—A che sono venuto? Davvero, io non lo so.—Se si potessero gittare via dal cuore gli affetti come il carico dalla nave per iscampare dal naufragio!… ma se non se ne può far getto, bene è concesso sradicare dal seno affetti, e cuore. Tutto può tacere in un punto, e taccia.—Qui mosse per andare.
Luisa, con voce nè carezzevole, nè severa, disse:
—Il padre vorrà allontanarsi dai suoi figliuoli senza averli baciati?
—Dove sono, e chi sono i miei figliuoli? Quale di questi fanciulli farà testimonianza ch'egli nasce da me? Tutto si fonda sopra la fede: vetro fragilissimo! Ora come mi affiderei alla lingua della donna fraudolenta, di cui le parole sono lacci tesi per condurre al vituperio, e alla morte?
Luisa non sapeva che cosa avesse a capire in cotesto discorso, e se ne stava come trasecolata. Giacomo con ghigno amaro soggiungeva:
—Comprendo bene che un uomo, quale mi sono io, incapace di provvedere alla sussistenza della propria famiglia, ceppo sterile, e roso dagl'insetti; che suda da tutti i pori la maledizione di Dio… inutile, insomma, o funesto, deva ispirare disprezzo… e comprendo ancora, e provo come il disprezzo uccida lo amore, e generi l'odio. Ma perchè onestare con l'audacia il misfatto? Perchè convenire la propria colpa in sasso, e lapidarne lo innocente? Bastava, io credo, avermi preso a vile, cuoprirmi di vergogna, senza spingermi perfidamente contra un turbine di male parole, che a modo di polvere accecandomi gli occhi, m'impedisse vedere il vostro delitto.
—Giacomo, a cui favellate voi?
—State tranquilla, io non sono venuto qua per maledirvi; ma solo per dichiararvi che voi avete potuto gettare la disperazione nell'anima mia, non già ingannarmi. Adesso le parole bastano…—adesso, che si spandono come fumo di fiamma spenta… tutto è detto fra noi…—e di nuovo faceva atto di andare.
—Giacomo non partite; per la fede di gentiluomo onorato, non partite. Quando le parole, come la nuvola che contiene il fulmine, portano nella loro oscurità la distruzione della fama d'una creatura di Dio… oh! allora è obbligo chiarirle. Credete che sia vostro il segreto, quando mi avete fatto comprendere ch'egli cela il mio vituperio?
—Mi pare che a voi non ispetti dire questo, perchè le mie parole possono suonare oscure a tutti altri fuori che a voi. Volete il commento al mio testo? Ebbene; eccovelo pronto. Donde vi vennero queste masserizie? Chi provvide questa copia di robe al vivere non che necessaria, superflua?—In questa casa, è vero, io vi lasciai la miseria, e vi trovo l'abbondanza; ma io vi lasciai ancora un'altra cosa, che vi ricerco invano, ed è il mio onore.—Ora non hanno a procedere dal padre la povertà, e la larghezza dei suoi?—Chi sono i castaldi che hanno mietuto per voi? Dov'è il forziere donde prendeste la moneta? Certo non erano del vostro marito. Come si chiama colui che provvede ai bisogni vostri, e di queste creature? Dove si nasconde il cortese, che prende cura di voi più che io stesso? Perchè l'amico della mia famiglia teme di svelare la sua faccia a me?
—Giacomo, per onor vostro, pensate che voi oltraggiate una madre alla presenza dei suoi figliuoli…
—Ma essi che cosa sono mai se non che testimoni, i quali v'incolpano peggio delle mie parole?
—Un parente vostro… e mio… mi sovvenne; io non posso palesarvene il nome perchè mi sono vincolata a tacere. Io mi sento donna da vedere i miei figliuoli piuttosto morti di fame, che pasciuti di vergogna. Questi sospetti di viltà non mi toccano, e vuo' che sappiate, o Giacomo, che io mi sento pura quanto la madre vostra, che adesso è in paradiso.
—Ma e voi, contro la fede del vostro consorte che cosa potevate allegare, ditemi, tranne la perfida calunnia di una persona che nasconde il suo nome, e nonostante questo ricusaste credenza ai miei giuramenti, e alle mie lacrime? Ora come volete, che io chini la faccia alle nude affermazioni vostre? Anche a me furono porti avvisi segreti, e non pochi, ma a questi io non dava ascolto; sto ai fatti, che voi non negate, nè potreste negare. Ora io non dirò con quale giustizia, ma senno pretendete voi, che mentre ricusaste il giuramento del vostro signore e marito a smentire parole calunniose, io deva accogliere il giuramento vostro per giustificare fatti confessati ed evidenti?
—Giacomo… di quanto io vi rimproverava ho prove manifeste in mano; prove delle quali dubitare è impossibile… i vostri sospetti sono infamie… andate…
—Sta bene. Io non ho cuore, nè lena per garrire con voi.—Dopo ciò, senza minaccia, ma orribilmente tranquillo, le si accostò domandandole a voce sommessa: «Potrei io sapere, comein articulo mortis, se fra questi vi è alcuno che sia mio figlio?»
—Giacomo, voi avete parlato una stolta parola. Tutti sono figli vostri…
—Sì, certo, così va detto.Pater est quem justae nuptiae demonstrant; tale almeno dichiara lo jus civile, che fu fabbricato proprio qui in Roma; e il pretore mi condannerebbe a far loro le spese. Padre sono, ma per presunzione di diritto:—padre sono, ma buono per darsi alle bestie. Gran danno che non costumino più gli spettacoli dello anfiteatro Flavio! Non importa; in ogni luogo occorrono travi, alberi, e pozzi, e fiumi.—La sua voce si animava, e al pallore mortale sopra le sue guance subentrava un vermiglio febbrile, e proseguiva:
—Potrei vendicarmi! Ma quando la vendetta ebbe mai virtù di ridonare la perduta felicità? Misero, potrei rendervi misera:—ecco tutto! Il mio cibo nella vita è stato bastantemente amaro per farmi aborrire di tuffarlo per di più nel sangue. No… no… io non voglio vendicarmi… anzi dal cammino della vostra vita io mi torrò come un tronco, impedimento a cui passa… e voi proseguirete dove il cuore vi chiama. Non vi prego a rammentarmi perchè non me ne importa, e voi nol fareste; neppure v'invito ad obliarmi perchè me ne importa anche meno, e questo farete molto bene da voi. Doglia di morto dura finchè non si asciugano le lacrime, e queste si asciugano presto;—e pei mariti di rado si piange. Ma io ho amato queste creature, le ho credute parte di me, e doverle staccare adesso dalla mia affezione mi pesa… ve le raccomando, donna Luisa… se non posso considerarle nate da me, ricordatevi che sono nate da voi.—Certo in questa ora suprema mi sarebbe tornato di conforto grande accostare le labbra sopra una fronte, che fosse sangue mio. Le mie lacrime ormai non saranno piante più per nessuno; torneranno indietro a piangermi sul cuore… amare… gravi… ma brevi. Addio; vi desidero che gli anni vi passino senza rimorsi, e un nuovo marito degno della vostra fedeltà…
Luisa non aveva osato inacerbire la esaltazione di Giacomo con parole di contrasto, e di rampogna. Ora vedendo come gli s'infiochisse la voce, e quasi gli diventasse piangente,
—O figli… abbracciatelo… fategli sentire s'egli è vostro padre, disse affannosa accennando ai fanciulli…
I fanciulli, obbedienti alla parola materna, si mossero ad un tratto; e quale attaccandosi ai lembi della veste faceva prova di attirarlo verso la madre, quale gli stringeva le ginocchia, e quale s'ingegnava salire sopra una seggiola per poterlo abbracciare al collo. Giacomo, ridivenuto tranquillo, si sciolse da loro esclamando:
—Riparate al seno di vostra madre. Infelici! Non sapete che i Cènci avvelenano col fiato?… Addio… e addio per sempre.
E sparì. Il suono dei suoi passi s'intese precipitoso giù per le scale. Luisa si slanciò al balcone, e con la sua voce più lamentosa esclamò:
—Giacomo! Giacomo!
E lo ripetè più volte; ma Giacomo fugge in balìa della feroce passione che lo trasporta. Allora nella egregia donna l'amore vinse ogni risentimento, e, gittatasi addosso una mantiglia, proruppe fuori di casa in traccia del suo consorte. Ella aveva percorso diverse strade, quando tra per la fatica, tra per lo affanno sentendosi venire manco la lena, le fu forza sostare, e assidersi sopra il muricciòlo di un palazzo. Guardandosi poi attentamente dintorno conosce cotesta essere la dimora di monsignore Guido Guerra: levò gli occhi in su, e vide lume. Sapendo cotesto prelato familiare di casa Cènci, e di Giacomo intrinsecissimo, parve a lei che la Provvidenza l'avesse quasi per mano condotta colà; onde fattasi coraggio salì le scale, e, tenuto dietro allo staffiere, senza aspettare che l'annunziasse, penetrò nella stanza, e rinvenne Monsignore in compagnia di due uomini, uno dei quali le giunse noto, comecchè in quel subito non ricordasse in qual parte lo avesse incontrato: esitò un momento; ma poi, sospinta da smaniosa angoscia:
—O Monsignore, disse, voi che per bontà vostra portate amicizia a Giacomo mio marito, deh! per amore di Cristo, mandate gente a cercarlo per Roma, però ch'egli siasi partito da casa tutto infellonito, ed ahimè! dubito con sinistre intenzioni.
—Contro cui, donna Luisa?
—Contro se stesso; e temo forte, ch'egli abbia preso la volta delTevere.
—Misericordia! Su, Marzio, andiamo; voi, con parte dei miei staffieri, a manca; io, con l'altra parte, a destra del fiume. Olimpio, voi accompagnate donna Luisa.
Omesso ogni saluto, Guido, Marzio e gli staffieri si precipitano fuori di casa in traccia di Giacomo. Donna Luisa, andando a braccio con Olimpio, così prese a favellare:
—Il vostro volto non mi comparisce nuovo: ma, Santa Vergine! così ho sconturbato il cervello, che la memoria non mi regge… Ah! sì… me ne risovviene adesso… voi vi trovaste allo incendio della casa del falegname di Ripetta.
—Io?
—Sì, ed eravate di quelli che si affaticavano a sovvenire i desolati.
—Io non feci nulla, altro che male. A voi, egregia donna, tutto il merito… Voi siete una santa: viva la vostra faccia. Se la mia domanda non fosse indiscreta, ci sarebbe da sapere perchè vi mostraste travestita da uomo in quella maledetta notte? Perchè vi metteste a quel disperato cimento?
—Ve lo dirò mentre andiamo. La donna, che salvai, mi ha trafitto il cuore; ella ha ricoperto di lutto la mia famiglia, certo non lieta nemmeno prima, ma neppure desolata: che dove regna amore non si allontana mai la speranza. Quello, che Dio ha ordinato all'uomo di non separare, la sua mano ha diviso per sempre: insomma, ella mi ha rapito lo sposo… ed in cotesta notte mi aggirava per là, con la intenzione del lupo intorno alle stalle… voleva bevere il suo sangue, e mi pareva che questo solo potesse bastare a spegnere la mia rabbia. Mi percossero gridi disperati… comparve la donna col figliuolo al balcone;—non vidi più la esosa rivale, vidi la madre… pensai ai miei figliuoli, e mi precipitai per salvarla, però che Cristo mi favellasse dentro al cuore, e mi dicesse: perdona!
Olimpio udendo parlare donna Luisa ardeva, e agghiacciava. Si fruga con la mente dentro nell'anima per vedere se ci fosse luogo da deporvi una speranza di misericordia, e gli parve di no. Allora gemè dal profondo del cuore: così ricadono sul prigioniero le catene con romore disperato dopo i supremi sforzi per romperle. Nondimeno, siccome accanto alla fiamma della carità non vi ha cuore, comunque di selce, che non si riscaldi, Olimpio suo malgrado si sentiva commosso.
—Se io, incominciò a dire, se io potessi sperare che l'assoluzione mi salvasse, a nessuno io vorrei confessare i miei peccati tranne a voi, venerata Signora, e tra Dio, e me non desidererei mettere migliore mediatore di voi. Ma il libro della mia vita ho così empito di delitti, che l'Angiolo Custode non vi troverebbe più tanto di bianco da scrivervi sopra la parolamisericordiacon la più fina delle penne delle sue ali. Pazienza! E nonostante questo io mi confesserò, perchè se la mia confessione non può giovare a me gioverà a voi, e quindi io ve la faccio. Sapete voi chi incendiò cotesta casa? Io…
—Voi!
—Sapete chi portò al nobile vostro consorte la lettera perfidamente calunniosa, che forse lo ha tratto in furore? Io.—Sapete chi tutto questo ha immaginato perchè voi, e vostro marito vi odiaste?—Il conte Francesco Cènci. Egli si fregava tutto allegro le mani, e disse: è più facile che una rupe spaccata dal fulmine si riunisca, che la mia nuora torni ad amare Giacomo. Ho seminato l'odio, raccoglieranno la desolazione.
Donna Luisa si scioglie impetuosa dal braccio di Olimpio, e corre veloce così, che avrebbe vinto nella fuga il cervo: giunge a casa, irrompe nella stanza ove giaceva sempre inferma la povera Angiolina, e approssimatasi al suo letto palpitante e affannosa, la interroga:
—Donna, per quanto amore porti al tuo Dio, guarda di non mentire.Conosci tu il Conte Cènci?
Angiolina, spaventata dalla costei vista, e non la ravvisando per gli abiti mutati, come quella che sempre l'era comparsa davanti in veste maschile, risponde:
—Chi siete voi? Che cosa volete da me?
—Io non rispondo, interrogo, soggiunse imperiosamente donnaLuisa—dimmi se tu conosci il Conte Cènci?
—Ma voi… sareste forse sorella del mio benefattore?
—Che t'importa cotesto?—esclama donna Luisa, percuotendo impaziente di un piede la terra;—o uomo, o donna, o demonio, non cercare da cui ti venga la vita. Rispondi… rispondi;—e ripercuoteva co' piedi il pavimento.
Angiolina, come sotto la pressione di un sogno tormentoso, diceva:
—Sì, lo conosco…
Lo conosci, eh! sciagurata, e questo è il figliuolo dei vostri amori? E sì discorrendo caccia le mani nei capelli del fanciullino, che sentendosi far male si mette a guaire…
—Lasciatemelo stare… in che cosa cotesta povera creatura vi ha offeso?
E, come a proteggerlo, ella si spendolava fuori del letto.
—Questo è figlio del peccato, e tu lo hai avuto dalCènci…
—Dal Cènci? Signora, prosegue Angiolina prorompendo in pianto; conviene egli alle gentildonne straziare così la fama di una povera inferma? Io, sì, conosco un vecchio barone, che ha nome conte don Francesco Cènci; fu egli che beneficò il mio defunto marito, e questi mi condusse certa volta a ringraziarlo; egli volle donarmi danari, che io a male in cuore accettai, perchè, malgrado i suoi capelli bianchi e le parole benigne, qualche cosa gli traluceva negli occhi, che metteva spavento: da una volta in su io non l'ho più visto.
—Non di lui… non di lui ti domando, ma del suo figlio don Giacomo.
—Mi parve udire, che don Francesco avesse figliuoli; ma io non li vidi mai, nè so come si chiamino;—e questa risposta ella dette con tale una ingenua tranquillità, che le avrebbe creduto lo stesso apostolo del dubbio, San Tommaso.
—Non lo vedesti mai? Ne ignori il nome? Giuralo pel tuo Dio; giuralo per la tua anima, e coscienza… giuralo per questo Gesù redentore, che, dove tu spergiurassi, sappi che sconficcherebbe le mani di croce per maledirti in eterno.
E staccato un Crocifisso dal capo del letto, glielo poneva dinanzi agli occhi. Angiolina lo prese, lo baciò devotamente, poi glielo rese con atto pieno di dolcezza, chiedendole:
—Siete voi madre, Signora?
—E se non fossi madre avrei avuto cuore di avventarmi nelle fiamme per salvare te, e il tuo figliuolo?
—Voi? E vi chiamate?
—Donna Luisa…
—Moglie?
—Di Giacomo Cènci.
—Ah! Signora; comunque io sia femmina di scarso intelletto, pure comprendo che lingue malvage hanno ad avere messo scandalo di me. Ora uditemi. Santo è il nome di Dio, santo è quello del Redentore, sacre cose sono la coscienza e l'anima; ma io non giurerò per queste.—E messa la mano sul petto del caro pargolo, che le giaceva in culla accanto al letto, proseguiva così:—se io vi ho favellato parole di menzogna possa… in questo momento cessare di palpitare sotto la mia mano questo cuore del mio cuore…
Luisa, come donna tratta fuori di se,
—Ti credo… oh! ti credo, esclamava; e piegandosi sopra Angiolina, le prese con ambe le mani la testa, la baciò pei capelli, per la faccia, pel seno, senza avvertire punto come coteste scosse lei, non bene risanata, addolorassero. Angiolina, per istinto di virtù gentile, frenava appena i lamenti di angoscia che le cagionavano coteste procellose carezze.
———
Anche del cervello si conosce la carta topografica. Gall e Spurzheim vi hanno tracciato sopra le strade maestre, le provinciali, e quelle di sbiado; anzi perfino i viottoli, onde non si smarrisca chiunque abbia vaghezza di viaggiarlo per lungo e per largo. Venite qua, lettore; considerate questo cranio segnato: gittate l'occhio sopra l'ordine dellefacoltà affettive, genere primo; alla lettera B troverete loamore della vita, cioè subito dopo la lettera A che distinguela cupidità del cibo. Da questo esame ne scendono due conseguenze, la prima delle quali ha che fare col mio racconto, la seconda no. E la prima è, che l'uomo possiede le facoltà principali perfettamente pari a quelle dello avvoltoio;divora per vivere: alcuni hanno sostenuto ch'egli viveper divorare, ma non è del tutto vero. L'altra poi, che ci vuole più coraggio a non mangiare che a morire, è maggiore violenza alla natura. Giacomo da più giorni non gustava alcuno alimento, e lo istinto della vita così taceva in lui, che lo aveva preso irresistibile il desiderio della morte.
Quando ciò avviene, occhio di donna non guardò mai così dolce come il foro del teschio, nè labbra di ranuncolo sorrisero così voluttuose come le scarne mascelle. Quelli, nei quali dura lo istinto della vita, reputano acerbo il fato di coloro che si dettero la morte; mentre se questi potessero continuare ad appassionarsi per cosa terrena, sentirebbero immensa pietà per coloro che sono vivi. Rovesciato l'appetito delle cose, tutto quanto piace a cui vive rincresce ai consacrati alla morte: tutti i motivi che i primi trovano per restare, i secondi li trovano per partire: niente è mutato nell'ordine delle funzioni organiche; soltanto l'ago della bussola ha mutato polo: il sentimento si affaccenda a mandar fuori della esistenza desiderii ed affetti, come chi muta casa sgombra le sue masserizie; e quando il letto è in casa nuova, e il riposo delle lunghe tribolazioni nella fossa, noi ci andiamo con voluttuoso conforto a dormire.
Giacomo Cènci, quietato il primo impeto che gli fece abbandonare con tanta passione la famiglia, prese a camminare lento perchè egli fosse venuto nel proponimento di distruggersi non mica per impeto, sibbene per discorso d'intelletto, e quasi sommando le ragioni del vivere e del morire. Importa conoscere come Giacomo pervenisse alla medesima conseguenza per una via diversa da quella di Beatrice.
—Quantunque, ei discorreva fra se, io abbia fatto mille volte questo conto, pure, adesso che mi avvicino al momento di saldarlo, ripassiamolo per vedere se torna. L'uomo ha da considerarsi in tre maniere: riguardo al suo Creatore, riguardo alla città, e riguardo alla famiglia. Incomincio dalla famiglia, e in questa parte la ricerca ha da farsi così—per la famiglia propria, e per la famiglia dei parenti. In quanto a me la famiglia dei congiunti si riduce alla paterna, imperciocchè in quanto agli altri poco curano me, ed io niente loro. Ora è chiaro che mio padre mi odia con tutti i sentimenti dell'anima e del corpo, ed io per necessità mi trovo condotto a dargli frutto corrispondente al seme. Posto che le cose rimanessero a questo punto… oh quanto è incomportabile affanno dovere odiare il proprio genitore! Ma qui non si fermano: egli mi perseguita, m'infama, e mi travolge nella disperazione della miseria. Se la mia anima si accomodasse a questo carico, un giorno mi avverrebbe di contrastare ai cani le immondezze che gettano per le strade, o morire di fame sotto il portico di una chiesa. Se, all'opposto, l'anima deliberasse sferzare il destino, ecco mi trovo attraverso la strada la vita di mio padre, io la calpesto, e passo; che cosa mi aspetta dall'altra parte? Forse il patibolo, certo il rimorso, e la eterna dannazione. Luisa ha inchiodato il mio nome su la gogna, e vivere e soffrire sarebbe un prestare la marca del mio casato ai figliuoli che non nascono da me. Bel mestiere, per dio! I fanciulli m'inseguirebbero con gl'improperii per le vie; gli adulti mi tentennerebbero il capo dietro come a miserabile ribaldo. Potrei vendicarmi;—sì, alzare la mia vergogna come un gonfalone perchè possano vederla anche i più lontani. I tempi non somministrano campo ad atti generosi, nè a studii onesti. La Inquisizione aborre gente che sappia; ella vuole gente che creda: or via, da bravo; consuma qualche rubbio di grano; divora qualche quarto di bove; per uno che sei popola il mondo di quattro, o cinque, od otto infelici; accendi parecchi moccoli ai santi, recita alcune dozzine di rosarii, e muori. Ma no… ti si apre il cammino per farti degno di fama; con che? Con le armi forse? Ingiuria partorisce ingiuria; la maladizione scrive, e la vendetta legge. Con gli studii? Oh! questa è una via, che dalla ignoranza conduce diritto allo errore. Se ti mantieni ignorante, e tu cammini pel buio; se ti erudisci, l'anima si circonda col cilizio del dubbio. E poi, che cosa avvertirà i posteri del tuo sentiero nella vita? La lapide finchè le grappe la terranno su per la parete, o finchè i piedi non l'avranno logorata sul pavimento della chiesa. E ai posteri che cosa importerà di te? Importa a te dei tuoi avi? Non li conosci. Pei tempi che corrono, però, tu puoi scegliere tra la stupidità e la ferocia:—e se io non volessi essere stupido, nè feroce? Se io gitterò via questa vita, che mi tribola, Dio mi condannerà? Perchè?… Egli mi aveva concessa una tazza colma di esistenza, e grazie gli sieno; parte ne ho bevuta, e parte io rovescio a terra—facendone libazione agli Dei. La vittima quanto più cara, tanto più riesce gradita nell'alto; ora, che cosa a noi può essere più caro di noi stessi?—Così fantasticando egli giunse alle sponde del Tevere.
———
Il mormorio delle acque, per l'uomo che sta in procinto di annegarsi, percuote i sensi sublimati dalla morte imminente; vario, distinto, moltiplice a guisa degli effluvii che si spandono dalla famiglia infinita dei fiori. Su la cima delle onde gli si affacciano forme aeree che guizzano, scivolano, si tuffano, tornano a galla, si baciano abbracciandosi, o prendendosi per mano menano balli voluttuosi;—accolte nel cavo delle mani le chiare acque, gliele spruzzano in volto invitandolo con sorrisi e con cenni. È questa illusione di mente inferma, o gli elementi vanno abitati da spiriti misteriosi, che camminandoci al fianco ci sussurrano alle orecchie le buone, o le cattive determinazioni? Omero ci rappresenta dee e numi, invisibili consiglieri degli eroi. A Socrate sapientissimo pareva sentirsi un demone nel seno. Nelle sacre carte occorrono e pitonesse, e larve, e genii malefici, e angioli amorosi. Il Tasso porgeva ascolto al suo genio familiare. Sacrobosco insegnò le sfere sotto la luna andare popolate di spiriti, e Cecco di Ascoli, ai tempi dell'Alighieri, propagò siffatta dottrina. Milton favella di voci arcane, che si odono fra il cielo e la terra; al fato e ai genii prestarono fede Mozart, Napoleone, Byron ed altri infiniti, così antichi come moderni. Nella Irlanda, paese cattolico per eccellenza, non vi ha famiglia che non possieda unaBauskie, o spirito, di cui lo ufficio si assomiglia a quello della Nonna sanguinosa, e di Meleusina. Meleusina era una larva, che compariva sopra i torrioni del castello dei Lusignano, quando alcuno di cotesta casata doveva morire. Follìe!—Io non vi parlerò dei Mesmerismo, dello Illuminismo, e di altre cose siffatte, alle quali i nostri padri, dopo Voltaire e la Enciclopedia, posero piena credenza. Vi narrerò la cena di Cazotte, attestata da testimoni gravissimi. La rivoluzione di Francia si approssimava, e gli uomini destinati a sostenere in quella una parte distinta raccolti a mensa parlavano del regno della ragione, e della felicità universale. Cazotte torbido taceva. Interrogato circa alla causa della sua mestizia, rispose: «con gli occhi della mente prevedere orribili fatti»; e siccome il marchese di Còndorcet lo scherniva, egli gli disse: «voi, Còndorcet, vi avvelenerete per sottrarvi al carnefice». Scoppiano risa, e gridi giocondi. Cazotte continuando predice a Chamfort, che si taglierebbe le vene; a Bailly, a Malesherbes, a Boucher, che morirebbero sul patibolo.—Ma almeno saranno risparmiate le donne?—esclamò allegramente la duchessa di Grammont. «Le donne? Voi, signora, e bene altre dame con voi saranno condotte alla piazza della Giustizia con le mani legate dietro il dorso».—Per modo che voi non mi lasciate nemmeno il conforto di un confessore?—«Confessore! L'ultimo condannato che lo avrà, sarà—e dopo avere esitato un momento—sarà il Re di Francia». I convitati compresi da terrore si levarono; e, quasi per provocare presagi meno tristi, a lui, in procinto di partire, domandò la duchessa:—E a voi, profeta, qual destino riserbano i cieli?—Piegò la testa, e, meditato alquanto, rispose: «Nello assedio di Gerusalemme un uomo per sette giorni di seguito fece il giro delle mura gridando con voce di terrore: sventura a Gerusalemme, sventura! Il settimo giorno gridò:sventura a me!E al punto stesso un sasso enorme briccolato dalle baliste romane lo colse, e lo stritolò». Ciò detto salutava, e partiva; e come disse avvenne[10].
Non vi basta? Ebbene; eccovi uno esempio di caso recentissimo, accaduto durante la mia prigionia. Nel 17 maggio 1850 ilGiornale dei Dibattimenti, dopo avere narrato che una larva bianca compariva alla casa degli Hohenzollen quando stava per succedere a qualche membro di cotesta famiglia alcuna sventura, assicurava correre voce, che nella notte del 10 aprile 1850 la dama bianca era comparsa nel castello di Berlino. La sentinella del reggimento imperatore Alessandro dei Granatieri gridò tre volte: «chi viva?» Non ottenendo risposta, insegue il fantasma con l'arme di contro al muro, dove ella sparisce. Nel 22 maggio successivo Sefeloge trasse una pistolettata al re Federigo Guglielmo mentre stava per partire alla volta di Posdam![11]
La ragione condanna simili fantasticherìe;—ma se la ragione condanna, la coscienza approva; e la ragione in balìa del sentimento è straccio di carta legato al piè di una rondine.
Inoltre, la ragione veramente condanna? Considerando la natura noi vediamo com'essa proceda non già per via di salti, ma gradatamente nelle sue creazioni: dai minerali, materia passiva e sterile, noi passiamo alle piante dove incontriamo un moto, una serie di sensazioni, una riproduzione, un palpito insomma di vita: poi ci occorrono le conchiglie e i coralli, e stiamo incerti se devansi annoverare nel regno animale, o vegetale: ancora, la transizione da specie a specie tra gli animali si opera per via di anelli intermedii; così l'anello mezzano, che unisce i volatili agli animali terrestri, viene rappresentato dallo struzzo; tra gli animali terrestri e gli acquatici si pongono gli anfibii; le scimmie stanno a cavallo sopra i confini della bestia, e dell'uomo. Ora se così apparisce graduato il passaggio negli enti rammentati, come avremo a supporre noi che rimanga vuota la immensa lacuna che passa fra gli uomini e le sostanze divine? Perchè le medesime sostanze divine non crederemmo varie fra loro? Dio non è diverso dagli Angioli? Gli Angioli non serbano tra essi gradi, e preminenze distinte? Le apparizioni possono nascere dalla nostra fantasia; tuttavolta la fede diversa professata senza interrompimento per tanti secoli da uomini di varia religione, di varia civiltà, e di vario intelletto, merita pure richiamare il pensiero dei filosofi. Se mi domandi: Quando avrai pensato, che cosa ti verrà fatto concludere? Io rispondo, che questa è un'altra cosa. La scienza è fuoco, l'anima farfalla, e la cenere troppo spesso il frutto dei pensamenti umani…
———
Giacomo Cènci, curvo il petto e le spalle, intendendo fissamente gli occhi nel Tevere, vide, o gli parve vedere emergere dal profondo una forma leggiadra di donna,naiade, ondina, oninfa delle acque, e apparire vaga, indeterminata come la nostra immagine quando ci affacciamo per l'acqua commossa, e avvicinandosi a mano a mano farsi distinta[12]. Aveva le chiome cerulee stese giù per le guance e pel seno, stillanti gocce lucide dell'iride che scaturisce dalle gemme; la faccia del colore di perla, dai suoi occhi verde mare balenano sguardi i quali si appuntano dolorosamente negli sguardi del Cènci per modo, che gli pareva glieli abbacinassero; ma non sapeva staccarsene, sollecitandolo acuto una voluttà acerba, uno spasimo soave. Dalle labbra di corallo, mobili quanto i suoi occhi stavano fissi, usciva un suono che si diffondeva dolce su le acque, quasi note di armonica;—suono che Ulisse non seppe vincere altrimenti che turandosi gli orecchi con la cera.
—Benvenuto, ella mormorava, benvenuto l'amico segreto del mio cuore; vieni, io sono fresca, e tempero l'arsura nelle membra febbrili; vieni, io ti darò a bere l'acqua gelida, che non si attinge a fontane terrestri;—l'acqua di Lete, che procura l'oblìo. Se vorrai dormire io ti apparecchierò in questi miei umori un letto di aliche molle così, da infondere sonno nei corpi che non conoscono più riposo;—qui nel profondo tu albergherai in palazzi di carbonchio incrostati di zaffiri; sotto la volta delle acque non morde aura ghiacciata di verno, non affanna l'ardente Sirio; quaggiù viviamo dilettate porgendo le orecchie allo arcano mormorio che muove dalle cose, le quali si formano e si disformano perpetuamente nelle viscere del mondo. Noi, se ti piace, o diletto, spazieremo seduti sopra la schiena dei delfini per la superficie delle acque, o inseguiremo negli antri profondi i pesci che fuggono, e gli altri che si difendono combattendo con la spada, o con la sega;—io t'insegnerò a radere con la punta estrema dei piedi il fiore dell'onda, e a palpitare di voluttà con le acque quando i raggi della luna penetrano loro nelle viscere, e l'agitano con tremito di fosforo. Io mi accosto a te, tu accostati a me.—Scortese! Io, vedi, ti tendo le braccia; a me contesero i fati oltrepassare il confino delle onde: qui ti aspetto;—qui c'incontreremo;—e qui ti bacerò.
Il destinato allora sente un brivido nelle ossa; i piedi gli diventano piuma, e il capo piombo; cerca anelante le labbra della ondina, fende l'aria, tocca l'acqua, e la bacia. La ondina in quel punto solleva le braccia grondanti, lo avviluppa, e lo cuopre nel suo abbracciamento.
Il giorno appresso sopra la sponda desolata, fra un canneto, per la sabbia s'incontra un cadavere gonfio, pieno di arena i capelli, gli occhi e la bocca: la sua pelle mostra i colori delle erbe marine: gli occhi, comunque spenti, pare che cerchino sempre qualche cosa, nè mai si giunge a farglieli stare chiusi:—egli sembra morto di piacere… veramente il bacio della ondina gli ha dato la morte.—
Ma Giacomo Cènci sul punto di spiccare il salto fatale era tenuto forte da due mani sul parapetto, ed una voce nota lo chiamò:
—Forsennato! che fate voi?
Giacomo attonito levò un momento il capo, e poi lo ripiegò verso il Tevere. Ogni canto era cessato; le voci tacquero, la bella faccia della ondina disparve. Allora la sua anima, spinta fino allo estremo limite dello infinito, stornò aborrente agli uffici consueti della vita, e vide, o conobbe l'amico Guido Guerra.
—Oh! Guido…
—Sciagurato!—Tra commiserando, e rimproverando proseguiva monsignoreGuerra; e i vostri figliuoli?
Giacomo scosse le spalle, e non rispose verbo; lasciò condursi rifinito di forze come uomo senza volontà; solo quando si accorse mettere il piede sopra la soglia di casa sua, volto a monsignore Guerra gli favellò:
—Amico, se voi credete che io debba ringraziarvi, v'ingannate. A questa ora, voi non impedendo, io aveva letto illaus Deodella vita, chiuso il libro, e conosciuto com'era andata a finire: non bene, per dio, non bene; ma siccome potrebbe andare a concludere anche peggio, così mi contentava. A rischio di passare per ingrato, no, io non vi ringrazio.
Nello entrare in casa gli si presentò una vista assai strana.
«Temistocle, narra Plutarco, vedendosi perseguitato dagli Ateniesi e dai Lacedemoni, si gittò in seno a speranze dubbiose e difficili rifuggendosi ad Admeto re dei Molossi, dal quale era avuto in odio per certa repulsa superba fatta alle istanze di lui mentr'egli teneva la suprema magistratura in Atene. Pure Temistocle, temendo adesso più la nuova invidia dei suoi nemici che lo antico sdegno del re, determinò implorarne l'aita con modo singolare; imperciocchè presone il pargoletto figliuolo nelle braccia, si prostese supplicando davanti l'ara domestica; la quale maniera di pregare si reputava presso i Molossi solenne, e la sola che non potesse rifiutarsi»[13].
Così un uomo di sembianza sinistra, membruto a modo dell'ErcoleFarnese, tenendo nelle braccia il minore dei figliuoli di GiacomoCènci, verso di questo lo sporgeva supplichevole.
Cotesta squisitezza di affetto era facile che si dimostrasse da donna Luisa amante, e madre; ma come fosse caduta nell'animo ad Olimpio, natura tristamente salvatica davvero, non si saprebbe immaginare. Talora le api posero il favo del mele nella gola della fiera; ma ella è cosa tanto straordinaria, che Sansone ne fece argomento di enimma pei Filistei[14].
Ma il partito giovò ad Olimpio; che tenendo il fanciullo come il corno dell'altare, confessò pianamente a Giacomo tutte le sue colpe commesse per ordine del Conte Cènci al fine di distruggergli la pace domestica. Intanto il pargolo sollevava di tratto in tratto le sue manine, e tutto vezzoso rideva, sicchè Giacomo non seppe sdegnarsi contro Olimpio; il quale, colto il destro, posto nelle braccia del padre il fantolino, soggiunse:
—Ora, poichè col figlio vi ho portato la pace, in grazia di questa innocente creatura, che per me intercede, io vi supplico, signore, che mi vogliate perdonare.
Giacomo tacque, e girò gli occhi attorno torbido sempre, e sospettoso; se non che Luisa, indovinando quel muto linguaggio, trasse da parte Olimpio; e postasi genuflessa davanti al marito, così gli disse:
—Mio sposo, e signore; noi abbiamo scambievolmente dubitato della nostra fede. A me valga per iscusa considerare che dalla perfida lingua del serpente non seppe guardarsi neppure Eva, la quale, come uscita dalle mani stesse del Creatore, deve supporsi che fosse composta con perfezione maggiore di noi. Avendo conosciuto lo scellerato fine a cui mirava Francesco Cènci, e considerando gl'ipocriti non meno che tristi argomenti posti in opera da lui, io mi credo sciolta da ogni promessa giurata, e vi faccio manifesto come, mossa dalla disperazione, io me ne andassi dal suocero, gli esponessi lo stato della nostra famiglia, e lo supplicassi a soccorrere i miei figli desolati, che pure erano suo sangue. Di padre amoroso le parole furono e gli atti: a me, credula per passione, narrò una lunga storia dei vostri amori, e di danari profusi in lascivie, e negati ai figli, e mi sovvenne benignamente di trecento scudi, a patto che non vi palesassi da cui mi venissero: così, con perfido consiglio, a me dava ad intendere voi perduto dietro adultera pratica; a voi, che io a prezzo di vergogna procurassi agiato vivere a me, e ai nostri figli…
La donna con tanta veemenza, e prestezza aveva favellato fino a questo punto, che Giacomo non la potè interrompere. Qui però le troncava la voce dicendo:
—Cotesta posizione male conviene alla moglie di Giacomo Cènci. S'ella meritasse che il suo marito la rilevasse da terra, egli non le potrebbe dire: Luisa, il tuo posto è qui sul cuore del tuo Giacomo, che ti ha amata, e che ti ama tanto…
Si abbracciarono, e piansero lacrime di tenerezza. Lasciamo che sgorghino copiose, e soavi; forse chi sa se la fortuna appresterà più loro la occasione di versarne di piacere.
I figli, comunque fanciulletti si fossero, che il maggiore non arrivava ai sette anni, piangevano anch'essi di allegrezza, ed esultavano aggruppati in atti dolcissimi quali intorno al padre, e quali intorno alla madre. Monsignor Guerra e Marzio, quantunque li premesse urgente il bisogno di mandare ad esecuzione certo loro disegno, non ardivano turbare la santità degli affetti domestici. Olimpio, postosi a sedere in terra con le spalle appoggiate alla parete, quasi di soppiatto erasi di nuovo impadronito del fanciullino, e, ora sollevandolo ora abbassandolo, lo faceva ridere.
Davvero egli era oltre ogni credere vezzoso: rassomigliava al bambino Gesù dipinto dallo Albano, che dorme sopra una croce; e il figliuolo di Giacomo Cènci rendeva la pittura dello Albano anche per un altro motivo, imperciocchè la fortuna lo stendesse appena nato sopra una croce senza fine amara, come conosceranno coloro che vorranno proseguire la lettura di questa storia dolente.
Il bandito considerando cotesta fronte purissima richiamava invano col desiderio i giorni nei quali, egli fanciullo, forse destò nell'anima di cui lo guardava un simile affetto.—Quando glielo tolsero per rimetterlo nella culla gli parve sentirsi uscire di mano la ultima tavola, sopra la quale aveva confidato salvarsi dal naufragio.
[1] Nello intento di adulare Ottaviano Augusto, gl'inviati di Tarragona gli referirono, un giorno, come sopra la sua ara fosse cresciuto un alloro (altri dicono una palma). Augusto, sdegnando essere tolto a compare di questa goffa piaggerìa, rispose: «Questo è segno espresso, che voi non vi curate sagrificare vittime in onor mio.»Vita di Ottavio Augusto, attribuita aPlutarco.
[2] «Poi vidi nella destra di colui, che sedeva sul trono, un libro scritto di dentro e di fuori, suggellato con sette sigilli».Apoc. Cap. V. n. 1.
[3] Scilla, racconta la favola, fu ninfa, e di lei innamorò Glauco dio marino; il quale non le potendo toccare il cuore ebbe ricorso a Circe maga, che gli compose certo suo filtro da mescolarsi con l'acqua della fontana dove la ninfa si bagnava. Scilla, entrata nel bagno, si trovò cangiata in mostro con sei bocche e sei teste, ed una cintura di cani le si cinse alla vita. (Odissea, lib. XII. v. 85 e segg.Eneide, lib. III. v. 424 e segg.) Il FLAXMAN, nelle sue composizioni della Odissea, rappresenta Scilla circondata da cani, e così pure si osserva negli antichi cammei. Questo vortice marino prossimo alla Sicilia, secondo chePausaniaafferma (II. c. 34), col fragore delle sue acque imita i latrati dei cani.
[4] Dicesi che avendo Pausania, mosso da vergognoso appetito, mandato a prendere una fanciulla di Bisanzio, che aveva nome Cleonice, figliuola di genitori ragguardevoli e chiari, questi gliela lasciarono condurre da necessità costretti, e da tema; e che avendo ella pregato, prima di entrare nella stanza, che spento vi fosse il lume, inoltrandosi poscia all'oscuro, e tacitamente verso il letto in cui già Pausania dormiva, urtò non volendo nella estinta lucerna, e la rovesciò; e ch'egli destatosi con agitazione allo strepito, e sguainato un pugnale che teneva appresso, cominciò a dare dei colpi come se qualche nemico gli si facesse incontro, e ferì la giovane; la quale essendo morta per una tale ferita, mai più non lasciò poi riposare Pausania; ma frequentemente di notte gli appariva fra il sonno in forma di larva, e con impeto di collera gli diceva un verso eroico di questo significato
Va all'ultrice giustizia, che ti aspetta; Male assai grande è agli uomini la ingiuria.
Per un'azione siffatta male potendolo sopportare gli alleati, andarono insieme con Cimone ad assediarlo; ma Pausania se ne scampò fuori di Bisanzio, ed agitato, per quanto si racconta, da quel fantasma, rifuggissi ad Eraclea nel tempio Negromantico; e chiamando quivi l'anima di Clèonice, supplicavala di volere deporre lo sdegno: ella però comparitagli, disse che ben tosto liberato sarebbe da ogni male come giunto fosse in Lacedemonia; alludendo, com'è probabile, a quella morte, ch'era quivi per incontrare. PLUTARCO, inVita Cimonis. Che poi questo spettro comparisse a Pausania ogni qual volta si affacciava alla superficie delle acque, si ricava dalDizionario infernalealla parolaIdromanzia.
[5] Semplice traduzione di due versi di Condorcet,giustiziatonella prima rivoluzione di Francia:
Ils m'ont dit: choissis être oppresseur, ou victime.J'embrassai le malheur, et leur laissai le crime.
[6]………. in un col latteT'imbevvi io l'odio del patrizio nome;Serbalo caro; a lor si dee, che sonoA seconda dell'aura o lieta, o avversa,Or superbi, ora umili, infami sempre:
disse il conte ALFIERI nellaVirginia.
[7]Suburrache fosse lo diremo in latino, valendoci delle parole altrui: «Erat regio (Romae) in qua meretricium diversoria erant: quae ob id Suburranae dicuntur a poetis».Thesaur, ling. latin. t. IV.—In Roma poi vendevansi ceci e noci fritte, e di questo cibo assai si mostrava vaga la plebe. Nell'Arte Poeticadi ORAZIO troviamo il verso 249, che dice:
Nec si quid fricti ciceris probat, et nucis emptor;
e nellaBacch.di PLAUTO l'altro, concepito:
Tam frictum ego illum redeam quam frictum est cicer.
[8] «Imperciocchè anco le preghiere sono figliuole di Giove: zoppe,grinzose, e guerce degli occhi; e queste andando dietro laingiuria la emendano. La ingiuria è gagliarda, e di piè fermopassa per tutta la terra offendendo, ed esse le tengono dietro, emedicano i di lei danni. Ora, chi rispetta le figlie di Gioveallorchè gli si accostano, questo sarà vicendevolmente assaigiovato da loro, ed esaudito quando ei prega; ma se alcuno lerigetta, ed ostinatamente le recusa, allora queste andando preganoGiove Saturnio che la ingiuria persegua colui acciocchè, offeso,paghi la pena della sua durezza». OMERO,Iliade, lib. IX.
[9] «In ogni tempo, in ogni contrada i patrizii hanno perseguitatoimplacabilmente gli amici del popolo; e se per caso alcuno nesorse nel grembo loro, sopra di questo particolarmente percossero,studiosi d'incutere spavento con la grandezza della vittima. Cosìperiva l'ultimo dei Gracchi per la mano dei patrizii; ma giuntodal colpo fatale, lanciò un pugno di polvere contro il cieloprendendo in testimonio gli Dei immortali, e da quella polverenacque Mario. Mario, meno grande per avere sterminato i Cimbri,che per avere abbattuto in Roma l'aristocrazia della nobiltà».MIRABEAU,Mémoires, t. V p. 256.
[10] LUIGI BLANC.Storia della Rivoluzione di Francia, t. II, lib. 3.
[11]Giornali del tempo, e segnatamente ilDébats.
[12]Quali per vetri trasparenti e tersi,Ovver per acque nitide e tranquilleNon sì profonde, che i fondi sien persi,Tornan dei nostri visi le postilleDebili sì, che perla in bianca fronteNon vien men forte alle nostre pupille.Paradiso Canto III.
[13] PLUTARCO,Vita di Temistocle. Il Visconte diChateaubriandnelle sue Memorie,t.I. p. 290, scrive: «Quando un uomo domandava la ospitalità presso gl'Indiani, lo straniero incominciava il ballo del supplichevole. Un fanciullo toccava la soglia, dicendo: «ecco lo straniero!» Il capo rispondeva: «mettilo dentro». Lo straniero protetto dal fanciullo sedeva su la cenere del focolare. Le donne cantavano l'inno della consolazione … Questi usi sembrano imitati dai Greci. Temistocle presso Admeto abbraccia i Penati, ed il figliuolino dell'ospite. Ulisse in casa di Alcinoo implora Arete così: «nobile figlia di Resenore, dopo avere durato mali crudeli io mi prostro davanti a voi ec.». Compiute queste parole l'eroe si asside sopra le ceneri del focolare».
[14] Lo enimma dato da Sansone ai Filistei, diceva: «dal divoratore uscì il cibo, dalla forza venne la dolcezza»; ed accennava allo avere egli trovato un favo di mele nella bocca del lione morto.Giudici, C. IV.
Or di tante grandezze appena restaViva la rimembranza; e mentre insultaAl valor morto, alla virtù sepulta,Te barbaro rigor preme, e calpesta.TESTI,A Roma
Giacomo Cènci convitato a mensa da monsignore Guerra si ridusse a casa tardi nella notte successiva; e se a donna Luisa quella sua dimora soverchia fu motivo di affanno, il suo giungere non la consolò meglio; imperciocchè egli si dimostrasse pensieroso e mesto: ricusò vedere i figliuoli; si astenne perfino da baciare, come soleva, lo infante; anzi al vagire di quello tramutò visibilmente nella faccia. Postosi a giacere lo travagliarono sogni tormentosi, e fu sentito lamentarsi dicendo; è morto! è morto! Allo improvviso si svegliò esterrefatto; girò attorno torbidi gli sguardi, e, vistasi la moglie al fianco, l'abbracciò stretto stretto come soverchiato da interna passione, esclamando non senza lacrime:
—Quanto era meglio che io avessi cessato di vivere!
—Ti penti forse essere tornato nel seno della tua famiglia che ti adora?—gli rispondeva la moglie affettuosissima.
—No, Luisa, no; Dio me ne guardi; e ciò nonostante, credimi, sarebbe stato meglio che io fossi morto… e lo vedrai.
—Luisa da femmina discreta tacque, attribuendo cotesto fastidio angoscioso alle commozioni passate; e confidò nel tempo, nelle sue cure, e nelle carezze dei figli per ricondurre la pace nello spirito agitato di lui.
In quella medesima notte si partirono da Roma Marzio ed Olimpio provveduti di molta moneta di oro. Cavalcavano due poderosi cavalli; e comunque camminassero senza sospetto d'incontrare per via cosa che fosse al loro andare molesta, pure procedevano muniti di armi pronte a far fuoco.
Scorsi alquanti giorni, don Francesco sentendosi bene della persona disposto, e del piede abbastanza rimesso, certa mattina, sul fare dell'alba, sveglia di repente la famiglia, e le ordina, che così come si trovava vestita scendesse.—Nel cortile Beatrice vide apparecchiati cavalli da sella, la carrozza, ed uomini di scorta; indizio manifesto di lungo viaggio. Dove il padre la menasse, per quanto tempo sarebbe rimasta lontana da Roma, questo fu quello ch'ella non gli domandò, nè alcuno della famiglia si attentò a richiederglielo.
Il Cènci aveva provveduto a tutto con la sua ordinaria solerzia. Non gli parendo bene avventurarsi co' soli famigli per le vie infami, che da Roma conducevano alla Rocca Ribalda, aveva stipendiato per alquanti giorni una mano di guardie campestri, che gli tutelassero il cammino. Altre volte egli aveva percorso le cinquantotto miglia che passano tra la città e cotesto feudo, in un giorno solo; ma adesso non vi era da contarci sopra, considerando da una parte la carrozza lenta a muoversi, e dall'altra le strade o sprofondate nella polvere, o dirotte pei poggi, e il caldo grande della stagione. Nei cariaggi il Conte aveva fatto riporre biancherie, argenti, di ogni maniera vettovaglie, e vini di più ragioni, fra i quali una fiasca di keres che aveva sopra la veste dipinta la data del 1550, raccomandando che ne avessero cura particolare.
Beatrice, prima di entrare in carrozza, indirizzandosi al Conte gli disse:
—Signor Padre, ho da parlarvi…
—Silenzio; salite…
E Beatrice, volgendogli supplichevoli le mani, di nuovo:
—Signor Padre, uditemi per lo amore di Dio… ne va della vita vostra…
Ma il Cènci, reputando coteste smanie sforzi per sottrarsi dallo aborrito viaggio, la cacciò di una spinta in carrozza, chiuse a chiave lo sportello, e fece abbassare diligentemente le cortine.
Dato il cenno della partenza don Francesco salì con gli altri a cavallo, e tutti si posero in via senza dire un fiato. Cotesta compagnia, più che di cavalcata viaggiatrice, aveva sembianza di associazione di qualche illustre defunto. Uscirono dalla porta di San Lorenzo, e tenendo sempre la strada Tiburtina giunsero a Tivoli.
Non poeta traversò la campagna romana senza cantare il tumulto degli affetti, e dei pensieri che destò nel suo animo la vista di tanti luoghi solenni per grandezza di antiche memorie, per decoro di fabbriche, e per desolazione moderna: solo che il cuore gli si commuovesse a pietà, spontanee e belle gli uscirono le parole dai labbri come le lacrime dagli occhi.—Nessuno ardì maledirci—nessuno—tranne uno solo, nato dalla gente che ha per costume di rompere la fede ridendo[1];—il quale non aborrì insultare un popolo fatto cenere per la vendetta del mondo congiurato a suo danno, per la maligna onnipotenza dei fati, e pel perpetuo tradimento dei suoi;—egli solo calpestava lo immane sepolcro oltraggioso e protervo; però che ci venisse dalla gente leggiera, farfalle insanguinate, astiosadel parlare, e della fama romana[2].
Non pittore traversò la campagna romana senza rapire a questo cielo qualche tinta azzurra e di oro per trasportarla sopra i suoi quadri, che indi furono divini. Dacchè Dio volle che l'aere di questo sepolcro si mantenga glorioso, e magnifiche sieno le aurore, e stupendi i crepuscoli. Le querce annose scuotendo le fronde al vento mormorano antichi misteri, e l'erba cresciuta sopra le fosse funerali spira voce fatidica.
Passerò io per la campagna romana senza gittarvi sopra uno sguardo di pittore, o di poeta? Le pagine immortali del Byron, del Goëthe, della Staël, del Montaigne, e di altri famosi antichi e moderni scrittori mi sbigottiscono forse? Oh! l'ala della immaginazione percuotendo contro i ferri della carcere si rompe, e gronda sangue. La musa, vergine mite, si arresta sul limitare della casa dei sospiri, e torce altrove lo sguardo. Levando gli occhi in alto io non incontro più la casta faccia delle stelle, che versano su l'anima luce, amore, e poesia. I campi aperti e il sole mi tornano alla mente affaticata dalla empia virtù della prigione, come le immagini dei ruscelletti del Casentino tormentavano maestro Adamo condannato a perpetua sete nello inferno[3].—Ma dalle mani di Dio escono spiriti tranquilli, che, a guisa di lago, compiaccionsi riflettere nella limpida superficie le sponde floride, i colli cerulei, i bianchi casolari, la parrocchia, il campanile, le croci del camposanto di campagna,—le gioie, insomma, di coloro che nascono inosservati come le foglie di aprile, e muoiono inosservati come le foglie di autunno. Ogni soffio leggiero da cima in fondo gli scompiglia, e la pace, rimane in essi sconvolta con la dolce armonìa. Altri poi, senza requie commossi, amano fare specchio di se alla faccia di Dio divampante fra i fulmini come l'oceano in tempesta: si nutriscono di procelle, e le corde di ferro delle loro arpe eolie non rendono suono se non le scuote il fulmine. Ora, quando pure la sventura non avesse inaridito il mio spirito come fa il sole della erba dei campi; quando pure il mio spirito non avesse rovesciata la sua fiaccola a guisa di genio al fianco di un sepolcro, perchè userei la sua forza ad evocare sopra le pianure antiche eserciti di combattenti, e agiterei con palpito nuovo i miei lettori sopra le vicende della pugna, e i pericoli di una gente, il cuore della quale cessò di palpitare da venti e più secoli? Perchè aprirei sommessamente le porte del tempio di Giano, di cui il cigolìo scuoteva un giorno le viscere della terra? Con qual consiglio popolerei la via sacra di carri, di cavalli, e di cavalieri armati lampeggianti ai raggi del sole? Perchè la ingombrerei di nuvole profumate, che si alzano dai turiboli d'oro, (—profumi, e vasi rapiti—) di sacerdoti, di vittime, e di re barbari incatenati? Perchè i nitriti di cavalli, e le grida dei cavalieri già da mille anni disfatti spaventeranno gli echi ormai usi da secoli a ripetere il salmo cantato dietro la povera bara del villano morto di febbre dal frate tremante pel ribrezzo della febbre? Scoperchiamo gli avelli, e interroghiamo le ossa dei sepolti in questa parte della campagna romana—gli Orazii, i Plauzii, gli Scipioni—: costringiamo anche Cestio,—anche Metella, entrambi i quali nascosero il mistero della loro vita sotto splendidi monumenti, lasciandoli ai posteri come uno enimma a indovinare—a narrarcelo intero. Io posso, per virtù di poesia, farvi vedere dalle gelide labbra dei morti scintillare parole come faville elettriche. E quando tutto questo potesse farsi, e quando tutto questo facessi, qual prò ne ricaverebbe la Patria? Forse dalla storia dei gesti antichi ricaverebbero argomento di forza i viventi? Ahimè! Dio si è ritirato da noi perchè la nostra ignominia supera la sua misericordia. Forse delle glorie antiche vorrò comporre un flagello nuovo per percuotere la moderna fiacchezza?—Tutti siamo rei. Vestiti di cilizio, col capo cosparso di cenere, prostesi a terra i Profeti lamentarono la desolazione di Gerusalemme: sopra i fiumi di Babilonia le vergini di Sion, sospesa l'arpa ai salici,—piangevano l'amara schiavitù:—più felici di noi perocchè lamentassero ad alta voce, e tutti i Giudei accompagnassero i mesti inni con i singulti! A noi è tolta perfino la libertà del pianto. Deh! sussurrate sommessi, onde per avventura il vostro ronzìo non rincresca allo straniero, e vi calpesti come i vermi della terra;—gemete sommessi, onde i vostri stessi fratelli non vi denunzino al giudice fratello, e questi vi mandi in prigione o per gli ergastoli, o a morte per amore dello straniero, che gli dà pane, titoli, e infamia.
Addio, cascate di Tivoli; invano il vostro Genio tenta abbagliarmi coll'iride, che mandano gli zampilli dell'acqua rotta su gli orli dello abisso:—voi non avrete gli onori di altri canti.—Addio, flutti pallidi dell'Aniene, consapevoli dei riti arcani degli Aborigeni; scorrete in pace per la morta campagna: io non vi domanderò se le stirpi andate degli Enotrii, degli Ausonii e degl'Itali fossero più o meno infelici di noi sopra questa terra, dove la mèsse, alimento dell'uomo, cresce per solchi pieni di morte; la vigna, letizia del cuore, per la costa riarsa del vulcano; la intelligenza, fra i pruni della superstizione; la virtù, sotto il taglio della mannaia. Ahimè! ahimè! Il fegato di Prometeo non è favola in Italia.—
Ma se sarebbe vanità rammentare glorie vetuste, mi giova tratto tratto soffermarmi nella via che percorrono i miei personaggi, e raccogliere gli amari pensieri che desta la vista di luoghi famosi per ricordanze lugubri. Il dolore è della famiglia dei cancri, e intende essere alimentato di carne, e della più sensibile del cuore umano. E non sapete voi, che la creatura può trovarsi ridotta in tale stato da mettersi con piacere le dita nella piaga, e lacerarla, e vederne, esultando, stillare fino all'ultima goccia il suo sangue? Catone, quando altro non gli fu dato, si strappò le viscere, e le battè nel viso alla fortuna, come costumavasi fare ai traditori.
Ecco da questo lato il campo di Marte, che fu podere di Tarquinio il superbo. Il Popolo, nel giorno della vittoria ne svelse le spighe mature, e le gittò nel Tevere;—i manipoli resistendo al corso delle acque sceme mescolaronsi con la terra, e ne composero l'isola sacra dedicata ad Esculapio, dio della Salute[4]. Ma quante volte il Popolo seppe rammentare, che i doni del tiranno si convertono in arsenico dentro le sue viscere? Tutti si stringono—ed io l'ho veduto, e lo vedo—tutti si stringono intorno alla tirannide a succhiare, come intorno alle infinite mammelle di Cibele. Vi aggrada cotesto umore? Succhiate, maledetti! A stille, e per mercede, vi si rende quello che a largo sorso fu bevuto dalle vostre vene.
Ecco la via Appia, che da Roma, traversando le paludi pontine, andava a Brindisi, reliquia di paterna grandezza rimasta come scherno delle nostre opere di un giorno. Lì presso contristano più moderne rovine, quelle di Anagni, dove fece naufragio il superbo concetto del Papato[5]. La guanciata di Sciarra Colonna sopra la faccia di Bonifazio VIII infranse irreparabilmente il triregno. Non essendosi aperta in quel momento la terra sotto i sacrileghi, come a Datan e a Core[6], il mondo dubitò che Dio stesse davvero (come gli s'imponeva credere sotto pena della eterna dannazione) col suo Pontefice. I colli di Roma non imitavano ancora il monte di Gerusalemme, dove si annidano le volpi[7]; qualche volta vi ruggiva anche il lione; ma da quel giorno in poi le chiavi di San Pietro,—le chiavi della Città Celeste—dall'avara viltà dei Sacerdoti furono sovente presentate ai Potenti della terra come chiavi di vinta città.
Ecco Ferentino, là dove è fama che Manfredi, impaziente di regno, calpestasse come uno scaglione la testa del padre Federigo per salire sublime. O corona! quanto hanno ad essere infernali i tuoi splendori, se un cavaliere sì degno non rifuggì acquistarti a prezzo di un parricidio!
Più oltre apparisce San Germano, dove i Pugliesi furono bugiardi a Manfredi per Carlo di Angiò; antica usanza di schiavi, che immaginano mutare stato perchè mutano soma. Si abbiano l'abbominazione dello antico signore, e il disprezzo del nuovo; chè troppo bene meritarono ambedue.
Da questa parte giacciono i campi Palenti, dove la stella scintillante della casa Sveva tramontò per sempre dentro un lago di sangue. Stella imperiale, la tua aurora fu vermiglia; il tuo mezzogiorno purpureo; il tuo tramonto sanguigno: nè quel colore fu ricavato dal mollusco dei mari di Tiro, bensì dalle vene degli uomini, che non ne mancano mai.
Volgiti al Mediterraneo; là, là è un piccolo castello, infame pel tradimento del giovane falco degli Hohenstauffen. Infelice Corradino! quantunque cresciuto alla preda, ci commuove il tuo fato di fiore reciso su l'aurora della vita. Tu almeno saresti stato leggiadro, ed animoso tiranno!—[8] Tu avresti sbranato, non leccato il sangue… E che cosa altro di meglio concessero le Eumenidi di fare al tiranno?
Poco oltre sorgeva un giorno Minturna; e lì Mario, trepidante per la sua vita, si nascose nel fango fuggendo coloro che lo cercavano a morte; e lì egli fugava col terrore dello sguardo il Cimbro omicida… Dio del cielo! allora ai nostri padri per fugare i barbari bastava la virtù di uno sguardo!—O Mario, che valsero i tuoi trionfi contro i Cimbri e i Teutoni, e che cosa valsero quelli del tuo fiero avversario Silla contro Mitridate? Andate perpetuamente maledetti, però che voi foste la rovina di Roma. Le discordie della plebe co' patrizii avvantaggiarono la repubblica finchè terminarono in leggi; ma quando il sangue cittadino scorse a rivi per le strade, e toccò il limitare dei tempii a guisa di onda commossa dagli Dei infernali; ma quando per la prima volta furono viste le spoglie di romani trucidati portate in trionfo insieme alle spoglie dei barbari, allora incominciò l'agonìa di Roma, e l'ombra invendicata di Annibale rise fin su la foce di Averno[9].
Dentro i sepolcri della proscrizione si generano i serpenti della discordia; il sangue chiama sangue da Abele in poi; e la Vendetta, tolti in prestanza dal Tempo l'orologio a polvere e la falce, guarda quello, e arrota questa: quando l'ora sarà giunta, popoli e genti cadranno come fieno mietuto:—anche la Morte ha da avere i suoi saturnali; e lo vedrete.
Volgiamoci all'Adriatico, poichè da questi luoghi si scorgono entrambi i mari; colà si levano ancora le torri di Ancona, le quali una volta rammentavano disperata difesa cittadina, ed esoso nemico respinto; oggi poi ricordano gemino stupro, e invendicato da gente, che si nutrisce di vergogna come di pane. Cesena richiama alla mente la strage nefanda ordinata dal Cardinale di Ginevra. Giovanni Acuto, soldato di ventura, sentì ribrezzo dello indistinto eccidio; ma il sacerdote furibondo urlava: «Sangue; io voglio sangue, e siano morti tutti»[10] O Cardinale, tu a buon diritto ti guadagnasti la porpora vermiglia.
Poco più oltre ecco Senigaglia, che dura famosa nel mondo pel modo tenuto dal duca Valentino, il truce bastardo di Alessandro VI, per ammazzare i Baroni della Romagna[11].
Così, sia che tu ti volga alla diritta, o alla sinistra sponda, i mari d'Italia gridano lungo i liti:tradimento!
Da Rocca Petrella guardando a oriente vedi le acque del lago Fucino: esse dormono adesso simili a quelle del mare morto. Un giorno furono piene di stridi feroci, di aneliti, e di stragi. Claudio, sazio delle morti del circo, qui volle letiziare i suoi occhi con lo spettacolo di una battaglia navale, e trovò tremila uomini, o piuttosto belve con la faccia umana, che consentirono a trucidare, e ad essere trucidati pel piacere dello Imperatore; nè già con ira, o imprecando sul capo di lui le furie, ma lieti e salutanti[12]. Così l'antica Roma ebbe più schiavi disposti a morire per la ricreazione di un tiranno, che Roma moderna cittadini per la libertà della Patria!
Basta.—Addietro visioni che spaventate l'anima agitandola.—Cessa una volta, spirito infermo, di scuotere davanti a te stesso la camicia insanguinata della umanità. Il gran Cieco inglese renunziò a dettare la storia della Ettarchia sassone sul fondamento, che tanto valeva scrivere quella degli avvoltoi; io avrei voluto sapere, che cosa gli fosse sembrato scrivere raccontando quella degli uomini[13].
Sopra tutto questo mare di rovine la basilica di San Pietro Vaticano con la sua croce in cima alla palla, pare che galleggi come l'arca di Noè.—Perchè non ha ella salvato il genere umano, e perchè non rinnuovò il patto dell'alleanza della terra col cielo?—Di cui è la colpa?—Un'altra volta forse lo dirò, non certo nuovamente, ma inutilmente sempre. La Esperienza, che scrive la storia, si assomiglia alle figlie di Danao affaticate a riempire le botti senza fondo. L'universo è un fiume, e la umanità spensierata sta sopra le sponde a guardare scorrere le acque: può egli l'uomo rammentarsi dei flutti dell'anno passato, o può farne suo vantaggio? Così passano gli eventi irrevocati dalla memoria, sterili di virtù.—
I miei personaggi da Tivoli seguitando la via Valeria si ridussero a Vicovaro, ove a cagione del caldo grande e della via malagevole ebbero a soffermarsi, e con quanto cruccio del Conte Cènci non è da dire, il quale invano tentò di spingersi innanzi. I cavalli trafelati non obbedivano a frusta nè a sprone. A vespro ripresero il cammino, e pervennero alla osteria della Ferrata ov'è mestiere lasciare le carrozze, e salire il monte su cavalli e su muli. Il Cènci scese, e chiamato l'oste lo interrogò se avessero dalla Petrella mandato somieri per prenderlo.
—Io non ho visto muli, rispose l'oste con faccia brusca.
—Ma non si trattenne qui, passando, un mio fante che ha nome Marzio?
—Non so di Marzio, e non ho veduto marzi, nè aprili.
Don Francesco aveva mosso codesta domanda ad arte per assicurarsi se fosse stato ucciso Marzio, e per infingersi ad ogni buon riguardo ignaro dell'omicidio; ma poichè l'oste nulla sapeva, gli parve bene simulare una gran collera, e bestemmiò Marzio, e la pigrizia dei servi a soddisfare gli ordini dei padroni, mostrandosi imbarazzato a procurarsi i trasporti; se non che l'oste, burbero sempre secondo il costume dei romani, gli osservò:
—A che serve imbestialirvi, Eccellenza? E quando avrete bestemmiato tutti i santi del paradiso, avrete fatto apparire muli e cavalli? Se voi altri signori ci levate ancora il privilegio della bestemmia, che cosa vogliate lasciare a noi, poveri vassalli, in fè di Dio io non saprei.—Il vostro fante non gli avrà trovati; sarà caduto infermo nella ròcca; non avrà pensato tanto prossimo il vostro arrivo; lo avranno ammazzato i banditi per la via, e che so io? Si danno tanti casi al mondo! Ad ogni male ci è il suo rimedio. Lasciate fare a me. Voi sapete, che oste viene da ospite; e se la fortuna non mi avesse sempre guardato in cagnesco, vorrei albergare la gente secondo i comandamenti degli Apostoli.
—Io credeva, rispose il Conte sorridendo, che oste derivasse da un'altra cosa…
—Da che?
—Dahoste, che vuol dire proprio nemico in lingua latina; ma forse avrò sbagliato. Ora sentiamo un poco che cosa vi avvisereste fare, ospite mio?
—Manderemo questo ragazzo qui su pei boschi dove stanno i carbonari. A questa ora le buche del carbone hanno ad essere fatte; sicchè i carbonari, un po' per usarmi cortesia, un po' per buscare qualche scudo, saranno contenti di venire fin giù, e condurvi alla Rocca Ribalda. Bisognerà che camminiate tutta la notte, perchè a un bel circa, poco più poco meno, prima di arrivarci saremo su le trentaquattro miglia.
—La strada è come quella del paradiso, che si vorrebbe fabbricata più larga per comodo di noi altri poveri peccatori. Ad ogni modo la luna si leva sul tardi, e agevolerà lo scendere e il salire.
—Ma perchè non aspettate domani? Qui troverei modo di ripiegarvi tutti… rammentatevi che abbiamo un collo solo.
—No, a me importa arrivare presto.
—E aggiungete, che domani per tempo avrete cavalli da pari vostro…
—No, manda pei muli dei carbonari…
—Farò come vi piace, Eccellenza; anche i muli portano a casa.
Il ragazzo bruno di carne, con occhi fissi di falco stavasene appollaiato sopra una catasta di legna, contento come su di un cuscino di velluto. Nel sembiante mostrava tale idiotaggine, da mettere ribrezzo in chiunque avesse avuto bisogno di alcun servizio da lui. Il Conte sdegnoso, guardandolo di traverso, gli diceva:
—Non hai inteso? A questa ora dovresti essere lontano un miglio.
—Non vi date fastidio, Eccellenza, chè sarebbe fiato perso. La povera creatura non vi può intendere; gli è sordo-mutolo di nascita, ma con quattro ammicchi vi sbrigo.
Il Conte, dubitando essere tolto a scherno, stava per dare tale un suo ricordo alla trista all'oste traditore, che se ne sarebbe rammentato per tutto il tempo della vita; ma questi incominciò ad armeggiare con le mani tanto, che parve avere fatto capire il ragazzo: se non che il sordo-muto sbadigliava stendendo le braccia, e con altri moti dimostrava repugnanza a partire. Allora l'oste, a guisa di perorazione, aggiunse al suo discorso un prenderlo per l'orecchio destro, e un trarlo giù dalla catasta dandogli al punto stesso un calcio solennissimo, che lo mandò a rotolare contro la porta. Da tutto questo il ragazzo potè comprendere, che si trattava di affare di premura.
Messi i cavalli in istalla scaricano le carra apparecchiando fardelli, e funi per adattarli a soma sui muli. Le donne e Bernardino furono fatti salire in una stanza al primo piano, e lì chiusi. Il Conte aggirandosi sospettoso, da per tutto spiava.
Il ragazzo corse buon tratto su per una viuzza: quivi si fermò, e voltatosi dalla parte della osteria stese la destra col pugno; chiuso in atto di minaccia, come costumano le scimmie quando le piglia il dispetto: poi spiccò un salto, e via, a modo di capriolo, per la costa del monte Santo Elia, che dalla Ferrata mena a Rio Freddo.
La salita, malagevole dapprima, incominciò a diventare aspra, e finalmente dirotta. Il ragazzo non aveva rimesso punto dello ardore, e balzando di greppo in greppo sembrava piuttosto volare che correre. Lasciamolo andare, ch'egli conosce la strada, e non si smarrirà di certo.
———
Colà dove il monte Santo Elia è più scosceso, sotto querce secolari che stendono largamente i loro rami sopra arboscelli, di mole minore, arde un magnifico fuoco. Su per coteste vette l'aria punge nelle notti di settembre, quantunque nei piani la caldura soffochi; e poi gli uomini, che vi stavano intorno, con atti diversi lo avevano acceso per vederci, e per compagnia. In quel punto pareva che la noia piovesse giù dagli alberi sopra i loro capi; imperciocchè taluno fischiasse supino tenendo ambedue le mani sotto la testa, il cappello tirato su la faccia, ed una gamba a cavalcioni dell'altra ripiegata lungo la coscia; tale altro aggomitolato dentro al tabarro si voltava ora di qua, ora di là, traendo di tratto in tratto un sospiro:—sovente in coro si alzava uno sbadiglio universale.
—Pericolo, che Marzio voglia convertirci?—favellò un bandito.
—Che cosa abbia inteso Marzio di fare io non lo so, rispose un altro; per me intendo, come siamo di patti, tenere fermo fino a domani: poi, quanto è vero San Niccola, diserto con arme e bagaglio.
—Su questi monti mandarci il vino a compito! Guarda! tutti i fiaschi stanno morti per la terra. Io vorrei vedere piuttosto uno sbirro, che un fiasco vuoto.
—E poi levarci anche i dadi!
—Le sono crudeltà da fare svenire Nerone.
—Quasi, quasi io mi sentirei tentato di recitare il rosario, Che ne dici, Orazio?
—Ella è una cosa come un'altra; per passare il tempo. Però avete torto marcio a lagnarvi, perchè domani termina il nostro debito; e se in questo frattempo non arriva nulla di nuovo, io m'immagino che saranno questi i primi danari guadagnati senza rimorso, come senza pericolo.