'elegante semplicità con cui era abbigliata. Egli sentiva diffondersi all'intorno da quella vaga personcina alcunchè di fresco, di primaverile, come una fragranza di giovinezza e di grazia.
E intanto ella continuava a pregare tenendo sempre il capo chino e gli occhi fissi sul libro. Ma, ad un tratto, uno scoppio, uno schianto di tosse diè un urto violento a quel corpicciuolo delicato. Molte persone si voltarono allora verso di lei, che si premeva il fazzoletto sulla bocca per trattenersi di tossire, e il Santasillia notò anche lo sguardo attento e pieno di tenera sollecitudine che la vecchia rivolse in quel punto alla padroncina.
Quando finì la messa, tutti uscirono di chiesa, e Andrea adagio adagio e senza quasi pensarci, seguì da lontano l'abitino bianco dai fiorellini azzurri; ma non ebbe molto cammino da fare, e ciò gli rincrebbe. La fanciulla si fermò dinanzi a una piccola porta, dipinta di verde scuro, d'una casetta tutta nuova, di viaSant'Eufemia; la vecchia tirò la maniglia d'ottone lustro del campanello, la porta si aprì, e la testina bionda e l'abitino bianco dai fiorellini azzurri sparirono a un tratto. Il Santasillia, lì per lì, sentì che gli veniva a mancare qualche cosa, la contrada gli sembrò vuota, ma già per lui non era più una contrada indifferente, come tutte le altre.
D'allora in poi i due giovani s'incontrarono e si videro «tutte le feste al tempio». E si videro appunto perchè, la domenica dopo, anche la fanciulla, che indossava un abitino di percallina bianca a fiori rosa, lo scorse subito, ritto in piedi vicino all'altare della Madonna, e lo guardò. Lo guardò nel sedersi dopo l'Elevazione, e lo guardò un'altra volta prima di sparire dietro la piccola porta.
E il ricambio di quegli sguardi si faceva più frequente ogni domenica. La fanciulla cercava il giovane cogli occhi appena entrava in chiesa, ed era sicura di vederlo sempre là, al solito posto. Lo guardava una volta prima di mettersi a sedere; lo guardava dopo, nell'inginocchiarsi, lo guardava nel volgere le pagine del libriccino; e a mano a mano tutte quelle occhiate si facevano più lunghe e appassionate. Sapeva ella chi fosse il bel giovanotto deiSanti Apostoli? Forse no. Certo, Andrea ignorava il nome della fanciulla, nè si era curato di domandarlo. Il nome l'avrebbe forse mutata? No; dunque non gli premeva di conoscerlo. Egli godeva l'incanto di quella figuretta gentile, di quel volto soave, di quegli occhioni azzurri e profondi, che guardandoli, gli accarezzavano l'anima; e però aveva finito, durante quelle messe troppo brevi, a pregare Iddio colla mente, e ad adorare col cuore la bella fanciulla. Ormai, fra loro due, s'intendevano, e le formalità mondane, che ancora, in apparenza, li tenevano divisi, erano state superate dal loro spirito. Si guardavano, ed era assai più che non si parlassero; si guardavano ed erano felici, perchè dicevano l'uno all'altro che si volevano bene. E insieme amavano tutti e due anche quella chiesa dove si erano incontrati, quella pace solenne, quel tepore molle e insinuante, quella luce tranquilla, quel pio raccoglimento e infine quella bella Madonna dell'altare, ch'erala loroMadonna.
Il giovane innamorato subiva seduzioni dolcissime, tanto più forti quanto più erano intime. La sua poesia un po' romantica, un po' mistica, trovava la sua incarnazione in quel bel viso pallido di fanciulla bionda e delicata, ed egli già si sentiva sicuro ed aveva in lei tutta la fede, come se le avesse parlato, come se ne avesse ricevuto le più solenni promesse.
Fu per caso ch'egli venne a conoscere il nome e la famiglia della giovinetta, e in quell'occasione comprese pure ch'era necessario di risolversi presto, e di palesarle apertamente le proprie aspirazioni.
Una domenica (era già inoltrato l'autunno e la fanciulla non andava più vestita di percallina chiara, ma indossava un abito succinto di panno color monachino), una domenica, verso la fine della messa, ebbe uno scoppio di tosse più forte e insistente del solito.
—Pôra putela,—mormorò una donnicciuola inginocchiata sul banco dove anche Andrea si teneva appoggiato,—pôra putela, fa propriomal al cor, a sentirlatossirin quel modo!
Andrea, che si era fatto pallido, non si mosse, non rispose verbo.
—Anche lasò pôra mama,—riprese l'altra dopo un poco,—l'è morta tisica.
Andrea continuò a tacere, ma guardò la donna attentamente.
—L'era cussì bela anca ela! L'era tutta el ritrato della signorina Adele!
Il giovanotto trasalì: si chiamava Adele!
—L'è morta troppo presto; cometuti i boni.Mi l'ho cognossuda e ghe andava spessoin casa. Allorano gavevala vista debole e andavaa zornada a laorarin bianco.—Pôra anima!…. L'era vedova d'un colonel dei bresaglieri, un bel toco d'omo morto in guera soto Vitorio.
—E come si chiamava?—domandò Andrea, con un leggero tremito nella voce.
—El colonelo Parabian! E po', salo, sior Contin, seguitò la donnicciuola che non finiva più di chiacchierare, felice di farsi vedere in colloquio con un nobile di quella fata,—e po', mi go avudo l'alto onor de cognossar anchela siora Contessa. Che santa dona, che santa dona! E go portà in brasso tante volte anca el sior Contin! Me lo ricordo come fusse adesso! Ma allora gaveva i oci boni e andava a zornada e…
Il Santasillia già da un pezzo non l'ascoltava più. Egli guardava la sua fanciulla e gli era diventata anche più cara. «Orfana, orfana anche lei, poveretta! Ed era ammalata!… Oh ma bisognava ch'egli ne prendesse cura, e subito!…. L'avrebbe portata a San Remo, a Bordighera… Là, fra quel tepore fragrante di aranci e di oliveti, si sarebbe tosto rinfrancata…» Così pensando si fece coraggio, e la guardò più fisso, e la seguì più da vicino quando essa, sempre accompagnata dalla sua vecchia compagna, s'incamminava lentamente verso casa.
Il Santasillia fu tutto quel giorno sopra pensiero, formando vari disegni per poter conoscere ufficialmente l'Adele e per poterle parlare. Egli si trovava un pochino impacciato. Per quanto le anime loro fossero unite dal vincolo segreto della simpatia, pure le formalità, l'uso, i rispetti umani, tentavano di ficcarcisi in mezzo.
—A chi doveva rivolgersi?… Al suo tutore?… E da chi, e come doveva farsi presentare?…—E così, mille dubbi sorgevano, mille difficoltà, tutte in effetto di lieve o nessuna importanza, ma pure, al primo apparire, inquietanti.
Quel giorno doveva appunto andare a pranzo dalla contessa Giustiniani, sua parente; una buona signora, piena di tatto, che conosceva, che vedeva tutta Verona e che gli era affezionatissima: ebbene, si sarebbe consigliato con lei.
—Ah, fiol mio!—gli rispose la vecchia signora sprofondata nella sua poltroncina, accanto al caminetto, mentre accarezzava le orecchie a un piccolo levriere, che si teneva accucciato sulle ginocchia.—Ah fiol!… Bellezza molta, mabezzettipochi in quella casa!… Del resto,riguardo alla puta, non posso dir niente; non la conosco. Ma, gli altri…teste mate; teste mate!… Il padre… unesaltà: ha sempre fatto il rivoluzionario È scappato di casa nel quarantotto; è stato in prigione, poi gli hanno fatto la grazia, ma invece di mettere giudizio, è andato prima a Londra, poi s'è arrolato in Piemonte, e dev'essere morto aSan Martino. La madre era di buona famiglia; ma romantica in sommo grado. Ha voluto sposare il Parabiano per forza, e ha girato il mondo con lui. Il figlio poi, l'erede al trono….
—La signorina Parabiano ha dunque un fratello?—interruppe Andrea, colla voce rauca. Egli si sentiva soffocare dalla flemma della vecchia contessa.
—Sicuro: e anca lu,pezo che pezo!—Adesso dev'essere per l'appunto a fare del chiasso nelle Romagne, con Garibaldi… buffoni!
In quei giorni il generale Menabrea aveva rovesciato Rattazzi, eGaribaldi, coi volontari, metteva in fuga i papalini.
—Insomma,—continuava la Giustiniani, pronunciando sempre le parole con una cadenza lenta e spiccata,—anche queltoso l'è un desperadon!… Alla larga,fiol! alla larga!
—Ma… e il tutore della signorina?
—Non so proprio chi sia; ma dovrebbe essere appunto quella buona lana di suo fratello!
Queste informazioni, poco favorevoli ai Parabiano, non ebbero alcuna efficacia sull'animo di Andrea. Sebbene le sue idee politico-religiose fossero agli antipodi con quelle professate dal giovane Parabiano, pure egli non metteva tutti in un mazzo, come faceva la contessa Giustiniani, i liberali e i birbanti. In ogni modo poi l'Adele avrebbe dovuto essere innocente delle colpe di suo fratello, anche ammesso che questi ne avesse avute. Egli la vedeva pregare con troppo fervore, con troppo raccoglimento, perchè il cuore di lei non fosse pio e buono. Anzi, dopo quel colloquio, il Santasillia cominciò un poco a credere che la vecchia signora non avesse poi tutto quel tatto e quel gran talento che aveva sentito vantare e un po' alla volta diradò le sue visite; già tanto era sempre uggiosa e maldicente.
Però egli ancora non aveva indovinata la strada per mettersi in relazione colla signorina Parabiano. Amici, conoscenti comuni a cui rivolgersi per poter esserle presentato, non ce n'erano punti… E poi, farsi presentare a una ragazza così sola?… Sarebbe stato un agire ammodo?… No, di certo… Il tutore era proprio suo fratello; ma per combinazione, non era a Verona!…
Che cosa fare?… Scriverle dunque?… Sì, non c'era altra via, bisognava scriverle!…—E le ripugnanze sorte nell'animo del Santasillia, appena gli era balenata, la prima volta, una simile idea, si dissiparono a poco a poco, vedendo ch'era questo l'unico espediente che gli poteva rimanere.
Ma che cosa scriverle?… Come contenersi?… E in qual modo gli sarebbe riuscito di farle capitare la lettera?…
Com'era gretta e cretina quella vecchia Giustiniani!… Andar a pensare alla dote, al danaro, aibezzetti!… Ma appunto perchè l'Adele non era ricca ed era ammalata, non bisognava indugiare.
—Sì, sì, me la condurrò in riviera—pensava Andrea,—e passeremo là tutto l'inverno.
E Sua Eminenza?…. Che cosa avrebbe detto Sua Eminenza, vedendolo imparentarsi con una famiglia di reprobi, di scomunicati?…—E a questo punto il conte Andrea ebbe un sorriso fine fine, che sarebbe parso assai volteriano allo zio Cardinale…—Ma l'Adele, per altro, non è una reproba lei, la cara creatura. Lo scomunicato, in tutti i casi, doveva essere suo fratello, era lui ilgaribaldino, il seguace dell'Anticristo!…—Anzi lo zio mi dovrà lodare per questo appunto che levo un'anima dall'inferno.
Sì, bisognava risolversi e scriverle presto: non c'era tempo da perdere… Ma invece, quantunque Andrea avesse fretta di molta, trovò necessario aspettare alcun po', prima di mettere ad esecuzione il disegno.
Garibaldi, in quei giorni, sopraffatto dal numero e daichassepots, era rimasto vinto a Mentana, e un grido di dolore e di indignazione, che le ipocrisie utilitarie della politica tentarono invano di soffocare, s'era levato per tutta Italia.
Comizi,meetings, dimostrazioni popolari, sorsero protestando, e anche a Verona, più di una volta, scoppiò minacciante la collera generosa. Andrea comprese bene che non era quello il momento più opportuno di scrivere all'Adele, la fanciulla dovendo essere inquieta per il fratel suo; ma appena l'Adigee l'Arena, le due gazzette di Verona, annunciarono che Francesco Parabiano, dopo essersi battuto valorosamente, era riuscito a mettersi in salvo, troncò immediatamente gli indugi.
Scrisse alla signorina Parabiano una lettera breve; ma gli costò quasi più fatica di un grosso volume; e il difficile non era per trovare quello che le voleva dire, ma invece per tutto ciò che le doveva tacere. Una volta pensata e scritta la lettera, sorgeva poi un'altra difficoltà; trovare il modo di fargliela avere… Mandarla per la posta?… gli pareva troppo sconveniente… Fargliela consegnare da quella vecchietta tanto ammodo, e che l'accompagnava sempre per istrada e alla messa?… Ma come, dove trovarla?… Non la vedeva altro che la domenica e sempre in compagnia dell'Adele!… E poi, anche se si fosse messo a farle la posta e gli fosse capitato d'incontrarla sola, avrebbe poi avuto il coraggio di fermarla e di darle lì per lì un'incombenza di quella fatta?… No, no, sentiva che non l'avrebbe mai osato.
Pensò, ripensò; e alla fine credette di aver trovato un buon espediente.
LaloroMadonna, quella dell'altare dove si mettevano aiSanti Apostoliper ascoltare la messa era la riproduzione d'un quadro notissimo di Raffaello:Lo sposalizio della Vergine. Allora egli cercò un libriccino di preghiere, che avesse appunto quell'immagine sulla prima pagina: lo trovò, vi nascose dentro la lettera, e la mandò col libro all'Adele. Pareva al giovane innamorato che la bella Madonna, la quale aveva veduto nascere e diffondersi l'amore dell'uno all'altro, dovesse esserne la sacra e casta intermediaria, dovesse attestare l'onestà de' suoi propositi, dovesse togliere infine all'ardimento di quell'atto tutto ciò che in sulle prime avrebbe potuto turbare la vereconda ritenutezza della fanciulla.
Ma pure, appena egli ebbe mandato l'uffiziolo avvolto in un foglietto candidissimo, e legato con un nastrino azzurro, volendo così che ci fossero i colori dell'abito col quale avea veduto l'Adele la prima volta, cominciarono ad agitarsi nell'animo suo le inquietudini e i pentimenti.
Aveva osato troppo?… E se l'Adele fosse rimasta offesa da quel brusco modo di procedere?… Se le fosse parso sconveniente?… Perchè non aveva riflettuto meglio prima di commettere una tale pazzia?!… Dio, Dio, che cosa aveva mai fatto?—E adesso avrebbe dato un po' del suo sangue per ritornare indietro; ma ormai era troppo tardi.
Che fretta, che furia avea avuto di mandar la lettera proprio quella sera!… E ad ogni minuto che passava, quelle paure, quegli sgomenti si facevano sempre più vivi e angosciosi.
—Ecco,—diceva fra sè,—adesso Pietro…—era questo il nome del vecchio servitore al quale il Santasillia aveva affidata la delicata commissione—adesso Pietro avrà già passato iPortoni dei Borsari!…. Adesso sarà aSanta Eufemia!… Dio, Dio, ora è il momento!—E Andrea arrossì, sebbene fosse chiuso solo solo nella sua camera. Egli vedeva il vecchio dinanzi alla casetta modesta, con in mano l'involto dal nastro azzurro. Lo vedeva là fermo, presso la porta verde; lo vedeva toccare, premere, la borchia lustra d'ottone del campanello, sulla quale tante volte aveva pur veduto posarsi la manina inguantata dell'Adele che, in quel punto, si voltava sempre per guardarlo l'ultima volta, prima di entrare e sparire!…
Dio!… Se l'Adele fosse rimasta offesa, non l'avrebbe più guardato con quegli occhioni buoni; non gli avrebbe più detto con quello sguardo lungo e profondo, che gli volea bene!… Ma non era tutta la sua felicità quella bella promessa, quella bella speranza?!… E perchè dunque avventurarla così alla cieca, senza prima essere ben sicuro del passo che stava per fare?…
E sentì un altro sussulto al cuore, e il più forte, quando si figurò Pietro che stava consegnando l'involtino alla donna di casa… ma poi, appena pensò che l'uffiziolo e la lettera potevano trovarsi tra le mani dell'Adele, tutta la sua agitazione si quetò come per incanto.
—Ormai quel ch'è fatto è fatto,—pensò e sentì come un sollievo per non essere più in tempo di ritornare indietro: almeno avrebbe avuto fine quell'incertezza angosciosa!
Guardò l'orologio, poi suonò per chiamare il cameriere e gli diede ordine di far salire Pietro da lui, appena questi fosse di ritorno. Ma non ebbe pazienza di aspettare; suonò di nuovo, si fece portare il cappello, il soprabito e scese, lentamente, sperando di incontrarlo per le scale, ma Pietro tardava a farsi vedere. Il Santasillia aspettò qualche momento ancora sul portone del palazzo, accendendo il sigaro, ma tendendo sempre l'occhio lungo ilCorso…
Infine vide il vecchio servitore che si avvicinava lentamente, guardando nelle botteghe.
—Vecchia tartaruga!—mormorò Andrea.—È quello il modo di camminare?
Il vecchio, appena ebbe raffigurato il padroncino in lontananza, si rizzò dritto dritto, e affrettò il passo.
—E così?—gli chiese Andrea movendogli incontro.
—È stato consegnato, signor conte.
—A chi?
—Ad una donna… ad una signora vecchia, ch'è venuta ad aprire.
—E… nessun… Non hai avuto nessuna risposta?
—No, signor conte.
—Va bene…
Andrea si avviò lungo ilCorsoverso ilPortone dei Borsari; il vecchio si rimise in capo il berretto gallonato e continuò la sua strada.
—Quel ch'è fatto è fatto—mormorò di nuovo il Santasillia, per rassicurarsi; ma il desiderio, l'ansia di conoscere la risposta dell'Adele non gli lasciavano pace… Intanto era presto notte; le sette dovevano essere sonate… Passeggiò ancora un'oretta buona passando e ripassando dal principio di viaSant'Eufemia, ma non aveva mai il coraggio di guardare in fondo alla contrada dov'era quella casetta sempre tutta chiusa, che egli aveva così ben disegnata nella mente, da poterla dipingere a memoria.
E se l'Adele, appena trovata la lettera nel libricciuolo, gliela avesse rimandata a casa, magari senza leggerla?… Andrea si sentì salire il fuoco alla testa, ritornò subito a casa, tremando, nel passar dinanzi al finestrino del portiere, che questi uscisse e gli tenesse dietro per consegnargli l'involto: il portiere non si mosse; Andrea respirò.
—Hanno portato nulla per me?—gli chiese poco dopo, mentre stava di nuovo per uscire, chè quella sera avea l'argento vivo addosso.
—No, signor conte, nulla. È venuta anche la posta, ma non c'era altro che una lettera per l'amministrazione.
L'uffiziolo non era stato respinto!… Andrea era tanto di buon umore, che si fermò un momento a scherzare col bamberottolo del portinaio.
Dio, Dio, che cosa avrebbe mai fatto per trovarsi in un cantuccio della camera dell'Adele e sapere un po'… qualche cosa della sua lettera!
In fine poi le sue profferte, le sue intenzioni erano tanto chiare ed oneste!… Pure… pure ci sarebbe stato il modo per capire s'ella gli voleva bene, ma bene sul serio, e se le accettava quelle profferte!…
Tutte le sere, quand'erano vicine le nove, una finestra di quella certa casetta si rischiarava per alcuni minuti, e un'ombra, ben nota, si disegnava dietro dei vetri… Anche quella sera vi sarebbe apparsa l'ombra della fanciulla?
Andrea, giunto il momento, si fe' coraggio. La pigliò larga per altro; fe' il giro diSanta Anastasia, attraversòVia Rosa, poi venne giù diritto per viaSanta Eufemia, mezzo intontito, mentre il cuore gli ritornava a battere fortemente e sentiva che non avrebbe più avuto nulla nè da chiedere nè da desiderare, nè da sperare al mondo, se… se quella piccola finestra fosse stata rischiarata!…
Guardò… guardò… ma era ancora troppo lontano per poterla scorgere; e poi c'era di contro un lampione a gaz, maledetto!, e gli impediva di distinguer bene!
Dio, era tutto buio!… Fa ancora qualche passo…—Sì, sì… c'è il lume!… Ma no; quello è il riverbero del gaz!… Sì, sì, era proprio la finestra illuminata!..!—e vide l'ombra, l'ombra cara, dietro dei vetri!
—Oh, Adele, Adele, Adele, come ti voglio bene!… Come ti voglio bene!…—mormorò Andrea coll'amore e la felicità che gli prorompeano dall'anima. Egli, a un tratto, si sentiva rinascere; si sentiva allegro, allegro: gli sarebbe parso di volare lassù, presso quella finestra!
Il lume e l'ombra rimasero dietro ai vetri alcuni minuti, finchè Andrea, passando strisciò colla mazzettina di ebano sul selciato. Era questo un saluto tacitamente convenuto fra loro, nella misteriosa intelligenza delle anime.
Allora il giovane innamorato si sentì commovere da una beatitudine infinita, da un bisogno prepotente di espandere i propri affetti, la propria gioia; da una tenerezza così viva che gli riempiva gli occhi di lagrime.
—Adele, Adele, Adele, come ti voglio bene!
Continuò a girare attorno ancora per un pezzo, sempre fantasticando colla mente e col cuore, sempre formando tutti i più bei disegni per illoroavvenire…
—Ma… e Sua Eminenza?… Non avrebbe fatta opposizione?… Ebbè, con Sua Eminenza, nella peggiore ipotesi, ne avrebbe fatto un caso di coscienza!… E… e ilgaribaldino?… Oh, anche ilgaribaldinosi sarebbe accomodato… A buon conto egli rappresentava quello che si diceun buon partito, e… l'Adele gli voleva bene… Poi egli avrebbe rispettato le opinioni del Parabiano, il Parabiano avrebbe rispettate le sue, e avrebbero finito coll'intendersi… Quella vecchia arpìa della Giustiniani lo aveva dipinto come unmangiapreti; ma per altro non aveva proibito all'Adele di andare a messa!
Continuando così a passeggiare a caso, senza nemmeno badare dove lo portavano le gambe, finì a trovarsi, quando proprio cominciava a sentirsi stanco, inPiazza dei Signori; e allora pensò di entrare un momento nelCaffè Dante, prima di tornarsene a casa. Ma in quel punto, nell'attraversare la piazza, aveva notato qua e là piccoli gruppi di persone ferme a discorrere, e questurini che giravano su e giù colle grinte dure dure.
—Che cos'è successo di nuovo?—chiese il Santasillia al cameriere ch'era venuto a servirlo.
—El solitobordelamento!… lebufonàdesolite, signor conte!
Il cameriere, prima di rispondere così, aveva girato l'occhio attorno alla sala delCaffè, e vedendola deserta, s'era arrischiato a dire quelle parole, credendo cattivarsi l'animo del signor conte sempre generoso nel dar la mancia.
Ma invece il Santasillia non gli aveva manco badato. Egli cominciò a sfogliare l'Illustrazione, ilPasquino, mentre sorbiva il thè; ma co' pensieri era quasi sempre fisso inVia Santa Eufemiae, se si moveva di là, era per correre ancora più lontano, più lontano assai, a Bordighera o a San Remo.
E, in sulle prime, non si accorse nemmeno che due o tre giovanotti, entrati da poco nelCaffè, e sedutisi a un tavolino presso la porta, vicino al suo, avevano cominciato a guardarlo bieco, ad ammiccarselo fra loro ed a ghignare: ma se ne accorse, per altro, dopo qualche momento che durava il giochetto; tuttavia continuò impassibile a sorbire il thè e a sfogliare le gazzette.
Gli altri s'indispettirono per quell'altera sicurezza, ghignarono più forte, e le parole gesuita, abatino,coa, gli giunsero bene all'orecchio, accompagnate da epiteti altrettanto espressivi, quanto poco parlamentari.
Andrea chiamò forte il cameriere; pagò, scambiando qualche parola con lui e sorridendo; si alzò, infilò il soprabito, lo abbottonò bellamente adagio adagio; cominciò a mettere i guanti e poi si avviò per uscire, guardando alla sua volta, fisso, dove sapeva che lo tenevano d'occhio.
—Marcia, marcia!—borbottò a mezza voce taluno di quei giovinotti, quando Andrea, già mezzo aperta una delle imposte a vetri, stava per uscire.—Marcia, marcia, bruto can!
—L'hanno con me, lor signori?—domandò seccamente il Santasillia, ritornando subito indietro, ed avvicinandosi risoluto presso il tavolino.
—Sì, con lei, come l'abbiamo con tutti icaccialepre,—rispose alzandosi di botto uno della comitiva.
Andrea alzò la mano, in atto di misurargli uno schiaffo; ma l'altro fu pronto a fermargli il braccio. Tutti si levarono in piedi confusamente, e i camerieri accorsero nella sala.
—L'ho come ricevuto, signor conte!
—Sta bene: è quello che desideravo.
—Fermi voi altri, e state zitti!—intimò il giovanotto a' suoi compagni, che volevano pigliare le sue parti.—Ormai la partita sarà sbrigata fra me e il signore!
—Sono a sua disposizione, sebbene non abbia l'onore di conoscerla.
L'altro, preso dal portafoglio un biglietto di visita, lo presentò al Santasillia dicendogli assai compitamente:—Domattina mi farò premura di inviarle due miei amici….
—Mi troveranno in casa senz'alcun dubbio!—rispose Andrea inchinandosi nel prendere il biglietto, che ripose in una tasca del paletò senza guardarlo.
Prima di uscire dalCaffè, egli si levò il cappello: tutti gli altri risposero al saluto.
—Che mati de siori!—mormorarono i camerieri ghignando fra loro—prima de sbuelarse i se fa i complimenti!
Andrea, in quell'incontro, non aveva avuto proprio nulla delseminarista, ed anzi se Sua Eminenza lo avesse veduto, se ne sarebbe molto scandalizzata.
—Una lezione bisognava darla, e la darò in tutte le regole!—disseAndrea fra sè come si trovò solo in istrada.
RifeceVia Rosa, ritornò inVia Santa Eufemiae passò ancora una volta sotto alla finestra dell'Adele. Al duello non ci pensò più.
Cheh! Avea ben altri pensieri in quel momento, e più dolci e più cari per potersene ricordare! Invece il duello gli tornò in mente quando fu rientrato in casa, e, appena salito in camera, cercò nelle tasche il biglietto da visita per vedere con chi mai avrebbe dovuto battersi. Avvicinò il biglietto alla lucerna, ne lesse il nome, e subito il suo volto si fece livido, contraffatto: era il nome di Francesco Parabiano.
Andrea di Santasillia non era uomo da sbigottirsi facilmente, e per quanto fosse rimasto colpito e addolorato, non tardò a ragionare e a persuadersi che quello strano incontro non avrebbe certo dovuto influire sopra i disegni del suo cuore.
L'insulto era stato grave, ma tuttavia il Parabiano aveva fermato a tempo il suo braccio; lo schiaffo non era stato dato; ci sarebbe stato di mezzo una sciabolata, e il Santasillia era disposto a buscarla per amor dell'Adele.
Maledetta l'idea che gli era balenata di andare alCaffè Dante!… Era tanto felice!… Ma e perciò?… Non lo sarebbe stato ancora egualmente felice?… Alla fine il duello poteva essere una via come un'altra per mettersi in relazione col tutore dell'Adele. L'aveva tanto cercata quella via, e adesso che l'aveva trovata se ne lagnava? Dopo lo scontro si sarebbero stretta la mano, e così sarebbero stati subito buoni amici, per diventare presto cognati… Chi invece lo doveva inquietare parecchio eraSua Eminenza! Chi sa come avrebbe accolta quella notizia; perchè su certi argomenti, lo zio Cardinale non era punto di manica larga.
La Chiesa proibiva il duello, e quella proibizione era savia, era morale: col duello si esponeva la propria vita per attentare a quella degli altri! Sicuro; non c'era anche il proprio onore da difendere…? L'onore?… Il precetto fondamentale della Chiesa non era il perdono delle offese?…—Bè, bè… ma allora non bisogna restar nel mondo, bisogna farsi frate, a voler seguire certi precetti!—pensò il Santasillia, ch'era già entrato in letto, e cominciava a rivoltarsi un po' inquieto sotto le coperte…—E lui, in tal caso, perchè andava a messa, dal momento che ne dovea ridere?…—Perchè lui era credente…—Credeva?… Dunque era convinto di far peccato?!…
E allora, nel buio silenzioso in cui era avvolto, la coscienza del giovane cattolico gli risollevò dinanzi al pensiero scrupoli e dubbi che la vita mondana aveva assopiti, ma non aveva spenti nell'animo suo.
—Perchè gli era mai venuto in mente di entrare in quelCaffè!… Rifiutare il duello ad ogni costo, fare scuse, ecco quali sarebbero stati i precetti della Chiesa!… Ah no, egli si sarebbe piuttosto rassegnato ad andar dritto all'inferno, non c'era verso!…
—E se invece di esser punito coll'inferno, egli fosse stato punito, per quella colpa, col perdere l'Adele?…—Il giovane trasalì, dubitò, credette, per un momento, che la fanciulla dovesse essere il premio del suo sacrifizio.—Dio, Dio: allora l'avrebbe perduta; perduta per sempre!—In quella febbre angosciosa fe' per pregare…. ma che?…—la sua preghiera non verrebbe ascoltata!… Si rizzò a sedere sul letto, pallido, la fronte in sudore, il petto anelante. L'angoscia di quel momento, la lotta che si agitava in lui, fra la sua fede e l'onor suo di gentiluomo, era terribile….
—Ma non vado incontro all'avversario coll'odio nel cuore,—pensò—vado col desiderio più vivo di fare la pace. Non sono le intenzioni che contano?… Dunque, migliori delle mie, non potrebbero essere certamente!.—Quietata un po' la coscienza, riuscì a prender sonno. Per altro, dormì male assai; fe' sognacci tutti pieni di assassinî, di ammazzamenti. L'Adele era già maritata; egli dovea battersi col marito di lei, poi con suo padre, poi l'aveva perduta per sempre. Si risvegliò in sussulto, ansante, e il pensiero che gli venne subito del duello, in quel primo momento, lo atterrì, nè ritornò la quiete al suo spirito se non colle prime spere di luce, annunziatrici del nuovo giorno.
I padrini del Parabiano si presentarono alle undici precise. Erano due ufficiali; e Andrea notò subito la delicatezza del suo avversario, che non avea mandato per isfidarlo alcuno di que' suoi compagni che erano la sera innanzi alCaffè Dante.
—So bene,—egli disse loro,—a che cosa devo attribuire l'onore di una simile visita.—Poi dichiarò di essere pronto a dare la chiesta soddisfazione, e di avere scritto al conte Renzanico e al marchese Castiglioni (i quali si sarebbero trovati alClubdalle dodici al tocco) affidando ad essi il più ampio mandato per definire lo spiacevole incidente; e fe' intendere bene quella parolaspiacevole.
I due ufficiali, senza aggiungere parola, salutarono il Santasillia inchinandosi con fredda cortesia, e si ritirarono stringendogli la mano che egli aveva loro offerta, nell'accompagnarli fino all'anticamera.
—Che musi! e come hanno preso sul serio la loro parte! pensò il giovanotto mettendosi a far colazione.
Era un bel giorno limpido di sole e Andrea non voleva più saperne di malinconie.
—Porterò il braccio al collo per una settimana—pensava;—poco male!
Il tocco era sonato da poco, quando il Renzanico e il Castiglioni vennero insieme per riferire ad Andrea le condizioni dello scontro.
I due amici erano seri e impacciati: l'arma scelta era la sciabola; ma avevano dovuto accettare condizioni gravissime. L'insulto era stato pubblico, tutti ne parlavano; era il solo argomento della giornata, e il Parabiano pareva non volersi accontentare di una graffiatura.
—Sta bene,—rispose Andrea seccamente.
—Ed ora,—aggiunse il Renzanico,—dobbiamo farti una strana ambasciata, per conto, figurati, del tuo avversario!
Andrea guardò i due amici facendo atto di maraviglia.
—Egli vorrebbe ottenere un favore, per il quale si raccomanda al tuo cuore e alla tua cortesia.
—E quale?—chiese Andrea premurosamente.
—Che lo scontro abbia luogo oggi stesso; subito. Egli deve avere una sorella un po' malata (Andrea arrossì, poi si fe' pallido), e vorrebbe evitare,—continuò il Renzanico,—che le chiacchiere, già messe in giro a proposito di questo duello, potessero giungere al suo orecchio, prima che lo scontro avesse avuto luogo. Vorrebbe risparmiarle l'angoscia, l'inquietudine di sapere che suo fratello deve battersi,—e non ha torto. Dopo… si sa bene, quel ch'è stato è stato!
—Sono subito a disposizione del signor Francesco Parabiano,—rispose il Santasillia assai vivamente.
E infatti, prima ancora delle quattro, e presto assai per tutti i preparativi che c'erano stati da fare, i due avversari si trovarono di fronte in una piccola spianata, vicino al forte diBosco Mantico.
D'ambo le parti si erano prese anche le ultime disposizioni con quella scrupolosa imparzialità, e insieme con quella squisita gentilezza di forme, che provava quanto fossero la stima e il rispetto reciproci. Tutti e due i combattenti si mostravano composti, tranquilli: il loro giuoco era calmo, misurato,di scuola. Meglio che ad un duello, pareva di assistere ad un assalto accademico in una sala di scherma.
—Toccato, alt!—gridarono a un tratto e insieme i duesecondi, che si tenevano vicinissimi e cogli occhi fissi ai duellanti. Questi si fermarono subito, e intanto apparve sull'avambraccio di Andrea una sottile striscia di sangue.
Chiamati tosto i medici, essi dovettero dichiarare sul loro onore che la ferita non era di tale entità da impedire il proseguimento del duello.
Gli avversari furono nuovamente messi di fronte, fu dato di nuovo il segnale dell'attacco, e cominciò un secondo assalto.
Il Santasillia, sempre freddo e compassato, badava a riparare; Francesco Parabiano attaccava con un gioco vivo e serrato, ma si vedeva bene che non c'era odio fra i giovani combattenti, quantunque gareggiassero fra loro in valore e bravura.
L'assalto continuava già da vari minuti, senza che nè l'uno nè l'altro rimanesse toccato. A poco a poco il Parabiano vinto, attratto dall'emozione stessa della lotta, vi si riscaldò: il suo attacco divenne ancora più vivo, più rapido, più minaccioso; il sudore gli colava a grossi goccioloni dalla fronte sulle guance accese. Il petto aveva anelante, e a volte prorompeva in esclamazioni improvvise di sfida per isconcertare l'avversario, il quale continuava a parare, solamente a parare, sempre calmo, sempre impassibile.
A un tratto il Parabiano, sconcertato da così forte sicurezza, mutò gioco e volle tentare un colpo suo di riserva e che fino allora gli era sempre riescito. Si chinò allungandosi con una finta maravigliosa, poi avanzò d'un passo e uscì arditamente in spaccata; ma la sua sciabola non incontrò quella dell'avversario, barcollò scivolando sul terreno umidiccio e precipitò da sè medesimo contro la sciabola di Andrea.
Non il Parabiano, ma fu il Santasillia che gettò un grido terribile: i secondi, i testimoni, i medici accorsero prestamente per sollevare il ferito, già tutto sparso di sangue. Egli si era fatto bianco in viso, ma pure sorrideva; colla voce fioca balbettava ancora qualche parola di scherzo coi medici affaccendati e coi padrini, e quando fu medicato volle stringere la mano al suo avversario che lo guardava muto, colla più cupa disperazione impressa sul volto.
—E così?—domandarono premurosamente i padrini ad uno dei medici, appena il Parabiano fu adagiato nella vettura che dovea ricondurlo in città.
—È un affare grave, molto grave: la punta gli è penetrata assai nell'addome… Staremo a vedere.
Poi il medico scosse la testa e non aggiunse altro. Nessuno più fiatò per tutta la strada.
Ma, la mattina dopo, una lugubre voce correva per le vie, penetrava in tutte le case di Verona. Crocchi di persone si formavano qua e là, dinanzi alle botteghe, ripetendo l'uno all'altro la triste nuova, e chiedendo o riferendo i più minuti particolari intorno all'alterco succeduto alCaffè Dante, al duello che ne era seguito, e a quella grande disgrazia.
Francesco Parabiano era morto nella notte.
Gli amici di Andrea avevano tentato di tenergli nascosta, almeno per qualche tempo, la dolorosa notizia; egli la indovinò subito dai loro volti abbattuti e dalle loro risposte dubbie e contradditorie. Allora la disperazione del giovane non ebbe più ritegno, e fra i gemiti ed i singhiozzi, e imprecando contro tutto ciò in cui egli aveva creduto, confidò al Renzanico ed al Castiglioni le segrete speranze del suo cuore, che quella morte atroce, quel delitto, quell'assassinio suo, venivano a distruggere per sempre.
Che conforto ci poteva essere per un dolore così grande?… Nessuno: il tempo solamente gli avrebbe ridata la pace.
Ma, invece, anche il tempo preparava un nuovo spasimo al suo cuore: il più atroce, il supremo.
Lasciandosi guidare dai suoi amici e dai consigli dello zio Cardinale, egli s'era rifugiato, per quei giorni, in Isvizzera; ma poi, quando seppe che l'Adele (ch'era stata condotta nella villetta di un suo zio in Valpantena) era caduta gravemente ammalata, ritornò subito in Italia e corse a nascondersi, per essere quanto più vicino alla sua fanciulla, in una casuccia di contadini, al di là di Grezzana.
Allora successe in lui uno strano mutamento: dimenticò tutto, anche la morte del Parabiano, per non avere più altro che un pensiero, un'ansia: la guarigione dell'Adele. Scosso, affranto da tante sventure, vi ravvisò la collera di Dio che egli aveva offeso accettando il duello; e si pentì dello spirito di rivolta, che in sulle prime aveva preso l'animo suo, si diede per vinto, ritornò umiliato alla fede e pregò, implorò per quella guarigione con un fervore nuovo, che il disordine della sua mente indebolita spingeva fino ai deliri della superstizione. E quando non girava come un matto attorno alla villetta dei Parabiano, tutta la sua vita trascorreva in preghiere, in devozioni, in pellegrinaggi votivi. Ma ogni giorno le notizie della fanciulla si facevano più cattive, «Ebbene, non ho ancora espiato abbastanza» pensava Andrea, e raddoppiava il suo fervore. Egli, senza domandarlo al alcuno, aveva indovinato quale era la finestra della camera d'Adele, perchè sempre, tutta notte, vi vedeva il lume acceso; e quella finestra rischiarata, che nella lontananza buia e fra le ombre cupe della valle pareva a volte una piccola stella, era proprio la stella avvivatrice della sua speranza. E ogni mattina, rinfrancato dalla luce che avea veduta nella notte, ritornava ansioso a spiare se da qualche indizio poteva capire che l'Adele cominciava ad alzarsi, o se almeno il medico le avesse permesso, in una bella giornata di sole, che le aprissero la finestra.
Ma invece la fanciulla non si alzava mai, e la finestra era sempre chiusa.
Pure una mattina venne ch'egli la vide colle imposte spalancate. Ebbe un lampo di gioia; affrettò il passo, corse quasi fin sotto la casa: poi si arrestò a un tratto, e con lui sembrò si arrestassero anche i battiti del suo cuore.
…Era giorno fatto… e perchè tenevano ancora il lume acceso in quella camera?…
Un contadinello usciva allora in fretta dalla casa; Andrea gli si avvicinò; piangeva!….
La signorina era spirata all'alba, mentre suonava L'Avemaria, stringendo fra le mani rattrappite un piccolo libro di preghiere.
Andrea diè un urlo e si precipitò nella villa, aprendo e sbattendo il cancello di ferro; ma quando fu sull'uscio che metteva alla scala, un uomo, quasi vecchio cogli occhi rossi di pianto, lo fermò, dicendogli pieno di sdegno e di collera:
—Che volete voi ancora in questa casa? Che altro male ci volete fare?
—-Voglio vederla!—rispose Andrea con voce rauca.
—No!—esclamò il vecchio avanzandosi per impedirgli il passo.—Siete stato voi che l'avete fatta morire.
Andrea alzò il capo e guardò l'altro stupidamente; poi l'espressione del suo volto si fece terribile, afferrò il vecchio per le braccia, lo scosse e lo gittò barcollante contro la parete, balbettando con voce rotta, soffocata:—Lasciatemi passare!…. Voglio passare!…
E passò.
La marchesa D'Arcole, la generalessa Brocca di Broglio e madama Kraupen godevano davvero di una autorità incontrastata nell'olimpo veronese; ma per altro chi vi dettava legge, l'idoletto che tutti adoravano, era la contessina Eleonora di Castelguelfo.
La chiamavanocontessina, sebbene da quasi due anni fosse maritata, per la graziosa piccolezza della persona; e gl'intimi suoi, a quel titolo in vezzeggiativo, aggiungevano ancora il nomignolo diBaby, appunto come l'avevano sempre chiamata fino da bambina. Eleonora era un nome troppo sonante e, specialmente, troppo lungo per lei; e la Baby, ch'era stata una bimba carina e capricciosa, s'era fatta una piccola bellezza capricciosa e carina ma restando sempre unbaby. Le lacrime, che schiudono la vita della donna, come la rugiada quella dei fiori, non le aveva ancora conosciute. Dal giorno che era nata, tutti avevano sempre fatto a modo suo; e la cosa pareva tanto naturale, che non se ne lagnava nessuno, e la Baby non se ne accorgeva.
Quando s'era maritata, non aveva più che la mamma: e anche questa le morì poco dopo. Allora fu di moda a Verona, che le signore più elette si dessero l'aria di consigliarla, di guidarla, insomma di tenerla di conto, come fosse un po' il Baby di tutte quante. La contessina rideva e le lasciava dire, ma, in fine, erano sempre loro che la seguivano e la obbedivano in ogni capriccio.
Il matrimonio della Castelguelfo (essa aveva sposato un cugino, quasi della sua stessa età) era stato affrettato dalla previdenza della madre sua, che sentendosi malandata assai di salute, voleva vedere la figliuola collocata, prima di chiudere gli occhi. Ma la Baby era ancora un po' giovane per il matrimonio; e un po' giovane e inesperto il marito. Questi, incantato del nuovo e piacevole giocattolo che gli avevano dato, voleva goderselo troppo e però la Baby ne rimase urtata e seccata; i suoi nervi si ribellavano, e il povero marito dovette rassegnarsi, e andare a Vienna per qualche tempo a fare l'addetto a quell'ambasciata.
E come prima avevano fatto le signore, quando era morta la mamma, adesso, partito il marito, cominciarono i campioni giovani e vecchi della galanteria veronese a montar la guardia attorno alla Castelguelfo. E di giorno, e di sera, essa non era mai sola; il suo salottino, il palco, la villa, erano sempre pieni di gente. Tutta gente che le faceva una corte assidua e chiassosa: tutta gente che si era innamorata di lei, perchè l'innamorarsene era dibuon genere, e perchè i «nervi che si ribellavano» promettevano il quieto vivere e l'uguaglianza.
E la Baby, scintillante di giovinezza, colta, intelligente e destra assai, governava quel piccolo popolo di somarelli impomatati coll'allegria del riso giocondo che le usciva dalle labbra come un invito e una carezza, e le traspariva insieme dagli occhi vivi, penetranti, come una malizietta piacevole. Essa suscitava, a tempo debito, gelosie miti, dispettucci innocenti, lacrimucce appena tepide, e ciò per un mazzolino di fiori, o per un invito a pranzo, o per i posti che assegnava nella sua carrozza. Ma non aveva mai da temere una rivolta e tanto meno una defezione; i suoi innamorati, che si tenevano d'occhio a vicenda, a vicenda si confortavano; e amavano insieme, soffrivano insieme… e insieme non isperavano punto.
Aveva distribuito gradi e attribuzioni con savia prudenza. I giovanotti le proponevano gite, feste, partite di piacere; ma gli uomini posati, i tondeggianti nella pinguedine senile, dovevano approvarle e combinarle. Gli assidui l'aspettavano al teatro, sul corso, al caffèVittorio Emanuele; ma erano sempre i più attempati che godevano l'ambito onore di accompagnarla, e in tal modo erano tutti contenti; gli uni nell'orgoglio di apparire pericolosi, gli altri nella piena soddisfazione della loro autorità.
«Accendo, ma non ardo» poteva essere il motto della Baby; e, infatti, anche nell'opinione della gente, essa usciva dalle fiamme che la circondavano candida e intatta come l'amianto. I suoi corteggiatori quando, dopo aver passata la sera da lei, ritornavano alclub, erano chiamati scherzosamentegli Svizzeri di casa Castelguelfo, oppure,le guardie del corpo. Ed essi non se ne avevano a male; e se arrossivano un poco era soltanto di piacere; però stavano a crocchio fra loro soli, e se ne andavano uniti, come uniti erano venuti. Pareva vedere una nidiata di pulcini allevati dalla medesima chioccia.
La marchesa d'Arcole, madama Kraupen e la generalessa Brocca di Broglio erano poi le confidenti di quelle innocue passioncelle, e sostenevano le parti degli spasimanti contro le fantasie bizzarre della Baby.
—Come hai trattato male, ieri sera, quel povero Titta!—le diceva un giorno la marchesa.—È venuto da me che faceva pietà!
—Avrà tossito?—domandava la contessina ridendo.
Titta Damonte era un biondino tisicuzzo, che voleva conquistare la Baby toccandole la corda della pietà: i suoi affanni, le sue gelosie, egli li esprimeva tossendo.
—E come tossiva, poveretto!—continuava l'altra.—Ma tu, alle volte, sembri proprio senza cuore!
—Dio!… ma è un gran seccatore, sai, quel tisico falso!—esclamava la Baby, attenuando con un sorriso la durezza delle parole.
—Non dire di queste enormità, carina!—e l'amica, intanto, rideva anche lei.—Egli ha per te una stima così grande, un'affezione così sincera. E poi è una di quelle persone, che si vedono volentieri vicino alle signore giovani: serio, ammodo e niente affatto compromettente!
—Sì, sì, sì, è un buon amico, un eccellente amico, la perla degli amici, ed io gli voglio bene, bene assai; ma oh Dio, è pesante con tutte le sue gelosie: pesante, pesante, pesante, da non averne idea! Ieri sera, figurati, mi ha tenuto il muso perchè ho invitato Scipio Spinola a colazione!
—E a Titta non gliel'avevi detto?
—A lui no; ma ci vorrebbe altro, se quando lo dico a uno, dovessi dirlo a tutti!… E poi non ha il suo giorno fisso da venire a pranzo?… il mercoledì?… Dunque basta e non mi secchi!… Sapessi quanto ridere ho fatto con Scipio Spinola! Stamattina, pensa, l'aveva con madama Kraupen, e m'ha contato che il suo primo marito era il carnefice di Mosca!… Ma pensa, quant'è buffo!… Il carnefice di Mosca!… E poi, dopo, ha rifatto Andrea quando predica ai selvaggi!
Il conte di Santasillia era cugino dei Castelguelfo; ma la Baby, ancora troppo giovane quand'era partito la prima volta da Verona, quasi non lo ricordava nemmeno. Fu appunto uno de' suoi amici più attempatucci che al ritorno di Andrea si affrettò a darle tutte le informazioni necessarie.
La Contessina, che aveva ascoltato distrattamente il racconto del duello e dell'amore infelice del Santasillia, soltanto verso la fine si fece attentissima, domandando poi, con un risolino furbetto:
—E il voto… lo ha mantenuto?
—Dicono di sì!—rispose Marco Baldi, un omicciattolo calvo, con pochi capelli bianchi sulla nuca tagliati corti corti, e un paio di baffoni nerissimi, ritinti.—Dicono di sì!…
—E… da quanto dura?…
—Dovrebbero essere… dieci anni!
—Ma… e prima?
—Prima… lo chiamavano l'abatino!
—Ma ci sono certi abatini…
—No, no; il Santasillia ha sempre rispettato… i decretali.
—Ma dunque?—continuava la Baby, insistendo più cogli occhi birichini, che non colle parole.
—Dunque sicuro… Si trova ancora… si trova ancora,pardon… allo stato primitivo…
—È una rarità!
—Poco invidiabile, contessina Baby!… Ah, se potessi averli io, que' dieci anni sprecati!…
—Che cosa ne farebbe?…
La Baby prevedeva già la risposta, ma si godeva quando il vecchiotto si dava l'aria da conquistatore…
—Che cosa ne farei?… Eh eh! allora non canterebbe vittoria, contessina!
E il galante stagionato presa, così dicendo, nelle sue manacce villose la manina morbida della Baby, la strinse con forza e l'avvicinò alle labbra; ma lì si fermò, senza dare il bacio, sapeva che i baffi lasciavano il nero.
—Ahsi zeunesse zavait!—esclamò allora la Castelguelfo, canzonandolo amabilmente. Marco Baldi pronunciava malissimo il francese, ma pure aveva il ticchio di metterne sempre qualche parola ne' suoi discorsi. E un'altra presunzione sua era quella di essere stato da giovane «un gran diavolo colle donne», e in proposito aveva sempre da insegnare metodi infallibili, e da citare aforismi.
—Colle donne bisogna andare a vapore:à la grande vitez!—Ci voleva altro che farle piangere come Titta Damonte o farle ridere come Scipio Spinola!… Bisogna stordirle, soggiogarle, maltrattarle!…—Io, vedete…—e così dicendo soffiava, guardava bieco, e non potendo arricciarsi i baffi, ne toccava leggermente colle dita la punta impeciata; io, le donne, le ho sempre maltrattate!
E fu proprio lui, Marco Baldi, che condusse la prima volta ilSantasillia dalla contessa di Castelguelfo.
Andrea e la Baby erano parenti, dunque fra loro non c'era bisogno di presentazioni; ma pure il Santasillia aveva tardato assai a conoscere la Contessa personalmente, e fu proprio per caso che s'incontrarono.
Andrea viveva ritiratissimo; non facea visite, non riceveva amici. Anche i suoi cavalli non uscivano mai daPorta Nuova, dove, alle volte, v'era un po' di gente, ma erano condotti a passeggiare ne' luoghi più deserti.
Egli passava gran parte del giorno e della notte chiuso solo nel suo studio, tutto dedito, con indefessa alacrità, al compimento di un'opera che dovea essere eminentemente umanitaria. Voleva rivolgere la mente dei legislatori e il cuore dei filantropi su tanti popoli diseredati dai benefizi della civiltà, e fra i quali, nei suoi viaggi, egli aveva vissuto intimamente per meglio conoscerne i dolori e i bisogni. Lo spirito di carità non aveva limite in lui, e però sperava arrivare col concorso del suo lavoro e del suo ingegno là dove non poteva giungere col generoso impiego delle proprie ricchezze.
Il libro dunque del Santasillia non era quello del letterato, ma il libro dello statista e del filosofo. Lo zio cardinale era morto, e Andrea non mandava più soldi all'obolo: credente, voleva diffondere la fede, non come seme di discordia e di lotte, ma come apportatrice feconda di ogni bene. Egli sentiva di essere incorso nella collera divina; ricordava sempre di avere ucciso un uomo e voleva espiare, e a questa espiazione consacrava tutto sè stesso, con un entusiasmo caldo, appassionato. Però egli viveva lontano dal mondo, sempre col cuore e colla mente in alto. Il suo mondo era al di là;al di là, dove c'era un uomo dal quale aspettava il perdono, una vergine di cui lo attendeva la fede.
Poeta, e sempre idealmente innamorato, l'ascetismo di Andrea di Santasillia non era cupo e freddo come quello del prete cattolico; ma gli entusiasmi del cuore, l'onda calda del sangue giovane e casto gli facevano vedere quasi tinte di rosa le promesse del premio avvenire, in cui riuniva, con una suprema e alta armonia, l'amore santo di Dio e l'amore umano dell'Adele.
E tutto ciò, il suo tragico passato, le avventure nei suoi viaggi, la splendida filantropia e la vita solitaria tenevano desta e vigilante intorno al Santasillia la curiosità dei Veronesi. Ogni passo ch'egli faceva era spiato, riportato e commentato. Si sapeva quando usciva di casa, quando vi rientrava e quante ore rimaneva chiuso nello studio a lavorare. Avevano scoperto che ogni sera andava a fare una visita al cimitero; che la sua camera da letto avea le finestre verso l'Adige e che il suo camiciaio era parigino. Molti lo riputavano un grande uomo perchè aveva viaggiato; molti altri un illuso o un matto, perchè scriveva libri; altri ancora lo credevano un cretino, perchè andava a messa e mangiava di magro nei giorni di precetto. Ma invece le donne si sentivano attratte verso quel misantropo elegantissimo, dal viso pallido e dagli occhi neri di fuoco, la cui vita passata pareva una leggenda e la vita presente era un mistero. In sulle prime gli avevano notato anche le donne quel difettuccio di andare a messa ogni giorno aiSanti Apostoli; chè, si sa bene, in generale, siano esse devote o peccatrici, ridono sempre degli uomini bigotti. Ma poi vennero a sapere che appunto era stato nella chiesa deiSanti Apostolidove il conte di Santasillia si era incontrato coll'Adele Parabiano, e allora anche la messa fu trovata una cosa romantica.
Intanto la Brocca di Broglio, la Kraupen, la marchesa d'Arcole che, per quanto avessero cercato, non erano ancora riuscite ad acchiapparlo, parevano diventate matte. Figurarsi: poter avere il Santasillia che non andava in nessun posto! Che trionfo sarebbe stato!… E ognuna delle tre, smaniando di ottenerlo un tale trionfo sulle altre due, stuzzicava la Castelguelfo sperando di adoperarla presso il cugino, come un eccellente richiamo. Ma invece la Baby, che ci si divertiva assai a quell'inutile armeggio delle suedame della consulta, com'essa le chiamava, non voleva darsi la più piccola pena per accontentarle. E appena si accorse che il Santasillia non le usava nessuna preferenza, e si mostrava ritroso con lei, come colle altre, fe' un risolino sprezzante ogni volta che le capitò di nominarlo, gl'inflisse il titolo diMonsignoree non ci pensò più.
Perchè si trovassero e diventassero amici, bisognò proprio che il diavolo ci mettesse la coda.