CAPITOLO XIII

—Verdiana, voi siete la erede vera della Sibilla Cumana.

Come poi successe il caso dell'Asino tornato, e del danaro cresciuto potranno sapere tutti coloro, i quali si compiaceranno leggere il veniente capitolo.

[1] «E intorno al vestire non siate con ansietà solleciti: avvisate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano, e non filano. E pure io vi dico, che Salomone stesso con tutta la sua gloria non fu vestito al pari di uno di loro».Evangel. di San Matteo, C. VI, nn. 28, 29.

[2] Il profeta Elisèo sanò Naaman dalla lebbra, e rifiutò qualsivoglia mercede. Il suo servo Ghehazi gli andò dietro, e, mentendosi messaggiero del profeta, si fece dare due talenti di argento, e due mute di vestimenti. Tornato a casa, il profeta Elisèo, consapevole della colpa del servo, gli disse: «la lebbra di Naaman si attaccherà in perpetuo a te, ed alla tua progenie»; ed egli se ne uscì dalla presenza di esso tuttolebbroso, eBiancocome la neve.Re, lib. II. c. V. n. 27.—Simone Mago voleva comprare da san Pietro i doni dello Spiritossanto, ossia la facoltà di operare miracoli: e non li potendo operare per virtù di Dio, s'ingegnò operarli con lo aiuto del diavolo. La leggenda narra che il Mago ne diventò tanto superbo, da sfidare san Pietro: da una parte e dall'altra si fecero parecchie prove, come successe fra Moisè e i Maghi di Faraone: finalmente san Pietro, che stava su lo avvisato di giuocare all'altro un bel tratto, di repente si levò per aria. Simone Mago lo volle imitare; e san Pietro, quando lo vide bene alto, con la sua maggior virtù operò che quegli cadesse in terra di sfascio, e si rompesse ambedue le cosce. Di qui nasce la differenza, che corre fra Simonia e Geezzia, peccati ecclesiastici: la prima è compra di cose sacre, e specialmente di ufficii di chiesa; la seconda è mercede di grazie operate. Questi peccati da molto tempo sono scomparsi dalla Chiesa; conciossiacosachè, come ognun sa, al giorno d'oggi tutto vi si facciagratis, et amore Dei.

[3] Sichem figliuolo di Hemor violò Dina figliuola di Giacobbe; ma subito dopo si offerse parato a sposarla, in ammenda del fallo. I fratelli di lei gli risposero: «Noi non possiamo dare la nostra sorella ad un uomo incirconciso, però che il prepuzio ci sia cosa vituperevole: ma pur vi compiaceremo con questo, che voi siate come noi; circoncidendosi ogni maschio infra voi. Accettata la proposta, Hemor, Sichem e gli abitanti di Sichem si circoncisero; ma il terzo giorno, mentre essi erano nel dolore della operazione, Simeone e Levi fratelli di Dina gli sterminarono tutti».Genesi, Cap. XXXIV, n. 25. A qualcheduno è sembrato che gl'Israeliti, come popolo eletto, avrebbero potuto, e dovuto possedere qualche maggiore cognizione del giusto e dell'onesto.

[4] Milioni di uomini leggono, od intendono dire tuttogiorno delloscacchiered'Inghilterra, di ministro dello scacchiere, e pochi, io penso, sanno perchè il tesoro della Inghilterra si abbia a chiamarescacchiere. Quando Alessandro Il lucchese, soprannominato il Papalebbroso, o Papaaccattone, donò il regno d'Inghilterra a Guglielmo il bastardo, gl'impose per patto, che andasse a prenderselo; e quei due grandi della terra si tesero le braccia per soffocare dentro cotesto abbracciamento un popolo intero: «Dum regnum et sacerdotium in nostrum detrimentum mutuos commutarent amplexos» (Chronic. Gervasii Cantorber. citata dal THIERRY). I Normanni dal trattare la piccozza in fuori, non sembra che sapessero fare guari altro; molto meno poi calcolare: onde per potere strigare le faccende presto, e bene, immaginarono una cassa divisa a scompartimenti, appunto uguale alla cassa che adoperano gli stampatori per riporvi i caratteri; e quivi dentro misuravano il danaro, come il grano, con lo staio. Di qui il tesoro inglese assunse, e conserva il nome di scacchiere. (THIERRY,Opus. cit. tom. I, p.400 a 418).—Dai Normanni a Pascal e a Babbage, inventori della macchina pei calcoli, è mestieri convenire che la differenza è grande.

[5] «I poveri li vedano, e se ne rallegrino».

[6] «Qui è Cristo mio Signore».

[7] «Risorse, e non è qui».—Evang. S. Mathaei, Cap. 28.

[8] PETRARCA,Sonetti.

[9]Gli abbracciamenti, i baci, e i colpi lietiTace la casta Musa, e vergognosa.TASSONI,Secchia Rapita. C. VI.

[10] PLINIO,Stor. Nat. lib. 16. cap. 4.

Poichè si vide il traditore uscireQuel che avea prima immaginato invano,O da se torlo, o di farlo morireNuovo argomento immaginossi, e strano.

ARIOSTO,Orlando Furioso.

La notte era alta, e don Francesco Cènci se ne stava ridotto nel suo studio, leggendo con molta attenzione il libro di Aristoteleintorno alla natura degli Animali; e ad ora ad ora si soffermava meditando, e notando sopra i margini con minutissima scrittura le riflessioni, che gli si affacciavano allo spirito. Ad un tratto batterono le due dopo la mezza notte: lo squillo percosse l'aria acuto come una domanda superba. Pareva che interrogasse: «chi ardisce vegliare in questo tempo di morte?»

—Veglio io, rispose don Francesco, ma senza pro. I misteri della natura si tentano invano.—Gira, rigira; io te lo do per giunta, se riesci a ritrovare la porta donde sei entrato.—Chi inventò a distinguere il tempo, che fugge in ore, in minuti e in secondi, io per me tengo che fosse uno dei peggiori tristi che mai abbiano vissuto nel mondo. Capisco ancora io che, viaggiando per Roma o per Napoli, l'uomo possa mettere il capo fuori della carrozza onde procurarsi il piacere di leggere sopra le colonne migliarie di quanto spazio ha accorciato il termine del suo viaggio; ma quando la città a cui ci avviciniamo èNecropoli, il Campo-santo, oh! allora vada allo inferno chi mi dice: «siamo per arrivare; ecco l'ultimo miglio!» Queste ore battute, allorchè sono passate ci percuotono come il rumore di un frammento di vita, che ci caschi da dosso per non ritornarci mai più. Forse in giovanezza, quando un orecchio tintinna pei sonagli che vi squassa vicino la follìa, e l'altro ronza d'inviti che vi sussurra dentro la bocca lasciva, il mal suono o non giunge, o giunge fioco. Adesso poi, nella età in cui mi sono condotto, mi pare che le ore scappino più veloci, come i fantini raddoppiano le sferzate all'ultimo giro del palio:Motus in fine velocior. Ora pertanto bisogna attendere con ogni studio… a che attendere? Tutto è contrasto, disordine e confusione nel mondo: noi siamo in guerra contro noi stessi. Io, che dai primi anni ho abbracciato un partito, e mi vi sono confermato con la riflessione, e ostinato con le opere;.. io pure, quando meno me lo aspetto, sento dentro di me uno spirito che discorda da me, e sempre contradice, e perfidia, e con lusinghe, o per forza vorrebbe strascinarmi in parte ove io non voglio andare: se fosse un occhio, o una mano ribelle potrei strapparlo, o tagliarla; ma come arrivare a mettere le mani addosso a questo spirito di rivolta?—Se però non posso strangolarlo, posso ben vincerlo. O spirito di rivolta, perchè ti consigli trattenere il torrente della mia volontà con i tuoi dicchi di ragno? Se tu sei un angiolo, da' retta a me, torna a casa tua perchè predichi al deserto; se demonio, vattene, non m'infastidire adesso: faremo i conti tutti in una volta. Beatrice pensò atterrirmi quando minacciava, che i posteri diranno di me: «ai tempi del profeta Natan i flagelli di Dio erano tre, poi diventarono quattro: fame, peste, guerra, e il Conte Cènci»; e nessun cortigiano mai trovò blandizie più piacenti con la sua lingua dorata.—E così fosse! Ma i posteri non sapranno neppure che tu sei vissuto. Tutto è vecchio, consumato; tutto casca a pezzi quaggiù. I nostri terribili genitori ci hanno divorato tutto; essi ci hanno diseredati persino della facoltà d'infamarci.—O Tiberio, o Nerone, o Domiziano, voi ci avete tolto il diritto di poterci chiamare scellerati.—Voi tuffaste la bocca nel fiume della lussuria e della ferocia mentre a noi avanzano poche stille per saziare la sete. Eppure io mi sentirei cuore e mente da superarli; e se la fortuna mi avesse dato uno impero, o il soglio pontificio, avrei così spigolato nel vostro campo, o Imperatori augustissimi, da non invidiarvi la raccolta. L'arte può supplire, ed anche superare la forza: vi sono diamanti i quali, sebbene piccoli, vincono con la limpidità della loro acqua gemme di mole maggiore. Peccato galoppa, galoppa; poca è la via che rimane… portami nello inferno di carriera serrata…

Un bussare precipitoso alla porta segreta interruppe il corso delle sue malvage riflessioni: credendo fosse Marzio venuto per qualche subito caso, si accostò in fretta, ed aperse. Olimpio anelante, col capo bendato di una tela sanguinosa proruppe dentro la stanza, volgendo il capo indietro come uomo che sospetti essere inseguito, e si gettò a sedere asciugandosi col braccio il sudore della fronte. Don Francesco, comecchè peritissimo a dissimulare, male poteva nascondere la sorpresa e il dispetto alla vista di costui; pure fingendo alla meglio, che potè, lo andava interrogando:

—E qual diavolo ti sbalestra in questo arnese, e in questa ora quaggiù? Tu sei ferito! Quale stroppio è egli accaduto?

—Traditi, don Francesco, traditi; ma giuro a Dio e agli apostoli Pietro e Paolo, che prima di morire io vo scannare quel brutto Giuda traditore, fosse anche mio padre.

—Traditi! E come può essere? Ma tu grondi sangue!

—Non vi badate; egli è un nonnulla, come sarebbe a dire una sopraccarta di pistolettata… la palla mi ha fregato la testa, e nulla più.

—Bene; dunque, Olimpio, accomodati a tuo grande agio, e narrami distesamente quello che ti avvenne.

—Stanotte correva la impresa di sua Eccellenza il Duca di Altemps, dalla quale mi sconsigliava una voce, che sentiva mormorare qui dentro… e se non era cotesto Asino dannato io aveva deciso di provare un po' se, adoperandovi i piedi e le mani, mi fosse riuscito tornare uomo dabbene, o lì per lì; ma nel più bello la secchia è ricascata nel pozzo. L'Asino sta fra me e il paradiso…

—Olimpio, tu hai sofferto nel capo; povero uomo! vaneggi.

—Per Dio! io non isvagello, don Francesco; dico la verità. Aveva compita la impresa del falegname, ma con una apostilla che non ci avevamo messa io nè voi; fu il diavolo in persona che fece bruciare quel disgraziato falegname.

—Certo fu il diavolo, che mise di fuori alla porta una spranga inchiodata per traverso.

—Cotesto feci io; ma vi giuro da bandito di onore, che non altro volli, che impedirlo di saltare subito fuori di casa, e destare tutto il vicinato per aiutarlo a spegnere le fiamme: io non credeva che i vostri fuochi lavorati ardessero così terribili; nè poteva supporre che il maestro perdesse il cervello, da aggirarsi per tutta la casa in fiamme prima di affacciarsi alla finestra. Insomma, io non credei, oh! non credei, che avesse ad uscirne tanto dolore.—Don Francesco, avete sentito il fatto di donna Luisa vostra signora nuora? Quanto ci corre tra noi e lei! Vero sangue latino!

—Anche questo conosco. Certo ella è valorosa femmina… ho io detto valorosa? Sì, e non mi disdico: ogni creatura ha le sue virtù; e se io non fossi Francesco Cènci, non vorrei essere altri che Luisa Cènci: in casa mia le donne superano i maschi di assai. Se i miei figliuoli avessero assomigliato a Olimpia, a Beatrice, o a Luisa; se il secolo paludoso avesse dato luogo ad acquistare fama con qualche onesto studio, con qualche atto o di mano o d'ingegno… forse allora… chi sa?… mi avrebbe preso vaghezza di altra strada;… ma adesso… non ci pensiamo più…

—A me parve, che mi si franasse il cuore; sentii cascarmi giù ogni tristezza, e piansi, piansi come un fanciullo. Per la prima volta pensai a mia madre quando mi nascondeva dietro la gonnella, e prendeva per se le busse che volea darmi mio padre;—pensai alla mia povera Clelia, quando mi aspettava alla fontana;—pensai all'oste di Zagarolo, che ha il vino tanto fresco nella estate;—alla corda di mastro Alessandro, tanto innamorata del mio collo… e veruno di questi cari ricordi m'intenerì tanto, quanto la famosa donna Luisa Cènci. Deliberai mutare vita, e doveva tagliare reciso; ma io volli lasciarvi lo addentellato, e mi sconciai.—Aveva fatto tanto male nel mondo, che pure bisognava attendere a ripararvi con qualche bene; ma il male potei fare da me solo, il bene no. Pensai ad acquistare i centocinquanta scudi del curato per farne dire tante messe per l'anima del maestro e degli altri che ho morti, i quali spero in Dio che non saranno per cagione mia in peggiore luogo che nel purgatorio, ed anche per provvedere alla meglio alla povera vedova; nè levarglieli mi pareva alla fin fine peccato perchè, a vostro dire, voi glieli avevate donati per burla; e per la parte ch'egli poteva averci di suo, la è cosa vecchia che lo accessorio seguita il principale. Mi travestii da accattone, esaminai diligentemente i luoghi, e nottetempo quatto quatto penetrai in casa, e m'impadronii del danaro. Nel ritirarmi entrai dentro un armario; il curato si sveglia, mi scambia pel gatto, e mi scaglia contro una scarpa, che parve una bombarda; ma non gli successe di cogliermi. Avevo notato come il degno sacerdote possedesse un Asino giovane e forte, e disegnai torglielo a imprestito per fornire più comodamente il cammino. Andai per esso: lo sciolgo dalla mangiatoia, gli metto la bardella, ed egli quieto; lo conduco allo aperto, ed egli sempre agevole: quando però si accorse che io volevo montargli sopra, prese a sparare calci da spezzare un monte di ferro. Ah! vuoi battaglia? e battaglia avrai, io dico. Egli calci, e calci io; egli morsi, ed io bastonate da levare il pelo: alla fine egli chinò gli orecchi, e sospirando chiese capitolare. Perdono ai vinti, purchè si lascino cavalcare. Io vi salii sopra, e ce ne partimmo insieme da buoni amici, come se neppure avessimo avuto contesa fra noi. Su lo albeggiare conobbi pendere dalla bardella le bolgette; e dandomi molestia la moneta che portava addosso, vi riposi dentro gli scudi del prete e i miei, che tra argento e oro formavano un valsente di trecento ducati, e più. Cresciuto il giorno io m'inselvai, disegnando rientrare in Roma su la bruna: dell'Asino pensava ormai potermi fidare… ma sì, vatti a fidare dell'Asino!—Però lo lascio andare a suo talento, poco curando ch'ei piegasse la testa a sterpare qualche fronda, o pascere erba. Giungemmo ad un rio assai copioso di acque a cagione di una serra da mandare il molino. L'Asino vi si tuffa dentro: io ritiro le gambe per non bagnarle: ad un tratto la terra si sprofonda sotto di me, l'Asino scomparisce, ed io mi ritrovo nell'acqua fino alla cintura. Il caso improvviso, il diaccio che mi corse per la persona, e più i pensieri che tenevanmi legata la mente, mi resero incapace a prendere su quel subito un partito che mi giovasse. Stendendomi sotto i piedi la bardella vi sbalzai sopra, e quinci spiccai un salto, che mi fece toccare la sponda opposta. L'Asino tristissimo, che si era lasciato andare a posta giù per liberarsi da me appena si conobbe scarico, si levò, voltò le groppe, e via come un cervo. Ahi! Asino giuntatore, Asino ladro!—Ripassai il rio, gli corsi dietro; non ci fu verso raggiungerlo; e' pareva Baiardo che fuggisse davanti Rinaldo[1]: saltava macchie, sbarattava fratte, menava tronchi e sassi; sicchè tenni allora, ed anche adesso io credo, gli fosse entrato il diavolo in corpo. Nella ventura notte, immaginando che l'Asino fosse tornato alla sua stalla, mi provai a penetrare di nuovo in casa al Curato; ma costui la faceva guardare da cani e da villani. E ora?—pensava tra me,—invece di guadagnare ho perduto, e non mi avanza più un baiocco per farne un bene, o un male: ed ecco come io mi trovai, quasi con la mano alla gola, strascinato nella impresa del Duca. Da una parte mi determinò il pensiero, che si trattava di bazzecola… un ratto di donzella!—Signore! e' ci hanno tanto gusto ad essere rapite! E poi coteste le sono faccende che si aggiustano, e il Duca parendomi acceso molto, chi sa che non la togliesse per sua legittima donna, e un giorno ella non me ne avesse obbligo grande? Dall'altra parte, come beneficare senza danari? Dalla impresa del Duca in fuori, non mi sovveniva sul momento altro partito per procurarmene. Chi si è dannato per femmine, chi per terre, o baronìe, chi per moneta: destino di Olimpio era, ch'ei si dannasse per un Asino…

Il Conte guardava sovente fisso in volto colui, immaginando dalla giocondità del racconto che Olimpio favellasse per burla; ma egli mostrava le sembianze compunte così, che venne di leggieri nella contraria sentenza. Olimpio pertanto continuò:

—E' non ci fu rimedio; mi presentai al Duca per concertare la impresa. Aveva studiato l'ora, i luoghi e le abitudini di casa: andammo quattro compagni; io cinque. Il Duca aspettava in istrada con la carrozza. Entrai nel cortile, e dissi al portiere: «Compare, fammi il servizio di chiamarmi su in casa la Crezia, e dille che venga abbasso, che Gioacchino l'aspetta per farle una ambasciata da parte di sua madre… e to' questo papetto per bere». Il portiere andò difilato, e i compagni s'introdussero presto presto nel cortile, ingegnandosi di nascondersi dietro le colonne del porticato. La ragazza scese di volo, cantando come una rondinella: in meno che si diceave Mariala incamuffammo, e mettemmo in carrozza al Duca, il quale l'accolse a braccia aperte. Ordinai muovessero i cavalli, e noi scortavamo dietro: procedevamo di passo per non destare sospetto, e non incontriamo anima vivente. Ogni cosa va d'incanto, mi disse sottovoce un compagno; a me, pratico di simili negozii, pareva troppo bene, e non m'ingannava; perchè sul punto di sboccare dalla contrada eccoci venire incontro la Corte rinforzata. Sbigottirono gli altri, io—niente paura:—gira cocchiere, grido, e per questa volta corri alla disperata. Dannazione! Un nugolo di sbirri ci piove addosso anche da quest'altra parte. «Giovanotti, mastro Alessandro ha teso il paretaio e se non volete essere arrostiti bisogna rompere le reti; mano a' ferri». Detto fatto; e il Duca stesso scese di carrozza traendo bravamente la spada. Non lo stimava da tanto… O andate, via, a fidarvi delle acque quiete!—Ma gli sbirri non aspettarono che noi ci accostassimo per fare loro i nostri convenevoli, e ci pagarono uno acconto di archibugiate. Chi cadde, e chi rimase in piedi? Davvero io non poteva pensare agli altri, ed il buio era fitto. La beghina, trattasi il bavagliolo dalla bocca, si spenzolava fuori dello sportello della carrozza strillando: misericordia! come se avessimo voluto levarle la vita. La corte urlava anch'essa gridando: ammazza! ammazza! ed io zitto rasentava il muro, e menava colpi che non davano luogo neanche a un sospiro:—mi feci largo…. e via per quanto le gambe mi aiutavano. Andava premendo appena dei piedi la terra, perchè, come sapete, chi corre corre, ma chi fugge vola; e nonostante ciò due sbirri, certamente lacchè smessi, mi stavano alla vita come levrieri: l'ansare di costoro mi sollevava i capelli dietro le spalle, più volte mi strisciarono con le mani le vesti. Svolto un canto, e sempre via; ne svolto un altro, e un altro poi: incominciava a sentirmi il fiato grosso; ma essi pure erano stanchi, e uno più dell'altro, perchè non mi percuoteva uguale lo strepito delle loro pedate. Allora mi sovvenne la storia di Orazio il prode paladino; e parendo a me, che mi avessero accompagnato oltre il dovere, mi fermo, mi volto allo improvviso, e dico addio a quello che mi stava più addosso con una pistolettata in mezzo del petto. Costui girò tre o quattro volte come il cane che si corre dietro alla coda, e poi dette del naso in terra. L'altro capì subito che io intendeva prendere congedo da loro, ed a sua posta, prima di allontanarsi, mi sparò un saluto di un'oncia di piombo, la quale strisciandomi il capo mi ha toccato l'orecchio sinistro,—Non per questo cessai di correre: dopo buon tratto mi fermai speculando attorno per conoscere ove io mi fossi, e mi trovai per avventura presso alle vostre case. Tornare sopra la strada percorsa era perdermi, però che fino a questa parte mi venisse il rumore lontano del brulichìo del popolo commosso, come fanno le acque del Tevere nelle pigne di ponte Santo Angiolo. Decisi appigliarmi al partito, che la fortuna mi aveva posto avvisatamente davanti: mi arrampico su pel muro del giardino, e tentoni tentoni sono venuto fino a voi seguendo la via per la quale mi condusse Marzio… Ora, don Francesco, nascondetemi fino a domani notte perchè, con lo aiuto di Dio, conto tornarmene alla macchia.

Il Cènci, che attentissimo lo aveva ascoltato, gli domandò allora:

—E tu sei propriamente sicuro, che nessuno ti abbia veduto entrare qua dentro?

—Nessuno. Ma voi capite che la corte stando all'erta, su questi primi bollori è bene scansarla;—e poi qui in Roma io respiro un'aria di forca, che mi scortica la gola… davvero non mi si confà.

—E mi assicuri non averti conosciuto persona?

—Nessuno—nessuno. O non vedete, che io mi sono travestito da gentiluomo?

Infatti Olimpio aveva mutato abbigliamento.

—Sta' di buono animo; se la cosa va come tu dici, poco male ci è dentro.—Bisogna però provvedere con diligenza, perchè i servi non ti hanno a vedere; io non mi fido affatto di loro; sempre stanno con l'occhio aguzzo, e le orecchie tese: siamo circondati da spie: essi amano il padrone come i lupi l'agnello, per divorargli la carne.

—Come, neppure di Marzio vi fidate voi?

—Prima di rompersi egli era sano—dice il proverbio.—Così, così; ma io l'ho mandato in villa per faccende. Ti adatterai pertanto—(e vedi che io lo faccio più per te, che per me)—a starti per questo po' di tempo nascosto nei sotterranei del palazzo.

—Come sotterranei?

—Sotterranei, così per dire… Cantine, via; e tu ti troverai con onorevole, e gradita compagnia—quella delle botti;—io ti autorizzo a spillarle, e a bevere l'oblio dei mali finchè ti piaccia: a un patto solo però, che dopo bevuto tu rimetta lo zipolo al posto.

—Quando non si può avere meglio, accetto la stanza per la compagnia.

—Tu non vi starai da principe, ma neppure da bandito; troverai paglia in copia; in meno di un'ora ti porterò da mangiare, e lume, e certo mio unguento, che ti torrà dalla ferita ogni dolore. Possa io morire di mala morte, se in breve tu sentirai più nulla. Consolati, non tutte le imprese riescono a salvamento; non la fortuna, ma la costanza viene a capo di tutto. I Romani dopo la rotta di Canne venderono il terreno occupato dal campo cartaginese, e alla fine presero Cartagine.—Porgimi braccio… fa piano veh!—guarda non farti male—andiamo adagio.

E al buio lo condusse per infiniti avvolgimenti nei sotterranei del palazzo.

—Qui non mi trova neanche il demonio.

—Oh! per questo sta' securo, nessuno ti troverà!

—E poi nessuno sa, che io sto qua dentro.

—Nè mai lo saprà.

—A me basta, che la corte non lo sappia fino a domani l'altro; poi non me ne importa nulla.

—Abbassa il capo, e avverti di non urtare nella soglia… qua… da questa parte… entra..

—Entra!—disse Olimpio trattenendo il passo, mentre sentiva un'aria fresca e umida ventargli in faccia,—e don Francesco ridendo forte gli domandò:

—Sta a vedere, che tu hai paura!

—Io? No; ma penso che nei luoghi chiusi sappiamo sempre quando ci entriamo, non mai quando ne usciremo.

—Come! Domani notte,—tu lo hai detto.

—E se voi non veniste più per me?

—E qual profitto avrei dalla tua morte? Dove troverei un altroOlimpio per servirmi di coppa e di coltello?

—Ma se non veniste?

—Tu urleresti. Le cantine sono presso la strada, e i passeggieri ti udrebbero.

—Bel guadagno! Dalla cantina Cènci sarei traslocato nelle carceri diCorte Savella.

—Avverti, che io me ne andrei in castello per avere dato ricetto a un patriarca come se' tu.

—In questo, che dite, trovo qualche cosa di vero: per ogni buon riguardo lasciatemi la porta aperta.

Ed entrò; ma la porta girò sopra gli arpioni, e si chiuse a mandata.

—Don Francesco, come va che la porta si è chiusa?

—Vi ho inciampato non volendo.

—Portatemi presto il lume, e apritemi la porta.

—Ora vado per la chiave, e ritorno.

—E badate a non dimenticarvi del lume.

—Lume! Oh per lume non te ne mancherà, se non falla il detto:et lux perpetua luceat eis;—cantarellava il Cènci in suono direquiemallontanandosi con passi frettolosi.

—Pare impossibile!—aggiungeva poi tornato nella sua camera;—e costoro si vantano di sottile ingegno! Qual volpe mai non pose industria maggiore a fuggire la tagliola, di questo bandito?—Ora aspettami, Olimpio; tu puoi aspettarmi un pezzo; perchè se non viene voglia all'Angiolo di aprirti nel giorno del giudizio, io non verrò di certo. Tu imiterai nella morte lo epicureo romano Pomponio Attico, lo elegante amico di Cicerone. Pare che nel morire di fame si nasconda una certa voluttà; imperciocchè costui, sentendosi sollevato dalla dieta, volle continuare il digiuno fino alla morte; non gli parendo bene, poichè tanto cammino aveva percorso per andarsene fuori di questo mondo, rifare i passi per tornare indietro. Se non mi cascava addosso così improvviso, io avrei messo Olimpio in parte da potere osservare gli effetti di questa morte… Pazienza! Sarà per un'altra volta, se Dio mi assiste. Ormai io mi getto in braccio alla fortuna, perchè, considerata ogni cosa, meglio vale un grano di fortuna che uno staio di senno. In guerra, in amore e in negozii, nelle arti stesse governa assoluta la fortuna. Io aveva ordito una trama con filo di senno, e la fortuna me la rompe come fa delle reti il pesce cane; poi di sua propria mano lo riconduce in potestà mia, quasi dolce rimprovero di avere diffidato di lei: e sì che doveva rammentarmi il fatto di Arona quando il capitano Rense minò le mura, le quali per virtù della fortuna andarono in aria, e poi tornarono ad assidersi sopra gli antichi fondamenti come se mai fossero state smosse[2]. Sacrifichiamo pertanto un giovenco alla Fortuna, e una pecora alla Sapienza.—Addio, Olimpio, buona notte. Il mio saluto non suona strepitoso quanto quello del birro; il mio è più placido, ma più sicuro. Dormi in pace, Olimpio; ancora io ho sonno: io ti auguro un riposo uguale a quello dell'uomo innocente—uguale al mio.—»

Dei quattro masnadieri compagni di Olimpio tre rimasero morti sul luogo; il quarto, malamente ferito, nel trasportarlo allo spedale spirò per la strada. Il Duca anch'egli rilevò una palla nel braccio diritto, ma sopravvisse. Dopo lunga procedura, dove confessò pianamente ogni particolarità del fatto, tacendo quanto concerneva il Conte Cènci, il Papa stette in dubbio se avesse a condannarlo nel capo, o alle galere. Però le raccomandazioni, che il Duca aveva in Corte potentissime, e soprattutto la moneta largamente spesa tra i famigliari del palazzo, disposero il Pontefice a considerare la gioventù del Duca, la sua vita fino a quel punto incolpevole, la causa che lo spinse a mal fare prava sì non esecranda, e il non consumato delitto; per cui ebbe commutata la pena. Quale siffatta commutazione si fosse, io trovo, non senza sorpresa, neiConsiglidi Prospero Farinaccio, che lo difese.—Fu inviato ad Avignone—governatore pel Papa!

Siccome le cose strane difficilmente si acquistano fede dove non vengano manifeste le cause che le rendono ordinarie, e naturali, così i ricordi dei tempi raccontano come Papa Clemente fosse condotto ad abbracciare simile partito dalla solenne avarizia che lo dominava, imperciocchè non assegnò stipendio di sorta alcuna al Duca; anzi lo aggravò di tante spese oltre a quella di sostenere la carica con la splendidezza conveniente a gentiluomo romano, che tra per queste e tra il danaro impiegato per liberarlo dalla condanna, la nobilissima casa D'Altemps ne sentì scapito tale, che indi in poi non si è più mai riavuta.

[1] Nel secolo XVI era fra il popolo più familiare l'Ariosto che il Tasso. Montaigne nel suo Viaggio in Italia racconta avere udito, passando per le strade maestre, i contadini nei campi, che cantavano l'Orlando Furioso. Il partito clericale adoperò il Tasso contro lo Ariosto come l'acqua benedetta contro il diavolo; s'ingegnò parimente contro il Dante, e per un tempo vi giunse; nebbia che copre la montagna per un giorno, e passa. VediLettere del Bettinelli, gesuita, contro Dante.

[2]Mémoires deMARTIN DU BELLAY,l. 2. f. 86. cit. daMONTAIGNE.

……… Quello amicoNon chiama. Invoca un Dio, che l'abbandonaE la condanna a disperarsi. È desta,E delira.

ANFOSSI,Beatrice Cènci.

Pallida, pallida, bianco vestita con una lampada nelle mani, Beatrice rassembra una vestale compagna di Eloisa, che muova per la notte sotto le volte del Paracleto a piangere sul sepolcro dell'amica defunta;—ella rade la terra con passi presti e fugaci come quelli della felicità nelle dimore dei figliuoli di Adamo.

Depone la lampada sul pavimento, apre guardinga una porta, si guarda sospettosa dintorno, e si slancia nel giardino.

Dove va a questa ora Beatrice Cènci, l'animosa fanciulla? Forse a vagheggiare il volume dei cieli, dove Dio ha scritto la sua gloria in caratteri di stelle?[1] Il cielo è ingombro di nuvoli neri, e l'aria mormora inquieta agitata dallo incubo della tempesta.—Fors'ella scende per non perdere alcuna delle meste note di cui l'usignòlo empie i silenzii della notte? Ma i tuoni squarciano i fianchi dello emisfero, e spaventano tutti gli animali che si stringono paurosi nelle caverne, o si appiattano sotto le fronde della foresta. La invoglia forse desìo del mormorare delle acque, che per la notte sembra un pianto arcano sopra le miserie degli uomini,—ora soltanto felici—ora perchè in balìa del sonno fratello della morte? Ma le acque flagellate dalla sferza del vento si arricciano come le vipere della testa di Medusa. Il riso della primavera, ch'è l'anima dei fiori, andò a rallegrare quella parte di mondo dove lo invita la gioventù dell'anno. L'autunno qui dona ai primi aliti gelati le sue foglie inaridite e gialle,—simile al vecchio avaro il quale sul letto di morte, tardamente liberale, spartisce il suo retaggio ai parenti accorsi all'odore del sepolcro—belve affamate, che divorano brontolando.

Ella viene, misera! in traccia di un astro, che la guidi per tenebre più buie del cielo di questa notte infernale. Ella viene a cercare un fiore caduto dai giardini celesti nell'anima umana—la speranza. Fiore troppo spesso appassito nel calice, prima che dalle aperte foglie mandi profumo:—fiore troppo spesso roso dal verme sopra lo stelo, sicchè colto appena lascia cadere tutte le sue foglie ludibrio dei venti, mostrando su la nuda corolla una goccia di rugiada infeconda,—lacrima di amarezza pianta dal disinganno. E perchè esiterò io a traccia di un fidato amatore.

E come, e quando ella sentiva amore? In qual modo l'amore potè mettere radice in cotesta anima desolata?—Sopra una roccia di granito incognita ad orma mortale, dove lo smergo si sofferma talvolta a riposare le ali, lieta e gentile io vidi ondulare la viola alla brezza del mattino. Chi portò lassù quel pugno di terra vegetale onde ricavasse nutrimento il fiore pudico? La Provvidenza;—che non volle creare deserto senza una fontana, alpe senza fiore, sventura senza conforto di consolazione.

Ed il suo amore era degno di lei. Monsignore Guido Guerra, secondo che ci vengono narrando le storie dei tempi, nato d'illustre lignaggio, fu grande e bello e di gentile aspetto; e, come Beatrice, di bionda chioma e di occhi azzurri. I costumi allora, io non saprei dire se più sciolti o meno ipocriti dei nostri, non si adontavano grandemente di prelati vaghi delle cose di arme, o di amore. Sovente i grandi dignitarii della Chiesa spogliavano l'abito clericale; le case delle amanti scalavano: cappa e spada vestivano; si trovavano nelle battaglie ad armeggiare; davano, o ricevevano di buone stoccate. I concilii non approvavano, anzi da tempo rimotissimo riprendevano acremente coteste pratiche; ma il costume vinceva i concilii. Il coadiutore dello Arcivescovo di Parigi de' Gondi, che fu poi cardinale di Retz, travestito da cavaliere si condusse notte tempo a visitare Anna di Austria reggente di Francia, e in pieno giorno comparve in corte con la daga sotto il roccetto; pel quale successo cotesta arme indi in poi acquistò il nome dibreviariodi monsignor coadiutore[2].

Però Beatrice, purissima donzella, avrebbe rifuggito da qualunque amore il quale non fosse stato laudabile in tutto; e sappiamo come cosa certa, che sebbene monsignore Guido Guerra usasse abito prelatizio, non fosse però vincolato con la Chiesa mediante voti, ed ordini sacri; sicchè spogliando la mantellina egli poteva condurre sposa quando meglio gli fosse piaciuto: possedè copia non mediocre di beni, e rimase unico figlio di madre vedova. Le storie ce lo dicono ancora fornito di sottile intendimento; destro a qualsivoglia opera avesse tolto ad imprendere, cultore delle buone discipline, e tanto avventuroso, che non aveva mai meditato disegno, che non gli fosse riuscito di portare a felice compimento. La fortuna parve volesse riunire sopra di lui, in due tempi separati, tutto il bene e tutto il male che per lei possa farsi, e ch'ella sperpera ordinariamente sopra molti capi di uomini con infinite, e continue alternative. La signora Lucrezia Petroni, consapevole di cotesto affetto, lo aveva favorito con ogni studio per la pietà grande che sentiva verso la fanciulla, la quale desiderava salvare dalle persecuzioni oscenamente feroci del padre, e vederla felice.

Nei brevi intervalli che don Francesco si allontanava pei suoi negozii da casa o da Roma, Guido, avvertito da messi fedeli, saliva tosto in palazzo, e visitate le donne, come meglio poteva le consolava. Quantunque avesse data, con giuramento, fede di sposo a Beatrice, pure godendo la grazia del Papa, e conoscendolo d'indole severa, e desideroso ch'ei non lasciasse lo stato ecclesiastico, dove gli prometteva amplissime promozioni, andava così trattenendosi accortamente di giorno in giorno, cercando il destro di scuoprire l'animo suo al Pontefice senza inimicarselo, e riportare l'approvazione di quello. Ma don Francesco dalle sue spie, fu informato dei disegni di monsignore Guerra, o forse gli sospettò soltanto; e questo gli bastò per ammonirlo, che cessasse da visitare la sua famiglia e deponesse ogni pensiero su Beatrice, se gli era cara la vita. Il nome del Conte Cènci dissuadeva i più audaci da accattare briga con lui, e chiunque avesse avuto inimicizia con esso non si sarebbe reputato sicuro neanche nel letto; ma è da credersi che monsignore Guido avrebbe sfidato le sue minacce, se la fama della fanciulla amata, che ad ogni caldo amatore deve tornare sopra tutte cose carissima, non lo avesse trattenuto da muovere scandalo: però la vedeva rado, ed alle accese voglie davano i male arrivati amanti scarso refrigerio di lettere, che, come avverte il Pope,

Trasportano un sospir dall'Indo al polo[3].

Chi, di voi che leggete, non ha, almeno una volta durante la sua vita, ricevuto simili lettere? Vi ricordate come le toccaste tremanti, come le spiegaste tremanti, e come impazienti d'indugio tentaste leggerle allo incerto albore del crepuscolo, o al fievole raggio della luna crescente? Vi rammentate come vi battessero le tempie, tintinnassero le orecchie, e per gli occhi vi girassero globi di atomi infuocati? Vi rammentate come con un baleno del guardo le percorrevate tutte, e poi rileggendole a bello agio parola per parola, riscontravate in molto tempo quello che avevate compreso in un attimo solo? Baciate e ribaciate ce le riponevamo in seno, rimedio di zolfo allo ardore che ci divorava; così lo incauto fanciullo Spartano, per nascondere la volpe se la riponeva nel seno.

Era a questo termine ridotta la condizione degli amanti, quando certa sera monsignore Guerra travestito passava sotto le finestre del palazzo Cènci: egli procedeva a testa alta, cercando scuoprire nella camera di Beatrice un lume, che gli sarà desiato più del faro al nocchiero nella notte di procella. Mentre si accosta all'arco dei Cènci, donde per mezzo della cordonata si arriva alla chiesa di san Tommaso, ecco che sente investirsi di fianco da un uomo che corre. Stette per rimanerne rovesciato; ma raffermatosi su le gambe afferrò il sopraggiunto pel collo, minacciandolo con voce sdegnosa. L'altro, appena parve riconoscerlo, disse:

—Zitto, per amore di Dio. Prendete questa lettera: vi viene da parte di donna Beatrice;—e svincolandosi da lui fuggì via.

Guido, diventato incauto per soverchia passione, si guardò attorno per iscorgere un lume, che in cotesta ansietà lo sovvenisse. In fondo all'arco, al termine della cordonata, gli occorse una lampada che ardeva davanti la immagine della Madonna. Senz'altro pensare colà si avvia, apre il foglio, e appena conosce i caratteri dell'amata donzella, tanto comparivano vergati con mano tremante. Lo scritto breve supplicava: per quanto amore portava a Dio, in quella stessa notte procurasse all'un'ora penetrare nel giardino, e l'attendesse nel boschetto degli allori. Se voleva non saperla morta, non mancasse.

Guardingo ripose la lettera, e si allontanò. Recatosi a casa tolse la spada, e una scala uncinata, e quando gli parve tempo opportuno uscì solo: pervenne sotto al recinto del giardino dei Cènci, lo scavalcò, ed attese celato nel luogo del convegno.

Di tratto in tratto Guido, tese le orecchie, credeva intendere stormire le fronde del bosco; muoveva un passo fuori del nascondiglio, girava gli occhi intorno, e non vedendo comparire persona si ritirava con un sospiro. L'ora indicata passò. Oh Dio! La sciagura, accennata misteriosamente nella lettera, sarebbe ormai senza rimedio accaduta? Sentì mancarsi, e si appoggiò a un albero vacillando.

Ma una voce lo riscosse: «Guido!—Beatrice!» La donzella stringe tremante la mano del suo amatore, che tremava come foglia sbattuta del lauro a cui si appoggiava; di repente Beatrice, come percossa da cosa che le mettesse incomportabile paura, dimentica del verginale ritegno gli si avvinghia alla vita, e sì favella a modo di delirante:

—Guido, amor mio, salvami.—Guido, conducimi via—subito—senza frapporre un minuto di tempo… qui il terreno mi brucia i piedi,… l'aria che respiro è veleno… Guido… andiamo.

—Beatrice!…

—Non parole… partiamo, ti scongiuro, prima che cessi il battere di occhio della occasione.—Se non mi vuoi sposa, non importa… mi riporrai dentro un convento… qualunque… anche in quello delle Clarisse, dove si mura la porta dietro alla votata;… ma salvami, ti comando, da questo luogo maledetto…

—Oh Dio, diletta mia, che cosa è mai questo furore?—Le carni ti scottano come per febbre.

—Qui… qui dentro ho la morte. Toglimi alla disperazione… alla dannazione eterna… Che cosa ho io? Immagina delitti, che fanno impallidire uomini di sangue… delitti, che drizzano i capelli sopra la fronte ai parricidi… che stringono le ossa di ghiaccio,—che fanno battere i denti come pel ribrezzo della quartana,—che impediscono il varco alla voce, e impietrano le lacrime:—immagina tutti i delitti, che la favola racconta della famiglia degli Atridi… che fanno balzare l'Eterno sopra il suo trono immortale, e stendere le mani al fulmine… che avvampano di vergogna le gote dello stesso demonio… immagina… immagina ancora… tu non troverai le infamie, che si tramano e si compiono in Roma—qui—dentro il palazzo dei Conti Cènci.

—Tu mi empi di terrore… ma parla… ma dimmi…

—E potrei dirle io, e tu ascoltarle? Se io le palesassi, tu vedresti il mio rossore rompere il buio della notte che ne circonda… io morirei di vergogna ai tuoi piedi. Ti basti saperne questo, che io vergine e gentil donzella romana… io dai cui labbri non uscì parola che vereconda non fosse,—io che non concepii pensiero il quale non potesse confidarsi all'Angiolo Custode… torrei vivere piuttosto la vita infame della cortigiana, che rimanere più oltre un'ora, un minuto dentro queste soglie, traboccanti della ira di Dio.—Misteri di orrore che non devono rivelarsi, nè possono.—

—Ma dove potrai venire meco così? Come farai a salire, ingombra dalle vesti? Aspetta a domani…

—Domani! Ahi sciagurato! forse è già tardi adesso.—Io non ti lascio… a te mi attacco come tanaglia infuocata… Via… via… corri, chè io ti tengo dietro.

—Sia dunque come vuoi; andiamo con lo aiuto di Dio…

—Insalutato il padrone di casa?—Questa non è cortesia… gridò una voce beffarda, e al tempo stesso un gran colpo di scure venne abbrivato contro la persona di Guido. Per buona ventura lui non colse, chè lo avrebbe fesso pel mezzo; ma dette in pieno nel tronco dello alloro presso il quale si trattenevano gli amanti, e lo recise non altrimenti che un giunco si fosse; rovinò il legno, e cadendo percosse, e disgiunse le mani per cui Guido e Beatrice stavano uniti.—Infausto auspicio di amore sventurato!

Guido fieramente commosso, non atterrito, errava tentoni per l'aere nero in traccia della mano di Beatrice, quando un fiero urto lo sospinse per molti passi lontano, e ad un punto un uomo gli fu sopra dicendogli con voce sommessa:

—Sconsigliato! fuggite, o siete morto. Io v'inseguirò per salvarvi—e poi a voce alta—Ah! traditore, non iscamperai… a te… to' quest'altra botta…

Per tutto il giardino confusi al fragore del vento si udivano gridi di contumelia, e terribili minacce. La voce stridula del Conte Cènci, come l'uccello di sinistro augurio, strillava continua:

—Carne!… carne!… scannatelo come un cane…

Guido correva stordito dal fiero caso: però, vergognando a un tratto di avere lasciato sola Beatrice esposta alla rabbia del terribile genitore, sebbene improvvido del come poterla aiutare, si ferma, volta di repente la faccia, e mette mano alla spada; ma prima che l'avesse potuta cavare lo raggiunge il persecutore, e gli dice:

—A che state? Per dio, perchè non fuggite?

—E la donzella?…

—Vi è chi veglia sopra di lei. Via—presto—voi non potete salvare lei, e perdete voi.—E lo spinse contro la scala, che gli tenne ferma onde fosse più destro a salire; poi menò un colpo così violento di daga nel muro, che la lama si ruppe in minutissime schegge mandando faville; aggiungendo urli, e sacramenti da far tremare le volte del cielo.

Ranchettando smanioso sopraggiunge don Francesco, e domanda:

—Dov'è l'ammazzato? Lumi, qua, lumi—che io possa vedergli le ferite;—lume, che io possa strappargli il cuore dal petto e sbatterglielo nel viso: dov'è l'ammazzato?

—Egli è fuggito—rispose dolente Marzio.

—Come fuggito! Non è vero; egli ha da essere qui… egli deve essere scannato. Fuggito! Ah! cani traditori… voi lo avete lasciato fuggire. Di chi mai fidarci? La mano destra fa da Giuda alla sinistra… e di te, Marzio,… di te da gran tempo sospetto… badati… chè i miei sospetti si traducono in punte di ferro…—Appena questa parola era volata, il Conte conobbe quanto incautamente l'avesse profferita; si morse le labbra per castigarle di averla lasciata fuggire, e ingegnandosi subito di ripararne gli effetti, con voce più mite soggiunse:—Marzio, tu da un pezzo in qua mi riesci meno diligente a servirmi: io non ti tengo:—quantunque se tu mi venissi a mancare mi parrebbe far senza una mano, pure amo meglio perderti, che provarti servo poco attento e poco fedele.

Parola detta, e sasso lanciato non tornano mai indietro. I rabeschi sul fodero e le cisellature sopra la impugnatura non rendono meno tagliente il filo del pugnale. La parola del Cènci si era immersa nel cuore di Marzio come pietra nell'acqua; ma la superficie turbata appena, ritornò piana, ed egli rispose in suono di lamento:

—Dite piuttosto, Eccellenza, che vi ha preso fastidio di me. Questa è la sorte comune dei servi. Non vi è inchiostro che valga a scrivere durevolmente nel cuore dei padroni la lunga, e fedele servitù. Per una volta che la fortuna ti tradisca, ecco là la ingratitudine che con la spugna cancella ogni cosa: pazienza!… domani mi torrò la vostra livrea.

Corre un proverbio trito che dice, che in pellicceria non vi sono altro che pelli di volpe, e dice bene; imperciocchè gli uomini presuntuosi confidino troppo nello ingegno, nella forza, o nella fortuna loro; onde avviene che spesso, quando meno e da cui meno se lo aspettano, si lascino avviluppare. Cesare non dubitò di Bruto, e fu spento. Enrico di Guisa credeva che Enrico Valesio non avrebbe ardito, nonchè ammazzarlo, guardarlo, e lo ammazzò. Il Cènci ebbe fede avere ingannato Marzio, e Marzio, come vedremo, ingannò lui.

—Marzio… che cosa sono le parole pronunziate nella ira? Vento che passa. Io ti tengo pel più leale servitore che io mi abbia, e adesso intendo provartelo.

Il Conte, accompagnato dai famigli che portavano torcie di bitume, si dava a cercare Beatrice, e in breve, gli venne ritrovata; dacchè percossa dall'accaduto si era rimasta immobile. Appena ei la vide riarse in lui il bestiale furore; onde abbrancatala forte nelle braccia, e squassandola rabbiosissimamente, incominciò a dirle con amaro sarcasmo:

—E tu se' la pudica, cui le parole di amore e di voluttà suonano incomprensibili come voci di lingua ignorata? E tu la casta, che custodisci il giglio che deve accrescere le glorie del paradiso? Svergognata!… ribalda!… tu accoglitrice di segreti amanti… provocatrice tu d'infami piaceri… non cercata ricerchi.—Dimmi, chi era costui col quale ti mescevi poco anzi in osceni abbracciamenti?

Beatrice lo guardava e taceva. Il vecchio, inviperito da cotesta calma, ed era stupidità, replicava urlando:

—Dimmelo, se non vuoi che io ti scanni;—ma persistendo Beatrice nel silenzio, colui preso da rabbia le caccia le mani entro i bei capelli, e glieli straccia a ciocca a ciocca; nè qui restando, imperversava a dirle vituperio quale mai non fu detto a rea femmina, e con isconce percosse pestarla pel seno, pel collo e per la faccia. Oh! per pietà volgiamo altrove lo sguardo; imperciocchè chi, senza fremito, potrebbe vedere la fronte dilicata e le guance solcate da profonde graffiature, e gli occhi divini gonfi di nere ecchimosi, e dal naso ammaccato scendere su i cari labbri un rivo di sangue, e miste col sangue insinuarlesi in bocca le lacrime? La rovesciò sul terreno, la strascinò per le chiome, e di tratto in tratto si riposava da quello strazio per cominciarne un altro—per conculcarla, ed essa sempre tacque; solo una volta le uscì dal profondo del petto una parola, e fu questa:

—È fatale!

—Sgombrate tutti di qua—ordinava il Conte ai famigli;—tu, Marzio, rimanti… Senti! aveva divisato darti in custodia costei, in prova della fede che in te ripongo… ma sarà meglio la guardi io stesso, onde ella non ti affascini… Tu va su nel mio studio; nel banco, nella prima cantera a mano destra, troverai un mazzo di chiavi; prendile, e portamele… Affrettati… va… e non se' tornato ancora?

Marzio, costretto a rimanere spettatore dolente dello iniquo caso, andò, e tornò in un baleno con le chiavi: egli rialza la donzella, e, interponendosi fra lei e il padre, finge spingerla aspramente davanti a se dentro i sotterranei.

Aveva Marzio lasciato di alcuno spazio lontano Francesco Cènci, quando un doloroso guaìto gli giunse agli orecchi, che lamentava:

—Morire così… senza pane, e senza sacramenti. Ah Conte traditore!…

Marzio conobbe come altri misteri di delitto rinchiudessero cotesti sotterranei oltre quelli che contemplava, e drizzò il volto dalla parte donde veniva la voce; ma Francesco Cènci sopraggiunge ansante in quel momento, e lancia contro il servo temuto uno sguardo pieno di bile e di sangue;—sprillo di veleno uguale a quello che getta il rospo inacerbito.

—Hai tu inteso un lamento?—interrogò il Conte.

—Lamento!

—Sì, come di anima in pena…

—Mi è parso… cigolìo di vento, che fa molinello in questi sotterranei…

—No… no… sono lamenti… perchè qui dentro tenne prigione il mio avo un suo nemico, e ve lo fece morire di fame. Indi in poi è voce, che nei sotterranei si veggano spettri; ed io ci credo…

—Domine aiutami! Io per me non entrerei qua dentro nè anche con l'Agnus Deiin tasca.

—E tu faresti bene. Apri quell'uscio, là… a destra… il terzo… cotesto… va bene.

—Marzio lo aperse, e il Conte vi cacciò dentro Beatrice con una impetuosissima spinta.

—Va' maledetta, tu proverai adesso di che sappia il pane della penitenza, e l'acqua del dolore.

Beatrice spinta dall'urto precipitò sul pavimento; nè tanto potè la misera aiutarsi con le braccia, che non desse con la bocca sopra un sasso sporgente, facendosi nuova ferita su le labbra: vinta dallo spasimo, svenne. Quando l'anima della desolata tornò agli uffici consueti della vita si alzò da terra; si trovò sola, in mezzo alle tenebre; onde sostenendo il corpo alla parete, meditò:

—Fatale! fatale! Dio mi ha abbandonata. Vivente alcuno non ardisce, o può aitarmi;—alcuno. Il destino mi rovina addosso come la volta di San Pietro. Oh! troppo vento adunato per rompere una canna; e poichè tuoi sono, o Signore, i furori della tempesta, non mi condannerai se al suo impeto io mi sono prostrata.—Guido… ahimè! anch'egli adesso sarà morto di certo… adesso ragionerà di me con Virgilio… ed entrambi mi aspettano. Deh! Guido, non m'incolpare della tua morte… ora, che senza vergogna io posso parlarti,—io ti chiarirò quanto immenso, quanto infinito fosse l'amore mio per te. Ma perchè, Dio ti perdoni, Guido, hai voluto unire il tuo destino al mio? Non ti aveva detto che i miei giorni scorrevano come acque di desolazione, le quali ovunque si spandano portano la morte? Non te lo aveva detto?… puoi negarlo? Oh! perchè io sono viva? E non posso morire? Dicono che noi non ci possiamo distruggere! No? L'anima deve sentire, soffrire, e non volere. Le generazioni umane hanno da essere onde, spinte dalla mano del destino a cuoprire e a scuoprire le rive del mondo senza volerlo, senza nè anche saperlo. Ed io sopporterei queste sorti, se non mi conoscessi seme di sventura nato a crescere in messe di pianto a tutti coloro che mi amano… Ecco, i miei anni si dilatano come i rami dell'albero maligno, che uccide lo sciagurato il quale si riposa alla sua ombra[4]. È carità sradicarmi pianta maledetta da questa terra, spegnermi torcia accesa nello inferno, che si consuma consumando… di cui ogni goccia infuocata suscita uno incendio? Ma l'anima!—E che? Dio vorrà tenerla a bersaglio del suo furore in questa vita e nell'altra? Dio, di misericordia per tutti, si ostinerà soltanto ad essermi persecutore finchè dura la eternità? E quando dovessi soffrire i tormenti dei dannati… supereranno forse quelli che io patisco in questa vita? Nello inferno almeno non sarò avvilita… dannata, non farò dannare altrui. Signore, io non ti accuso. Tu ponesti sopra le spalle del tuo figliuolo una croce di legno, ed egli vi cadde sotto tre volte; sopra le mie tu l'aggravasti di piombo… io non ho forza per sopportarla, e la getto per terra.—Abbia chi vuole quest'anima desolata… il patto della mia vita è troppo duro, ed io lo rompo.—

Così favellando, un desiderio inenarrabile di distruggersi le invase la mente; deliberata, con la morte dipinta sopra la faccia, l'anima traboccante di fredda disperazione si slancia di piena corsa contro il muro, e vi percuote la testa… Ahimè!—vacilla, apre le braccia, e cade irrigidita a piè della muraglia.

[1]Il mondo è libro dove il senno eternoScrisse i proprii concetti….Fra TOMMASO CAMPANELLA.

Poesie scritte da lui durante la ventisettenne sua prigionia.

[2] È cosa universalmente nota, come i chierici nei tempi feudali fossero guerrieri. Carlo Magno avendo osservato che un vescovo, novellamente eletto da lui, invece di farsi accostare il destriero al muricciòlo, vi saltò sopra di un lancio così abbrivato, che per poco non cadde dall'altra parte, lo ritenne per suo compagno di arme. Le orazioni dei vescovi per ordinario finivano così: «fu buon chierico, e prode uomo di arme». In Allemagna furono deposti parecchi vescovi perchèpoco valorosi. Il Vescovo di Ratisbona, combattendo per lo imperatore Ludovico il Bavaro contro gli Ungheresi, n'ebbe mozzo uno orecchio. Alla battaglia di Hastings, dalla parte dei Normanni, il Vescovo di Bayeux, fratellastro di Guglielmo il bastardo, dopo avere celebrato la messa allo esercito montò sopra un gran corsiero di guerra, e si mise alla testa della sua banda: dalla parte dei Sassoni combatterono l'Abbate d'Hida con dodici monaci, e vi rimasero tutti morti. Riccardo Cuor-di-leone guerreggiando contro Filippo re di Francia fece prigioniero il Vescovo di Beauvais della casa di Dreux. Il Papa avendolo reclamato come suofigliuolo, ricevè un giorno per parte di Riccardo la corazza del vescovo intrisa di sangue, con le parole dei figli di Giacobbe al padre: «guarda se questa è la vesta del tuo figliuolo». Non si finirebbe più con simili esempii. Nei tempi prossimi alla nostra storia il terribile Cardinale di Richelieu, vestito da cavaliere, andava a visitare la cortigiana Marion Delorme, e conduceva in persona l'assedio della Roccella contro gli Ugonotti. Il suo successore Cardinale Mazzarino, travestito parimente da cavaliere, recavasi notte tempo nelle stanze di Anna di Austria madre del re. Del Cardinale di Retz non importa parlare, dacchè ci rimangono le sue memorie per informarci dei suoi detti, e gesti. In Italia, circa a questi tempi, ebbe qualche celebrità Napoleone Orsini abate di Farfa, condottiero di ventura, che, dopo avere militato pei Fiorentini contro il Papa, tornato in grazia di questo, fu contro Firenze per sottoporla al giogo dei Medici.

[3] POPE,Lettera di Eloisa ad Abelardo—Il verso citato è tolto dalla versione italiana, fatta con assai bel garbo in terza rima dallo abate Conti.

[4] L'Upasdi Giava, pianta che cresce nelle solitudini, e rara. I giavanesi n'estraggono il famosoupas tiente, col quale avvelenano di mortalissimo tossico le loro frecce. Le altre qualità attribuite a questo albero, come quella di far morire chi si addormenta alla sua ombra, alcuni naturalisti ritengono per favolose. Avvi un altro albero, che i francesi chiamanoMancinelliero, e noiMancinella, a cui si attribuiscono le medesime qualità dell'Upas, credute dei pari esagerate. Eppure anche fra i nostri alberi se ne annoverano alcuni dei quali l'ombra è certamente funesta, come, per esempio, il noce.—DARWIN,Amori delle Piante.

«Vendetta ampia ed intera, che, simile al fuoco, distrugga tutto come in quel giorno in cui il mare morto agghiacciò le ceneri di due città».

BYRON,Marino Faliero.

Sarebbe pure stata pietà accogliere cotesta anima dolente, la quale, dopo il breve pellegrinaggio di sedici anni sopra la terra, non trovava altro asilo fuorchè nella ombra della morte! A Dio piacque altrimenti. Il volume delle chiome copiosissime ammortendo il colpo, impedì che riuscisse mortale. Quante ore nel miserrìmo stato ella durasse, male sapremmo dire: quando risensò si pose a stento a sedere là dove era caduta appoggiando le spalle al muro, immemore del luogo e del come vi fosse stata condotta. Con le mani si comprimeva dolcemente il capo e la bocca che le dolevano forte, e non sapeva il perchè. Ode profferire il suo nome; tende ansiosa le orecchie, e la chiamata si rinnuova: allora ricordò il racconto di Virgilio, quando gli parve che lo chiamasse sua madre; e la voce, che adesso ascoltava, aveva in se un suono misto di quella del fratello, e della materna. Tenne che per intercessione loro la misericordia divina l'avesse fatta salva dalla eterna dannazione, e consolata in questa idea si levò in piedi esultante; e, battendo palma a palma, con sentimento ineffabile di gioia esclamò:

—Gran mercè, Madre mia; gran mercè, Virgilio, amor mio: comparitemi davanti, via!… che io vi vegga!… Apritemi le braccia… io vi terrò stretti con amplesso eterno. Guido mio perchè non è con voi? Com'è morto giovane! Ma se viene qui con voi… con me, che sono sua sposa, non gli dorrà essere morto; ed io adesso potrò baciarlo. È vero, Madre, potrò baciarlo, anche al cospetto vostro, perchè è mio sposo?

Ma la voce facendosi sempre più prossima insisteva:

—Signora Beatrice… su, scuotetevi… non vi perdete di animo… OSignora Beatrice, coraggio, sono io… è Marzio che vi chiama.

—Marzio! Questo nel mondo di là era il nome di certo fante, che mi voleva bene… egli fu, che voleva rompere il capo al Conte Cènci il giorno del convito… era delitto… ma la pietà di me lo aveva vinto:—preghiamo tutti Dio che lo perdoni; metta piuttosto il peccato sul conto mio, e lo faccia scontare a me nel purgatorio.

—Oh fanciulla mia! io temo, sì, che Dio mi castighi, ma per non averlo levato dal mondo.

—E adesso Marzio che fa? È morto egli pure? La fatalità, che usciva da me, provò ancora egli come fosse contagiosa? Ha imparato, misero, come ferisse mortale la jettatura dei miei occhi?

—Signora Beatrice non vaneggiate, per amore di Dio… tornate in voi stessa… aiutatevi… venite qua… udite… lo scellerato vecchio… il Conte Cènci, adesso dorme… volete voi che non si svegli più?

—Che parlate, Marzio? Io non ho compreso bene… qui nel capo ho come una nebbia…

—Colui, che vi generò per tormentarvi—quegli, che si dice vostro padre… quegli, che vivendo vi farà morire… volete voi che muoia… stanotte… fra cinque minuti?—La sua vita sta nel taglio del mio coltello.

—No, no—proruppe Beatrice, recuperando di subito la pienezza del suo intelletto—Marzio… guardatevene, per lo amore di Dio… io vi odierei… io vi accuserei. Viva, e si penta… egli si pentirà un giorno—forse.

—Pentirsi! Si sono mai veduti lupi a confessione? Io ve l'ho detto; egli vivrà, e voi morrete.

—Che importa? Non aveva forse io tentato morire? Quanto è grande dolore tornare a vivere! Marzio… mio fedele,—io non ho più lena… io vorrei dissetarmi nella morte. Hai tu mai sentito raccontare dei nostri antichi, i quali si tenevano attorno qualche amico o servo sviscerato, onde se la necessità imponesse uscire da questo mondo, con pietosa ferita gli uccidessero? Marzio,—io non chiedo tanto da te… portami solo un sugo di erba che abbia virtù di chiudere gli occhi ad una pace, che non ho mai goduto in vita.

—No, per l'anima santa di Anna Riparella; se io basto, vivrete. Sciagurata fanciulla! non vi lasciate cogliere dalla disperazione. In breve tornerò da voi; adesso mi è forza andare dal vostro orribile genitore… s'egli si svegliasse e noi sorprendesse, non vi sarebbe più luogo a scampo.—E si allontanava piangente, tanta pietà lo vinse vedendo il misero stato in cui si trovava ridotta Beatrice.—Tutto assorto in cotesto pensiero stava per uscire dai sotterranei, quando gli risovvenne del lamento udito nella notte decorsa; rifece prestamente i passi, ma non udì più nulla: allora prese a percuotere lieve lieve gli usci che gli si paravano davanti, ed ecco ad un tratto ricominciare il pianto più doloroso che mai.

—Ahimè! Muoio di fame—muoio di sete; così non aveva da essere… impiccato a suo tempo, andava bene; io ci aveva fatto il mio assegnamento sopra… ma confessato, e comunicato;—col cappuccino accanto… ogni cosa secondo le regole…

—Chi sei? Rispondi, e fa' presto…

—Eccellenza, oh! non lo sapete chi sono io? Apritemi, per carità, che io mi sento voglia di mangiarmi le mani…

—Rispondi breve, ti dico, o che io ti lascio.

—Sono un uomo che ha conto aperto con la giustizia; ma in verità per bazzecole… nel rimanente bandito onorato, e soprattutto fedele: mi chiamo Olimpio. Qui mi ha chiuso il Conte Cènci; da due giorni, credo, perchè qui non vedo quando sorge, nè quando tramonta il sole; promise tornare, e lo aspetto ancora. Deh! se tu sei cristiano battezzato dammi un po' d'acqua… un po' di pane… un po' di lume… in carità.

—Orribile! Far morire un cristiano di fame, e senza sacramenti! L'anima di cotesto scellerato è come l'inferno, di cui non si trova mai il fondo. Olimpio, per ora non posso aiutarti: abbi pazienza, presto tornerò per te; adesso mi manca la chiave.

—E voi chi siete?

—Sono Marzio.

—Tu sei venuto a godere della mia agonìa?

—Io non ho mai tradito nessuno; sta' di buon animo… addio.

—Una volta fra noi non ci tradivamo. Aspetterò… spererò… soffrirò in silenzio; ma deh! Marzio, torna presto se vuoi trovarmi vivo… ho fame… ho freddo… la sete mi consuma.

Il sangue acceso dalla ira, e il moto violento avevano gonfiato al Conte Cènci la gamba offesa per modo, che non poteva muoversi da giacere. Aveva chiuso gli occhi a torbido sonno; quando si svegliò si provava ad alzarsi, ma la doglia acerbissima non glielo concesse. Digrignava i denti per rabbia, e fra le bestemmie esclamava: e' mi bisognerà fidarmi di cotesto traditore! Allora chiamò Marzio, e questi accorse pronto e taciturno.

—Marzio, vedi se di te mi fido; prendi la chiave del carcere diBeatrice, e portale pane e acqua….

—Altro?

—No… Marzio; mettiti addosso qualche santa medaglia per cacciare via gli spiriti, se mai ti apparissero. Dove qualche voce ti giungesse all'orecchio, non la badare; coteste sono illusioni del demonio: soprattutto scansa i sotterranei a mano manca … lì moriva di fame il nemico di mio nonno….

—Eccellenza, perchè non andiamo insieme?

—Non vedi, morte di Dio! che non posso muovermi?

—Se vostra figlia fosse ferita l'ho da medicare?

—No. Ma la credi ferita?

—Mi sembra, e la sua bellezza potrebbe rimanerne guasta.

—Io no voglio, per ora, che perda la sua bellezza; più tardi. Costà nell'armario vi è balsamo e terra sigillata[1]; se farà bisogno la medicherai.

Marzio s'impadronì destramente delle altre chiavi, chè quella del carcere di Beatrice aveva sottratto mentre il Conte dormiva, e ritornò nel sotterraneo.

—Signora Beatrice, tostochè la vide Marzio disse amaramente, ecco i doni che vi manda vostro padre; e levata la lanterna contemplò quella angelica sembianza insanguinata. Compresse un ruggito di sdegno, e quanto seppe meglio amorevole soggiunse:—venite qua—permettete che vi lavi il volto … vi faccio male?—Intanto le andava astergendo le ferite, le medicava con la terra sigillata, e gliele fasciava. Ahi! Dio, di tratto in tratto ripeteva, vedi tu queste empietà? E se le vedi, come puoi patirle?

Compita l'opera, Marzio riprese a dire:

—Fanciulla mia, eccovi i doni che vi manda colui, che chiamate vostro padre—pane ed acqua; io, contro il suo espresso divieto, vi ho aggiunto altri cibi; ma io davvero non so confortarvi a prolungare una vita, che supera ogni più crudele supplizio;—e quello che maggiormente mi trapassa il cuore è, che da ora in poi io non potrò giovarvi più in nulla, perchè—e qui la voce gli diventava fioca—oggi ho deliberato lasciare casa vostra.

—Beatrice declinò il capo come persona tanto sazia di affanno, che ormai, se sente, non sa più lagnarsi dello strale di nuovi dolori.

—Guido è morto, e tu mi abbandoni?

—E chi vi ha detto, che monsignor Guido sia morto?

—Vivrebbe forse?

—Vive, e sano e salvo.

Beatrice piegò la faccia sopra la spalla di Marzio; ve la tenne lungamente, poi sommessa gli disse:

—Guido vive, e tu mi abbandoni?

—Ma siete voi che abbandonate voi stessa. Sentite; io voglio confessarvi cosa, che non paleserei a mio padre se tornasse di là dai morti. Io sono entrato in casa Cènci per adempire un voto; e sapete voi qual voto? Quello di ammazzare il Conte Cènci. Le scelleraggini quotidiane di cotesto maledetto mi hanno sempre più confermato nel mio proponimento; perchè levandolo dal mondo, oltre a satisfare la mia vendetta, mi parrà acquistarne merito presso gli uomini e presso Dio. Ma poichè questo caso vi addolora, io nol commetterò sotto i vostri occhi: di più non posso fare per voi… non vi affaticate a parlare… nessuno potrebbe dissuadermi—nessuno; ciò che deve compirsi si compirà: di ferro ha ucciso, di ferro ha da morire… sono parole di Cristo.

—E come potè recarvi offesa il Conte? Quando veniste ad accomodarvi in casa, sua, io penso che voi gli eravate sconosciuto del tutto.

—Ma io conoscevo lui. Se mi avesse oltraggiato, se ferito, io avrei saputo perdonargli. Certo, gran peccatore sono; ma pure una volta ebbi cuore di cristiano. Egli mi ha ucciso l'anima, e mi ha lasciato la vita: ora io sono morto a tutto, tranne ad una cosa sola, e questa io vi ho detto. Sentite, veh! se io conosceva Francesco Cènci prima di entrare in casa sua; ciò non varrà a dimostrarvelo più iniquo, perchè in lui delitto più, delitto meno non conta; ma tratterrà forse su le vostre labbra le imprecazioni contro il suo uccisore. Io poco so di lettere; vi racconto così come mi porge il cuore, e voi potete credere a tutto come se fosse evangelo. Nacqui in Tagliacozzo; mio padre morì quando io era fanciullo, e mi lasciò selve ed armenti: mia madre cadde inferma, sicchè poco potè guardarmi. Crebbi; presto mi si misero attorno tristi compagni; mi avviluppai per ogni maniera di vizii come dentro un mantello; in breve, tra per danari rubatimi al giuoco, tra per le ingorde usure io venni al verde di ogni mia sostanza: con l'ultimo bicchiere di vino bevuto in casa mia gli amici bevvero l'oblio di me; sparirono col fumo dell'ultima vivanda; ma allo sparire di costoro comparvero altre genti, e furono i creditori; mi spogliarono di tutto, mi cacciarono di casa … spietati! di pieno giorno ebbi a caricarmi la mia povera madre sopra le spalle per trasportarla all'ospedale; i fanciulli maligni mi beffarono per la via; qualcheduno tirò sassi contro di me, e la inferma…. Iniqua stirpe è l'uomo!—Nè qui l'agonìa finisce: prima di arrivare all'ospedale mi circondano gli sbirri, mi tolgono dalle braccia la madre, la depongono in mezzo della strada, e me traggono in prigione. I creditori, non sazii di ogni mia sostanza, volevano anche bevermi il sangue:—udiva un singhiozzare soffocato… ed era mia madre che piangeva: mi voltai per consolarla, ma non la potei vedere perchè i miei occhi erano pieni di lacrime di sangue. Tentai parlare… neppure… sta bene.—

Marzio tacque alquanto; poi, asciugatosi il sudore dalla fronte, riprese:

—Ruppi la prigione, presi la macchia, mi vendicai di tutti. Al fanciullo, che gittò sassi contro mia madre, ruppi il cranio sopra una pietra; sta bene. Indi in poi segnai il calendario con la punta del mio coltello—ogni giorno fu un rigo di sangue: mi ardeva la pelle; il sangue ubbriaca peggio del vino. Dio giudicherà se io avrei potuto resistere al demonio, che prese possesso dell'anima mia; io non addurrò scusa; se merito pietà voglia perdonarmi, se no mi condanni; ma di quello che ho fatto, e dell'altro che intendo fare, io non so pentirmi… il compito che la vendetta ha posto in mano della morte non è ancora terminato; al mio rosario manca un paternostro—una testa di morto—quella del padre vostro. Nel regno faceva mal'aria per me; venni su quel della Chiesa, ed entrai nella compagnia di Marco Sciarra.


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