Orazio è un bandito alto di persona; di sembianze gravi, e, comunque sul declinare degli anni, bello sempre. La sua fronte e il suo cuore portavano impressi i solchi di tutte le passioni; adesso elle erano spente, ma le ceneri anche tepide facevano testimonianza dello incendio fumando. Il fodero durava più della lama. Orazio sopravviveva a se stesso. Fin lì erasi rimasto appoggiato a un tronco di leccio, col capo chino su i ginocchi, senza profferire parola. Lui salutavano i banditi poeta, medico, e legislatore della brigata. Interrogato rispondeva, richiesto consigliava; invitato, senza farsi troppo pregare cantava canzoni da lui composte, o raccontava strane vicende di lontani paesi; altrimenti, sempre taciturno, meditava sopra i suoi casi, che davvero molti, e varii la fortuna gli aveva apparecchiato davanti. Spirito fantastico, amante del maraviglioso, il quale spesso, invece di farsi cercare da lui, gli andava incontro. Vissuto in altri tempi, dove tre o quattro omicidii non guastavano, con la prestanza del braccio, e il valore del canto avrebbe avuto fama in corte di Provenza su qualsivoglia menestrello o barone uso a servire dame: adesso la miseria, che gli si era irrugginita addosso, la usanza vecchia di far giudicare le sue liti dal coltello che teneva al fianco, e finalmente il genio nativo lo avevano condotto alla macchia. Tale era Orazio.
—Ma la noia, Orazio, non conti nulla la noia?
—Io la conto moltissimo; ma ella è un cilizio che si attacca alla vita di tutti: imperatori e papi la portano cucita fra la camicia e la carne; e vorreste non sopportarla voi per quattro notti, o sei? Noi fummo pagati, e bene; e questo, che duriamo, non è troppo travaglio. Così mi fosse avvenuto sempre, che non mi sarei trovato ad avere a venti anni i capelli bianchi!
—Come bianchi! o non hai nera la barba?
—Ma i capelli sono bianchi.—E qui Orazio levò una specie di cuffia, che gli cuopriva la testa intorno intorno rasente le orecchie, ed i banditi conobbero per la prima volta, com'egli non avesse capello che non paresse filo di argento; i sopraccigli poi e la barba si conservavano nerissimi.—Da venti anni in qua io diventai canuto.
—Domine in adiutorium meum, esclamò un vecchio bandito; tu non saresti mica parente del diavolo?
—Che io sappia, no.
—Qui dentro ci è della fattucchieria,—ripresero gli altri spaventati.
—Con licenza vostra, non ci ha che fare il Diavolo; ma un'Aquila grigia.
—O come un'Aquila?
E tutti gli si posero attorno. Orazio, sempre col capo scoperto, e godendo della paura dei compagni, che non cessavano di contemplare con maraviglia mista di terrore quei capelli bianchi, e quella barba nera, incominciò a parlare:
—Ve lo dirò; in mancanza di vino, un racconto vi piacerà sempre meglio dell'acqua; n'è vero? Il padre mio, boscaiolo, morì come visse povero quanto San Quintino, che suonava a messa co' tegoli. La mamma dopo la sua morte non ebbe più un'ora di bene, e, povera donna! cadde inferma di palpito di cuore. Il curato, che era uomo saputo, ci disse che cogliessimo certa erba, chiamatafu[14], la quale cresce per questi monti; ne spremessimo il sugo, e glielo dessimo a bere, che le avrebbe fatto bene; e come disse trovammo essere vero; mafu, o nonfu, quando la candela arriva al verde bisogna che si spenga; e la vecchia si spense:requiescat in pace. Amen.
E i banditi rispondevano:
—Requiescat in pace.
—Nell'anno domini… aspettate che me lo ricordi… l'anno, che il terremoto mandò a terra il campanile di Santo Andrea… potevo avere a un bel circa venti anni, in giorno di venerdì andammo in tre fratelli al bosco per tagliare legna, e per cogliere un poco di erbafu. A venti anni costa poco salire, e noi ci arrampicammo pei dirupi del monte Terminillo. La neve ne cuopre quasi sempre la cima, ed in coteste solitudini altro non si udiva che stridi, e il rombo delle aquile arrabbiate per non trovare pastura. Arrivati proprio in vetta al monte, ecco ci comparisce davanti una figura umana immobile, come se fosse scolpita nel sasso. La credemmo il Diavolo, e ci segnammo devotamente secondo la regola; ma quella ferma.—Candido, il nostro maggiore, che aveva più seme in capo di una zucca, osservò, che avendo resistito al segno della santa croce diavolo non poteva essere; ed infatti diavolo non era; però poco meno. Costui, solo sopra quella cima, stava considerando giù in fondo di un precipizio tagliato a picchi sul fianco della montagna, un nido di Aquila. Noi gli si accostammo cautamente, per timore che scosso allo improvviso non pericolasse; nè egli ci avvertì. Io lo guardai: misericordia! che occhi maligni! Pareva proprio dipinto in viso dalla invidia col coloreverdenero[15] dell'odio. Borbottava fra i denti:
«E' sono fuori di tiro, costà nessuno arriva a toccarli, e se ne stanno tranquilli come pontefici; in breve… ecco torneranno i genitori col cibo… e saranno tutti contenti;—i primi da me veduti, e rimasti felici!»
Qui volgendo il capo ci scòrse; noi lo salutammo, e gli domandammo qual fantasia lo avesse preso di avventurarsi sopra cotesti scavezzacolli, e se non temesse del capo-giro.
—Perchè volete voi sapere il mio segreto?—ci rispose turbato. Che —cosa importa a voi di me, a me di voi? Se siete banditi vi darò la —moneta che ho indosso, e andatevene col diavolo, che vi porti.
E noi lo avvertimmo, che per quel quarto di ora eravamo boscaioli e cacciatori, e che non avrebbe corso danno a mostrarsi meglio garbato.
—Sta bene; non volete acquistare come re, guadagnerete come servi; accostatevi qua… presso me… guardate laggiù…
—Dove?…
—In dirittura del mio dito… in quel fondo là… il nido dell'aquila?
Circondato di nebbia, si scorgeva appena un punto nerastro.
—Sì, lo vediamo.
Ed egli, teso sempre il dito, aggiungeva: «A cui di voi si sente capace di portarmi i tre aquilotti…»
—O come sapete, io interruppi, che ci hanno tre aquilotti nel nido?
—Perchè gli scorgo distinti con le piume saure dorate.—
Io pensai: s'ei non è il Diavolo, come ha detto Candido, per lo meno ha da essere suo cugino; però che io ci vedessi allora, e veda sempre, mercè santa Lucia, come un cacciatore; e non pertanto non mi bastasse l'animo di scorgere altro, che una macchia cenerina grande come un pugno.
«Chi di voi, continuava costui, mi riporta i tre aquilotti si godrà dieci ducati di oro».
Dieci ducati di oro! E' ci era da comprare un reame. Volevamo andare tutti: per metterci d'accordo facemmo il conto, e toccò a me.—Sciogliemmo le corde, che noi altri cacciatori di montagna costumiamo tenere cinte a più doppii intorno alla vita, ed annodatele insieme ci parve potessero bastare per giungere laggiù: mi calarono; con la sinistra agguantava la corda, con la destra stringeva la coltella tagliente meglio di un rasoio: arrivo al nido, lo stacco, me lo assicuro fra il braccio, e il costato. Gli aquilotti strillano,—sono sordo; gli aquilotti beccano,—gli lascio beccare: agito la corda, mi tirano su, ed incomincio a salire piano piano come una secchia: ogni cosa cammina d'incanto. Giunto a due terzi, e forse saranno stati anche i tre quarti, della salita, mi percuote un rumore di aria rotta violentemente a modo di turbine, e m'intronano stridi disperati. Il giorno diventa buio, e al tempo stesso due punte m'investono, di cui l'una mi straccia la pelle del capo, e l'altra mi fora il cappello, e se lo porta via; perocchè le aquile fossero due, maschio e femmina, e a quanto pare, come Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi: per giunta poi, genitori degli aquilotti che portavo meco. Ambedue rivolsero il volo per piombarmi di nuovo a perpendicolo sul capo. Io non aveva mai visto aquile così sterminate. Santo Uberto mi aiuti! Quando mi vennero vicino menai colpi da disperato; ne giunsi una fra la spalla ed il collo, ma non la ferii bene; all'altra mozzai un quarto di ala: ma egli era nulla; si alzavano, si abbassavano, volteggiavano, mi ferivano nel petto, su le spalle, nei fianchi, si avventavano così ratte ad artigli spiegati contro i miei occhi, che davvero incominciai a pentirmi di essere disceso laggiù: però mi difendeva il molinello, che faceva stupendamente veloce con la coltella per tutta la persona. Pensate un po' voi se dovevano, o no, essere nuovi spettacoli un cristiano sospeso per l'aria, che girava girava come fuso che torce la canapa, col nido degli aquilotti in collo, giuocare di scherma incontro alle aquile, le quali con tutte le malizie loro s'ingegnavano lacerarmi, e lo abisso pieno di stridi degli uccelli, e di voci umane le mille volte ripetute dagli echi, di penne svolazzanti, di sangue grondante, e di furore. Nel voltare la faccia in su incontro la faccia dello sconosciuto sporgente dalla balza, che rideva mostrando i denti a guisa di lupo quando ha fame; mi si abbagliarono gli occhi, e un sudore diaccio mi corse lungo la spina… Santa Vergine! Quale orrore! Nel menare colpi io aveva per inavvertenza tagliata più che mezza la corda, già abbastanza sottile, la quale mi teneva sospeso… mi pareva che mi fosse, e certo mi era cresciuto il vedere; imperciocchè io distinguessi cedere, e disfarsi ad uno ad uno i fili della fune, e gli occhi taglienti dello sconosciuto segare con le pupille la parte rimasta salda. In quel punto sentii come darmi di un grosso picchio sul capo, rimpiccolire la statura, strizzarmi nelle costole, e diminuire di grossezza. Chiusi gli occhi, e vidi fuoco;—gli riapersi ben tosto, però che quattro graffi dolorosi nella fronte mi ammonissero che accorressi a difenderli, se non voleva che le aquile me li cacciassero di nido, come io aveva fatto agli aquilotti loro. I fratelli, temendo che io mi fossi abbandonato, non sapevano sovvenirmi in altra maniera, che gridando «coraggio, fratello! Orazio, da bravo!» e dando alla corda terribili squassi, per cui ogni momento più s'indeboliva…
Sono presso all'orlo dello abisso due… braccia… un braccio… tremendamente atterrito stendo una mano al ciglione, getto il nido, e con l'altra mi aggrappo convulso, e bene mi avvisai; imperciocchè i miei fratelli, appena ebbi mostrato il capo, lasciassero la fune, e fuggissero via urlando da spiritati: pure, come Dio volle, ne uscii a salvamento, e mi gettai avvilito sopra la neve. Lo sconosciuto con quei suoi occhi di vetro mi guardava curiosamente, e mi esaminava in silenzio il capo: strappommi tre o quattro capelli, se gli recò nel palmo della mano, sempre esaminando; li pose di contro alla luce, li tagliò, e finalmente ridendo mi disse «tu hai avuto paura». I fratelli intanto, riavuti dal primo stupore, si accostavano levando gli occhi al cielo, e a grande stento si persuadevano che io fossi quel desso di prima. I miei capelli, in uno istante di agonìa, di neri si erano mutati in bianchissimi[16].
Lo straniero con certi suoi argomenti ci dette ad intendere essere avvenuta naturalmente la cosa, che io non compresi allora; e molto meno saprei ridirvi adesso. Mentre favellava egli trasse di tasca un suo pugnaletto, e, senza punto cessare dalle parole, tagliò il capo agli aquilotti. Le aquile ferite, e spennacchiate non ardivano accostarsi a noi chè eravamo troppi, ed avevano già fiutata la polvere dei nostri archibugi[17]; però da lontano gittavano tali strida desolate, che fendevano il cuore. Colui, mozza ch'ebbe la testa all'ultimo aquilotto, ci disse:
«Orsù, miei bravi, volete voi guadagnare due volte tanto danaro di quello che avete avuto? Andate a rimettere questi tre aquilotti morti nel nido donde gli avete cavati. Non ho meco altra moneta; ma venite a Rocca Ribalda, ed io conte Cènci vi manterrò la promessa.»
A noi parve per quel giorno averne avuto d'avanzo; e poi, comunque bestie, le aquile avevano patito troppo strazio. Allora il barone si allontanò fischiando dall'altra parte del monte, senza nè darci, nè aspettare il saluto.
—E tutto questo che monta?—notò un vecchio bandito, che pareva nato a un parto col Caronte della cappella Sistina—O come hai provato, che tutto questo non accadesse per opera del demonio?
—Ma o non hai inteso, che il barone era il conte Francesco Cènci diRocca Ribalda?
—Bella ragione! Non poteva il diavolo aver preso la sembianza del Conte Cènci? E mettiamo il barone da parte; o le aquile e gli aquilotti non potevano essere demonii?
—Ma vedi il caparbio! Ho sempre sentito dire che il diavolo è un gran signore. Ora pensa s'egli avesse voluto prendersi briga di una povera creatura come sono io.
—Eh! un'anima poi pesa quanto un'altra nelle bilance del diavolo.
—E dodici fanno una dozzina.
—Ma, a caso, portavi addosso nessuna reliquia?…
—Che domande!—Sicuro, eh!—Avevo un breve con la orazione di Santo Brancazio contro le streghe; un cornino di mare per la jettatura; la medaglia di San Tebaldo, oltre ad un pezzo dilumen Christiin tasca…
—Tutto questo può bastare; ma per chi va pei monti è necessaria la medaglia di San Venanzio. Ricordatevene, figliuoli; il maligno, capite Orazio, il maligno s'ingegnava, farti morire senza sacramenti, e portarti diritto dentro lo inferno: di qui, figliuoli, chè posso essere padre a tutti voi altri, comprenderete quanto profitto sia all'anima vostra starvi vicini a santa madre chiesa. E poichè dianzi mi è venuto parlare di rosario, o che trovereste male; per ammazzare il tempo, recitarne una mezza dozzina? Ma che dico male? Non sarebbe tanto bene messo nel salvadanaio per il mondo di là?
Il vecchio bandito trasse fuori di tasca una immagine della Madonna, e la conficcò col coltello nel tronco di una quercia. Piegate le ginocchia, prese a dire molto devotamente il rosario. I compagni, o mossi dallo esempio, o per vera devozione, o per mille altre cause, che sarebbe ricercare soverchio, conciossiachè i nostri atti sieno mossi ordinariamente da un complesso d'incentivi, non già da una singola cagione, piegarono le ginocchia, e rispondevano al vecchio alternandopater nostriedave marie.
Se il diavolo fosse passato per di là si sarebbe dato al diavolo.
—Basta così, Ghirigoro, disse un bandito alzandosi; e mentre con le mani si poliva ambedue le ginocchia, aggiunse: ma sapete che il vostro dubbio intorno al diavolo mutato in due Aquile patisce, con reverenza, dello scemo!
—Scemo io?—E tu non sai, ignorante, che ventimila diavoli possono entrare dentro un lupino, ed un diavolo solo condire tutto un convento di frati Francescani? E non sai, che a salvarci dal diavolo non basta metterci a sedere nella piletta dell'acqua santa, e tenere un Cristo in bocca, chè tanto un foro per entrarci in corpo egli lo sa trovare, come neanche a Santo Antonio fece profitto averlo preso con le molle pel naso?
—Con le molle?
—Pel naso?
—Già!—rispose interrompendo il bandito—appunto con le molle pel naso…
—O sentiamo anche questa…
—La è chiara come l'acqua. Una volta il diavolo, per fare scappare la pazienza a Santo Antonio, si trasformò nello sgabello dove si metteva a sedere: eccoti, che il santo viene in cella, e subito va a leggere i libri di divinità; il diavolo gli scappa di sotto, e il santo a gambe all'aria. Un'altra volta si convertì in leggìo, e gli cascò sul naso rompendogli gli occhiali; e poi in cane, in gatto, e in donna; sebbene molti credano che quando il diavolo apparisce in forma di donna non si tramuti, ma che proprio vi sieno i Diavoli donne, o vogli dire le Diavolesse, e questo credo ancora io. Insomma; il maligno quante ne poteva immaginare, e tante gliene faceva; ma il santo, sempre con pace esemplare, lo prendeva per un orecchio, e lo ammoniva: «Diavolo, diavolo! ti par egli, che tu sia nato per gabbare un santo pari mio? Il mondo è grande, e possiamo starci tutti e due senza darci fastidio: va' pei fatti tuoi, e non mi rompere il capo». Poi lo metteva fuori di cella, e gli chiudeva l'uscio in faccia. Un giorno, che il nostro dabbene Santo Antonio si ammanniva a fare una bellissima meditazioncella sopra la moltiplicazione dei pani e dei pesci, inchiavacciò per bene la porta, e sul foro della toppa mise un pezzo dilumen Christi, sperando in questo modo avere la pace: ma e' furono novelle. Ad un tratto sente rodere, e con la coda dell'occhio vede il diavolo, che aveva cacciato il muso fuori da un buco scavato nella parete. Il santo, senza darsene per inteso, agguanta adagio adagio le molle del cammino, e poi in meno che non si diceamensi avventa sul diavolo, e lo prende per il naso. Il diavolo strillò… ma il santo sodo: il diavolo si provò in cima delle molle a trasformarsi ora in leone grande quanto il monte Terminillo, ora in serpente lungo un miglio; ma tanto non si usciva, e il santo lo tenne stretto fino a che non lo ebbe affogato dentro un orciuolo di acqua vite, conforme io stesso con questi miei propri occhi vidi, e verificai alla fiera di Tagliacozzo, dove un religioso di santissima vita me lo mostrò, e mi disse che il diavolo, prima di spegnersi nell'acqua arzente benedetta, aveva durato a friggere mezza ora e più come ferro arroventato[18].
—Come! tu vedesti un serpente lungo un miglio?
—Il diavolo era rimasto nella forma ultima, che aveva preso nelle sue tramutazioni. Quella del serpente non era stata l'ultima.
—Dunque, o che figura aveva egli?
—Quella di talpa lunga due palmi compresa la coda…
Uno scoppio immenso di risa proruppe da tutta la brigata, sicchè il vecchio ne rimase sconcertato. Preso da cruccio, si avviluppò nel tabarro brontolando:
—Già voi siete eretici; e un giorno o l'altro vi accorgerete voi, che cosa significhi fare i banditi senza un po' di religione.
[1] NellaStoria delle Rivoluzioni d'Italia degli anni1847-1848-1849 del GENERALE PEPE viene attribuito al Salviati. Veramente cosiffatta osservazione è troppo più antica; e troviamo nelle Storie di TITO LIVIO screditati i Galli, come quelli che costumavano:ridendo frangere fidem.Però nè antichi, nè moderni esempii nostrali mi avrebbero persuaso a muovere questa querela grave, ma pur troppo meritata da un Popolo necessario così alla dannazione come alla salute del mondo, laddove in opera parzialissima alla Francia io non leggessi queste parole, che ho citate altra volta: «I Galli si dilettarono di buona ora agabbare, come dicevano nel medio evo. La parola per loro non aveva nulla di serio: promettevano, poi schernivano, e così terminava ogni cosa!» Tristo giuoco, nel quale hanno troppo più scapitato che guadagnato. Deh! che anche per cotesto Popolo grande il giorno del giudizio non venga dopo la morte!
[2] «Quando non ti possono far bene, tel promettono; quando te lo possono fare, lo fanno con difficoltà, o non mai: sono inimici del parlare romano, e della fama loro». MACCHIAVELLI,Della natura dei Francesi. Il detrattore nostro è LAMARTINE: di lui soventi volte mi dolsi, e mi dolgo; molto più che non emendò uomo di stato le colpe del poeta. Costui bandì impedire ogni intervento straniero a danno dei Popoli, i quali si rivendicassero in libertà; e poi nella suaStoria della Rivoluzione di Franciadel 1848 sostenne, la Francia non potere in conto alcuno patire la formazione di uno stato grande fra l'Austria e lei. Vieta politica, scusabile forse ai tempi del cardinale Richelieu, ed ostentata dal poeta per figurare di saperne. La costituzione del 1848, composta sotto gli auspicii di questo poeta, statuì, il Popolo francese non dovere far mai guerra contro la libertà di verun Popolo, e l'Assemblea francese assunse la impresa contro Roma; e questa fu brutta sequela di bruttissime ed antichissime ingiurie. Qual maraviglia pertanto che altri non rispettasse questa costituzione, se tanto poco mostrarono rispettarla quei dessi che la fecero? Provammo la Francia sotto tutte le sue trasformazioni politiche; è lecito tuttavia confidare in lei?—La condizione nostra mi sembra piena di dubbiezza; conciossiachè se la Francia non ci aita, quale altro Popolo lo voglia, e lo possa io non saprei vedere: e per altra parte deve sperarsi che la Francia senta la vergogna, e il pericolo della sua decadenza, non meno che il bisogno di riunire in un fascio i Popoli occidentali, per opporli agl'intenti a cui mirano i Settentrionali con miracoloso accordo.
[3]Gli ruscelletti, che dei verdi colliDel Casentin discendon giuso in Arnofacendo i lor canali freddi, e molli,Sempre mi stanno innanzi, e non indarno,Chè la immagine lor vie più mi asciuga,Che il male ond'io nel volto mi discarno.DANTE, Inferno, C. XXX
[4] TITO LIVIO,Storie, lib. II. c. 2. DIONISIO DI ALICARNASSO,Antichità Romane, lib. V. c. 13.
[5] «Nell'anno 1616 passando di costà Leandro da Bologna trovò la città di Anagni tutta in rovina. Interrogati alcuni maggiorenti Anagnini intorno alla causa del soqquadro, questi gli narrarono come dal tempo della prigionia di Papa Bonifazio in poi non avessero avuto altro che sventure da piangere». Così il buon Monaco TOSTI, su la fede del CIACCONIO:Vita di Bonifazio VIII.—Questo monaco insigne propugnò, in varie opere dettate con fiore di lingua e singolare dottrina, le prerogative del Papato; al tempo stesso però egli si mostrava tenerissimo della Patria italiana: ciò bastava ond'ei non potesse più durare tranquillo, in Monte Cassino. Tanto, nella stagione che corre, la paura di non essere trovato abbastanza umile, ed obbediente dai suoi Protettori vince nel Pontefice il merito che monaco, o sacerdote possa avere acquistato appo la Chiesa: e i Padri Gesuiti cantano Osanna! Io non gli avrei mai creduti di così poca levatura, come li conobbi a prova.
[6]Numeri, Cap. VI.
[7]Geremia, Cap. ultim.«Propter montem Sion quia disperiit,vulpes ambulaverunt in eo».
[8] Per questi fatti vedi i capitoli storici dellaBattaglia diBenevento.
[9] Siccome quel che il MACCHIAVELLO scrive intorno alle discordie dei cittadini avrebbe giovato assaissimo negli anni passati, se avessero voluto leggerlo, e meditarlo; e siccome, forse, potrebbe essere di utilità nei futuri, io qui lo riporto supplicando Dio che i miei lettori lo antepongano, come merita, al testo:
«Le gravi, e naturali nimicizie, che sono intra gli uomini popolari, ed i nobili causate dal volere questi comandare, e quelli non obbedire sono cagione di tutti i mali, che nascono nella città: perchè da questa diversità di umori tutte le altre cose, che perturbano le repubbliche prendono il nutrimento loro. Questo tenne disunita Roma, questo, s'egli è lecito le cose piccole paragonare alle grandi, ha tenuto divisa Firenze, avvegnachè nell'una, e nell'altra città diversi effetti partorissero. Perchè le inimicizie, che furono da principio in Roma infra il popolo, ed i nobili disputando, quelle di Firenze combattendo si disfinivano. Quelle di Roma con una legge, quelle di Firenze con lo esilio e con la morte di molti cittadini terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da una ugualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella città condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza ad una mirabile ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti conviene sia da diversi fini, che hanno avuto questi due popoli, causata. Perchè il popolo di Roma godere i supremi onori insieme coi nobili desiderava, quello di Firenze per essere solo nel governo, senza che i nobili ne partecipassero combatteva. E perchè il desiderio del popolo romano era più ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili più sopportabili, talchè quella nobiltà facilmente, senza venire alle armi, cedeva: dimodochè dopo alcuni dispareri a creare la legge dove si soddisfacesse ai desiderii del popolo, i nobili nelle loro dignità rimanessero, convenivano. Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era ingiurioso, ed ingiusto, talchè la nobiltà con maggiori forze alle sue difese si preparava, e perciò al sangue, ed allo esilio si veniva dei cittadini. E quelle leggi, che poi si creavano non a comune utilità, ma tutte in favore del vincitore si ordinavano. Da questo ancora procedeva, che nelle vittorie del popolo la città di Roma più virtuosa diventava, perchè potendo i popolani nell'amministrazione dei Magistrati degli eserciti, e degl'imperii essere con i nobili preposti, di quella medesima virtù, ch'erano quelli si riempivano, ed in quella città crescendo la virtù cresceva la potenza. Ma in Firenze vincendo il popolo, i nobili privi dei magistrati rimanevano, e volendo riacquistargli, era loro necessario con il governo, con l'animo, e con il modo di vivere simili non solamente ai popolani essere, ma parere».Storie, Libro III.
[10] Roberto di Ginevra, cardinale legato, cercò scostare i Bolognesi dalla lega promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento della libertà, che avevano ricuperata, purchè obbedissero alla suprema autorità della Chiesa; e siccome i Bolognesi risposero: «Noi siamo apparecchiati a tutto soffrire, piuttostochè sottometterci di nuovo a persone di cui il fasto, la insolenza e l'avarizia abbiano fatto sì crudele esperimento», il Cardinale proruppe: «ed io non mi allontanerò da Bologna, finchè non mi sia lavati piedi e mani nel sangue loro».
«…Il legato obbligò Galeotto Malatesti ad aprirli la città di Cesena, da questo signore mantenuta in fede della Chiesa. La Murata, quartiere pochi anni prima difeso eroicamente da Marzia Ordelaffi, fu dato per istanza ai Brettoni; ma questi barbari vi si comportavano troppo peggio che in città vinta: rapivano robe, mogli, figlie, nè risparmiavano ai cittadini maniera veruna di strazii. Perduta la pazienza i Cesenati assaltano alla sprovvista i Brettoni, e ne ammazzano 300 nel 1.º febbraio 1377. Il Cardinale, presente al fatto, condannò i soldati, e promise perdono, purchè i Cesenati tornassero ad aprirgli le porte, ed essi così fecero: allora costui ordinò perfidamente si mettessero a morte tutti. Non contento di aizzare alla opera atroce i suoi Brettoni, chiamò ancora l'Acuto (Giovanni Aukwood—falcone in bosco) co' suoi Inglesi, che stanziava in Faenza, a far sangue; e siccome questo capitano non si sapeva risolvere a commettere tanta enormezza, «Sangue, urlava furibondo il Cardinale, io voglio sangue!» Durante la strage soventi volte fu udito gridare: «morte, a tutti!» SISMONDI,Storia delle Repubbliche italiane, tom. VII, p. 78.—L'Abbate Cistercense aveva già comandato, alla presa di Bezieres, si uccidessero tutti i terrazzani eretici, o no, che Dio poi gli avrebbe scelti a comodo nell'altro mondo: «Caedite eos, novit enim Deus qui sunt ejus». CAESAR HEISTERBAC,lib. V, p. 21.—Tali preti un giorno; quali adesso, vel dicano Roma e Romagna, e l'effemeridi loro truci, ed irrequiete eccitatrici agli odii, alle persecuzioni, alla servitù, ed al sangue. S'è giusto così, giudichi Dio.
[11] MACCHIAVELLO.Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino per ammazzare Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Viletto, il signor Gianpagolo, e il Duca di Gravina Orsini.
[12] «Nel seccare, e dare la via al lago Fucino fece prima fare una battaglia navale. Ma gridando quelli che avevano a combattere: «sia il ben trovato lo Imperatore; ti salutano coloro, che stanno per morire» e avendo egli risposto: «ed a voi pure salute!» essi pensarono, che mediante cotesto saluto egli gli avesse licenziati dal mettersi in pericolo di vita, e non volevano combattere. Per la qual cosa egli stette un pezzo sopra di se pensando se avesse a mettere fuoco alle navi, o piuttosto tagliarli a pezzi.—Finalmente levatosi da sedere incominciò a correre intorno al lago balenando, e stando per cadere, tantochè egli li costrinse a combattere parte con le minacce, parte co' prieghi. Affrontaronsi insieme in cotesto spettacolo l'armata Siciliana, e quella di Rodi, dodici galere per banda, e nel mezzo del lago sorse un Tritone di argento, il quale suonava la trombetta.» SVETONIO,tom. II, p. 226.
[13] HUME.Storia d'Inghilterra, tom. I.]
[14] L'erbafuè propriamente la valerianamaggiore, o domestica, rimedio specifico per le palpitazioni del cuore.
[15] Ordinariamente la natura dipinge i malvagi con i colori dei serpi, e dell'erbe palustri. L'appellativoverdinegroè di regia origine, e fu circa a quei tempi inventato da Filippo II, il quale in cotesto modo designava l'Escovedo, segretario del suo fratello don Giovanni d'Austria, commettendone la strage a don Antonio Perez suo ministro. «Certo convendrà abrebiarlo de la muerte delVerdinegroantes que haga algo con que non seamos despues a tiempo, quel no deve de dormir ni descuidarse des sus costumbres. Acedlo y daos priessa ante que nos mate». Questo è un biglietto scritto da Filippo II di propria mano a don Antonio Perez, riportato dal signor MIGNET nella sua operaAntonio Perez e Filippo II, p. 70.—Tali erano le regie pratiche quando i principi volevano torsi davanti agli occhi un uomo increscioso: oggi si adopera diversamente: si chiamano sei, od otto paltonieri mascherati da giudici, e s'incumbenzano di finire l'uomo nonabrebiando, bensì allungando, trapanando col diuturno carcere; uccidendo, insomma, il corpo mercè i dolori dell'anima. La morale, che presiede a siffatte giustizie, da Filippo in poi non è punto mutata; e chi ha vaghezza di conoscerla la può trovare esposta nel consulto del padre Diego de Chaves confessore del prelodato re Filippo II, al quesito, che gli mosse in proposito l'assassino Antonio Perez: «Lo advierto segun lo que yo entiendo de las leyes, que el principe seglar que tiene poder sobre la vida de sus subditos y vasallos, como se la pueda quitar por justa causa y por juyzio formado, lo puede hazer sin el, teniendo testigos pues la orden en lo de mas, y tela de los juyzios es nada por sus leyes, en las quales el mismo puede dispensar.—No tiene culpa el vasallo, que por sii mandado matasse a otro, que tambien fuere vasallo suyo por que se ha da pensar que lo manda con justa causa, como el derecho presume que la ay en todas les acciones del principe supremo». Vedi MIGNET,Opera citata, p. 66.—Le quali parole volte in italiano suonano così: «Vi ammonisco secondo la mia opinione intorno alle leggi, che il principe secolare il quale ha potere sopra la vita dei suoi sudditi e vassalli, come se la può prendere per giusta causa, e per via di regolare giudizio, così può torsela anche senza, essendo che le procedure giudiziarie nulla rilevino davanti i suoi comandamenti, potendo egli dispensare da quelle… Nè commette peccato il vassallo, che per ordine suo ammazzasse un uomo, che fosse pure vassallo di lui; conciossiachè si abbia a ritenere che il re comandi per giusta causa, conforme per diritto si presume che la giusta causa si contenga sempre in tutte le azioni del principe supremo.—Egregio re, più egregio ministro, egregissimo confessore! Secolo di oro, a cui sacerdoti e principi, stretti in fraterno abbracciamento, vorrebbero ricondurre la sviata umanità.
[16] Questo fatto successe in Sardegna aDomus novanel 1839; con la differenza, che il cacciatore invece di andare pei nidi di Aquila, cercava quelli di Avvoltoio. Intorno a queste stupende, e subitanee trasformazioni di capelli, oltre gli esempii addotti in parecchie opere mie, il signor ALIBERT, nelvol. I.p. 180 dellemalattie della pelle, narra di una donna bionda diventata nera dopo il travaglio del parto, e di altro individuo il quale per malattia tramutò i capelli bruni in rossi. Parla eziandio di capelli turchini, e verdi; questi si vedono frequentemente ai fonditori. Un tale Bichat imbiancò da un punto all'altro per cattive nuove. Perat moglie di Leclerc, citata a comparire davanti alla Camera dei Pari nel processo Louvel, incanutì nella notte. Si sono vedute barbe nere da un lato, e bianche dall'altro, come canuta una parte del capo soltanto. RAYER,Malattie della pelle, t. III. p. 81.
[17] Questa virtù di odorato in alcuni uccelli si nega: eppure non si può mettere in dubbio, che quando una bestia morta passa in istato di putrefazione, dalle parti più remote dell'orizzonte si vedono comparire punti neri, a mano a mano avanzarsi, e svelarsi alfine per corvi, o per avvoltoi, attirati dagli effluvii ch'emanano dalla carogna per divorarla. GENÈ,Errori popolari sopra gli animali.—Corvo ed Avvoltoio.
[18] Questo miracolo veramente non operò Santo Antonio, bensì San Dunstano abbate di Glaustenbury, e questa sua presa del diavolo con le molle tanto grande autorità gli compartì sul popolo, ch'egli ne trasse baldanza da imprigionare, e perfino uccidere la sua regina, senza che per ciò ei ne menomasse il credito. HUME,Storia d'Inghilterra, t. I.—Così sacerdoti, e re procedono concordi finchè si tratta immontonare il Popolo; immontonato che sia, si divorano fra loro; e la storia è lì aperta per dimostrarlo.
Tra male gatte è capitato il sorco.DANTE,Inferno.
Appena il vecchio masnadiero aveva cessato di favellare, che una voce sonora e argentina rompendo i silenzii della notte, portò agli orecchi dei banditi questa canzone:
Avventa le zanne,Atterra lecciòli,Nocciòli—corniòli,Fa il bosco tremar.
—Non vi muovete, disse Orazio ai compagni, che entrati in sospetto già già ammannivano le armi: egli è l'amico nostro; il sordo-muto della Ferrata: egli non possiede in questo mondo nulla, eccetto voce e miseria; e la prima voi non potete, e la seconda voi non gli volete togliere.
Infatti indi a breve comparve il garzone della Ferrata, il quale oltre la età scaltrissimo, aveva trovato il suo conto a fingersi sordo-muto, e idiota, e così prese a interrogarli:
—Marzio dov'è?
—Se ce lo insegni noi te lo diremo. Questa è l'ultima notte del nostro obbligo di aspettarlo; o viene in breve, o non verrà più: il meglio, che tu possa fare, è di attenderlo qui con noi.
—Questo è guaio grande: che importa pescare, se non si bada alla rete?
—Vien qua, fanciullo, e cantaci la tua canzone; intanto Marzio potrebbe venire.
—Oh! vi pare egli? Ella è una canzone composta da qualche montanino ignorante di questi luoghi;—pare proprio fatta con la piccozza.
—Che sia stata composta su questi poggi non ha da dubitarsi, interruppe Orazio con modo acerbo; ma che l'abbia fatta uno ignorante non è vero, brutta scimmia, perchè l'ho fatta io…
—Orazio… vi chiedo perdono… io non credeva…
—Credessi, o non, credessi, impara che non istà straziare, la canzone a cui la canta: veramente la mia poesia non vale la tua voce; ma ad ogni modo, senza i miei versi come sapresti far sentire i tuoi canti?
Il garzone, per torsi d'impaccio a rispondere, sciolse una nota limpidissima. Orazio non ebbe coraggio interromperlo, ed egli continuò:
_Correte alle poste,Chè scende il cignaleNon venne l'ugualePei boschi a stormir.
Avventa le zanne,Atterra lecciòli.Nocciòli,—corniòli,Fa il bosco tremar.
Per setole ha stecchi,Ha fiamme per occhi:Nessuno mi tocchi,Grugnando egli va.
Le belva percosseDel mostro allo strido,Disertano il nido,I figli, e l'amor.
I colti devastaCosì, che ai bifolchiPar corsa nei solchiLa fiamma del ciel.
Le macchie salvate,Ai campi accorrete,Battete—uccideteQuel verro crudel.
La carne del verro,Un rubbio ben pienoDi gran saracenoIl premio sarà.
La testa, e del tiroSi aspetta l'onoreAl franco uccisoreDel marzio cignal.
E premio più caroLo aspetta, del visoDi Clelia un sorriso,Baleno di amor;
Di Clelia la bella,Che quale la miraDelira,—sospira,Più posa non ha._
—Eccoti un bacio, e uno scudo; disse Marzio uscendo da un macchione in compagnia di Olimpio. Iddio ti ha dato la grazia del canto come il raggio alle stelle—luminosa, e soave: io ti chiamerò l'usignòlo dei banditi.
Ma il giovanetto, lusingato dalle lodi, ricusò la moneta, e rispose:
—Marzio, io per danaro non canto; la voce mi fu data senza pagarla, ed io la dono, non la vendo: così mi sembra il canto più bello. Io ti servo per amore, e basta. Il nostro amico della Ferrata mi manda a dirti, che il Barone è giunto…
—È giunto?
—Certo, ed io l'ho visto; ha seco la moglie, i figliuoli, ed una scorta di guardie campestri, o masnadieri che sieno. Io vengo ancora a cercar muli dai carbonari perchè il vecchio non intende fermarsi, e vuole continuare il viaggio in questa stessa notte.
—Quanti di scorta?
—Dodici; ma non di queste bande: alla parlata paiono delle parti diToscana.
Presto furono in ordine i muli. Orazio, così ordinando Marzio, si tinse il viso e le mani di carbone; tolse la vesta di un carbonaro, e insieme col garzone menò le bestie alla Ferrata.
I banditi levarono il campo, e seguitando Marzio si ridussero al luogo predisposto alle insidie.
Arrivati i muli alla osteria don Francesco comandava li caricassero, e quando fossero in ordine lo avvertissero per partire. Non passò bene un'ora, che ogni cosa era in punto; ond'egli discese per esaminare se tutto fosse a dovere. Mentre da un luogo ad un altro si affaticava, un pipistrello investì con l'ale la lanterna che gli portavano davanti, sicchè l'uccello sbalordito gli cascò in mano; egli la scosse prontamente con un senso di ribrezzo gittando via la trista bestia, e notò:
—Cattivo augurio è questo, e prudenza vorrebbe sospendessi il partire… Qui l'oste, mostrando un viso di sasso—dove rompeva qualunque vergogna—soggiunse:
—Non vi faccia specie, Eccellenza, perchè il cattivo presagio viene compensato, anzi superato con uno buono…
—E quale?
—Caricando i fusti del vino, poco anzi, se n'è rotto uno… e siccome il vino sparso è allegria…
—Per avventura la fiasca dello keres, dove si leggeva il numero tinto di bianco?
—Non vi si leggeva nulla; state tranquillo, e fiasca nonera.
—Andiamo a vedere un po' dove si è rotto…
—Giù in cucina…
—Vi sarà rimasto il guazzo…
—Eh! no, i mattoni lo hanno bevuto; anche i mattoni hanno voluto fare un brindisi a vostra Eccellenza…
—Ma questa casa parmi fabbricata almeno da un secolo addietro.
—Sicuramente; ma il pavimento è nuovo.
—Chi aveva ragione di noi altri due: tu, che facevi derivare il nome oste da ospite; od io, che lo desumeva da nemico?
—L'oste, a vero dire, interruppe il carbonaro, non fa razza da se; ma la natura lo ha messo nella grande specie, che dondola tra il somaro e il coccodrillo.
—Chi vide mai questi animali?
—Voi gli avete davanti, Eccellenza; questa razza è il popolo, che quasi sempre porta, qualche volta divora.
Don Francesco, percosso da coteste parole, prese la lanterna e la sollevò al viso del carbonaro. Orazio riconobbe lo sguardo verde, il riso maligno, la faccia di marmo del conte. Il Conte ravvisò i capelli canuti e le sembianze di Orazio, comecchè gli sembrasse assai prostrato dagli anni, e forse, come ei credeva, dai patimenti.
—Pare che noi non siamo conoscenze nuove, favellò il Conte; l'avventura dei capelli bianchi non è di quelle, che si possano leggermente dimenticare.
—È vero, i capelli bianchi non si dimenticano,—già si rammentano da se.
—Quantunque io vi conservi rancore per non avermi contentato a riportare gli aquilotti nel nido, pure, che siate uomo animoso non è da dubitarsi.—Mi duole che la fortuna non vi abbia sollevato; e se potessi, io le direi in viso che ha torto, e si vergognasse una volta.
Orazio, che incominciava a sentirsi venire i brividi addosso per la paura che gli metteva lo aspetto del conte, alle parole oneste tutto si riconfortò: gli piacque udire rammentare il caso del nido, e si profferse svisceratissimo al conte. Però Orazio accanto a don Francesco non era più quello di prima; il suo coraggio andava in fumo; e questo avveniva perchè, secondo una bella espressione dello Sterne, con molta ala di vela non aveva una oncia di zavorra; e imperterrito contro le palle, credeva alle streghe, temeva della jettatura, e senza le cinque o sei medaglie che portava appese al collo egli non si sarebbe attentato giammai di passare solo la notte.
Don Francesco, Orazio, e il garzone (ch'era tornato a fare da idiota, e a favellare con ammicchi) in compagnia di sei guardie campestri aprivano la caravana; in mezzo le donne, Bernardino, i servi armati e le bagaglie; dietro altre sei guardie chiudevano la comitiva.
Beatrice più volte si era affaticata ad accostare suo padre, più volte lo aveva supplicato con parole, o con cenni a porgerle ascolto: prima di uscire dalla osteria gli si era gittata in ginocchio davanti, e gli aveva detto:
—Signor Padre, non andate oltre, o siete morto… Marzio…
Ma il Conte a cui cotesto nome suonava delitto, e reputando eziandio le continue smanie della figlia come sforzi supremi a sottrarsi dalla imminente prigionia della Petrella, la ributtò con maniere acerbe, ed ordinò che la guardassero, e la impedissero di trascorrere dal luogo che l'era stato assegnato.
La notte diventò più buia, chè metteva un'aria, piena di nuvole a strappi, chiamata dai campagnuoli le pecorelle; e a mano a mano che salivano il fresco si faceva mordente; il vento zufolava per le fronde degli alberi: si cacciarono su per l'erta di Rio Freddo alternando discorsi, e avvertimenti di badare al cammino, che davvero meritava attenzione. Passato Rio Freddo, per la piana del Cavaliere pervennero a Rocca Carenzia. Di qui ripresero a salire, per una viuzza del Monte di Bove, fin sopra la cima, dove videro comparire la luna.
Quanto è diverso il primo quarto di questo pianeta dall'ultimo! Il primo rassomiglia una speranza, l'ultimo uno addio: gli uomini che videro di frequente il primo, bene pensarono a convertirlo in ornato della Diva dei boschi; quelli poi che più spesso contemplarono l'ultimo, ne fecero con migliore accorgimento lo attributo di Ecate, la Dea dello inferno. Chiunque ha contemplato la luna nelle varie sue fasi, per molte notti, ad ore diverse, comprende come possa essere stata salutata a ragione Dea degli amanti, e dei ladri. Le tenebre, non che ne fossero rischiarate, sembravano più triste; e il vento trasportando le nuvolette spesse, e più o meno dense, venivano ad alternarsi ora buio intero, ora mezza oscurità, ora splendida luce, che trasformavano stranamente e rendevano più terribile la faccia delle cose.
Potevano essere circa le due ore dopo la mezza notte, allorchè, traversata Rocca di Cerro per la via Valeria, rasentarono il taglio portentoso delle rupi di Tagliacozzo. Se avesse albeggiato, od anche fosse stata luna piena, quinci sariasi potuto distinguere la Rocca Ribalda; imperciocchè, passato alcun poca di valle, s'incomincia a salire il colle della Petrella, in cima del quale, sopra una rupe di pietra calcare giallognola, che si fa cenerina dalla ròcca.
Io co' miei viaggiatori ho percorso buon tratto della campagna; ma quantunque prossimo, non sono arrivato anche al termine del cammino: avanti dunque, chè pochi più passi rimangono.
La via che conduce alla Ribalda sopra la schiena del colle Petrella è aspra, rotta, e incassata in due ripe donde si rovesciano giù per le pareti pruni, e cespi di macchia cedua ove più radi, ove più folti. Nella stagione delle piogge il sentiero convertendosi in torrente, nè mai le acque giungendo, per la ripidezza dello scolo, a toccare la cima delle sponde che fanno loro di letto, ne avviene che il sentiero largheggi nella base, e si restringa in cima.
Quando il Conte Cènci con la sua compagnia entrò in questo cammino la luna si era appiattata dietro una nuvola nera, che viaggiava, a cagione della sua mole, più lenta delle altre, sicchè procederono quasi tentoni per un buon quarto di miglio. Allo improvviso la luna liberandosi dalla nuvola gitta un raggio obliquo, ed illumina la scena. Don Francesco alzando la testa vede sbucare fuori delle macchie una moltitudine di strane sembianze affacciate dal ciglione con gli archibugi tesi pronti a sparare. Non vi era scampo a resistere: a fuggire nemmeno, perchè l'erta dirupata rompeva la lena, e la china, oltre all'essere impedita dalla gente stipata dietro le spalle, non presentava intoppi minori. Coteste erano veramente forche caudine.
—Fermi tutti:—se muovete un passo siete morti!—
Così si fece sentire una voce dall'alto, come folgore che rumoreggi per le nuvole; e la compagnia si fermò.
I banditi, i bravi, e le guardie campestri, maniere di gente che assai rassomigliavano fra loro, come fu avvertito poco anzi, si mostravano quasi sempre osservatori fedeli della data promessa. Nè si creda già, che studio siffatto muovesse da sentimento generoso: tutto altro. Egli veniva dalla considerazione, che dove avessero mancato, cotesto loro mestiero diventava fallito; imperciocchè i Signori o avrebbero smesso le ribalderìe, che da loro si volevano mandate ad esecuzione, o avrebbero ricorso ad altri uomini e ad altri provvedimenti: sicchè essi ponevano nella sciagurata loro vita lo impegno medesimo, che il buono artefice mette a riportare un lavoro puntuale per mantenersi il credito e lo avventore. Indotte da questo, le guardie campestri di scorta al Conte Cènci non fuggirono; e il caporale, fattoglisi dappresso, gli favellò:
—Eccellenza, che abbiamo a fare?
—Il leone è caduto nella fossa…
—Se ci muoviamo ci ammazzano come cani senza difesa, e senza vendetta.
—Lo vedo; qui forza non vale. Entrate a parlamento; guardiamo se l'arte giova, e procurate capitolare co' banditi…
—Oe, gridò il caporale, da quando in qua cane mangia carne di cane?… Fin qui credeva, che dai confetti di piombo e dalle nozze di canapa in fuori non avessimo a correre altri pericoli…
E gli fu risposto:
—Parole corte. Noi non cresceremo il fascio delle legna al boscaiuolo. La scorta dei dodici uomini torni sopra i suoi passi senza essere svaligiata: depositi gli archibugi, che domani alla calata del sole ritroverà alla osteria della Ferrata. I lupi dello Abruzzo non dicono due volte: badati; la seconda parlano con la bocca degli archibugi.
—E la compagnia?
—Con essa abbiamo altri conti.
Le guardie campestri non istettero ad aspettare altre intimazioni, e si allontanarono senza profferire parola, fatto prima fascio delle armi.
—Il Conte Cènci passi alla coda della caravana;—intimò la medesima voce.
Il Conte, ostentando allegria, obbediva. Orazio lo seguitava, e lo intendeva favellare così:
—Semprechè nelle cose adoperai avarizia provai ogni successo a traverso:—doveva prendere cinquanta di scorta, ed avrei risparmiato un tesoro.—Cotesti gentiluomini, oltre la perdita delle bagaglie, chi sa quanto pretenderanno di riscatto!
Giunto alle spalle della caravana, quattro banditi saltarono giù dal ciglione; e siccome, malgrado il proponimento di andare per prova di arte, il naturale istinto spinse il Conte a metter mano al pugnale, appena fece l'atto si sentì stringere le braccia da due tanaglie di ferro. Sì volse irritato per vedere chi fosse, e riconobbe Orazio. Orazio, a cui cresceva forza la paura, che gl'incuteva il Conte.
—Ah! siete voi, cacciatore?
—Sono io…
—Pare, che il quarto d'ora del bandito sia venuto per te…
—Certo in questo punto smetto la parte del somaro, e prendo quella del coccodrillo….
—Guarda da legarmi; io non ti perdonerei mai questo oltraggio: impara, villano, a rispettare i gentiluomini.
—Ah! signore, perdonateci innanzi tratto perchè noi siamo ignoranti, e non sappiamo altro che guardare alle nostre sicurezze.—Questi quattro compagni sono scesi appunto per aiutarmi a legarvi…
—La comitiva, gridò la voce dall'alto, prosegua il suo cammino. IlConte Cènci ha da restare con noi.—
In questo punto un capo si affaccia per un momento all'orlo del ciglione. Beatrice, che era stata attenta a contemplare i varii casi che si succedevano, lo vide, lo riconobbe, e comprese pur troppo qui non trattarsi di sequestro per estorcere danari, siccome costumano ordinariamente i banditi romani e del regno: più terribile intenzione covava lì sotto, nè s'ingannava; perocchè lasciatasi andare giù dal cavallo si pose al fianco del padre, e incominciò a parlare di forza con la faccia levata in su:
—Il ragnatelo insidia la mosca con reti di bava, e se la porta nel buco per succhiarle il sangue. Voi non siete lupi dello Abruzzo, ma ragnateli di sotterraneo. L'aquila per l'aria vive di preda, e il leone sopra la terra; siate leoni, ed abbiatevi la preda: io non vi parlo di quanto portiamo con noi; questo è già vostro: intendo parlarvi del nostro riscatto. Chiedete; noi siamo pronti a pagarlo; chiedete quanto vi basti ad arricchirvi tutti, e a farvi stare contenti in casa vostra senza le cure della miseria, e il pericolo della forca… noi possediamo danari più che non potete immaginare; fissate voi i limiti del nostro riscatto…
—Beatrice, vaneggi? Per fare quello che suggerisci essi non hanno mestieri dei tuoi consigli… e sono capaci da non lasciarti neanche gli occhi per piangere…
—Tacete, Padre mio; voi non pensate qual pericolo vi pende sopra la testa: lasciatemi favellare.—Noi vi pagheremo questo tesoro, purchè lasciate che con noi venga il Conte: egli si legherà per fede a sborsarvi il danaro di qui a dieci giorni. Se non vi basta la sua promessa aggiungerò la mia, e la conformerò con giuramento; che dalla parte di mia madre mi vennero moneta, e gioie in buon dato. Se neanche questo vi basta, tenete me in ostaggio, e lasciate andare il Conte: io sono giovane e sana, egli vecchio ed infermo. Pensate alle vostre famiglie,—pensate alla contentezza di mangiar pane non immollato nel sangue… ai figliuoli che avete… a quelli che potrete avere… ai vecchi padri pieni di necessità… affamati davanti lo spento focolare…
—Via—interruppe una voce imperiosa; ma Orazio rispose:
—Lasciamola parlare: udiamo fino in fondo… che molte cose buone mi pare che le dica.
—Sentite, proseguiva Beatrice, se strascinate via il Conte voi ve lo troverete ammazzato fra le mani; voi non guadagnerete nulla, perchè quelli che vi hanno condotto non vogliono la moneta, ma il sangue di un povero vecchio;—e poco scampo vi rimarrà dalla forca, che le corti di Napoli e di Roma, mosse dalla fama del personaggio e dalle aderenze potenti, v'inseguiranno come lupi di macchia in macchia, e vi converrà morire di laccio, o di piombo. Dopo Sisto V, quale spelonca è rimasta ignota? Qual ròcca inespugnata?—Come finì il Cavaliere dei Pelliccioni? Impiccato. Come Marco Sciarra? Impiccato. Come il signor Duca di Amalfi? Impiccato; tutti impiccati comecchè potentissimi. Sappiate dunque adoperare la occasione che la fortuna vi mette fra le mani…
La fanciulla favellando caldamente incominciava a insinuarsi nello spirito dei banditi, in ispecie in quello di Orazio; e dove poco più le fosse stato concesso parlare gli avrebbe svolti tutti, se Marzio, comprendendo il pericolo, non avesse mandato Olimpio a qualche distanza a sparare lo archibugio. La botta empì di sospetto i banditi; e Marzio allora, per maggiormente spaventarli, gridò con quanto fiato aveva in gola:
—Maledetti! Egli è tempo questo da sentir cantare la calandra?…Alla foresta! alla foresta!—La corte ci è sopra.
E Olimpio, correndo, urlava a sua posta:
—Salva… salva… la corte ci è sopra.
—Il Conte… portate il Conte…
A Beatrice toccò una spinta nel petto, che la mandò a percuotere con le spalle nella parete del cammino; e mentre, punto sbigottita, continuava a gridare:
—Udite… siete ingannati… cinquanta contro uno…, e tali altre parole, trassero seco loro il Conte; il quale persuaso che fosse negozio cotesto da comporsi a danaro, sopportava meno acerbamente lo affronto, volgendo già nel cupo animo mille disegni di vendetta crudelissima. Per quale via lo traessero i banditi a lui non fu dato di scorgere, però che a breve distanza, di costà gli ponessero la benda sopra gli occhi; e poi, scaltrito com'era in simili arti, capì che lo facevano avvolgere sopra se stesso per confonderlo, onde in qualunque evento non riuscisse a rinvenire più il luogo.
Allo improvviso gli parve essere rimasto solo; portò le mani alla benda, e non udendo voce alcuna che lo impedisse togliersela se la levò ad un tratto, e si trovò dentro una caverna spaziosissima. Senza indugiare un momento prese una lanterna lasciata appesa alla volta, ed esaminò sottilmente le pareti, il pavimento, e il soffitto; gli parve che le pareti e il pavimento in parte fossero vuoti, ed in vero erano; ma così bene chiusi con assi, che ogni via alla fuga conobbe disperatamente impedita.—Una tavola, qualche scranna, e un mucchio di foglie coperto di pelli erano i soli mobili che guarnivano il luogo. Don Francesco si pose a sedere, e più che pensava più si persuadeva, che se il riscatto non gli apriva le porte di cotesto sepolcro, qualunque altro modo per uscirne gli sarebbe tornato corto. Altre volte si era trovato ad andare prigione, ed anche vi aveva corso pericolo non piccolo, ma pure non si era mai sentito fiaccato come adesso; forse la età gli aveva sottratto alquanto della baldanza per cui fu temuto una volta, e forse anche un presentimento lo travagliava indistinto, e grave, che lo teneva sbalordito: insomma, non può dirsi che avesse paura, ma neppure il coraggio consueto lo sosteneva. Posizione maravigliosa per sentire le trafitte del dolore; imperciocchè da un lato manchi la forza per prorompere, e divertirci in mezzo alla procella dello sdegno, e dall'altro manchi la stupidezza, che ci rende insensibili ai colpi di ventura.
Dovevano essere passate parecchie ore dacchè ci si trovava chiuso là dentro, avvegnadio s'impadronisse di lui uno sfinimento che gli faceva desiderare qualche ristoro. I bisogni del nostro fisico si fanno sentire anche in mezzo alle tempeste dell'anima: il pane par cenere, il vino fuoco dentro lo stomaco, che li chiede con angosciosi strappamenti, e l'uomo è costretto a nutrire il cancro che lo divora. Stette un pezzo prima di risolversi a chiamare, però che alla sua fierezza pesasse chiedere la vivanda ai banditi; ma la natura urgendo, gli fu mestieri piegarsi a picchiare alla porta. Tocco appena l'uscio gli venne aperto, e subito comparve un garzoncello accorto, che con parole ossequiose, ma che pure svelavano un senso sottìlissimo di scherno, gli disse, che da buon tempo stava di fuori aspettando; non avere ardito prevenire la chiamata temendo disturbarlo nelle sue meditazioni; ed egli sapere essere il carcere luogo adattatissimo a meditare. Al Conte parve ravvisare il garzone, e veramente egli era il sordo-muto della osteria della Ferrata.
—Dimmi, fanciullo, come hai tu fatto a recuperare la favella?—domandò il Conte.
—Per virtù di Santo Andrea Avellino, il quale si diletta operare per queste parti di miracoli assai.
—Se io n'esco, pensò il Conte, furfanti, ve li darò io i miracoli di Santo Andrea Avellino. La rete è stata tesa da mano maestra; anche l'oste d'accordo… Ma dov'è Marzio? Non fosse rimasto ucciso?—Fosse una trama ordita da lui? Ah! potessi sapere che cosa avvenne di Marzio!
—Eccellenza, proseguì il garzone, se ha cosa da comandarmi rimango; altrimenti non vorrei riuscirle importuno…
—No, figlio mio; ti ho chiamato perchè tu veda portarmi un po' da mangiare…
—Subito, Eccellenza;—e andava.
—Senti, vieni qua; adesso fa giorno, o notte?
—Notte, perchè senza lumi qui non ci si vedrebbe.
—Non qui… ma fuori…
—Fuori è buio ugualmente. Se poi lassù faccia notte o giorno io non saprei informarne vostra Eccellenza, perchè per ora non mi concedono salire…
—Che parli tu di salire? A me non parve scendere venendo qua dentro.
—Vi è parso perchè è dolcissimo il pendìo, che mena nello interno della spelonca; ma avete da sapere, che ci troviamo delle miglia ben molte sotto terra.
Don Francesco vedendo essere preso a gabbo, dal petulante garzone gli vibrò tale uno sguardo, che per quanto costui fosse sfrontato non ebbe forza di sostenerlo, ed uscendo avvertiva:
—In un baleno torno col pranzo, che
Il nostro gregge e l'orticel dispensa Cibi non compri alla non parca mensa,
come dice il signor Torquato Tasso.
Questo baleno durò per così lungo spazio di tempo, che il Conte attribuendo la dimora a nuova malizia del garzone, sempre più s'inviperì contro di lui, e dispose dargli tale ricordo, che se ne potesse rammentare per un pezzo. Tornò alla fine il ragazzo simulandosi ansante come chi viene in fretta, e portò due candelieri di singolare fattura: erano due mani scarne, che reggevano le candele accese; i lini per imbandire la mensa, e di più ragioni vivande accomodate squisitamente, e in copia da bastare a dieci: dispose ogni cosa con accortezza sopra la tavola, procurando starsene lontano quanto meglio poteva dal conte.—Questi spiava il modo di mettergli le mani addosso; ma il garzone, svelto, si cansava a guisa di mosca sul muso dello alano, che gli svolazza fastidiosa ed assidua pel naso, per le orecchie, e per gli occhi; e quando sbuffando avventa le zanne fugge via, ed egli morde l'aria. Don Francesco allora, traendosi di tasca un ducato, gli disse:
—Vieni qua, figliuolo, come ti chiami?
—Chiamatemi come vi pare, Eccellenza…
—Ma un nome devi averlo; non ricevesti tu il battesimo?
—Sarà; sebbene avessi a trovarmici presente, pure non me ne ricordo… Ah! aspettate; ora sì che mi viene in mente; mi posero nome Onorato…
—Onorato! E' pare, che per metterti cotesto nome il tuo compare non consultasse l'astrologo.
—Così diceva ancora io; ed anche se prima di battezzarmi avessero sentito il mio parere, non avrei permesso simili bugiarderie.
—Va, tu mi piaci; siete tutti concettosi voi altri: prendi questo scudo, che te lo dono.
—Ed io non lo voglio…
—Perchè?
—Perchè non si deve accettare per limosina quello che possiamo pretendere per taglia.
—Ah! dunque anche tu vuoi taglieggiare il barone?
—Figuratevi ch'e' sia come carne di fagiano; tutti nella vita vogliono assaggiarne una volta.
—Anche tu vuoi taglieggiare il barone!
E si frugava in seno; ma il garzone presagendo la mala parata, di un salto toccò la porta, e si riparò dietro l'uscio.
—Prendi questo per taglia; e sì dicendo, il Conte scagliava il pugnale contro il ragazzo: questi lo schivò facilmente, e il ferro andò a piantarsi dentro la porta, dove, dopo avere alquanto tentennato, quietò. Allora sbucò fuori, lo staccò senza ira, e sporgendolo verso il conte gli disse:
—Io ve lo conserverò con diligenza, e spero in Dio potervelo rendere quando i miei superiori me lo concederanno.
Il Conte vedendo fallito il colpo, mormorò dispettosamente: ne anche un colpo mi riesce più ad assestare!—E si accostò alla mensa. Se la cura molesta non vi si fosse seduta accanto a lui, per certo il cibo gli sarebbe tornato accettissimo atteso la grande fame che lo travagliava: ad ogni modo prese a tagliare la vivanda, ed accostandosene alla bocca un frammento non potè trattenersi da esclamare «ho fame!…»
Nel medesimo punto, a breve distanza da lui, una voce lamentevole rispose «ho fame!..»
Gli parve illusione; ma nel sollevare lo sguardo ecco li, proprio seduto a mensa dirimpetto a lui, gli apparisce uno spettro pallido, lungo, orribilmente scarno, con occhi spenti a guisa di pesce morto, il quale, poichè l'ebbe fissato in volto, gli parve che presentasse, e presentava certo le sembianze di Olimpio. Il Conte, tenendo il braccio sospeso fra il desco e la bocca, prese a dire:
—Ch'è questo? Sono io diventato don Giovanni Tenorio, e voi, mio bello spettro, volete sostenere le parti del commendatore di Lojola? Ma io mi permetto osservarvi, che il Commendatore era stato invitato da don Giovanni, e voi venite spontaneo; la quale improntitudine sconviene altamente a spirito bene allevato: inoltre il Commendatore era di marmo, e voi di qual materia siete? Ad ogni modo, ben venuto signore spettro, e se vi garba mangiare, mangiate, che buon pro vi faccia.
Mirabile a dirsi! Appena ebbe il conte profferito coteste parole, che lo spettro, come se lo travagliasse quella terribilissima infermità, che i medici chiamano bulimo, o fame canina, si gittò frenetico sopra le vivande imbandite, e tutte le fece sparire in un battere di occhio, arraffando anche il piatto posto davanti al conte: nè qui fermandosi, ingolò tovagliuoli, e tovaglia; poi azzannò le stoviglie, e stritolandole co' denti ne trangugiava i pezzi[1]. Al conte, fra maravigliato e atterrito, non bastò l'animo di salvare nulla, nemmeno il frusto di carne fitto dentro la forchetta; ogni cosa divorò lo insaziabile vampiro: poi ridivenne immobile; e guardando fisso il conte, con la bocca aperta, e mostrando i denti ripetè:
—Ho fame!…
—Per la morte di Dio!—esclamò don Francesco, ostentando una baldanza che era lontana dall'animo suo,—che cosa ho a darti io?—-E scorto in un angolo della caverna certo fascio di paglia, lo spinse presso a cotesta belva dicendo:
—Prendi, divora…
E lo spettro divorò anche la paglia. Terminata che l'ebbe, tese come prima la orribile faccia verso il conte, urlando a bocca aperta:
—Ho fame!…
—Io non ho altro a darti… mangiati il cuore…
—Ho fame!… ho fame!… non il mio cuore, ma la tua carne io mangerò, cane, che mi hai fatto morire di fame…
E infuriando come belva rovescia tavola e lumi, e si avventa alla vita del conte: questi provò svincolarsi; sennonchè, sbattuto giù come sasso da forza irresistibile, si sentì mordere di rabbia sopra la spalla manca. Don Francesco, quantunque fieramente commosso, e rifinito dal digiuno, non per questo si abbandonava, chè il pensiero di rimanere divorato da cotesto cannibale gl'infondeva nei muscoli forza tetanica. Si rotolavano entrambi per terra mordendosi a vicenda, e ingegnandosi di stringersi alla gola: di tratto in tratto cacciavano urli disperati; si laceravano co' denti; si sgraffiavano con le ugne; si pestavano a pugni; l'anelito usciva fumoso dalle narici e dalla bocca; il cuore, tremante per tremendo palpito, minacciava scoppiare loro nel petto… orribile lotta era quella!
Ma la potestà non corrispondendo al volere, ormai il Conte stava per perdere conoscenza: radi, e compressi gli uscivano dalla gola i sospiri: negli estremi sforzi si dibatteva, quando fu udito strepito di catene, ed una voce che gridava:
—Il vampiro ha rotto la catena!
Al Conte parve, imperciocchè non vedesse distinto, che certe figure nere, e truci, con tronchi di pino accesi entrassero da più parti nella caverna staccandosi dalla parete, e gittandosi sopra la trista belva giungessero ad incatenarla con quattro catene, e tenendone i capi uno discosto dall'altro la strascinassero fuori della caverna. Egli stava sempre disteso sul pavimento; puntando la mano a terra gli riuscì, quantunque con isforzo, a mettersi seduto: ansava affannoso, grondava sudore, e sangue. Delle candele una era spenta, l'altra rovesciata; si provò a rimetterla dritta nel lugubre candeliere: forte sentiva dolersi la gola, la spalla, ed altre parti della persona. Volle richiamare la mente sopra coteste vicende, ma non gli successe: anche il cervello gli doleva informicolito, e davanti agli occhi gli andava in giro un diluvio di faville. Spossato dalla fatica, attrito dal digiuno e dal dolore, il Conte brancolando… a tentoni cercò il letto di foglie, e lo rinvenne. Il ribrezzo che gli si era fitto nelle ossa lo persuase a mettersi sotto le pelli; prese a sollevarle con mano tremante, quando una voce sepolcrale quinci uscendo incominciò a favellare così:
—Venga il desiderato… quanto mai tardasti! è tanto tempo che io ti aspetto vegliando!
Il Conte si drizzò su le ginocchia intendendo a quello che era, e vide un corpo umano ignudo con la faccia coperta da un bosco di capelli scarmigliati, e intrisi di sangue: in mezzo al petto gli usciva fuori un manico di pugnale, e dalla ferita aperta gli spicciava perenne un rivo di sangue.
—Sono la fanciulla di Vittana, proseguiva la voce: se io ti odiai una volta e' fu perchè aveva dato ad un altro fede di sposa; ma ora la morte mi ha sciolto dall'obbligo, e mi sono accorta dal dono, che mi facesti, e porto qui in mezzo del cuore, quanto tu sii più generoso amante.—Appressati, via… rimettiamo il tempo perduto… a me tarda inebriarmi di amore.
E l'aborrita figura, tese le braccia, a sè lo attirava con gesti provocanti. Il Conte rifuggiva inorridito, e con tutte le forze rimastegli la respingeva. Invano però; chè la femmina sottentrando lo ricinge alla vita duramente, e lo sforza a giacere. Ora se lo preme delirante contro il seno, e col manico del pugnale ammacca le costole e il petto del conte, che mugola pel nuovo spasimo, e poi lo bacia, e lo ribacia con le labbra ingrommate di sangue. In breve mani, seno, faccia, e capelli del conte grondano sangue: non poteva tenere gli occhi aperti e la bocca senza che se ne sentisse piovere dentro caldi ruscelli, e accecarlo, e soffocarlo. Finalmente il furore del succubo toccò il delirio; raddoppia ardentissimi i baci e i singulti, e così stringe spietato fra le braccia di ferro il vecchio conte, che questi sentendosi spezzare le ossa del petto, singhiozzando per la insopportabile angoscia venne meno.