—Ma Giacomo afferma che voi gliela trattenete, e che gli gettate pochi scudi, così di tanto in tanto, piuttosto in segno di oltraggio, che in sollievo della sua miseria…
—Egli lo afferma? E forse anche lo giura con la stessa parola di gentiluomo onorato con la quale vi accertava me sciente, e consenziente del vostro matrimonio?—Io non vi giuro, perchè mi è stato insegnato che il parlare del Cristiano ha da essere: sì, sì; no, no…Ma ecco, chiaritevi di per voi stessa sopra i libri di casa (e preso un libro di ricordi lo aperse, glielo pose sott'occhio segnandole col dito diverse partite, che la nuora si astenne di leggere) se gli sia stata pagata, o no, la pensione pattuita. Poichè questo sciagurato riduce il suo genitore alla umiliazione di giustificarsi, le pietre stesse insorgeranno per fare testimonianza contro di lui.—Calunnia—e sempre calunnia ingiustissima; eppure non è la più trista delle colpe, che deva rimproverare a Giacomo il mio cuore paterno! Ma i miei dolori devono rimanere sepolti qua dentro. Ahimè! Francesco Cènci, quanto sei misero padre, ed infelice vecchio…Ahimè!—E si cuopriva con ambedue le mani la faccia.
Luisa alla venerabile sembianza, allo accento di uno affanno così profondo si sentiva commossa. Il perverso, sempre con voce di lamento, proseguiva dicendo:
—Potessi almeno trovare un cuore col quale sfogare la immensa amarezza dell'anima mia!…
—Padre mio!—Signor Conte…ed io pure sono madre e sposa infelicissima,—sfogatevi…noi piangeremo segretamente insieme…
—Egregia donna! Mia buona figliuola! No—no—la religione della moglie consiste nello stare attaccata come osso a osso all'uomo, che scelse a suo compagno nella vita:—però io devo astenermi dalle parole, e forse ne ho favellate troppe, chè potrebbero farvelo amare meno… O Giacomo! quanta notte di angoscia tu versi sopra gli estremi anni del tuo povero padre! Ecco mi è ignota la faccia dei miei nepoti—gentile orgoglio degli avi.—Noi potremmo vivere tutti sotto il medesimo tetto, uniti nella benedizione di Dio! Questo palazzo è troppo vasto per me; io lo percorro solitario, e assiderato; io, che dovrei specchiare le mie sembianze rinnuovate nelle sembianze dei miei nepoti—io, che dovrei riscaldarmi nelle loro carezze; tra i cuori nostri, che anelerebbero accostarsi, e le nostre persone sorge un muro di bronzo; e tu, sciagurato Giacomo, ne sei stato l'artefice!
Luisa, considerando la sembianza del vecchio tinta nella cenere dell'odio, temè avere aggravata soverchiamente la sorte del marito. Onde cauta si ritrasse domandando pacata:
—E tanto vi offendono, Padre mio, le colpe del vostro figlio, che la speranza di un meritato perdono non possa scendere mai dentro il vostro cuore paterno?
—Io lascio giudicarlo a voi. Vi rammenterò cosa, la quale per essere conosciuta universalmente mi dispensa da rinnuovarne l'acerbo racconto. E chi fu quegli che condusse Olimpia a dettare lo scellerato memoriale al Papa, per cui mi svelsero dalle braccia cotesta figlia traviata con tanta ferita al mio cuore, e danno della mia reputazione?—Giacomo.—Chi procurò che cotesto libello infamatorio pervenisse nelle mani di Sua Santità?—Giacomo.—Chi fu che, prosteso ai piedi del Vicario di Cristo, lo scongiurò con sospiri e con lacrime della mia morte?—Chi?—Un nemico, forse? L'erede di uno, a cui io avessi dato la morte?—No—Giacomo—l'uomo, che mi deve la vita…
—O Padre mio, deh! via, placatevi: forse vi riportarono di Giacomo più, e peggio di quello ch'ei dicesse o facesse. Il vostro antico senno conosce l'usanza pessima dei servi di mettere male del caduto in disgrazia presso il padrone, ingegnandosi di venirgli in grado coll'aggiungere legna al fuoco.—E se anche i falli del vostro figliuolo fossero gravi come voi dite, risovvengavi ch'egli è vostro sangue;—risovvengavi che il nostro Signore Gesù Cristo perdonò a coloro che lo avevano crocifisso, perchè non sapevano quello che facevano…
—Ma Giacomo sa troppo bene quello che si faccia. Ogni giorno egli cresce nella sua empietà:—ogni ora egli si affatica a togliermi la fama, e questo avanzo infelice di vita …—Ferocemente impaziente il figliuolo meraviglia della lentezza della mia morte, a cui crebbe le ali con tanti desiderii.—Senti, figlia mia; e se lo impeto gitta l'argine e trabocca, tu vogli perdonarmelo. Però questi orrori, io ti raccomando stieno fra Dio, me e te: soprattutto i miei nepoti gl'ignorino sempre, onde non imparino ad aborrire il padre loro.—Ora sono pochi giorni egli venne qui a pervertirmi Beatrice e Bernardino, persuadendoli perfidamente avere io procurato la morte di Virgilio; come se cotesto infelice fanciullo, per somma sventura sua e di me, non fosse colto dal male insanabile del tisico. Nè questo è tutto: giù nella Chiesa di san Tommaso, eretta dalla pietà dei nostri avi, e da me restaurata, mentre si celebravano esequie solenni all'anima del defunto figliuolo, convertita la bara in cattedra di abominazione, senza rispetto alla santità del luogo, ai sacri altari, alla religione del rito, al Dio presente, congiurava con gli altri traviati figliuoli e la consorte—la morte mia…—Tu fremi, buona Luisa?—Sospendi il tuo orrore, chè avrai a fremere di bene altre cose poi. Quando io, misero padre! mi faccio a piangere sul cadavere dell'angelica creatura, avanti tempo chiamata a vita migliore, io non so quale o nuova insania, o inaudita rabbia gli strascinasse… ecco mi rovesciano addosso il morticino… mi percuotono… mi feriscono… Guarda, figlia, di per te stessa, esamina… io porto impressi nel volto i segni del sacrilego attentato…
Qui si fermò come rifinito dall'atroce memoria; quindi, in suono di pianto, riprese a favellare:
—D'ora in avanti, quando mi verranno incontro i miei figliuoli… Giacomo sopra tutti… sai tu, che cosa mi toccherà a fare? Tentare se mi abbiano bene affibbiato il giaco… frugare se mi sia dimenticato il pugnale. Tra lui e me porre un cane fedele, che dal suo furore mi preservi la vita… Sì, un cane; poichè il mio sangue mi procede siffattamente nemico. Sfiduciato della razza umana, bene è forza che io cerchi la mia difesa fra le bestie:—anzi questo cane io aveva, e fedelissimo a prova… ed essi me lo hanno ammazzato di un colpo di spada nel cuore… truce presagio di ciò che riserbano al padre loro.—Già da qualche tempo m'invade un pensiero… che, nato sul mio doloroso guanciale, ha preso a impadronirsi di me come idea fissa… ed è se io debba permettere ch'essi consumino il parricidio, o piuttosto, troncando con le mie proprie mani questa misera vita, risparmiare in un punto a loro la infamia e la pena del delitto, a me il supplizio incomportabile di vivere. Ah! Signore, quanto è dura necessità questa di perdere l'anima loro, o la mia!
Qui piegata alquanto la faccia fissava certa lettera di Spagna, la quale gli porgeva notizia della morte che si presagiva imminente di Filippo II, da lui sopra ogni altro re ammirato, e nel suo segreto pensava:—lui avventuroso che prima di morire potè fare strangolare il figliuolo, e ne fu benedetto da Santa Madre Chiesa!—[2]
Intanto fu bussato pian piano all'uscio della stanza. Il Conte, rialzato il capo, con voce ferma ordinava:
—Avanti…
Comparve Marzio, il quale dopo qualche esitanza, veduta ch'ebbe la donna, favellò:
—Eccellenza… il tabellione…
—Aspetti. Fatelo passare nella stanza verde onde possa assettarsi a bell'agio…
—Eccellenza, egli mi ha commesso annunziarle, che faccende urgentissime lo chiamano altrove…
—Per dio! Chi è costui, che ardisce avere una volontà diversa dalla mia—e per di più in mia casa?—Quasi, quasi io sarei tentato fargli come a Conte Ugolino, e gittare le chiavi nel Tevere. Andate, e non gli permettete uscire senza il mio consenso…
La rabbia appena repressa con la quale il Conte fremeva queste parole, avrebbe fatto avvertito agevolmente chiunque vi avesse posto mediocre attenzione, della ipocrisia da lui adoperata nei suoi colloquii fin qui; ma Luisa teneva la mente rivolta altrove, e lunga ora stette col capo dimesso al pavimento come persona affatto avvilita, incapace a formare un concetto, o profferire una parola. Il Conte la sogguardò sospettoso, e poi riassicurato riprese:
—Però non mi diparto dal mio proponimento, che i figli non hanno a portare il peso delle iniquità paterne. Questa legge, severa troppo, venne mitigata dalla dottrina di Cristo… ed io sono cristiano. Voi mi cogliete nel punto in cui vado a ridurre ad effetto questa mia convinzione. Ho disposto instituire eredi delle mie facoltà libere i vostri figliuoli: pei fidecommissi sto sicuro perchè non possono essere ipotecati, molto meno alienati; dalle rendite dei fidecommissi in fuori altro non può sprecare Giacomo vostro, e dovrà suo malgrado rendere un giorno i fondi inalterati al maggiorasco. Voi nominerò amministratrice dei beni liberi; e spero, che dopo aver provveduto onoratamente alla famiglia, potrete avanzare tanto che valga a crescere il patrimonio. Io desiderava consultarvi in proposito; ma non poteva rivolvermi a mandarvi a chiamare, dubbioso se voi avreste tenuto lo invito. Ora poi che siete venuta spontanea, confesso che Dio vi ha proprio ispirata. Anche i ciechi dovrebbero vedere qui dentro il dito della Provvidenza.
Quantunque Luisa, come tutte le madri, sentisse maravigliosa compiacenza delle ottime disposizioni dell'avo a favore dei suoi figliuoli, pure, come donna virtuosa, non potè trattenersi da osservare:
—E la signora Beatrice, e don Bernardino?…
—Beatrice ha già stanziata la dote, sufficientissima a qualsivoglia gran dama. Bernardino ha da tirarsi innanzi per la prelatura, e Casa Cènci possiede in copia giuspatronati fra i più cospicui di Roma.
—E gli altri figli?
—Chi figli?…
—Don Cristofano e don Felice…
—Essi? Oh! essi, la Dio mercede, sono già provveduti, e non hanno bisogno di niente—rispose il Conte; e i suoi occhi si raggrinzarono, e la pupilla costretta mandò fuori un lampo di riso maligno…
—Don Francesco non mi muove curiosità, ma voglia di non comparire alla mia coscienza cupida del bene altrui, nello insistere a sapere come venne provveduto ai miei signori Cognati…
—Essi hanno sposato una potentissima dama che fa loro le spese, e come a loro le può fare, e le fa ad altri ben molti…—Di ciò, se vi piace, parleremo altra volta, donna Luisa, e con agio maggiore…
—Signor Conte, prima di lasciarvi—e donna Luisa esitò uno istante; poi amore di madre vincendo la donnesca alterezza, fattasi coraggio riprese:—io vorrei esporvi la causa, che mi persuase di venire a inchinarvi…
—Ditela…
—Se i miei voti saranno ascoltati in cielo voi vivrete anche cento anni; e i miei figli, intanto, stremi di tutto…
—Ah sono pure il solenne smemorato!—incominciò a dire don Francesco toccandosi lieve lieve il capo, e come se favellasse seco medesimo.—Povera donna! ha ragione.—Sopra il piatto di cotesto sciagurato ella non può fare assegnamento, dacchè ei lo spende fuori di casa con altra femmina che ama; con altri figli, che più dei legittimi formano la sua tenerezza…
—Come! come!—proruppe Luisa afferrando con ambedue le mani il braccio destro al suocero.—Dunque, don Francesco, lo sapete anche voi?
—Signora nuora—replicò il Conte con volto austero—io vo' che sappiate, il cuore d'un padre non essere meno geloso della fama dei figli, di quello che il cuore delle mogli nol sia per lo affetto dei loro mariti; ma nel naufragio di ogni onesto sentimento di Giacomo tutti dovevamo perdere… voi uno sposo… io un figlio.
—Luisa mandò un profondo sospiro.
—Ora uditemi, donna Luisa. Io vi somministrerò volentieri il danaro necessario ai bisogni della vostra famiglia; se non che intendo che voi vi leghiate con giuramento ad osservare certa condizione, che vi dirò. Io poi non esigo che voi v'impegniate a chiusi occhi; mai no: io vi dichiarerò la condizione, e la causa della medesima; onde se voi troverete, come non dubito, quella discreta, e questa tendente al bene dei vostri figliuoli, voi la giuriate con libertà e coscienza.
—Don Francesco vi ascolto.
—Voi altre buone femmine, comprese interamente da un solo amore, presto ponete giù l'ira che v'infiamma contro l'oggetto delle vostre legittime affezioni:—voi siete vele, che vi sgonfiate ad ogni lieve calare del vento… Oh! so bene io quanta virtù abbiano due lagrimette e un bacio a placare le più fiere procelle matrimoniali. Giacomo già parmi vederlo assoluto, e a mille doppii più amato da voi amantissima sposa: allora voi gli confiderete il danaro, e il modo col quale lo avete ottenuto da me; ed egli (lasciate fare a lui!) troverà bene la via di carpirvi la moneta;—ed io, invece che serva ad alimentare i miei nepoti, vedrò con dolore averla data ad alimentare i suoi laidi costumi. D'altronde io presagisco, che anche da questo atto trarrà argomento di calunnia contro di me: ed io non vorrei che un benefizio mi fruttasse nuove amarezze. Non paionvi sufficienti quelle che patisco? Sono indiscreto forse, se io procuro non crescerne il carico? Ora io desidero, che per cosa al mondo voi non gli riveliate possedere moneta; e molto meno poi la parte dalla quale vi viene. Sembravi questa condizione tale, che possa rifiutarsi da voi?
—No certo; voi mi consigliate perbene, ed anche senza condizione io mi sarei comportata nel modo che vi piacque indicarmi.
—Tanto meglio. Ecco qua una santa reliquia.—Così dicendo il Conte si trasse dal seno una crocellina di oro, e, presentatala alla nuora, aggiunse:—giurate per questa croce benedetta sul sepolcro del nostro Signore, per la salute dell'anima vostra, per la vita dei vostri figliuoli, che voi osserverete la promessa…
—Non fa mestiero di riti tanto solenni, rispose Luisa sorridendo a fiore di labbri:—ecco, io ve lo giuro…
—Sta bene: adesso togliete quanto vi aggrada; e sì dicendo aperse uno scrigno pieno di monete d'oro di varia ragione;—e siccome la gentildonna vergognando si peritava, il Conte insisteva:—ma prendete—prendete… sarebbe strana davvero, che tra padre e figlia si facessero tanti rispetti. Orsù, via, farò da me;—e riempita una borsa gliela consegnò. La gentildonna diventata vermiglia, lo ringraziava con un cenno affettuosissimo del capo.
—Prima però che prendiate commiato, mia cara signora nuora, udite un'altra parola…—perchè voi comprendete ottimamente come malgrado le ingiurie atroci con le quali Giacomo mi ha offeso—e continuerà pur troppo ad offendermi—egli sia sempre mio sangue.—Non vi stancate di tentare ogni mezzo per ricondurre cotesto traviato al mio seno… chiudete l'occhio alle sue infedeltà… soffrite gl'insulti… obliate ch'egli ha procreato altri figli, che non sono vostri;… che mentre ai legittimissimi vostri fa mancare le cose al vivere necessarie, prodiga ai figli naturali altrui—anzi adulterini—moneta, onde compaiano vestiti di broccatello di argento, e di oro… Perdonatelo, convertitelo, riconducetemelo insomma; le mie braccia stanno sempre aperte per lui…. il mio cuore sempre pronto a dimenticare ogni cosa in un amplesso sincero:—affaticandovi a ridonarmi un figlio voi ricupererete in un punto il padre ai figli vostri, lo sposo a voi. Oh se questo potesse accadere prima che i miei occhi si chiudessero!… Certo la mia vita non è stata altro che affanno, e già sta presso a cessare…. ma qualche volta accade che i giorni procellosi si rasserenino verso sera, e un raggio di sole languido, ma benedetto,—tardo, ma desiderato,—venga a salutare con uno addio di amico colui che sta per partire….
—Don Francesco, voi mi avete riempito così di maraviglia, di tenerezza e di gratitudine, che io non so in qual modo significarvelo con parole. Valga in difetto questo bacio, che io imprimo con tenerezza di figlia sopra la vostra mano paterna. Ma quantunque io senta che dei tanti benefizii, di cui mi avete colma, non sarò per potermene sdebitare giammai, pure vi supplico a degnarvi d'aggiungerne un altro—ed è: di compiacervi a raffermare quel famiglio, che voi avete licenziato per colpa mia…
—Egregia donna!—Non io, Luisa, ma voi gli rimettete il fallo; avvegnachè io lo avessi congedato a cagione della mancanza di rispetto con la quale mi aveva favellato di voi.
Qui agitava il campanello, e apparve uno staffiere di sala.
—Ciriaco.
Ciriaco veniva, umiliando il capo fino a terra.
—Ringraziate donna Luisa dei Cènci mia clarissima nuora, che vi permette rimanere graziandovi il fallo commesso. D'ora innanzi emendatevi, e siate più riverente co' vostri superiori.
—Mia buona padrona e signora, disse Ciriaco gittandosele giù di rifascio in ginocchioni davanti, Dio le ne renda merito per me e per la mia povera famiglia, che senza la sua carità si sarebbe ridotta ad accattare…. e non avrebbe pane…
Luisa gli sorrise. Don Francesco accompagnò lei, invano supplicante a rimanersi seduto, con onesta cortesia fino alla porta; e quindi tornando addietro con presti passi, pose una mano su la spalla di Ciriaco; e squadratolo con biechi sguardi gli favellò così:
—Non solo adesso tu te ne andrai di casa mia;—ma di Roma altresì,—ma da tutti gli stati Pontificii ancora,—e subito;—se domani io ti sapessi qui, penserò da me stesso al tuo viaggio. Va senza guardare indietro: io non ho la potenza di convertirti in istatua di sale; possiedo semplicemente quella di convertirti in morto. Mettiti un sigillo su la bocca, la paura di me nell'anima; se i piedi ti venissero meno, continua il tuo cammino con le ginocchia carponi. Tu, che hai avuto la pericolosa curiosità di esaminare i costumi del tuo padrone, avrai notato com'egli non manchi mai a quello che promette. Esci, e ricorda che Dio non si osserva, ma si adora; ed ogni padrone, pei suoi servi o sudditi, ha da essere un Dio.
Coteste minacce e cotesto piglio gettarono tanto avvilimento nel cuore al servo, che si partì ratto da Roma insalutata la propria famiglia. Ad ogni muovere di foglia gli pareva avere alle costole qualche bravo del Conte Cènci; nè si quietò il suo affanno finchè ei non fu di molte miglia lontano da Roma.
———
—Ai comandi di vostra Eccellenza, disse il Notaro (con la familiarità servile consueta alla gente di toga) entrando nella stanza…
Il Conte, con superbia magnatizia rispose:
—Vi ho chiamato, Sere, per consegnarvi il mio testamento olografo: stendete l'atto di recezione, intanto che mando per testimoni idonei: fate bene, e spedito.
I testimoni vennero, e s'inchinarono; l'atto fu celebrato, e i testimoni partirono, e s'inchinarono senza parole; impassibili, piuttostochè ad uomini somiglievoli ad ombre. Il tabellione mentre ripiegava i suoi scartafacci si sentiva proprio morire non isciogliendo il freno alla garrulità, vizio che aveva comune a tutti i suoi confratelli in protocollo.
—Per bacco!, proruppe il Notaro, io so che vostra Eccellenza non ama osservazioni, epperò mi sono affrettato a servirla di coppa e di coltello:tutta volta peròmi pareva, che vostra Eccellenza non fosse intermini dirimpettoalla età perdevenirea questo atto,et voluntas hominis ambulatoria est usque ad mortem; sicchèin tanto si raggiunge meglio lo scopo della testamentifazione, in quantopiù si aspetta a farlo. Simili disposizioni patiscono della natura dei meloni, che stando molto colti senza mangiarli infracidano.
—L'uomo è egli padrone del domani? E gli uomini alla età mia si assomigliano agli ebrei nel giorno di Pasqua, col bastone in mano e i calzari in piedi pronti a partire. A me pareva non avere mai pace, finchè non avessi assicurato in modo fermo il destino dei miei figli e nepoti.
Il tabellione, che aveva un muso appuntato a modo di volpe, e il cervello eziandio, gli ficcò addosso due occhini lustri che parevano fatti col succhiello; e stringendo le labbra rise un tal sorriso di sorba acerba, che voleva dire: che con lui coteste lustre non valevano un lupino, e che quando al diavolo del Conte legavano il bellico, il suo andava ritto da se senza bisogno di ciuffolo.
—In quanto a questo poi, Eccellenza, osservò l'astuto notaro, non faceva mestiero che il suo cuore paterno si mettesse in ambasce, imperciocchè la legge provvidissima ripari a tutto. Sa ella, signor Conte, come noi altri, che ce ne intendiamo, si costuma definire il testamento? Atto illegittimo, col quale il padre di famiglia leva la roba a chi va.
Il Conte gli lanciò un'occhiata da tagliargli la faccia; ma il Notaro aveva mutato sembiante: adesso compariva semplice, come se egli avesse mosso coteste osservazioni più per dabbenaggine, che per malizia. Don Francesco non trovò a fare meglio, che imitarlo; sicchè con volto beato rispose:
—O guardate!… che mi troverò ad avere fatto un atto inutile? Mautile per inutile non vitiatur, come mi pare che insegnate voi altri curiali; e poi, quando non avesse servito ad altro, avrà procurato a me il piacere di essermi trattenuto con voi, a voi il piacere di avere guadagnato qualche ducato…
E largheggiando, come suoleva, nella mercede, don Francesco si levò prontamente dintorno cotesto importuno scrutatore delle cose sue, che si allontanò strisciando come una serpe, e ripetendo col pugno pieno di moneta:
—Troppo generoso! sempre magnifico! Dio la mantenga sano, e verde.
Rimasto solo, il Conte così andava mulinando da se:
—Ora i Cènci non godranno più della mia eredità libera: ho diseredato tutti i miei figli, nel caso che qualcheduno sopravviva[3];—peraltro io farò in guisa, per quanto sta in me, che questo non avvenga. La causa della diseredazione è la principale delle quattordici indicate da Giustiniano. Le mie volontà saranno rispettate. Per dio! Se i miei nepoti non si conducessero a divorarsi le mani per fame, io risusciterei per istrozzare i giudici che sentenziassero a loro vantaggio… E poi ho istituito eredi luoghi pii, corporazioni religiose, e simili mani morte. Mani morte!—Chiedea mattoni, e gli portavan rena… che torre di Babele è mai questa? Ormai bisogna riformare la lingua. Mani morte! Ne furono mai vedute in questo mondo più vive a prendere, e più dure a ritenere? Avanzano i fidecommessi! Immenso tesoro! Ora come adopererò io per svincolarli, e disperderli? Bisognerà che io me la intenda col Cardinale Aldobrandino: costui prenderebbe anche lo inferno per raccattarvi cenere. Quale avarizia feroce! Trama di prete romano, e orditura di mercante fiorentino! Io credo fermamente, ch'egli abbia provato a trarre sangue dai sassi del Colosseo. Ma per levare ai lupi mi è d'uopo gettare alle jene… fiere contro fiere… dura necessità! ma sia;—purchè rimangano ignudi i miei figliuoli, venga anche il diavolo, e si vesta del mio mantello.—La onorevole figura che farebbe il diavolo,col mio mantello scarlatto trinato di oro! Nessuno presuma accusarmi di non aver lasciato sostanza ai miei figliuoli e nepoti, chè avrebbe torto. Come Timone lasciava agli Ateniesi il fico del suo campo onde vi si potessero impiccare a loro bell'agio, io lascio in retaggio ai miei discendenti il Tevere perchè vi si affoghino dentro[4].
[1] Il Cardinale Dubois, ministro di Filippo d'Orleans durante la minorità di Luigi XV, vero tipo di dissolutezza e di furberia, aveva preso ai suoi stipendii certo cocchiere, il quale una volta si vantò, che quando il suo padrone usciva da qualche palazzo, egli, fissandolo in volto, dalla fisonomia di lui era capace indovinare se il Cardinale avesse causa di tenersi malcontento, o soddisfatto; e giuocava di più, di cogliere nell'argomento di cui egli avesse potuto tenere colloquio. Il padrone, saputo il vanto del cocchiere, lo mise alla prova; ed avendo trovato che più spesso che ei non avrebbe voluto costui dava nel segno, chiamatolo a se molto lo commendò della perspicacia sua; ma donatagli buona somma di danari, gli ordinò che uscisse più presto che di passo fuori di casa sua.—Racconta questo fatto, con altri curiosissimi, il sig. GIOIA nel suoGalateo.
[2] Quantunque la morte di Filippo II si prevedesse imminente, tuttavolta visse più di Francesco Cènci; conciosiachè questi venisse ammazzato nella notte dell'11 al 12 settembre 1598, e quegli morisse il 13 dei medesimi mese ed anno alle cinque di sera. Orribili furono i patimenti dello scelleratissimo re; egli di per se stesso, scrivendo al suo figliuolo Filippo III, li racconta: importerebbe assai che li conoscesse la gente; ma superando il documento lo spazio discreto d'una nota, è mestiero riservarlo a qualche altra opportunità.
[3] La diseredazione di Giacomo, ordinata dal padre suo Francesco Cènci, è cosa fuori di dubbio; avvegnadio si ricavi dal chirografo spedito da Clemente VIII a Monsignor Taverna, rammentato nelle note precedenti: «Francisci testamentum in quo Jacobum…… exeredavit, sive ejus successione privavit».
[4] PLUTARCO narra diversamente il caso di Timone ilMisantropo. «Un giorno, egli dice, Timone si presentò alla bigoncia. Il popolo trasse ad ascoltarlo, ed egli favellò così: «Ateniesi, io possiedo un campo; adesso sto per fabbricarvi sopra una casa; in mezzo a quello sorge un fico bellissimo, dove parecchi dei miei concittadini presero la lodevole usanza di andarsi ad impiccare: ond'io (non volendo così repentinamente privarvi di un tanto benefizio) vi avviso, che se qualcheduno avesse voglia di fare questa faccenda si affretti perchè, da quanto avete sentito, non ha tempo da perdere».
Cènci. «Benvenuti, amici e gentiluomini; benvenuti, principi e cardinali, colonne della Chiesa, che onorate il nostro festino con la vostra presenza … quando avremo ricambiato insieme un brindisio due, voi vorrete reputarmi carne e sangue come siete voi, peccatore invero; da Adamo in poi siamo tutti così; ma compassionevole, mansueto e pietoso».
SHELLEY,Beatrica Cènci.
È bello vedere il tremolio azzurro e di oro delle acque marine, però che esse abbiano senso d'amore, e voce fatidica.—Al raggio della luna, che di loro s'innamora, palpitano di piacere.—Parlano, quando si succedono come lacrime lungo le sponde, una lingua di pianto, composta dei gridi dei naufraghi raccolti per tutta l'ampiezza della sua superficie: pei liti del mare Egèo ripetono un lene lamento di lira, poichè Saffo immergendosi in coteste acque vi lasciasse la sua vita ed il suo amore.
È bello vedere il Sole prorompere nella magnificenza dei suoi raggi dai patrii colli, e accendere con uno sguardo la vita per la terra e pel cielo; ed è pur bello, affacciati da una balza, mirarlo quando tramonta, e lascia dietro a se una nebbia dorata, come un monile che donava alla donna dei suoi pensieri il cavaliere in procinto di partire per terre lontane; o nuvole tinte in porpora, quasi mantello reale consegnato alle ore sue ancelle prima di andare a giacere, per ripigliarlo al suo svegliarsi domani. Allora gli uccelli traversano rapidi i cieli chiamando la famiglia a raccolta, e raddoppiano il canto o per amore della luce che si spenge, o per paura delle tenebre che nascono: pei campi il tintinno dei campanelli raduna gli armenti alle stalle: dall'alto dei campanili la squilla con tocchi dolenti annunzia essere giunta l'ora delle gioie domestiche e delle memorie. Invano! Non tutti gli uomini amano il focolare di famiglia, e la preghiera pei morti; molti, all'opposto, spiano dallo spiraglio della finestra quando il giorno cessa, e respirano più liberi al calare della notte, però che i pensieri e le opere loro sieno di tenebre. Ed io, che pure non amo le tenebre, non rispondo alla chiamata. Qual è la stanza che mi attende? La cella del prigione solitaria, nuda, gelida, dove non odo altro che il gemito di qualche infermo, o l'agonia di un morente perchè fa parte d'un ospedale di condannati[1].
Sopra lo spalto dell'antica fortezza di Volterra contemplo i colli lontani di azzurri e lieti farsi neri e minacciosi, simili ad amici che ti abbiano tradito, o di beneficati che, giusta il costume, ti paghino il debito in moneta d'ingratitudine. Le nuvole, poco fa sfavillanti dei colori della madre perla, diventano fosche come i ricordi della passata felicità; si affacciano oscuri al travagliato dalla presente sciagura. Alcune vele bianche passano, e si perdono per la caligine del mare Tirreno a modo dei pensieri, che si sprofondano nel buio della meditazione. Il fiume antico della Cecina avvolgendosi con infinite curve per la campagna, par che fugga di perdersi nel mare, come la vita tenta ogni sforzo per sottrarsi alla morte irreparabile. Scorri, o fiume, più rapido dove ti spinge necessità di natura, e non trattenere con inani conati le tue acque,—perchè tutto incalza un fato supremo. Come rami di albero, o manipoli di paglia, sopra la tua corrente reami e popoli galleggiano sul fiume del tempo per traboccare nella Eternità.
Poichè tutto muore, deh! possa sovvenire a noi miseri il conforto di poter volgere nella fossa alla cenere, che ci sta accanto, queste parole: «Tu sei formata di ossa felici, non innocenti; godesti assai—fatti in là—e non usurparmi le lacrime di cui mi consolano i superstiti come me miseri—e come me pietosi. A Dio piaccia, almeno nei sepolcri, separare le ossa innocenti dalle ossa malvagie!»
Molte sono le cose che appaiono belle nel creato: o perchè veramente tali sieno per se stesse, o pei pensieri che suscitano; ma nessuna riesce più stupenda all'occhio del padre quanto la faccia dei suoi figliuoli. Gli occhi dell'uomo furono inebbriati, quando prima contemplarono le care sembianze della donna che adesso è madre dei suoi figli, e se ne rallegrano ancora; ma o lo splendore della bellezza si offuscò, o la virtù degli occhi decrebbe, avvegnadio egli possa di presente guardarla senza che l'anima dentro gli tremi;—ma la gioia, che nasce dalla vista dei figli, non viene mai meno. Come la sostanza odorosa che si ricava dal muschio per emanare di effluvii non diminuisce di volume o di peso, così lo affetto paterno non menoma la sua intensità. I figli sono la corona della vita dei padri; essi ci sopravvivono a modo del profumo che avanza dallo incenso consumato dal fuoco; essi vanno ai posteri messaggeri e testimonianza dello ingegno e delle virtù degli avi.—Amati, se non leggiadri (perchè la luce dell'anima rende gioconda qualsivoglia sembianza);—doppiamente amati se belli;—dilettissimi sempre se la Sapienza toccò con le ali infiammate le loro teste, o se ebbero, nascendo, meno benigno il raggio delle stelle, purchè virtuosi di cuore, e d'anima intemerata;—imperciocchèil grande intelletto sia grazia di Dio; ma la rettitudine è retaggio, che ogni creatura può, e deve comporre con le forze dell'anima propria».
———
Don Francesco Cènci aveva imbandito un sontuoso banchetto un festino reale in verità. Dentro vastissima sala, di cui la volta appariva dipinta stupendamente dai migliori maestri di cotesta età non ancora interamente corrotta, stavano dirizzate le mense. Intorno alla sala ricorreva un cornicione bianco e dorato, sostenuto a uguali intervalli da pilastri parimente bianchi frastagliati d'arabeschi di oro. Gli spazii da un pilastro all'altro erano coperti di specchi alti meglio che otto braccia; ma perchè l'arte, che allora fioriva a Venezia, non sapeva anche fabbricarli di un pezzo solo, erano connessi insieme in più frammenti; e per cuoprire le giunture con leggiadro trovato vi avevano dipinto amorini, e fronde, e frutti, e fiori, e uccellini di varia ragione, oltre ogni credere vaghissimi: otto porte andavano guarnite di portiere di broccato, di cui il fondo bianco di raso, gli orli in rilievo a fiorami di oro, in mezzo lo scudo gentilizio co' suoi colori bianco e vermiglio.
Tutto, insomma, appariva magnifico; stoffe, specchi e dipinti; se non che la pittura, di scuola bolognese, ostentava dovizia, non potendo oggimai più comparire bella nella sua semplicità.
La Pittura, toccato ch'ebbe con Raffaello il grado supremo della perfezione, decadde secondo il fato naturale di tutte le cose quaggiù. Però in talune la decadenza avviene inevitabilmente, imperciocchè abbiano perfettibilità definitiva; in tali altre, all'opposto, la decadenza è accidentale, essendo di perfettibilità indefinita. La poesia deve annoverarsi fra le seconde, la pittura fra le prime. La ragione poi della differenza parmi questa, che scopo della pittura essendo riprodurre in immagine gli oggetti, tanto più apparisce pregievole quanto meglio esattamente gli ritrae:
Morti gli morti, i vivi parean vivi; Non vide me' di me chi vide il vero[2].
Ma la poesia si feconda non solo dalla percezione fisica degli obietti, sibbene ancora da argomenti del pensiero, e dagl'impeti della passione. Irradiando gli occhi, il cuore e lo intelletto con iride perpetuamente screziata di moltiplici colori, fa sì che sempre varii e sempre inesausti si diffondano i suoni della lira immortale. Raffaello sta come Signore della Pittura, nè per ora alcuno seppe superarlo, e forse nol supererà giammai, essendo singolare la via che conduce a cotesta eccellenza. Molti poi scintillano astri maggiori del canto, però che i pellegrini intelletti nello sterminato firmamento della poesia possano percorrere il volo che il genio loro consiglia, e le ali sopportano.
Io non mi tratterrò a descrivere lo incanto, che nasceva dal profumo dei fiori e dallo sfolgorare dei torchi di cera bianca fitti su candelabri di argento ripercosso le miriadi di volte per gli specchi, pei vassoi, bacili, boccali, urne, vasi, statuette, grotteschi, e argenterie d'infinite ragioni ammirande per dovizia, e per lavoro stupende. I tempi di questo racconto non distano tanto da noi, che di simili masserizie chiunque ne avesse vaghezza non possa farne esame nei pubblici musei. Nelle case dei nostri patrizii adesso non se ne vedono più, o rare; però che le abbiano vendute allo straniero. Che cosa non venderebbero essi, i nostri patrizii, se trovassero il compratore? Presso a questo turpe mercato, benedetto… io sto per dire… sì, benedetto il saccheggio dello aborrito nemico! Il soldato ladro non ti porta via la speranza di ricuperare il mal tolto, nè il desiderio di adoperartivi con tutti i nervi; ma lo straniero che ti compra a patto le reliquie paterne ti compra a un punto un brano del tuo cuore, e tu gli vendi un pezzo di patria! La rapina dispone gli animi a libertà ed a vendetta; la vendita volontaria a servitù. Così gli Spartani punivano meno la violenza fatta alla vergine, che la seduzione[3]; e rettamente: imperciocchè con la violenza si contamini il corpo, con la seduzione il corpo a un punto e l'anima. Oggi nelle leggi è alla rovescia;prova fra mille, che la materia ha vinto lo spirito, e da per tutto se ne vedono segni manifesti.—
Ma io torno allo argomento; chè la mia tragedia desidera discorso non di suppellettili, sibbene di anime e di passioni.
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Don Francesco, con la gentilezza che si addiceva al suo nobile lignaggio, e con la grazia che gli veniva dal suo spirito, accolse i convitati. Eranvi diversi di casa Colonna; eranvi i due Santa Croce, Onofrio principe Dell'Oriolo, e don Paolo di cui fu parlato sul principio di questa storia; eravi monsignore Tesoriere; e poco dopo vennero i cardinali Sforza e Barberini amici, o consorti di casa Cènci, con parecchie altre persone che non rammenta la storia; finalmente, dietro l'ordine del Conte, assisterono donna Lucrezia, Bernardino e Beatrice.
Beatrice vestiva a scorruccio. S'ella non avesse indossato cotesto abito a modo di protesta contra la gioia paurosa del convito paterno, sariasi sospettato che lo avesse fatto con accorgimento donnesco; tanto egli giovava a dare risalto al candore maraviglioso della sua pelle. Per tutto ornamento ella portava intrecciata nelle chiome bionde una rosa appassita, simbolo pur troppo degl'imminenti suoi fati.
—Benvenuti nobili parenti, ed amici: benvenuti eminentissimi Cardinali, colonne di santa madre chiesa, e splendoreurbis et orbis. Se il cielo mi desse cento lingue di bronzo e cento petti di ferro, come invocava Omero, non li crederei bastanti a rendervi grazie per l'onore, che vi degnate compartire con la vostra presenza alla mia famiglia.
—Conte Cènci, la vostra inclita casa si trova così in alto locata, che davvero non abbisogna di altri raggi per isplendere lucidissima stella in questo cielo romano—rispondeva, giusta il costume dei tempi, concettosamente il signor Curzio Colonna.
—Voi, nel tesoro della vostra benevolenza, mi procedete parziale oltre il dovere, onorandissimo don Curzio: comunque sia, gran mercè dello amor vostro. Io, Signori miei, vi era quasi diventato straniero: temeva che il mio apparirvi dinanzi vi spaventasse, come di uomo tornato dall'antro di Trofonio; ma che volete? Me rodeva una immensa tristezza… l'iniquo male! Ed io, che provo com'egli trapani le viscere, l'ho portato sempre studiosamente chiuso nel petto, per tema che mi avvenisse come a Pandora quando aperse incautamente il vaso, e versò, senza volerlo, sul mondo la famiglia infinita dei malanni. La tristezza è la polvere sottile che solleva il vento di levante; da per tutto s'insinua, a tutto si attacca, e opprime di sgomento anime e corpi. Il malinconico, per causa più forte del lebbroso, ha da cacciarsi fuori dei tabernacoli d'Israele, e dai festini degli eredi di Anacreonte—io parlo per voi, chierici, a cui mi piace professare venerazione e rispetto: in quanto a voi altri laici, forse avrei proceduto senza cerimonie… ma no… ho pensato che se io aveva causa sufficiente a gittarmi via, alberi e fiumi per appendermi, od affogarmi mercè di Dio non ne mancavano; e non doveva pormi indiscretamente tra il sole e voi per abbuiarvi la vita.—Io poi non mi sono impiccato perchè, bene considerata la cosa, la morte è un brutto quarto di ora—e di più, su le cose che si fanno una volta sola, ho inteso sempre dire ch'è savio pensarci sopra due;—ma neppure volli contristarvi con la mia presenza. Adesso, che un filo di luce viene a rischiarare obliquamente il buio della mia anima, scoto la chioma da questa cenere; colgo anche una fiata—forse l'ultima—una rosa, e ve la intreccio dentro.—Certo durante il verno non si vorrebbe nudrire vaghezza di rose, nè il gentil fiore si educa in mezzo alla neve… pure in questa alma Italia, e ve ne fa prova Beatrice mia, in ogni stagione crescono le rose; e se non ne trovi nel tuo giardino, va in quello altrui, e coglile o strappale. Sì, strappale a forza; perchè, qual legge condannerà il vecchio che prima di morire ha involato una rosa in ricordo della gioventù spenta, e in conforto della vita che si spegne? Tanto varrebbe, che Sua Santità scomunicasse un moribondo perchè manda lo sguardo estremo alla luce che fugge. E tu, Beatrice, quale strana fantasia ti prese di mettere una rosa appassita nei tuoi capelli? Temi per avventura il paragone delle tue guance con le foglie della rosa fresca?—Cessa dalla paura, donzella;—tu puoi provocare siffatto genere di confronti, perchè sei nata a vincerli tutti.—
La fanciulla gli dardeggiò uno sguardo a guisa di saetta; egli lo ricevè stringendo gli occhi, e facendo sfavillare le pupille. Don Onofrio Santa Croce rispose:
—Noi siamo venuti, Conte, come parenti ed amici a prendere parte delle contentezze vostre; e bene mi auguro, che le abbiano ad essere grandissime; imperciocchè io non vi conobbi mai di umore sì gaio, da pretendere di emulare il buon vecchio di Teo.—
—Ed io ebbi torto a non procurarmi cotesto umore, Principe; e quello ch'è peggio, io me ne sono accorto tardi. La Parca,—voi lo sapete—o piuttosto non lo sapete—perchè voi altri eminentissimi Cardinali tenete queste storie in conto di eresie. Eminentissimi, rispettate i vinti; gli esuli ritornano, e la fortuna non ha inchiodato l'asse della ruota: anche Giove fu Dio, e conosce la via che conduce in paradiso. In trono o fuori, Dii e Principi sono cosa sacra; e non appartiene a Dii e a Principi insegnarne il disprezzo alle moltitudini. Assai queste lo imparano da se! E poi non v'incollerite mai contro chi crede troppo… prendetevela con chi crede poco;—perseguitate chi crede punto:—anzi io non arrivo a capire come mai vi siate legate le mani, restringendo a tre le persone delle quali va composto il vostro Dio—e mio;—dovevate instituire un palio fra chi credeva di più, e premio un milione di anni d'indulgenze per colui che giungeva primo.—
—Ma dove era io rimasto?—Attendete… alla Parca. Ora dunque la Parca ci fila giorni di lana nera, mescolati con altri pochi di colore di oro; il senno umano sta nel separarli: piangiamo nei tristi, esultiamo nei lieti, altrimenti convertiremo la vita in uno eterno ufficio da morti.Omnia tempus habent… e sebbene io non ammetta, col sapientissimo re Salomone, che possa esservi anche il tempo di uccidere, mi unisco al suo avviso quando dichiara tutte cosevanitas vanitatum, se togliete forse un bicchiere d'acqua pura quando siete assetati… a patto però che non sia dellatofana, che fabbricano a Perugia, o dell'altra di cui sapeva il segreto il sommo pontefice Alessandro VI di santissima memoria.
Monsignor Tesoriere osservò maligno:
—Questa vostra giocondità—forse soverchia—è solita a manifestarsi così intemperantemente dalle persone che ella visita di rado: essa ritiene del febbrile; e in ciò tanto più mi confermo quando penso, che la morte contristava non ha guari la vostra casa.
—Ah! Monsignore, che cosa mi rammentate voi? Noi non ci possiamo lasciar cadere qualche memoria per terra, senza che un amico, importunamente pietoso, ve la raccolga e ve la restituisca dicendo: «Badate, v'è caduta un'amara rimembranza dal cuore; rimettetela al suo posto». E poi a veruno è lecito maravigliarsi di ciò, meno che a Monsignore, il quale nelle cose divine è quella cima di uomo che noi tutti sappiamo. Infatti non ho io imitato re David? Voi vedete, che io tolgo i miei esempi da buona famiglia; come lui, morto il figliuolo, ho esclamato «Digiunai, e piansi finchè visse» pensando: forse chi sa non me lo renda il Signore! Ora poichè è morto, perchè digiunerei io? Forse potrò revocarlo indietro? Io andrò sempre più verso di lui; ma egli non verrà più verso di me….[4]
La pelle di Beatrice a cotesta tremenda ipocrisia fremè di un brivido doloroso.
—Ma dunque, via, gridarono a coro tutti i convitati: toglieteci dall'ansietà. Ci tarda entrare a parte della vostra allegrezza con conoscenza intera.
—Nobili amici! Se voi aveste detto ci tarda soddisfare questa nostra curiosità, che ci arrovella, voi avreste favellato certamente più credibile, forse più sincero.—Comunque sia, voi vi affaticate invano; chè io non intendo guastare la mia buona notizia sopra corpi digiuni. Mai no; Iddio manda le rugiade a mattino e a sera sopra i calici dei fiori disposti a raccoglierle, non già a mezzogiorno sopra pietre riarse. Preparatevi prima co' doni di Cerere e di Bacco, come direbbe un poeta laureato, e poi udirete il mio annunzio,l'evangelo secundum Comitem Franciscum Cincium. A mensa, dunque; nobili amici, a mensa.
—Signora Lucrezia, sussurrò Beatrice nell'orecchio alla matrigna,—oh qualche terribile infortunio ci pende sopra la testa!—I suoi sguardi non ischizzarono mai tanta malignità quanto oggi. Egli rideva come la faina, quando ha cacciato i denti nella gola del coniglio per succhiargli il sangue.
—Dio mi perdoni; non so neppure io da che cosa provenga, ma le gambe tremano anche a me.
—Chi vi ha detto, signora madre, che mi tremino le gambe? A me le gambe non tremano, nè l'anima.—
E sedettero a mensa: il Conte Cènci a capo della tavola, secondo il costume, che allora correva, di dare al padrone di casa il posto più onorevole; a canto, distribuita a destra e a mancina, teneva la propria famiglia; succedevano poi i convitati come il maggiordomo li distribuiva, osservato il grado di dignità d'ognuno di loro. Squisite e moltiplici furono le vivande, tutte apprestate sotto fogge diverse; imperciocchè taluna presentasse l'aspetto del Colosseo, tale altra una galera: qua vedevi uno scoglio di carne di vitello combattuto da flutti di gelatina: una fortezza di marzapane tagliata aperse il varco a uccelli vivi, che spandendosi per la sala la riempirono di giulivi gorgheggi: da un pasticcio enorme uscì fuori il nano di casa vestito da papa, che dette gravemente ai convitati la benedizione apostolica, e fuggì via. Strani concetti insomma, o empii, secondo suggeriva al Conte la sua schernitrice natura: e ond'io non mi dilunghi soverchiamente, terminerò (per somministrare saggio di quanto osasse costui) narrando come non aborrisse rappresentare davanti Cardinali della Chiesa il simbolo della Eucarestia mercè una grossissima anatra lessa che teneva disposti intorno a se certi pavoncelli arrostiti, in modo da figurare il mistico Pellicano, che si apre il petto per alimentare i suoi figli col proprio sangue[5].
I bicchieri andarono in volta spessi, e veloci come la spola in mano del tessitore: bebbero di più maniere vini così nostrali come stranieri, cipro, greco, e soprattutto keres, alicante, ed altri vini di Spagna; perocchè i nostri padri, bene o male facessero, i vini spagnuoli educati sotto gli ardenti soli anteponevano ai francesi e ai renani, nati piuttosto dai sospiri, che dagli sguardi del pianeta della vita.
Poichè—per adoperare una espressione classica, la quale come sempre vale a dimostrare acconciamente il soggetto—ebbero sazio il naturale talento di cibo e di bevanda, i convitati, punti dalla curiosità, ad una voce esclamarono:
—Parvi egli tempo adesso di far cessare la nostra ansietà? Su, via,Conte Francesco, manifestateci il motivo della vostra allegrezza!
—Venne il tempo—disse il Conte con voce solenne; poi, composto il volto ad austero atteggiamento, proseguì:—Però, miei nobili amici, vi supplico a rispondere innanzi a questa mia domanda:—Se Dio, scongiurato tutte le sere prima di adagiare le mie membra sopra le piume, e tutte le mattine aperti appena gli occhi alla luce—ardentemente,—lungamente per un voto, che sul capezzale lasciava, e sul capezzale io rinveniva:—se Dio, che udiva la mia preghiera raccomandata dai Sacerdoti in mezzo al santo sagrifizio della messa, dai canti delle vergini sacrate, dalle orazioni dei suoi poverelli:—se Dio, dopo avermi disperato di concedermi ascolto, allo improvviso, per un tratto della sua misericordia infinita, i miei desiderii oltre la speranza adempisse, non avrei, dite, ragione di esultarne io?—Se così fosse, com'è certamente, esultate, rallegratevi meco—perchè io sono uomo in tutta la pienezza della parola—felice!…
—Beatrice—figlia mia—sorreggetemi… ho paura….
—Aiutatevi, rispose Beatrice a Lucrezia, come potete… perchè io non posso… la testa mi va in giro, e tutti i convitati mi pare che nuotino nel sangue!
—O Dio! o Dio!, soggiunse la Lucrezia, mi prende il freddo nelle ossa come al venire della febbre quartana.—
—Immagino, nobili amici e parenti, che voi tutti sappiate, e se taluno lo ignora lo apprenda, prosegue il Conte,—nella chiesa di san Tommaso essersi fatti da me costruire sette sepolcri nuovi di marmo prezioso, per lavoro pregiati,—e poi pregai il Signore, che prima di morire mi concedesse la grazia di seppellirvi dentro tutti i miei sette figliuoli; e finalmente votai, che avrei abbruciato palazzo, chiesa, masserizie e arredi sacri come un fuoco di gioia.—Se fossi Nerone, avrei giurato incendiare Roma una seconda volta.
I convitati guardavano l'un l'altro piuttosto attoniti, che atterriti; poi miravano il Conte, vergognando per lui che si fosse lasciato prendere dal bere soverchio.—Beatrice teneva declinato su la spalla destra il volto, pallido come la rosa appassita che le pendea dai capelli. Il Conte infernale con maggior lena gridava:
—Uno già ve ne ho sepolto: due altri a un tratto, la Dio mercè, mi è dato seppellirveli adesso: due stanno in mia mano, ch'è quasi giacere nel sepolcro: ci avviciniamo al termine. Dio, che mi compartisce segni così manifesti del suo favore, vorrà certo, prima che io muoia, adempire al mio voto.
—O Conte! avreste bene dovuto scegliere argomento di scherzo meno lugubre di questo.
—Egli è pure il tristo vezzo ridere mettendo spavento!
—Rido io? Leggete….
E cavatesi dal seno alcune lettere, le gittò sopra la mensa.
—Leggetele…. esaminatele a bello agio;—chiaritevi di tutto; io ve le ho date apposta. Voi apprenderete come due altri dei detestati figli sieno morti a Salamanca[6]. Come sono eglino morti?—Questo a me non importa niente;—quello che mi preme moltissimo si è, che sieno morti, chiusi, e confitti dentro due casse di quercia come ho ordinato di fare.—Adesso pochi più scudi mi avanza a spendere per essi,—e questi spendo volentieri…. due ceri…. due messe…. se fossero carrette di calce viva, e le anime loro potessero restarne scottate…. io ne farei gettare sopra la fossa loro anche due mila. O Papa Clemente, che mi condannasti a pagare loro quattromila ducati di pensione annua, mi costringerai a pagargliela tuttavia? I vermini non ti porgeranno memoriale, no;—a suo tempo divoreranno anche te.—O pietoso Aldobrandino, vuoi tu farti vincere dal nepotismo anche pei vermi?—Onnipotente Dio! ricevi la espressione della mia profonda riconoscenza; tu esaltasti la mia anima non secondo i miei meriti, ma secondo i tesori della tua misericordia infinita.—
Monsignore Tesoriere, tremante di emozione, favellò:
—Deh! nobili Signori, non gli badate perchè la sua ragione si è sommersa nel vino, o maggiore sventura lo ha colto. Segno manifesto che egli mentisce, voi uomini cristiani abbiatevi in questo, che Dio non sopporterebbe ricevere simili ringraziamenti contro natura; e se fosse vero quello che trabocca fuori dai labbri di questo forsennato, Dio avrebbe fatto crollargli le volte sopra la testa.
—Ei non lo ha fatto per amore della pittura, che andrebbe perduta; e poi perchè ci siete voi, eminentissimi Cardinali, colonne di Santa Chiesa, che per sopportare cose gravi disgradereste Milone crotoniate. Sapete che Dio non sempre tira diritto; e talora mandando giù fulmini alla impazzata uccise il prete che celebrava messa, e risparmiò il ladro che rubava. Tesoriere, tesoriere! tu hai da esser lieto, che Dio guardi tanto alle mie parole quanto alle tue mani. Borsaiolo di santa Madre Chiesa, se per me giova ch'ei sia sordo, a te importa che sia cieco…. Ma quando ancora egli mi udisse, io l'ho avvezzato ad ascoltarne bene altre!
I convitati guardando il Conte pareva avessero provato gli effetti della vista di Medusa. L'odioso ospite, compiacendosi del terrore che inspirava, continuò esultante in faccia:
—A me importa soltanto, che i miei figliuoli sieno morti; forse a voi potrebbe premere eziandio conoscere il modo col quale furono morti.Favete aures. Felice, ch'era giovane religioso, stava certa sera a recitare molto devotamente il rosario nella chiesa della Madonna del Pilastro. LaMater misericordiae, per fargli capire che le sue preghiere erano esaudite da lei, gli lasciò cascare sopra la testa il trave maestro del soffitto, e gli troncò dolcemente il nodo del collo. Nella medesima sera, anzi pure, secondo che me ne scrivono, nella medesima ora, Cristofano fu ammazzato di coltello da certo marito geloso il quale lo tolse in cambio dello adultero, che in quel punto si teneva a sollazzo nelle braccia sua moglie. Per le quali cose, considerando il tempo, l'ora e il modo della morte uguali, io dichiaro eretico insanabile, e incorso nella scomunica maggiore chiunque fra voi presumesse temerariamente negare, che ciò sia avvenuto senza espresso consiglio della Provvidenza….
Beatrice, come se tutta l'anima avesse trasfusa negli occhi, con le pupille dilatate orribilmente lo guardava fisso: e il Cènci di tratto in tratto gittava uno sguardo obliquo sopra di lei, e cotesti raggi s'incontravano, si percuotevano, e corruscavano come ferri nemici cozzanti tra loro. Bernardino come assonnato nascondeva il capo nel grembo a donna Lucrezia, la quale con le gote lacrimose e le braccia aperte presentava la sembianza della Madonnadei sette dolori. Dei convitati alcuno, teso il pugno chiuso sopra la tavola, minacciava con fiero cipiglio; altri sporgeva il braccio e il dito accusatori contro il Conte: chi si mostrava incredulo; chi si turava gli orecchi; chi guardava pauroso verso il cielo, sospettando che qualche fulmine non iscendesse. Insomma nè tanti, nè tanto varii sono gli atteggiamenti effigiati da Leonardo da Vinci nella stupenda composizione del Cenacolo, quando il Signore profetizza:Amen dico vobis, quia unum vestri me traditurum est[7].
Primi furono i Cardinali e il Tesoriere, che si levarono, e dissero:
—Andiamcene! andiamcene! Salvatevi tutti, perchè l'ira di Dio non può tardare a rovesciarsi sopra questa casa di empietà.
Un sussurro inquieto—crescente come di vento foriero della tempesta,—un fremito mal represso ingombrarono dapprima la sala;—poi ad un tratto scoppiarono gridi d'obbrobrio e di rampogna, gemiti e pianti: finalmente, sopraffatti tutti da una medesima passione, gittavano da lungi con le mani contro lo iniquo Conte le maladizioni come si lanciano sassi per lapidare i sacrileghi.
—Fermatevi,—grida trucemente beffardo Francesco Cènci.—Che fate voi? Qui non vi ha scena, qui non vi sono spettatori; sicchè se pretendete recitare la tragedia, voi vi affaticate invano. Sta a voi, eminentissimi Cardinali, ostentare ribrezzo pel sangue? E perchè dunque, ditemi, voi vestite di rosso? Non forse perchè la macchia del sangue umano non si distingua sopra la vostra porpora? Via cerretani, che vendete Cristo come orvietano in fiera. Via Farisei, che se Cristo tornasse al mondo lo costringereste rifuggire per orrore nella Mecca a farsi turco. E voi, Principe Colonna, non vi affannate: io vi consiglio a calmarvi, perchè mi sono trattenuto quanto basta alla Rocca Petrella per conoscere i vostri detti e gesti; e se voi non lo sapete, io vi dirò che conosco più che non desiderereste di negromanzia, per avere potenza di far parlare certe sepolture e certi morti…. Voi m'intendete, Principe; e quel che mi hanno appreso sul conto vostro, ve lo bisbiglierò dentro l'orecchio.—Ora mi rivolto a voi, egregio amico monsignore Tesoriere:… io vi conforto a non dimenticarvi giammai, che io sono figlio di mio padre; e che mio padre, Dio lo abbia in pace, fu tesoriere; e in fatto di conti mi basta l'animo di tener fronte al primo computista della Camera apostolica. Avventuroso voi, Tesoriere, se altre faccende mi tengono distratto—non importa quali! Avventuroso voi se non mi avanza tempo, o mi prende vaghezza di condurre il nostro comune amico Cardinale Aldobrandino col filo di Arianna in mezzo al laberinto del tesoro. Tesoriere rammentati la donnola di Esopo, e trema di dover ripassare dal buco.—Coprite per altri il padule di erbe insidiose ond'egli, incauto, vi ponga il piede sopra, e sparisca quietamente.—ecclesiasticamente.—Io sono il cavallone fragoroso e spumante: bene posso spezzarmi dentro gli scogli della sponda; ma prima travolgo, e annego tutto quanto mi si para dinanzi. Rispettate il vostro signore; cadetemi ai piedi, e adoratemi.
I convitati con segni espressi di disgusto si avvicinano alle porte per abbandonare cotesta casa scellerata; ma il Conte Cènci gridava di nuovo:
—Nobili parenti ed amici, senza che io vi accomiati di casa mia non potete uscire. Deh! siatemi anche un momento cortesi della vostra compagnia.
Qui presa una tazza faccettata di tersissimo cristallo la empì fino al colmo di vino di cipro; e alzandola dicontro alla vivida fiammella delle torcie, sicchè parve l'avesse riempita di fuoco, in questa maniera favellò ad alta voce:
—O sangue della vite, che cresciuto ai raggi del sole scintilli e gorgogli alle fiammelle della luce come l'anima mia scintillò—esultò alla nuova della morte dei miei figli—oh! fossi tu il sangue loro maturato al fuoco della mia maledizione, e sparso in olocausto alla mia vendetta, io vorrei bevervi devotamente quanto il vino della Eucarestia; e propinando a Satana, dirgli: «Angiolo del male, prorompi fuori dello inferno; avventati dietro le anime di Felice e di Cristofano miei figliuoli prima che si avvicinino alle porte del paradiso, e rovinale giù nel pianto eterno, e tormentale con i tormenti più atroci, che mai abbia saputo inventare la tua diabolica immaginazione. Che se tu non sapessi trovarne di più, consultami: io confido suggerirti nuovi supplizii, ai quali la tua fantasia non arriva.—O Satana! alla tua salute m'inebrio in questo abisso di gioia. Nel mio trionfo trionfa!—Adesso, nobili amici e parenti, non ho più bisogno della vostra compagnia; se volete torre commiato da me, siavi concesso; e lascio in potestà vostra andare o restare, senza però donarviresta, nè pallafreno[8].
—Costui, pei santi Apostoli, diventò pazzo furioso.
—Ah! che io lo reputai sempre perverso da far piangere gliAngioli….
—Dite piuttosto da far digrignare i denti ai demonii…
—Ad ogni modo è una belva feroce, e bisognerebbe legarlo….
—Sì, bene…. legarlo…. leghiamolo….
Francesco Cènci, compita ch'ebbe la sua diabolica invocazione, si era posto a sedere placidamente, e con mollette di argento si recava alla bocca alcuni pezzi di treggèa masticandoli a suo grandissimo agio. Quando alcuni dei convitati con gesti minaccevoli gli si strinsero attorno, egli, senza neanche sollevare il capo, chiamò:
—Olimpio!
A quella chiamata uscì fuori il masnadiero, che lo astuto vecchio per ogni buon riguardo aveva tenuto celato, e seco lui apparvero bene altri venti compagni di sinistra sembianza, vestiti ed armati da bravi. Questi circondarono i convitati coi pugnali ignudi, aspettando il cenno del fiero Conte per far sangue.
Il Cènci si rimase alquanto continuando a mangiare treggèa, e compiacendosi a vedere la paura, che impallidiva tutti cotesti volti: poi si alzò da mensa, e recatosi in mezzo ai gentiluomini con lenti passi, si pose a guardarli stringendo gli occhi malignamente, e non senza riso favellando:
—Voi altri, che siete dotti, dovreste rammentarvi del festino apprestato da Domiziano ai Senatori[9]. Però, non dubitate, io vi prometto di non ordinare:fuori le frutta[10]. Incauti! E non sapete voi, che se il Cènci non è più come in sua gioventù ferro rosso, pure si mantiene rovente quanto basta da bruciare?—anzi più spesso l'uomo si scotta al ferro mezzo arroventato, che al ferro rosso:—notatelo bene. La mia vendetta si assomiglia alla lettera suggellata dei re. Una morte essa contiene di certo; quando, dove, e su cui scoppierà s'ignora. Lasciatemi in pace, e passato che abbiate cotesto limitare obliate tutto. Siavi l'accaduto come un sogno, che l'uomo aborre ricordarsi desto. Avvertite, la parola è alata: simile al corvo dell'Arca, non torna più addietro; ma si trattiene fuori spesso a pascersi di cadaveri, e qualche volta ne fa. Se poi vi dilettaste di sentirvi la gola mutata in canna da flauto—allora parlerete.—
I convitati a viso basso, quale fatto stupido per orrore, quale con la rabbia nell'anima, ma spaventati tutti, si dipartivano. Beatrice scossa la testa, e, come costumava, dalla fronte rigettatesi con impeto dietro le spalle le chiome, gli rampognava gridando:
—Codardi! Sangue latino voi! Voi figli degli antichi Romani? Sì, come i lombrichi sono figli del cavallo spento in battaglia! Un vecchio vi atterrisce? Pochi masnadieri vi agghiacciano il sangue? Voi partite… partite, e lasciate due deboli donne e un misero fanciullo in mano a costui… tre cuori palpitanti sotto gli artigli dello avvoltoio. Udiste? Ei non lo dissimula…—ci farà morire—e nonostante ciò—deh! gentiluomini, ponete mente alle mie parole, e intendete più che esse non possono… non devono dirvi—e nonostante ciò, egli è questo il minor male che io pavento da lui. Di voi altri Sacerdoti non parlo; ma voi, Cavalieri, quando cingeste la spada o non giuraste voi difendere la vedova e l'orfano?.. Noi siamo peggio che orfani… essi non hanno padre, noi abbiamo per padre un carnefice… rammentate le vostre figlie, nobili Cavalieri… rammentate le vostre figlie, Padri cristiani… ed abbiate pietà di noi… conduceteci a casa vostra.
—Giovanetta, il tuo dolore mi rende tristo, ma io nulla posso per te… rispose un convitato; e un altro:
—Aspetta, e spera. La speranza farà sbocciare anche per te le rose della contentezza.—Un Cardinale riprese:
—Se preghiere e voti, cara figliuola, potranno giovarti, noi non cesseremo di raccomandarti nelle nostre orazioni.
E gli altri via via profferivano di siffatte parole… gelide e lugubri come spruzzi di acqua benedetta gittati sopra la bara. I convitati si partirono, e parve loro di respirare liberamente sol quando uscirono all'aria aperta fuori del palazzo. Alcuno, allontanandosi, di tratto in tratto si voltava con lo affetto del marinaro,
Che uscito fuor del pelago alla riva Si volge all'acqua perigliosa, e guata.
Tutti sgombrarono la sala: rimasero don Francesco e Beatrice, e, non avvertito, anche Marzio; chè prossimo ad una credenza, faceva sembiante di attendere a raccogliere i vasellami di argento.
—Ora ti sei di per te stessa chiarita?—interroga Francesco Cènci Beatrice con labbra riarse.—Hai tu conosciuto l'aita di Dio quale sapore si abbia? L'aita degli uomini ti sembra da farne maggior capitale? Non importa, no, che tu bendi gli occhi a la giustizia affinchè non si commuova; lasciaglieli pure aperti… fa che ci vegga… non per questo essa si commuoverà. La forza è il diritto; il diritto e la forza nacquero gemelli ad un parto, ed abbracciati insieme. Io lo so; l'ho provato, e tutto giorno, e sempre io lo vedo e lo sento: il diritto è la forza.—Guarda per tutto, fanciulla, e tu vedrai come in cielo e in terra altro non ti rimanga rifugio, che nel mio seno: ricovrati qua dentro, e troverai l'asilo che Dio e gli uomini, sordi del pari e spietati, ti ricusano.—Se io ti ami immensamente, tu pensalo—da te in fuori, io odio tutto in cielo e sopra la terra. Abbandonati pure in balìa di me: tu cercheresti invano un altr'uomo che mi valga: io ho ereditato i doni di tutte le età. La gagliardìa della gioventù non mi abbandona ancora: in me il consiglio della età matura: in me la tenacità della vecchiezza… Amami dunque, Beatrice;… bella… e terribile fanciulla… amami.—
—Padre! se vi affermassi che vi odii, io non vi affermerei il vero; che io vi tema, neppure. Io vedo che il Signore ha creato in voi un flagello come la fame, la peste e la guerra, e questo flagello egli ha rovesciato sopra di me. Io piego, senza mormorare, la testa ai suoi misteriosi decreti; onde sfiduciata di ogni soccorso umano vie più mi accosto a Dio, e confido le mie sorti nella sua misericordia.—Padre, per carità uccidetemi!
Qui la desolata si prostrò davanti al Conte a braccia aperte, quasi aspettando il colpo.
Perchè Beatrice balza in piedi allo improvviso, e si avviticchia intorno alla vita del padre suo? Perchè con ambe le mani gli cuopre la testa? Perchè ha spinto fuori un grido di terrore,—ella che non teme niente,—il quale risuona di eco in eco nelle stanze più remote dello ampio palazzo?
Marzio, che inosservato era rimasto nella sala, udendo le parole che svelavano più apertamente il disegno infernale di Francesco Cènci, si era accostato pian piano tenendo nelle mani un vaso pesantissimo di argento; e, levate le braccia con quanto aveva di forze, accennò spezzargli il cranio;—e lo facea, perchè il Conte, improvvido, stava come tratto fuori di se a contemplare la divina fanciulla.
Don Francesco, commosso al grido e agli atti di Beatrice, levò involontariamente la faccia al cielo, e gli parve vedere, e vide certo, uno sfolgorìo balenargli su gli occhi…. Ah! fosse il fulmine tanto tardato di Dio? Cotesta idea durò quanto un lampo, ma comprese una eternità di tormento per quell'anima scellerata. Non per questo il fiero vecchio si scosse; e assicurato in breve, volse le torbide pupille dintorno a se e vide Marzio, che impassibile ordinava i vasi sopra la credenza.
—Marzio….. tu qui?
—Eccellenza!
—Tu qui?
—Agli ordini di vostra Eccellenza.
—Vattene.
Il servo inchinavasi; e partendo faceva un segno a Beatrice, quasi volesse significare: «Ah! perchè mai mi avete impedito?»
Ma Beatrice, durando in lei lo impeto di amore, stringe con forza sovrumana il braccio di don Francesco come per istrascinarlo, ed esclama:
—Vieni, sciagurato vecchio—tu non hai un momento da perdere: la morte ti cuopre con le sue ali. Vieni, la bilancia delle tue colpe precipita giù nello inferno.—Vesti il cilizio—vecchio!—Cuopriti i capelli di cenere….. tu hai peccato abbastanza. La penitenza è un battesimo ardente; ma il fuoco purifica più, e meglio dell'acqua. Se la tua prece non giungesse ad inalzarsi fino al trono di Dio, e minacciasse ricaderti sul capo in grandine di maledizione; io ti starò al fianco, e aggiungerò la mia, e saranno ascoltate insieme; ambedue accolte, o ambedue rejette. Che se ad ogni modo la giustizia vuole vittime di espiazione….. ecco, io volentieri offro la mia vita in riscatto dell'anima tua:—ma affrettati, vecchio… l'orlo della fossa è sdrucciolevole…. vecchio, pensa che te ne va della tua eterna salute….
Don Francesco stavasi ad ascoltarla sorridendo. Quando ella ebbe finito, con voce beffarda le rispose:
—Bene sta, mia diletta Beatrice;—tu sola puoi educarmi alle gioie celesti del paradiso… Verrò a trovarti stanotte…. e pregheremo insieme….
Beatrice lasciò cadere il braccio paterno. Coteste parole, e gli atti pieni d'infamia ebbero la maligna virtù di assiderarle ogni gentile entusiasmo, e respingerla nella dura realtà della vita. Ella quinci dipartivasi con faccia dimessa, gemendo queste parole:
—Perduto!—perduto! Oh, senza rimedio perduto!
Don Francesco si versava precipitoso un'altra tazza di vino, e la bevve di un sorso.[11]
[1] Nel maggio del 1849, quando venni trasportato a Volterra, mi furono cortesi di offerirmi di logorare la mia vita a scelta; o nel maschio, dimora del Conte Felicini di scellerata memoria, o nell'ospedale dei condannati: scelsi l'ospedale. Un lieve assito, divideva le mie dalle celle degl'infermi, sicchè le notti mi riescivano fuori di modo affannose pei rammarichii, e pei gemiti dei giacenti; spesso anche pel rantolo degli agonizzanti. Una volta il moribondo, dibattendosi nelle estreme convulsioni, precipitò giù dal letto con orribile fracasso; al rumore del tracollo si svegliò la guardia che dormiva, e andò per dargli aiuto … ma il meschino di aiuto non aveva più bisogno: egli era spirato!
[2] DANTE,Purgatorio, Canto XII.
[3] SENOFONTE.Repubblica di Sparta, cap. IX.
[4] SAMUELE II.Cap. XII, n.23.
[5] Il signore De Genè, trattando degli errori popolari che corrono intorno gli animali, deplora meritamente che la Chiesa abbia tolto per simbolo di cosa tanto solenne uno errore popolare. Di vero il Pellicano ha sortito dalla natura una specie di tasca appesa sotto il collo, nella quale ripone, e conserva i pesci che pesca: quando egli nudrisce i suoi piccoli figli se gli mette tutti dintorno al seno spingendo fuori della tasca il cibo in cima del becco, ch'è di colore vermiglio, ed in questo modo gl'imbocca: di qui l'errore popolare.
[6] Così narra la tradizione, che i figli di Francesco Cènci, Cristofano e Rocco, rimanessero spenti a Salamanca; ma a vero dire qui la tradizione va errata. A Salamanca furono mandati a studio, donde tornarono poveri, e male in arnese, avendoli il padre fatti rimanere privi di ogni provvisione. I Manoscritti ch'io possiedo insegnano, che Rocco rimase ucciso da un Norcino: altrove leggo Orsino, e Cristofano da un Paolo Corso. È notabile, e vuolsi ritenere per sicuro, quanto leggiamo nelGiornale dell'Arciconfraternita di San Giovanni decollato in Roma, libr.16.car.66. «I signori «Jacomo, e Bernardo dissero, che avendo inteso, che nella querela, o processo di homicidio commesso già nella persona del quondam Rocco loro fratello è imputato il nominato Emilio Bartolini aliasCharagonegli danno lapace, e consentono per ogni loro interesse alla cassazione di detta querela… e tutto dissero fare per amore di Dio, et vogliono, che detta pace sia in tutto e per tutto nel modo, che l'hanno data a Paolo Bruno, et Amileone.»
[7] Nel refettorio del convento dei frati Domenicani in Milano, scrive l'EUSTACE, fu già il celebre Cenacolo di Lionardo da Vinci, considerato come suo capo d'opera. Soppresso il convento, la sala fu convertita in deposito di artiglieria, e la pittura diventò bersaglio dei soldati francesi per esercitarsi al tiro! Che di peggio avriano potuto fare i Croati? Miravano principalmente al capo del nostro Redentore, a preferenza degli altri. Lady Morgan, nel suo viaggio in Italia, smentisce questo fatto, assicurando avere ella cercato indarno traccia di simile profanazione: però poco oltre afferma, una porta essere stata praticata fra le gambe del Salvatore; ed ecco come andò la cosa. E' bisognava trasportare pei chiostri dalla cucina al refettorio la vivanda ai frati, e nel trasporto freddava. Per riparare a tanto disordine in pieno Capitolo venne maturamente deliberato si aprisse una porta, che metteva il refettorio in comunicazione con la cucina, la quale si trovava per l'appunto dietro la pittura di Lionardo. In questa guisa laCenadi Cristo venne guasta per amore delDesinaredei frati.—LADY MORGAN,L'Italia, T. I. p.134.