CAPITOLO XX.

Innanzi che lo intelletto tornasse a raggiargli nella testa, una confusione di strida e di guai dolorosi mista di fragore di catene gli percuote le orecchie. La pelle delle ciglia abbassata non basta a difendergli le pupille dal molesto bagliore. Apre finalmente gli occhi, e vede la camera in fiamme: balza atterrito sopra il letto, ed ecco in mezzo a cotesto fuoco comparirgli diversi sembianti in attitudini disperate, che urlavano in modo da intronare il cervello:

—Allo inferno! allo inferno! E dalla torma delle larve se ne staccò una tutta nera, se non che getti di fuoco palesavano gli occhi, il naso, le orecchie e la bocca: le rughe del volto erano segnate parimente da liste di fuoco. La larva appressandosi al conte levò la mano fiammeggiante in atto di maledire, e profferì queste parole:

—Io sono l'anima del falegname di Ripetta. Maledetto per la morte atroce, che mi hai fatto soffrire:—maledetto per lo affanno della mia moglie:—maledetto per la miseria di mio figlio:—mille volte maledetto per lo inferno dove mi hai precipitato, però che io morissi senza sacramenti, e la mia anima spirasse bestemmiando Dio.—

Il Conte, comecchè nel corpo si sentisse infranto da potere appena trarre il fiato, e nell'anima avvilito, pure per abito, più che per intenzione di scherno, favellò fiocamente:

—Poichè tu sei, per quanto io credo, il primo corriere che il diavolo manda in questo mondo, fa' di darmi notizie dello inferno…

—Le vuoi?… Porgimi la mano…[2]

E siccome il Conte nicchiava, la larva irridendo riprese:

—Ha paura il conte Cènci?

E quegli gliela porse. Allora la larva stese lo indice della destra, e lo appuntò in mezzo alla palma del conte. Come dalle torcie di bitume sorrette obliquamente gocciolano stille infiammate, le quali cadute sul terreno continuano ad ardere finchè non si consumino, così dal braccio della larva scaturirono bolle di sudore di fuoco, che stridendo si precipitarono giù pel dorso della mano, e pel dito sopra la palma del Cènci. Urlò questi; e non potendo sopportare l'ambascia, volle ritirare la mano per iscuoterne il fuoco, ma non potè; chè la larva gliela tenne ferma dicendo:

—Ricevi le stimate del demonio, vecchio ribaldo.

E il Conte, mugolando per l'insoffribile crucciato, svenne da capo.

—Non ne può più, esclamarono le larve; lasciamolo a mordere la terra;—e sì parlando si dileguarono con grandissimi scrosci di risa.

Umana, o divina, cotesta vendetta pungeva acerba davvero, e per quello che sembrava eravamo al principio…

Lungamente stette privo di sensi il mal capitato conte. Quando con un sospiro tornò in se si sentiva, a refrigerio delle angosce che durava, detergere da mano soccorrevole il sudore della fronte, e con abluzioni di acqua fredda temperare la vampa della febbre che gli ardeva le vene: aperse gli occhi, e gli apparve cosa più delle altre stupenda.

Beatrice, la sua figliuola, sedutagli al fianco sopra le foglie, che dopo avergli lavato la faccia e fasciato le ferite s'industriava a farlo rinvenire. Le sembianze angeliche della fanciulla spiranti pietà, e il dolce atto di amore avrebbero persuaso i più tristi e villani intelletti, lei essere mossa da impulso dolcissimo di carità; e non pertanto il Conte nell'anima malvagia immaginò subito che la sua figlia fosse complice dei suoi persecutori, e quivi venisse a rampognarlo dei casi passati, e a godere del suo trionfo. Beatrice, tostochè lo ebbe scorto ritornato in se stesso, gli si accostava all'orecchio, e con voce soave gli domandò:

—Vi sentite la forza di reggervi in piedi, Padre mio?

E siccome egli si apparecchiava a risponderle, ella prontamente soggiunse sommessa:

—Non parlate, no… accennate col capo.

Il Conte accennò sì. La fanciulla riprese:

—Signor Padre, bisogna che vi aiutiate con ogni sforzo;—qui ci vuole diligenza davvero, perchè io non solo dalla carcere intendo condurvi alla libertà, ma dalla morte alla vita.—

Potenti suonano sul cuore della creatura umana le parole di libertà e di vita; imperciocchè il Conte, malgrado gli acerbi patimenti, fosse tosto in piedi, esprimendo col moto di tutte le membra: «andiamo!»

Lasciata la caverna entrarono in una seconda molto più spaziosa della prima, e quivi, in mezzo alle masserizie rubategli sparse a rinfuso per terra, vide, al chiarore incerto di lumi ottenebrati da densa caligine, forse quindici o venti banditi addormentati quale steso sul pavimento, quale appoggiato alle tavole. Quantunque egli usasse infinito studio a camminare reggendosi sul braccio di Beatrice, pure, andando com'ebbro per la debolezza e il dolore, investì dentro una tavola, e rovesciò un vaso di terra, che cadendo si ruppe strepitosamente. Gelò di terrore, che taluno si muovesse; ma girando gli occhi intorno vide Olimpio e l'odiato garzone oppressi dal sonno, e vide eziandio la fiasca dello keres col collo rivolto in giù sopra la tavola.

—Ah! bevvero il mio vino medicato. Tardi si sveglieranno… qualcheduno mai più;—e lasciava il braccio di Beatrice.

—Dove andate, signor Padre?

—Lascia che ne ammazzi a conto almeno un paio:—e sì dicendo traboccava giù in terra, se le mani pronte di Beatrice nol soccorrevano.

—Badiamo a salvarci, per amore di Dio… vedete, che male potete reggervi in piedi;… e ripresolo pel braccio lo traeva seco.

Continuarono il cammino, e chiunque avesse potuto contemplarli avrebbe creduto vedere la pittura di Raffaello nelle logge Vaticane, rappresentante la liberazione di San Pietro dal carcere per opera dell'Angiolo. I banditi dormivano atteggiati come i soldati; bella, e divinamente benefica incedeva Beatrice uguale all'Angiolo. La testa del Conte talvolta, lo abbiamo già avvertito, sembrava quella di un santo: però, considerati i suoi meriti, era giusto che non a quella di San Pietro, sibbene all'altra di San Giovanni decollato si rassomigliasse.

Percorsa la caverna salirono una viuzza scavata nel masso parallela alla porta, e dopo piccolo tragitto riuscirono all'apertura, nascosta con diligente accuratezza sotto una folta macchia di pruni.—Soffiava su que' poggi una brezza matutina mordente assai, in ispecie per coloro i quali, come Beatrice e il Conte, uscissero da luoghi caldi, e fossero leggieri di vesti: di più il Conte aveva la febbre addosso, e non pertanto, assorti entrambi nel pensiero della fuga, o non la sentivano, o non la badavano. Il sole non si era anche levato, ma l'alba serena concedeva allungare la vista intorno alle cose circostanti, e a Beatrice venne fatto di scuoprire immediatamente un cavallo, che legato a un albero pascolava poco oltre i primi cespugli del bosco.—Andò; lo sciolse: mancava di arnesi atti a cavalcare, e ciò nonostante gradito sempre a cagione del padre, che poco a piedi poteva aiutarsi. Il Conte lo riconobbe pel cavallo ch'egli aveva raccomandato a Marzio; e sebbene a stento, pure, aiutato dalla figlia, gli riuscì salirvi: voleva ancora recarsi in groppa la donzella; ma questa considerando la debolezza sua, la febbre che lo consumava, le dolenti ferite, e il difetto di sella e di staffe per potersi sostenere, fece conoscere al padre ch'ella così sarebbe stata impaccio, e pericolo alla fuga.

Ella era molto compassionevole vista quella di una fanciulla delicatissima, con ogni maniera di barbari trattamenti tormentata dal padre, immemore adesso delle ingiurie patite, presaga, eppure improvvida degli strazii futuri, accesa di amore filiale guidare il cavallo per quei greppi; e punto badando se i sassi di cui andava aspro il sentiero ammaccassero i suoi morbidi piedi, avvertire poi che in essi il cavallo non inciampasse, e le ferite del vecchio infermo per isquasso repentino non s'inacerbissero.—Di tratto in tratto ella fissava il suo nello sguardo del genitore; non mica per averne grazie, ma per vedere se gli si sciogliesse punto la durezza del cuore, che a se e ad altri aveva fatto passare tanti giorni pieni di affanno. Il Conte, chiuso nei suoi pensieri, teneva gli occhi appuntati fissamente alla testa del cavallo, torbido, e sussurrante accenti brevi, e feroci. Egli, che tanto aveva offeso nel mondo, senza profondissima ira non sapeva concepire come altri avesse ardito di offenderlo, e mulinava fra se disegni spaventevoli di vendetta… Ora, come il terrore di provocare il conte Francesco Cènci non gli aveva trattenuti da mettergli le mani addosso?—Ah! qual supplizio di cotesti miserabili avrebbe mai potuto placarlo?

Già si accostavano al luogo dove accadde l'aggressione, quando, con maraviglia pari allo spavento, videro una mano di banditi sempre appostata, anzi pure con gli archibugi tesi occupare il sentiero. Beatrice agitata da affannosa ansietà si ferma, il Conte si riscuote, e, vista la mala parata, torna sopra i vecchi sospetti interrogando:

—Mi hai tu condotto qui per vedere la mia morte? Non era meglio lasciarmi uccidere dentro la caverna?

Beatrice solleva gli occhi al cielo, e sospira; poi abbandonata la cavezza del cavallo, che teneva in mano leggiera e spedita, corre colà dove vede comparire i banditi: ma prima assai di arrivare sul luogo intendendo lo sguardo, si fu accorta dello inganno; onde voltasi al padre lo confortava con voce e con cenni a venire risolutamente avanti.

—Venite sicuro, chè non vi è pericolo alcuno.

Il Conte, affidato dallo aspetto e dalle parole di Beatrice, e dall'altra parte considerando come nulla giovasse la diffidenza però che fosse tolta alla fuga ogni via, spinse oltre il cavallo, ed egli pure si fu accorto ben presto come i banditi, a fine d'incutere spavento, e per comparire quattro volte più numerosi di quello che veramente fossero, avevano disposti pali lungo il ciglione della via, e fasciati di paglia e di stracci, dando loro sembiante di banditi messi alla posta. Percorso il sentiero incassato riuscirono allo aperto, e al sicuro; però che, quando anche i banditi fossero stati in facoltà di farlo, non avrebbero osato appressarsi a giorno alto di tanto alla Rocca Ribalda popolosa di ben mille persone, di cui la più parte gagliarda per le quotidiane fatiche, e armata tutta di archibugi e di scuri.—Qui il Conte con accento severo ordinò a Beatrice:

—Dimmi con quale argomento tu potesti giungere fino a me.

—Signor Padre, non sarebbe meglio affrettare il passo adesso, e differire la storia a quando, ristorato dei patiti disagi, voi foste in termine di porgermi più pacala attenzione?…

—Tu… appena io manifesto la mia volontà, sei usa a contrapporre subitamente la tua… e sì… e sì che a questa ora avresti dovuto capire, che io aborro gli oppositori.—Obbedisci.—Nelle mie mani la gente ha da essere come morta…

—Obbedirò—rispose Beatrice levando gli occhi al cielo, quasi volesse dire: Signore, dammi pazienza.—Marzio, mentre io era in carcere, mi raccontò la pietosa strage della fanciulla di Vittana…

—Che? Come? Cosa favelli?

—Quando mi teneste chiusa in prigione nel sotterraneo del palazzo diRoma, Marzio mi espose la morte di Annetta Riparella di Vittana…

—Avanti…

—E mi disse ancora lui esserle marito, voi avergliela ammazzata; epperò legarlo un giuramento, fatto sul corpo della defunta, di vendicarla nel vostro sangue. A questo fine essersi allogato in casa nostra; ma vista la vita infelicissima che voi ci condannate a condurre, l'odio suo contro noi essersi convertito in pietà, e non avere voluto commettere in casa l'omicidio di voi, secondo che aveva disegnato, per timore che noi ne fossimo incolpati, e ce ne venisse danno.

—E tu, sapendo questo, me lo hai taciuto?

—Signore! E come poteva dirvelo io?—In carcere, appena schiusa la porta mi gettavate lì acqua e pane, e volgevate crucciato le spalle…

—Ma se volevi, potevi…

—E quando? Sul partire, due volte io vi scongiurai ad ascoltarmi; voi mi cacciaste in carrozza, e, chiuso lo sportello, vi poneste la chiave in tasca. Alla Ferrata, lo rammentate, mi respingeste; per la via, ordinaste che non mi lasciassero trascorrere, e voi ve ne andaste lontano… come dunque aveva a fare io?

—Tu sempre ardisci avere ragione;—io ti dico che tu potevi avvisarmi:—chè se non partecipasti alla iniqua trama in cuore, almeno non desiderasti prevenirla. Continua…

—Marzio partì la notte, dopo avere posto in salvo Olimpio, che voi avevate condannato a morire di fame…

—Dunque vive costui?… Ah scellerati, come bene congiuraste a mio danno!… Continua…

—Al momento dello assalto procurai badare attentamente quello che accadeva, e malgrado la diligenza usata da Olimpio e da Marzio a mascherarsi…

—Marzio! Dunque nè anch'egli è morto?

—Io lo ravvisai tra i banditi; anzi guidatore dei banditi. Allora mi accorsi che non si trattava del vostro sequestro soltanto, ma della vita; e quindi il mio discorso, e le larghe promesse ai banditi perchè, tratti dalla cupidità a separarsi da Marzio, noi lasciassero andare. Riuscito il tentativo a vuoto, mi calai chetamente da cavallo e vi seguitai alla lontana, appiattandomi ora dietro a un tronco, ora dietro a un cespuglio: giunti che furono i banditi al taglio del dirupo di Tagliacozzo, ecco sparirmi di subito davanti agli occhi. Mi accosto studiando il passo, e trovo l'apertura, comunque coperta con diligenza di piante; scendo il corridore, che abbiamo percorso insieme, e ascolto uno schiamazzo confuso di bestemmie, e di scherni. Io non sapeva allontanarmi, e per altra parte non mi riusciva immaginare il modo di potervi sovvenire. In questa udii Marzio che ordinava a un bandito di prender gente, e avviarsi a Tagliacozzo; onde io mi ritirai di corsa, mettendomi di vedetta dentro una macchia. Uscirono parecchi masnadieri, e per molte ore rimasi appiattata; a notte fitta mi avventurai di nuovo nel sentiero che mena alla caverna; tesi l'orecchio, e non udii rumore alcuno; sporsi la faccia, e al chiarore moribondo delle lanterne vidi i banditi tutti addormentati; mi attentai entrare; palpitando muoveva in punta di piedi; scòrsi una porta, pensai che voi foste chiuso la dentro; levata la spranga apersi, e vi trovai svenuto sul pavimento. Dio ci ha dato visibilmente soccorso, e voi siete salvo.

—Sta bene, disse il Conte.—Intanto erano giunti alla ròcca. Don Francesco prima di porsi a giacere, premendo le angosce che lo travagliavano, chiamò alcuni dei suoi servi, e promise loro quattromila zecchini se gli avessero portato morti o vivi i banditi, che avrebbero potuto prendere a mano salva nella caverna di Tagliacozzo.

———

Dopo lungo sonno i masnadieri si svegliarono. Orazio fu il primo a dire:

—E' pare che abbiamo legato l'asino a buona caviglia: questo maledetto vino mi ha come impiombato il sangue nelle vene. Vediamo un po' che cosa si ha da fare del nostro prigione: a me sembra che quando avesse su l'anima anche il doppio dei peccati, ch'egli ha commesso, meriterebbe ormai assoluzione plenaria.

—Sì, rispose Marzio, egli è tempo che noi gli celebriamo la messa direquiem.

—Adagio ai ma' passi; prima del requiem bisogna cavargli di sotto qualche cosa, come sarebbe un ventimila ducati…

—Sicuramente, riprese Ghirigoro, lo strazio che ha sofferto basta; e non potremmo rinnuovarlo senza che ci restasse fra le mani.

—Davvero, continuò Orazio, io credo avergli sfondato lo stomaco col manico del pugnale, che mi ero adattato sul petto; ed anch'io mi sento indolenzito, perchè lo stringevo con rabbia, e con paura: ve' come sono concio da quella criniera di cavallo insanguinata; il sangue della vescica mi ha imbrodolato tutto, e mani, e seno, e braccia…

—Io ti so dire, riprese Olimpio, che senza le tue candele non saremmo venuti a capo di nulla; come mordeva il tristo vecchio! Per certo ha da avere il diavolo in corpo. Deh! Orazio, dì, o come hai fatto a comporre coteste tue infernali candele?

—E' sono segreti, che a me per impararli costarono spesa e fatica. Uno astrologo Armeno, in Venezia, per insegnarmi la ricetta volle che io gli contassi cinquanta ducati di oro…

—Non ti credevamo avaro, Orazio. Se pretendi essere rimborsato, ti renderemo i ducati; ma fra noi ogni cosa dovrebbe essere comune…

—Oh, io non l'ho detto mica per questo! Uditemi, dunque, e imparate. Cotesta chiamasimano di gloria, e si compone così: taglisi primamente la mano sinistra allo impiccato, e avviluppatala dentro un pezzo di tela nuova ripongasi in un vaso di terra, e vi si lasci stare per quindici giorni coperta di balsamo di Arabia; poi ha da esporsi al sole leone tanto che si secchi. Le candele si fanno di grasso d'impiccato, di cera vergine, e di sesamo di Lapponia. Queste candele, messe fra le dita della mano di gloria, hanno la virtù di stupidire la gente a farla travedere con apparenze piene di terrore[3].

—E certo esse hanno istupidito anche noi, perchè io pure mi senta la testa tutta confusa…

—Sarà; ma io temo che quel vino di Keres, che abbiamo bevuto, fosse medicato…

—Se Marzio anch'egli faceva la sua parte sarebbe stata compita la festa:—dì, Marzio, perchè non sei venuto?…

—Io? Perchè mi prese un furore di stringergli il collo, e strozzarlo senz'altri argomenti; e così la mia vendetta non era piena, e voi rimanevate defraudati del riscatto.—Orsù, ormai mi tarda lo indugio: andate ad estorcere a quel dannato la moneta che volete; poi, secondo il patto, lasciatelo in mia potestà.

Qui si fecero a rinnuovare l'olio nelle lanterne, e si accostarono alla porta della prigione: trovarono la spranga levata; la prigione vuota.

Alzarono un urlo di rabbia, al quale dalla bocca della caverna rispose un grido di spavento. Entrò un bandito vacillando, che aveva rilevato una ferita nel fianco, e disse tutto angoscioso:

—Siamo sorpresi… fuori, o ci ammazzano come volpi nelcovo.

I banditi afferrarono le armi, e si affrettarono a uscire dalla caverna.

Questo dialogo spiega i tormenti, che avevano fatto subire al Conte. La mano e le candele di gloria erano superstizioni, alle quali prestavano piena fede in cotesti tempi. Gli apparecchi per cura di Marzio disposti nella caverna, e il terrore avevano fatto credere paurosamente soprannaturale una scena da giocolieri.

[1] Pur troppo anche questa malattia terribile travaglia la umanità! I pratici la distinguono inbulimo, cinoressìaelicoressìa. Il granatiere Tarare divorava un quarto di bove per giorno; in pochi minuti si trangugiò il desinare apparecchiato a ventiquattro operai: inghiottivacarboni, calcinacci, turaccioli di sughero, ciottoli, quanto insomma gli capitava sotto le mani; gli piacevano le serpi; mangiava i gatti vivi vivi, e dopo mezza ora ne vomitava il pelo. Essendo sparito dall'ospedale un fanciullo mentre egli vi soggiornava, caddero sospetti sopra di lui, che se lo fosse divorato; però lo cacciarono via. Morì nel 1799 di diarrea purulenta, che accennava putrefazione di visceri addominali. Vedi il DESCORET,Medicina delle passioni. Nel medesimo scrittore è da vedersi la storia di Anna Dionisia Lhermine, ammalata di fame canina. A me basti riferirne questo, ch'essendole caduto un tozzo di pane nella catinella mentre il cerusico la salassava, lo ritrasse, e se lo mangiò avidamente così com'era insanguinato; e che, presso a morire, ormai impotente a mangiare, pregò sua sorella che le mangiasse accanto al suo capezzale, perchè: «se il buon Dio non voleva ch'ella mangiasse più, potesse almeno morire col piacere di veder mangiare».

[2] Leggesi che a Parigi fu uno maestro, che si chiamava ser Lò, il quale insegnava logica e filosofia, ed aveva molti scolari. Intervenne che uno dei suoi scolari, tra gli altri acuto, e sottile nel disputare, ma superbo, e vizioso di sua vita, morì. E dopo alquanti dì, essendo il maestro levato di notte allo studio, questo scolare morto gli apparve: il quale il maestro riconoscendo, senza paura il domandò quello che di lui era. Rispose, ch'era dannato. E domandollo ancora il maestro, se le pene dello inferno erano così gravi come si diceva; rispose che infinitamente maggiori, e che con la lingua non si potrebbero coniare, ma che gliene mostrerebbe alcun saggio «……. Ed acciocchè la mia venuta a te sia con alcuno utile ammaestramento di te, rendendoti cambio di molti ammaestramenti che desti a me, porgimi la mano tua, bel maestro». La quale il maestro porgendo lo scolare scosse il dito della sua mano, che ardeva in su la palma della mano del maestro dove cadde una piccola goccia di sudore, e forò la mano dall'un lato all'altro con molto duolo e pena come se fosse stata una saetta focosa, ed acuta. «Ora hai saggio delle pene dello inferno» disse lo scolaro, e urlando con dolorosi guai sparì. Il maestro rimase con grande afflizione, e tormento per la mano forata ed arsa; nè mai si trovò medicina che quella piaga curasse, ma infino alla morte rimase così forata. Donde molti presono utile ammaestramento di correzione. E il maestro compunto, tra per la paurosa visione, e per lo duolo temendo di non andare a quelle orribili pene delle quali aveva il saggio, deliberò di abbandonare la scuola, e il mondo. Onde in questo pensiero fece due versi, i quali la mattina vegnente in iscuola davanti ai suoi scolari, dicendo la visione, e mostrando la mano forata ed arsa spose, e disse:

Linquo coax ranis,—ora corvis, vanaque vanis Ad loicam pergo—quae mortis non timet ergo.

«Io lascio alle rane il gracidare, ai corbi il crocidare, le cose vane al mondo; io m'incammino a logica tale, che non teme la conclusione della morte» cioè alla religione. E così abbandonando ogni cosa si fece religioso, santamente vivendo fino alla morte. PASSAVANTI,Specchio della vera Penitenza. Dist. 2. cap. II.

[3]Segreti del Piccolo Alberto. Lione, 1731.

. . . . Con mano empia tentavaI misteri di amore in quelle membra,Ma lo respinse un Dio che lei vegliava.Il Dio che pura se la tolse in cielo,Come quando ella uscìa dal suo pensiero.ANFOSSI,Beatrice Cènci.

Ecco come si ammenda il Conte Cènci.

Sparsa le bionde chiome, con la fronte volta al cielo, le braccia abbandonate, genuflessa sul pavimento sta Beatrice Cènci dentro una stanza della Rocca Petrella. Alla bellezza, e all'atto rassomiglia la inclita statua della Fiducia in Dio, nella quale lo Artefice della «terra dei morti» ha infuso un'anima, ch'egli stesso non aveva[1].

La stanza in cui si trova è una prigione:—ormai la sua vita sembra un tristo cammino, del quale le prigionìe sieno le colonne milliarie per distinguerne gli spazii. L'aspetto della stanza apparisce strano a vedersi: splendido è il letto per cortine ampissime di damasco, e cornici dorate; ricopre il pavimento uno arazzo rappresentante Enea, che ascolta i presagi maligni dell'arpia Celeno: sopra una rozza tavola di albero stanno vasi e bacili di argento: le pareti squallide, e tracciate col carbone dalle sentenze, che la tristezza, o l'ira, o il rammarico spremono dal cuore del carcerato… stille di essenza di angoscia, uscite fuori per la gran forza dello strettoio della necessità.—

Il cielo si contemplava per breve tratto traverso una ferrata, davanti alla quale il Conte Cènci, quel perfido ingegno, aveva fatto inchiodare uno assito a modo di tramoggia; sopra la tramoggia ordinò adattassero una graticola fitta di filo di ferro. Nè qui si fermava la vile crudeltà del Conte Cènci; chè col declinare del giorno procurava calassero sopra la tramoggia una ribalta circondata intorno da festoni di tela, togliendo a un punto la luce del cielo e l'aria, conforto supremo alle viscere straziate. La carcere allora pareva chiudere la bocca, ed ingoiare intera la sua vittima, come fece di Giona la balena[2].

Povera Beatrice! Il cielo, che tu amavi cotanto; il cielo, consapevole dei gentili pensieri dell'anima tua; il cielo, da cui attingevi conforto negl'ineffabili dolori; il cielo, che sovente chiamavi in testimonio della rettitudine del tuo cuore; il cielo, che desiderando contemplavi come la patria libera del tuo spirito divino, adesso o ti si mostra traverso le sbarre e le graticole di ferro, o ti si toglie affatto nella guisa, che Dio vela la sua faccia ai dannati nelle pene eterne dello inferno.

Il sole getta obliquo lo sguardo là dentro; i suoi raggi pesano, ed ei si affretta a ritirarli, quasi per paura che gli rimangano avvinti, e presi alla rete delle graticole[3].

Se durante la notte l'aria viene tolta a Beatrice, durante il giorno non gliela ministrano a larga misura; anzi sottile come il cibo dentro città bloccata. Se il Conte Cènci avesse potuto dargliela chiusa in un vaso senza mai sollevare la ribalta, oh come volentieri lo avrebbe egli fatto! imperciocchè gli ultimi casi lo avessero reso alquanto pusillanime; e quando la codardìa ha sussurrato nell'orecchio alla crudeltà:trema, non vi ha cosa o tanto assurdamente spietata, o tanto atrocemente ridicola, che queste rifuggano da mettere in opera.

Beatrice si affaticò sovente arrampicarsi fino alla parte superiore della inferriata, tentando quinci scuoprire o cima di albero o vetta di colle, che le fossero all'anima come un ricordo della bella natura: e quantunque tre, quattro volte e sei rimanesse delusa, non per questo cessò ritentare; perocchè sia amaro rassegnarsi alla perdita dell'aria, della luce, e della vista del creato, che Dio benigno concesse all'animale più abietto. Dotata d'anima di poeta, capace di rendere eco dalla sua più sottile e recondita fibra alle sensazioni del bello, almeno per le fessure s'ingegnò vedere i colli azzurri, le verdi vallate, il fiume, boa immenso delle acque, che serpeggia per la pianura, ma non le fu dato. Malignamente invidioso di quell'aura di refrigerio, il Conte più volte il giorno, e più sovente nelle ore matutine, mentre un po' di sonno le rinfrescava il sangue infiammato, mandò fabbri, che sospesi a corde aeree (non veduti da Beatrice) martellavano, conficcavano, ristuccavano, ristoppavano, calafatavano, tormentavano insomma con quel fragore continuo, che è proprietà dello inferno;—onde il capo l'era diventato come infranto, e in qualsivoglia parte, comecchè leggermente, lo toccasse si sentiva dolere per tutta la persona.

Oh quanto riso di cielo balena di là da coteste luride tavole, oh come la natura esulta nella sua bellezza oltre cotesto sozzo assito! Maledetta la mano, che si pone fra gli occhi dell'uomo e la natura! L'anima si strugge di desìo; e se vede trapassare un uccello, si posa sopra la sua ala e gli raccomanda di portare per lei un saluto ai cari parenti, e ai luoghi della sua infanzia.

O nuvoletta bianca, che traversi questo palmo di cielo che mi è dato fruire, io non vedrò quando arrivi a baciare la luna; o stella cadente, io ti ho veduto muovere, ma non posso vedere dove vai a finire; o foglia, che voli sopra l'apertura del mio carcere, dove terminerà di trasportarti il vento? Farfalla, le rose che desideri sono lontane di qui; io non vedrò quando, innamorata, tu accarezzerai con l'ale il tuo fiore diletto… No, viva Dio; per negare la vista di queste immagini non basta che la crudeltà e la paura avviluppino nello loro spire un'anima maligna, come i serpenti di Laocoonte; bisogna che al lurido sabbato dei suoi pensieri intervengano ancora la superstizione e la invidia: la prima, furia di fuoco che osò seppellire vive le tenere fanciulle, le quali, odiati i riti infecondi di Vesta, sagrificarono a Venere alma genitrice della Natura; la seconda, furia di ghiaccio che accecherebbe il genere umano, caccerebbe dal cielo l'occhio del Sole, vorrebbe insano anche Dio perchè essa è cieca, e folle.

Lo insetto dalle ali dorate penetrò in questo sepolcro di vivi, ma presto ne usciva cruccioso ronzando: «dalle cure del carcerato non si fa mèle, ma tossico». L'uccello per un momento ha posato i piedi sopra queste graticole; ma è fuggito via gittandovi dentro un pianto, come se intendesse dire in sua favella: «tu sei infelice, ed io non posso aiutarti».

Dentro il carcere, dietro la infame tramoggia, Beatrice invece di ricevere le impressioni esterne, e consolarsi contemplando, o ascoltando:—invece di blandire la memoria implacabile, e sopire la febbrile attività del pensiero riducendosi in condizione, più che potesse, passiva, ha dovuto all'opposto suscitare le fiamme divoranti della immaginazione; alimentare la ferita.

Ha sentito, quando sparisce l'allegrezza del giorno, e la crescente mestizia delle tenebre persuade ricorrere per consolazione alla Vergine dei cieli,—lontano lontano alternarsi il canto delle litanie dinanzi la immagine della Madonna dei Dolori, che sotto il suo gran manto celeste ripara tutto il genere umano (tranne quelli che fanno piangere), ma non ha potuto mescolarsi con le altre donne alla santa preghiera.—Lei percosse a vespro la voce rozza, ma lieve come l'aura dei poggi, della montanina, che riduceva a casa le capre, e non potè conoscere dall'alacrità degli occhi rivolti frequentemente in giro, dallo incesso irrequieto, dal simbolo dei fiori intorno al cappello se pei suoi amori correva la stagione dei sospiri, o quella delle lacrime.—Su l'alba udì scoppii di archibugi, e latrati di cani, e grida di uomini, e non potè seguitare lietamente curiosa le vicende della caccia, o sovvenire ai feriti, se i masnadieri avevano assaltato gl'improvvidi viaggiatori. La campana suonò invano alla messa; invano ai funerali: poca cura ci punge pei morti ignoti; e recitarci con le proprie labbra ilde profundisè cura troppo molesta.—Per dio! A tale l'aveva ridotta il vecchio maligno, che ella veggente non sapeva che cosa farsi della luce degli occhi; ella viva non sapeva in che cosa adoperare la vita.—Ma tempi di ferro erano cotesti, e Francesco Cènci per cupa scelleraggine singolare, non raro.

Nè meno turbavano la desolata il passo della scolta, che per lo aperto verone le camminava sopra la testa, e il frequente gridare all'erta, e lo squillo della campana ogni quarto di ora,—conciosiachè noi tutti, è vero, sappiamo che il Tempo va e fa andare, cacciandosi davanti senza posa, e giorni e secoli verso la Eternità, a guisa di mandriano che affretta gli armenti al presepio quando minaccia tempesta;—ma starci seduti sopra la riva a vedere inerti sparire veloce il torrente della propria esistenza, è troppo acerbo travaglio. Nel tumulto della vita affetti, sensazioni e pensieri ci fanno dimenticare troppo più spesso che non conviene la fuga della nostra vita; ma nel carcere sentirsi misurare i minuti che passano dall'orma del carceriere sul capo, è supplizio che supera la immaginazione. Tu provi quanto tormenti acerbo il Tempo, allorchè deposta la falce prende la lima, e lento, continuo, implacabile ti sega il cranio; e quanto sia angoscioso contemplare speranze, ingegno, anima e corpo disfarsi in atomi, e cadere come limatura di ferro ai tuoi piedi.

Beatrice nel volgere gli occhi al cielo non prega, e non rampogna; sembra piuttosto che interroghi: «Dio! mi hai tu abbandonato?»

Le sue parole furono uguali alle estreme che profferì Cristo sopra la croce, prima di declinare il capo, e spirare.

Io conosco bene la mente selvaggia di uomini superbi, che le avrebbero risposto così: «E chi ti ha detto, folle, che Dio protegge, ed abbandona? Dio non abbandona, nè protegge. La forza misteriosa della sua azione, che si manifesta con la moltitudine delle cose create, getta assidua nello abisso pugni d'arena di oro, e cotesta arena sono stelle. Egli le costringe a moti diversi secondo la legge della loro durata. Se la polvere di questi mondi, animata o no, avvalla o s'inalza, seppellisce sotto di se lo esercito di Cambise[4], o si lascia arare, zappare, e si sottomette a produrre frutto: se piange, o ride, o sta immota superficie di camposanto: se si agglomera in mastodonte, o si sperpera in formiche: se si trasforma in penne di aquila, o nelle fibre inerti del tardigrado, egli non cura questo, e non lo può curare. Ai fini della natura basta che nulla giaccia infecondo, o si disperda sterilmente; poi, che aumentino mille avvoltoi, e diminuiscano dieci mila colombe poco le importa. Immensa macina che infrange reami ed acini, imperatori e lumbrichi per crearne nuovamente lupi, o pecore, od altri animali. La dottrina della trasmigrazione insegnata a Pittagora dai Sapienti di Egitto, una volta presa a scherno da insensati filosofi, è cosa tanto evidente, che sembra impossibile come possa essere stata impugnata. Difficile è spiegare quello che non si comprende, e non si può intendere; follìa disprezzare, o negare ciò che supera la nostra intelligenza; ma che il Supremo Fattore abbia a tenere conto, non che della specie, dello individuo, non sembra che possa dirittamente credersi. La natura recasi in mano l'universo, e lo soppesa; se torna il volume non le importa la forma.

«E poichè gli uomini sortirono questa vita e questa forma senza chiederle, e molti ancora senza desiderarle, perchè le non si possono rassegnare senza offesa della natura? Singolari ella fece le vie del nascimento, infinite quelle della morte; sicchè può ritenersi, che a lei piaccia la vertigine delle trasformazioni. Se gli orecchi nostri potessero udire la voce della natura, noi sentiremmo ch'ella predica sempre ai mortali: =Ospite, io non ti trattengo a forza alla mensa della vita; tra le bevande, che io ti appresto davanti, scegli quella che meglio ti talenta; e se ti piace l'oblìo, bevilo, e vattene=.

«Veramente, come se l'uomo non fosse presuntuoso abbastanza, gli hanno dato ad intendere, e la sua superbia glielo ha di leggieri persuaso, sentinella infedele non poter disertare il posto al quale la Provvidenza lo commise; lui essere re dell'universo; la favola di Atlante adombrare il simbolo dell'uomo chiamato a sostenere il mondo sopra le sue spalle. Il sole fu appeso nel firmamento per riscaldarlo, la luna per illuminarlo, le stelle per divertirlo nelle notti di estate.—Fin qui pazienza; le adulazioni da un lato, e la superbia dall'altro erano follemente innocenti; ma diventarono crudeli quando gli dissero: =tutte le creature che vedi furono fatte per te=. Allora il vanaglorioso spietato stese la mano sopra gli enti che hanno anima e sangue, e prese a vivere della loro morte, ed osò senza ribrezzo convertirsi in sepolcro palpitante.

«Ora questo vampiro nudrito di superbia s'irrita di ogni lieve sciagura, non vuole sopportare le infermità, aborre la morte. Cadono i cedri del Libano, caddero le querce secolari delle foreste druidiche; scomparvero città, popoli, imperi, e perfino rovine d'imperi. Nel cielo aprono, e chiudono del continuo le palpebre i pianeti, e questo verme petulante presume vivere eterno, e felice—satrapo della natura.—Mora come fa morire. Si rassegni al fato comune; torni senza mormorare alla terra donde è nato: polvere è, polvere ritorni».

O filosofo dalla mente selvaggia! io conosco questi argomenti, e il mio intelletto li comprende; ma questo cervello che pensa, questo cuore che soffre, tutto il mio ente, che si agita, non si appaga di sermoni e di sofismi. Poichè la natura infuse nell'uomo lo amore, anzi la smania della propria conservazione, non può averlo legato alla vita, come Cristo alla colonna, per dargli seimilaseicentosessantasei battiture. L'uomo ha diritto di essere felice, e nella natura si hanno a trovare facoltà per diventarlo; che se così non fosse, l'uomo avrebbe ragione di volgersi al cielo, e domandare: «Dio! perchè mi hai creato?»

E questa domanda umile tornerebbe assai più terribile al trono di Dio, che la minaccia di Encelado, o la ribellione di Lucifero.

Se tali fossero i pensieri, che tennero occupata la mente della donzella finchè stette genuflessa, io non saprei; ma certo doverono essere strazianti, però che quando si rilevò da terra come spossata lasciasse cadersi sul letto.

E il sonno le fu meglio amico della veglia.

Sognò il mare Jonio là dove il cielo e l'acqua sembra che vengano a contesa di limpidezza, di azzurro e di luce; imperciocchè se il cielo ostenta i suoi fuochi di stelle, le acque sfolgoreggiano di fosforo; e se il cielo si ammanta di nuvole di madre perla, il mare si vagheggia nel dorso dei suoi delfini dalle scaglie di mille colori: gli abitanti dei due elementi paiono colà bramosi di stringere parentela fra loro; lo smergo e lo alcione scendono a battere l'onda con le ale, e vi si posano in grembo come dentro al nido; all'opposto i pesci volanti si sollevano descrivendo leggiadre parabole nell'aria con le pinne verdi e dorate. Il Creatore volge uno sguardo al cielo, ed uno al mare; e vedendoli entrambi stupendamente belli, ride compiacendosi della opera sua: cotesto sorriso si spande dintorno, ed empie di allegrezza ogni cosa.

In mezzo al mare sorge il promontorio di Santa Maura, l'antica Leucade, come un'ara dedicata allo amore infelice. Quinci soltanto Saffo, la derelitta, spense nel mare sottoposto l'amore a un punto e la vita; e le acque memori nei pleniluni sereni lungo le spiagge ricurve si lamentano in suono di lira[5].

A lei parve trovarsi sopra cotesto scoglio sola, e abbandonata da tutti. Lungi di Sotto vedea le vergini oceanine intrecciare carole, e instituire giuochi per la chiara faccia delle onde. Di tratto in tratto le fanciulle a lei si volgevano, e lei chiamavano co' cenni onde ai loro cori si mescolasse. Allo improvviso un rombo di ale sopra il suo capo le fece levare gli occhi in alto, ed ecco apparirle, in sembianza di Amore in traccia della rapita Psiche, il biondo Guido, l'amico del suo cuore, che scendendo le tendeva le braccia: ella con impeto grande alzò le sue, e le loro labbra s'incontrarono…

Canova ritrovò la immagine di quel sogno quando scolpì il gruppo divino di Amore e Psiche.

Beatrice si desta: teneva tuttavia le braccia sollevate; ella le lascia cadere di peso su la coltre, e sospira. Crucciosa di essersi lasciata illudere da un sogno, si chiude sotto i lini; il seno candidissimo si affonda fra le piume, e i biondi capelli si spandono pei guanciali. Irridendo se stessa ella diceva:

—Misera! Ormai avresti dovuto imparare a prova come i contenti per te sieno sogni, le sole amarezze vere. Guido con braccia di carne potrà rompere la verga ferrea del destino?—E forse a questa ora gli sarà venuta in fastidio la vittima segnata dalla sventura. Poveretto! Io non lo vorrei mica biasimare: no davvero, perchè il contagio allontana il padre dal figliuolo, il marito dalla moglie, senza che per questo ne venga loro la taccia di cattivo cuore. Ora lo infortunio non s'insinua più inevitabile, e più fatale dello stesso contagio? Ed io come potrei in coscienza desiderare, o pretendere, ch'egli si sprofondasse giù nel precipizio, dal quale nè uomo nè Dio pare che possano, o vogliano salvarmi!—Volga il suo affetto su donna meno infelice di me, e sia sposo avventuroso… e padre… io glielo desidero… ah! no… sì—io devo desiderarglielo con tutta l'anima:—ma intanto ella bagnava l'origliere di molte lacrime involontarie.

Adesso si riprova a confortare col sonno lo spirito affaticato; invano però, chè agli occhi vigili sotto le chiuse palpebre apparisce muovere dalle lontane mura di Roma un punto oscuro, e avanzarsi, avanzarsi per piani e per colline come polvere sospinta dal turbine: cotesto punto nello accostarsi assumeva sembianza umana; si avviluppava dentro una cappa bruna; teneva il nero cappello abbassato su le ciglia: arrivato sotto la torre della Rocca Ribalda, ecco al raggio della luna mostrarsi tutto quanto egli era aitante e bello, e chiamarla con la mano. Il cuore con lo affrettare dei palpiti le aveva svelato chi fosse lo straniero.

Giù a piè del colle, accanto al torrente delle acque perenni dove la forra si chiude più ombrosa, mezzo celata tra le fronde degli olmi s'innalza una cappelletta ufficiata da certo santo Eremita, a cui veruno afflitto cuore ricorse mai invano. Egli, richiesto, consente ad unire in matrimonio Beatrice e Guido. Ella tende la destra, e maravigliando forte non essere prevenuta, chiede la destra di Guido; ma questi si ricusa, e la tiene nascosta sotto la cappa. Ella insiste: alla fine arriva a impadronirsene; la sente umida, e viscosa: ritira la sua spaventata, e se la vede, ahimè! intrisa di sangue: che sangue è questo? dimmi…. Guido sparì, sparì lo Eremita; ella si trova circondata da uno inferno di tenebre.

———

Un lieve tocco sospinge la porta; ecco si muove silenziosa sopra i cardini: prima il capo;—poi il petto;—finalmente tutta la persona apparisce di un uomo canuto, avvolto dentro ampia zimarra, col tòcco rosso sul capo.—È il Conte Cènci strascinato dal destino. Tende l'orecchio… ascolta… l'alito di Beatrice. Appoggia il corpo intero sul piede di dietro, muove cauto l'altro, e sempre va innanzi; si ferma in fondo al letto.

Beatrice ha chiuso gli occhi a sonno travagliato, e agitandosi irrequieta si è scomposta la chioma, che le sta vagamente sparsa pel seno divino.

Egli la guarda. La vista di forme così stupendamente leggiadre rallegra l'anima; chè rosa e donna, quanto meno si mostrano tanto più appaiono belle…

Che ardisce costui? Non basta, ed è anche troppo, vedere quel seno che palpita?

Prassitele scolpì due Veneri: una velata, l'altra ignuda. Quei di Gnido comperarono la nuda, modellata sopra le membra di Frine; per la qual cosa ritenendo ella più della cortegiana che della dea, venne laidamente contaminata, e la religione della divinità si dipartì dal simulacro; ma i cittadini di Coo acquistarono la Venere velata, sicchè n'ebbero fama di pii, e lunga si produsse la devozione pel tempio di loro. Quivi convennero tutti, giovani e vecchi; i primi perchè la vedevano pudicamente leggiadra; gli altri perchè leggiadramente pudica[6].

Il truce vecchio stende le scarne braccia, e trae a se cautissimo i lini. I tesori di coteste membra appaiono manifesti… di coteste membra, che lo stesso Amore avrebbe velato con le sue ale agli occhi di uno amante.

Cheta, cheta la porta della stanza torna di nuovo a volgersi sopra gli arpioni: entra un altro uomo, e si ferma:—guarda… stupisce… e non ravvisa il Conte al fioco chiarore del lume, che veglia fra loro, egli solo innocente. Il Conte lussuriando per ogni fibra, trema; gli occhi gli si aggrinziscono a modo di vipera: una striscia di fiamma di etico gl'imporpora il sommo delle gote; lascia cadersi giù dalle spalle la zimarra, e appaiono le pallide membra del vecchio… piega un ginocchio sopra la estrema sponda del letto, e delirante si curva protendendo le mani…

La grande rabbia di amore sconvolge l'anima di Guido; però che il nuovo venuto sia Guido: prima di volerlo si è trovato nella mano ignudo il coltello.—Il Conte intende un fremito alle spalle, e volge la testa. Guido ha scagliato dentro gli occhi del vecchio un baleno, ch'è morte. Il Conte atterrito lascia le tende, ma Guido lo arriva con uno slancio… lo ghermisce per le chiome incanutite nel delitto.—Il Conte apre la bocca con una contrazione convulsa… prega egli, o minaccia? Invano: il ferro fulminando gli squarcia la gola, gli rompe le arterie, e così profondo gli penetra nel petto, che non può profferire la parola.—Vacillò… rovinò… percosse aspramente sul pavimento gorgogliando dalle aperte fauci sangue a rivi, e un borbottìo confuso.—

Beatrice mette un gemito, apre languidi gli occhi… Dio del cielo! non è illusione adesso… gli ferma nel volto dello amante desiderato. L'Amore con le mani di rosa schiuse i suoi labbri al più gentile dei sorrisi—ma cadde su l'anima dello amante come sopra statua di bronzo… egli la fissò inferocito, e col pugnale grondante le accennò il caduto.

Il sorriso morì su i labbri di Beatrice siccome muore il bacio, che sul punto di svegliarci mandiamo ad una visione notturna. Pure la donzella non conosce ancora tutti i misteri di cotesta notte scellerata. Chi è mai quel caduto, e che fa? Egli tiene riversa sul terreno la faccia, non fiata, e scarso là giunge il raggio della lampada. Beatrice ha già mosso le labbra per interrogare; Guido ha scorto, comunque visibile appena, cotesto moto, e lo ha temuto… guarda lei… guarda il moribondo;—ella segue con gli occhi lo sguardo di Guido sul caduto,—poi torna a sollevarli su l'amante… egli è sparito…

Una luce funesta ha balenato su l'anima di Beatrice. Immemore del verginale decoro ella balza dal letto, e non rifugge, o non sente di lordare il piè nudo nel sangue, di cui è inondato il pavimento. Appoggia le mani su i capelli del moribondo,—gli volge la testa… è suo padre!—-

Egli agita lieve lieve la bocca nelle estreme convulsioni; i suoi occhi stanno orribilmente fissi nella immobilità della morte. Beatrice si rialza, come molla che scatti, con le braccia tese, curva alquanto della persona, impietrita di spavento: pareva percossa da catalessìa. Gli occhi del Conte si dilatano, si avvivano—mandano uno sguardo lungo—poi diventano colore del piombo… si spengono… è passato.

La mano della Necessità, di cui le dita erano rabbia, spavento, amore, furore, e pietà, tese orribilmente l'arco della intelligenza di Beatrice; e se non lo ruppe, lo stupidì. La fanciulla, immemore di se, stava ferma senza pensare, senza sentire.—Guido, come lo agita il demonio, scende tempestando le scale, traversa la sala dove si trovavano raccolti la signora Lucrezia, Bernardino, Olimpio e Marzio; e, scagliato lungi da se il coltello sanguinoso, grida:

—È morto!—È morto!

—Perchè non lasciaste a noi la cura di saldare i nostri conti vecchi col Cènci?—interrogava Olimpio.

E Marzio, freddo, soggiunse:

—Questo è caso da assicurarcene bene[7];—e s'incamminò verso la prigione.

—Singolare natura umana!—Marzio, capace di ammazzare il Conte con la medesima devozione con la quale avrebbe recitato il rosario, appena ebbe visto la nudità della donzella si ritrasse verecondo, scese, e ne avvisò sommesso la matrigna; la quale, superando il ribrezzo, si attentò di entrare nella stanza del delitto. Si fece presso a Beatrice; la chiamò a nome; la scosse; e non ottenendo da lei risposta alcuna, la ricoperse con la zimarra caduta al Conte, e presala per mano la trasse via. Ella lasciò condursi, non oppose resistenza alcuna al lavacro dei piedi insanguinati, alle fregagioni di aceto, allo adagiarla sul letto: guardava stupida, e non profferiva parola. Conobbero essere necessario cavarle sangue; ma non possedevano arnesi adattati, e il modo di adoperarli ignoravano: chiamare il barbiere parve pericoloso, e si rimasero.

Allora Marzio, secondo il suo feroce proponimento, entrò nella stanza seguitato da Olimpio, squassò per le chiome il cadavere, e tratto fuori lo stiletto glielo spinse dentro l'occhio sinistro finchè la lama vi potè affondare.

—Ora mi sono assicurato!

—Non ve n'era mica di bisogno, osservò Olimpio mettendo le dita nella gola squarciata del Conte—vedete mo' che buca!—Potrebbe uscirne l'anima anche in carrozza. Per un'anima questa è propriamente porta da cocchiere. Adesso pensiamo un poco, che cosa dobbiamo farci di costui;—e dette un calcio nel capo al cadavere.

—Portiamolo giù nel giardino, e mettiamolo sotto terra…

—Avete perso tutti il giudizio:—non basta seppellirlo; bisogna innanzi tratto farlo morire in maniera, che abbia senso comune.—Venite qua; prendetelo pei piedi; io lo prenderò pel capo, e trasportiamolo sul terrazzo che dà sul giardino: ho notato che questo terrazzo mena alle latrine, ed in parte manca di parapetto. Il povero gentiluomo, levatosi per certo suo bisogno, si era condotto notte tempo al destro senza lume… guardate che imprudenza! Forse si era aggravato di cibo a cena, e certo poi di vino più del consueto… Vedete la fatalità! disgraziatamente ha messo il piede in fallo, ed è caduto…

—Be', be', va d'incanto. Ma l'uomo cadendo da un'altura si rompe il collo, si spezza il cranio, e non riporta ferite operate da un ferro tagliente, ed acuto.

—Ed anche a questo è stato provvisto: lo getteremo sopra gli alberi; poi gli introdurremo la punta dei rami nelle ferite, e così basterà. Credete voi, o Marzio, che vorranno andare a cercare il nodo nel giunco? Chi è morto è morto, e salute a chi resta.

—Qualche volta i morti ritornano: però la proposta mi piace.

E come aveva suggerito Olimpio eseguirono appuntino.

Siccome quando donna Lucrezia, mediante una finestra terrena della rocca che mancava d'inferriata, mise dentro al castello Guido, Marzio ed Olimpio era notte fitta, e la famiglia giaceva tutta nel letto, non furono visti da persona viva; così deliberarono uscire per la medesima via com'erano entrati. Guido venuto a consultare sul modo di porre in libertà Beatrice, poichè si era trovato ad uccidere il Conte, decise partire senza indugio per Roma, Marzio e Olimpio s'incamminarono nella stessa notte ai confini del regno, per quindi ridursi in Sicilia, o a Venezia: ebbero di presente duemila zecchini, oltre la promessa di futuri favori e la grazia, che per la parte di casa Cènci e di monsignore Guerra non sarebbe loro venuta meno giammai.

Guido arrivato alla osteria della Ferrata ordinò gli sellassero subito il cavallo; la qual cosa essendo stata fatta secondo il suo desiderio, l'oste, che lo aveva osservato sottecchi con quei suoi occhi maligni, nel reggergli la staffa gli favellò:

—Oe, gentiluomo! Ieri l'altro mi diceste che andavate su alla Rocca Ribalda per farvi la villeggiatura del Settembre: o che vi siete mangiato in due desinari un mese intero? Misericordia! Questo è appetito!

—L'uomo propone, Dio dispone.

—Direi piuttosto, che siate andato a recitare qualche tragedia: avete fatto la vostra parte, ed ora tornate a casa.

~~Che intendete significare con queste parole?

—Nulla; se non che avete la manica del giustacoreinsanguinata…

Guido guardò atterrito la manica, e conobbe che l'oste diceva la verità; onde rivoltosi a lui, con mal piglio gli disse:

—Sareste voi il bargello di campagna?

—Mi maraviglio dei fatti vostri, gentiluomo. Io sono compare di un certo Marzio, che immagino voi dobbiate conoscere un poco; e faccio come da padre a questi poveri figliuoli del bosco: sono nemico naturale della miseria, ma onorato. Tutto questo ho voluto avvertirvi perchè, al bisogno, facciate caso dell'oste della Ferrata.

Guido entrò da capo nella osteria, e quivi troppo più tempo si trattenne di quello che fosse necessario a lavare il giustacore. Nel separarsi dall'oste egli gli strinse familiarmente la mano, e gli sorrise come se fosse stato suo domestico antico. Strane amicizie fa contrarre il delitto!

Il giorno seguente, che fu il dieci Settembre, la Rocca Petrella risuonò di pianti e di gemiti, i quali echeggiarono tanto più romorosi quanto meno sinceri. Gli abitanti del paese e i popoli del contado dintorno accorsero a frotte per vedere lo spettacolo. Il cadavere del Conte, non senza consiglio, fu lasciato lunga pezza confitto dentro i rami di un sambuco. Le comari del vicinato, stando in circolo intorno a cotesto albero con la faccia levata in su, contavano le più strane novelle del mondo. Chi diceva che quel vecchio peccatore, recandosi alBarlottodi Benevento per rendere obbedienza al diavolo, si era levato in aria a cavalluccio su di un manico di granata, il quale, come sapete, è cavalcatura ordinaria degli stregoni; ma sul più bello essendogli venuto di nominare Gesù, il manico di granata gli si era rotto fra le gambe precipitandolo a terra da un'altezza di quattro miglia e mezzo avvantaggiate. Altre poi sostenevano che fosse scaduto il termine della scritta, con la quale si sapeva di certo, ch'egli avesse venduto la sua anima al diavolo; e questi, come di giusta, gli era comparso per prenderne possesso. Confermava in questa opinione il vedere quel corpo appeso al sambuco, che, come la savina, il noce, ed altri alberi parecchi, è pianta consacrata allo spirito maligno: se non che a indebolirla usciva la levatrice della Petrella, la quale assicurava come andando fuori di casa per affari del suo mestiero aveva udito un grande scatenìo per l'aria, e tutti i gatti miagolare su i tetti, e poco dopo un barbagianni averle spento la lanterna con un colpo di ale:—cose tutte che stavano a significare, che qualcheduno in quel punto passava per aria. Insomma tornerebbe fastidioso di troppo raccontare tutte le novelle che solevano mettere fuori a quei tempi intorno a simili casi, le quali venivano credute non solo dalle femminucce e dalle genti grosse del contado, ma sì ancora da uomini dottissimi, e da giureconsulti di gran nome; dei preti non parlo perchè a figurare di crederci onde altri ci credesse era affare di mestiere, e ci trovavano il conto. Chi campa di grano semina grano, e chi d'errore vive non ischianta errore: e questo è chiaro. Poco oltre il cerchio delle comari occorreva un gruppo di uomini, in mezzo ai quali sembrava che facesse le carte il Curato, e tutti insieme stavano speculando, come diavolo mai cotesto corpo avesse potuto rimanersi così penzoloni per aria; ma ad interrompere coteste indagini importune sopraggiunse un servo da parte di sua Eccellenza la Contessa, che gl'invitava tutti a entrare in palazzo. Andarono, e trovarono donna Lucrezia inconsolabile, giusta il costume di tutte le vedove consolabili o no, la quale dopo favellato un pezzo, interrotta ad ora ad ora da lacrime, e da sospiri del miserando caso, ordinò al Curato apparecchiasse al defunto funerali quanto meglio sapesse magnifici, e corrispondenti alla nobiltà, e potenza della famiglia Cènci: invitò poi i montanari di convenire incappati alla ròcca per associare il morto, promettendo elemosine larghissime in sollievo delle povere famiglie, affinchè pregassero pace per cotesta povera anima.—Uscirono pertanto edificati della pietà di Sua Eccellenza, e per la strada non rifinirono di magnificare la mansuetudine e la benevolenza sue. Quando tornarono per levare il corpo del Conte lo trovarono non pure calato dal sambuco, ma chiuso, e confitto dentro due casse di rovere.

[1]Lorenzo, o come fai A infonder nella creta L'anima, che non hai?

Versi stupendi della magnifica poesia di GIUSEPPE GIUSTI, intitolatala terra dei morti. Però, a vero dire, anima ebbe più lo interrogato Bartolini, che lo interrogatore Giusti. Questi con braccia di Sansone scosse il luttuoso edifizio della odierna società, e poi ebbe paura dei calcinacci che cascavano. Chi sa dire, non sempre sa fare.

[2] Di queste immanità io molta parte soffersi:et quorum magna pars fui… Qual fosse la causa del tormì e vista e luce, si legge in un libro stampato dal conte Guglielmo Digny. La Commissione, informata di certi segnali che si facevano da una villa, temè fossero per darmi avviso di quanto accadeva in giornata: chiarita meglio la cosa, seppe che in quel modo si ragguagliava della salute di uno infermo giacente in villa i suoi congiunti dimoranti alla città: non pertanto le truci precauzioni non si dismisero, anzi crebbero. Altro di cotesto libro non dico, e quello che ne ho detto è anche troppo per me.

[3] Ella è immagine del Redi, comecchè da argomento festoso io l'abbia trasportata a soggetto dolente:

Sì bel raggio è un raggio accesoDi quel sol, che in ciel vedete,Che rimase avvinto e presoDi più grappoli alla rete.REDI, Ditirambo.

[4] ERODOTO.Storie, lib. III, § 26.]

[5]Ebbe in quel mar la culla,Ivi erra ignudo spiritoDi Faon la fanciulla:E se il notturno zeffiroBlando su i flutti spira,Suonano i liti un lamentar di lira.FOSCOLO.Ode. All'amica risanata.

[6] PLINIO,Hist. Nat. lib. 36. c. V.]

[7] Roberto Bruce palesa in assemblea generale ai nobili scozzesi, quivi ragunati, il suo proponimento di liberare la patria: assentano tutti, tranne Cummin. Bruce indignato lo assalta nel chiostro dei Francescani, e lo lascia per morto.—Sir Tommaso Kirpatric, amico di Bruce, lo interroga se lo abbia ucciso; a cui quegli rispondendo—crederlo,—soggiunse: «Io voglio assicurarmene»; e andato colà dove giaceva, gli passò il cuore con la spada. La famiglia di Kirpatric in memoria di questa azione assunse per istemma una mano, che brandisce una spada insanguinata, con le parole: «Io voglio assicurarmene». HUME.Storia d'Inghilterra, tom. II.

Ulrico. Non è il momento di dissimulare, o di perderci in vane parole. Io ho detto che il suo racconto è vero, e che egli deve essere ridotto al silenzio…..

Voi siete in credito col Governo: quello, che qui avviene, ecciterà leggermente la sua curiosità;—conservate il nostro segreto; abbiate un occhio vigile; non fate moti intempestivi, non parlate… Noi non avremo un terzo cianciatore, che stia in mezzo di noi. BYRON,Verner

—La partita è perduta; rimescoliamo le carte.

—Ma don Olimpio, osservava il biscazziere con una vocina agro-dolce, pensa mo che ti se' messo a giuocare un poco innanzi che suonasse l'ave mariadella sera, e adesso mano a mano siamo all'ave mariadella mattina;—ogni minuto, che passa, parmi proprio di stare su la gratella di san Lorenzo.

—Quando dianzi aprivi la bocca, ed io te la turava, con un ducato, ti sei rimasto da abbaiare, brutto Cerbero.—Per dio! ho perduto anche questa; a me le carte.

—Più della vostra moneta, avrei avuto caro che ve ne andaste via; da biscazziere onorato…

—Se tu puoi fare che queste parole stieno insieme, anche un minuto secondo… io… io ti dono la Sicilia di qua, e di là dal Faro.

—Sono ormai sette ore, ch'è scorso il termine assegnato dal bando del Vicerè; e se il bargello, che ha una vecchia ruggine meco, mi cogliesse in fallo, potrei andarmene più che di passo a gettarmi nel golfo con un pietrone al collo.

—Brutto Giuda Scariotte!—gridò Olimpio dando di un grosso pugno sopra la tavola, che fece rovesciare i fiaschi, e ballare i bicchieri, e gli altri arnesi di terra cotta, e di canna, ch'ebbero nome pipe[1];—tu mi mandi la jettatura sopra le carte… è andata anche questa; perdo a bocca di barile.

Il biscazziere poi, secondo il solito, aveva mentito; imperciocchè egli e il bargello stessero congiunti insieme come le dita di una medesima mano, sempre pronta a chiudersi per afferrare. Nessuna spia più puntuale, e precisa possedeva il bargello del biscazziere circa alle cose che accadevano dentro la sua bisca, potendo ancora intorno a quelle di fuori. Salario dello infame mestiero era la trasgressione impunita dei bandi sul giuoco: costume in quei tempi riprovato palesemente siccome anche ai nostri, e non pertanto in cotesti tempi di barbarie, come ai nostri di pretesa civiltà, messo in pratica alla sordina. Le belle leggi si rassomigliano ai tappeti di damasco, che si mettono fuori nei giorni di gala per ricuoprire le muraglie sudice. Le usanze pessime sotto le belle leggi continuano a camminare, perchè bisogna persuadersi che la Società può vivere benissimo con i vecchi abusi come l'uomo mastica anche coi denti guasti; e non è opera di un tratto di penna emendare i disordini che derivano dalla secolare corruttela degli uomini; e chi altramente si avvisa perde ranno e sapone: poi impreca la indomabile perversità umana, e si getta al disperato; mentre dovrebbe correggersi dello errore, e tornare da capo. Ma qui il discorso menerebbe per le lunghe, e non farebbe al caso; onde il meglio fia continuare il racconto.

—Tabula rasa. Eccoli finiti tutti…

—Coraggio, don Olimpio: bisogna appellarci in seconda istanza; ti rifarai domani.

—Pei santi apostoli Pietro e Paolo! egli è un bel pezzo che io dico così; ma la fortuna ha preso ad accarezzarmi co' pettini da lino…

—Chi la dura la vince; e che tu possa durare ce lo provi tornando ogni giorno fornito di palle e di polvere: sicchè ho creduto, e credo, che a ricevere il galeone dal Perù siate due: tu, e il Re Filippo nostro signore, che Dio tenga nella sua santa guardia.

—Marzio bada a intronarmi quotidianamente negli orecchi che la mia parte è finita… e che i suoi mille zecchini toccano al verde…

—Mille, e mille fanno duemila. Ma sai, don Olimpio, osservò il biscazziere, che qui nel regno con duemila zecchini si compra un ducato? O come hai tu fatto a guadagnare tanti danari? Raccontaci un po' come gli hai tu acquistati.

Era troppo diretta la botta perchè Olimpio non sapesse schermirsene. Egli guardò un cotal poco alla trista il biscazziere negli occhi, e gli rispose:

—Mi vennero dalle prese quando combattevamo per la fede.

—Per qual fede? riprese il biscazziere; perchè, salvo onore, mi pare che tu debba esserti trovato co' Turchi più spesso che con i Cristiani. E in quali mari hai tu combattuto, don Olimpio?

—Oh! In tanti mari…

—Pure, quali?

Olimpio, stretto dalle domande insidiose, avrebbe dato agevolmente dentro a qualche scoglio, se uno dei giuocatori non fosse venuto casualmente in suo soccorso interrogando:

—O perchè non conduci teco questo tuo compagno don Marzio?

—Oh! Marzio se ne va per la maggiore; bazzica co' gentiluomini, e la trincia da duca, come se non avessimo menato vita insieme nelle foreste di Luco.

—Alla macchia, dunque—notava maligno il biscazziere appuntando il dito teso sopra la tavola—alla macchia dunque, e non sul mare tu facesti le prede.

—O al bosco, o al mare, che importa a te, brutto Giuda? Ah! tu vuoi fiscaleggiarmi?—rispose turbato Olimpio; e il biscazziere, che aveva paura di quel colosso, ritrasse indietro la voglia del sapere imitando la chiocciola, la quale tira a se le corna quando se le sente toccare.

La sera successiva Olimpio non si pose al solito luogo davanti la tavola del giuoco, sibbene in fondo della stanza col braccio piegato, e la faccia appoggiata alla mano aperta: cacciava fuori dalla bocca con irrequieta prestezza buffi su buffi di fumo, e il suo volto, già abbastanza sinistro, adombrato da cotesta caligine compariva più truce.

—Il galeone di Acapulco non è arrivato stasera?

—O perchè non hai condotto il tuo compagno don Marzio?

—Queste due domande andarono come due frecce a percuotere nel medesimo bersaglio: sicchè Olimpio sentendosi punto, dopo avere bestemmiato al corpo e al sangue, rabbiosamente favellò:

—Per avere addosso il mantello rosso gli pare essere il Conte Cènci, a cui lo ha rubato…

—To' consolati, disse il biscazziere mettendogli davanti un boccale di vino.

Olimpio lo vuotò di un tratto, e sospirando lo ripose su la tavola.

—Tu non mi vuoi bene, riprese il biscazziere, ed hai torto marcio; e per provartelo, se vuoi una dozzina di ducati da giuocarteli, e rifarti, io te gl'impresterò…

—E chi ti ha detto, che io non ti voglio bene? Anzi io te nè vo' più che al pane…

—E quel Marzio, che tu onori come tuo sopracciò, intanto ti bistratta, e ti nega danari…

—Figurati! Sai tu che cosa mi ha detto quando gli ho esposto che non avevo quattrini? Se sei povero, impiccati.

—Ti ha detto?

—Già! e che gli dicessi dove volevo andare; perchè se io prendeva a ponente, egli si sarebbe indirizzato per levante…

—Le sono cose da far piangere i sassi;—e il biscazziere beveva a fior di labbro, e poi profferiva il boccale a Olimpio, che se ne andava in fondo senza prender fiato—solite ingratitudini degli uomini: finchè hanno bisogno, ti fanno vedere Roma e toma; passata la festa levano l'alloro, e chi ha avuto ha avuto…

—Proprio così; ma!…

—Ed ora, che farai? Se potessi aiutarti fa capitale di me, e tu vedrai se per gli amici mi sento capace a entrare nel fuoco in camicia. Degli uomini bisogna dire come dei cavalli: alla svolta ti provo… beviamo…

—Beviamo!—rispose Olimpio; e dopo avere bevuto, ed essersi asciugato col dorso della mano la bocca, continuò:

—Non saprei. Se potessi far tenere sicuramente una lettera a Roma alla famiglia Cènci, sono certo che non mi mancherebbe soccorso… perchè bisognerebbe che mi soccorressero…

—Sì, eh?—incalzava il biscazziere, tenendo le orecchie tese a modo di lepre che abbia paura, e i muscoli della sua faccia si dilatavano come l'erba sul finire dello agosto per una scossa di pioggia: mostrava la gioia degli animali carnivori quando, nascosti fra i cespugli, vedono, o sentono accostarsi saltelloni la preda.

Nè era affatto vero, che Marzio avesse profferita la villana ingiuria contro Olimpio; tutt'altro: egli lo aveva con molta benevolenza chiarito come da più giorni fossero terminati i mille zecchini di parte sua, e come, parendogli urgente di levarsi entrambi dal regno, non poteva consentire ch'ei si lasciasse rubare per bische, o spendesse per taverne anche la moneta necessaria al viaggio; ma Olimpio mentiva scientemente, e fingeva un torto per farsi ragione: caso frequentissimo a succedere tra genti malvage; e, quello che sembra più strano, elleno stesse talora col credere alla propria bugìa arrovellano se non vengono satisfatte per ingiuria, che non hanno mai ricevuta.

Non pertanto a Marzio, ripensandovi su, parve non avere praticato da uomo di senno, ed essere pericoloso contendere con le passioni brutali di Olimpio, fuori di misura cresciute eziandio in mezzo alla corruttela di una grande città; onde deliberò andarlo a trovare, e raddolcirlo, finchè lo avesse tratto seco dal regno: proponimento che intendeva compire presto. Sapendo a quale bisca per ordinario si riducesse la sera, colà volse i suoi passi contando, come gli venne fatto, di rinvenirlo a posta sicura.

—Bisognerebbe!—riprendeva il biscazziere,—o che sono tuoi banchieri i Conti Cènci, Olimpio?

—Fa conto, che lo sieno…

—Ho capito, soggiunse il biscazziere, avresti forse mandato a dormire qualche nemico di casa?…

—Per questi lavori non si danno pensioni; chè anche qui, come costà, io mi figuro che i guastamestieri abbiano sciupato ogni cosa…

—O dunque?

—Egli è peggio… ma peggio di così… il segreto è qui dentro… e perchè il coperchio stia chiuso bisogna metterci sopra un tappo di argento…

—Sì?… E questo segreto tu me lo puoi confidare…

—Io so… chi ha ammazzato il Conte Cènci…

—Oh!—esclamarono a coro i giuocatori vedendo comparire in questo punto improvviso fra mezzo a loro un uomo di maniere cortesi avviluppato dentro magnifico mantello di scarlatto trinato di oro—ben venga don Marzio; egli si fa dei nostri…

Maravigliò non poco Marzio sentendosi chiamare a nome; e girando intorno gli occhi li fissò sopra Olimpio, che, torta appena la faccia, si volse nella prima posizione senza guardarlo, e brontolando di stizza.

—Mi piace di non giungere nuovo fra questi gentiluomini.

—Don Marzio, disse il biscazziere strisciandogli intorno a guisa di biacco, vuoi tu posare il tuo tabarro? In fè di Dio merita bene che tu gli abbia riguardo, perchè mi ha l'aria di una donazionecausa mortisdi qualche principe, marchese,—o per lo meno, conte.


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