Marzio guardò Olimpio una seconda volta, ma questi si rimase immobile. Marzio allora depose di buona grazia il mantello, e si assettò al giuoco. Siccome anch'egli andava esperto delle male arti dei giuocatori, e stava su l'avvisato, così la fu guerra tra corsale e pirata, dove non corrono altro che i barili vuoti. I giuocatori, avvezzi alle facili vittorie sopra Olimpio, per questa volta a mala pena poterono rimettere la spada nel fodero. Rimasto spazio convenevole di tempo, Marzio sentendosi più del solito in quella sera travagliato dalla tosse, che gli si era da parecchi mesi cacciata addosso, profferendosi che in seguito avrebbe frequentato la bisca, riprese il tabarro e andò via, lasciando Olimpio deluso nella sua aspettativa di essere pregato da un punto all'altro a fare la pace, ed accettare una quarantina di ducati per cotesta sera.—Marzio, considerando la bestiale rozzezza di costui, se n'era adontato, ed aveva risoluto risparmiarsi la mortificazione di blandirlo; andare a casa, e, fatto baule, scansarsi la mattina su l'alba da Napoli.
Olimpio quanto stette duro finchè sperò venire ricercato di pace, altrettanto cadde avvilito adesso che si vedeva negletto; per la qual cosa uscì con presti passi fuori della bisca, affrettandosi a raggiungere Marzio. Nè il biscazziere tenne i piedi in casa, e si cacciò dietro a costoro imitando il moto che fanno i corvi tarpati, i quali saltellano, saltellano di scancìo; poi ad un tratto si fermano, voltando il capo sospettosi di qua e di là, per tornare a saltellare a sghimbescio.
Marzio sentendosi camminare alle spalle con passi accelerati pose la mano sotto il farsetto afferrando il pugnale, e soffermandosi allo improvviso, con alta voce interrogò:
—Chi va là?
—Sono io, Marzio, non abbiate sospetto; non vi ho mica raggiunto a fine di male!
—O di male, o di bene, poco m'importa. Insomma, che cosa volete da me?
—Non v'incollerite; andiamo oltre, se vi piace, che ragioneremo a bello agio.
E proseguirono la via. Il biscazziere anch'egli, saltellando, si trasse innanzi.
—Ma vi par egli, incominciò Olimpio, che sia tratto da buoni compagni lasciarmi senza un baiocco da far cantare un cieco? Mi avete salvato da morire di fame per farmi poi morire di sete?
—Olimpio vi ho detto le mille volte, che quando vi piace veniate a casa mia chè il mangiare e il bere non mancano; ma che vogliate dar fondo anche ai miei pochi danari in vino, in giuochi, e in altri, che io non vuo' dire, più brutti vizii; questo è quello che io non vi consentirò mai. La vostra parte voi l'avete riscossa; io vi ho reso i conti, e vi ho mostrato, che io sono in credito meglio che di duegento ducati; nè voi lo avete potuto negare. Ora, qual diritto pretendete sopra i miei danari?
—Voi mi avete insegnato, che la mancanza di diritto pei banditi e pei soldati, ed anche pei grandi signori, non è buona ragione ond'essi si astengano, quando capita, da prendere la roba altrui.
—E sta bene; ma io parlava di diritto, e non di forza; ed io di forza ne ho quanta voi. Ora, quando le forze si bilanciano, voglionsi mettere le mani alla cintura, e aprire alla lingua l'uscio di casa.
—E la lingua non fa peggiore piaga delle mani? Dove hanno la loro forza l'aspide e la vipera?—L'uomo qualche volta rassomiglia l'aspide.
—Lasciate pure da parte il qualchevolta, e dite addirittura, che l'uomo si assomiglia all'aspide… ed io lo so, e l'ho provato.
—Specialmente nei luoghi dove, come in Napoli, governa un Vicario criminale con facoltà amplissima di scuoprire delitti concedendo taglie, e remissione di pena ai complici delatori…
—Di questa sorta vicarii ce ne ha per tutto il mondo; ma senza i delfini che menano perfidamente i tonni, le reti si tirano su vuote.
—E la disperazione voi sapete, Marzio, fa gli uomini spesso peggio che delfini; gli rende pesci-cani.
—Ho capito,—pensò fra se Marzio, e poi con voce blanda riprende: Olimpio, Olimpio! certe parole ho inteso dal biscazziere, che mi fanno temere forte non abbiate commesso qualche solenne imprudenza;—e allora saremmo rovinati io, e voi…
—Sì veramente! Nascemmo ieri…
—Non v'infingete, Olimpio, perchè potrebbe darsi che il segreto non fosse più mio nè vostro, e a me è toccato sempre rammendare i vostri strappi: pensate che ne va la vita.
Olimpio fece lì su due piedi un poco di esame di coscienza, e pur troppo conobbe che Marzio aveva ragione; però essendosegli cacciata addosso una bella paura, proseguì a parlare con tronchi accenti:
—Ora che mi risovvengo bene… davvero… Marzio mio… bisogna che mi aiutiate a raccattare una maglia… ma che volete? Avevo una stizza addosso!—Insomma… mi è sdrucciolato… giù dalla bocca… qualche cosa… da far credere… sospettare, che noi fummo insieme ad ammazzare il Conte Cènci…
—Burlate voi? Allora noi siamo perduti…
—No… dico da senno… ma quelli, che mi hanno sentito, paionmi tutte persone dabbene. Nondimeno, se io non avessi parlato… o se vi fosse modo a far sì, ch'essi dimenticassero… o alla più trista che non potessero più parlare…
—Come? Alle lettere si mette un sigillo di cera di Spagna: alle labbra conviene apporre un sigillo di piombo a mo' delle bolle di Sua Santità…
—Eh! potendo sarebbe la strada più breve… ed anche di ferro potrebbe fare al caso.
—Lo credo anch'io;—disse Marzio, e guardò sott'occhio Olimpio; ma gli parve ch'ei stesse su le parate: tese l'orecchio, e non sentì muovere alito nella contrada, imperciocchè faccia più rumore il polso di un tisico battendo, di quello che menasse il biscazziere co' suoi saltetti misurati. Intanto giunsero davanti a un tabernacolo della Madonna ove ardevano due lampade. Olimpio, che camminava a mano manca di Marzio, sollevò la destra per cavarsi il cappello davanti la devota Immagine; e Marzio, colto il destro, si volse improvviso sul fianco sinistro, e gli cacciò lo stile fino alla impugnatura nel ventre. Olimpio stramazzò gridando:
—Marzio, che fai?—O Santa Vergine, aiutami!
E Marzio gli fu sopra dicendo:
—Tu ti sei condannato da te, Olimpio, quando hai convenuto, che la bocca ciarliera vuole sigillo di ferro; e così piaccia a Dio, che a questa ora basti;—e mentre così favellava attendeva a finire con altre coltellate Olimpio. Sicchè parendo a Marzio ch'ei fosse vicino a spirare, asciugato prima lo stile sopra i panni del moribondo, si segnò davanti la Madonna dicendo:
—Di questo sangue dovrò rendere conto un giorno; ma tu, Madre di Dio, conosci se l'ho sparso per me; se così non faceva, costui avrebbe mandato in perdizione intere famiglie, ed una vergine, che nel dolore e nella bellezza ti assomiglia, se non nella gloria.—
E riprese il suo cammino come se davanti al tabernacolo avesse recitato il rosario, non già commesso omicidio. Brutto, ed infelicissimo miscuglio di devozione e di ferocia, pur troppo a cotesti tempi comune. Però giunto allo albergo ripose con diligenza vesti, danari, ed ogni suo arnese nella valigia; e quando la notte diventò più profonda, lasciato il saldo del suo debito sopra la tavola, levava il piede riducendosi a dormire in altro albergo, col proponimento d'imbarcarsi il giorno successivo all'alba sopra qualunque naviglio salpasse dal porto.—
Il biscazziere, che da lontano aveva sbirciato il caso, saltellò, saltellò secondo l'usato costume, frettoloso presso Olimpio; ma lo trovò spirante.
—Don Olimpio! Ti ha ammazzato don Marzio, eh? per paura che tu scuoprissi alla giustizia quella matassa dei Cènci, eh?—
E lo covava con tutta la persona avidamente curioso.—A vedere quel tristo ceffo e maligno a cotesta ora, al raggio obliquo della lampada sopra il moribondo, lo avresti detto il diavolo che stesse al varco per acciuffargli l'anima, e portarsela seco nello inferno.
Olimpio apre a fatica gli occhi gravi per morte, e, vista la faccia del biscazziere, gli richiude gemendo. Il biscazziere instava:
—Vendetta! Vendetta!—Se vuoi vendicarti, e lo vorrai certo, di don Marzio, svela a me ogni cosa, che io sono sviscerato del bargello; e prima che la tua anima sia arrivata (-qui si trattenne alcun poco, perchè gli veniva aggiunto naturalmente—allo inferno;—e sostituire paradiso non gli pareva che andasse a dovere: per la qual cosa si tolse d'imbarazzo con un mezzo termine, a modo dei diplomatici—)sia arrivata di là, ti sentirai l'anima di Marzio dietro le spalle.
Olimpio non vedeva più, ma sentiva ancora; sicchè acquistando un cotal poco di senso comune, nel punto in cui stava per separarsene eternamente conobbe il mal fatto, e si persuase della ragione di Marzio: mosse le labbra, e mormorò alcune sommesse parole.—Il biscazziere in ginocchioni, curvo, con ambe le mani appuntellate sopra il selciato della via, accosta avidamente l'orecchio alla bocca del moribondo per sentire i suoi detti. Invero egli potè ascoltarli, e furono questi:
—Brutto… Giuda… Scariotte.
Intanto il biscazziere, per la gran voglia di udire, aveva insinuato la estremità dell'orecchio fra i denti di Olimpio, che stringendoli senza sforzo potè mordergliela. Olimpio spirò, il biscazziere gridò; ed entrambi rimasero in atto, quegli di confidare, questi di accogliere un segreto. Recuperato ch'ebbe il suo orecchio dai denti del morto, il biscazziere prese a stropicciarselo piano piano per mitigarne il dolore; poi saltellò velocissimo, in guisa che parve radere la terra, in certo vicolo oscuro posto nel bel mezzo della città; e quivi senza adoperare cautela alcuna, poichè la notte, diventata profonda, non permetteva che lo potesse vedere persona, battè in modo particolare alla porta segreta praticata nella parte postica di un palazzo. La porta si aperse, e si richiuse guardinga, e quieta come la bocca della volpe che divora una gallina.
Alla dimane, prima che l'alba spuntasse, Marzio fu al molo; e non trovando per quel momento altro legno in procinto di prendere il largo, tranne una tartana la quale faceva vela pur Trapani, presto si aggiustò pel nolo col padrone; e già saliva la scala per mettersi in barca, e già era salvo, quando il mantello rosso gli cadde in mare. Bisognò che i marinari calassero il raffio per riperscarlo: non venendo loro fatto di agganciarlo subito, si riprovarono anche una volta e due. Mentre così perdono fatalmente tempo, ecco apparire alla lontana uno stormo di corvi, e piegare difilati contro la barca. Marzio con la sua vista acutissima aveva di già sbirciato il biscazziere; e questi, non meno sparvierato di lui, aveva scoperto il mantello rosso, e chi lo portava.—Marzio si affaccendò a gridare che lasciassero andare il malaugurato tabarro, e salpassero senza indugio; ma ormai era troppo tardi.
—Ferma la barca per ordine del Vicerè.—
La barca rimase come impietrita, e gli sbirri arrampicandosi giunsero in tempo ad afferrare Marzio per le falde giusto in quel punto, che stava per precipitarsi dentro al mare.
—Dio non vuole!—esclamò Marzio, e si lasciò legare senza contrasto. Per non fare accorrere gente, e non muovere rumore a cotesta ora matutina, gli sbirri, seguendo l'antico costume di operare le cose loro a chetichella, gli gettarono addosso il tabarro rosso dopo averne strizzato l'acqua, cuoprendogli così le braccia ammanettate. Due sbirri, uno di qua l'altro di là, lo accompagnavano in sembianza di servitori: gli altri seguivano alla lontana.
Il bargello, rimasto addietro sul molo, gridò:
—Oe della tartana!—Potete andare a buon viaggio.
———
—Eccellenza! gli sparvieri tornano con la cacciagione.
Così annunziava un servo, che al sembiante e agli atti partecipava dello sbirro, e del chierico. Queste parole, sussurrate traverso al foro della serratura dentro una alcova, ebbero virtù di sollevare un carcame di ossa e di cartilagini di sotto alle coperte; e di qua e di là dai lati del letto furono viste sbucare due persone, le quali, voltatesi le schiene appoggiate alle sponde si affrettavano a mettersi le calze, e cuoprirsi con qualche vesta le membra.
Da parte sinistra era un uomo lungo, magro, ossuto così, che quando ebbe tirate su le calze, le gambe vi sguazzavano dentro come flauti: aveva il volto giallo come olio da lumi, bucherellerato in guisa, che sembrava composto di cacio parmigiano; intorno agli occhi ricorreva un cerchio turchino, e gli occhi in mezzo lustri, ma privi d'intelligenza, e fissi come quelli del falco. Negli sforzi fatti tirando le labbra verso le orecchie, egli scoprì una immane rastrelliera di zanne donde sporgevano maiuscoli i due denti canini, i quali comprimevano il labbro inferiore anche a bocca chiusa. Aveva in testa un berretto bianco di tela, trinato, e legato con nastro di seta colore di fuoco: intorno al corpo gittò una zimarra di panno bianco soppannata di colore di rosa.
Dalla parte destra era una donna… donna? Sì, donna: i suoi capelli bianchi e neri le stavano arricciati, irti sul capo, come se tutta notte avessero litigato fra loro. Io non ho tempo, e manco voglia, di dipingere tutti i personaggi di questo racconto: molto più che se tu volessi, mio diletto lettore, formati idea precisa di questa creatura, non avresti a far altro che rammentarti il bassorilievo della morte del Conte Ugolino, attribuito a Michelangiolo. Al sommo del quadro apparisce la figura della Fame; torna a guardarla, e fa' il tuo conto che la mia donna ne avesse somministrato il modello allo scultore. Mentre l'uomo si vestiva in fretta così favellava:
—Carmina, cuore mio, questo negozio io spero che mi rimetterà in grazia del Vicerè. Anni sono, pei delitti che succedevano su i confini dalla parte della Chiesa egli voleva che bevessimo grosso; e se i misfatti non riguardavano proprio gli Spagnuoli, non ne avevamo nemmeno a parlare.—Chi sa? forse voleva ammonticchiarvi immondezze, per dare faccende alla granata di Sisto V: ora, ad un tratto, pretende che dobbiamo avere più occhi di Argo,—di quello Argo, sai, messo da Giove a guardare la vacca Io,—e più mani di Briareo; ma sono curiosi costoro! Quando dicono voglio, pensano avere fatto tutto. I fili della giustizia vanno tenuti sempre in esercizio; se tu li lasci troppo tempo inoperosi, quando li vuoi adoperare o si strappano perchè fradici, o irrigiditi non molleggiano.
—Gioia mia, bisogna ad ogni costo tornare in grazia del Vicerè; molto più che ho penetrato come quel tristo del vostro Collaterale s'ingegni supplantarvi con ogni maniera d'industria. L'ultima volta che il Vicerè venne alla vicaria, per maladetta sorte voi eravate uscito, e il Collaterale lo ufficiò fino all'ultimo scalino del palazzo; e quando e' fu per salire in carrozza gli si curvò davanti, come se volesse dirgli con tutta la persona: Serenissimo, mi dia la felicità di mettermi i piedi sul collo piuttostochè sul montatoio».—Cuor mio, se voi foste stato presente questo onore sarebbe toccato a voi, e avreste imparato ad abbassarvi quanto si deve, perchè in questo voi non siete perito tanto che basti.
—E disse proprio al Vicerè le parole, che mi avete riportato adesso, viscere mie?
—Gli disse! Così mi parve, dalla lontana, che gli dicesse,
—Ah! beato lui…
—E la vegnente domenica, quando incontrai alla messa quella brutta vecchia della sua moglie, mi passò da canto senza salutarmi,—e vidi che mi rideva per ischerno. Dunque, cuor mio, non risparmiate partito alcuno di rientrare in grazia al Vicerè: vuol gente prigione, e voi dategliela su la forca; la desidera impiccata, e voi fategliela trovare in cinque quarti.
—Che diavolo dite, dolcezza mia? I quarti non possono essere che quattro,—perchè avete a sapere, Carmina, che il boia… ma questo sarà per desinare… adesso bisogna che io mi affretti, che il bargello attende.—In quello poi che avete avvertito ci è del vero… ci è del vero, perchè se non fossero, a fine di conto, gente di male affare, non capiterebbero in mano alla giustizia.
—E quando anche, esempli grazia, non fossero gente di male affare, quando il Padrone vuole che tu strozzi, e tu strozza. Vicario mio la obbedienza è santa.
—Sicuro! Credono, i gaglioffi, che la Giustizia pesi a bilancia: è un errore: ella pesa a stadera, ed ha due romani come aveva due staia Burraschino il biadaiolo, che andò in galera per misure false.—Carmina, colomba mia, fa' di portarmi subito il cioccolatte e i biscotti, perchè tu intendi che stamani mi tocca a fare petto di bronzo; ed io ho provato, che se sto digiuno mi casca il cuore.
—Anima mia, andate al banco che vi accomodo in un baleno…
Il Vicario andò nella stanza dell'uffizio; si adagiò gravemente nel seggiolone, di cui la spalliera gli sopravanzava la testa un palmo avvantaggiato, e subito diè di piglio al campanello. Quasi nel punto stesso, da diversi lati si apersero due porte; da una entrò la moglie Carmina con la cioccolata e i biscotti; dall'altra il Bargello con Marzio ammanettato, e coperto col mantello rosso.
Carmina di dietro alla spalliera del seggiolone sbirciò Marzio, e le parve, come veramente era, bellissimo uomo, comecchè pallido, e scarno oltre il dovere. Però nel cuore suo di donna il capitale della compassione crebbe venticinque centesimi per cento, mentre in quello dell'uomo astioso per la medesima causa calò un franco intero.—Il male è più sensitivo del bene.
—Capitano!—chiamò il Vicario, e il Bargello gli si accostò con certa ossequiosa dimestichezza.—Capitano!—gli domandò il Vicario sommesso nell'orecchio—avete badato ad ammanettarlo con sicurezza?
Il Bargello spinse in avanti la mascella inferiore; e alzato il labbro di sotto, parve, mercè cotesto atto, che volesse dire:
—Ce ne fosse!
—E non vi è pericolo che quel ribaldo, con uno strettone?…—E il bargello ripetè il segno.
—Posso dunque vivere tranquillo?—continuava il Vicario.
—Nèh!—rispose il Bargello scuotendo forte la lesta—l'ho legato io…
Allora il Vicario, addentata del biscotto la parte intrisa di cioccolata e rimettendo l'altra nella tazza, mentre masticava da due parti incominciò a dire:
—Dunque siete voi quel malfattore empio e scellerato, che dopo aver fatto correre sangue il Tevere e gli altri fiumi degli stati di Santa Madre Chiesa, non ha rifuggito di perpetrare omicidii atrocissimi nei paesi felicissimi di Sua Maestà Cattolica il re Filippo nostro signore,… e segnatamente l'ultimo nella decorsa notte, io non so se più bestiale o sacrilego, davanti la immagine benedetta della Santissima Vergine?—Qui, dato un altro morso al biscotto prosegue—Santissima Vergine. Noi altri faremo vedere ai vostri tribunali di Roma, che meglio vale incominciare tardi e durare un pezzo, che incominciare presto e presto smettere. Se Papa Sisto in quattro ore prima di andare a mensa fece prendere, processare, e impiccare un dabben giovane spagnuolo, costumato e cristiano, che dallo avergli ammazzato in chiesa quel suo lanzo in fuori si poteva dire propriamente uno agnellino di latte[2]; noi altri, dico, mostreremo che queste, e più mirifiche cose sappiamo mandare a compimento nella metà manco di tempo.—E intanto alternava morsi, e parole; sicchè vedendo che terminato il cioccolatte era rimasto quasi intero un biscotto, rivolse di repente il suo discorso al biscotto, favellando così: «biscotto! biscotto! credi che non abbia più cioccolatte per inzupparti?—Carmina, speranza mia, gratificami col propinarmi un'altra tazza di cioccolatte!»
Carmina via come il vento, e, curiosa di non perdere sillaba dello interrogatorio, come se n'era andata ritornò veloce portando la cioccolata.
Il Vicario, guardando Marzio, prosegue:
—Se in corte di Roma passò di usanza la salsa di forche e di mannaie, che Pasquino apparecchiò per Papa Sisto, ora questa voglia è incominciata a venire a noi. Già, si sa, le cose buone fanno il giro del mondo…[3]
Adesso, mangiati tutti i biscotti, conobbe essergli rimasta alcun poco di cioccolata nella chicchera; onde apostrofando la cioccolata, esclamò: «cioccolatte! cioccolatte! credi forse che mi manchi biscotto per inzupparti intero?» Carmina, fede mia, va, e portami un altro biscotto per terminare questo insolente cioccolatte.
Carmina adesso prorompe fuori del suo riparo dietro la spalliera del seggiolone, e, mettendosi entrambe le mani su i fianchi, rispose:
—Ma vicario, cuor mio, s'intende acqua, ma non tempesta! Continuando di questo passo sarà mestieri portarvi la pasta reale a manovella, e il cioccolatte dentro al bugliolo; e poi abbiatevi riguardo alla salute, chè il cioccolatte, quando è troppo, guasta lo stomaco, e genera malinconia: basta per oggi, cuore del cuore mio dolce. Non sapete che lo imperatore Carlo V per lo abuso, che ne fece, diventò matto?[4]—s'intende acqua, ma non tempesta! Da un pezzo in qua, gioia mia, voi mi parete diventato uno struzzo…
—E voi, sapete che cosa mi parete diventata da un pezzo a questa parte? Una… una… là… una cicogna.
Inesplicabile cosa è pure questo nostro cuore! Marzio fino a quel punto, non badando ai discorsi del vicario, stava immerso nel pensiero di darsi la morte. Ora venendo ad un tratto a posare l'occhio consapevole sopra cotesti grotteschi sembianti, udendo il garrito della femmina, e la cagione del garrire, così forte si sentì preso dalla convulsione del riso, che proruppe in altissimo scroscio. Il Bargello, di cui le labbra stavano ordinariamente chiuse come le sue manette, non potè nemmeno egli trattenersi da ridere; ma frenato dalla paura si nascose dietro Marzio, e, mettendosi un pezzo di falda fra i denti, ebbe la buona sorte di non essere udito nè visto dal vicario. Se il Vicario venisse in furore non importa che io dica: tenne cotesto riso irriverente alla sua autorità, ingiurioso alla sua figura, alle sue parole offensivo, un crimenlese universale: insomma un delittoconnesso, complesso, e per di più continuato[5]. Lasciata da parie la tazza della cioccolata (chè, degl'istinti dello animale di rapina, spenta la voracità prevaleva in lui la smania d'insanguinare gli artigli) con la bocca tutta ingrommata gridò:
—Ah! cane traditore, marrano! Tu ridi, eh? tu ardisci ridere davanti la veneranda maestà del Vicario della gran Corte criminale di Napoli? Or ora, aspetta, che ti farò ridere di miglior cuore, e con motivo più giusto: poichè ti vedo disposto al giuoco… sta lieto… io ti farò ballare co' borzacchini ai piedi e acconciature in capo, che sono una festa. Capitano Gaetanino, su, da bello, traducetemi questo furfantissimo nella stanza delle prove, e apparecchiate tutti gli arnesiquoad torturam preparatoriam usque ad mortem, col gran trespolo, la capra, i tassilli, le cordicelle, insomma ogni cosa, e per benino.
Senza compassione,—imperciocchè nel deserto dell'anima del bargello cotesto pozzo non venisse mai scavato,—o se scavato una volta, da tanto tempo lo aveva riempito, che qualunque traccia gli era ormai scomparsa perfino dalla memoria—senza compassione dunque, ma con tristezza, egli calcolò con quanti strappi angosciosi, con quanto stritolio di ossa avrebbe dovuto quel misero scontare il riso, forse ultimo, che gli era comparso sopra le labbra. Appena il Bargello e Marzio uscirono dalla stanza, il Vicario, vano quanto iniquo, si provava a scaricare la umiliazione sopra la moglie. A simile intento, con aria di rimprovero incominciò favellando alla donna:
—Carmina io ve l'ho detto le mille volte, che a voi non conviene entrare colà dove non vi spetta. Ora, vedete che cosa n'è avvenuto? Cotesto ribaldo, viscere mie, vi ha preso a scherno, mancandovi sconciamente di rispetto.
—Di me?—rispose la donna con profondissima convinzione.—In verità io credo che sbagliate, e ch'egli abbia riso di voi, cuore mio dolce.
—Di me?—Come di me? Egli ci avrebbe pensato due volte… e si alzò, appoggiandosi ai bracciuoli del seggiolone, mordendosi le labbra.
—Mi pare ch'ei non ci abbia pensato nè manco una, gioia mia: in quanto a me, la Dio grazia, non sono ancora tale;—e così favellando si volse ad uno specchio contornato di larga cornice di ebano appesa in cotesta stanza. Il vetro era verde, come per ordinario a quei tempi si fabbricava nelle officine di Murano a Venezia, e l'umido della muraglia, squagliato il mercurio, ne aveva fatta rifiorire tutta la foglia. La natura veramente con madonna Carmina si era comportata peggio che da matrigna: aggiungete gli anni, parecchie infermità, che non importa dire quali, e il matutino disordine; e, come se tutto questo non fosse anche troppo, il vetro traditore verde, e rifiorito, si mise a parteggiare pel vicario. Ella vi si contemplò dentro, e conobbe in coscienza di non poter sostenere il constrasto. Caso unico, io credo, così nelle antiche come nelle moderne storie: conciossiachè nelle femmine la vanità sopravviva alla bellezza come il fosforo dura a brillare nella notte anche dopo la morte della lucciola. Il Vicario uscì trionfante, però evitava la prova dello specchio: se vi si fosse sottoposto si sarebbe per avventura convinto, che Marzio aveva riso di ambedue.
Seduto davanti ad una lunga tavola, avendo dall'uno e dall'altro lato due notari, e alla sua presenza schierati tutti gli arnesi della tortura, lo egregio vicario ostentava la fierezza di Scipione Affricano, che monta al Campidoglio in mezzo alle insegne dei popoli debellati. Pende dai suoi cenni il boia, ed ai cenni del boia stanno attenti due valletti… così è: l'apice della gloria umana si tocca, e presto; per la infamia non vi ha scandaglio che basti. Inferno senza fondo è questo nostro civile consorzio: anche il carnefice ha i suoi subalterni.
Marzio stava costà come trasognato. Il Vicario gli lanciò addosso uno sguardo di sfida, quasi volesse dirgli: «or ora vedremo se riderai».
Un notaro intanto veniva interrogando il bandito sopra le sue qualità, e circostanze del misfatto, che gli avevano apposto. Cessate le domande, il Vicario le lesse; e fattone come un sunto per sovvenire alla sua memoria, volgendosi con mal piglio allo sciagurato favellò:
—A noi, mio bel gentiluomo. Marzio Sposito, io vi contesto che siete accasato e dalle carte processali largamente convinto: In primo luogo, che, in compagnia del vostro complice Olimpio Geraco, avete ammazzato barbaramente e con premeditazione l'illustrissimo conte don Francesco dei Cènci, gentiluomo romano, nella Rocca Petrella, situata nei confini del regno. In secondo luogo, che il mandato a uccidere voi l'aveste datutti, o da talunodella famiglia di esso Conte Cènci. In terzo luogo, che in prezzo dell'omicidio vi vennero pagati zecchini duemila; dei quali mille per voi, e mille al predetto Olimpio. In quarto luogo, che voi vi rendeste debitore di furto rubando allo ammazzato Conte Cènci un mantello di scarlatto trinato di oro, statovi reperito addosso al momento dello arresto. In quinto luogo, che in questa decorsa notte avete ucciso proditoriamente il vostro complice Olimpio Geraco con istrumento tagliente e perforante, ammenandogli quattro colpi che hanno cagionato la morte pressochè istantanea del prefato Geraco. Sopra questi cinque punti, che vi ho letto a chiara voce, e che a vostra richiesta potranno esservi letti da capo, siete esortato a dire la verità confessandoli, previo vostro giuramento; e ciò non perchè la giustizia abbisogni punto di altri riscontri, ma per bene ed utile vostro così in questa vita come nell'altra, e per adempire al voto della legge che desidera simili ammonizioni, quantunque superflue. Lo eccellentissimo signor Notaio vi deferirà il giuramento.
Il notaio, seduto dal manco lato, prese un Cristo con tale garbo, che parve essere uno di quelli che si trovarono a crocifiggerlo, non già degli altri che lo calarono di croce, e gli suggerì la formula con queste parole:
—Dite: Io giuro sopra questa immagine rilevata di Gesù crocifisso…
—Io non giuro…
—Come non giurate, se giurano tutti?
—E tutti mentiscono. Vi pare ella cosa naturale, che un uomo spontaneo giuri il suo danno e la sua morte?…
—Ma avreste evitato lo esperimento,—osservò il Notaro.
—E che importa a voi s'egli intende provarlo?—interruppe il Vicario con viso acerbo.—Egli è nel suo diritto, e nessuno può toglierglielo. Sposito, voi volete esercitare lojusche vi viene dalla legge, ed io vi lodo. Mastro Giacinto, tocca a voi…
Col garbo stesso col quale lo artefice industre si accinge a metter mano ad un sottile lavorìo, maestro Giacinto, ch'era il boia, secondato a maraviglia dai suoi valletti, spogliava in un attimo, legava, e traeva in alto per le braccia il meschino;
Marzio sofferse gli atroci spasimi senza mandare neanche un sospiro: solo quando adagio adagio lo calarono sul pavimento, il suo demonio gli sussurrò dentro gli orecchi: «a che stai?» E la memoria gli schierò, come traverso uno specchio, davanti lo spirito tutte le vicende della sua vita. Tradito dagli amici, perseguitato dagli uomini nelle più care affezioni, queste gli si erano convertite in flagelli dell'anima; le sue furie portavano faccia di amore. L'amore filiale lo fece bandito; lo amore di amante, perfido e dissimilatore; lo amore per Beatrice, omicida.—Di quale natura era questo ultimo amore? Egli non lo aveva saputo chiarire a se stesso, avvegnachè gli riuscisse sovente incominciare a volgere il pensiero ad Annetta e terminarlo a Beatrice, o viceversa: così errava l'anima sua dallo amore disperato allo amore impossibile, e dallo impossibile al disperato. La sua vita, in perpetua compagnia dell'aspra cura, aveva fatto come il ferro premuto su la ruota quando gira; si era consumata mandando faville. Non si sentiva più voglia di nulla. Diventa pure sazievole questo cammino mortale quando non sai dove, o perchè indrizzare le piante! Spesso, nel golfo di Napoli, steso per terra con le spalle appoggiate ad uno scoglio, stava per ore e ore a contemplare la pianura dei mari pien di svogliatezza, essendo che la cura corrosiva fosse più intensa per tenerlo assorto in se, che non leggiadro il golfo per sollevarlo con gioconde sensazioni. Gli si spossarono le membra; madide di sudore si sentiva sempre le mani e la fronte: una irritazione irresistibile ai bronchi lo constringeva a prorompere di frequente in nodi di tosse. Certo giorno, allo improvviso, gli si empì la bocca di umore viscoso, che sapeva di piombo;—attese allo spurgo… era sangue. Tremò da capo a piedi; corse allo specchio, e si guardò… Dio! che orrore! Quale mai rovina di se stesso! Il sangue gli si era fermato in breve spazio sul sommo delle gote, quasi raggio di sole che tramonta sopra la estrema vetta dei colli;—ultimo addio del giorno che muore. Molte volte, col filo di rasoio alla gola, o col focile della pistola alzato alla tempia, stette per troncare una vita di miseria e di colpa; ma si trattenne sempre, adombrando a se stesso la esitanza col desiderio di vedere prima Beatrice contenta: in verità poi cotesta esitanza nasceva dallo istinto animale di vita, aumentato in ragione della debolezza. Di Marzio era morta gran parte; molta vita e molto coraggio gli fuggirono dai pori del corpo col frequente trasudare. Cotesta prova, sebbene sostenuta con costanza, pure lo aveva abbattuto così, che desiderò come sommo bene la morte, e sollecita. Però, appena deposto a sedere, il Vicario ordinava:
—Tra un quarto di ora, mastro Giacinto, replicheraicum squasso: se frattanto volesse bere, dategli acqua e aceto; e sì dicendo faceva atto come di andarsene.
—Vicario!—chiamò Marzio con fievole voce, trattenendo le lacrime—se m'inducessi a confessare, potrei contare sopra una grazia?…
—Figlio mio, andandogli incontro premuroso, e ponendoglisi al fianco, il Vicario gli favellava dolcemente:—farò quello che posso: ti raccomanderò al Vicerè. Il signor Duca è magnanimo e cortese, e delle grazie donatore generosissimo.—Voi frattanto, ser Notaro, registrate che lo imputato ha proposto di confessare,ergole accuse sono vere. Questo è un passo ormai acquistato al processo, e non si cancella più.—Dunque, figlio mio, dicevi?…
—La grazia, che domanderei, non è forse di quelle che immaginate voi…
—O dunque che cosa chiedi? Su, da bello, diletto mio; aprimi il tuo cuore intero, fa' conto di confessarti proprio a tuo padre.
—Confessati appena i miei falli, vorrei essere tratto subito a morte…
—Per questo non dubitare dell'ottimo cuore del Vicerè… e anche io ti aiuterò…
—Solo desidererei non fosse di corda, ma sì di scure… la morte mia…
—Se non vuoi altro!-interruppe maestro Giacinto, al quale non riuscì tacere, trattandosi di cose che toccavano tanto da vicino il suo mestiero—il Vicerè ha un'anima di Cesare in cosiffatte faccende…
—Silenzio!—gridò severamente il Vicario—non sono cose queste che ti riguardino…
—Mi pareva di sì… ma avrò sbagliato… perdonate,Eccellenza…
—Senti; in quanto alla prima domanda, di essere mandato subito a morte, statti allegro, che la prendo sopra di me; intorno alla seconda poi bisogna consultarne il signor Vicerè: non è mica piccolo privilegio quello di farsi tagliare il capo! Qui cotesto privilegio appartiene ai nobili, che ne vanno giustamente gelosi: però, carissimo mio, per satisfarti in tutto ne muoverò espressa domanda al Vicerè.
Il Collaterale, sopraggiunto in mezzo allo amoroso colloquio, attendendo sempre a dare la spinta al Vicario per farlo cadere,
—Clarissimo don Boccale, gli disse, questo arbitrio potete benissimo torvelo; perchè, chi vorrà riguardarvi così sul sottile le costure, quando con la sagacità e solerzia vostre andate acquistandovi meriti ogni dì più luminosi presso sua maestà il Re nostro signore?
La insidia del Collaterale consisteva in questo: che dove per vanità avesse il Vicario offeso i privilegi dei nobili, presagiva vedere scatenati contro tutti i Seggi di Napoli. Ma il Vicario non era pesce da prendersi a coteste vangaiuole; per la quale cosa asciutto asciutto gli rispondeva:
—Signor Collaterale, voi mi farete la garbatezza di attendere a somministrare consigli quando vi saranno richiesti.—Orsù… dunque, figliuolo mio, parla… che cosa hai da dire?
Marzio aveva declinato il capo sopra la spalla destra; e, chiusi gli occhi, gli sfuggivano dagli angoli grosse lacrime non piante, ma traboccate per la piena dell'angoscia…
—Or via, insisteva il Vicario, da bravo, figlio mio, confessa… confessa…
Marzo sembrava assopito, e non rispondeva. Allora il Vicario gli compresse la scapola destra con ruvidezza: quegli abbrividì, aperse gli occhi e domandò dolorosamente:
—Che cosa volete?
—Mantenmi la promessa, e confessa…
—Come! così presto? Dov'è il prete?
—Non si tratta qui della confessione sacramentale; questa farai più tardi, amor mio; si tratta della processale: ora il lampo, poi il tuono; un poco di rumore in appresso, e finalmente tutto finisce… sai?
—E che cosa ho io da confessare?
—O bella! Quello che dianzi ti ho letto, dilettissimo mio; vuoi che io te lo rilegga?
—Oh! no: sta bene, io merito la morte.
—Dunque confessa, via, e ratifica in tutte e singole le sue parti l'atto di accusa.
—Sì, come volete, purchè mi tolghiate presto di vita.
—Provati un poco, cuor mio, se ti riuscisse firmare il foglio: e voi altri fanulloni porgetemi una penna,… e che sia nuova, e ben temperata… tuffatela per bene nel calamaro… Prendi, Sposito, e se in vita non hai avuto buona indole, mostra almeno in morte un bel carattere. Signor Collaterale notate, di grazia, l'agudezza; se la risapesse il Duca, ch'è vago di bei motti, se ne andrebbe in visibilio.—Adagio… così… a modo… con tre dita… carino mio…
Ma le dita di Marzio, dolorosamente inerti, lasciavano andare la penna; ond'egli sbadigliando mormorava:
—Oh quanto sono più generosi gli omicidi nel bosco, che nel tribunale!… non posso firmare…
—Ma quel benedetto Giacinto poteva anche usare un poco più di carità nel dargli la corda!…[6] disse il Vicario volgendosi al boia in tuono di rimprovero.
—Che dite, nè! Eccellenza? Io l'ho trattato da sposo: se avessi a dare la corda a voi, non potrei condurmi con maggiore garbatezza.
Il Vicario, intento affatto in Marzio, non badò alla conclusione del discorso: andati a vuoto gli sforzi per farlo firmare, ordinò che chiudessero l'atto di accusa con le formule neccssarie per supplire al difetto della firma del prevenuto. Distese, firmate, bollate, e impolverate le carte se le pose diligentemente in seno, indirizzando la parola agli uscieri:
—Adesso abbiate cura di questo povero uomo: rammentatevi ch'egli è di carne battezzata come siete voi altri, e rammentate ancora che se la giustizia umana non lo può perdonare, molto bene può farlo la divina: onde, un giorno, chi sa? la sua intercessione potrebbe essere necessaria anche a noi lassù in paradiso: pensate al buon ladrone, e non vi dico altro. Confortatelo con vino, e confetto, e con brodo:—badate a non fargli mancare nulla… bisogna che viva.
Marzio era caduto nella consueta letargìa.
Per lo splendore di Dio! (e notate, che la esclamazione non è mia; bensì di Guglielmo il Bastardo) non vi pare egli caritatevole il vicario? Maisì e avvertite, che quantunque morto da due secoli e mezzo, io ho veduto, ed ho udito questo vicario, epperò mi attento a descriverlo. Il Vicario aveva posto amore a Marzio: gli voleva proprio un bene dell'anima per molte ragioni, una migliore dell'altra: per lui contava potersi presentare trionfalmente al Vicerè; per lui ricuperarne la smarrita grazia; per lui dare la spinta all'odiato Collaterale; per lui dimostrare la molta sufficienza sua; per lui trattenere il popolo nello spettacolo sempre gradito di una tragedia criminale; per lui somministrare subietto a far parlare di se tutto Napoli almeno tre giorni continui; per lui, finalmente, ottenere un ciondolo all'occhiello, ed aumento di paga. Per le quali considerazioni, e per altre, che non si dicono, importava assaissimo che Marzio vivesse—ma per morire sopra le forche! Di qui la tenerezza dello egregio Vicario per la conservazione del condannato.—Non vi pare egli caritatevole il mio vicario?
———
Il Vicario affrettandosi si presenta al palazzo di don Pietro Girone duca di Ossuna, vicerè di Napoli per Filippo III re di Spagna[7]. Nel trapassare per le anticamere egli, prima di tutto, con disgusto non piccolo osservò, come le guardie e gli staffieri non si affaccendassero punto ad annunziarlo, secondo che la gravità del caso gli pareva meritare: considerando poi, che non gli potevano leggere in faccia la grande notizia di cui veniva portatore, gli scolpava quasi da questo lato; sennonchè crescendo allora il malefizio del poco ossequio alla sua dignità in questa parte, gli aggravava al doppio di quello che gli aveva sollevati dall'altra. E se non lo volevano onorare come don Gennaro Boccale, pareva a lui che lo dovessero temere come l'uomo che avrebbe potuto mandarli da un punto all'altro alle forche: però gli staffieri del Duca, servi insolentissimi d'insolente padrone, lui non curavano, e molto meno temevano. Il Vicario consolava la sua vanità offesa volgendo la mente alla necessità di contenere con regolamenti opportuni la petulanza dei famigli dei grandi, per lo più meccanici, riottosi, e ribaldi; ma la suprema mortificazione lo aspettava nella ultima anticamera, dove, dopo avere pestato mani e piedi per essere introdotto dal Vicerè, trascorso spazio lunghissimo di tempo, durante il quale gli parve provare quei tormenti, che tanto spesso aveva applicato ai derelitti che gli capitavano nelle mani, si presentò un segretario per informarsi del suo bisogno. Il Vicario gli disse: negozii di suprema importanza: desiderare che gli fosse data licenza di conferire col serenissimo Vicerè. Il segretario oppose negozii di troppo maggiore importanza dei suoi tenere occupato il Vicerè, nè quindi potergli concedere udienza.
—Ma il negozio, per cui sono venuto, tocca urgentemente la sicurezza degli stati di Sua Maestà.
—Sì; ma vi ho detto che non può pareggiare mai la importanza di quello che tiene adesso per le mani il serenissimo Vicerè duca.
Il criminalista, con un ghigno derisorio, disse al cortigiano:
—Salvo onore, o come fate voi a indovinare il negozio che qui mi conduce?
E il cortigiano, con sorriso punto meno fino, pronto alla parata, rispose:
—Non conosco il vostro, sibbene quello del Vicerè, a cui pochi possono andare pari, superiore nessuno.
Ed il criminalista dall'arguta risposta si trovò capovoltato.
Ora ecco il negozio, che in quel momento teneva occupato il potentissimo Duca di Ossuna. Sua Eminenza il cardinale Zappata (quel desso donde nasce il proverbio, che predicava bene, e razzolava male) gli aveva mandato in dono da Madrid un magnifico pappagallo, ed egli si sollazzava con quello: non già che don Pedro fosse un perdigiorno; tutto altro: aveva fama di solertissimo nelle faccende di stato, e veramente era: ma tanto è, in quel momento gli era saltato per la testa il ticchio di divertirsi col pappagallo, e non voleva in cotesta ora essere infastidito. D'altronde l'arco sempre teso si rompe, ed un po' di sollievo giunge accettissimo agli spiriti più irrequieti.
E' fu mestieri che si rassegnasse il buon vicario ad esporre il motivo della sua venuta al segretario, il quale accolse il racconto con mediocre premura, e a mezzo discorso gli tolse le carte di mano, e, voltegli le spalle, disse: «ho capito!»
Il segretario entrò improvviso, e sorprese il Vicerè che insegnava al pappagallo… che cosa mai gl'insegnava? Una parola spagnuola, che verun gentiluomo vorrebbe profferire, e nessuna gentildonna ascoltare… quantunque, pronunziata dal pappagallo, ecciti la ilarità delle donne e talvolta ancora il rossore; sicchè esse si celano la faccia dietro al ventaglio,—talune per sentire, talaltre per fingere di sentire vergogna.
Questo don Pedro (sussurrava la fama) in fatto di costumi e di religione procedeva più rilasciato, che non consentivano cotesti tempi; e fra le tante si narra questa di lui. Visitando a Catania, in compagnia della Duchessa sua moglie, la chiesa di Sant'Agata, gli porsero a baciare le mammelle di cotesta santa, conservate con grandissima venerazione colà. Postesi pertanto in ginocchio, prima di baciarle si volse ridendo alla Duchessa, dicendole: «donna Caterina, senza gelosia»[8]. I preti lo predicavano infetto di eresia; e fra le altre accuse, messegli davanti al Re di Spagna, vi fu quella di seguitare i riti della religione maomettana. Al Vicerè increbbe essere colto in quel punto, e si voltò con cera sdegnata al segretario, che, pilota sagace di corte, vista la marina turbata, non sapeva a qual santo votarsi. Non gli soccorrendo consiglio migliore, si accostò al pappagallo; ma questo, impaurito, gli dette di becco nella mano, e gli stracciò la carne. Il segretario sotto voce mormorò:
—Benedetto prezzemolo! E a voce alta: magnifico, bellissimo pappagallo!…
Ma il Vicerè, stizzito, lo interrogò con voce severa:
—Ynigo, chi vi ha chiamato?
Il cortigiano, a sua posta stizzito, se la rifece col vicario rispondendo:
—Serenissimo! Il Vicario criminale, che, salvo onore, è più fastidioso del fistolo, tanto rumore ha mosso nell'anticamera urlando trattarsi della salute del Re e della sicurezza dello Stato, che mi fu forza, onde non irrompesse fino a Vostra Serenità, torgli queste carte di mano, e presentarvele per liberarvi dalle importunità sue.
—Sappiamo a prova, disse il Vicerè con signorile alterezza e porgendo là mano per ricevere le carte, negarsi a noi quello di cui gli altri uomini hanno copia;—un momento di riposo. Informate, don Ynigo.
—Serenissimo! Un bandito dello stato romano nella decorsa notte ha ucciso proditoriamente certo suo compagno presso il tabernacolo della Madonna del Buonconsiglio: arrestato stamane, confessava su i tormenti. Il Vicario, considerata la confessione spontanea, sarebbe di avviso si condannasse a morte senz'altra procedura, per frenare gli omicidi e i ladronecci, che incominciano a parere già troppi anche al signor Vicario.
—Ed è questo il motivo per cui mi siete piovuto in camera fragoroso e improvviso, come palla di bombarda briccolata in cittadella nemica?
—Serenissimo! si degni rammentare che la colpa non viene dalla palla, bensì da cui la manda.
—Voi non avete mai colpa, assomigliate gli assistenti dei sagrifizi di Giove, dei quali l'uno scaricava su l'altro il fallo del bove ammazzato; sicchè la pena toccava finalmente al coltello, che, innocentissimo, pagava per tutti.
Il cortigiano, per non far peggio, sorrise come estatico all'arguzia del motto. Il Vicerè blandito, prendendo una penna stava per firmare senz'altro la proposta del vicario; ma si fermò:
—Per Santo Yago! ella è cosa da nulla firmare uma sentenza di morte? Tra firmarla, e patirla una tal quale differenza ha da essere.—Passare di un tratto da un mondo dove risplende così luminoso il raggio del sole, ad un altro dove la cosa più chiara, che io possa comprendere, è un buio eterno… parmi un brutto passaggio in verità.—E qui intingeva la penna nello inchiostro.—Comprendo eziandio, aggiungeva, che deve riuscire più facile levare l'ancora da questa vita in un giorno di gennaio a Stokolma, che a Napoli in un giorno di aprile.—Alzatosi si approssimava al balcone, e, muovendo discorso al cielo, continuava:—Occhio del cielo, perchè apparisci sì bello ai nostri occhi, se poi dobbiamo così presto lasciarti? Il tuo raggio divino dovrebbe illuminare cose degne della sua divinità. La notte dovrebbe vedere i supplizii delle colpe che si commettono nel suo grembo, ed io non so con quale senno o giustizia il giorno ha da contristarsi col castigo del delitto, ch'egli non ha illuminato: l'uno e l'altro rimangano al buio…
Questi pensieri uscivano lambiccati dal cervello del Duca: imperciocchè non gli partissero mica dal cuore, ma gli ostentasse, quasi per far dimenticare al cortigiano la parola turpe con la quale in bocca lo aveva sorpreso educante il pappagallo: cotesti pensieri tenevano officio d'incenso bruciato intorno ai cataletti per vincere l'odore del morto. Avrebbe piuttosto desiderato sfogarsi a danno di qualcheduno, ma la fortuna non gli presentava l'orecchio. Intanto il pappagallo, per aumentargli la confusione e il maltalento, ripetè con voce sonora la oscenità imparata, e parve che di lui si prendesse a dileggio e della sua mentita filosofia. Allora si pose in fretta nuovamente a sedere, e per liberarsi dal testimone importuno si accinse a firmare.
—Che se il ribaldo merita commiato… via… lanciamolo nella eternità.—
Ma il pappagallo, o percosso dalla nuovità dell'oggetto, o cruccioso per non vedersi più vezzeggiare, con una beccata trasse la penna di mano al Vicerè.
—Montezumanon vuole che muoia… o piuttostoMontezumarimprovera il Vicerè di firmare proposte di morte senza pure esaminare le carte del processo. Il pappagallo ha ragione; il Vicerè torto. Grazie allo avvertimento,Montezuma. Se io fossi re, forse, chi sa? in premiodei lunghi ed onorati servigi, potrebbe darsi che un giorno tu ti trovassi premiato con una immagine di bestia come te; o di santo, e non posso dire come me; o con un bel mazzo di prezzemolo: ma invece, essendo io soltanto vicerè, ti darò un biscotto di Maiorca intero. Io ti rimanderei volentieri per consigliere allo Escuriale onde far conoscere allo Eminentissimo cardinale Zappata, che quanti gli escono di mano pappagalli io glieli rimando consiglieri.—
Don Pedro con molta accuratezza si pone a leggere, e tuttavia leggendo pensava a quello che fosse da farsi; imperciocchè è fama che i1 Duca di Ossuna fra le altre sue qualità possedesse quella di dividere contemporaneamente la sua attenzione sopra svariatissimi oggetti, come leggere una cosa, e pensarne un'altra; o pensare al tempo stesso a più cose; o conversare con varie persone udendo senza perdere sillaba, rispondendo a segno, e al punto stesso scrivere dispacci intorno a materie importantissime. Io ho detto facoltà, ma doveva dire vizio; conciossiachè questo abito alteri la virtù intelettuale, siccome il guardare strambo guata la visiva. Adesso, mentre leggeva meditando, conobbe: non correre più tempo opportuno di provocare il Papa; anzi con ogni maniera di riguardi doverselo tenere bene edificato, imperciocchè egli si fosse messo in braccio alla Francia assolvendo Enrico IV, e stringendo con quel regno vincoli antichi. Francia, cessata la guerra civile, presto tornerebbe più bella, e più gagliarda che mai, per la facilità maravigliosa che possiede a fare scomparire in un giorno le rovine di un anno; mentre, all'opposto, Spagna spirare, come Crasso, con la bocca piena di oro: le flotte, studio indefesso di dieci anni del re Filippo II, distrutte da un colpo di vento; i Paesi Bassi rimasti fitti a Spagna nel palato come l'amo al pesce cane; Germania avere teso sempre la mano per prendere, e mai per lasciarsi pigliare; consumato seicento milioni di ducati; cagionato la morte di venti milioni di uomini; empito di rovine e di odio il mondo, e della passata grandezza oggi rimanerle la superbia soltanto[9]. Formarsi a poco a poco il turbine contro la casa di Austria, di Germania e di Spagna. E al Papa, già sottratto dal dominio di Spagna, non doversi somministrare pretesto di odiarla, dacchè, baldanzoso a cagione del fresco acquisto di Ferrara, per poco che s'inciprignisse, era uomo a fare vive le sue pretensioni sul regno di Napoli; nè gli sarebbero mancati soccorsi francesi, nè i milioni di oro messi da Sisto V in castello parevano per anche reputi a fondo: Clemente VIII poi mostrarsi di natura meno bestiale di Sisto, e qualche termine di buona composizione potersi trovare con lui: d'altronde, come vecchio, dovergli piacere che i trambusti cessassero per fondare la grandezza di casa sua, nel che procedeva accesissimo, e per purgare gli stati della Chiesa dalle bande dei ladri che gì'infestavano. In tutti i paesi questo vediamo accadere ordinariamente dopo le guerre; e Roma aveva terminata pure ora la impresa di Ferrara, e in ogni tempo fu terreno classico pei banditi. Papa Aldobrandino in questa parte non mostrarsi punto meno severo del Montalto; rammentandosi il Duca ottimamente, come creato Cardinale dal medesimo, e conoscendolo a prova asprissimo e spietato, giubbilando esclamasse:avere pure alla fine trovato un uomo secondo il suo cuore![10] Ancora, oltre il piacere grande che avrebbe fatto al Papa porgendogli occasione di palesare al mondo la diligenza adoperata da lui per rimettere in assetto i suoi dominii, gli pareva cotesta essere matassa da doversi sbrogliare a Roma… e poi… e poi più di tutto gli piacque, ed anzi fu questa la ragione capitale, prendere da cotesto fatto occasione di mortificare il segretario che lo aveva sorpreso ad insegnare oscenità al pappagallo, e il vicario che lo aveva mandato. Così mescolato a molta scoria si cava l'oro dalla miniera, e per questa volta il destino folleggiando lo affinava.
—Don Ynigo;Montezuma, salvo onore, si mostrò troppo più acuto di voi quando mi ha persuaso a leggere carte che non avete letto, e che dovevate leggere voi. Questo è negozio appena incominciato, e si vorrebbe tagliare il capo del filo per perderne ogni traccia. Viva Dio, che prudenza sia questa io non so vedere! Bisognerà inviare questo uomo sotto buona scorta a Roma, accompagnandolo con lettere adattate a gratificarci l'ottima mente di Sua Santità. Esaminerete come, sebbene trattisi di misfatti commessi nella nostra jurisdizione, tuttavolta sembra che sieno stati preordinati di lunga mano da persone di alto affare dimoranti a Roma. D'ora in poi, signor Segretario, non mi farete rapporto veruno se non previa diligente lettura delle carte relative; e tenetevi per avvisato. In quanto al signor Vicario, mi sono accorto, recandomi io stesso alla vicarìa, che sta assente dallo ufficio troppo più spesso che non conviene per la importanza delle funzioni che esercita; mi pare oltre il dovere svagato; e certo poi la età gl'indeboliva il senno, che non ebbe mai troppo anche nei giorni migliori. Speditegli pertanto lettere di dispensa con la pensione che merita, sostituendogli il suo Collaterale, persona di proposito e manierosa. A noi così giovi sempre la fortuna come oggi, la quale ci ha risparmiato la firma di una sentenza di morte, e offerto adito a confermarci nella benevolenza del Sommo Sacerdote, del quale avranno compre mestieri i Principi savii, finchè vorranno durare a reggere con freno di autorità assluta li popoli soggetti.—
E tutto questo per essere stato sorpreso il Duca di Ossuna a insegnare una parola oscena al pappagallo! Ridere? Oh! se questo fosse tempo opportuno di ridere io vi condurrei nel buio dove si cova il destino dei popoli, e vi chiarirei come da cause più lievi, spesso meno oneste, e talora più burlevoli, derivassero guerre, rovine di stati, distruzioni di popoli, ed altri dei più funesti flagelli della umanità.
Il segretario si partì dal cospetto del Vicerè curvo come se lo avesse caricato con mille libbre di peso. Quando gl'impiegati ricevono una mortificazione si studiano rovesciarla sopra gl'inferiori; ella è come un sasso, che rotola finchè trova scalini; ma no, il paragone non mi sembra adattato; direi piuttosto, che la scintilla del malcontento, sprigionata nelle alte regioni, ricerca velocissima le parti più recondite delle segreterie, dove però si sperpera fra tanti, che sovente o non la sentono, o non la curano; e ad ogni modo tutti con una squassatina se la gittano via dalle spalle.
Il segretario annuvolato passò dinanzi al vicario impaziente, e gli disse torbo «aspettate!» Dopo venti, e più minuti il segretario, maggiormente torbo, ripassa per entrare nella stanza del Vicerè, e dice al vicario, maggiormente impaziente, «aspettate!» Il segretario dopo lunga ora esce dalla stanza del Vicerè, e al povero vicario, che non capiva più nella pelle per la rabbia, ripete per la terza volta torbidissimo «aspettate!»
Il capo del vicario aveva girato dall'uscio della stanza del Vicerè a quello della stanza del segretario, e da questo a quello come un girasole: alla fine, dopo inenarrabile agonia, esce per la quarta volta il segretario; e, messo fra le mani al vicario un plico suggellato, lo squadra di traverso, lo inchina, e senza dire un fiato sparisce.
—Ouf!—borbottò il Vicario,—questi Spagnuoli fumano come cammini: giuoco che costui al suo paese avrà suonato le campane in qualche convento, non cibando mai miglior vivanda che la broda dei frati; ed ora ci viene a squadrare dall'alto al basso… a fare lo idalgo, con noi—che abbiamo in corpo nobiltà quanta il re.—E questo mettermi in mano suggellato il plico, o che novella è?—Forse sarà segno di attenzione, e riguardo alla persona e alla carica:—deve essere così:—e allora io non troverei in ciò da biasimarli,—anzi gli lodo;—e correva via a gambe.
Prima di proseguire il racconto del mio Vicario bisogna che mi sbrighi del segretario. Ora vuolsi sapere come, tornato a casa, egli dicesse al figliuolo, che gli andava incontro tutto festoso: «Figliuolo mio, facciamo le nostre valigie e ritorniamo in Ispagna, perchè qui in Napoli l'aria non tira più buona per noi». Signore! rispose il figliuolo, che cosa vi è mai accaduto di nuovo? Avreste per avventura mancato di rispetto alla nostra santa religione? «Peggio, figliuolo mio, peggio». Avreste, ohimè! ucciso in duello qualche gentiluomo di corte? «Peggio». Per sorte, avreste ardito inalzare i vostri affetti fino alla Serenissima Viceregina? «Peggio ancora». Voi mi spaventate; ma che, dunque? «Ho sorpreso il potentissimo Duca di Ossuna sciupando il tempo a insegnare parole oscene al suo pappagallo». Misericordia! è finita per noi.—
Adesso torniamo al Vicario. Egli giunse ansante, bagnato di sudore alla vicarìa: si pose a sedere con il Collaterale al fianco, notari, e copisti; fece rientrare sbirri, valletti, carnefice, e vittima, che fu portata a braccia col capo spenzoloni giù come ubbriaco. Il Vicario levò le ciglia in su, e quando li vide tutti attenti passeggiò i suoi sguardi allo interno nella miseria del suo orgoglio, poi ruppe il suggello e si pose a leggere,
—Come? Come? qual tradimento si è questo?
—Che avvenne? Che fu? Che cosa è stato?—si udiva a coro replicare dintorno.
—Sono tradito peggio di Cristo;—e piangendo si coperse gli occhi con le mani.
Il Collaterale, che gli stava al fianco come lo jakal alla jena, gittò lo sguardo obliquo su le carte; e, vedendovi scritto il suo nome, con un baleno di malignità indovinò il mistero: onde in un punto, postergato ogni rispetto, allungò le mani bramose; ed arraffando le carte si accinse a leggerle, rovesciato il capo su la spalliera del seggiolone. Nel conoscere ch'era stato promosso alla carica di Vicario in luogo di don Gennaro Boccale fu per ispiccare un salto, prorompere in pazze risa, battere palma a palma, fare cose insomma da spiritato; ma si contenne, e, col collo torto più loiolescamente che potè, con un risolino sopra le labbra sottile quanto il filo del rasoio gli favellò:
—Avvocato Boccale (di secco in piano gli toglieva il titolo di Vicario) credete che mi sento proprio trafiggere il cuore per la vostra disgrazia; molto più che, dentro domani, avrei a pregarvi di lasciarmi sgombra la casa…
—Ed io credo che non vi devo credere nulla, signor Collaterale. Intanto io me ne vado per le scale: badate che voi, don Ciacchero, non abbiate un giorno a uscirne dalla finestra.—E sì dicendo don Gennaro si levò tutto infuriato; e allontanandosi dal palazzo col garbo di Scipione quando mosse in esilio, esclamava: «Ingrata vicarìa! tu non avrai la mia cappa».
Così a mannaia vecchia sostituivasi mannaia nuova, e i miseri accusati ebbero ad accorgersi ben tosto ch'era stata affilata di fresco, Intanto il Vicario novello leggendo oltre il dispaccio del Vicerè conobbe come la sentenza di Marzio non dovesse eseguirsi altramente, bensì avesse ad inviarlo sotto buona scorta a monsignore Governatore di Roma, la quale cosa egli fece con la diligenza consueta agl'impiegati nuovi, o nuovamente promossi, secondo il costume delle granate; e per la più parte di loro il paragone non è ignobile abbastanza.
Il licenziato Boccale ridottosi a vivere in altra casa, stette parecchi giorni smemoriato come se avesse ricevuto un picchio sopra la testa, e di ora in ora prorompeva in risa; ell'erano coteste le gocce grosse precorritrici della tempesta: per ultimo la tempesta scoppiò, e terribilissima, nella quale rimase annegata la sua intelligenza: del cuore egli aveva fatto getto da tempo immemorabile, e solo (infelice reliquia!) gli rimase a galla l'agonia di tormentare. Tutto periva in lui tranne la libidine di Vicario criminale, ed a ragione; conciossiachè cotesta qualità per conservarsi non abbisogni punto d'intendimento, bastando il solo istinto di belva. Nei feroci delirii fondò un'alta Corte di Giustizia istituendo offici di sbirro, accusatore, giudice, e boia; e tutte queste incumbenze, come se altrettanti benefizii semplici fossero, accumulò sopra il suo capo, risolvendo da matto quello che già era andato spesse volte per la mente dei savi: voglio dire, che componendo le rammentate cariche diverse specie simpatiche, e relative fra loro, amore di ordine persuadeva a classarle sotto la stessa famiglia, e amore di economia, a cumularle tutte sopra una medesima testa,—almeno in certi tempi e a certi luoghi.
Il licenziato don Boccale incominciò a processare i volatili del suo cortile: pretesti non gli mancarono, e, comecchè non sapesse col suo cervello matto distinguere gl'innocenti dai rei, nondimeno procedendo perfidamente a tastoni dichiarava, chetutti, o taluniavevano commesso il delitto; e poi, che tutti erano staticomplici a farlo, o impotenti a prevenirlo; e finalmente, che il delitto non risultava già da uno o più fatti peculiari, bensì da una congerie di coseconnesse, complesse, eper di più continuate; per lequali, e con le qualitutti come felloni, e diperfido cuore, invocato prima il nome santissimo di Lui, che sempre sta vicino a chi lo sa chiamare, tutti dannava irremissibilmente a morte. Di questo piccola cura prendeva donna Carmina, perocchè i giustiziati fossero da lei (che si era assunto il carico dell'Arciconfraternita della Misericordia) trasportati con ragionevoli intervalli nella pignatta, e quivi tenuti sepolti finchè non avessero fatto buon brodo. Quando i polli vennero meno, egli mosse terribilissima accusa contro Giordano cane di casa: certo da anni ben lunghi ei gli aveva badato le sue masserizie dai ladri; una volta ancora gli salvò la vita, ma invano; fedeltà e amore, e beneficii fatti lui non iscamparono dalla rabbia del giudice matto: egli ebbe a morire: e di questo anche poco increbbe a donna Carmina, anzi ci ebbe piacere, dacchè il cane fosse vecchio, e per di più aveva perduto un occhio. E poi, si sa, gli anni dei servi quando diventano troppi pei padroni, anche battezzati e cattolici, formano capo di delitto supremo; e di ciò fanno fede i coloni di certa parte di America, i quali con tranquilla coscienza accusano gli schiavi vecchi e disutili al Governo di non commessi misfatti, ond'egli gli ammazzi, e in parte ne rimetta il prezzo!
Morto il cane venne la volta della gatta, delizia di donna Carmina: se mai visse al mondo gatta incolpevole, proprio fu quella; dopo tanti anni di buona condotta le si potè imputare un errore solo: rubare un cacio fresco dallo armario[11]. Ahimè! Anche i santi cascano, e la tentazione superava le forze della gatta; non ebbe rispetto il fiero giudice alla fragilità del sesso, al naturale istinto, alla provocazione del cacio fresco, e al prolungato digiuno, dacchè resultava dagli atti, che da bene ventiquattro ore il povero animale era rimasto senza governo: ogni circostanza attenuante rigettò, e come rea di famulato qualificato da scalata, e colta infragranti, condannò barbaramente a morte. Donna Carmina si gettò ai piedi dello inesorabile, supplicando con molte lagrime la grazia della gatta diletta; il giudice parve commuoversi, e rispose «vedremo»; di che racconsolata la donna, pensò poter vivere sicura. Ahi! sicurezza funesta. Un bel giorno levandosi da letto, la prima cosa che le si parò davanti agli occhi fu la gatta impiccata. Quantunque ella avesse l'anima e la vita assuefatte a spettacoli quotidiani di orrore, non resse a quello; ed irrompendo insana con furiosissima ira, empì di ululati la casa e la contrada; di atroci contumelie lacerò il consorte. Per colmo d'ingiuria, quando armata di coltello si fece a tagliare lo infame capestro, e riscossa la salma diletta dal patibolo comporla in sepoltura onorata, il giudice le si oppose risolutamente dicendo, che non si aveva a disturbare l'amministrazione della giustizia: rispettasse costei la veneranda maestà delle leggi; a quello che si attentava commettere ella avvertisse due volte, chè egli voleva, e sapeva adempire il suo dovere: fellonìa espressa essere il levare di su la forca lo impiccato; e ricordasse per suo governo, che chi spicca lo impiccato, lo impiccato impicca lui. Figuratevi come gli animi s'invelenissero! Gli antichi dolci appellativi mutaronsi in orrende minacce, e dalle male parole trascorsero in peggiori fatti: nè il Vicario uscì lieto dalla baruffa, che riportò il capo pelato, e la faccia in parte graffiata, in parte pesta. I vicini accorsi li separarono un po' con le parole, e un po' co' manichi delle granate; anzi più con questi, che con quelle; quindi fecero prova di ritornarli in concordia, e crederono esservi riusciti.
Ma il Vicario, rotto nelle turpi slealtà del suo mestiere, appena profferita la parola del perdono pensò, che se aveva perdonato come uomo, perdonare come magistrato non istava nelle sue facoltà; onde si pose a istruire segretissima procedura di lesa maestà, violenza pubblica, impedita amministrazione di giustizia, e offese qualificate contro il Magistrato nello esercizio delle sue funzioni; insomma rovesciò il sacco del codice criminale contro donna Carmina. Tutto questo bastava, e ce ne avanzava, per una condanna di morte: e così fu. Il giudice profferì sentenza capitale, e da quel giorno in poi ogni sua cura pose per mandarla ad esecuzione.
Certa notte, che donna Carmina dormiva placidamente, il buon marito le passò cheto cheto il laccio intorno al collo, e poi di un tratto la tirò su per le traverse del cielo del letto. Compita la opera riprese sonno tutto contento, e la mattina si mise a sedere sul letto aspettando che la Carmina si svegliasse, per godere della sua sorpresa nel trovarsi impiccata[12].
Lo trasportarono nell'ospedale dei pazzi dove un giorno, per ammazzare l'ozio, non potendo impiccare altri, impiccò se stesso alle inferrate della stanza.
Oh! si fosse impiccata con lui tutta la generazione dei Vicarii criminali.
[1] Quantunque Francesco Hernandez di Toledo avesse incominciato a propagare in alcune parti della Europa, fino dal 1520, l'uso della pianta chiamata tabacco, dalla isola diTabagodove prima la segnalò, tardi venne adoperata in Italia, e particolarmente nei luoghi marittimi; però a Napoli nella epoca del mio racconto, 1599, costumava assai, per la doppia ragione ch'egli era porto di mare, e sottoposto al dominio della corona di Napoli.
[2] Certo giovane spagnuolo con un colpo di bastone uccise un lanzo.] *[Sisto V comandò si giustiziasse, e subito. Il Governatore di Roma avendogli fatto osservare essere necessario il processo, Sisto, che aveva in uggia le ipocrisie della legge, rispose risoluto «volerlo morto prima di pranzo, ed il Governatore si spicciasse, però che egli si sentisse fame». E questa era ingenuità della ferocia. Ancora gli ordinò piantassero le forche in maniera, ch'ei potesse vederle dalla finestra: non volle concedere gli mozzassero la testa: dice volere onorare di sua presenza cotesta giustizia, e di vero egli stette a vederlo impiccare, e poi comandò mettessero in tavola, dacchè cotesto spettacolo gli serviva di salsa allo appetito. GREGORIO LETI,Vita di Sisto V, par. II.
[3] Nella occasione, di cui è proposito nella nota antecedente, Pasquino, satireggiando, finse portare un bacile pieno di forche, di ruote, mannaie, e catene. Interrogato ov'ei ne andasse con arnese siffatto, rispondeva: «a metterlo in tavola per la salsa di Sua Santità». LETI,loc. cit.
[4] Gli Spagnuoli appresero l'uso della cioccolata dagli Americani fino dalla conquista del Messico, ma lo tennero segreto per tutto il secolo decimosesto. Quale fosse la causa del geloso mistero ignoriamo: però Carlo V e Filippo II appena ne offersero qualche tazza ai sovrani loro fratelli, o cugini. Affermano che lo abuso di questa bevanda fomentasse nello imperatore Carlo V la nera malinconia, che lo condusse a cantarsi vivo le preghiere da morto. Forse l'essere nato da madre pazza contribuì alla sua tristezza troppo più dello abuso del cioccolatte. Nel 1640 questa bevanda diventò comunissima per tutta Europa: a Napoli però, come paese dependente dalla Spagna, assai prima di cotesta epoca si adoperava fra le persone agiate. Dei medici alcuni la celebrano come bevanda sanissima, atta a confortare i deboli e i vecchi; altri all'opposto, siccome suole, come dannosissima la maledicono. Linneo la chiamateobroma, o voglicibo degli Dei.
[5] Le frasi, che occorrono distinte con carattere italico, appartengono ai documenti giudiziarii del miserabile processo per lesa maestà allo Autore, e sostenuto contro di lui, con fronte che vince ogni più duro metallo, durante gli anni 1849-50-51-52-53!
[6] Burleigh, nella sua dichiarazione del 1584, confessa essere stato costume dei tribunali inglesi applicare la torture ai prevenuti; ma che però facevasi con tutta carità cristiana!Quartierly Review, Agosto 1834—Delle condanne politiche d'Inghilterra—MARTINO DEL RIO va più oltre, ed afferma che «la tortura si dava alla persona denunziata per lo suo maggiore vantaggio, conciossiachè vi sia speranza, che vinta dai tormenti ella confessi il delitto, e così salvi l'anima; mentre se non la si pone alla tortura, ci è da temere che muoia senza confessione, e per conseguenza si danni»—ALBOIZE e MAQUET,Le prigioni più celebri della Europa, tom. VII, pag. 61.
[7] Vicerè di Napoli nel mese di giugno del 1599 andò il Conte di Lemos, e tenne lo ufficio fino alla sua morte, successa nel 19 ottobre 1621; lui morto surrogò il figlio don Francesco di Castro, e questo il Conte di Benavente; a Benavente fu sostituito don Pietro Fernandez di Castro conte di Lemos, e dopo lui venne don Pietro Girone duca di Ossuna. BALDACCHINI,Vita di Tommaso Campanella, p. 90.—Tuttavolta io trovo un Duca di Ossuna vicerè di Napoli nei tempi antecedenti al primo Conte di Lemos: questa carica durava tre anni; onde io ho ritenuto che fosse quel desso, che vi ritornò nel 1618. Ad ogni modo se avessi commesso anacronismo, mi verrà, io spero, di leggieri perdonato in grazia di aver fatto conoscere il cervello balzano di cotesto duca, il quale nella sua vita sperimentò gli estremi così della prospera come dell'avversa fortuna.
[8] Questo fatto ho letto narrato nellaStoria di Veneziadel DARU, che riporta eziandio le affettuose, e forti suppliche di questa egregia moglie in pro del marito, caduto in disgrazia della Corte di Spagna.
[9] Terribile insegnamento ai Principi, se lo volessero intendere, darebbero le avvertenza contenute nel testamento di Filippo II re di Spagna. Di loro, sia che vuolsi: al Popolo, cui è familiare cotesto personaggio per la terribile tragedia dell'Alfieri, non fia discaro conoscere come finisse quel pugno di polvere coronata, che per la potenza e per la voglia di operare il male fino dai suoi tempi venne salutato col nome didemonio meridiano. Nè vi ha pericolo che verun Gesuita la riprenda per lui, sostenendo esagerato il racconto, dacchè egli è desso che scrivendo ammonisce il figliuolo, il quale ben fu più imbecille, non già meno tristo di lui: «Una infinità di esperienze, travagli, fatiche, disegni, e pretensioni (la più parte inutili) mi hanno fatto conoscere (ma troppo tardi pel mio bene, e per quello dei miei popoli, e vicini) le cose necessarie al buon governo dei popoli…. di cui un giorno bisognerà rendere conto al Re dei re, davanti al qualesutterfugi, ecavilli non valgono, conoscendo le inclinazioni, i disegni, e i pensieri segreti degli uomini… tanti dolori, ed accidenti strani da tanti mesi mi assalgono, che sono diventato unsupplizio a me stesso;onde io prego Dio, che dalla terra mi chiami al cielo usandomi quella misericordiache io ed i miei non usammo a tanti popoli, che ce ne richiedevano…» E venendo più particolarmente allo scopo di questa nota, odasi come cotesto sciagurato re continui: «Dopo avere aspirato a farmi imperatore del Nuovo Mondo, a conquistare Italia, domare i Paesi Bassi, farmi eleggere Re d'Irlanda, vincere Inghilterra con la più grande armata che mai siasi veduta, alla formazione della quale consacrai dieci anni di tempo, ed oltre a venti milioni di ducati, e Francia con le corruttele, mi trovo ad avere consumato trentadue anni di vita, più di seicento milioni di ducati in ispese straordinarie; cagionato la morte di venti milioni di uomini, spopolato provincie più vaste di quelle ch'io possiedo in Europa… di tutti i disegni, rovine, e fatiche appena ho acquistato il piccolo regno del Portogallo. Irlanda mi sfuggì per la indole salvatica dei suoi abitanti, le spiagge ardue, la dimora trista; Inghilterra, per fortuna di mare; Francia, per leggerezza francese; Lamagna, per astio dei miei parenti… Il tutto per volontà di Dio!!…»