[2] Filippo Valesio minacciò far condannare come eretico dalla Università di Parigi Giovanni XXII. Benedetto XII piangendo confidava agli ambasciatori di Ludovico il Bavaro imperatore, che il medesimo Re Filippo gli aveva promesso fargli anche peggio che non fu fatto a Bonifazio VIII, se si fosse attentato a sciogliere dalla scomunica il Bavaro. MICHELET,Hist. de France, t. 3.—Più tardi forse, se me ne prende vaghezza, dimostrerò storicamente gli aiuti francesi sul Papato di qual gusto essi sappiano.
[3]Pellegrinaggio del Fanciullo Aroldo.—C. VI. st. 140.
[4] Due scrittori contemporanei, l'uno di maggior fama che merito (THIERS) l'altro di maggior merito che fama (FOSCOLO) hanno discorso, quegli nellaStoria del Consolato e dello Impero, questi nei suoiScritti politici, delle ragioni che persuasero a Napoleone il concordato con la Santa Sede. Chiunque ami conoscere a prova senno italiano a paragone di senno francese che cosa sia, può confrontare le considerazioni dell'uno e dell'altro scrittore. Thiers riporta come eco quanto piacque allo Imperatore dare ad intendere a cui ci volle credere. Il Foscolo penetra dentro al cervello del solenne e dissimulato politico, e mette in luce le vere ragioni che lo condussero a quel passo.
[5]Di voi pastor s'accorse il Vangelista,Quando colei, che siede sovra l'acque,Puttaneggiar co' regi un dì fu vista.DANTE,Inferno, C. XIX;
eApocalisse, Cap. 17.
[6] Il signore STEHNDALL ha scritto, o piuttosto tradotto, un racconto volgare, che corre intorno ai casi della famiglia Cènci, aggiungendovi parecchie osservazioni di suo. Nel presentare, per così dire, lapsicologiadi questo immane uomo di Francesco Cènci, in qualche parte io me ne sono giovato; e ciò tanto più dichiaro volentieri, in quanto che noi altri italiani andiamo lieti palesare animo grato a cui mostra amare le cose nostre, e noi; come di altissimo disprezzo proseguiamo cui per maligna ignoranza si fa nostro detrattore. E veramente duole, ma duole assai, che la maggior copia di fatti alterati e di giudizii falsi e ridicoli intorno alle cose e agli uomini italiani muova di Francia. I tedeschi (e possano vergognarsene i francesi) come meglio informati, così procedono più giusti verso noi altri italiani.
[7] Io non mi posso astenere dal riportare qui un frammento dellaStoria della Sculturadel Conte CICOGNARA, sia perchè in se stesso merita considerazione, sia perchè si versi appunto intorno alle arti dei tempi, nei quali successero i casi che noi raccontiamo: «La storia di queste arti presenta un convincimento di tale verità nella bellissima figura scolpita da Stefano da Maderno per la chiesa di Santa Cecilia in Trastevere; opera elegantissima, riuscita a quel modo malgrado la corruzione dei tempi, e che nessuno potrebbe mai credere eseguita dallo stesso artefice, che nella Cappella di Paolo V scolpì poi la storia di una battaglia…. Questa graziosa statua giacente rappresenta un corpo morto, come se allora fosse caduto mollemente sul terreno, con l'estremità bene disposte, e con tutta la decenza nello assetto dei panneggiamenti, tenendo la testa rivolta allo ingiù e avviluppata in una benda, senza che inopportunamente si scorga lo irrigidire dei corpi freddi per morte. Le pieghe vi sono facili, e tutta la grazia spira dalla persona, che si vede esser giovane e gentile, quantunque asconda la faccia; le forme generali e le belle estremità che si mostrano, danno a vedere con quanta grazia e con quanta scelta sia stata imitata la natura in quel posare sì dolcemente. Or dunque come poteva ciò farsi, se di tutti gli artefici, che abbiamo qui nominati, nessuno mai scolpì cosa che con questa potesse venire al confronto?…. Due ragioni evidentemente spiegano questo fenomeno nella storia dell'arte.La prima, che essendo stato trovato in quel tempo il corpo di santa Cecilia intatto in una cassa, ed atteggiato tal come si vede la statua, venne ordinato per buona ventura che lo artefice imitasse la giacitura del medesimo, cosicchè ponendosi il guardo al monumento, si vedesse tutta la somiglianza al corpo della vergine incorrotta, che Clemente VIII nell'anno 1599 fece riporre in una magnifica cassa di argento, dopo la miracolosa sua liberazione dalla podagra».Vol. VI. C. 2.—Così il corpo di santa Cecilia con la testa mozza fu trovato precisamente nell'anno in cui Beatrice Cènci ebbe recisa la sua.
Fanciulla del dolore, o tu che saiPiacere anco sepolta, e ricopertaDal silenzio di trecento anni, bellaSai tornare alla idea come nel giornoChe te lo Amor rapiva, o tu deliziaDei racconti di queste itale careFanciulle, che spirar sai dalle stesseDipinte tele, onde l'occhio fatatoDal tuo sguardo, in imago ancor ti cercaRediviva per Roma, abbi il mio pianto.ANFOSSI,Beatrice Cènci.
Era bella come il pensiero di Dio, quando mosse innamorato a creare la madre dei viventi:—era cara quanto i suoi ricordi. L'Amore con le mani di rosa delineò le curve soavissime del suo volto dilicato; ed appoggiandole il dito sul mento per contemplare la sua gentile fattura, vi lasciò la fossetta;—segno veramente di amore. La sua bocca rassomiglia un fiore testè colto in paradiso, tutto fragrante di divinità; la quale diffondendosi intorno alla persona fa reputarla non terrena creatura: così gli antichi cantarono, un senso di ambrosia rivelasse ai mortali la presenza di un Dio. I suoi occhi spesso cercavano il cielo, e lunga pezza ve li teneva fissi con immenso desiderio, sia per contemplare la patria, della quale ben presto tornerebbe cittadina; sia per iscorgervi spettacoli misteriosi rivelati a lei sola; sia, finalmente, che l'amata immagine materna quinci con la voce la chiamasse e co' cenni. Certo fra gli occhi della inclita fanciulla e lo emisfero nostro quando esulta sereno traluceva, dirò quasi, una parentela, imperciocchè entrambi apparissero formati col medesimo azzurro:—entrambi annunziassero la gloria del Creatore. Quando, declinandoli alla terra, ella considerava cosa o persona, gli apriva splendidi ed acuti per modo, che paresse dilatare l'anima e la intelligenza con quelli: allora chiunque le stava davanti, se non si sentiva innocentissimo di cuore portava frettoloso la mano sul petto, dubitando che lo involucro della carne non bastasse a celarle i pensieri riposti della colpa; altri poi per tenerezza lacrimava: per ogni dove li girasse l'aria diventava più chiara, il cielo più lieto. Se interveniva a balli notturni, ecco la luce delle fiaccole per virtù dei suoi occhi raddoppiava; le note armoniche sfavillavano più melodiose, e il piacere si versava a onde sopra i giovani capi. In qualunque punto del festino ella fosse scomparsa, la noia soffiava un alito ghiacciato sulla universale esultanza. La sventura certo aveva battuto le ale intorno cotesta fronte bianca di giglio; ma l'era venuto meno lo ardimento per lasciarvi sopra una traccia inamabile, e passò oltre. La preghiera dei mortali avrebbe potuto riposare su quella fronte, per librarsi quinci più pura verso il trono di Dio. Nei giorni giocondi, ahi rari!, della sua vita ella si compiacque talora sciogliere con giovanile baldanza il volume delle chiome bionde, e apporle al sole; quasi volesse instituire gara co' raggi di lui: ma il sole le circondava amoroso di tale uno splendore, che la gente tremava di reverenza e di piacere a riguardarla, reputandola una santa scesa dal cielo circonfusa dal nimbo radiato[1].
O Bellezza! Io dai primi anni ti ho alzato un altare nell'anima, dove ti sacrifico i più dolci dei miei pensieri;—pensieri che, me levando da questa creta mortale, mi avvicinano al Creatore di tutta bellezza; ma nè io ho parole, nè credo che veruno umano eloquio le possieda, capaci di significarti degnamente: se potessi appormi la carta sul cuore, e improntarla dei suoi palpiti, forse aprirei alle genti concetti non mai più uditi: però questo nè a me, nè ad altri fu concesso, e le mie immagini è forza che si rivelino incomplete, vaghe, e confuse; onde se la fantasia di chi legge non supplisce al difetto, io dispero farmi comprendere. Oh da quante catene è stretta quaggiù l'anima immortale!
Bellezza, Amore, voi eravate ai fianchi di Dio nel giorno della creazione; egli vi lasciò suoi primi vicarii sopra la terra. La bruttezza e l'odio vennero più tardi, faville scoppiate insieme dal primo fulmine che Dio avventò contro l'uomo, quando lo condannava allo affanno e alla morte. Il culto della Bellezza e dello Amore riconduce la nostra schiatta diseredata alla sua origine divina.
O Francesco Petrarca, tu che per prova intendesti amore; dopo tanti dolci concetti, con quale amaro liquore ti bagnò il labbro Calliope quando dettasti questi versi ingiocondi:
Ei nacque d'ozio, e di lascivia umana,Nudrito di pensier dolci e soavi,Fatto signore e dio da gente vana?[2]
E senza amore dove sarebbe adesso il tuo nome? L'Africacerto, e il dotto favellìo delle tue epistole non farebbero cercare il tuo volume. Tu saresti, come tanti altri scrittori, posto a modo di medaglia antica dentro lo scaffale, per informare chi avesse voglia di saperlo, che tu vivesti un dì. Se amore nasce da lascivia, o come avviene chenel muovere degli occhi onesti e tardidella tua donna tu vedevi ildolce lume, che ti mostrava la via che al ciel conduce?Se in cuore umanofuoco di amore poco dura dove occhio e tatto spesso nol raccenda, o come, dopo la morte, ti compariva Laura tutta accesa nei raggi di sua stella, e tu le muovevi pietose parole, ed ella or sì, or no pareva rispondesse; finchè, risensando dal mesto vaneggiare, dicevi alla tua mente:
….. tu se' ingannata;Sai che in mille trecentoquarantottoIl dì sesto d'aprile, in l'ora prima,Del corpo uscìo quell'anima beata?[3]
Ah! se la terra avesse sepolto a un punto labella vesta delle membradi Laura e la memoria del suo amore, i tuoi canti suonerebbero esercitazioni di gaia scienza, eco delle canzoni dei Trovatori, gemiti mentiti di cuore bugiardo; e se così fosse, io ti compiangerei perchè avresti tradito i posteri, e te.
Beatrice stava seduta sopra un verone del palazzo Cènci, che guardava il giardino: in grembo ella teneva un fanciullo, che dagli occhi, dai capelli, da tutte le sembianze appariva esserle fratello: ella gli accarezzava amorosa i capelli, e di tratto in tratto gli baciava la fronte. Il fanciullo riposa il suo capo sul seno della sorella, e affissa in lei le pupille immote, ma senza intenzione, a guisa di persona assorta nel pensiero di qualche cosa fuori di questo mondo. La infermità aveva appassito il fiore della giovanezza: la sua pelle era tenue, e candida di un bianco pallido e dilicato così, che i raggi del sole cadente gli tralucevano in vermiglio traverso le orecchia e le dita: talora sospirava, più spesso schiudeva la bocca con isbadiglio convulso: pareva un angiolo in pena. Beatrice sconsolata gli disse:
—A che pensi, mio diletto Virgilio?
—Penso, che sarebbe pure stata la grande carità non farci mai venire al mondo!
—Ah! Virgilio…
—E poichè a questo non trovo più rimedio, il meglio sarà uscirne presto.
—Uscirne! E perchè?
—E perchè restarci? Il mio cuore qui dentro è morto da tempo; e quando il cuore è morto, oh come pesa che gli sopravviva il corpo!
—Tu, si può dire, ti affacci appena, fratello, alla vita, e già favelli parole disperate; ciò non istà bene: vivi e rallegrati, perchè non sai quali rose educhi per te la fortuna.
—Rose! fortuna! Adesso la morte coglie i fiori per la ghirlanda della mia bara. La fortuna mi abbandonò quel giorno che perdemmo la madre…
—Ma noi non ci possiamo considerare orfani affatto: forse l'ottima signora Lucrezia non ci mostra viscere di madre?
—Sì, ma non è nostra madre.
—E poi non hai anche me, che ti amo tanto?
—Sì, sì, buona sorella, rispose il fanciullo gittandole le braccia al collo e piangendo dirotto;—ma nè anche tu sei la mamma mia.
—Ed oltre a me, ti mancano forse fratelli? Non hai tu padre?
—Chi padre?
Beatrice, atterrita dallo improvviso rimescolarsi del fanciullo a cotesta parola, si tacque. Solo, dopo lungo silenzio, con voce esitante soggiunse:
—Francesco Cènci non è per avventura tuo padre… e mio?
Il fanciullo abbassò il capo, chiuse gli occhi, fece delle braccia al petto croce, e con suono velato rispose:
—Sorella, guardami su la fronte alla radice dei capelli; vedi la cicatrice che vi porto?—La vedi?—Sai tu chi mi ha ferito?—Io non tel dissi fin qui; ma ora, che mi sento vicino a morire, io te lo posso confessare. Ripensando fra me come Francesco Cènci mi tenesse in dispregio, e sovente mi guardasse di traverso, nè a me parendo di meritarlo, un giorno, fattomi cuore, gli caddi davanti, e tentai prendergli la mano per recarmela alla bocca. Egli gridò: «va via, bastardo!» e mi diè così forte un pugno nel petto, che mi spinse giù a precipizio a percuotere col capo nello angolo dello armario, ch'ei tiene nel suo studio.—Francesco Cènci mi vide svenuto, e tutto intriso di sangue;—mi vide, e non mi rilevò.—Di qui la ferita; di qui la infermità, che mi consuma le viscere…
Beatrice rabbrividì, nè potè formare parola. Il fanciullo con passione crescente scuoprendo dalla manica un braccio scarno, e sporgendolo verso la sorella:
—Guarda, aggiunse, la traccia di questo morso. Sai tu chi me lo ha fatto? Nerone; e senti come. Un giorno io colsi in giardino una bella pesca, e dissi: andiamo ad offrirla al signor padre, che forse la gradirà. In questo pensiero mi avvio alla sua stanza, apro l'uscio, e vedo ch'ei legge. Timoroso di disturbarlo, mi accosto pian piano; quando Nerone mi si avventa addosso e mi morde il braccio:—io spasimava per dolore… mio padre rideva.
Il seno di Beatrice palpitava così, che parea volesse spezzarsi.
—E se Marzio non era, egli mi lasciava sbranare. Mira anche qui—e il fanciullo si spartiva i capelli al sommo del capo—vedi questa piazzetta? Manca una ciocca di capelli. Sai tu chi me gli ha strappati? Il padre mio. Poco dopo il colpo percosso dentro l'armario, col capo tuttora fasciato, preso dalla passione che mi affogava, mi presentai risoluto dal padre, e gli dissi: «Padre mio, in che cosa vi offesi? perchè mi odiate voi? Beneditemi in nome di Dio, benedite il figliuolo vostro, che vi ama». Egli, avvoltasi prima una ciocca dei miei capelli alle dita, mi rispose così;—senti bene, proprio così: «Se tu avessi il capo di zolfo, e le mie parole fossero di fuoco, io ti benedirei per bruciarti: va, vipera, perchè io ti odio tu devi odiarmi; io non so che cosa farmi del tuo amore, bastardo!» E tirò tanto forte, che mi parve tutta la pelle del cranio si distaccasse con immenso dolore: la ciocca dei capelli gli rimase in mano; ed infuriando, lo spietato, nella ira, come se egli soffrisse, non io, il dolore, soggiunse: «Io maledico te e i tuoi figliuoli, se mai arrivi a procrearne; possiate tutti vivere di miseria, nudrirvi di delitto, e morire di patibolo».—Ora, Beatrice, fammi grazia di dirmi un po' come posso desiderare di vivere io? Mia madre mi ha lasciato; mio padre mi ha maledetto: non è egli dunque meglio, che io muoia? Non dico il vero, sorella?—E qui il fanciullo singhiozzava convulso.
Cotesti dolori non potevano consolarsi. Beatrice lo sentì, e si tacque; la sua fronte si coperse di sudore, e le gocce succedendosi cadevano spesse come le lacrime dagli occhi dolenti. Poichè fu trascorso spazio lungo di tempo in silenzio affannoso, Beatrice, comprimendo la passione che le traboccava dall'anima, si provò a confortarlo con voce mansueta:
—Quietati, Virgilio, tu avrai colto il mal tempo…
—No, egli era tranquillo…
—Forse turbato da qualche cura segreta…
—No, egli era lieto;—dopo che il cane mi ebbe morso egli si pose a scherzare con lui… col cane, che stette per isbranargli il figliuolo!—Adesso anch'io non lo amo più… sai? Quando lo vedo m'entra il tremito nelle vene, e la sua voce mi dà il dolore di capo. Spesso con gli occhi della mente io vedo non lontano un luogo oscuro, dond'esce rumore di bestemmie e d'imprecazioni scellerate; e una voce irrequieta mi tintinna nelle orecchie: «Cotesta è la contrada dell'odio, tu sei aspettato colà». Io non vi voglio andare; io non voglio odiare persona… molto meno mio padre… piuttosto voglio morire.
Beatrice, tramutata nella faccia, si sentiva venir meno; ma con la forte volontà domando la natura, si vinse: levò gli occhi al cielo, si sforzò favellare, e non potè;—invece di parola, dalla gola attenuata mise un singulto. Soprastette alquanto, e poi con voce, che studiò rendere soave, disse:
—Virgilio mio, non disperiamo; ma supplichiamo l'Eterno onde voglia ispirare sensi più mansueti per noi nella mente del nostro genitore.
—O Beatrice! E pensi tu, che io non lo abbia supplicato? Oh quante volte l'ho fatto! La notte precedente al giorno in cui Francesco Cènci respingendomi da se mi ruppe la testa, io mi levai cheto da letto in camicia, scalzo, e me ne andai giù in cappella; dove, inginocchiato davanti la reliquia di santo Felice protettore della nostra famiglia, supplicai con tutto il fervore perchè l'anima del padre ammollisse, e lo persuadesse a ricambiare con un poco di amore lo svisceratissimo bene che gli portavamo noi. Vedi eh! come mi esaudirono i santi!
E trattenendosi alquanto sopra di se, poco dopo riprese:
—Ma un'altra preghiera conosco avermi esaudito Dio, e fu quando mi rilevai da letto, e per la seconda volta andai a prostrarmi davanti al Crocifisso miracoloso, e:Abbi misericordia, dissi,o divino Redentore, di me, e tu o mi dona lo affetto del padre, o richiamami alla tua pace. A queste parole Gesù piegò il capo, come per rispondermi:Sarai esaudito…
—Ci esaudirà tutti, inspirando benignità nel cuore del padre…
—Io so di certo che fu esaudita la seconda parte della preghiera, e non la prima; imperciocchè, quando mi ricondussi a giacere, una voce distinta mi chiamò: «Virgilio! Virgilio!» Mi alzai, apersi la porta, e non vidi persona; tornai a coricarmi, e la voce di nuovo gridò: «Virgilio! Virgilio!» Per questa volta io non mi era ingannato di certo, e risposi: «chi mi chiama?» E la voce: «Io ti chiamo dal paradiso». Eccomi pronto, mio Dio»; ma la voce: «No, la tua ora non è venuta ancora, ma si avvicina».
—Coteste sono immaginazioni che dà la febbre; su, via, non lasciarti rodere dalla tristezza; io ti voglio veder lieto…
—Perchè le chiami immaginazioni? Forse non si legge nella santa scrittura, che il Signore fece sentire la sua voce a Samuele? Anche ieri notte, tenendo gli occhi aperti, vidi a un tratto empirsi la stanza di luce, ed entrare una bellissima gentildonna vestita di celeste, tutta ingemmata, la quale essendosi fatta accosto al letto si curvò, pose il suo volto accanto al mio, mi baciò in fronte, e sparve: le sue labbra erano ghiacciate, e il freddo mi strinse il cervello. Vuoi sapere, Beatrice, a cui rassomigliava la gentildonna?—Rassomigliava al ritratto della signora Madre, che sta appeso in sala grande. Tutto mi parla di morte. Forse non sento che io manco a poco a poco, come candela giunta al verde? La vita mi fugge da tutti i pori. Guarda queste mani scarne, e bianche al pari del marmo; guarda queste unghie colore di viola; guardami qui in mezzo della fronte, e vedi il segno espresso ove ha deposto il suo bacio la morte.
E più non potè dire.
Un uccello in questo momento venne a riposare le stanche ale sopra il parapetto della terrazza: volgeva il capo in qua e in là, come sospettoso d'incontrare molestia; ma presto assicurato, si pose a saltellare—a beccare; finalmente parve fissasse il fanciullo; poi sciolse un dolcissimo canto, aperse le penne, e fuggi via.
—Oh, esclamava Virgilio, potess'io seguitarlo! Forse, chi sa!, egli conosce suo padre, e sua madre dall'aperta frasca tende lo sguardo ansiosa del suo ritorno. O madre mia! Beatrice, dimmi, dov'è nostra madre adesso?…
—Nostra madre?—È lassù in paradiso.
—Lo so, la sua anima alberga nella patria dei giusti; ma io vorrei conoscere in qual parte riposino le sue ossa. Sapresti tu indicarmelo, Beatrice? Il Conte Cènci non volle permettere mai, che mi conducessero a visitare il sepolcro di nostra madre…
Beatrice, studiando deviare il doloroso colloquio in obbietti alquanto meno tristi, si levò pronta per appagare il desiderio del fanciullo; e, postolo a sedere sul parapetto della terrazza, si prostese fuori col busto.
Il pianeta del giorno stava per tramontare, e mandava i mesti raggi dello addio a questa terra, che, sebbene infelice, gli è sì cara. Ogni digradare della luce presentava una nuova maraviglia: colori soavemente più languidi, come lo spirare dei suoni per la superficie delle acque. Le vette dei campanili, le cime dei monti, le nuvole lontane pareva si affaticassero a ritenere un palpito di raggio, in quella guisa stessa che i cari parenti, da balcone da loggia o da colle, sventolano al pellegrino che si allontana un panno bianco, finchè la sua forma non si confonda con la bruma della sera… Oh Dio! Egli è presso a sparire; gli occhi della madre, offuscati dalle lacrime, non lo distinguono più; ella se gli asciuga col velo per rimirarlo ancora:—adesso ella li tende più alacri che mai… ahimè! il suo figliuolo è sparito:—quando lo rivedrà? Voci misteriose mormoravano pel cielo e per la terra: dalle piante e dalle acque uscivano sussurri di gemiti segreti, eco di quelli che si diffusero lungo le marine alla morte di Cristo, e piangevano:Il gran Pane è morto![4]
Questa terra, anticamente mesta e vocale più di ogni altra, rivela il dolore del mondo al dileguarsi del sole. Nati gemelli nel giorno della creazione, essi spireranno insieme. Comecchè la terra sappia che il sole tornerà domane a portarle luce e calore, pure ella conosce ugualmente, che i giorni dalla mano del tempo cadono irrevocabili nello abisso della Eternità. Molto certamente hanno vissuto insieme prima che l'uomo nascesse, e molto vivranno ancora dopo che la nostra razza sarà scomparsa; passeranno secoli e secoli, avanti che si rompano sfasciati a rovinare in corsa disordinata per le miriadi dei mondi superstiti; ma ogni secolo come ogni minuto si avvicinano al punto, dove il Creatore per ogni cosa creata ha scritto:basta. Se l'uomo pensasse che questi eccelsi luminari, che queste belle luci di amore, portento delle notti serene, hanno a chiudere le palpebre nella morte; che tutto, anche le rocce di granito, ossatura della terra, ha da sformarsi… Se l'uomo, dico, a queste cose pensasse… atomo infelice balestrato dall'utero della donna nel seno della morte, tormenterebbe egli per essere tormentato?—O grano di sabbia maligno! tu ardisci perfino avventarti dentro gli occhi di Dio, e farli lacrimare di spasimo…—
Ma intanto questa bella e magnifica natura non può rimanere lungamente desolata; ed ecco non per anche il sole è scomparso da una parte dello emisfero, che dall'altra si affaccia la luna.—Benvenuta, amica delle anime afflitte; benvenuta, compagna dei nostri trionfi: anche vestiti della tua luce si mostrano maestosi alle genti il Campidoglio e il Colosseo; anche al lume dei tuoi raggi negli archi di Tito, di Costantino, di Severo, e nella colonna Trajana si vedono le immagini dei popoli vinti. Ahimè! Luna, che percorri frettolosa il cielo di Roma, tu non vedrai più nemici vinti, se non iscolpiti sopra i monumenti degli antichissimi capitani.
Nella notte, al chiarore di questa luna, quando Roma dorme più profondo il sonno dal quale sarebbe misericordia che non si destasse mai più, le larve dei famosi capitani scoperchiano le vetuste sepolture, e vengono silenziose a visitare la terra donde dettarono leggi ai re del mondo; la rupe, che seppero difendere; il luogo dove Cammillo vide la spada di Brenno gittata su la bilancia per aggravare il peso della nostra vergogna…: la vide, ma nessuno dei barbari passò i monti a raccontarlo alla sua moglie. All'alba si dileguano perchè odiano la vista dei viventi, e aborrono esser vedute piangere!—È fama che sul fare del giorno, quando i morti rientrano nelle antiche sepolture, si spanda lungo pei campi un gemito, che lamenta così: «Grande fu la gloria, ma l'abiezione è senza misura maggiore; e tu, o Re del mondo, e fino a quando?..»
La miseria di Roma vince la desolazione dei sepolcri. Beati i morti! Perchè ti chiami Città eterna?—Oh! rammenta, che ai tempi della tua antica religione tu credevi eterno anche il marito dell'Aurora.—Eterno, ma caduco, Titone venne in tanto odio di se, che reputò grazia somma dei Numi essere convertito nello stridulo animale, fastidio dei giorni di estate: fu un lieto giorno per lui quando potè scambiare la sua miserabile eternità con la vita di una cicala. Perchè ti chiamano Città eterna?—La religione, a cui tu credi adesso, t'insegna come vestirono Cristo con le insegne reali per vituperarlo più crudelmente. Dio nel suo furore sembra ti abbia condannato, pur troppo, ad una eternità… ma è quella del pianto.
Beatrice prostese il busto fuori del parapetto dicendo:
—Là, là oltre cotesti colli avvi una terra feconda, che la Madre nostra portò in dote a Francesco Cènci: ivi è una chiesa dedicata ai santi apostoli Pietro e Paolo. In cotesta chiesa, dentro un sepolcro di marmo—a mano diritta di coloro che entrano—lungo la parete giacciono le ossa della nostra madre benedetta.
E mentre, levato il braccio, additava il luogo acconsentendo con tutta la persona all'atto, fortuna volle che dal seno le uscisse una lettera e un medaglione, e cadessero giù nel giardino.
—Oh Dio, il mio segreto! urlò la giovane con grido straziante, divampando in volto per la vergogna.
Francesco Cènci, appiattato dietro un bosco di lauri, da gran tempo stavasi a contemplare coteste due creature fisso così, che pareva volesse avvelenarle col guardo. Appena egli ebbe visto cadere il foglio e il medaglione, si mosse frettoloso per prenderli; non tanto presto però quanto lo spronava il desiderio, che la gamba offesa gli arrecava impedimento. Beatrice lo scòrse costernata, e con suprema smania ripetè due volte:
—Il mio segreto! il mio segreto! La mia vita a chi mi salva il segreto!
Il fanciullo guardò lei, fattasi in volto del colore della morte,—e guardò il vecchio;—quindi risoluto, e pieno di ardimento, con disperato sforzo attaccandosi alle bozze sporgenti della terrazza, discese nel giardino, e pronto come il baleno ebbe ricuperato il foglio ed il ritratto.
—Vieni qua, urlava il vecchio rabbioso… vieni qua… portami cotesta roba…
E poichè Virgilio, fingendo non lo sentire, prendeva la via per tornarsene difilato a casa, il Conte imbestiando nel suo furore muggiva:
—Vipera maladetta! Portami il foglio… e tosto… Se ti raggiungo, ti strappo il cuore con le mie proprie mani.
Il fanciullo più, e più sempre affrettava il passo. Francesco, cieco d'ira,
—Nerone!—grida—Qua, Nerone… su… addosso… e con ambedue le —mani aizza il cane contro il figliuolo—addosso… addosso…
Il cane si slancia furiosamente, invano però; chè Virgilio quantunque avesse già percorso buon tratto di via, pure, sembrandogli sentirsi le zanne del mastino nelle vive carni, aveva messo le ali alle piante:—non fuggiva, volava. Salì i gradini a due a due; e con terribile anelito, estenuato di forze, giacque sul pavimento, depositando ai piedi di Beatrice la lettera e il ritratto. La fanciulla l'una e l'altro ripose precipitosa nel seno.
Poco dopo ecco il cane irrompere sopra la terrazza latrando: aveva gli occhi di brace: esalava il fiato fumoso. Beatrice, improvvida a qual partito appigliarsi, volge attorno lo sguardo, e scorge dentro una nicchia un trofeo di armi antiche posto ad ornamento della loggia: afferra una spada, e si pianta dinanzi al giacente fratello. Il mastino feroce a testa bassa si caccia oltre per isbranarlo: la fanciulla animosa, colto il destro, gli mena un colpo così potente, che penetrandogli il petto gli fende il cuore. Il cane si rotola nel proprio sangue, e traendo doloroso guaito spirò.
Sovrasta nuovo pericolo, e più grave. Francesco Cènci sopraggiunge tempestando, con lo stile alla mano: balbuziente per furore, egli grida:
—Dov'è la mala vipera? Morte di Dio! Chi mi ha ammazzato Nerone?…Chi?
—Io.—
—Ebbene; anche tu… ma no, prima la vipera.—
E si china sul figliuolo per iscannarlo. Beatrice solleva la spada insanguinata, e, puntatala contro il petto di Francesco Cènci, con espressione impossibile a riferirsi dice:
—Padre… non ti accostare…
—Scellerata! Da parte; dico,—e si provava di arrivare il giacente.
Beatrice con voce tremendamente pacata ripetè:
—Padre, non ti accostare!
A cotesto suono, che conteneva a un punto una suprema preghiera ed una suprema minaccia, Francesco Cènci si ristette a contemplarla.
Dov'è la vergine dal dolce sembiante? Gli occhi di Beatrice, dilatati in guisa strana, pare che avventino fiamme: le narici aperte sussultano: le labbra compresse, il seno palpitante, i capelli sciolti le fremono dietro le spalle: la gamba sinistra ferma, e tesa in avanti; diritto il corpo; il pugno manco chiuso, e la destra accosto al fianco armata di spada con la punta in alto, in atto di ferire. Nè pittore mai nè scultore varrebbero ad effigiare cotesto portentoso simulacro, nè la parola lo può. La fanciulla appariva tale, da non sostenerne la vista: paragonarla al cherubino branditore di spada, che difendeva la porta dell'Eden dopo il peccato di Adamo, sarebbe dir niente; perchè come fosse quel cherubino noi non sappiamo: ella era quale si mostra anche oggi la vergine romana, quando rammenta che nasce del sangue di Clelia. Francesco Cènci ne rimase percosso; si pose estatico a contemplarla, lasciò calare la mano armata, gittò via lo stile; sentì per un momento placarsi l'anima. Beatrice anch'essa gittò lontano da se la spada. Il vecchio sporse verso di lei le braccia aperte, esclamando teneramente:
—Sei pur bella fanciulla!… Oh! perchè non mi ami?…
—Io?—Vi amerò… e gli si avventò al collo.
Il padre e la figlia si strinsero in religioso abbracciamento.
Ma il bene durava nell'empio vecchio quanto un baleno. Egli provava per un sentimento di umanità la paura stessa, che altri proverebbe per un rimorso. A un tratto ecco apparire i segni del parossismo del delitto: gli si corrugano gli occhi, le palpebre tremano di quel riso sinistro che faceva abbrividire; le palpa i capelli, il collo le stazzona e le spalle; baciolla e ribaciolla, e nello accostare la bocca al suo orecchio vi sussurrò dentro una parola…
Beatrice declina la faccia livida; si scioglie dallo amplesso del padre, si reca in collo il fratello giacente, e nel partirsi manda contro Francesco Cènci uno sguardo lungo—un fulmine di disprezzo—ch'ebbe potenza d'impietrire il sangue nelle vene a colui, che non temeva uomini, nè Dio.
Egli rimase lungamente immobile, chiuso dentro un profondo pensiero: colà nel suo spirito prese a imperversare una tremenda procella. Ma la voce del male vinceva il muggito dell'uragano; la voce del bene disperata era, e fuggitiva come quella del naufrago. Quali pensieri gli si avvolsero nella mente? Di che cosa dubitò? Che cosa statuì? Chi lo sa! Forse lo stesso Demonio, se si fosse affacciato a vedere lo inferno dell'anima di Francesco Cènci, avrebbe volto altrove impaurito la faccia. Però è da credersi, che in cotesta vertigine di maligni partiti egli si appigliasse al peggiore; conciosiachè battendosi forte della palma destra la fronte, digrignasse fra i denti:
«Or come va? Io, che presumerei comandare al giorno quando si affaccia all'orizzonte: «addietro! splenderai quando te ne darò licenza…» ecco io mi sento arrestare in mezzo del mio cammino da meno, che da un filo di paglia, dalla volontà di una fanciulla. Ahi sciagurata! Il vetro potrà egli resistere, sotto al martello del fabbro? Tutto ha piegato fin qui nella stretta della mia mano di ferro; e tu pure piegherai—o ti stritolerò ad un punto anima ed ossa.
[1]Ah! quella chiomaChe la delizia fea già degli Amori,Che con le rosee dita all'aura spessoSpargeanla, allor che Beatrice lietaNei più bei dì di sua bellezza, ai raggiLa apponeva del Sole, e lo vincea.
ANFOSSI,Beatrice Cènci.
[2] PETRARCA,Trionfo d'Amore, C. I.
[3] Idem,Rime in morte di Madonna Laura. Son. 63.
[4] Il testo allude ad un fatto narrato da parecchi scrittori dell'antichità. Intorno alla fede ch'ei merita lasciamo che ogni uomo leggendo ne giudichi. La verità è, che Tiberio intendeva riporre Gesù Cristo fra li Dei, e ne mosse proposta in senato; e fu ventura che non ce lo volessero. Intorno al fatto lo riporteremo tal come lo racconta PLUTARCO, nell'opuscolo—degli Oracoli già cessati:—«Trovandosi il vascello del pilotaJamopresso alcune isole del mare Egèo, improvvisamente cessò il vento. Tutte le persone della nave erano ben deste e quasi tutte se la passavano bevendo insieme, allorchè tutto ad un tratto udirono una voce, che veniva dalle isole, e chiamavaJamo. Questi si lasciò due volle chiamare senza rispondere, ma alla terza finalmente non potè più resistere. Quella voce gli comandò, che appena foss'egli arrivato ad un certo luogo dovesse ad alta voce gridare, cheil gran Pane era morto. Non vi fu alcuno che non rimanesse colto dallo spavento. Stavasi deliberando seJamodovesse obbedire; ma egli stesso conchiuse, che allorquando fossero giunti al luogo indicato, se eravi vento bastante per proseguire il cammino non era necessario dir nulla; ma che se fossero stati ivi trattenuti da troppa calma, era d'uopo eseguire l'ordine ricevuto. Non mancò infatti di sopraggiungere la calma nell'accennato luogo: ond'egli tostamente si diede a gridare ad alta voce esser morto ilgran Pane. Appena ebbe terminato di parlare, da tutte le parti udironsi gemiti e pianti come di un gran numero di persone da tal nuova sorprese, ed afflitte. Tutti coloro ch'erano in nave furono testimoni di tale avventura: a poco a poco se ne sparsero le voci fino a Roma; e avendo lo imperatoreTiberiovoluto vedereJamoin persona, unì alcuni dotti per apprendere da loro chi fosse.»… Che poi ilgran Panefosse Gesù Cristo, vedilo in BOCCACCIO,Genealogia degli Dei, là dove parla del dio Pane.
…..E Belzebub in mezzo.PETRARCA,Sonetti.
«Tanto egli odiava questi suoi figliuoli, che avevafatto nel cortile del suo palazzo una chiesa dedicataa san Tommaso, col solo pensiero di seppellirvelitutti».NOVAES,Storia.
La chiesa di san Tommaso dei Cènci, comecchè in parte mutata da quello che era, sta tuttavia. Lo dicono monumento vetustissimo, e già ebbe nome:De Fraternitate, ed anchein Capite Molae, oMolarum. Questa notizia ricavasi dal diploma di papa Urbano III ai Canonici di san Lorenzo in Damaso. La chiamarono poiin Capite Molarumcome quella che sorgeva prossima al molino della Regola, là dove il Tevere rimase interrato fino dal 1775; eDe Fraternitate, ed ancheRomanae fraternitatis caput, forse perchè quivi fondarono la prima confraternita donde trassero in successo di tempo esempio e titolo le altre confraternite di Roma. Narra la fama, che il Cincio, vescovo di Sabina, nel 1113 ne consacrasse l'altare. Giulio III la concedeva in giuspatronato a Rocco Cènci nel 1554, con obbligo di restaurarla; cosa che, per essere soprappreso dalla morte, egli non potè adempire; laonde Pio IV nel 1565 spedì nuovamente la Bolla d'investitura a favore di Francesco Cènci figlio di Cristofano, imponendogli il medesimo carico; al quale egli soddisfece, secondo che attesta la seguente iscrizione poeta sopra i muri esterni della chiesa:
Franciscus Cincius Christophori filìusEt Ecclesiae patronus, Templam hocRebus ad divinum cultum et ornatumNecessariis ad perpetuamRei memorìam exornari ac perficiCuravit. Anno Jubilei 1575[1].
Quel marmo attestava a chiunque passasse quale, e quanta fosse la pietà di Francesco Conte dei Cènci!—Cosi quasi sempre riscontriamo sinceri gli epitaffi, le iscrizioni, le gazzette officiali, e le orazioni funebri dei cappellani di Corte.
La chiesa ha forma, a un dipresso, quadrata. Condotta di un miscuglio di ordine dorico, presenta cotesta sconcia depravazione dell'arte, che gli artisti costumano significare col nome dibarocco. Contiene cinque cappelle; ha soffitto a crociere, dove anche nei giorni che corrono possiamo osservare l'arme dei Cènci, che fa per impresa campo squartato di bianco e di rosso, con tre lune rosse in campo bianco, e tre lune bianche in campo rosso.
All'altare maggiore si vede un quadro dipinto a olio della maniera del secolo sesto, o di poco anteriore: è di buona scuola, e rappresenta san Tommaso che tocca la piaga a Gesù. A sinistra dello altare stesso venerano un Crocifisso dipinto, opera del secolo decimo secondo, e a questo alludeva Virgilio nel suo colloquio con Beatrice.
Intorno a lui raccontami mirabilissime cose. Certo manoscritto antico conservato una volta, e forse anche adesso, nel Campidoglio (non però commesso alla custodia delle oche che salvarono la rupe Tarpeia), firmato da Giacomo Cènci, dichiara come il padre Guardiano in Araceli donasse la prefata devota immagine al medesimo Giacomo, e con giuramento gli affermasse avere davanti a quella più e più volte fatta orazione san Gregorio Magno: nè il buon padre Guardiano si fermava qui; che, proseguendo nella narrazione, attestavagli, cotesto Cristo avere usanza tratto tratto operare miracoli. Se anche di presente la immagine ritenga siffatta virtù, o se l'abbia trasferita in altre, come sarebbe la immagine di Nostra Donna di Rimini, che apre e chiude gli occhi, o l'altra di Tredozio, che piange a un punto e ride[2], io non saprei accertare per ora; ma quando prima sarò, se piace a Dio, liberato dal carcere, mi propongo raccogliere più ampie notizie, e ragguagliarne i miei devoti lettori. Quello però che conosco di certo si è, che il Cristo di san Gregorio Magno per tutto il tempo che durò la vita di Giacomo Cènci si ostinò a non fare miracoli; ed ecco come andò la faccenda.
Fra Brancazio, (tale era il nome del Guardiano di Araceli) senza che faccia nemmeno mestieri dichiararlo, non donava mica il Cristo per nulla; all'opposto egli imponeva al donatario:primo, che restaurasse a sue spese la facciata della chiesa dei reverendi Padri Francescani in Araceli, il che fu adempito;secondoa rifornire la sacrestia di pianete, piviali, dalmatiche, ammitti, roccetti e simili altri arredi, ed anche questo fu fatto;terzoa fondare una messa quotidiana perpetua all'altare di san Francesco con la elemosina di un ducato, ed anche la messa quotidiana fu fondata: e così i dabbene Padri, avendo trovato il terreno morvido, presero ad avviarsi alla casa di Giacomo spessi ed oscuri, simili in tutto alla schiera delle formiche quando s'imbattono in un mucchio di grano lasciato su l'aia, e non rifinivano mai di cavargli di sotto ora questo, ed ora quell'altro benefizio: dandogli ad intendere, che per quanto ei donasse, già non presumesse risarcire il Convento per la perdita inestimabile del Crocifisso, davanti al quale aveva pregato san Gregorio Magno; imperciocchè, senza contare il pregio del dipinto, ch'era pure d'illustre magistero, gl'infiniti miracoli che soleva operare procacciavano elemosine abbondantissime, e reputazione di santità al luogo e a chi l'abitava non meno proficua. Messere Giacomo Cènci, con tutto che santissimo uomo si fosse, preso nonostante da stizza per la pretesa improntitudine, certo giorno gli disse: «Padre Brancazio, che il Crocifisso di san Gregorio Magno alle sue mani abbia operato miracoli, sarà: lo dicelei, e non ho motivo per dubitarne; però dopo ch'è entrato nella mia cappella le posso giurare da gentiluomo di onore, che non ne ha fatti più». E il Frate, voltandogli bruscamente le spalle, gli rispose: «Mi rincresce dirglielo, spettabile signor Conte; ma questo è segno, che nèleinè la sua casa sono degni di ricevere queste grazie.» E così messer Giacomo rimase saldato da fra Brancazio.
Di reliquie poi cotesta chiesa non pativa difetto, e tutti questi tesori ecclesiastici si conservavano dentro un'urna di marmo posta sotto l'altare maggiore. Lascio dei Santi di seconda qualità, chè troppo ci vorrebbe a favellare di tutti, e ricorderò soltanto la piegatura del collo di san Felice dove venne trafitto da un colpo di lancia in Calamina, ora detta Madapor, ed anche Città di san Tommaso, nella India:de pandone circa collum eius in percussione ipsius, come ne fa fede la iscrizione posta sopra la porta minore della medesima chiesa. Ma vedete dove quel benedetto Santo girava per cercare la morte, mentre questa è sicuro che sarebbe andata a trovarlo anche standosene quieto e tranquillo a casa sua![3]
Chiedo licenza ai miei lettori (i quali so che non me la negheranno) di passare sotto silenzio le altre cappelle; molto più che, gli assicuro io, non meritano speciale menzione. Non pertanto piacemi ricordare come la chiesa e le case dei Cènci fossero erette sopra le rovine del Teatro Balbo…
Una chiesa sopra un teatro! I secoli trapassano come i vetri dipinti della lanterna magica; il mondo è la parete dove si riflettono le immagini loro, e nel continuo passaggio le cose più strane si succedono senza dar tempo a compire un pianto, o un riso. Noi fabbrichiamo sopra i sepolcri dei nostri padri; le generazioni future s'impazientano di fabbricare su quelli di noi. Cenere sopra cenere; e l'universo si allarga e si feconda per queste incessanti alluvioni della morte. Dove gli umani sollazzavansi un giorno, oggi pregano; forse vi decapiteranno domani, domani l'altro danzeranno. La Fortuna, gittata via la benda, all'antica follia aggiunse la ebbrezza nuova; e, fatta Menade, percuote orribilmente un suo crotalo infernale, eccitando al ballo tondo Grazie, Furie, Satiri e Muse. Marte balla anch'egli; Nemesi co' flagelli di vipere batte la misura. E l'uomo presume mettere il chiodo a questa ruota, che affatica il cielo e la terra? Ah! ella è pretensione cotesta da far morire di riso lo stesso dio del Riso, il vecchio Momo.
Assicurano taluni, che quando la fede rimane vedova convoli facilmente a seconde nozze; e dicono ancora, che abbia dato il medesimo anello a parecchi mariti. Io per me mi astengo da simili argomenti, che putono di abbrustolito… per fuoco infernale di certissimo, e per fiamme di Santo Offizio non lo sappiamo per ora di certo, ma in breve lo sperano. Intanto i reverendi Padri Gesuiti s'insinuano piamente fra i Popoli ad apparecchiare i fornelli.—Quello, che a me pare poter dire, senza pericolo della salvazione dell'anima nell'altra vita e del Regio Procuratore in questa (però che si tratti di pretta storia) si è, che parecchi dei nuovi Numi s'introdussero nel tempio degli antichi; nè più nè meno come gli Austriaci, col biglietto di alloggio, in casa dei buoni borghesi toscani.Veteres migrate coloni!Molti altri inquilini dell'Olimpo di Giove migrarono con armi e bagaglio nel Paradiso di Santa Madre Chiesa; e, offrendo esempio da imitarsi agli uomini politici dei nostri tempi, voltato mantello continuarono a deliziarsi nel profumo delle adorazioni[4]. Anche su i riti accaddero, più che non si crede, transazioni, e per opera degli stessi Pontefici. Nè in ciò sembra che meritino punto biasimo, perchè, i più astuti scrittori affermano pericoloso stravincere, e doversi accettare qualunque accomodamento: basta che si assicuri un guadagno (pei Numi, bene inteso); però che, in quanto ai Sacerdoti, se ne stieno contenti a quello che loro invia la Provvidenza: e questo sanno tutti, insegnandolo il Vangelo di Cristo… Svergognati! Quando mai fu fatta penuria di moneta spirituale per acquistare beni temporali? Lo spirito, predicato più nobile della materia, in diritto le ha sempre ceduto nel fatto. La Chiesa, donna e madonna del Paradiso celeste, si accinse a cercare anche il terrestre. La investigazione non sembrava difficile. solo che avesse badato e perlustrare il paese che giace tra i fiumi Pisone, Ghilone, Hiddechel, e l'Eufrate[5]; ma non le venne fatto, o non potè trovarlo. Allora si mise con maggior profitto a cercarlo fra le spoglie di guerra dei Franchi e dei Normanni, o nelle transazioni tra l'Inferno (di cui è procuratrice del pari, o per lo meno ne tratta i negozii senza mandato) e il rimorso e la paura dei peccatori,perchè coll'oro si fanno anche arrivare l'anime in paradiso, come affermava Cristofano Colombo scrivendo a Ferdinando e ad Isabella cattolicissimi regnanti[6]; e così dicendo non iscuopriva l'America. Affermano eziandio, che la Chiesa per mettersi in possesso del Paradiso terrestre si avvantaggiasse a fabbricare carte false; ma queste sono cose che non si devono credere: almeno io non le credo. Nel mille predicavano i Chierici la fine del mondo, e nonostante ciò facevansi instituire eredi. I beni terreni di cui dovevano astenersi, tanto, all'opposto, piacquero loro, che pretesero ritenerli anche dopo la fine del mondo!Considerata a dovere questa clericale improntitudine, farà meno maraviglia l'avaro Ermocrate, che instituì erede se stesso.
Qui dentro, e mi si può credere, non vi sono biblioteche per comporre dotti discorsi; ed anche libri vi fossero, io non ho avuto tempo per leggerli: pure ricordo che in Roma, il tempio che fu di Vesta la Dea delfuoco, oggi è consacrato alla Madonna delsole; quello di Remo e Romologemelli, ai santi Cosimo e Damianogemelli; l'altro dellaSalute, a SantoVitale: su l'orlo del lago Numicio, dov'è fama che si precipitasse la sorella di DidoneAnna Perenna, adesso si venera la cappella di santaAnna Petronilla: ed oggi ancora, a Messina nel giorno dell'Assunzione, come la Cerere sicula andava in traccia della sua figlia Proserpina rapita da Pluto, la Madonna, tratta in processione, va per le strade cercando il suo divino figliuolo: quando poi, dopo un lungo errare, le mostrano la immagine del Salvatore, ella trema, storna, e dodici uccelletti proromponle dal seno spandendo pel cielo la esultanza del suo cuore materno. Nel foro Boario, presso l'ara massima dove i Romani pronunziavano il giuramento solenne, ora sorge la chiesa di _santa Maria Rocca della verità. Il Panteon è diventatoSanta Maria della Minerva. Qui fra noi,San Giovanniera iltempio di Marte: la Cattedrale di Pisa, ilpalazzo di Adrianofabbricato di ruderi di case e di tempii. Uno dei pilastri della parete esterna da mezzogiorno notai composto in parte d'un architrave di granito col nome diCerere Eleusina. Del monteSoractehanno fatto il monteSanto Oreste, e a canto la cassa diSanto Ranieriho veduto una statua diMarteconvertita inSan Potito(il quale, insieme a Santo Efeso, fu solennissimo operatore di miracoli) con la lieve variante di torle dalla destra la spada, e sostituirvi un libro. I Gesuiti nell'Indie consentivano l'adorazione degl'Idoli si continuasse; solo a piè dei mostri ponessero o crocellina, o cuore di Gesù, o altro segno della religione nostra; anzi nella China giunsero perfino a velare la immagine di Cristo confitto in croce, per paura che i popoli si scandalizzassero di un Dio morto coll'ultimo supplizio: e Gregorio VII manda lettera a Santo Agostino apostolo della Brittania, con la quale lo conforta a sopportare i sagrificii di vittime co' riti pagani per acquistare a mano a mano terreno[7]. Gesù Cristo predicò non potersi servire a Dio ed a Mammone, e cacciò via risoluto i profanatori dal tempio. I suoi vicarii hanno proceduto più blandamente; bene o male abbiano fatto, ne renderanno conto al Mandante. A me basta aver detto la verità quando affermai, che i Chierici andarono corrivi anche troppo per acquistare impero… Ahi tristo aere del carcere! non mancherebbe altro, ch'ei mi facesse diventare teologo. Io mi affretto a tornare più che di passo alla storia, lasciando molte cose per via che furono dette, e che sono state dimenticate con iscandalo di tutti i professori del progresso umano.
La cappella di san Tommaso dei Cènci nel giorno dieci di agosto compariva parata a lutto: lungo le pareti pendevano lugubri gramaglie: da per tutto si vedevano ghirlande di fiori intrecciate con rami di cipresso: sette sepolcri di marmo nero scoperchiati aspettavano i morti, a guisa di bocche co' labbri aperti ansiose di bevanda: avevano tutti una iscrizione medesima, ed era questa:
Mors parata, vita contempta[8].
E più oltre un ottavo sepolcro sopra gli altri cospicuo, di marmo bianco finissimo, con quest'altra iscrizione:
Si charitem, caritatemque quaerisHinc intus jacentNon ingratus haerusNeroni cani benemerentissimoFranciscus de Cinciis hoc titulumPonere curavit…..[9].
In mezzo alla chiesa stava collocata una bara coperta di velluto chermisino ricamato di oro, cosparsa anch'essa di freschi fiori. Intorno alla bara ardevano sei ceri sopra candelabri d'argento lavorati con artifizio mirabile.
Un coro di preti, parati di pianete e di dalmatiche di damasco nero, aspettavano un morto per recitargli le ricche esequie. Nè stette guari, che si fecero sentire passi misurati; e poco dopo, alzata la tenda della porta laterale, comparve una barella portata da due uomini e da due donne.
Giacomo e Bernardino Cènci tenevano le stanghe davanti, le posterioriLucrezia Petroni e Beatrice.
Il morto era Virgilio. Dio aveva accolto la seconda parte della preghiera dello sventurato fanciullo: egli dormiva nella sua pace.
Seguivano alcuni servi di casa vestiti magnificamente a lutto, con torcie accese. Non senza dolore misto a maraviglia poteva osservarsi, come le vesti dei famigli fossero troppo meglio in punto, che quelle di Giacomo e di Bernardino: segnatamente di Giacomo, squallido così, da disgradarne il più povero gentiluomo di Roma. Scarmigliati aveva i capelli, lunga la barba, le maniche e il colletto luridissimi: portava bassa la faccia umiliata, la fronte aveva rugosa, le guance pallide e macilenti: dagli occhi accesi versava lacrime amare, e gli si vedeva il palpito del cuore di sopra il farsetto. Dal suo volto tralucevano due passioni contrarie: pietà, e rabbia male repressa. Bernardino anch'egli piangeva. ma così per imitazione, piuttosto che per impulso spontaneo; imperciocchè se non era diventato affatto stupido di cuore, la sua mente era ottenebrata dalla paura del padre, e dalla ignoranza di tutte le cose, nella quale costui compiacevasi conservarlo. Lucrezia, quantunque matrigna si fosse, lasciava l'adito al pianto:—però, essendo piuttosto pinzochera che devota, si rassegnava facilmente e presto; togliendosi le sciagure in pazienza, e attribuendo al santo volere di Dio ogni evento così buono come tristo della vita. Io per me lodo la costanza, ch'è quasi zavorra, la quale fa stare in equilibrio la nave nelle procelle della vita; credo ancora io, che delle cose che avvengono in giornata molte dovessero per necessità succedere: ma quando le idee religiose si adoprano a insugherire il cuore, allora cotesta insensibilità non è virtù; si rassomiglia troppo al vestibolo della morte: l'uomo, finchè vivo, ha da vivere con le sue passioni. Io so che alcuni chiamano le passioni venti contrarii alla vita serena, e jene e lioni e simili altri animali ruggenti, e cercanti cui si abbiano a divorare. Marco Antonio per le vie d'Alessandria fu visto seduto su di un carro tratto da lioni. Se le similitudini addotte sieno acconce, o no, poco importa conoscere; di questo si persuada la gente, che se l'uomo può domare le belve, e governare la procella, molto più potrà le passioni; egli ha da reggere, non lasciarsi impietrire.
Francesco Cènci condusse in moglie cotesta femmina appunto perchè gliela dissero tenerissima della religione, e perchè certa volta, avendo ella udito favellare della empietà di lui, aveva esclamato: «Signore! io terrei piuttosto maritarmi col diavolo, che col Conte Cènci[10].—Egli allora le si pose dintorno; finse costumi esemplari; frequentò chiese, imparò a piegare il collo, e a levare in molto commuovente maniera gli occhi e le mani al cielo: sopra tutto si mostrò largo donatore ai preti, degni guardaportoni del paradiso. Sapeva raccontare leggende dei Santi, discuteva dellagratia gratis data, e dellaforma e della sostanzadei sacramenti meglio del Definitore sinodale dei Padri Francescani. La donna incominciò a credere lo avessero calunniato. In ogni caso, o non poteva essersi convertito? Non poteva avere la Beata Vergine impartito a lei la virtù di strappare cotesta anima dagli artigli del demonio? Oh! è così dolce, così altera cosa per donna devota guadagnare un'anima in contrasto col demonio, che, parlando generalmente, le femmine pie davvero non si contentano della prima conversione, che con lodevole zelo si affaticano per la seconda, e questa diventa impulso alla terza; e se durasse in loro la potenza come la volontà, non è da dubitarsi che sagrificherebbero la vita intera in opera tanto meritoria[11]. Tra per queste ragioni e i conforti dei parenti, le ricchezze grandi e la nobiltà di casa Cènci, la donna condiscese ad accettare il Conte Francesco per suo secondo marito.
Appena il Conte ebbe menato a casa Lucrezia, come per ischerzo, le disse: «Voi volevate maritarvi col demonio piuttosto che con me: io vi ho presa per provarvi che avevate ragione»;—e le tenne parola.
Ogni giorno le si poneva accanto su lo inginocchiatoio; e mentre ella recitava responsorii e rosarii, egli cantava versi osceni, od empii: ella sfogliava un libro di orazioni, ed egli le incisioni turpissime di Marcantonio Raimondi commentate da Pietro Aretino: si studiò sovvertire in lei ogni idea di religione e di morale, a empirle l'anima di dubbio e di paure; ma Lucrezia di coteste diavolerie non intendeva niente, e spesso non vi attendeva nemmeno. Talora, quando il tristo marito stanco di favellare taceva, incominciava ella, o riprendeva a recitare il rosario: per la qual cosa avvenne che Francesco Cènci, invece di aspreggiare altrui, se medesimo tormentasse; invece di spingerla alla disperazione mordesse le sue labbra di rabbia, e stesse per impazzare di furore. Riuscito invano questo partito, scelse altro disegno. Prese a costringerla di ascoltare i suoi quotidiani adulterii: nè ciò valendo punto a irritarla, empì la casa di cortigiane; non si astenne da parole e da atti capaci di offendere la sua dignità di donna e di sposa; ma ella con inalterabile dolcezza gli diceva: «Dio vi ravveda, e vi perdoni come io vi ho perdonato». Francesco non trovava maniera di commuovere cotesta fredda, ed ineccitabile natura. Spesso, acciecato dalla ira, ei la umiliò al cospetto dei servi; la bistrattò, la percosse; le fece patire penuria di vesti e di cibo; le fece portare in volto i segni di furore, peggio che bestiale. Tempo perduto: tutto ella soffriva con rassegnazione, tutto ella presentava al sacro cuore di Gesù in isconto dei suoi peccati. Francesco, per non darsi della testa nel muro, cessò di perseguitarla, essendosi (cosa a dirsi incredibile) più presto stancato il talento di tormentare in lui, che in lei la pazienza: ond'è che reputandola stupida, la lasciò da parte come natura morta, che non merita essere straziata nè blandita.
Beatrice sola non lacrimava; teneva gli occhi fitti sul morticino, e immemore seguiva i passi altrui con moto macchinale.
Quando giunsero al catafalco Beatrice si recò lo estinto fanciullo nelle braccia, ed ella fu che con le proprie mani ve lo acconciò sopra, gli assestò i capelli, gli pose sul petto il crocifisso, e il mazzetto delle viole; poi, remosso alquanto uno dei candelabri, con la faccia declinata nel palmo della destra appoggiò il gomito sul canto della bara, tenendo sempre fisso lo sguardo sul morto.
Un famiglio puntava Beatrice con gli occhi come due lingue di fiamma, e talora trasaliva: il famiglio era Marzio.
Oltre i quattro rammentati, nacquero a Francesco Cènci tre altri figli; Cristofano e Felice, ch'egli mandò a studio in Salamanca, e Olimpia. Questa fanciulla, che destra era molto ed animosa, non potendo più reggere alle paterne persecuzioni scrisse un memoriale, dove espose molto accomodatamente i carichi del padre suo; e poi, nonostante il carcere domestico nel quale si trovava ristretta, seppe così bene industriarsi, che lo fece pervenire nelle mani di Sua Santità, supplicandola che si degnasse collocarla in convento finchè non l'avesse provveduta di onesto matrimonio. L'accorta fanciulla delle infamie paterne rivelò le più credibili, e facili a verificarsi; delle altre tacque, avvisandosi che l'enormezze quanto più superano l'ordinario tanto meno si conciliano fede: sicchè le inverosimili, quantunque vere, screditano le verosimili; e pensò inoltre che un figlio, ricorrendo contro il padre per propria salvezza, non deve oltrepassare i termini del bisogno; imperciocchè, in questo caso, la difesa troppo ardente degenerando in offesa manifesta, faccia nascere il sospetto che l'accusatore sia condotto da odio snaturato contro il suo sangue. Il Papa pertanto, ammirando la moderazione della giovane, deliberò venire in soccorso di lei; e, fattala trarre dalla casa paterna e mettere in convento, non andò guari che la maritò col Conte Carlo Gabbrielli gentiluomo onoratissimo di Gubbio, a cui il Papa costrinse don Francesco Cènci sborsare conveniente dote. I ricordi dei tempi narrano come il Cènci, furibondo per questo successo, giunse perfino a promettere centomila scudi a chiunque, viva o morta, la odiata figliuola nelle sue mani riportasse: ma il Pontefice poteva troppo più di lui; ed anche per questa volta egli ebbe a mordere il freno. Non si potendo sfogare contro la fuggitiva, moltiplicò la rabbia della persecuzione contro ai figliuoli rimasti in casa; e tanto cotesto cordoglio gli cuoceva il riposto animo, che sovente, come Augusto quando ebbe perduto le legioni di Varo[12], fu visto aggirarsi per le camere del suo palazzo; e battendo palma a palma, od appoggiando la fronte febbricitante a qualche stipite, esclamava:
—Ahi! Papa, Papa, rendimi Olimpia. Principi, Preti, e Padri hanno a sostenersi ad ogni costo, e sempre, se vogliono mantenere l'autorità nel mondo reverita e temuta…
I Sacerdoti celebrarono gli ufficii divini con la esattezza dei nostri soldati quando fanno la carica in dodici tempi, e presso a poco col medesimo entusiasmo. Beatrice a nulla badò, nulla intese: solo quando il sacerdote asperse la bara di acqua benedetta, uno spruzzo dalla fronte del morticino le rimbalzò sopra la faccia. Rabbrividì, diventò più cupa, poi sospirò queste parole:
—Accetto lo augurio!
—Morire… non tocca a voi…
Tali accenti percossero improvvisi le orecchie di Beatrice, come se si fossero dipartiti dalla bara del morto: volse subito il capo, ma non vide alcuno prossimo a lei. La calca dei famigli e degli incappucciati si allontanò dalla chiesa seguitando i sacerdoti; poi a mano a mano quella dei cristiani accorsi dal vicinato. I Cènci rimasero soli col morto. Il popolo di buone viscere piange facilmente alle sventure altrui; ma dura poco, perchè le proprie gli consumano tutto il suo pianto, e qualche volta non basta.
Stavano tutti genuflessi, riposando il corpo sopra le calcagna, col capo dimesso, e le braccia, con le mani incrocicchiate, pendenti giù lungo le cosce. Beatrice sola, che non aveva lasciata un momento la pristina sua positura, scuote ad un tratto la testa, guarda con occhi torvi quei miseri, e con gesto imperioso esclama:
—A che piangete voi? Alzatevi! Sapete voi chi ci ha ucciso questo fratello? Lo sapete voi? Voi lo sapete, sì; ma tremate di pensarne perfino il nome dentro il vostro cervello. Quello, che non ardite pensare nel vostro segreto voi, io lo rivelerò a voce alta: lo ha ucciso suo padre… il padre nostro… Francesco Cènci.
I prostrati non si mossero, ma raddoppiarono i singhiozzi.
—Levatevi su, vi comando; qui ci vuole altro, che pianto! Bisogna provvedere alla nostra salute, e subito, se non vogliamo che nostro padre ci ammazzi tutti.
—Pace, figliuola mia, pace; che è peccato lasciarsi vincere dalla collera, rispose Lucrezia: vieni, inginocchiati anche tu, e sottomettiti al santo volere di Dio.
—Che dite voi, signora Lucrezia? Credete servire Dio, e lo bestemmiate. A sentirvi, Dio avrebbe creato l'acqua per annegarci, il fuoco per arderci, il ferro per tagliarci? Dove avete letto che il dovere dei padri sta nel tormentare i figliuoli, quello dei figliuoli nel lasciarsi tormentare?—Dunque non vi è limite, oltre il quale venga concesso di opporci? Qualunque ribellione è illegittima? La natura ha segnato le generazioni degli uomini col marchio in fronte:soffri, e taci?Vi ha qualche cosa peggio del parricidio? Ditemelo, perchè io conosco molte, ma per avventura non tutte le iniquità, che si commettono sotto il sole. Tre cose io comprendo che non si possono annoverare: le stelle nel firmamento, i pensieri maligni nel cuore dell'uomo, e le angosce dei disperati…; forse sono più… ditemelo. Signora Lucrezia, come amavate poco il povero Virgilio!…
—Come! non l'amava io? Questo caro figliuolo mi era diletto come se fosse nato di me.
—Davvero? Queste parole presto sono pronunziate, ma in fatto non è così. Amore di madre non s'immagina. Se voi lo aveste portato nelle viscere, se partorito con dolore, non piangereste, ruggireste adesso. Ma qual maraviglia se la voce del sangue non è più ascoltata dagli uomini, mentre non la intende neanche il cielo? Il grido di Abele oggi non arriverebbe più al cospetto del Vendicatore: perchè questo? Forse l'Eterno infastidito si tura le orecchie, o il grido del sangue si fece più fioco?—Ma se il cielo è diventato di bronzo, il mio cuore si mantiene di carne, e geme e freme e palpita come il cuore vergine di uno dei primi viventi… E voi, Giacomo, che pure siete uomo, o non sentite voi nulla qui dentro?—E la donzella si percosse il seno dal lato manco.
—O Beatrice, rispose una voce dal pavimento, e la profferiva Giacomo Cènci, io non sono più quello di prima: la parte migliore di me periva: io paio appena un'ombra, una memoria di me medesimo. Guardami… ti pare egli questo il sembiante d'uomo di venticinque anni? Che cosa posso io contro il destino? Mi sono dibattuto, più che non pensi, dentro la catena della necessità; l'ho morsa finchè non mi ha stritolato i denti; tu la vedessi! Ella è affatto nera pel mio sangue rappreso…
—Ma la mano trova un legno, ed ecco una leva capace a rovesciare una torre;—trova anche un ferro, ed ecco un martello per rompere, una spada per isgombrarci il cammino davanti; e poi l'amicizia moltiplica i capi e le mani…
—La sventura, sorella mia, è come una notte di dicembre; t'investe delle sue tenebre in guisa, che tu non vedi più alcuno, nè alcuno vede più te.
—Alza la voce nel buio; la conosceranno almeno i parenti: ho inteso dire che il peggior parente vale l'amico migliore.
—Vi sono sventure, come vi sono infermi a cui non vale virtù di senno, nè virtù di farmaco. Io non nego la pietà, la parentela, l'amore… io nulla nego; ma tutto in mano al potente diventa arme atta a percuotere, e in mano del debole diventa vetro per ferirlo. Contempla, sorella, quale e quanta sia l'abiezione a cui mi trovo condotto. Io non ho vesti per cuoprirmi; mi mancano perfino camicie: io non ho modo per curare la mondizie del corpo, di cui il difetto tanto umilia il gentiluomo. Ma questo sarebbe poco dolore se affliggesse me solo; ho quattro figli, e spesso mi manca tanto da sostentarli, non che d'altro, di pane. Dei due mila scudi annui, che il padre dovrebbe pagarmi per decreto del Papa, appena, ed a stento, mi dà la ottava parte; i frutti della dote di Luisa mi nega[13]; onde io sovente, tornando a casa, trovo i miei figliuoli nudi, la madre piangente, e tutti domandare del pane… Ah! che cosa posso darvi? Prendete, mangiate le mie carni. Sì, per Dio, le mie carni! egregio cibo, in verità, le mie carni estenuate dal digiuno, e riarse dalla febbre! Fuggo da casa mia per sottrarmi a cotesti gridi; ma la disperazione viene meco, e mi ricinge a mille doppi la vita con le sue spire orribili di serpe, mentre i suoi denti avvelenati mi mordono il cuore.
—Ma perchè non ricorriamo al Papa? Vi ricorse pure Olimpia, e con ottimo successo?
—E non vi ricorsi io? Mi prostrai ai suoi piedi; bagnai il pavimento di lacrime; pregai pei figli miei, per voi, ed anche per me: gli esposi a parte a parte le paterne enormezze; non gli nascosi nè anche le più riposte, e più infami; lo supplicai, per quel Dio che presume rappresentare in terra, a volerci prendere sollecito ed efficace riparo. L'austero vecchio non si commosse, non battè ciglio; mi pareva raccomandarmi alla statua di bronzo di san Pietro, di cui i piedi sono logori dai baci; e sempre freddi. Mi ascoltò con faccia di pietra; tenne ognor fitti nei miei gli occhi suoi grigi, e pesi come di piombo; poi pronunziò lento queste parole, che mi caddero su l'anima a modo di fiocchi di neve: «Guai ai figli, che manifestano le vergogne paterne! Cam per questo fu maledetto. Sem ed Jafet, che usarono reverenza al padre loro, furono all'opposto dilatati, e le loro generazioni abitarono nei tabernacoli di Canaan. Leggesti mai che Isacco mormorasse contro Abramo? La figlia di Jefet si ritirò forse su i monti per maledire suo padre? I padri rappresentano Dio in questo mondo. Se tu avessi tenuto reverente la faccia inclinata per adorare, non avresti veduto le colpe del tuo genitore, e non lo accuseresti: va in pace». E così favellando mi dimise dal suo cospetto. Ora tu lo vedi a prova: Olimpia adoperando gli argomenti medesimi potè trovare la via della grazia nel cospetto del Papa: io, invece, trovai quella della indifferenza, o dello sdegno: qui dentro vi ha un destino, che vuole così. Che cosa può l'uomo contro il destino?
—Può morire.
—Sì, eh! Ma tu non hai figli, Beatrice; tu non hai sposo, come ho io sposa amante, ed amata. Se non fossi padre, chi sa da quanto tempo avrebbero ripescato il mio cadavere ad Ostia; ma un giorno o l'altro, pur troppo! vedo che cotesta sarà la maniera di liberarmi da questa quotidiana, ed insopportabile disperazione. Davvero mi sembra nuotare a ritroso alla corrente di un fiume, e a mano a mano sento venirmi meno la lena alle braccia, e i piedi farmisi ogni ora più pesi.—Oh! tu sapessi, quando passo vicino al Tevere, come il fiotto dell'acqua, che si rompe per le pigne del ponte, mi pare che dica:—quanto tardi!—Ma certo in questo modo ha da finire… anche Beatrice me ne conforta… un sepolcro di acqua!
Beatrice alle parole di Giacomo aveva mutato colore più volte: una forza interna visibilmente la spingeva a parlare; pure si trattenne finchè, riassunta una mesta tranquillità, abbassò il capo, stese la mano verso Giacomo, e favellò pacata:
—La empietà allaga la terra come il diluvio universale!—Fratello, io ho profferito stolte parole… perdona, ed oblia.
—Ora sorgi… Chi troppo si curva alla terra, i suoi consigli si risentono di fango… Vieni, e sii uomo. Io nell'impeto del mio dolore diffidai della misericordia di Dio; egli mi ha perdonato, perchè sento scendermi su l'anima la serenità, foriera del buon consiglio…
—Tra l'altare e i sepolcri si congiura qui…?
Un brivido ricercò le ossa dei Cènci: volsero la faccia spaventata, e videro il vecchio Conte, come se fosse uscito fuori del pavimento, livido in volto, tutto abbigliato di nero, col tòcco vermiglio in capo secondo che allora costumavano i patrizii romani. La sembianza del fiero vecchio era quieta di paurosa tranquillità; impenetrabile e sinistra come quella della sfinge. Si restrinsero insieme, tacquero; non osarono levare gli occhi, nella guisa che gli uccelli, tacendo acquattati sotto le foglie, allo accostarsi del falco s'immaginano non essere veduti. Sola Beatrice gli stette ferma, e risoluta davanti.
—Testimoni i santi, egregi figli congiurano la morte del padre scellerato.—Fatevi oltre… chi vi trattiene, via? Di che temete? Quale può opporvi resistenza un vecchio inerme, e solo? Acconcio è il luogo… presente il Dio… preparato l'altare… pronta la vittima… dove avete, sciagurati!, il coltello?
E poichè tutti, presi da stupore, stavano muti, Francesco con voce pacata continuò:
—Ah! voi non osate… i miei occhi vi spaventano?… a veruno di voi basta il cuore per guardarmi in volto? Poveri figliuoli! Or via, se nol sapete, v'insegnerò io il modo per consumare il vostro disegno con sicurezza piena… con tutta la viltà di cui siete capaci. Quando la notte è cheta, e vostro padre… Francesco Cènci… insomma, io dormo… allora i miei occhi non vi metteranno spavento… cacciatemi presto presto un ferro ben tagliente—un pugnale bene appuntato da voi tra un rosario e un altro—qui—sotto la mammella manca… vedrete come penetra agevolmente. È un filo la vita del vecchio: anche la mano di un fanciullo… anche la zampa di questo ragnatelo (—e così favellando sollevò la destra del morticino, che poi rilasciò cadere con infinito disprezzo sopra la bara—) potrebbe tagliarlo.
E siccome alcuni, come inorriditi, si nascondevano la faccia, il Conte colla stessa orribile ironia riprese:
—Capisco… anche tacendo vi fate intendere. A voi la morte non basta… volete godere il frutto del vostro delitto. Sta bene, e a me pure importa l'onore della famiglia; nè per cosa al mondo sosterrei, che la mia stirpe rimanesse infamata con la pena… il delitto è nulla. Uditemi dunque… noi siamo fra parenti… non vedo alcuno, che ci possa tradire:—porgetemi una bevanda medicata… che faccia dormire… il regno della natura va copioso di piante che hanno siffatta virtù! O natura,alma parens, tu fino dai primi giorni della creazione producendo tante erbe venefiche presentisti i bisogni futuri, e i desiderii dei figli… come questi, che uscirono dal mio fianco amorosi, e dabbene… Provvidissima madre! Vedete… precipitarmi giù dai balconi, a meno che non fossero altissimi, io non vi consiglierei; avvegnadio il caduto di rado rimanga morto sul colpo, e la forza del dolore potrebbe allora strapparmi dalla bocca un segreto, che il cuore invano si affaticherebbe a nascondere.—Potreste ancora… sì, per san Felice patrono della nostra famiglia… questo parmi un partito veramente imperiale e reale;—potreste imitare il re Manfredi, il quale se non può celebrarsi affatto come un santo, nemmeno si può dire demonio, poichè Dante lo pone nel Purgatorio; e il fatto seguente ve lo chiarirà. Tardava a Manfredi eredare il regno della Sicilia, e allo imperatore Federigo suo padre non tardava punto morire: come si fa? La vita degli autori sta in contradizione con quella degli eredi. Vi ha chi fa professione di aiutare il parto: qual danno trovereste dunque ad aiutare la morte? Tutto sommato, chi sa se ringraziereste più la balia del primo, o la balia della seconda; e se la viltà non tenesse la bocca del sacco alla vita, la ragione non lascerebbe vincersi dalla disperazione per gittarla al diavolo:—ma via, mettiamo questo da parte… compatisco la vostra impazienza… e voi perdonatemi la mia prolissità; non fosse altro in grazia della lezione per liberarvene perpetuamente. Manfredi leggeva accanto al letto del padre; gli occhi del vecchio erano diventati gravi… si addormentò profondamente così, che un lieve alito ne svelava la vita… un alito capace appena di appannare un cristallo, di muovere una piuma… lembo estremo di ruscello, che si perde fra la sabbia… Il padre aveva torto a conservarlo; al figlio non correva obbligo di rispettarlo… insomma, un fiato come il mio… Manfredi prese un piumino di sotto al capo del padre, e glielo pose sopra… cosa, come vedete, di nessun momento… un motoa quo, come insegnano i grammatici; e poi saltò sul letto, e con ambedue le ginocchia gli compresse il seno, con ambedue le mani il piumaccio contro le narici e la bocca… e così stette finchè non ebbe perduto un padre che non gli premeva nulla, ed acquistato una corona che gl'importava moltissimo…