Confuso il giovane, e aggirato da cotesti ragionamenti, si trovò come strascinato giù per un terreno sdrucciolevole. La cupidità cammina sempre con le tasche piene di cotone, per cacciarlo nelle orecchie alla coscienza onde non senta i suoi spasimi. Nel delirio della passione, il giovane, senza pure pensarvi, rispose:
—E come avrei a fare io? Io non sono uomo da questo. Da qual parte incominciare? Dove trovare uomini i quali volessero mettersi per me a cotesto sbaraglio?
Il Conte pensò, che il dabben giovane senz'altri conforti si sarebbe rimasto in mezzo alla via; e poi gli venne adesso alla mente cosa, che non aveva avvertito avanti; onde si affrettò di soggiungere:
—E gli amici che stanno a fare nel mondo? In questo bisogno posso molto bene accomodarvi io. se non m'ingannava la vista. Così favellando si accosta alla porta della sala, e, apertala, chiamò:
—Olimpio!
Il villano, come bracco che all'appello del cacciatore leva il muso, drizzatosi in piedi, rispose con disonesta famigliarità:
—Ah! vi siete accorto finalmente che ci sono in esto mondo, Eccellenza;—e brontolando soggiunse sommesso:—senza fallo vuol mandare qualcheduno in paradiso.
—Vien qua.
E Olimpio andò. Quando fu entrato nella stanza, per quella soggezione che anche i più impudenti plebei risentono dalla vista di arnesi e di stanze signorili, si trasse il cappello, e giù per le spalle gli cadde copia di chiome nere le quali, mescolandosi co' peli della barba, gli davano sembianza di un fiume coronato di canne, come sogliono effigiarlo gli scultori. Volto duro come intagliato in pietra serena: occhi sanguigni infossati sotto sopracciglia irsute, più che ad altro somiglianti a lupi dentro la lana; voce cupa e arrotata.
—Siamo sempre vivi, nè gli domandò il Conte sorridendo.
—Eh! proprio per miracolo di san Niccola. Dopo l'ultimo ammazzamento, che commisi per vostra Eccellenza…
—Che vai tu farneticando, Olimpio? Che ammazzamenti, o non ammazzamenti ti sogni?
—Trasecolo io? Per Cristo santissimo! di conto, ordine e commissione vostra;—e battendo con la larga mano il banco. aggiungeva: qui mi contaste i trecento ducati di oro, che non furono troppi;—ma tanto è; io me ne contentai, e non ci è a ridire sopra. Se presi poco, mio danno. Qui…
E siccome il Conte con le mani e con gli occhi ammiccava, che si rimanesse da mettere più parole intorno a cotesto fastidioso argomento,
—Oh! allora egli è un altro paro di maniche, proseguì imperturbabilmente costui; potevate avvertirmi a tempo. Io credeva che stessimo in famiglia, don Francesco; scusate. Per tornare ai miei montoni, il Bargello mi si era fasciato intorno alla vita più stretto della mia cintura; la corda ha rasentato più volte il mio collo, che la mia bocca la foglietta: vedete, tutti gli alberi mi parevano cresciuti in forma di forca. Adesso, in questo arnese, io quasi non ravviso più me stesso; epperò mi sono avventurato a ritornare, perchè l'ozio, vedete, egli è propriamente padre de' vizii: ed io, non avendo a fare più nulla, mi era perfino ridotto a lavorare. Se in questo mezzo tempo a qualche vostro nemico fosse cresciuta qualche gola di più, che non vi piaccia ch'egli abbia, siamo qua agli ordini di vostra Eccellenza.
E con la destra fece un atto orizzontale al collo.
—Tu arrivi, si può dire, come le nespole in ottobre; e vedrò così adoperarti a trarre un fuscello, dacchè travi per mano a quest'ora non ne abbiamo;—ma, te lo ripeto, egli è quasi un nonnulla, una eleganza del tuo mestiero,—tanto per rimetterti in filo.
—Udiamo, via.—E il masnadiero usando della terribile domestichezza che il delitto suol porre fra i complici, si mise a sedere. La gamba destra accavallò alla sinistra, e il braccio sinistro puntò sul ginocchio alzato; sopra la mano aperta appoggia la faccia, e quivi, con gli occhi chiusi, il labbro inferiore sporgente in fuori, parve atteggiato a profondo raccoglimento.
—Questo giovane gentiluomo, ch'è il clarissimo signor Duca diAltemps…, incominciò a favellare don Francesco,
—Bè!—E senza schiudere gli occhi, appena fece il masnadiero un lievissimo cenno col capo.
—Ha concepito un furioso amore per certa fanciulla…
—Delle nostre, o delle vostre?
—E che so io? Una camerista…
—Nè nostra, nè vostra; notò Olimpio, alzando le spalle in atto di disprezzo.
—Ricercata di amore, si avvisa a starsi sul sodo. La proteggono i Falconieri, che se stessero a patrimonio come a superbia, a noi converrebbe far la sementa in mare. Ella ripara in casa loro, e questo le cresce baldanza; forse, e senza forse, vi sarà di mezzo qualche lussuria di prelato, la quale non ho voglia, nè tempo verificare adesso: comunque sia, ciò fa impaccio al signor Duca…
—Chi mi chiama?.. interrogò il Duca riscuotendosi a un tratto.
—Povero giovane, ve' come lo ha concio la passione! Giuoco, che voi non avete inteso parola di quanto abbiamo favellato fin qui Olimpio ed io?
Il Duca abbassava la faccia, e arrossiva.
—Per concludere, Olimpio, bisogna che tu la levi, e la porti colà ove ti verrà indicato.
—Comandate altro, Eccellenza?…
—Per ora no. Tu farai d'introdurti nel palazzo; e, non potendo altramente, scasserai qualche porta, o ferrata terrena. Se anche questo non ti riuscisse, ti aiuterai con una scala di corda…
—Azzittatevi; voi portate la febbre a Terracina. Il calzolaio, salvo vostro onore, non ha a passare la scarpa. Queste cose io so bene da me, con qualcheduna altra ancora che non sapete voi. Lasciatemi contare… Uno… due… tre… mi vi abbisognano quattro compagni.
—E tu li troverai…
—Bisognerà procurarci pistole e cavalli.—Quanto avete disegnato spendere intorno a questa impresa?
—Ma!—Non ti parrebbe abbastanza un cinquecento ducati?
—No, signore, non bastano. Fatta la parte ai compagni, levate le spese dei cavalli e delle armi, mi riviene una miseria.
—Orsù; non ci abbiamo a guastare fra noi. Vadano ottocento ducati, oltre le grazie e i favori grandi, che puoi sperare da me…
—Farò ammannire le carra per portarmeli a casa. Fatta la festa si leva l'alloro. Don Francesco, diamo un taglio a queste novelle; aspettate a pascermi di rugiada quando vi apparirò davanti in sembianza di cicala.—Dove ho da portare la ragazza?
—Nel palazzo del signor Duca, o in qualcheduna delle sue vigne, che t'indicherà…
—Ecco un granciporro, Eccellenza. Se la Corte prende fiato della cosa, i primi luoghi che verrà a perquisire saranno le dimore del signor Duca. Procurate dunque prendere a fitto, o farvi imprestare da persona segreta qualche vigna remota in città; ma meglio sarà torla a fitto, impiegandovi persona che non sia punto dei vostri…
Il Conte aveva guardato in faccia Olimpio, e sorriso in modo strano, quasi schernendolo di non essere stato compreso: poi erasi accomodato al banco, e posto a scrivere. Il masnadiero mosse al giovane Duca alcune interrogazioni brevi ed aspre. Questi rispondevagli a modo di smemorato: sentivasi travolto come foglia dal turbine: era caduto sotto la potenza del fascino, che alcuni serpenti pur troppo gittano sopra gli animali vicini: voleva protestare, si provava a fuggire, e non poteva. Quando gli sembrava esser prossimo a rompere lo incantesimo con lo aiuto di Dio, ecco affacciarglisi al pensiero la immagine dell'amata donna, ch'ebbra anch'essa di amore gli gittava le braccia al collo… Allora un diluvio di fuoco gli scorreva le vene; le arterie gli battevano così, che per poco non gli si spezzavano; e se il ratto fosse avvenuto subito, non gli sarebbe parso presto abbastanza. La gioventù, il desiderio e la speranza ordiscono tale una catena, dentro la quale l'anima onesta e appassionata spesso si dibatte, ma di rado la spezza; se poi vi si aggiungano eccitamenti, non è cosa umana potere resistere. Il cattivo genio aveva vinto, e il buono si allontanava cuoprendosi il volto con le ali. Il Conte, quantunque attendesse a scrivere, pure sentiva la vittoria del vizio su la virtù dello ingenuo giovane; sicchè soffermatosi ad un tratto, domandò sbadatamente:
—A quando la impresa?
—Facendo i miei conti, ormai vedo che fino a domani notte non ci posso entrare,—rispose Olimpio.
—Domani notte, eh! Ma tu non sai, che l'orologio a polvere, col quale la passione misura il tempo dello aspettare, è la sua fiaccola, di cui gitta le gocciole accese sul cuore del povero amante? Tu invecchi. Olimpio, nè sei più quel desso. Prima potevano stamparti sul viso:cito ac fidelis, ch'è la impresa delle Decisioni della sacra Ruota Romana, la quale impresa però non impedisce che le liti non durino quanto lo assedio di Troia, e sieno traditrici da disgradarne Sinone. Dunque dopo il trotto contentiamoci del passo: a domani. Brevi istanti appresso, piegando il volto verso il Duca, domandava di nuovo:
—Quantunque per natura io rifugga da ogni maniera di indiscreta curiosità, pure non posso resistere alla voglia di conoscere il nome della vostra innamorata. Vorreste essermi cortese di compiacermi, signor Duca?
—Lucrezia…
—Oh! Lucrezia. È par fatale, che queste Lucrezie abbiano a mandar sempre sottosopra i nostri cervelli romani. Questa volta però non farà cacciare i re da Roma: vi stanno i papi, e con bene altre radici, che Dio li prosperi, e con bene altre virtù, che non erano quelle di Tarquinio; e Rodrigo Lenzuoli basti per tutti.—La Italia può fare a meno piuttosto del sole, che del Papa; senza quelle benedizioniurbi et orbinon crescerebbero i baccelli.—E riprendendo a scrivere, quasi per eccesso di brio mormorava:—Crezia, Creziuccia, Crezina,—ardo per voi la sera e la mattina…—Terminato lo scritto, si levò in piedi dicendo:
—Olimpio, io mi figuro che tu abbia a recitare i tuoi rosarii; sicchè sarà bene che tu te ne vada. Avverti che non ti veggano uscire di casa mia; perocchè, quantunque tu sii meglio del pane, e onesto a prova di maglio, tu capisci bene che si possono avere amicizie migliori delle tue.—Marzio!
E Marzio comparve.
—Marzio, accompagna questo evangelista, per le scale di ritirata, all'uscio del giardino che sta sul chiasso. Addio; mi raccomando alle tue sante orazioni.
———
—Come va, compare?—mentre Olimpio andava, così, battendo sopra la spalla di Marzio, lo interrogò.
—Come piace a Dio,—rispose Marzio un po' duramente. E l'altro:
—Oe, che non mi ravvisate, Marzio?
—Io no…
—Guardatemi meglio, e vedrete che parrà a voi quello che pare a me.
—E che par egli a voi?
—Pare che noi saremmo un magnifico paio di gioie attaccati alle orecchie di donna forca.
—Olimpio, siete voi?
—Lo spirito della forca ci fa come lo aceto nel naso; rischiara lo intelletto, e richiama la memoria…
———
—Conte, prese a dire il giovane Duca esitando; io temo mostrarmi ingrato al consiglio ed aiuto vostri… e non pertanto sento non vi poter ringraziare. Dio… (ma io faccio male a invocare il suo santo nome in questa trista faccenda,—sarebbe meglio ch'ei non ne sapesse nulla). La fortuna dunque operi, che non vada a finire in pianto.
—E la fortuna è per voi; perocchè, come femmina, ella ama i giovani, e gli audaci. Se Cesare non passava il Rubicone, sarebbe diventato Dittatore di Roma?
—Sì; ma neppure gl'idi di marzo lo avrebbero veduto trucidato sotto la statua di Pompeo.
—Ogni uomo porta, nascendo, l'ascendente della sua stella. Avanti dunque. Voi non potete fallire, che vi sovviene copia di autori volgari, greci e latini. D'altronde perchè repugnate commettervi alla fortuna? Ella governa il mondo. Vedete Silla, che più di ogni altro seppe accomodare le differenze con la scure, le dedicò il bel tempio di Preneste.
E così confortando accomiatava il male arrivato giovane, il quale uscendo andava a balzelloni; tanto scompiglio gli avevano messo nella mente le parole del Conte, e le cose alle quali egli aveva assistito. Sentiva il male, presagiva peggio; ma ormai spinto sul pendio del misfatto, non sapeva ritrarsene. La passione, il boa feroce dell'anima, lo stringeva sempre più veemente, e soffocava in lui l'ultimo alito di virtù.
Il Conte, appena partito il Duca, recatosi in mano il foglio vergato poc'anzi leggeva, soffermandosi di tratto in tratto per ridere clamorosamente:
«Reverendissimo, et illustrissimo Monsignore.—La maggiore empietà, che abbia mai inquinato questa sede augustissima et felicissima della vera nostra religione, sta per succedere. Il duca Serafino D'Altemps, per compiacere a sfrenatissime voglie, trama rapire domani notte, armata mano, dal palazzo dei Falconieri la onesta fanciulla Lucrezia, camerista in casa dei prelodati clarissimi signori. Accompagnano il Duca, complici del delitto, tre o quattro dei più solenni banditi capitanati dal famoso Olimpio, cercato da due anni dalla Corte per ladronecci e assassinamenti, con la taglia di trecento ducati di oro. State su l'avvisato, che si tratta di gente usa a mettersi ad ogni sbaraglio, e il pericolo aumenta la fierezza.—Di tanto vi avvisa un osservatore del buon governo, e zelante dell'ordine, e della esaltazione di santa Madre Chiesa. Roma li 6 agosto 1598.»
—Va bene: la scrittura non può conoscersi per mia: questa fra un'ora sarà nelle pietose mani di monsignor Taverna.—La piegò, e la suggellò improntandovi sopra una croce, e scrivendovi: A Monsignore Ferdinando Taverna governatore di Roma.
—A tutto signore tutto onore: egli è Duca, e va proprio trattato da pari suo. A cotesta perla del Principe Paolo penseremo più tardi. E poi ci liberiamo da Olimpio, se pure non giunge anche per questa volta a scamparla. La rete è tesa nelle regole dell'arte; ma
Rade volte addivien, che alle alte imprese Fortuna ingiuriosa non contrasti.
[1] Tennemi Amore anniventunoardendoLieto nel foco, e nel duol pien di speme:Poichè Madonna, e il mio cor seco insiemeSalirò insiemdiecialtri anni piangendo.
[2] Se io avessi pensato, che sì careFossin le voci dei sospir miei in rima,Fatte io le avrei dal sospirar mio primaIn numero più spesse, in stil più rare.
[3] Durante la sommossa avvenuta in Inghilterra volgendo l'anno 1378 della Era volgare, Giovanni Ball predicava: gli uomini tutti discendere da uno stipite comune; uguali essere i diritti loro alla libertà, ed ai beni della terra; arnese di tirannide ogni maniera di distinzioni. La plebe infuriando cantava la canzone, di cui il concetto corrisponde alle parole del testo:
When Adam delv'd, and Eve spanWhere was then the gentleman?
La pratica del comunismo ha preceduto di gran lunga la teoria. Il popolo in cotesta occasione, come sempre, chiese troppo; i possidenti, rappresentati allora dal Re, concessero quanto ei volle; e se più domandava, e più gli davano, rilasciando delle concessioni fatte patenti solennissime. Passata la burrasca il Re, ricercate in prima diligentemente le carte delle patenti le abolì, e ritolse ogni cosa; e quello, che parve duro in quel tempo, e non pertanto si è veduto ripetere perpetuamente, ricercò, e spense di mala morte i miseri popolani, che fidandosi in lui avevano posate le armi. Per modo che sembra oggimai doventato assioma nei rivolgimenti umani: chiedere troppo, e male; promettere tutto, e attender nulla; donde la necessità di nuove agitazioni. Vicenda perpetua di violenza, e di frode! E quando il popolo torna alla catena, se Salomone lo percuoteva co' flagelli Roboamo lo strazierà con li scorpioni. Tuttavolta varia apparve la ragione dei tempi: nei barbari, come vedete, i possidenti o privilegiati attesero a raccogliere i documenti, e distrussero questi molesti testimoni della frode: negli altri, celebrati civili, carte, documenti e giuramenti lasciansi stare: invece di sgombrarne la strada, par cosa più spacciativa saltarci sopra a piè pari, e tirare innanzi pel suo cammino. Se veramente siasi progredito, lascio che altri giudichi; però, in fatto di pudore, lo scapito è sicuro.
[4] Nel così dettoAlbumdi certa Marchesa Pallavicini di Genova io lessi scritto dalla mano della Marchesa du Devant, conosciuta nel mondo letterario col nome di Giorgio Sand, questo concetto: «Fumo di gloria non vale fumo di pipa.» Le pipe ed il tabacco, nei tempi della storia che raccontiamo, erano diventati assai comuni. Francesco Hernandez, medico e naturalista spagnuolo, lo introdusse primo in Europa. Dicono che Francesco Drake lo portasse in Inghilterra ai tempi del Cromwello; ma si trova eziandio, che il famoso cavaliere sir Riccardo Raleigh fumasse tabacco fino dal regno della Regina Elisabetta; e si aggiunge la storia del servo, il quale temendo prendesse fuoco il padrone mentre gittava fumo dalla bocca, andò cheto cheto per un bugliolo di acqua, e glielo rovesciò sul capo. Nicot, ai tempi di Caterina, ne portò la pianta in Francia; donde chiamasinicotinail veleno, che se n'estrae, e figurò tanto funestamente nel processo Bocarmè. La pianta stessanicozianaebbe anche nome di erbatornabuona, perchè Niccolo Tornabuoni ne introdusse la coltivazione in Toscana nel 1570; ed erbadella Regina, perchè Caterina dei Medici incominciò ad usarne la polvere: ma il nome rimastole è tabacco, da Tobasco paese ove prima la osservò l'Hernandez.
[5] «… il matrimonio deriva dallo amore, come l'aceto dal vino: bevanda sobria, acida, e dispiacevole».Byron, Don Giovanni. Canto III.
O male, o persuasoreOrribile di mali,Bisogno……PARINI,Il Bisogno.
Entrarono i giovani sposi. L'uomo baciò affettuoso la mano al Conte: la donna volle fare lo stesso; ma il fantolino, che teneva in collo, gittando uno strido glielo impedì. Fu caso quello, o piuttosto presentimento? L'uomo non conosce le arcane virtù della natura. Il Conte guardò fisso la donna; e vedendola maravigliosamente bella i suoi occhi si aggrinzirono, e le pupille mandarono un baleno.
—Chi siete voi, buona gente, e in che cosa posso accomodare ai bisogni vostri?
—Eccellenza, incominciò il giovane, o non mi ravvisa ella più? Io sono il figliuolo di quel povero falegname… si ricorda?.. rovinato, or fanno appunto quaranta mesi,… e se non era la sua carità egli si sarebbe gettato nell'acqua.
—Ah! ora me ne sovviene. Voi vi siete fatto uomo, garzone mio; ed il buon vecchio del padre vostro come si porta egli?
—Il Signore lo ha chiamato a se. Creda, Eccellenza, che il suo ultimo sospiro fu per Dio, e il penultimo per la sua famiglia e per lei:—non rifiniva mai di mandarle benedizioni, ed augurarle dal cielo tutte le prosperità, che da uomini possano desiderarsi maggiori.
—Dio lo abbia nella sua santa pace. E queste sono la moglie, e creaturina vostre?
—Per l'appunto, Eccellenza. Appena mia moglie è rientrata in santo, mi è parso bene di fare il mio dovere conducendola a renderle reverenza e offrirle grazie col cuore, perchè, dopo Dio, noi ripetiamo da lei la nostra felicità.
—Voi siete felici?
—Felicissimi, Eccellenza, se la memoria del perduto genitore non venisse di tratto in tratto a turbarmi;—ma i suoi anni erano molti, e morì come un fanciullo che si addormenti… Egli non aveva rimorsi su l'anima…. e le sue notti io le so dire ch'ei le dormiva tranquille… povero padre!—E sì dicendo si asciugava le lacrime.
—E voi, donna, vi sentite felice?
—Sì, prima la Vergine benedetta, e più che non si può immaginare col pensiero, o riferire con parole. Michele vuol bene a me; io lo voglio a lui; tutti e due ne vogliamo tanto e poi tanto a questo bello angiolo nostro. Michele guadagna da camparci, e ce ne avanza;—sicchè, Eccellenza, ella vede che non chiamandoci soddisfatti sarebbe proprio un mormorare contro la provvidenza di Dio.—Queste cose dicendo la donna appariva sfavillante.
—Voi siete dunque felici?—domandò il Conte per la terza volta con voce cupa.
—E si può dire in grazia sua, Eccellenza. Entrando in casa di Michele io ho appreso a venerare il suo nome. La prima parola che insegnerò al mio bello angiolo, sarà benedire il nome del caritatevole barone Francesco Cènci.
—Voi mi riempite il cuore di dolcezza, disse il Conte dissimulando la rabbia che lo soffocava; e per infingersi meglio baciava in fronte, e vezzeggiava il fanciullo:—buona gente! anime degne! Però quel poco, che io feci, non merita tante grazie; e a fine di conto, a noi altri favoriti con copia di beni corre obbligo grande sovvenire ai poverelli di Cristo. A che buono il danaro, se non per riparare qualche sventura? Havvene forse del meglio speso di questo? Non lo mettiamo a usura su le banche del paradiso, dove ci vien reso a mille contanti il doppio? Sono io dunque, carissimi, che devo ringraziarvi per avermi offerta occasione di fare del bene.—Qui tratta fuori una cassetta del banco, prese un pugno di ducati d'oro e gli offerse alla donna; la quale, fattasi in volto tutta vermiglia, andava schermendosi; ma il Conte insistendo, diceva:
—Prendete, figliuola mia, prendete. Voi mi avete fatto torto quando non mi avvisaste della nascita di questo bel putto; che toccava a me essergli compare. Compratevi una collana, e portatela al collo in espiazione del peccato commesso: guardate di farvi riuscire ancora un guarnelletto sfoggiato al fanciullino, perchè quantunque per bello ci passi il segno, pure sapete come dice il poeta?
Sovente accresce alla beltà un bel manto.
Io vo' che la gente, in vedendolo, esclami: oh avventurosa colei ch'ebbe così bel portato;—e il vostro cuore di madre esulterà.
La giovane madre dapprima sorrise; poi da quelle soavi parole, che le fioccavano sul cuore, si sentì conquisa, e pianse, senza però cessare il sorriso; come quando, in primavera, piove a un punto e risplende il sole, mentre le gocce cadenti disegnano in cielo l'arco maraviglioso, che noi reputiamo testimonianza del patto di pace fermato da Dio con gli uomini… E fosse pur troppo così!
—Continuate ad amarvi—prosegue il Conte con la voce solenne di un padre;—la gelosia non turbi il sereno dei vostri giorni; nè mai altra casa possa piacervi più della vostra: vivete tranquilli e nel santo timore di Dio. Qualche volta rammentatevi nelle vostre orazioni di me, povero vecchio, che non sono… oh! credetemelo, non sono quale vi appaio per avventura felice; (—e qui il Cènci di pallido, come ordinariamente egli era, diventò livido—) e se in alcun bisogno vostro penserete a me, siate persuasi che voi troverete viscere paterne.
I giovani sposi si chinarono per abbracciargli le ginocchia; ma egli nol volle consentire affatto, e con voce ed atti benigni gli rimandò con Dio. Passando per la sala essi non rifinivano mai di esclamare:
—Oh il pietoso signore! Il caritatevole gentiluomo!
Gli staffieri udendo simili parole sogguardavano l'uno l'altro facendo spallucce; ed uno fra loro, il più audace, sussurrò fra i denti:
—Che il diavolo si sia fatto cappuccino?
—Felici! felici!—ruggì Francesco Cènci dando libero sfogo alla collera male repressa;—e vengono a dirmelo proprio in faccia! Lo hanno fatto a posta per tormentarmi con la vista della loro contentezza! Questo giudico il più atroce insulto, che io mi abbia sofferto da un pezzo a questa parte!—Marzio! Va, corri tosto, e raggiungi Olimpio; riconducilo qui; affrettati, dico; se torni, prima che suoni l'Angelus, insieme con lui, ti do dieci ducati.—Io vi farò vedere se, senza piangere lacrime di sangue, uom possa venire a dichiarare in faccia al conte Francesco Cènci, ch'egli è felice.
In questo punto, e certo non gli fu ventura, ecco entrare pian piano il degno sacerdote:Omnes sitientes venite ad aquas, giubbilava dentro il cuor suo, comecchè stringesse in fascio i lembi della toga stracciata; ma da cotesta beatitudine lo trasse fuori il cupo brontolìo di Nerone. Il prete (tanto scordevole egli era delle ingiurie più triste!) si risovvenne allora del cane nemico, e parve la moglie di Lot quando si volse indietro a guardare lo incendio di Sodoma.
—Silenzio, Nerone!—Reverendo, accostatevi senza sospetto.
Il Prete, ripreso alquanto di coraggio, mosse qualche altro passo a sghembo come costumano i granchi; e, invitato a sedersi, si pose sopra l'angolo estremo della sedia, rannicchiato a modo di civetta sul canto del tetto.
—Parlate, Reverendo; sono ai vostri comodi.
—Ed io punto ai miei,—pensò il prete, ma non lo disse; e invece favellò:
—La fama…
Nerone udendo la voce del prete torna a brontolare, e il prete subito si drizza impaurito; sgridato il cane si riacqueta, e il prete si attenta da capo ad aprire la bocca. Badando sempre con occhio obliquo la bestia, che malediceva in cuor suo, egli riprese:
—La fama, che suona delle magnanime vostre imprese per tutto il mondo….
—E per Roma….
—Questo s'intende da se, caro lei, perchè Roma fa parte del mondo…
—E per questo appunto io lo diceva…
—E vi pareggia a Cesare…
—A quale dei due, Reverendo, a Giulio o ad Ottaviano?
—Questo non ispiega bene la fama; ma io mi figuro a quello che fece tanti regali al popolo romano in vita e in morte.
—E sapete voi perchè egli poteva donare tanto?
—Eh! mi figuro perchè ne aveva…
—Certo, ne aveva perchè gli rubò da tutto il mondo; e questo debito è cascato addosso a noi altri nipoti, e ci tocca a pagarlo con le usure, vi dico io…
—Ah! tocca a lei pagare i debiti di Giulio Cesare?
—E voi siete venuto qui in mia presenza a paragonarmi con cotesto insigne ladrone di provincie e di regni?…
Il Prete confuso malediceva l'ora, che gli venne in mente recitare una orazione di lunga mano composta: era meglio che avesse favellato, secondo il solito, così alla buona. Ah!—pensava—potessero farsi le cose due volte!—Poi tutto umiliato sussurrava…
—Perdoni, per lo amore di Dio… io non credeva… avendo tolto a imitare la orazione di monsignor Giovanni della Casa a Carlo V… che…
—Ascoltatemi, favellò il Cènci, deposto a un tratto il suono scherzevole, e assunto un cipiglio severo. Io sono vecchio, e voi più di me: però del tempo non ne avanza a me nè a voi: parlate dunque netto, e spedito. Tutte le cose lunghe mi vengono a fastidio,—anche la Eternità.
Il Prete, preso alla sprovvista, non sapeva da qual parte rifarsi; quel subito trapasso dal dolce all'agro lo aveva sbalordito: in oltre la ultima proposizione del Conte gli pareva mal sonante, ed eretica. Finalmente, come uomo a cui un buffo di vento sopraggiunga impetuoso a portar via le carte accomodate sul banco, parlò con tronchi accenti:
—Eccellenza… lei vede in me un prete… e per di più curato di campagna… La mia Chiesa rassembra proprio un crivello… l'acqua piovana scende giù dal tetto, e si mescola col vino delle ampolle… Un melogranato cotto in forno, a paragone della mia Canonica sdrucita, può figurarsi una pina verde… talora, quando piove, mi trovo costretto a starmi in letto coll'ombrello aperto, e non basta. Sa ella con che cosa mi tocca ad asciugarmi il viso?.. lo sa?
—No certo.
—Con Rodomonte.
—E ch'è egli questo Rodomonte?
—Il gatto della canonica; ma egli alla peggio la rimedia pei tetti; a me e a Marco, che non possiamo andare a procacciarcelo sul tetto, spesso manca il desinare e la cena; ed io sospiro, e Marco raglia.—Ho una tonaca sola… o piuttosto, come dice Cremete negliAutontimerumeni, ignaro se il suo figlio tuttora viva,—non saprei più dire se io l'abbia, o se io non l'abbia:—veramente ella era lustra da potermivi guardare dentro; ma alla fine con qualche rammendo poteva tirar su fino a dicembre… ed ora il cane di vostra Eccellenza miri come me l'ha concia!.. E sporgendo il lembo, la sua voce prendeva la intonazione dellostabat Mater dolorosa.
—Non pronunziaste voi il voto di povertà? Perchè vi lagnate di uno stato, che tanto si accosta alla perfezione? Ah! questa perfezione non vi piace; amereste meglio essere imperfetto con qualche migliaio di scudi di entrata, che perfetto, e più che perfetto in povertà? Prendetevela con l'Autore di questa grammatica, che voi altri preti non volete capire. Gesù Cristo vi ha predicato non essere i vostri beni sopra questa terra: guardate il cielo, e sceglietevi là il vostro campo; lo spazio, grazie a Dio, non manca. Ma voi fate orecchie di mercante, e dite in cuor vostro: la doppia è il Padre, la mezza doppia il Figlio, il terzo di doppia lo Spiritossanto, e credo fermamente che una discenda dall'altra.
Godete, Preti, poichè il vostro Cristo Dai Turchi e dai Concilii vi difende[1].
Vergogna, Reverendo; vergogna questo darsi continuo pensiero di cose mondane! Quando la Chiesa costumava calici di legno possedeva sacerdoti di oro; e questo dice san Clemente di Alessandria. Ora ch'ella ha calici di oro, i preti son diventati di legno:—e sapete voi, Reverendo, di quale legno? Del legno, che il santo Evangelo dichiara doversi recidere perchè infecondo, e gittare sul fuoco…
Il povero Curato sostenne cotesta bufera di male parole come un veterano la scarica delle palle nemiche; poi con un sospiro esclamò:
—Ah! san Clemente Alessandrino era un santo dottissimo; ma non credo che gli bisognasse stare a letto con l'ombrello aperto quando pioveva…
—Sia; patite difetto di cose necessarie alla vita? Ebbene, ricorrete agli opulenti prelati. Forse non ebbero assai? Ma che volete da noi, l'ultima stilla di sangue? Andate, picchiate ai palagi dei Vescovi; bussate alle porte degli Abbati… bussate, vi dico, e vi sarà aperto; chiedete, e vi sarà dato:pulsate et aperietur vobis, è stato detto da cui non può fallare.
—E' pare che cotesti dignitarii spesso si trovino per faccende fuori di casa, perchè io mi son provato a battere alle porte loro; ma vedendo che potevo rompermici le noccola prima che da qualcheduno mi venisse aperto, me ne sono rimasto.
—Voi, clero minuto, siete proprio gregge; e così sogliono chiamarvi i grassi prelati, perchè verso di voi si comportano da veri pastori. Infatti qual è la parte di pastore, per cui diritto vede, che seco voi non adoperino? Forse non vi mungono? non vi tosano? non vi arrostiscono scorticati, e vi mangiano?—Orsù, ardite ribellarvi contro la iniqua gerarchia: pubblicate al mondo in qual modo sopra un solo capo, o per simonia, o per patto di lussuria, o in modo altro più turpe, si cumulino benefizii, prebende e abbadie, le quali da un lato fanno preti oziosi, superbi, viziosi, e ribaldi; dall'altro poveri, vili, abietti, e ribaldi: palesate che le riforme dei Concilii non hanno riformato nulla: manifestate come questo tristo collegio d'ipocriti farisei ad altro non attende, che a impastar pane con la farina del diavolo. Costringete i parasiti a tenervi a parte della mensa, che lautissima da lungo tempo imbandiscono, e per lungo tempo ancora imbandiranno loro la ignoranza e la follia degli uomini.
Il Curato, atterrito da quel turbine di eresie, volse attorno gli occhi con riguardo, e poi sotto voce osservò:
—Eccellenza, per lo amore di Dio voglia rammentarsi che qui in Roma vi è una qualche cosa, come sarebbe il Santo Uffizio, e il castello Sant'Angiolo.
—Avete paura? Bene; ma se imparaste a tremare, apprendete ancora a soffrire. La pecora lecca la mano che le taglia la gola. Esempio sublime, e lodato meritamente, della perfetta obbedienza. O piuttosto, perchè disertaste voi la bandiera della natura? Perchè abbandonaste la vanga paterna per comandare dalla polvere? Quando voi preti vi allontanate dalla campagna vi piangono dietro le viti, e gemono i solchi. Tornate a lavorare l'altrui podere, servi fuggitivi. La terra vince di amore qualsivoglia tenerissima madre; ella vi nutre, ella vi veste, ella vi seppellisce: che cosa volete di più, indiscreti? Vi lagnate che la natura vi abbia diseredato: bugiardi! vi è mai forse mancata la terra? Dove stanno sepolte le migliaia di generazioni, che vi precederono? Sotto terra. A cui di voi, nascendo, madre natura non destina tre braccia di terra, e a taluno anche più?—A voi questa storia non garba. Il breviario pesa meno della zappa. Voi volete godere qui il paradiso, che agli altri promettete di là. Scalabroni, vi piace gustare senza fatica il mele raccolto dalle api? Ma le api adoprano l'aculeo per cacciar via i ladri; l'uomo non sa valersi del suo giudizio per liberarsi da voi altri. Ditemi un po', Reverendo, non vi pare che l'aculeo dell'ape, tutto bene considerato, meriti più pregio assai della ragione umana?—Orsù; vivete come vi aggrada, morite come vi piace, ma levatevi dintorno a me. Da me voi non avrete uno scudo. Da camparvi vi fu dato. Io non ho danaro per sopperire alle morbidezze vostre;—io non posso fare le spese ai vizii vostri; e voi ne avete più, che figli Giacobbe, quantunque un vizio costi più di tre figliuoli.
Credete voi però, Sardanapali,Potervi fare hor femine, hor mariti,E la Chiesa hor spelonca, et hor taverna;E far tanti altri, ch'io non vo dir, mali,E saziar tanti, e sì strani appetiti,E non far ira alla lenta superna?[2]
Il povero Prete era come colui, che, essendo lontano da casa, sorpreso da un rovescio di acqua nell'aperta campagna, piega le spalle, e sta a pararne quanta Dio ne manda. Però, percosso dall'abbominazione dell'ultimo rimprovero, levò gli occhi al cielo, e non potè trattenersi da dire:
—In quanto a Verdiana, Eccellenza, ch'è la fantesca la quale io tengo in casa, le giuro per Quello, che non vuol che giuriamo, ella è si antica, da potere aver portato sassi quando fabbricavano il Colosseo. Ma pare a lei, che un uomo della mia età e del mio carattere possa attendere a siffatte scostumatezze? Poh!
—Perchè no? Ossa vecchie e legna secche avvampano più presto.
………i' sarei preso ed arso Tanto più, quanto son men verde legno,
diceva messer Francesco Petrarca; e delle cose di amore il canonico Petrarca intendeva assai addentro, e più disonestamente, che non ci vuol dare ad intendere il vecchio peccatore—perocchè ei fosse dei vostri…
E il Prete, levando in alto le mani e il viso, esclamò pietosamente:
—Gesù! che cosa mi tocca a udire!
Il Conte Cènci con l'indice della mano destra all'improvviso descrisse un segno orizzontale sopra la fronte, quasi disegnasse mutare registro allo strumento, e con voce più mansueta riprese:
—Oh! non lo diceva mica per voi, povero sacerdote, che siete così attrito dallo stento, da assomigliarvi a san Basilio. Quando mi capitasse la voglia di palesare i fatti miei a qualcheduno, fate conto che non vorrei confessarmi ad altro sacerdote che a voi. Or via, tregua alle parole, Curato mio dolce. Quanto danaro vi abbisogna per restaurare chiesa o canonica, comperarvi una tonaca nuova per riparare la fellonia di Nerone, ed una mezza dozzina di asciugamani per lasciare in riposo la pelle di Rodomonte?
—Dirò… Verdiana ed io abbiamo fatto le mille volte il conto; ella su le fodere del lunario, io sopra i margini del breviario, e non ci siamo messi mai d'accordo; ch'ella dice più, ed io meno: ma io crederei che con un dugento di ducati ci si potrebbe incastrare.
—Dugento ducati! Misericordia! ma che sono eglino diventati prugnòli?
—E con meno non ci è propriamente a rimediarla,—riprese il Prete incrociando le dita delle mani e appoggiandosele alla pancia;—e noti, che ci aggiunterei una quarantina di ducati che conservo nello inginocchiatoio accanto al letto, e che mi costano da quarantamila digiuni non comandati.
—Uditemi, Reverendo; io non sono ricco abbastanza da accogliere la presunzione di restaurare la casa di Dio. Egli è padrone del buon tempo e del cattivo; e se lascia piovere in casa sua, segno è certo che l'acqua piovana gli piace. Io vi darò cento ducati, ma ad una condizione.
—E quale, Eccellenza?
—Che voi, insieme ai quaranta vostri, gli adoperiate unicamente a restaurare la canonica, corredarvi di masserizie necessarie, di asciugamani, di una tonaca per voi, ed anche di una veste per Verdiana…
—Mai no, Eccellenza, mai no; piacemi la casa risarcita, piaccionmi le masserizie, e la vesta per Verdiana mi piace assai più della tonaca mia; ma le cose del Signore hanno da andare innanzi ad ogni privata comodità. Su questo punto Verdiana ed io siamo di un medesimo cuore, e non ci patirebbe l'animo di fare nostro prò neppure di un bagattino, se non avessimo provveduto prima alla casa di Dio….
—Che cosa andate voi bestemmiando di casa di Dio? Ha egli mestieri di casa per ricovrarsi dalla pioggia, o dalla bruma della notte come noi altri? Casa di Dio è l'universo; sono le stelle, il sole, la luna, e tutto quanto vive, vegeta e cresce quaggiù. Tutto è Dio. In tutto penetra, da tutto emana la Divinità. Dio vuolsi adorare nelle magnificenze della natura, nelle opere dello intelletto, nella innocenza e nella sensibilità dell'uomo.
—Signor Conte, rispose il Curato mettendosi la destra sul cuore, e con dignitosa semplicità, io sono un uomo povero d'intelletto: credo quello che i miei padri credevano, e non cerco più oltre. Io so eziandio che lo spirito umano spesso si spinge temerariamente a tal punto, dove non comprende più nulla; e allora, fra il dubbio che tormenta e la fede che consola, parmi cosa savia attenermi alla fede.—
Queste schiette parole punsero sul vivo il Conte Cènci, il quale studiando dissimulare la ferita con la moltiplicità degli empii discorsi, si affrettò a replicare:
—Voi già, secondo l'usanza dei sofisti, ve la svignate fuori del seminato. Io non vi contrasto la credenza, ma il modo del credere. O come volete voi che a Dio incresca l'acqua piovana dentro la vostra parrocchia, poichè s'egli ve l'avesse a uggia sarebbe padrone di non la mandare? Egli ha creato l'acqua, e il fuoco altresì: ora, se quando è bagnato vuole asciugarsi, non ha a far altro che prendere con le molle uno degl'infiniti soli del cielo, e metterselo nel cammino. Può temere l'acqua Colui, che vi cammina sopra come se fosse un selciato? Egli che apre e chiude le cateratte dei cieli come fo io di questa cassetta?—Via, via, Curato mio, almeno confessatemi questo, che a lui nulla importa di nuvoloso, nè di sereno.—Ecco qua; questi sono ducati, e sfolgoranti… (—e qui preso un pugno di scudi d'oro, gli distendeva dinanzi agli occhi del prete—) io voglio che sieno vostri; a patto però, che gli spendiate solamente per voi e per Verdiana. Dio è ricco abbastanza per farsi le spese da se.
E sì favellando protendeva il viso tentatore come il Diavolo a santo Antonio. Il Prete covava la moneta con gli occhi, e da tutti i pori del corpo gli trasudava la cupidigia della miseria. Una molto terribile battaglia si combatteva in quella povera anima. Il Conte però, notando come il Prete girava nel manico, insisteva alacremente:
—E questa ultima ragione sopra le altre vi muova, che se voi non accettate il patto io gli ripongo in cassetta…
—Eccellenza!…
—Ma via, mettiamo da parte le ragioni che vi ho esposto: a voi non garbano, ed io non vi voglio chiudere il Limbo che vi aspetta. Non è egli vero, che voi dovete provvedere a due cose: alla chiesa ed alla canonica? Poniamo dunque che la chiesa sia santa; la canonica voi non impugnerete già che sia religiosa! Ora chiaritemi un po' come possiate commettere questo grossissimo peccato, incominciando dalla seconda piuttostochè dalla prima?—Voi troverete tanto cammino fatto nello adempimento dei vostri doveri. Non vi ostinate; ricordatevi che vi ha tal giusto, che per la sua giustizia perisce; e questo ha detto re Salomone…
—Eccellenza… veramente… in questa maniera… mi parrebbe… e nondimeno…
—Su, via, dunque; accettate, e promettete adoperarli unicamente per voi. Considerate, in grazia, quest'altro: se Dio è, come voi ed io crediamo, eterno, non gli dorrà aspettare quattro o sei anni, e potrei dire secoli. Se voi foste diverso da quello che siete, vi direi: facciamo un poco come lui, che non pensa mai a noi…—Sicchè; li volete, o non li volete?
—Ah signore! la tentazione è grande; ma io temo commettere un grossissimo peccato…
—Li volete, o non li volete?
—Ma mi lasci riflettere. Non è mica cosa da niente uno scrupolo di peccare, per un parroco che ha la cura delle anime…
—Ebbene; ponete tutto a debito dell'anima mia. Tanto io ho conto lungo col paradiso…—Ah! li prenderò…
L'angiolo dell'Accusa portò questo peccato alla cancelleria del cielo e lo registrò nel libro maestro delle colpe umane, senza che l'angiolo della Misericordia vi lasciasse cader sopra una lacrima, e ve lo cancellasse per sempre come sul pietoso giuramento dello zio Tobia.
—Ecco il danaro; promettete dunque?
—Prometterò.
—Ora avvertite di non mancare; manderò, o verrò io stesso a vedere se avrete attenuto il patto: se troverò altrimenti, guai! Mi chiamo Francesco Cènci, e basta.
Il Curato fra lieto e tristo intascò la moneta; e, profferte umilissime grazie, con copia di riverenze si allontanò dal male visitato barone.
———
Marzio tornava in compagnia di Olimpio. Ebbe Marzio la promessa mercede, ed ordinandolo il Conte si ritirò nell'anticamera.
—Che c'è egli di nuovo, Eccellenza?
—Ci sono altri centoquaranta ducati da metterti nella cintura…
—Voi mi volete far morire d'indigestione…
—Mi era parso, poc'anzi, tu ti partissi pessimamente soddisfatto, ed io ho voluto richiamarti perchè tu abbi la miglior giunta alla buona derrata.
—Questo è proprio un diluvio di tenerezza per me!
—Tristo cavaliere è colui, che non ha cura del suo cavallo; e non vi ha favore ch'io non mi mostrassi parato a farti, per torre via dal tuo cuore quella po' di ruggine che potresti avere concepito contro di me.
—Ruggine, io? Ma che vi pare, don Francesco; io vi ho voluto sempre più bene che al pane.
—Che si fa a morsi, eh? Vien qua, piacevolone, ch'ella è appunto una burla quella che ti propongo. I ducati, di che io ti diceva, già sono tuoi…
—Dove son eglino?
—Non manca altro, che tu le li vada a pigliare. Non torcere il muso. Hai tu veduto quel corvo di prete? Ebbene; io glieli ho donati secondo la tua intenzione. Ora hai da sapere come costui sia curato a santa Sabina, piccola chiesa lontana dall'abitato. In casa tiene una vecchia, un gatto, e, a quanto pare, un asino: faccenda agevole, e da compirsi stanotte. Troverai i danari dentro allo inginocchiatoio accanto al letto del prete.
—O perchè glieli donaste voi, se avevate in mente di ritorgli sì presto a quel poveraccio?
—Quando io pretesi insegnarti la maniera di entrare nel palazzo Falconieri, tu mi avvertivi non ispettare a me mescolarmi in simili bisogne…. te ne ricordi? Adopera dunque verso me la discretezza, che volesti io usassi teco.
—Avete ragione: non fa neanche una grinza. Volete, altro, donFrancesco?
—Ah! sì; un altro servizietto da poco. Conosci il falegname, che abita presso Ripetta? Quel desso, che rifece la casa co' miei danari?[3]
—Quel giovane, che stava dianzi in sala ad aspettare? Sicuro che lo conosco, e so dove sta di casa; perchè quando la faceste rifabbricare di nuovo andai a vederla, per ingegnarmi a spiegare su la faccia del luogo lo indovinello della vostra beneficenza.
—E non sono uso a fare del bene io? Ed anche adesso non ti benefico? Non aggiungere la ingratitudine agli altri tuoi peccati, perchè egli è quello che più dispiaccia all'angiolo custode.—Domani notte…
—Non posso servirvi: sono impegnato col signor Duca… non rammentate?
—Farò le tue scuse…
—Abbiate pazienza; l'onore del mestiere non permette che io manchi…
—Procurerò che egli ti dia licenza di propria bocca…
—Oh! allora va bene.
—Domani notte, dunque, t'introdurrai come potrai nella bottega del falegname. Prendi gli arnesi e i legni che troverai là dentro, ed alzane una catasta: poi mettivi sotto i fuochi lavorati, ch'io ti apparecchierò; e verrai per essi domani dopo l'Ave Maria, presentandoti alla porta del chiasso: accendili, e vientene via dopo aver chiuso di nuovo la porta della bottega. Avrai per questa opera pia cento ducati. Servi fedelmente, che in breve intendo farti ricco. In vero, dove potrei impiegare il mio danaro meglio che con te?—E tu devi convenirne meco. Allontanati per la via del giardino, e procura che nessuno ti veda all'andare, nè al tornare.
Olimpio obbediva.
———
Francesco Cènci rimasto solo, forte si stropicciava le mani in segno di profonda soddisfazione, e con parole rotte favellava:
—Stamane fu pasqua. Questo si chiama vivere davvero! Un parricidio tramato, un ratto ammannito, un furto ed uno incendio apparecchiati; poi i traditori traditi, e per giunta fatto cascare un santo. Finchè io sto in questo mondo il diavolo può andarsene in villeggiatura. Io sono il rovescio di Tito: costui gemeva se passava il giorno senza fare qualche bene: io arrovello se non ho commesso una ventina di mali. Tito!—Cerretano di umanità, gesuita del paganesimo! Giudea lo dica, e lo incendio spento dall'onda del sangue umano; e la moltitudine dei crocifissi, per cui mancava il terreno alle croci, o le croci ai corpi; e gli undicimila prigioni morti di fame; e le migliaia dei gettati alle belve in odio di avere difesa divinamente la patria[4]. Va, va, natura di stoppa, che non sapevi odiare, nè amare; piangendo lasciasti uccidere un milione e mezzo di uomini, e piangendo ti lasciasti strappare dal fianco la bella Berenice. Domiziano, tuo fratello, era fuso con bene altro metallo: cuore di acciaio; fronte di bronzo: immagine augusta di re. Il fulmine non sa distruggere cotesti semidei; se li tocca, li consacra. L'Apostata ti chiama belva d'imperatore[5]: belva tu, che andasti a farti scannare in Persia, mentre potevi condurre vita beatissima a Roma o a Bisanzio. A cui buona la vita se, dopo morte, i posteri non tremassero al nostro nome, e temessero vederci ricomparire, sbucati fuori della tomba, ad ogni tratto? Tutti rammentano il diluvio. La credenza di Dio si fonda sopra la paura, e quindi egli ebbe vittime di sangue. I tiranni si sono detti immagini del Dio di Mosè, che soffia con la sua propria bocca nel fuoco dello inferno; epperò furono temuti, ed ebbero anch'essi vittime di sangue, e tuttavia ne avranno. Se il Papa si fosse mantenuto ministro del Dio Agnello, a quest'ora lo avrebbero arrostito: le paterne viscere di Sua Santità si struggono di emulazione, perchè la piazza del Vaticano sia superata in meriti da quella di Vagliadolid. Il bene e il male tengono le mani dentro ai capelli della umanità; ma il bene glieli arriccia, il male glieli strappa. Io adoro la forza. Tutto è menzogna, tranne la forza: ella arroventa il suo marchio, ne segna alla gota le generazioni, e a furia di flagelli le disperde pel mondo:
Tremate, maledite, e obbedite: Così quaggiù si vive, E la porta del ciel si trova aperta![6]
Se mi fossi trovato alla battaglia, che gli Angioli ribelli combatterono contro Dio!—Dio! Dio!—Questa parola mi torna addosso come un tafano importuno, invano cacciato. Ma chi ha veduto questo Dio? chi gli ha mai favellato? Corrono oggimai cinquanta e più anni che io con ogni maniera di offese l'oltraggio, e la sua maledizione m'ingrassa i campi. Perchè mi creava egli così? Egli metteva le forbici sopra la pezza intera, e poteva tagliarmi a modo suo. E s'ei non mi creava, o perchè egli, Creatore, sofferse in pace che altri gli rubasse, e guastasse il mestiere?Anima mala: sono elleno anime malvagie le nostre? Sia; io per certo non ho ragionevole fondamento per impugnarle: ma non istava in facoltà sua farla buona, o cattiva?Poenituit!Sì? Se ei si pentiva, segno è certo ch'egli aveva sbagliato; e se sbagliò, perchè mai portiamo il peso dei suoi errori? E dove è allora la sua ogniscienza, dove la onnipotenza sua, dove lo infinito suo amore? Che penseremmo noi di cotesta femmina, la quale si avvisasse percuotere il suo figliuolo perchè lo ha partorito gobbo? E posto che egli abbia errato, come questo libro del mondo ci mostra palesemente ad ogni facciata; ma fosse poi buono davvero, secondochè ci danno ad intendere quelli che lo conoscono; o non poteva tirar di frego su l'uomo e la natura intera, e incominciare da capo? Meglio così, che impacciarsi in quel laberinto del riscatto, che a fin di conto non ha riscattato nulla. Egli fu nebbia: ha lasciato il tempo come lo trovò:—e se gli uomini prima andavano allo inferno di passo, ora ci vanno di corsa. Inferno! E sia; ed io vi andrò, per la ragione che la sentenza verrà profferita da chi è giudice e parte, e per di più senza appello. Tutti i giudici iniqui condannano senza appello.Deus autem fecit nos, non ipsi nos. Non importa: se l'anima è morta col corpo, mi piace; se sopravvive, anche di questo mi contento; a patto che non mi venga tolta la facoltà, da me fino a questo punto esercitata, di maledire peromnia saecula saeculorum; amen.
[1] Questi versi, e taluni altri dei quali la citazione si omette, pronunziati da Francesco Cènci nel corso di questo Capitolo, appartengono a certo sonetto di Francesco Berni canonico fiorentino. Le anime timorate dei Gesuiti, per evitare gli scandali, provvidero che fossero applicate ai Luterani le sentenze dette dal Berni contra i Preti, conciando il sonetto così:
Piangete, Luteran, chè il nostro ChristoCotanto vi odia, che non più si offendeDel Turco, e l'errar vostro ognor si estendePer far lo stato vostro empio e tristo: ec.
Questa mirifica trasformazione (d'altronde ordinaria nella fabbrica dei Gesuiti) occorre nella edizione delle Rime del Berni, fatta a Venezia nel 1627.
[2] PETRARCA,Sonetti.
[3] La inondazione del Tevere, a cui si allude, accadde al ritorno di Clemente VIII da Ferrara, ch'egli aggiunse ai dominii della Chiesa, il 23 dicembre 1598.
[4] Veramente io per me penso che pochi uomini al mondo sieno degni del vituperio e dello abbominio dei posteri quanto Tito, con quella maschera di umanità sul volto, e con la fama usurpata di benigno. Io desidererei che i miei compatriotti tutti leggessero laGuerra Giudaicadi Giuseppe Flavio, onde imparassero, non dico a rispettare, ma ad ammirare i Giudei, combattenti per la indipendenza della patria contro la tremenda forza di Roma. Intanto mi sia lecito riportar qui una prova, dimostrativa quale e quanta fosse la umanità di Tito: «I soldati, per isdegno o per odio inchiodavano i dati loro nelle mani, e ciò in diverse maniere, per beffa; e attesa la moltitudine, ch'essi erano, mancava il terreno alle croci, e le croci ai corpi» (l. 5c. 6). «I Romani tanta strage fanno nella presa di Gerusalemme, che allagarono di sangue tutta quanta la città fino ad ammorzarne molti luoghi compresi dal fuoco» (l. 6.c. 8). «Ora perchè i Romani erano stanchi di trucidare, e tuttavia compariva moltissima gente, Tito manda un bando, i soli armati e restii si uccidano, il rimanente si pigli vivo:—tutto il fiore cacciato nel tempio, e rinchiuso nel ricinto assegnato alle donne: per guardia vi pone i suoi liberti, e Frontonesuo amicoperchè sentenziasse di quale castigo fosse meritevole ciascuno. Egli dunque, i sediziosi tutti danna alla morte; i giovani, fatta una scelta fra i più grandi e avvenenti, li destina al trionfo; della moltitudine, i di là dai 18 anni inviolli per lavoranti in Egitto; ma li più furono daTito stessodistribuiti per le provincie ad esservi nei teatri disfatti dalle bestie o dal ferro. Quelli che non varcavano la detta età furono venduti. Ma in quei giorni medesimi, in cui Frontone ne faceva la cerna, ne morirono undicimila di fame» (l. 6.c. 9). «Mentre Tito dimorava a Cesarea celebrò con gran pompa il giorno natale di suo fratello, aggiungendovi in onore di lui ilsuppliziodi una gran quantità di Giudei; perciocchè il numero dei periti tra nel pugnare con le fiere, e di fuoco, e nel battersi insieme, sorpassò i duemila cinquecento!.. Indi Cesare venne a Berito, e qui ancora come innanzi disertò buon numero di prigioni.» (l. 7.c. 7). Ecco qual era il fratello di Domiziano, che la buona anima dello abate Pietro Metastasio ci dipinge nellaClemenza di Titotenero così, da far piangere di passione quante femmine odono, o leggono. Io poi ho voluto riportare questi brani di Giuseppe Flavio, onde i poco versati nelle storie non si lascino sorprendere dalla reputazione di tali tiranni della umanità, e stieno in guardia contro le ipocrisie vecchie e nuove. Le parole nulla contano, e i fatti poco, dove non sieno continui, diuturni, e non diversi mai.
[5] GIULIANO,I Dodici Cesari,—DOMIZIANO.
[6] PETRARCA,Canzoni.
«A cagione del tuo cuore di ghiaccio, e del tuo ghigno di vipera; a cagione delle perfide tue iniquità, e per la ipocrisia della tua anima… pel piacere che trovi nel dolore altrui; per la tua fratellanza con Caino, io ti condanno ad essere il tuo proprio inferno». BYRON,Manfredo.
Di Francesco Cènci non dissi abbastanza. Così strano, complesso, ed anche mostruoso comparisce il suo ingegno da quanto fu esposto, e da quanto verrò esponendo nel corso della storia, che merita fermare il pensiero sopra di questo personaggio.
Non so se adesso; ma respiravasi un giorno per l'aere di Roma tale una ebbrezza, che toglieva l'uomo dalle consuete abitudini della indole umana. I fati ordinarono, che per un tempo tutto si presentasse costà fuori della consueta misura delle cose, e piuttosto immane, che grande. Chi più valoroso di Cesare? Chi più virtuoso di Catone? Chi o più politico di Augusto, o dissimulatore di Tiberio, o truce di Nerone, o stupido di Claudio? E, per non rammentare di soverchio nomi, chi più magnanimo degli Antonini? Le donne stesse toccano la cima della libidine e della castità, della perfidia e della fede. Lucrezia, Cornelia, Porzia, Arria, Eponina[1] ebbero nascimento nella medesima città che produsse Livia, Poppea e Messalina. Gli edifizi stessi, invece di essere dominati, pare che dominino il tempo: stanno; e malgrado le ingiurie dei secoli, e quelle più nocive assai degli uomini, non furono potuti disfare. Per la Europa, per l'Asia e per l'Affrica occorrono reliquie di questo popolo portentoso, come ossa di cadavere che abbia avuto il mondo intero per sepoltura. L'Aquila romana, logorando le ale nello immenso volo di conquista, ne sparse le penne per tutto l'universo. Roma gittò dalla cima del Campidoglio una rete di ferro sopra i viventi; più tardi tentò gittarne un'altra di credenze e di paura, e conquistarli di nuovo. I Papi all'ombra del Colosseo soltanto poterono concepire il pensiero di farsi re dell'anima. Quando consentirono a ridursi in Avignone diventarono davveroservi dei servi[2]. Il Papato nello schiaffo di Bonifazio VIII patì un oltraggio, dal quale sarebbesi rilevato difficilmente: pure anche Gesù l'ebbe, e non di manco vive e regna; ma il processo, che per paura sostenne si facesse alla memoria di Bonifazio il codardo Clemente V, fu ferita insanabile all'autorità pontificia.
Roma guerriera si avventa a modo di leone, e sbrana, o perdona la jena nemica: Roma sacerdotale seguita, come la fiera, i barbari alla lontana; ma il giorno della battaglia ella stende la mano sul bottino di guerra.—Roma galeata invia Proconsoli, che costringono i Re dentro un cerchio tracciato sul terreno; Roma mitrata invia frati con la testa scoperta e i piedi nudi a mettersi fra il taglio della scure del barbaro e i popoli oppressi. Perchè furono spediti cotesti frati? Forse per riparare i percossi sotto la veste di Cristo, o piuttosto per andare d'accordo, prima che la scure calasse, intorno alla parte delle spoglie e della carne? Lo dica la storia. Roma cade o come gladiatore combattente, o come rettile pestato: in ambedue i casi ella manifesta tremendo lo spirito di vita; imperciocchè, per quanto sia dato antivedere ad intelletto umano, essa non deva spegnersi, bensì trasformarsi. Il gladiatore cadde, allagò di sangue la terra, si rialzò, combattè ancora, e giacque quando le ultime gocce gli stillarono dalla ferita lente, pese, e rare come le prime della procella[3]. Il serpe tronco su le vertebre dura ad agitare le membra lacerate: gli basta vivere, quand'anche la sua vita non dovesse manifestarsi che con l'estreme convulsioni dell'agonia. La fiaccola romana, due volte accesa dalla destra dei fati, finchè le bastò la resina mandò di tratto in tratto vampa capace d'incenerire, o illuminare una generazione. Adesso Roma compie i suoi secondi destini: non avendo saputo, nè voluto gittare via la soma, che la incurva alla terra, ad ogni passo vacilla, ed accenna cadere. Chi fu una volta, e pretese sempre essere signore, deve sporgere limosinando la mano agli antichi suoi servi?—Temi i doni del nemico; esso si prostra, ma ridendo, ai tuoi piedi: egli venera l'autorità religiosa per tesserne un filo, e, attorto all'altro della autorità violenta, rinforzare le catene del mondo. Non trovando diritto sopra la terra, egli s'ingegna, mercè del Sacerdote, derivarne uno dal cielo. Napoleone rialzò il Pontefice perchè lo ungesse Imperatore e sparisse. Una macchina religiosa messa fuori in un giorno di festa e poi riposta, o distrutta. Quando Bonaparte prese in fastidio la sua vera, la sua gloriosa origine—quella del Popolo—evocò il Papato, come Saulle l'ombra di Samuele, onde gli fingesse origine divina. Se i diacci del settentrione non erano, adesso si troverebbero le chiavi della Chiesa in qualche museo con le altre spoglie fatte in guerra[4]. E così sempre avvenne dalla parte di Francia; talora si presentò come alleata, tal'altra come figlia devota: ella ha mentito sempre. Il suo grido è stato quello di Diogene esposto al mercato per esservi venduto schiavo: «chi vuol comprare un padrone?»
Ma così non può durare, nè durerà. Tutte le cose nostre hanno lor morte. Il dubbio aveva roso il tronco dell'albero, ora ha prodotto un frutto di odio; le genti lo hanno raccolto, e se ne sono saziate: staremo a vedere se i vassalli di Filippo il Bello, educati alla scuola di Voltaire, faranno rigermogliare all'antico albero frutti di vita. Errore fatale! Cesare che fu spento alla sprovvista, e Dionisio a cui consentirono prolungasse la vita con pane di obbrobrio, non morirono finalmente di pari morte entrambi?—Morirà Roma sacerdotale, non però la Chiesa di Cristo. Come il nostro Redentore, gittato lontano da se il coperchio del sepolcro proruppe fuori luminoso dei raggi della eternità, così la Chiesa lanciati nel fiume gli ornamenti terreni, che la fanno scambiare con la donna dell'Apocalisse[5], inebriata del sangue dei santi si porrà dinanzi alle generazioni avviandole su pel cammino del cielo.
Dal ribollimento portentoso della barbarie, che tenne dietro al naufragio della civiltà romana, non dovevano galleggiare due teste coronate, nè nuovi tormenti e nuovi tormentati: sibbene la Croce vincolo comune di popoli fratelli, benedizione a tutte le genti che vivono in pace nella terra dei loro maggiori. Se ad ogni modo il Padre dei fedeli voleva presentarsi incoronato, Cristo aveva insegnato di che cosa dovesse comporsi la sua corona; tutte le gemme del mondo non valgono una spina della corona di Cristo!—
Queste verità furono predicateab antiquodal senno italiano; ma comunque ripetute a sazietà, non riescono meno pericolose a cui le dice, nè meno odiate a cui le dovrebbe ascoltare, e non le ascolta. Molti dei nostri grandi, che le professarono, riposano adesso in Santa Croce sotto monumenti fastosi; se vivessero sarebbero travagliati in carcere; dove ora io mi trovo vicino a cotesto Tempio, sperando a mia posta nel sepolcro, se non fama, riposo.
Giudici e Sacerdoti affermano essere gravi errori cotesti; e non solo lo affermano, ma lo provano con le prigioni e gli esilii: a lasciarli fare brucerebbero ancora. Lo ammonimento:Amate la giustizia, o voi che avete a giudicare la terra, non trovò eco nei loro orecchi. Aghi calamitati vòlti sempre al polo della tirannide e dello errore, un giorno saranno a posta loro giudicati.—Beati quelli di cui il peso sarà trovato giusto in quel giorno!
Francesco Cènci fu alito corrotto di antico genio romano; alito latino uscito fuori da un sepolcro scoperchiato, ma pur sempre alito latino; ebbe indole indomata, talento schernitore, anima implacabile, e cupidità dello immane, del mostruoso, e del grottesco. Se fosse vissuto ai tempi di Giunio Bruto non solo avrebbe condannato i suoi figliuoli, ma, spingendo la violenza contro la natura oltre il possibile, gli avrebbe decapitati di propria mano. Fu vaghissimo di scienza, che poi, come Salomone, dileggiò, chiamandola vanità e travaglio di spirito; ovvero se ne giovò nella guisa, che i Sibariti adoperavano le rose come istrumento di morte. Ebbe ricchezze, e le profuse senza poterle distruggere. Con immensa potenza di sentire, pensare ed operare egli vide pararglisi innanzi le due vie del bene e del male. Breve, a cagione dei tempi, il cerchio del bene: qualche affetto domestico, facoltà di fondare chiese o monasteri, sollevare la povertà con la elemosina, che la perpetua; vita placida; morte oscura; memoria durevole quanto l'eco della voce del monaco, che ti canta ilmiserereper le navate della parrocchia.
Nè il secolo in cui viveva consentiva estendere le forze portentose dell'anima sua a prove maggiori: cotesti erano giorni di agonia per lo intelletto italiano; il cielo nostro vestiva la cappa di piombo degl'ipocriti di Dante, la quale permetteva a quelli che vegetavano sotto di andare in cento anni appena un'oncia. Nonostante si provò a operare grandemente; uomini e cose gli si strinsero intorno come la camicia di Agamennone, sicchè presto il bene gli venne in fastidio, poi gli parve abbietto, finalmente l'odiò. Si volse al male, e gli disse, come il Demonio,—sii il mio bene!—Gli piacque la parte di Titano, e gli parve magnifica audacia levare la fronte ribelle contro il cielo, e sfidarlo. Riposto nel male ogni suo desiderio, siccome ogni mezzo per salire in fama, lo amò col delirio dello ebbro e con l'ostinazione del calcolatore: oltrepassare le nequizie fino a lui conosciute immaginò che fosse trasportare altrove le colonne di Ercole, e scuoprire nuovi mondi: strinse vincoli di famiglia per la voluttà di lacerarli scelleratamente: coltivò affezioni più care per ispegnerle o sotto il soffio di un crudele scherno, o meno dolorosamente col pugnale: a Dio non credeva, ma lo sentiva come un chiodo in mezzo al cuore; e allora lo bestemmiava brutale a modo dell'orso, che morde lo spiedo che lo ha trafitto pensando sanare la piaga; empio miscuglio, insomma, d'Ajace, di Nerone e di bandito volgare, don Giovanni Tenorio è un frammento del suo carattere[6]. Visse tormento a se e ad altrui: odiò, e fu odiato; si nudrì di male, e il male lo uccise. Morì come forse avrebbe scelto morire; imperciocchè tanto erano giunte le sue scellerate passioni a soffocare la natura, ch'è lecito supporre, che sentendosi ormai grave di anni, e di forze più poco adattato a nuocere, almeno per lungo tempo, il suo truce spirito esultasse della strage del corpo nel pensiero, che varrebbe a precipitare nel sepolcro per via di sangue la sua intera famiglia. Io immagino vedere cotest'anima trista soffiare nei carboni che arroventarono le tanaglie, le quali straziarono le carni del suo figliuolo Giacomo; abbrivare la mazzola che gli ruppe le tempia; e a piene mani raccogliere il sangue grondante dalla scure che recise la testa dei suoi, per bagnarsene il petto come rugiada rinfrescante. E fermamente credo che sarebbe stata opera meritoria non pure disperderne la cenere pei quattro venti dalla terra, ma condannarne la ricordanza a perpetuo oblio, se il Consiglio divino non avesse posto la innocenza accanto al delitto, il vizio accanto alla virtù, il dolore al piacere, la luce alle tenebre;… e però le immanità sue non servissero a dimostrare quale e quanto bello angiolo di amore fosse Beatrice sua figlia, la più semplice, la più fiera, e la più infelice delle donzelle italiane.
Poichè giustizia mi muove a penetrare in cotesta antica sepoltura, io la scoperchio; sicuro di trovarvi la vergine sepolta, come già fu rinvenuto nelle catacombe romane il corpo di santa Cecilia[7] intatto, vestito di una veste bianca simbolo di purità; atteggiata a dolce riposo, con un nastro vermiglio intorno al suo collo di cigno:—cotesto nastro vermiglio è la traccia della scure, che recise un capo divino da un corpo divino!
[1] Le donne ricordate sono note abbastanza, tranne Eponina ed Arria. Eponina fu moglie di Giulio Sabino. Ribellatosi costui contro Vespasiano Imperatore, fu vinto, e riparò dentro un sotterraneo; con lui si chiuse la consorte fedele, e quivi stettero dieci anni interi procreando ed allevando figliuoli. Scoperti, e tratti davanti a Vespasiano, non trovarono misericordia, al cospetto dello imperatore crudissimo, tanta fede e tanta miseria. DIONE CASSIO,Stor. l.66.—Arria ebbe a marito Cecina Peto, uomo consolare. Questi essendo caduto prigione nella sconfitta che toccò Scriboniano, non osava darsi la morte, che Claudio imperatore gli aveva ordinato: allora la valorosa femmina, dopo avere tenuto al suo consorte discorsi adattati a ingagliardirgli il cuore, gli tolse dal fianco il pugnale, e quello appuntandosi al petto, con lieta faccia gli disse: «Mira, Peto, si fa così», e se lo immerse dentro; quindi subito estraendolo tutto fumante di sangue, glielo porse con dolce parlare: «Peto, non fa male!Non dolet, Pete!»; e così favellando moriva. Il marito, senza porre tempo fra mezzo, la forte moglie seguitava nella morte. PLINIOJun.III. 16.