[8] Costume antico degli ospiti, i quali al termine della festa o del convito donavano loro veste e pallafreno, e talvolta ancora danari; e riponevano in loro facultà restare, o andare; e questa era gentile formula di complimento.
[9] Domiziano invitò a cena i principali senatori e cavalieri di Roma, e gli accolse dentro una sala per le pareti, al soffitto, e sul pavimento parata tutta di nero. Nella sala sorgevano colonne funerarie, chiamatecippi, col nome impresso di ogni convitato, e sorreggenti fiaccole funerarie. Nè qui rimase il crudele giuoco. I padroni erano separati dai proprii servi, e invece loro comparvero giovani ignudi anneriti a modo di Etiopi; e tenendo in mano una spada sfoderata si posero silenziosi e terribili a intrecciare un ballo tondo intorno ai convitati, e poi ognuno di loro si recò presso al letto di un commensale per ministrargli. I cibi furono in tutto simili ai consueti a imbandirsi ai defunti nei funerali. Grande fu, ed è da credersi, la paura dei convitati; e Domiziano, per accrescerne lo spavento, favellava di gente trucidata e di stragi commesse per sollazzo del signore. Terminato il pranzo, con lieta cera accomiatò quegli sciagurati più morti, che vivi.—DIONE CASSIO in CUVIER.Storia degl'Imperatori Romani, lib.17. § 2. Evidentemente questo racconto somministrava a Vittore Ugo la idea della scena dei cataletti nellaLucrezia Borgia.
[10]Fuori le fruttanei tempi passati significò ordine, di strage a tradimento, ed eccone il perchè. Alberigo dei Manfredi, Signori di Faenza, nella sua ultima età si rese frate Gaudente: egli fu tanto crudele e dispietato uomo, che venuto in discordia co' consorti, cupido di levarli di terra finse volere riconciliarsi con loro; e dopo la pace fatta li convitò magnificamente, e nella fine del convito comandò venissero fuori le frutta, le quali erano il segno dato a coloro, che gli avevano a trucidare. Adunque di subito saltarono dentro, e uccisero tutti quelli che frate Alberigo volle che morissero. LANDINO.—Una nota del Cod. Cass. ci fa sapere, che gli uccisi a tradimento furono due fratelli, Manfredo ed Alberghetto, nipoti del frate. Il BOCCACCIO ci afferma Alberghetto essere stato figlio di Manfredo, ed aggiunge, che, fanciullo com'egli era, assalito che vide il padre, corse a nascondersi fra la cappa di Alberigo, sotto la quale fu ucciso. Il DANTE nel Canto XXXIII dell'Inferno così ragiona di questo iniquo frate:
……..Io son frate Alberigo, Io son quel dalle frutta del mal'orto, Che qui riprendo dattero per figo.
[11]Suum unicuique tribuere. Parecchie idee dei discorsi tenuti nel presente capitolo da Francesco Cènci furono tratte dalla Beatrice Cènci di Shelley. Questo scrittore è mal noto in Italia: amico fu a Lord Byron: annegò nel Tirreno, recandosi a Genova su barca senza ponte: ne arsero il cadavere sulla spiaggia a Bocca d'Arno, presente Byron. Io lo conobbi; fu magro e piccolo, e dava nell'etico: metafisico, più che poeta; ma poeta ancora d'infinito valore.
Satanasso (perchè altri esser non puote)Strugge, e ruina la casa infelice.Volgiti, e mira le fumose ruoteDella rovente fiamma predatrice;Ascolta il pianto, che nel ciel percuote.ARIOSTO.
Oh quanto fu gran dolore il caso, che incolse al misero falegname ed alla sua famiglia!—Moglie, marito e pargoletto dormivano tutti insieme nella medesima stanza sopra la bottega.
Dormivano….. ma un sogno spaventoso travagliava la moglie, e le parea che un mostro immane, con occhi infuocati, peloso nel corpo composto di nodi flessibili come il verme, e di ale scure a modo di vipistrello, le tenesse le branche deretane fitte nei fianchi e le anteriori nella gola, affaticandosi di strangolarla: tentava muoversi, la meschina, e non poteva: s'ingegnava gridare, e non le riusciva. In ultimo si voltò con supremo sforzo sopra un fianco: gli occhi sentiva gravi così, da non li potere schiudere; eppure la facoltà visiva l'era assorta dolorosamente da due globi di luce ora violetta, ora cerulea, come fiamma di spirito di vino. Le arterie delle tempie le battevano con ispasimo, non altrimenti che se fossero tese, e un demonio stringendole con pinzette infuocate si dilettasse a farle vibrare di angoscia. Nella gola durava un raschìo acerbo, quasi cagionato da arìsta di grano tranghiottita[1]: pure finalmente ella giunse a schiudere gli occhi, e vide per terra una rete di fuoco che trapelava fuori dalle commessure dei mattoni, e la stanza tutta appariva ingombra di fumo: insopportabile calore accendeva l'aria; quindi a poco a poco il pavimento si screpola, e dai vani aperti per la caduta dei mattoni ecco sbucar fuori lingue di fiamma, le quali dopo pochi secondi crescono in orribile incendio.
—Al fuoco! al fuoco!—grida la donna, girando attorno gli occhi spaventati; e si precipitava giù dal letto per prendere nella culla il suo figliuolino.
—Al fuoco!—risponde il marito esterrefatto; e così ignudo com'era corse all'uscio della stanza, e lo aperse. Schiuso l'adito, ecco il fuoco allagare la camera: già tutta la casa andava in fiamme: rifece i passi, con un braccio ricinse la vita alla moglie, con l'altro al figliuolo, e via di corsa si tuffa senza rispetto nel fuoco per guadagnare le scale. Le pietre degli scalini arroventate si spaccano strepitosamente: lo incendio nel piano terreno infuriava in vortici a mo' di turbine, e mandava un rombo come di uragano. I pannilini della madre e del figliuolo già avevano preso fuoco; ma la madre, comunque strascinata, tendeva sollecita le mani e andava estinguendolo su le carni del fantolino. I capelli dei miseri fumavano abbronziti; nei piedi, nelle braccia e nel viso essi pativano angosciose scottature.—Avanti! avanti! purchè possano giungere alla porta di casa!—Già vi stanno presso;—anche un passo, e la toccano;—l'hanno toccata…
Oh dolore! non la possono aprire:—la squassano; la scrollano; invano… l'avevano sprangata per di fuori.
Circondato da vortici di fiamma, il misero padre ansante in così orribile guisa, che stava per iscoppiargli il cuore dal petto, riprende fra le braccia il figlio…. la moglie lasciò stare…. si sentiva rifinito di forza…. Mugolando, improvvido di quello che si faccia, gira e rigira per l'andito;… poi, senza consiglio, si prova a risalire le scale.
La moglie gli trae dietro da vicino per modo, che dove egli alza il piede ella mette l'orma; e il marito sentiva dall'alito affannoso di lei rinfrescarsi l'aria infuocata dietro le spalle;—sempre schermendo dalle fiamme il figliuolo, e qualche volta il marito.
Questi rientra in camera… ma qui giunto sente mancarsi la lena ed il coraggio: gli balenano gli occhi nella morte, e barcolla per cadere; pure in quell'ultimo istante gli bastò l'animo di riporre il bambino nelle braccia della madre prima di spirare:—parole non potè profferirne….. solo con lo sguardo, lungo come quello della lampada prima di spengersi, rivelò una desolazione, che labbro non può dire;—una desolazione, che se avesse potuto manifestarsi avrebbe dichiarato così: Io non te lo raccomando, perchè tu non lo puoi salvare! Poi, squilibrato, correndo su le calcagna ei dette indietro quattro passi o sei, e percosse aspramente il muro tentando ghermirlo con le mani pendenti.
La mattina furono viste le impronte nere di sangue delle mani e dei piedi su la parete e sul pavimento.
In mezzo alle strette della necessità così avviene degli appetiti fisici come delle passioni dell'animo, che le più intense divorino le meno profonde; epperò la donna già più non bada all'uomo che le fu sì caro, ma con tutta l'anima circonda il corpo della sua creatura;—apre la finestra, e si affaccia.
I capannelli raccolti per la via videro una figura, in sembianza di Eumenide, disegnarsi in nero sopra un colore di fuoco, e n'ebbero compassione e paura.—Ella spinse fuori dalla gola un grido—uno solo—ma così desolatamente acuto, così stridentemente disperato e selvaggio, che le viscere degli spettatori si sentirono trafitte come da una spada.—Avrebbero voluto aiutarla, e ne consultavano i pratici; ma i vecchi, con la tremenda pacatezza romana, sporto il labbro inferiore, le braccia incrociate sul petto, guardavano obliquamente lo incendio, e dicevano: Non ci possiamo far nulla; acqua non basta; e, a meno di essere diavoli dello inferno, in coteste fiamme non si entra. Sapete, che cosa resta a fare? Vedere spengersi il fuoco da se, e poi suffragare quelle povere anime uscite dal mondo senza sacramenti.
Ora è da sapersi come Luisa Cènci, persuasa dalla gelosia, travestita da uomo erasi aggirata da più notti, ed anche in cotesta si aggirava intorno alla casa del falegname per sorprendere suo marito; ma fino a lì eranle tornate le speculazioni inutili. Nonostante ciò neppure per ombra piegava la mente al dubbio, che altri l'avesse tratta in inganno; ma sì piuttosto molinava coi suo cervello, che forse Giacomo non vi praticasse di notte, o che gli amanti convenissero altrove, o in quel momento fossero corrucciati: insomma; ingegnosa a trovare mille modi di tormentarsi con lo errore, anzichè consolarsi per la piana via della verità! Condizione tristissima degli uomini in generale, e delle donne in particolare, di compartire facilmente fede al male, e ritenere tenaci i concetti che si sono formati, comunque lesivi della propria dignità, o dannosi alla propria persona.
Ella pertanto accorse, come gli altri, richiamata dagli urli e dal chiarore dello incendio intorno alla casa;—e quando la ravvisò, il suo cuore ne sentì maravigliosa esultanza:—quello che dà la colpa, ella pensava, la giustizia ritoglie.—
Ella rimase immobile a contemplare il caso; e se col desiderio non attizzò coteste fiamme, nemmeno—sia lode al vero—ella le spense.
Prima che lo incendio si manifestasse nella sua indomita rabbia alcuni borghesi erano andati in traccia di corde e di scale, e già tornavano provveduti di una scala da paratori, trovata nella prossima parrocchia: l'appuntellarono al muro, e poi voltarono la faccia in su senza muoversi, perchè la copia delle fiamme irrompenti di sotto e di sopra chiariva disperata la impresa.
Ma quando la madre, sbucando fuori dal fuoco, e sorreggendo il pargolo con le braccia tese, gridò: salvatemi il figliuolo!—Oh! allora una persona—una persona sola—sentì sciogliersi il cuore, e questa fu Luisa Cènci. Tacque in lei la donna, e favellò la madre: fattasi di un balzo a piè della scala, così parlò con favella spedita:
—Orsù; breve è il tratto, non difficile la impresa; Romani, chi di voi salisce a salvarli avrà cento ducati d'oro.
E siccome nessuno mostrava muoversi, ella dinuovo:
—Cristiani… animo… via… a cui gli salva duecento ducati….
Nè anche questo premio bastò a scuoterli; chè la paura del pericolo superava la cupidigia. Luisa si trattenne un momento a pensare come non le rimanessero a disporre che altri cento ducati, i quali spesi non ne avanzava pure uno per suoi figliuoli; nè dal suocero forse avrebbe potuto per allora ottenere altro soccorso. Non importa, pensò il momento dopo; e con voce più forte, quasi volesse rimettere il tempo perduto, con raddoppiata prestezza gridò:
—Trecento ducati a cui gli salvi… trecento ducati d'oro, dico… trecento ducati servono per maritare due figliuole… Romani!—Nessuno si allenta? Sgombratemi davanti… davanti, dico… Cristo mi aiuti!
E leggiera come un uccello salì su per la scala, mentre le stanghe, appoggiate al muro su in cima, già abbronzite fumavano. Arrivata in prossimità della finestra, nel medesimo punto ella disse:
—Datemi… e le fu risposto:
—Eccovi il figlio.
Si erano indovinate. Madri entrambi, sapevano come supremo anelito pel cuore materno sia la salvezza della sua creatura. Scese. Un giovane popolano, vergognando che altri non si fosse mosso, si attentò a salire fino a mezza scala, raccolse il pargolo, e lo portò in luogo di salvazione.
E Luisa risalì mentre su per le stanghe delle scale scorreva la fiamma come lingua di vipera; cessava dove poneva la mano, ritornava più vivida appena levata. Giunta faccia a faccia della donna, che supponeva le avesse tolto lo amore del suo marito, tese valorosamente le braccia… le braccia a lei, che aveva stretto nelle sue il padre dei suoi figliuoli… l'altra vi si gittò delirante di affanno.
La Madre di Cristo contemplò dall'alto dei cieli cotesto amplesso, e si compiacque essere donna. Certo, non occhi umani nè celesti avevano veduto da secoli un tanto prodigio di carità.
Luisa stringe di forza la cintura della rivale, e scende…
—Presto, Luisa, chè la scala arde;… presto, Luisa, chè crepitano carbonizzati le stanghe, e i piuoli della scala. Oh Santa Vergine! perchè si ferma ella? Un secondo è funesto.—Immemore di se, immemore del pericolo imminente, immemore di tutto, non potè resistere alla cupidità immensa, che sentiva di guardare in volto la sua rivale al chiarore dello incendio, e conoscere se la superasse in bellezza.—Cuore di donna!
Quantunque ella apparisse stravolta orrendamente dal dolore e dallo spavento, i capelli avesse in parte bruciati e la pelle offesa da disoneste scottature, pure le sembrò, com'era, leggiadrissima.
—Ah, gridò, come è bella!—e vacillò su la scala.
Era giunta vicina a terra tre scalini, quando con orribile fracasso sprofondò giù il pavimento; le fiamme scomparvero, globi di fumo mescolati a miriadi di faville avvolsero la casa, la scala e le donne. Un urlo spaventoso echeggiò fino all'altra sponda del Tevere, chè reputarono coteste creature spente dal fuoco e dalla rovina.
Indi a breve ecco lo incendio, come l'orgoglio un momento umiliato, divampare più terribile di prima, e di mezzo alle fiamme uscire Luisa incolume con la donna nelle braccia.
Gridi di giubbilo, acclamazioni frenetiche ferirono il cielo:—chi è l'animoso giovane?—Non lo so.—Ricordati averlo visto mai?—Mai.—E sì che non ha barba in viso, e per uomo da tali fatti è piuttosto scarso di vita, che no. Viva il valente giovane, vero sangue latino.—E più alti sorgevano lo entusiasmo e gli applausi.
Il Signore ebbe misericordia della moglie del falegname, la quale tratta fuori di se non conobbe il fato lacrimevole del marito. Luisa sempre più infervorandosi nella sua generosità, siccome avviene ai buoni, non patì che la donna salvata fosse tratta all'ospedale; e risovvenendole di certa vedova sua casigliana, che le aveva raccomandato, capitando, di appigionarle due stanze, fece conto di accomodarla là dentro: molto più, che essendosi messa a risico di spendere per cotesta famiglia fino a trecento ducati, e trovandosi adesso ad averli risparmiati, pensava, che quando anche per condurre a fine la opera buona avesse dovuto impegnarcene attorno un centocinquanta, le ne avanzava l'altra metà pei fatti suoi.
E per mandare subito ad effetto la presa determinazione ordinò che stendessero la donna sopra un lenzuolo tratto fortemente dai lati da quattro uomini robusti, i quali si prestarono volonterosi a cotesto ufficio. Ella si recò in collo il bambino sorreggendolo col braccio destro, e chiese di alcuno che caritatevolmente sostenesse anche lei; però che le girasse il capo, e le paresse che di sotto i piedi le venisse meno la terra. Dalla folla stipata intorno a lei uscì un uomo membruto, ed aiutante della persona, coperto il capo, il collo e il viso di copia grande di capelli e di barba, vestito a mo' deiciociaridei contorni di Roma.
—Prendete su!—egli disse profferendole il braccio con voce assai più commossa, che non lasciassero sperare le sue sembianze dure, e bronzate.—Appoggiatevi pur sopra, che reggerebbe la colonna trajana. Se non vi da fastidio, mi basta l'animo di portare voi e il putto ad un tempo.
—Lo credo. Dio ve ne renda merito. Basta così. Ora voi altri avviatevi pian piano in via san Lorenzo Panisperna a casa Cènci.
—Casa Cènci!—dando di un passo indietro esclamava il ciociaro.
—In che trovate motivo di maravigliarvi? Forse credete voi tanto straniera da casa mia la carità, da levarne stupore?—Che cosa vi dà, in grazia, diritto di pensare così, villano?
E siccome il ciociaro tentennava il capo e non rispondeva, donnaLuisa, come punta sul vivo, aggiunse:
—E se volete sapere chi fu che ardì salire la scala, mentre voi uomini rimanevate tutti immobili dalla paura,—io vi dirò che fu una donna; però che in me vediate la moglie di don Giacomo Cènci, e nuora del Conte don Francesco.
Il ciociaro adesso traballò visibilmente: con la manca si Strinse forte la fronte tenendovela per un pezzo, quasi volesse costringere le sensazioni e i pensieri a non prorompere fuori della testa.
Io non vi farò mistero dello essere di questo ciociaro. Voi, lettori miei, avete potuto chiarirvi a prova come io non ami la maniera sospensiva del raccontare; però, continuando a procedere per la via piana vi dirò a un tratto che il ciociaro era Olimpio, e i quattro pietosi reggitori i lembi del lenzuolo erano suoi compagni, e complici dell'orribile incendio. E non crediate già che sentimento alcuno d'ipocrisia gli sospingesse a cotesti atti, o astutezza per celarsi meglio; conciosiachè avessero commesso il delitto con tale accorgimento, da non lasciare luogo a sospetto che fosse avvenuto piuttosto per malizia, che per fortuna; ma proprio sinceri essi erano, ed esaltati dallo esempio magnanimo di Luisa. L'uomo, per quanto tristo egli sia, contiene sempre qualche parte di buono; e fra persone da arti lodevoli, o triste non assuefatte a contenersi, o a fingere, il trapasso dal male al bene, e ai modi di significarli avviene inopinato ed improvviso. Io non so se l'uomo nasca conanima prava. Questo si trova nelle Sacre carte, e santi Dottori della Chiesa lo hanno approvato; ma io ne dubito, e affermarlo decisamente non potrei. Solo parmi che dentro noi di queste due cose succeda l'una: o la bontà ricama sopra un velo di scelleraggine, o la scelleraggine ricama sopra un velo di bontà. Chi meno ha pratica di fare i conti con la sua anima, e si lascia più trasportare dai subiti moti del sangue forse sarebbe il migliore, se o la ignoranza troppa, o le abitudini inique, o gli stimoli altrui non gli chiudessero la via a ben fare, o in quella del male nol sospingessero.
Veramente, per sostenere questa sentenza, in me fa mestieri fede di bronzo; perchè uomo al mondo, io penso che non fosse mai scorticato vivo come me dal Popolo, il quale appunto argomenta poco, e sente molto.
Il Popolo, dopo avermi salutato amico e padre, ad un tratto mi disse vituperio; mi caricò di catene, e mi chiamò a morte! Con questi miei orecchi udii i figli del Popolo, che io mi studiai sempre, come potei meglio, onorare e avvantaggiare, allagando il Palazzo della Signoria spartirsi poca moneta al lume dei lampioni, e dire l'uno all'altro: «A te si pervienemeno, perchè sei piccolo; nè ti è bastato il fiato a urlare quanto meMORTE! MORTE!»
Giuoco Roma contro uno scudo, che cotesta moneta e coteste istruzioni vennero da tali, che saranno stati a un punto fratelli della misericordia, guardie civiche, membri di mutuo insegnamento, e degli asili infantili… Oh come si allarga l'albero della ipocrisia sopra la terra, e l'aduggia tutta con l'ombra maledetta!
Avete ammazzato il cane—sussurroni!—Godetevi i lupi.
Povero Popolo! Tu hai perseguitato ben altri uomini, che non sono io. Dove giacciono le ossa di Giano della Bella e di Benedetto Alberti? Io non lo so: quelle dei Medici hanno sepolcro reale in san Lorenzo.—Dove riposeranno le mie? Chi può saperlo? Pure non ti chiameròingrato, nèmaligno, come Dante; sebbene tu abbia perpetuata la voce, che correva ai suoi tempi:
Vecchia fama nel mondo ti chiama orbo,
Sarebbe carità percuotere il fratello perchè giace infermo? Questo argomento venne adoperato un giorno, e con ottimo successo; ma da un Russo, e con Russi[2]: ed io, per la grazia di Dio, nacqui italiano. Malattia d'ignoranza è più grave di malattia di corpo; e i popoli si hanno da sanare, non già maledire e percuotere.
Chiunque si apparecchia a travagliarsi pei suoi simili sappia che non riceverà altra mercede, che d'affanni. Prima assai di Prometeo lo avvoltoio divorava il cuore degli amici della umanità. Il destino dei mortali progredisce lento rotando come una macina immensa, e nel passare frange intelligenze e vite, lasciando dietro a se una traccia di polvere d'uomini. Cemento tremendo composto di particelle di cuore, di sangue e di lacrime, che vince in durezza lo stesso granito.
E se la morte fisica arriva precoce per gli anni, anche troppo tarda sopraggiunge per le cure rodenti, per le passioni che limano, e per gli occhi diventati ciechi nel contemplare una luce che consuma. Quando poi l'uomo sopravvive a se stesso, che cosa attende dal suo cervello e dal suo cuore? Ahimè! Una congestione, od uno aneurisma.
Noi siamo morti; ma dentro al nido composto d'odio, di vendetta e di vergogna mette l'ale adesso una generazione di aquile, destinate forse alla vittoria.
Invero la parola ha seminato abbastanza; ora tocca mietere, alla forza. Il pensiero può dare l'albero della scienza, ma l'albero della vita è per le mani gagliarde; e la libertà è la vita. Cessi una volta la generazione dei sofisti, e sorga la generazione dei guerrieri. I retori non hanno mai combattuto una battaglia. Maledetta la civiltà, che insegna a portare le catene come i monili da eunuchi. Bolzari, Odisseo, Colocotroni, ed altri molti eroi, che strapparono un lembo di terra dalle mani sanguinose del Turco, eranoklefti.—Io ritorno alla storia.
La sconsolata vedova era tratta molto soavemente a casa di donna Luisa Cènci, la quale aveala preceduta insieme ad Olimpio; e con la sagace sollecitudine di cui le donne sole possiedono il tesoro, aveva già fatto apparecchiare il letto, e cera, e olio, e cotone sodo, e altri tali rimedii, che a quei tempi, e forse anche ai nostri, si reputano meglio efficaci per le scottature: mandò eziandio pel cerusico, e per una balia. Questa, per buona ventura, fu rinvenuta nella contrada, e venne subito. Udito il caso, e interrogata se si sentisse capace ad allattare la creaturina finchè la madre fosse risanata, la buona popolana rispose «magari!»; e senza altro invito prese il pargolo nelle braccia, e trattasi in disparte se lo recò alle mammelle.
La madre delirò tutta la notte ora piangendo sommessa, ora gridando disperatamente, secondochè alla sconvolta fantasia si affacciavano immagini pietose, o terribili. Il giorno appresso non istette meglio; il sopravvegnente ricuperò alquanto delle sue facoltà mentali, e subito cercò il figlio. Risposerle che le dormiva al fianco; volle muoversi, ma non potè, e con voce languida favellò di nuovo:
—Per amore della gran Madre di Dio non m'ingannate!
L'assicurarono con giuramento. Allora pianse: poi domandò del marito, e le dissero, con pietosa menzogna, giacersi malconcio assai della persona nell'ospedale, ma non senza speranza di guarigione.
Luisa, che travestita da uomo la vegliava del continuo, la confortò a tacersi, e a starsi di buono animo; avvegnadio da cotesto smaniarsi non gliene potesse venire se non che aumento di male, e ritardo del giorno desiderato di stringersi al collo il figliuoletto; ed ella allora non flato più.
Luisa aveva posto maraviglioso affetto alla desolata vedova, la qual cosa non ha da parere strana; chè siccome la offesa pei petti mortali somministra ragione per offendere, così il benefizio antico persuade il nuovo; e noi amiamo altrui meno pel bene che ci fa, che per le cure che ci costa. Se poi questo muova da costanza o da presunzione, o da altre buone o cattive qualità, io non saprei affermare: bene io so, che quantunque riesca arduo, più che altri non pensa, rinvenire la origine vera delle nostre azioni, il motivo non è quasi mai solo, ma complesso e attorto di fili forniti in parte dagli Angioli, e in parte dai demonii. Quale poi fosse la proporzione di questi fili nell'animo di donna Luisa non è dato giudicare; giova credere fossero angelici tutti; a me basti accertare, che ella amava cordialmente la vedova.
Se forte pungesse la donna il desiderio di conoscere i particolari del commercio, ch'ella supponeva avesse mantenuto seco lei il suo marito, non è da dire; ma la trattenevano dall'appagarlo molte considerazioni. E prima di tutto non le pareva onesto prevalersi dello stato di cotesta misera per istrapparle il segreto: poco cristiano, e meno che consentaneo alla generosità fin lì dimostrata da lei, tribolare, forse non senza danno della sua guarigione, la inferma per farla parlare; e finalmente avendo accolto un dubbio, comunque debolissimo, intorno alla verità dei suoi sospetti, amò piuttosto oscillare in cotesta incertezza, che disperarsi nella odiata realtà.
Ma non vi è misura che tanto presto si colmi, quanto quella della impazienza. Certo giorno ella sedeva accanto al letto della vedova. Angiolina, che tale parmi aver detto si chiamasse la vedova, contemplava il volto di Luisa con l'adorazione dei devoti verso le immagini miracolose, e mormorava per lei benedizioni e preghiere. Luisa la guardò fisso a sua volta; vide che le tornavano i floridi colori della salute per la faccia, le scottature non lasciavano segno veruno, e la donna ridiveniva bella più che mai fosse stata. Il cuore palpitò alla gelosa impetuosamente nel seno, e sorridendo un cotal suo riso amaro la interrogò:
—Ma sono io l'unico vostro protettore davvero?
—E chi volete che si prenda cura di una povera femmina come sono io, se non voi per vostra carità?
—E sì…. e sì che la memoria, io credo, non vi aiuta a rammentar bene le cose…. in questo momento.
—Ah! voi dite la verità, esclamò Angiolina, facendosi vermiglia come per vergogna di fallo commesso. Signore! O come possiamo, senza volerlo, diventare ingrati?
—Dunque…. tu hai un altro protettore?
—Un altro protettore, come voi dite, il quale ci ha beneficato assai….
—Sì, eh! E come si chiama egli?
—Egli?—Il Conte Cènci.
—Cènci? Cènci hai tu detto? Cènci?—gridò Luisa come se l'aspide l'avesse morsa nel cuore, e si tacque. Ma l'altra, secondo che la consiglia affetto, e il desiderio di ammendare il fallo involontario, aggiungeva appassionata:
—Cavaliere sopra quanti altri conobbi, eccetto voi, compitissimo e gentile. Per lui ci venne restaurata la casa, che, guasta prima dall'acqua, adesso ha distrutto il fuoco:—egli volle che io mi comprassi vesti sfoggiate,—orgoglio di una ora;—ed ebbi a toccare da lui solenne rimprovero perchè non lo scelsi compare del mio figliuolo.
Luisa si morse le labbra in modo che spicciarono sangue, e la interruppe con aspra voce dicendo:
—Basta!
E mentre per non tradirsi si allontanava a precipizio, combattuta da passioni diverse mormorava:
—Sfacciata! E nemmeno si rattiene da palesare la propria vergogna. Signore! Ma tu veramente comandi di allevare le serpi che ci mordono il cuore?
[1] Questi sintomi angosciosi dell'asfissia io descrivo non già per sentito dire, bensì per averli provati. Ciò avvenne quando il signor marchese Cosimo Ridolfi, iniziatore in Toscana del reggimento costituzionale, investito di pieni poteri per sedare in Livorno una cospirazione, che non era mai stata, ordinò mi traessero a Portoferrajo con le mani incatenate nella notte dell'8 al 9 gennaio 1818, e quivi mi gittassero entro un sotterraneo del forte Falcone. Il sotterraneo era umido e freddo: io poi infermo gravemente di male d'intestini, ed estenuato di forze; sicchè mi lasciai andare semivivo sopra un lurido letto da soldato, che rinvenni in cotesta lurida buca. Il carceriere, o di proprio moto o per commissione altrui, mi portò un focone di brace accesa, ed uscì chiudendo la porta del sotterraneo, e la finestra munita di due inferriate, due graticole ed una impannata. Appena chiusi gli occhi incominciarono a travagliarmi i sintomi descritti nel testo: allora con ineffabili sforzi scesi dal letto, e strascinandomi carpone giunsi alla finestra, apersi la impannata, e sporsi la bocca tra i ferri per bere un sorso di aria pura… cioè quale poteva aversi traverso due inferriate e due graticole e piovuta dentro una chiostruccia che mi stava davanti. E poichè i posteri sappiano chente si fossero i Conti, i Baroni, e i Marchesi promotori delle libertà politiche in Toscana, e giudichino, dirò (cosa incredibile, e non pertanto vera): quattordici dei miei compagni d'infortunio furono gli uni sopra gli altri accatastati dentro un altro sotterraneo sterrato, che prendeva aria da un pertugio nel soffitto; un altro certa notte gridava dal sotterraneo, dov'era stato posto solo, lo salvassero perchè in procinto di affogare a cagione dei torrenti di pioggia che colà rovesciavansi; nè quinci venne remosso se prima il suo corpo non gli si gonfiò mostruosamente. Tale provai il signor Marchese Ridolfi: qual egli provasse me quando il popolo, contro lui infellonito, lo vituperava con ogni maniera di oltraggi, tentava appiccargli fuoco alla casa, e lo minacciava di peggio, ne porgono testimonianza i documenti ricavati dagli archivii dello Stato, e che appartengono al mio ministero. Io li ho pubblicati, e chi ne avesse talento può consultarli: a me basti dirne questo, che seppi e volli, assumendo il maestrato, attaccare qualunque passione privata al cappellinaio, e procedere con tutti imparziale; anzi se taluna parzialità mostrai, fu nel difendere coloro che più mi avevano offeso in generale, e il signor Marchese Ridolfi in particolare. Se io mi sia stato degnamente corrisposto, i discreti decidano. Piacemi unicamente avvertire, come allorquando i Signori del Municipio fiorentino, e la Commissione aggiunta si posero a capo della reazione, che confidarono governare, il mentovato signor Marchese scriveva lettere dalla Spezia, che intercettate furono rese pubbliche a Livorno, con le quali egli reputava onesto aizzarli contro di me; e quivi notai, tra le altre, queste espressioni: «non crediate «a b… f… galantuomini!» Concetto, e modo, ch'io ricisamente sostengo non degni di lui: di lui, che si diceva innamorato così della civiltà del Popolo toscano da anteporla alla virtù militare, per la quale avrebbe potuto rivendicarsi dal servaggio, e sostenere la sua libertà.
[2] Il CANTU, nellaStoria di cento anni, narra di Souwarow il quale di tanto in tanto visitava gl'infermi soldati, e li curava così: se gli parea che fingessero, ordinava li bastonassero; se li reputava ammalati davvero, faceva amministrare loro sale, aceto, e non ricordo quale altra sostanza. In questa guisa i suoi ospedali militari stavano sempre vuoti.
Sol l'Asino gentil, l'Asino finoLodar si debbe, e mi par che sia quelloDa scriverne in volgar, greco, e latino.GAB. SIMEONI,Cap. dell'Asino.
E Verdiana si era fatta venti volte alla finestra; altrettante si era posta ad annoverare i passi, che secondo i suoi calcoli la canonica distava da Roma. Scese sul prato; e comecchè tremolante su le gambe, si stese boccone, ed accostò le orecchie a terra per udire qualche lontano rumore, che le annunziasse il ritorno del Curato;—niente. Sorse, cantò le litanie, lostabat Materrecitò dieci volte il rosario, e poi si spazientì.
—Oh! vedete, borbottava, quanto mai tarda quel benedetto uomo stamani…. ma che stamani? Ormai è passato vespro, e qui la minestra diventa tutta una pania. Io per me non so chi mi trattiene da desinare sola; e se poi giunge, e non potrà mangiare, suo danno. Ma forse sarà trattenuto da qualche faccenda…. o forse qualche malanno sarà capitato addosso a Marco (Marco era l'asino che cavalcava il curato)… od anche al povero reverendo. Ahimè! meschina, che cosa io vado immaginando? E perchè non potrebbe essere questo? Se male può incogliere a Marco, non ci è ragione perchè non possa succedere anche al curato. Santissima Vergine! pur troppo in fatto di disgrazie non corre differenza alcuna fra Marco e il Curato, e per tutti, o vogli uomini o vogli bestie, elleno stanno sempre apparecchiate come le tavole degli osti.
Qui tolse i suoi ferri dai quali pendeva una calza mezza fatta, e si mise a proseguirla con molta prestezza; ma chi l'avesse osservata poteva accorgersi di leggieri, che nella sua mente si formava un pensiero dolente come nei suoi occhi adagio adagio andavano crescendo due lacrime, e le lacrime e il pensiero proruppero in un medesimo punto; però che gittando smaniosa da parte e ferri e calza, esclamò:
—Sicuro eh! se qualche disgrazia fosse avvenuta a cotesto povero uomo, non avrebbe altrimenti bisogno di calze nè di solette…. E perchè non ne avrebbe più bisogno? o che forse tutte le disgrazie rendono inutili le calze?
E qui stesa la mano riprendeva i ferri, cacciandone uno dentro al bacchetto.
—E poi, proseguiva, o morto o vivo, le calze a qualcheduno saranno sempre buone…
Intanto riponeva in tasca il gomitolo del refe.
—Buone per qualche poverello di Dio,… ed anche per me…
Diciamolo a gloria del vero. Verdiana aveva pensato a se dopo il curato e la sua cavalcatura, dopo il prossimo, dopo di tutti; la sua carità si era estesa fin dove poteva estendersi, e dalla periferia ritornava al centro. Per altra parte col medesimo amore d'imparzialità dobbiamo aggiungere, che le sue mani non si erano mostrate mai tanto sollecite come quando ebbe avvertita la probabilità che le calze potessero rimanere per se.
Allo improvviso l'aria dintorno rintronò dei ragli di Marco. Verdiana corse alla finestra, e di là dalla siepe le comparvero entrambi i cari capi del Curato e dello Asino: non già che volesse mettere l'uno a fronte dell'altro; Dio ne liberi! Ma alla fine se al curato non potevano negarsi meriti grandi, anche l'asino aveva i suoi; e per di più il curato, come Marco, non aveva bevuto la luna.
Bevuto la luna? Così almeno crederono un tempo in casa del curato, e fuori; poi per le persuasioni di lui Verdiana incominciò a concepirne qualche dubbio; ma in quanto a Giannicchio non ci fu verso a farlo ricredere, e lo avrebbe giurato anche sotto la corda.
Giannicchio era un garzone più povero di Lazzaro; portava vesti di cui metà era mota, e l'altra toppe di ogni maniera, colore, e misura; una soprammessa all'altra come la calca degli accattoni si affolla su la punta dei piedi a sporgere la pentola alla porta del convento dove il cappuccino dispensa la minestra. Giannicchio era uno di quei poveri figliuoli, i quali dalla madre natura non hanno ricevuto altra benedizione, tranne uno schiaffo. Quanto si poneva a fare, tanto gli riusciva a traverso: se prendeva una stoviglia la rompeva; se correva per soccorrere, o urtava col capo nel muro, o andava a dare di cozzo nel naso della persona che intendeva sovvenire; a chiedergli acqua avrebbe portato fuoco. Il Curato affermò più volte, ch'egli doveva essersi trovato alla torre di Babele a fare da manovale. Nonostante ciò Giannicchiomalanno, chè tale gli avevano appiccato nomignolo, era di così buona pasta, tanto serviziato e amoroso, che sempre stava per casa al curato, e da campare alla meglio ogni giorno rimediava.
Ora è da sapersi come fuori della canonica si trovasse un pozzo, e accanto al pozzo la pila da abbeverare le bestie, e lavare i panni. Certa sera Marco tornò tardi a casa perchè il Curato lo aveva imprestato al Dottore, al quale in quel giorno la cavalla erasi azzoppita dalla terza gamba; e fu deciso che ormai nessuno potesse salirvi sopra, senza la quasi sicurezza di fiaccarsi il nodo del collo. Nè Marco tornò solamente a casa tardi, ma vi tornò trafelato.Trivia rideva nel plenilunio sereno, come dice Dante, e vagheggiava il tondo disco nella poca acqua avanzata nel fondo della pila come una ricca dama si contempla, in difetto di meglio, dentro uno specchio da quattro soldi. Giannicchio menò Marco alla pila, e volgendo gli occhi in giù vide la luna. L'Asino assetato bevve avidamente fino all'ultima stilla l'acqua raccolta nella pila, e la luna scomparve. Allora Giannicchio, preso da maraviglia e da spavento, si dette a gridare che Marco aveva bevuto la luna. Tale era Giannicchio.
—O cari! o desiderati!—esclamava la buona Verdiana, e si affrettava affannosa verso l'Asino e il Curato. Abbracciò Marco pel collo nè più nè meno con lo affetto di Sancio Panza; baciò la mano al Curato, e lo aiutò a smontare. Siccome nella povera gente il dolore della perdita si fa sentire più acuto assai che la speranza del guadagno, io non saprei ridire quali, e quante suonassero le lamentazioni della Verdiana vedendo la tonaca lacerata, e le altre cose più riposte sotto in pessimo arnese, fatte manifeste in virtù dello strappo della tonaca: molto più che dal volto nuvoloso del curato le pareva potere argomentare, che il viaggio fosse riuscito indarno.
—Già m'immagino, incominciò Verdiana, che anche per questa volta avrà fatto fallo la promessa delchiedete, e vi saràdato:—e intanto che andava forbendo il curato dalla polvere, continuava:—il santo Evangelo avrà inteso parlare della graziagratis data, non già dei ducati del sole.
—Silenzio, Verdiana; non mormorate contro la Provvidenza, ch'è peccato; ho bussato, e mi fu aperto; ho chiesto, e mi furono dati cento scudi…
—Cento scudi! E allora facciamo i fuochi…
Il Curato sospirò; si pose a cena; poco mangiò, bevve meno, e rispose rade e tronche parole alle frequenti domande di Verdiana, la quale standogli attorno non rifiniva mai d'interrogarlo così:
—Vi sentireste per avventura incomodato, Reverendo?—Vi è forse accaduto qualche malanno in cammino?—Avete avuto paura?—Benedetto uomo, ma parlate! Volete che io vi faccia un po' d'acqua di salvia col miele…. o piuttosto un cotogno cotto nel vino…. o veramente lo pezzette di aceto sopra le tempie? Un senapismo…. un pediluvio…. un semicupio…. un cristeo?
—Ouf!—soffiò il Curato, e disse poi:—fate tutta questa roba per voi, Verdiana, se ne avete bisogno; sto bene, prima Dio, ed ecco i cento ducati…
—Ve' belli… belli! E' non hanno mica torto a tenerseli stretti coloro che li possiedono.
—Date retta, Verdiana, questi sono cento ducati; ma non bastano a gran pezza per la canonica, per le masserizie di casa, e per la chiesa…
—Pazienza! Rifacciamoci intanto dalla chiesa; alle altre cose il buonGesù provvederà…[1]
—Provvederà, sì; ma vedete bene, Verdiana mia, che se non prendiamo cura della canonica, un giorno o l'altro ci troveremo a nuotare in casa.
—Meglio nuotare noi in casa, che Cristo in chiesa.
—Sì; ma se il sacerdote annega, il servizio divino rimane interrotto con danno gravissimo dei parrocchiani.
—Già,in primis, non rimane interrotto per nulla, dacchè, e Dio vi faccia campare mille anni, morto un papa se ne fa un altro, come dice il proverbio; e poi in casa ci piove, è vero, ma non vi si nuota, nè vi si affoga, che io sappia…
—Sì; ma il savio Ippocrate insegna:principiis obsta sero medicina paratur; la quale sentenza sapete che cosa vuol dire, Verdiana? Vuol dire che se non si ripara in tempo, la buca diventa fossa. Inoltre la veste abietta fa cascare nello avvilimento chi la porta. Per colpa del sozzo servo talora venne in dispregio anche il padrone.
—Ma egli è troppo peggio, che prendano in odio il servo per la ingratitudine che mostra al suo signore; e pensate un po' voi di quale signore si tratta.
Al curato pareva giacere sopra la gratella di san Lorenzo, e sospirando ruminava fra se: come diascolo tutto ad un tratto è capitato tanto giudizio a Verdiana!—E Verdiana proseguiva:
—Io ho detto begli ai ducati, perchè davvero mi piacciono; ma non mi paiono più belli della mia coscienza, nè del mio obbligo, e molto meno poi del mio Gesù; chè se niente niente temessi che vi avessero a far prevaricare, vedete come io ne userei?—Verdiana ne prese due pugni, e mostrò volerli gittare fuori della finestra—io li butterei per granturco alle galline…
—Verdiana! Verdiana!—gridò il Curato abbracciando forte la fantesca a mezza vita, e respingendola addietro,—ma che siete spiritata?
Quante fossero le parole dette dalla Verdiana, e come pungessero acerbamente il Curato io tralascio; basti sapere, che il Curato piegò il capo e pregò mentalmente che se poteva farsi quel calice amaro, cioè Verdiana, fosse rimosso da lui; sospirò; si pentì ripetendo dieci volte l'atto di contrizione; deliberò rendere i ducati. Allo improvviso fissandoli, gli parvero i trenta danari di Giuda; e, spaventato dal fine di cotesto traditore, guardò tutto rabbrividito il fico dell'orto della canonica, e si scostò dalla finestra; ma nel punto in cui stava per darsi in balìa della disperazione, ecco balenargli un pensiero nella mente: esultò come Archimede, quando ebbe trovato il modo di conoscere se nella corona di oro avessero mescolato rame; si sarebbe per l'allegrezza dato un bacio, se con le labbra avesse potuto toccarsi le gote; e sollevando la testa umiliata, a mo' di cervo che ripresa lena continua la corsa, egli disse:
—Uditemi, Verdiana; voi avete parlato molto e male, Dio vi perdoni. E chi vi ha insegnato a pensare tanto tristamente del prossimo… di un curato… di me?… Parvi essere io stato, per tutto il tempo che vivete con me, cosiffatto uomo da meritarmi simili rabbuffi? E se nol fui, come da un punto all'altro di vino sarei diventato aceto? Uditemi. Dal campo ha da uscire la fossa. Io e Giannicchio scerremo gli embrici e i tegoli sani dal tetto della canonica, e gli adatteremo sul tetto della chiesa: alla canonica gli riporremo nuovi: potremo tagliare sei camicie alquanto lunghe, e quando ne occorrerà bisogno per chiesa aggiunteremo una striscia di trina a qualcheduna di quelle, e serviranno per camici: dalla coperta di cataluffo ricaveremo due pianete; una gialla, e l'altra faremo tingere in rosso; le lampade e le ampolline si adoperano così in Chiesa come in casa:—farò ancora raschiare, ritingere, riconficcare, insomma riporre a nuovo il Crocifisso che tengo accanto al letto, e per le feste lo esporremo in chiesa.
Il buon prete col suo cervello aveva armeggiato in questa guisa: il patto fatto mi obbliga a non impiegare nemmeno uno scudo in chiesa. Maladetto quel patto! Ma se tolgo le tegole e gli embrici dalla canonica impedisco che l'acqua coli in chiesa, e osservo la promessa: bene è vero, che così mi tocca a rifare il tetto alla canonica; sia: ma potrò sempre sostenere, che per la chiesa non ho speso un papetto. e rifiutare addirittura il danaro. Ma no… perchè se non accettava non poteva sguarnire la casa per addobbare la chiesa. Quando il lenzuolo è corto, il capo o i piedi hanno da restare scoperti. Dunque ho fatto benissimo… benone!
E contento di se, si voltava sul fianco sinistro. Oh curiosa! Qui trovava tutt'altra opinione: una voce, che pareva nascosta nel capezzale, lo rampognava così:—garbuglione, imbroglione, cavillatore, tu vorresti servire mezzo a Dio, mezzo a Mammone. Signor no; o tutti a Dio, o tutti a Mammone: qui non vi ha strada di mezzo. Sono questi gli esempii che ti porgevano il profeta Elisèo e san Pietro? La tua sorte sarà quella di Simone Mago, che salì per aria in virtù del diavolo, e cascò in terra per virtù di Dio fiaccandosi le gambe; o per lo meno quella di Ghehazi, quando diventò bianco da capo a piedi di lebbra[2]. Bella figura se ti presentassi in pulpito come maestro Biagio il molinaro! E che cosa direbbe Verdiana? Le offerte presentate senza il cuore puro vengono respinte dal cielo: informi Caino; e tu accettasti danaro con patto espresso di non adoperarlo nel servizio di Dio. Non è questo peggio della simonia, e della geezzia? Chi non adora Dio egli è già diventato servo del Maligno. Levati… levati e va al letto di Verdiana, e chiedile perdono; cotesta donna ha tanta carità da vendertene. Levati… torna a Roma, magari in camicia; rendi i ducati al Cènci, e digli: lasciatemi la mia povertà con la mia innocenza; ricchezza col peccato non è affare che mi garbi.—Ouf! che caldo, esclamava ad alta voce il curato; stanotte non mi riesce a prendere sonno; e dando un gran voltolone pel letto tornò sul lato destro. Da questa parte lo aspettava sempre il suo buon Genio, e:—consolati, gli mormorava soavemente dentro gli orecchi, perchè la intenzione giustifica la opera, e in questo mondo chi è savio si governa secondo il vento e la corrente; chè se Verdiana continuasse a darti fastidio, tu le potrai allegare lo esempio degli Ebrei, i quali prima di uscire dall'Egitto tolsero in prestanza i vasellami di oro e di argento degli Egiziani, e verosimilmente gli adoperarono nella fabbricazione dell'Arca: e le potrai citare eziandio il caso dei figliuoli di Giacobbe, i quali per vendicarsi della sorella rapita persuasero i Sichemiti a tagliarsi[3]… ma no… cosiffatti esempii non sono da raccontarsi a Verdiana… gliene racconterai un altro più accomodato… e più decente. Insomma la intenzione giustifica le opere, se non presso gli uomini, almeno presso a Dio.—Dunque ho fatto benissimo, benone! E a cui non piace mi rincari il fitto;—e si addormentò.
Egli era un bel pezzo che dormiva, quando allo improvviso gli venne rotto il sonno dalla testa da non so quale insolito rumore: balzò a sedere sul letto, e gli parve udire un lieve imprimere di orme sul pavimento; ond'egli ritenendo che il gatto di casa avesse inciampato in qualche masserizia, allungò un braccio fuori della sponda del letto, e presa una scarpa grave di chiodi di ferro e per le fibbie d'argento, la gittò dalla parte donde gli parve che il rumore muovesse; la scarpa colpì in pieno uno armario, che suonò come un tamburo, perchè era vuoto. Verdiana destatasi allo strepito, incominciò a strillare dalla stanza accanto:
—Reverendo, reverendo. Trista moneta è quella che disturba i sonni, e Dio le mandi il mal giorno, e il male anno: quando eravate più povero riposavate fino a giorno; adesso non dormite, nè lasciate dormire.
Il curato messe il capo sotto le lenzuola, e si turò le orecchia con le coperte per non udire cotesta persecuzione.
La mattina don Cirillo, quando si levò, guardò prima il cielo, e poi sott'occhio Verdiana; quello gli prometteva una buona, questa una trista giornata. Si pose a cantare a mezza voce matutino e le laudi, e prese a darsi grandissimo moto per provocare qualche parola amica; ma e' fu tutto uno: a colezione, così per rompere il ghiaccio, incominciò a domandare con disinvoltura il prezzo ora di questa, ora di quell'altra cosa, e poi bravamente, con un tratto da disgradarne ogni più arguto diplomatico, allo improvviso osservò, come per tanta roba centocinquanta ducati gli paressero pochi. Verdiana, colta alla sprovvista sul tasto delle biancherie, per le quali ogni buona massaia sente tanta passione, dimenticata la origine degli scudi, si pose a fare i conti con don Cirillo.—Questi, sebbene fosse non mediocremente istruito, pure di conti non sapeva nulla; onde la somma non tornava mai. Verdiana annoverava toccandosi i labbri con le dita, ma anch'ella in abbaco andava poco innanzi. Allora il curato divisò prendere i ducati, e separarli in tanti mucchii quante erano le cose da provvedere, giudicando ad occhio: propose, insomma, loscacchiere[4].
Don Cirillo ebbe a congratularsi del trovato strattagemma, imperciocchè riuscisse a mansuefare l'umore della Verdiana, e a sollevare se stesso; chè la vista del danaro letifica il cuore dell'uomo. Di ciò porgono testimonianza gli stessi testoni di Clemente XII, dove si trova la leggenda:videant pauperes, et laetentur[5]. Ora i poveri vorrebbero introdurre nella leggenda una variante, intorno alla quale fin qui non se la sono intesa co' ricchi, e credo che vogliano stare ancora un pezzo prima d'intendersi. La variante consisterebbe nel surrogarehabeantalvideant; e certamente bisogna confessare che, non ostante la leggenda di Sua Santità, i poveri dalla sola vista del danaro non pare possano avere motivo di menare sterminata allegrezza.
E per mettere in pratica il consiglio, il curato si avviò alla camera seguìto da Verdiana, la quale gli andava dietro ripetendo:
—Vedrete che al conto, che fate voi, ce ne mancheranno una diecina… o una ventina.
—Ed io sostengo, ch'essi hanno a bastare,—e piegò la persona per sollevare il coperchio dello inginocchiatoio; ma ad un tratto si raddrizzò interrogando:
—Verdiana, che diamine mi diceste ieri sera?—Che la farina del diavolo se ne va in crusca?
—E' lo dicevo, perchè in gioventù sentii raccontare da un frate predicatore, che il Demonio fece il patto con un contadino di comprare la sua anima per mila scudi: sottoscritto il foglio e pagato il danaro, il contadino andò a casa col sacco; ma la mattina fu trovato morto nel letto, e il sacco pieno di carbone: così perse l'anima e i quattrini.
—State sicura, Verdiana, che questa moneta non mi viene da parte del diavolo, bensì da un fiore di gentiluomo romano: però io so una storia di scudi volati senza opera diabolica; e se a voi piace ascoltarla, io ve la racconterò.
—Giusto! ho tempo di ascoltar novelle! A mano a mano siamo a mezzo giorno, e non ho anche messo la pentola al fuoco…
—Ci è più di un'ora a mezzodì, Verdiana; e poi la è storia breve… storia, intendete bene, non novella…
—Via, fate presto, che io vi ascolterò.
Il curato appoggia i reni al saccone, e punta entrambi i piedi sul pavimento: poco oltre, davanti a lui, Verdiana stava ritta ad ascoltare: in mezzo ad essi era lo inginocchiatoio.
—Dovete dunque sapere, incominciò don Cirillo, che ci fu una volta un vecchio avaro, il quale quando del danaro prestato prendeva l'usura del cinquanta per cento gli sembrava regalarlo. Ora costui non volendo per la sua tristizia fare la spesa di un forziere di ferro, comprò una cassa da morto; la cerchiò da se, come seppe meglio, di bandelle di ferro, e vi adattò una vecchia serratura; poi la nascose sotto il letto, e di mano in mano andava a depositarvi la male acquistata moneta. Quantunque poco temesse di ladri, per essere casa sua guardata diligentemente, pure onde allontanare ogni sospetto quando mai pervenissero nella stanza, scrisse sopra la cassa «Hic est Christus Dominus meus»[6]: quasi volesse dare ad intendere che quella fosse una reliquia, e così rinforzare la debolezza della serratura con la reverenza della religione. La Provvidenza, certamente per punirlo della sua cattiveria, gli dava un figliuolo sprecone quanto egli era avaro, e bevone da vincere il palio con le spugne; giuocatore poi—da mettere su lanzichenetto in mezzo alla brace accesa; nè qui si fermava; che possedeva certe altre taccherelle, le quali, voi capite Verdiana mia, che le si vogliono tacerehonestatis causa, et caetera. Se il vecchio spigolistro tenesse il figliuolo allo stecchetto non importa dire, e se questi lo avesse in fastidio importa dire anche meno. Il figlio spiando il padre, un giorno lo vide entrare in camera, chiudersi dentro, e, messo l'occhio al foro della serratura, vide ancora com'egli aprisse la cassa, e vi riponesse dentro buona quantità di danari. Al giuocatore venivano a un punto i sudori caldi e freddi addosso: appena il vecchio uscì di casa, ecco quel tristo con suoi ferri e grimaldelli arrovellarsi intorno ai serrami; aperti che gli ebbe si empiva le tasche, e prestamente si allontanava, non senza però avere scritto prima sotto la cassa questa altra iscrizione «Resurrexit, et non est hic»[7]; e così il malvagio vecchio imparò a sue spese a profanare i testi del santo Evangelo.
—E fosse finita qui!, aggiunse la divota Verdiana; ma il peggio tocca di là, e pochi ci pensano…
—Sicuramente; e quando se ne avvedranno sarà tardi… Dunque voi persistete a sostenere, che ne manca una diecina…
—O dieci… o venti…
—Ora lo vedremo… Io tengo per fermo, che devano arrivare…
E sollevò la predella… Il danaro era sparito.
Don Cirillo rimase giù curvo della persona, con la predella sollevata, la testa e il collo volti verso Verdiana. Verdiana chiuse gli occhi, e allungò ambedue le braccia con le mani giunte sul capo a sesto acuto: parevano colpiti da catalessi. Così stettero lungo spazio di tempo, senza dire parola, senza battere palpebra. Una molto acerba battaglia si combattè nell'animo di don Cirillo mentre tenne curvata la persona. In quel turbinìo di passioni grande era il dolore della somma perduta, grandissima la maraviglia di vederla sparita, ma fuori di misura più grande il rimorso di averla accettata a condizioni sicuramente non pie. Don Cirillo raddrizzandosi lentamente, parve avere vissuto dieci anni in un minuto: però senza amarezza alcuna disse alla serva.
—Verdiana mia, voi siete stata profetessa.
—O meschina me! non avessi mai parlato…
—E adesso, che cosa ci avanza a fare?—domandò il Curato dandosi della palma aperta sopra la fronte.
—Rassegnarci ai voleri di Dio…
—Donna, voi avete parlato una savia parola.—Però, e notatelo bene, Verdiana, qui dentro non ci ha a vedere il demonio. Queste orme polverose per la casa, la finestra che dà su l'orto rotta, e il rumore che stanotte ci ha desti, chiariscono apertamente che qualche ladroncello del vicinato ci ha fatti tristi. Dio gli perdoni, e possano cotesti danari giovargli meglio che a me.
Ma oh! come l'affanno di queste povere creature toccò il limite estremo quando, scese nella stalla, non rinvennero più neanche Marco! Di quali pianti non risuonò la canonica, di quali disperati guai? Marco co' più dolci nomi chiamavano, Marco invocavano, Marco dal cielo con ardentissime preci e con supplici voti chiedevano, e i campi intorno si sentivano risuonare: Marco! Marco!
Si univa al lamentevole coro anche Giannicchio, il quale provandosi consolare quel supremo dolore si era adattata al collo la cavezza dell'Asino, e postosi davanti alla mangiatoia, proprio nel luogo già occupato da Marco, andava dicendo così:
—Don Cirillo non piangete, Verdiana mia asciugatevi le lacrime;—io vi terrò luogo di Marco, vi servirò come Marco. Reverendo, quando vorrete andare a Roma io vi porterò a cavalluccio su le spalle comodamente come Marco.
Un'angoscia cupa subentrò, come avviene, allo affanno clamoroso; nè sembra che le consolazioni di Giannicchio trovassero grazia presso don Cirillo, nè presso Verdiana. Non si parlò di mangiare: non già che Verdiana omettesse apparecchiare; ma nel servire a tavola il Curato di tratto in tratto voltava altrove la faccia per non mostrargli qualche lacrima, che suo malgrado le scappava dagli occhi. Don Cirillo guardava fisso il piatto, ma non toccava la vivanda; o se pure ne prendeva un boccone con la forchetta per recarselo alla bocca, appena aveva alzato il braccio lo riposava, e poi con un grosso sospiro rimoveva da se intatta la pietanza. Ah pur troppo è amaro a inghiottirsi il pane bagnato di pianto! Don Cirillo si levò, scese, e si mise a sedere sopra il muricciòlo a destra della porta di casa; e per fare qualchecosa, si pose con un bastoncello a segnare di linee il terreno. Si vedeva chiaro che cotesti erano moti puramente macchinali, e il suo pensiero galoppava le mille miglia lontano di là; ma o sia che la passione non abbia sede particolare, o sia che le membra conservino spontanee il moto che in loro impresse lo affetto, fatto sta, che le mani del curato tracciarono su l'arena il profilo di Marco. Verdiana sul muricciòlo a sinistra guardava le galline,—le guardava; ma con le mani in tasca non udiva la costoro petizione collettiva, che domandava il solito sussidio di grano turco. Giannicchio seduto sotto il pagliaio piangeva, e si sfogava col pane dandogli tali morsi da far temere anche pel pagliaio, caso che il pane non gli fosse bastato.
Il pensiero del prete dopo avere viaggiato per diverse regioni, si fermò finalmente su Giobbe: considerò innanzi tratto ch'egli non aveva moglie, e questo gli parve un primo argomento di consolazione; poi pensò che non aspettava amici, e conobbe, che se uno solo di quei di Giobbe, o il Temanita o il Suhita, gli fosse cascato addosso sarebbe bastato a farlo gittare a capo fitto nel pozzo: e finalmente la coscienza questa volta, sgombra da passione, discorrendo schietta e senza garbugli, gli dichiarava ch'egli aveva commesso peccato grave contro Dio, e che doveva ringraziarlo di cuore se lo sottoponeva a cotesta ammenda leggiera: onde si levò da sedere con volto mestamente sereno rimanendogli dentro una umiliazione, la quale se avessimo voluto decomporre nei suoi elementi avremmo trovato per lo appunto: che per un quarto vi entrava il rimorso della mala accettata moneta; per un altro quarto la vergogna delle parole scandalose adoperate con Verdiana, e per una buona metà il dolore della perdita del povero Marco.
—Dio me lo ha dato, sospirò don Cirillo, Dio me lo ha tolto; sia fatta la volontà di Dio: pel peccato che ho commesso, la tua mano, o Signore, mi punisce soavemente.
Appena il buon curato aveva posto fine a coteste parole, come se la Giustizia divina soddisfatta volesse aprirgli di nuovo la fonte delle misericordie, ecco rimbombare dintorno per le valli e pei colli il raglio glorioso e trionfale, che pareva—o voluttà celeste!—ed era certo di Marco; e appena ebbero tempo di dirselo, che Marco, incoronato di verdi fronde la testa, scavalca secondo l'usato costume la siepe, e come saetta volante corre verso il padrone. O come incoronato? domanda il lettore, e aggiunge: queste le sono bizzarrie di romanziere. Sì signore, incoronato; e il come vi sarà detto poi. Intanto compiacetevi, signor lettore, meco di contemplare Marco incoronato; non dico di alloro perchè, voi lo sapete, di questo
…….rado se ne coglie Per coronare o Cesare o Poeta, Colpa, e vergogna delle umane voglie[8];
ma di varia maniera fronde corbezzolo, e quercia; e la quercia era pure nobile corona da stare a petto con l'alloro, imperciocchè nell'antica Roma si destinasse a colui che salvava in battaglia la vita a un cittadino romano, e si chiamassecivica. A questo pensa, lettore, e riponti in mente, che là dove si onora la virtù vera, supremo ufficio civico è salvare un cittadino in battaglia, e non tradirlo in pace.—Marco pertanto apparve con la coronacivica, ed era un Asino.
Gli abbracciamenti, i baci, e i colpi lieti[9],
i risi, i pianti di tenerezza, i parlari confusi, e simultanei erano una pazza cosa. Marco anch'esso si sentiva commosso come gli altri; non affermerò che ancora egli piangesse e ridesse, quantunque con l'autorità di scrittori gravissimi io potrei sostenere anche questo, e la commozione interna egli manifestava con voce potente a superare ogni altro grido. Marco era il Lablache di cotesto coro. Don Cirillo lo liberò dalla sella e dalle bisacce, senza avvertire se fossero vuote, o piene. Giannicchio prima di tutto lo abbracciò e lo baciò; poi lo stregghiò, lo lavò, gli rinettò la coda dai pungitopi e dai pruni. Verdiana gli apparecchiò paglia fresca ed erbette; anzi volgendo gli occhi da un lato dell'orto vide un magnifico cavolo cappuccio, che pareva un senatore: stette fra due se lo dovesse serbare per una minestra di riso pel curato, o darlo a Marco; ma vinse amore per questo, e risolutamente lo svelse, lo lavò, e lo sminuzzò nella mangiatoia di Marco. Era il ritorno del figliuolo prodigo, ed ella uccideva la vitella grassa. Cotesto giorno, si può dire che l'Asino facesse pasqua.
E per Asino, bisogna aggiungere, che Marco ebbe in cotesta solennità convivale quasi gli stessi onori di papa Bonifazio VIII al banchetto della sua incoronazione; conciosiachè se lui servirono due re, l'Ungherese e il Siciliano, in regio ammanto, e la corona in capo, il Curato e Verdiana ministrassero a Marco. Vero è bene che il curato non vestiva il piviale; ma in compenso Giannicchio gli fece da coppiere, conducendolo alla pila dov'egli già bevve la luna. Sazio, non stanco, di mangiare, Marco sentì alfine il bisogno di riposarsi: egli veramente non disse:buona nottea nessuno; ma lo fece capire abbastanza stendendosi sopra la paglia, chiudendo gli occhi, e declinando il capo. Usciti dal presepio, il curato raccolse le bisacce; e questa volta essendo sgombro da passione, notò come pesassero gravissime, e v'immerse dentro la mano. Potere del mondo! Sognava, od era desto? Gli parve toccare moneta: le rovesciò per terra… scudi! ducati!—e quanti! Don Cirillo e Verdiana si stesero sul prato; e fatto cumulo del danaro, parve loro che fosse quattro e cinque volte tanto quello di prima. Oro, argento da mandare in visibilio ogni cervello sano: conta e riconta, vennero a capo di conoscere che dovevano essere circa quattrocento cinquanta ducati.
—Ora mi sembra, che c'incastri ogni cosa—disse don Cirillo; maVerdiana, alzando il dito, rispose:
—Egli è ben nostro questo tesoro? Badiamo, Reverendo, badiamo che Dio non ce lo abbia mandato per provarci una seconda volta.
—Verdiana, dapprima ho pensato come voi; ma poi mi sono persuaso che questo danaro ha da appartenere al ladro; egli non può essere qui del vicinato, ma sarà sicuramente qualcheduno dei banditi che bazzicano per la campagna. Ora voi capite, che renderlo a lui sarebbe peccato, e ai derubati impossibile. Io proporrei—e questo disse con esitanza—che per noi spendessimo un cento cinquanta di ducati, ed ogni rimanente per la chiesa, e pei poverelli di Dio;—sicchè faremmo restaurare ambedue i Crocifissi—quello di chiesa, e l'altro di canonica.
Parve che la proposta garbasse a Verdiana, perchè soggiunse senza obiezione:
—E lasceremo stare la coperta di cataluffo sul letto, e compreremo le pianete di bel damasco nuovo.
—E le camicie non trasformeremo più in camici.
—E i tegoli della canonica rimarranno alla canonica, e quelli della chiesa alla chiesa.
—È giusta; a Cesare quello ch'è di Cesare, a Dio quello ch'è di Dio.
—Ma ieri non aveva ad essere così…
—Non ci pensiamo più, via. Il Signore ha perdonato, e voi volete conservare amarezza? Verdiana, sareste meno misericordiosa del Signore?
—Me ne guardi Maria Santissima! Voi avrete due tonache nuove; una per la state di cammellotto, e l'altra pel verno di panno; e ancora due para di calzoni, perchè ieri… mi parve veh! di vedere quelli che portate ridotti in pessimo arnese…
—E voi due gonnelle; una di stame, e l'altra di lana.
—E le stoviglie?
—E gli asciugamani?
—Le stoviglie sono proprio necessarie—perchè, ora che ve lo posso dire senza affliggervi, avete a sapere, che da un pezzo in qua voi mangiate sempre nel medesimo piatto; e quando andavo in cucina io lo lavava presto presto, e ve lo riponeva su la tavola per modo, che non ve ne poteste avvedere.
—E con gli asciugamani lasceremo stare in riposo il gatto.
—O Signore, come siamo poveri! Io non me n'era mai accorta come adesso, che, avendo danaro da spendere, penso a provvedere le cose che mancano.
—Così è; il danaro fa come il sole; scuopre la miseria, e la rallegra.
—Ma a noi abbiamo pensato anche troppo.
—Giannicchio avrà di una stoffa sola la prima vesta, che abbia portata nel mondo.
—E Marco la cavezza nuova.
—Anzi… gran benedetta bestia è quel Marco!—e voi, Verdiana, la benedetta cristiana, perchè ambedue mi porgete occasione di fare un'opera buona. Veronica, la povera lavandaia, ha perduto il suo asino, ed ora se ne sta maninconiosa non sapendo a qual santo votarsi. Ella non può andare a Roma pei panni, e i suoi garzoni non guadagnano più il pane con la carretta. Orsù; datemi una ventina di ducati, che io me ne andrò senza porre tempo fra mezzo a consolare la desolata, e nello stesso viaggio menerò meco i suoi figliuoli, ed il suo cane perchè ci facciano un po' di guardia stanotte. Voi capite, Verdiana, che se il ladro venne pei miei danari, molto più si proverà a tornare pei miei e pei suoi; ed è bene ch'ei sappia, che quaggiù non tira vento buono per lui.
E come disse fece il dabbene don Cirillo; nè male gl'incolse essersi armato di provvidenza, imperciocchè durante la notte successiva il cane non cessò mai di brontolare e latrare: in seguito fu pace.
Marco diventò vecchio; e il Curato e Verdiana, com'è da credersi, non ringiovanirono certo. Un giorno il curato, dopo cena, levò la mano, secondo il suo costume quando voleva annunziare qualche solenne novella. Verdiana incrociò le mani sul petto per udirlo più raccolta. Giannicchio si rimase a mezza stanza con un piatto in mano che riportava in cucina, tenendo il corpo rivolto verso la porta e il capo indietro verso il curato per non perdere le sue parole. Don Cirillo incominciò così:
—I nostri antichissimi progenitori…
—Quanti anni sono?…
—Più di millanta…. ma non m'interrompete, Giannicchio…
—Mandarono in Grecia savii ed avvisati uomini perchè prendessero notizia delle leggi con le quali si governavano costà, essendo predicate dalla fama giustissime e religiosissime, per reggere con rettitudine pari questa nostra contrada…
—Ma Grecia non è paese di Turchi?
—Verdiana non m'interrompete… In cotesti tempi non si conoscevano Turchi… non sapete che io parlo di quando Virginio ammazzò la sua figliuolahonestatis causa? I Greci pertanto come somministrarono ai progenitori nostri notizia delle ottime leggi, così dettero a noi esempio umanissimo del modo da praticarsi verso il nostro antico compagno Marco. Gli Ateniesi, dopo avere fabbricato un magnifico tempio, chiamatoEcatompedone, a Minerva, ch'era, come sarebbe a dire, una santa per cotesti tempi…
—O adesso, che cosa ne hanno fatto di cotesta santa?
—Giannicchio, non m'interrompete… i Greci affrancarono da ogni fatica gli Asini e i Muli che si erano travagliati intorno a quel lavoro, e li dichiararono signori e padroni di vagare e pascere dove meglio venisse loro talento; e si legge eziandio in certo libro stampato, come uno di cotesti Asini vivesse interi ottant'anni[10].
—Quasi quanto noi…
—Che maledetto vizio! Ma Verdiana non…
—Sarà stato un miracolo di santa Minerva…
—Ma Giannicchio non m'interrompete. Minerva non poteva operare miracoli—perchè adesso ella sarebbe, come dire, un diavolo.
—Come un diavolo? O a Roma non ci è pure Santa Maria della Minerva? Possibile che, secondo voi, vi fosse adesso una Santa Maria del diavolo?
—Ma Verdiana, per l'amor di Dio, lasciatemi parlare; queste altre cose vi spiegherò a suo tempo per filo e per segno…
—Purchè facciate presto…
—Omnia tempus habent, cara mia; ogni frutto ha la sua stagione.
—Sì, ma ponete mente che noi abbiamo anni quanto lo Asino di Atene…
Don Cirillo, per liberarsi da cotesto fastidio delle interruzioni, male oggimai diventato incurabile in casa sua, precipitò il discorso, aggiungendo:
—Per le quali considerazioni ed esempii io propongo che si abbia a giubbilare Marco, facendogli le spese come buono e fedele servitore finchè a Dio piaccia di tenerlo fra noi.
E Verdiana di rimando:
—Sentitemi, don Cirillo, io non leggo libri stampati come leggete voi; ma la ragiono così: vecchi siamo anche noi, pure per la grazia di Dio non impediti in verun membro, o sentimento del corpo: però, finchè la Provvidenza ci mantiene destri, vuol dire, che secondo le facoltà nostre intende che qualche cosa facciamo. Tempo per riposarci, Reverendo, ce ne avanzerà anche troppo quando anderemo a dormire nel campo santo. Contro alla opinione di vostra Reverenza io dichiaro, che Marco essendo vecchio può affaticarsi nei lavori che convengono ai vecchi; non più sassi egli deve portare, nè mattoni, nè calcina; non più grano al molino, nè some di vino al mercato; non più il Dottore, ch'è più peso di tutte queste robe; ma gli basteranno molto bene le forze per portare erbe in Roma, e ritornare carico di qualche coserella che ci potesse abbisognare. Ciò lo conserverà sano, e a noi sempre gradito; perchè vedendolo ozioso a ingrassare, chi sa che non ci cadesse in disgrazia come un disutilaccio mangiatore di pane a tradimento.