Filippo II moriva divorato dai pidocchi. Possano i tiranni, e i tormentatori dei Popoli non fare mai miglior fine della sua: e possano i loro disegni non riuscire mai ad esito meno tristi di quelli di costui!—Questo documento si trova nelle memorie del duca di Sully ministro di Enrico IV, e viene riportato dal signore ARTAUD DE MOUTOR nella suaStoria dei Papi. Quantunque questa nota sia già lunga, tornerà, io penso, oltre modo piacevole ai lettori sapere come questo Re, cattolicissimo e colonna principale della Chiesa, sentisse degli Ecclesiastici:
«Aiutatevi nei vostri bisogni con l'entrate dei beni ecclesiastici; conciossiachè le troppe dovizie precipitino i Preti nelle delicature e nei piaceri, donde poi nascono l'empietà.
«Diminuite ecclesiastici, cortigiani, magistrati, e finanzieri perchè questa gentedivorail grasso dei vostri dominii, e non porta frutto che valga… moltiplicate mercanti, artigiani, agricoltori, pastori, e soldati: i primi spendono poco, ed arricchiscono le provincie; i secondi le difendono.
«Abbiate quanti più potete voti in Conclave; pagate bene cardinali, elettori, e vescovi di Allemagna col mezzo dei vostri ministri, senza far passare i danari per le mani degl'Imperatori.
«Ricevete in grazia, a qualunque patto i ribelli dei Paesi Bassi,purchè vi abbiano per principe: ad ogni modo fate pace con loro».
Quali i suoi intendimenti politici sopra le altre parti di Europasi ricava dai seguenti ricordi:
«D'Italia e di Lamagna non vi date fastidio: questi paesi sono posseduti da troppi, e troppo diversi principi, i quali aborrendo deferire a cui fra loro è più degno, e governandosi con umori diversi, riesce difficile che si accordino.
«Dividete la Francia dalla Inghilterra».
[10] Sisto V inviò il cardinale Aldobrandino, poi Clemente VIII, in Polonia per la pace, e per rivendicare Massimiliano in libertà; le quali cose tutte gli vennero prosperamente condotte a fine. In cotesto viaggio egli tolse seco, e si valse della opera di Cinzio Passeri nipote ex sorore, che poi creò Cardinale nepote col titolo di San Giorgio. Sisto, per simili geste riputando assai lo Aldobrandino, frequenti volte esclamava «avere trovato alla fine un uomo secondo il suo cuore». LETI,Opera cit. parte II. l. 3.
[11] «Imputar le si puote un error solo:Mangiarmi dall'armario un raveggiolo».COTTA,Canzone in morte della Gatta.
[12] Questa mania di giudicare, e fare con le proprie mani giustizia, e non già sopra le bestie, bensì sopra gli uomini, fu per un tempo esercitata da Giovanni Tina ciabattino, di cui lessi la narrazione minuta nella Raccolta di Novelle antiche e moderne fatta per opera diRobustiano Gironi.
Barbarigo«Egli non versò una lacrima.
Loredano«Due volte gridò.
Barbarigo«Un santo lo avrebbe fatto anche con la corona celeste davanti gli occhi, se fosse stato sottomesso a così barbara tortura; ma egli non chiese misericordia… quei gridi non avevano nulla di supplichevole; glieli svelse il dolore, e non furono seguitati da veruna preghiera». BYRON,I Due Foscari.
Beatrice amava il sole di autunno, i raggi del crepuscolo, e le ombre lunghe dalla parte di occidente. Spesso, in compagnia della cognata donna Luisa, che aveva appreso ad amare come sorella, e reverire qual madre, si piaceva aggirarsi per le strade di Roma seguita dall'uomo nero[1] e da due o più staffieri, giusta il costume delle patrizie romane. Certo giorno, andando esse, secondo il consueto, a diporto, riuscirono alla piazza Farnese: quinci proseguendo per la strada della Corte Savella giunsero nella via Giulia: a metà di questa gli occhi di Beatrice si fermarono sopra una fabbrica di apparenza lugubre; nera, vastissima, senza finestre od altre aperture tranne la porta, bassa per modo, che non fosse dato ad uomo passarla se molto non si chinasse con la persona[2].
Sopra lo stipite della porta un Cristo condotto in marmo di mezza figura apriva le braccia in atto di favellare all'ospite dolente, trasportato là dentro, queste parole: «Quando l'angoscia del patire ti vincerà, se sei innocente pensa a quello che, innocentissimo, io soffersi; se colpevole, considera che in qualunque momento tu mi volga il cuore pentito io tengo le braccia aperte per istringerti al seno».
Contristava il cielo un vapore umido dello scilocco, e l'aere denso uscendo dal Tevere investiva la fabbrica tutta; sicchè dalle buche, lasciate nelle pareti per inserirvi al bisogno le travature dei ponti, filtrava lo stillicidio in forma di aguglie. Beatrice stette a considerare cotesto lugubre edifizio; e saputo essere quello la prigione della Corte Savella, lieve percosse sul braccio alla cognata, e favellò:
—Non ti pare, che pianga?
—Chi?
—Cotesta carcere.
—Certo molte hanno da essere le lacrime che si piangono là dentro; e se si fossero fatta strada a sgorgare traverso i muri, io non me ne maraviglierei.
—E quelle erbe vetriole, che spingendosi per le commettiture delle pietre hanno trovato modo di sbucare fuori, non paiono le preghiere dei carcerati, che escono a stento da coteste mura?…
—Pur troppo paiono! E come coteste erbe rimangono attaccate alle pareti del carcere per esservi sbattute dal vento, o riarse dal sole, le preghiere si volgono invano al passeggero perchè ricordi chi geme là dentro, e ne senta pietà.
—Luisa! E quelle tasche, che attaccate a spaghi pendenti di sopra, ai muri scendono giù fin presso a terra, che cosa ci stanno a fare?
In questa ecco passare lì presso un plebeo romano dalla lingua mordace, e dagli atti petulanti, il quale avendo inteso la domanda della giovane, quasi invitato dalla onesta bellezza delle gentildonne, rispose:
—E' sono archetti tesi dai carcerati alla carità di passo; ma al tempo, che corre, la carità non si lascia chiappare più a volo, nè a fermo…
Ed un altro plebeo, sopraggiungendo, disse:
—Non è come la conti. Coteste tasche, eternamente vuote, stanno lì per dare immagine delle mammelle della carità dei Preti, con le quali allattano il povero popolo.
Le gentildonne rimasero contegnose a quei motti; e poichè si furono assicurate che nessuno le scorgeva, quanta moneta si trovavano addosso distribuita prima per coteste tasche, partirono.
—Non già la moneta, osservò Beatrice; bensì la idea, che altri pensa a te, e come può ti soccorre, deve tornare di consolazione grandissima ai derelitti. Nè si dica che il baleno non giova; perchè talvolta basta a illuminare la strada, e a ritrarre dallo abisso il pellegrino smarrito.
—Veramente, riprese donna Luisa, io comprendo quanto abbia a recare conforto in cotesto sepolcro di vivi conoscere come qualcheduno senta pietà di te… però non lo vorrei provare.
—Noi siamo foglie davanti al soffio della Provvidenza; ed io, qui presso a queste mura dolorose, imparo la ragione per la quale Gesù Cristo annoverò la visita dei carcerati fra le opere di carità fiorita. Guarda bene, e vedrai starsi sopra la porta del carcere la paura che respinge addietro il visitatore, e con labbra tremanti gli sussurra: va via, chè il giudice non ti sospetti complice del carcerato, e te pure imprigioni; sta l'abiettezza che, fatti i conti, trova che dall'albero cadente bisogna allontanarci, per tornare poi quando è caduto a farne provvista di legna da ardere; sta il rigore dalle viscere di pietra, il quale dissuade da sentire pietà dei colpevoli, perchè per lui l'uomo in carcere è reo, predica sempre meritata la pena, ed infallibile l'autorità; vi è… Ma ahimè! se io volessi rammentare tutte le fantasime, che stanno appollaiate su la porta del carcere minacciando da lungi i visitatori, sarebbe troppa impresa, e per di più fastidiosa; però non reca punto maraviglia se i carcerati passino ordinariamente la vita soli.
Così alternando malinconici ragionamenti si condussero a casa sul fare della sera. Don Giacomo con la famiglia erasi ridotto nello antico palazzo dei Cènci, e sotto questo tetto abitavano tutti, parte sicuri, parte paurosi, e Beatrice in cuor suo desolata; quantunque non lo desse a divedere, e presaga d'impenitente sciagura.
Alla veglia dei Cènci non manca mai frequenza di familiari e di amici per la parentela grande che aveva la casata, e la bella rinomanza di cortesia; ma stasera non si è veduto ancora comparire veruno, quantunque le due di notte fossero battute alla torre di nona. I convenuti s'ingegnano a tenere vivo il colloquio, ma soventi accade che la proposta rimanga senza risposta, e poco si prolungano i dialoghi penosi: il sollazzo diventa fatica; ognuno di loro desidera starsi solo in colloquio con l'anima sua; ma fatto silenzio, della propria solitudine impauriscono: allora si ode fragoroso lo spensierato folleggiare dei fanciulli, e rabbrividisce come uno scoppio di riso tra i funerali, sicchè ritornano con favelli scomposti a divertire l'affannato pensiero. Donna Luisa incomincia:
—Orsù, io mi accorgo che questa sera domina fra noi lo umore taciturno: prendiamo l'Orlando furioso, e proviamo sollevarci lo spirito con qualcheduna di coteste maravigliose fantasie.
—Io per me l'ho a noia per quel suo costume piuttosto discolo che facile, notò Beatrice; e per di più non mi garba quel fare leggiero: leggiamo invece, se vi piace, la Gerusalemme liberata.
—A me piace, soggiunge breve don Giacomo.
—Ma voi non la pensaste sempre a questa maniera; per parte mia non mi rimuovo, e come pensai altra volta penso anche adesso intorno a messer Ludovico: fantasie, superstizioni, stranezze, amori, battaglie, buone o ree passioni, pianto, riso, terra, cielo e inferno, tutto cantò quel benedetto ingegno: chi più di lui assomiglia alla natura sempre varia, e sempre bella? Vedetelo come nuvola di estate dondolarsi gaiamente fra gli aliti della sera, e ad ogni momento mutare di forma: guizza per un mare di piacere, e, a modo del delfino, ad ogni scuotere di squamme egli cambia colore. Parlando del poeta quasi mi pare diventare io pure poetessa, dacchè i suoi versi passando per la mia memoria vi scuotono l'ale pregne di poesia. Ditemi, in grazia, Armida forse non emula Alcina? Sì certo; ma in poema così solenne, come pretese comporlo il signor Tasso, cotesto colore sfacciato offende; mentre nei vispi canti di messer Ludovico diletta, e piace: arrogi che diavoli e streghe, incanti, e selve custodite da demonii femminini quanto mi talentano nell'Orlando, perchè davvero vi stanno come in casa propria, altrettanto nella Gerusalemme m'increscono. L'Ariosto parmi meglio avvisato del Tasso, perocchè il primo cotesti errori schermendo s'ingegni bandirli dalla mente del popolo; mentre il secondo favellando sul sodo, ve li conferma.—Ora nei poemi solenni il buon poeta deve valersi della religione depurata dagli errori vulgari, non già amministrate agl'ignoranti il male per medicina. Nel demonio abbiamo a credere, e Dio ci salvi dalle sue tentazioni; ma non dobbiamo nella maga Annida, e negli stregoni Ismeno ed Idraotte; anzi è peccato; onde io giudico ohe il signor Tasso, avendo in poema religioso accreditato queste favole malefiche, non abbia punto bene meritato della umanità.
—Poter del mondo! Luisa, ma sai che tu difendi il tuoOrlando
Come orsa, che l'alpestre cacciatoreNella petrosa tana assalito abbia?
Io te la do vinta; leggiamo, se ti aggrada, la storia di Ariodante e di Ginevra.
—Leggiamola pure, soggiunse don Giacomo; comecchè quella di Olindo eSofronia mi paia troppo più mesta cosa…
—Ma noi non vogliamo malinconie, esclama donna Luisa; se di queste avessimo vaghezza non farebbe di bisogno uscire dall'Orlando. Sapreste voi indicarmi più pietoso racconto che quello di Brandimarte e di Fiordiligi, o l'altro di Zerbino e d'Isabella?
—Dirai bene, notò Beatrice; ma che vuoi tu? I casi di Olindo e di Sofronia m'invogliano al pianto come di fatto veramente successo; mentre le storie dell'Ariosto mi hanno l'aria di finissime immaginazioni: e poi, vedi, temo sempre che ad un tratto gli prenda il capriccio di farmi ridere;… ma via, leggiamo di Ginevra.
Donna Luisa, altera alquanto della riportata vittoria, andò a cercare il volume; e quello aperto, pose davanti a don Giacomo dicendo:
—Incominciate voi.
Don Giacomo appena vi ebbe gittato gli occhi sopra diventò pallido in faccia, e prestamente rispose:
—No… no… a voi tocca essere prima.
—Ed io incomincerò; ma aveva sbagliato: la storia non principia al Canto sesto, bensì al quinto; e sfogliato di alquante pagine il libro, prese con bella grazia a declamare dal versoTutti gli altri animai che sono in terra, fino ai seguenti:
Quel, dopo molti preghi, dalle chiomeSi levò l'elmo, e fè palese e certoQuel che nell'altro canto ho da seguire,Se grato vi sarà la storia udire.
Ora basta, disse donna Luisa riposandosi; qualche altro sottentri.
—Deh! in grazia Luisa, la supplicava Beatrice, continua; chè con la tua voce deliziosa tu fai all'Orlando quel medesimo officio, che fa la bella vesta alla bellezza:Chè spesso accresce alla beltà un bel manto, per dirla col tuo Ariosto.
—Lingua dorata! E sì, e sì che avresti a sapere essere la lusinga peccato, ed anche dei grossi. Non in virtù delle tue lodi pertanto, bensì per lo amor che ti porto mi fia grato compiacerti in questa come in ogni altra cosa, ch'io possa.
Adesso come familiarissimo di casa, senza farsi annunziare, pone il piede su la soglia della porta della sala un giovane di bella sembianza, in abito prelatizio colore pagonazzo, dall'occhio azzurro, dalla chioma bionda: non salutò, ma quivi fermo e taciturno si pose a considerare quel gruppo di teste, maraviglioso argomento pei pennelli fiamminghi, che in quel tempo erano in fiore,
E donna Luisa, non avvertendo il sopraggiunto, con voce vibrata continuava:—Canto sesto.
Miser chi male oprando si confidaChe ognor star debba il maleficio occulto;Chè, quando ogni altro taccia, intorno gridaL'aria e la terra stessa in ch'è sepulto:E Dio fa spesso che il peccato guidaIl peccator, poichè alcun dì gli ha indulto,Che se medesmo, senza altrui richiesta,Inavvedutamente manifesta.
Il Prelato questo intendendo stette per ritirarsi inavvertito com'era venuto, ma gli parve malagevole farlo; e poi don Giacomo non gliene dette campo; però che alzata la testa lo vedesse, e gli gridasse:
—Ben venuto, Guido nostro…
—Qui si fa accademia: avvertite, di grazia, che in Roma non vanno a finire bene siffatte accademie letterarie; e Pomponio Leto informi[3].
—Non ci è pericolo, riprese don Giacomo; noi stiamo in famiglia, e per aggiungervi voi io spero che in famiglia rimarremo pur sempre.
—Questo con tutto il cuore desidero; e poichè in famiglia abbiamo a restare, piacciavi in cortesia, donna Luisa proseguire nella lettura.
Di vero nella famiglia Cènci consideravasi monsignor Guido Guerra come fidanzato della Beatrice: questa notizia andava per le bocche della gioventù romana, e lui chiamavano avventuroso, e al suo felice stato invidiavano: sapevanlo anche in corte; e il Papa lo sofferiva acerbamente sì perchè avesse posto la mira su Guido, conoscendolo sufficiente molto e di abito gentilesco, per inviarlo legato a qualcheduna delle Corti straniere; sì perchè egli non lo avesse prima richiesto del suo consenso, o per lo meno consultato; infine gli dava uggia quel sentirlo proclamare sposo, e vederlo con la mantellina addosso: conciossiachè uno dei punti più ardentemente combattuti fra Cattolici e Luterani fosse stato, e durasse ad essere, il celibato dei preti. Maffeo Barberini, cardinale di molto seguito, come intrinsecissimo di Guido, lo tenne avvertito di quanto buccinavasi in corte, ond'ei si governasse: e questi informatosi se il memoriale di Beatrice al Papa avesse avuto corso, e sentito che no, fu cauto di ritirarlo dallo ufficio, temendo che, capitato sotto gli occhi di Clemente, non valesse a suscitargli qualche sospetto nell'animo, già troppo per natura sospettoso.
Guido con leggiadra scioltezza si accostò alla Beatrice, e fece atto di prenderle la mano per recarsela alla bocca; se non che questa, invece di porgergliela, si levò risoluta in piedi accennandogli che la seguitasse. Ella lo condusse nel vano di una finestra, e l'ampia cortina li ricoperse completamente.
Però rimasero celati colà uno istante; un solo istante; tutto al più quanto un ferito a morte pone a raccomandare l'anima a Gesù e a Maria prima di spirare, e uscirono poi uno dopo l'altro, e tali nel volto da chiarire, che invece di avere stretto il laccio di amore, lo avessero rotto con violenza, e per sempre. Invero ognuno di loro sentivasi il cuore legato; ognuno di loro strascinava un tronco della catena, e nondimeno i capi erano stati infranti irreparabilmenle. Una parola di Beatrice l'aveva spezzata come colpo di scure: con lo stringere la mano dello uccisore del padre suo non si rendeva ella complice del parricidio? Questo aveva pensato, e questo nel brevissimo istante fu da lei al suo amatore significato.
Guido, percosso da sgomento, adducendo il pretesto di certo suo negozio che lo chiamava altrove, poco si trattenne, e come meglio poteva celando lo affanno si accomiatò. Donna Luisa accortasi della confusione del giovane, e attribuendola a qualcheduna di quelle brevi procelle, che agitando accrescono la fiamma di amore, disse scherzando:
—Beatrice, Beatrice! non essere tanto corriva a scartare il re di cuori; bada, che carta male scartata, spesso è partita perduta.
Monsignore Guido appena svolto il canto della contrada occorse in un suo fidatissimo servo, il quale veniva frettoloso in traccia di lui. Appena lo ebbe scorto, quegli gli disse:
—Monsignore l'eminentissimo Cardinale Maffeo ha mandato un donzello del Governatore al palazzo, affinchè adoperasse ogni diligenza per trovarvi, e consegnarvi questo paio di sproni[4].
—Sproni! E non ha egli soggiunto altro?
—Sì; ha soggiunto, che tornato l'Eminentissimo di campagna aveva trovato in palazzo monsignore Taverna che lo aspettava; e dopo essere rimasto chiuso lungo tempo con lui, l'Eminentissimo aveva aperto appena l'uscio della camera e dato gli sproni al donzello, dicendogli «subito a monsignore Guerra»; e poi era tornato dentro.
Guido soprastette alquanto a meditare; poi, come illuminato da subita luce, esclamò:
—Ho capito!
In casa Cènci protratta per qualche altro tempo penosamente la veglia, tacquero tutti. I fanciulli erano stati condotti a giacere, onde ne seguitava un silenzio profondo solo interrotto dal fruscìo delle tende seriche, agitate appena da una bava di vento. Ognuno desiderava separarsi, e, come avviene, a nessuno bastava l'animo di proporlo; quando ad un tratto si ode un rumore sordo… cresce… si distingue il calpestìo di molta mano di persone, e vi si mesce strepito di arme.
Don Giacomo si leva, preso da maraviglia e da spavento, incamminandosi verso la porta per ispecolare che nuovità fosse. Appena giunto a mezzo cammino, si aprono gli usci fragorosi, e un'onda di sbirri allaga non pure il luogo ove stavano convenuti i Cènci, ma anche tutta la casa. Alcuni rimasero sopra le soglie delle stanze cou le spade sguainate, per impedire lo accesso da un luogo ad un altro.
—Siete arrestati per ordine di monsignore Taverna, gridò certo uomiciattolo bistorto, che pareva un grimaldello; il quale postosi le mani sui fianchi, si dava aria da Sacripante.
—E perchè?—interrogò don Giacomo, con voce che invano ostentava sicura.
—Questo saprete, a suo tempo e luogo, nello esame. Intanto con vostra buona licenza…
Ma ciò diceva per ischerno; imperciocchè non avesse anche posto fine alle parole, che già con le impronte mani lo aveva frugato da capo a piedi. Assicuratosi per siffatta guisa ch'ei non portava addosso neppure il breve, lo interrogava beffardo:
—Avete armi sopra di voi?… Confessatelo addirittura, che sarà pel vostro meglio.
—Ma parmi, che ve ne siate chiarito con le vostre mani abbastanza.
Altri nel medesimo tempo, con pari diligenza e improntitudine maggiore, ricercavano Lucrezia e Bernardino, i quali sbigottiti lasciavansi fare, e piangevano. Certo sozzo, e avvinazzato sbirro si attenta stendere la mano sul seno della Beatrice; ma questa, prima che lo arrivasse, gli lasciò andare su la guancia un potentissimo schiaffo. Proruppero in risa i compagni, e taluno consolandolo gli disse:
—Guanciate di femmina non fanno sfregio.
—Canchero! Sgraffia la gatta, rispose il birro simulando allegria; eBeatrice allora, senza sdegno, alteramente parlò:
—Persone infami non hanno diritto di mettere le mani addosso a gentildonna romana: mi chiamo pronta a seguitarvi dove comanda monsignore Taverna; ma voi procurate starvi lontani da me.
Nel punto stesso un altro sbirro, fetido di tabacco e di lezzo, pretendeva frugare donna Luisa, che lo guardava in molto truce maniera; senonchè il bargello lo ammoniva:
—Rimanti, Piero; chè non ho ordine per lei…
Intanto i fanciulli, desti al rumore, nelle contigue stanze spaventati piangevano, più degli altri il lattante; sicchè quinci usciva un suono, che percuoteva le anime di pietà e di dolore. Donna Luisa, tra lo amore di moglie e lo amore di madre perplessa, esitò uno istante; alfine cede al grido maggiore della natura, e muove ad acchetare i figli, e a porgere la mammella al pargolo. Uno sbirro leva la spada, e, puntatagliela al petto, grida:
—Non si passa.
Donna Luisa guarda fisso negli occhi lo sbirro, e così gli favella:
—Tu non puoi avere ricevuto comando d'impedire la madre di allattare il suo figliuolo. Ma se mai qualche Prete, la quale cosa non conosco, nè credo, chiuso ad ogni affetto di natura, ti dava questo ordine, gli dirai ch'egli è uno scellerato; tu, se l'obbedissi, saresti più scellerato di lui; ed io, se vi dessi retta, più scellerata di tutti. Largo alla madre che va ad allattare il figliuolo.—E risoluta allontana con la mano la spada, e passa oltre. Il birro attonito non ardisce fermarla.
Poichè la Corte ebbe rovistato ogni masserizia, frugato pei mobili e per ogni canto, e non rinvenuto cosa che le paresse buona ad assicurare, il bargello intimò la partenza.
—E dove ci conducete?—domandarono tutti ad una voce.
—Lo vedrete.
Donna Luisa adempiuto lo ufficio di madre, tornava a soddisfare quello di moglie. Accortasi dello abbattimento del marito preme l'angoscia, e si accosta a lui per dargli animo, ed abbracciarlo; senonchè lo sbirro, che prima l'aveva lasciata andare, quasi sdegnoso di avere sentito affetto, si pone fra il marito e lei, e, respingendola, in molto dura maniera le dice:
—Addietro; qui non venimmo a sentire piagnistei.
E cosa degna di considerazione grandissima come gli esecutori di giustizia, qualunque sia il nome col quale si appellino, e qualunque assisa essi vestano (chè l'abito e il nome nulla mutano al costume), per ordinario pacati, ed anche cortesi negli arresti dei volgari facinorosi, procedano poi con villana compiacenza nel mettere le mani addosso a persone di alto affare. Della quale diversità volendo indagare la causa, ci parve essere la seguente. Cotesta carnaccia non s'irrita contro i ribaldi come quelli che sono stoffa tagliata dalla sua medesima pezza, e perchè in certo modo eglino somministrino materia al mestiero professato da lei. Lo scultore percuote, e manda a schegge il marmo; il sarto frappa il panno e lo trapunta, e non per questo essi odiano il sasso, o la stoffa; anzi così fanno per amore della opera donde sperano ricavare guadagno ed onore. Gli sbirri ed i ribaldi assai si rassomigliano ai marchigiani, o vogliamo dire abitatori delle frontiere, i quali spesso passano da una terra nell'altra per bisogno o per vaghezza: così i primi si trovano ad essere sbirri perchè in quel quarto di ora non sono masnadieri, ed i secondi si trovano ad essere facinorosi però che in quel punto non sia loro toccato di fare da sbirri; e fra loro, tutto bene considerato, altra alternativa non corre. Epperò s'intendono molto più spesso che altri non pensa, e molte imprese di misfatti e di arresti si commettono fra loro di amore e di accordo: essi si corrispondono come l'eco alla voce, come il coltello alla guaina, come il cherico al prete. Inoltre usare qualunque umiliazione tornerebbe inutile, imperciocchè i ribaldi ogni loro sensibilità abbiano ridotta nelle braccia e nei polsi. Infatti tu non gli odi profferire altre parole, se non queste une: «Compare, non istringermi tanto forte!» Sarebbe proprio un dare del capo nel muro il tentativo di eccitare in costoro vergogna, o pudore. All'opposto quando la fortuna mette in mano allo sbirro, od altro arnese cotale un uomo dabbene, gli si allargano le viscere, e si rifà in un'ora del diuturno disprezzo nel quale venne saziato; il serpente invece di fango trovò finalmente da mordere vive carni, e infondere il suo veleno dentro vene che sentono. Percorri i tempi, e non troverai signorie peggiori di quelle dei servi fatti padroni; coteste appaiono, e sono i lupercali della feccia umana: a misura di carboni, essi pagano con moneta di ferocia le umiliazioni patite. Alla mota pare essere onorata quando, pesta dai piedi, schizza a deturpare la veste signorile. I rettori dei Popoli s'ingegnano tramutare, e travasare i berrovieri; in questo adoperano ogni arte, e sempre invano. I littori si assomigliano agli apparitori, gli apparitori agli sbirri, ai donzelli, ai fanti, e ad altri cotali antichi, moderni, e modernissimi cagnotti della polizia. Chi più ne ha, più ne metta; parenti sono tuttiin vinculis. Cerca tra cento lupi il meglio, e forse lo troverai; non lo cercare fra costoro, che opera perduta sarebbe. Ogni potere ne abbisogna, e li mantiene e s'industria nobilitarli, e levarli a cielo. Egli è nulla: uno scarabeo, per raggio di sole che gl'illumini il groppone non diventa cavaliere. L'abito morale informa l'uomo, non già il materiale: sicchè, prendi il più degno soldato, e mettilo sbirro; non egli migliorerà il mestiero dello sbirro, bensì il mestiero guasterà lui: e questo è sicuro.
Ahimè! il soldato, il vecchio soldato convertito in birro!—Io per me, che estimai sempre, e tuttavia estimo il soldato il quale dura il travaglio degli aspri cammini, e serena nelle gelide notti, e gli ardenti soli sopporta, e per mille disagi si conduce a perigliare la vita per la Patria senza premio condegno nel presente, con premio incertissimo nel futuro; tenuto a vile, forse, e certo poi non curato trascorso il pericolo; io per me, dico, estimai questo soldato come divinità. E a lui vorrei che si dessero largamente i frutti della terra, avvegnadio, sua mercè, lo straniero non li colga; a lui le migliori stanze nelle città, che valse a difendere; a lui reverenza figliale, ed affetto… onde io quando incontro qualche vecchio soldato avvilito sotto la veste di sbirro, mi sento scoppiare il cuore dalla passione.
A voi, liberi uomini, tanta predilezione pei soldati infastidisce. Ma udite me, che parlo aperto; occorre speditissimo il rimedio per licenziarli: fatevi tutti soldati, come adesso fra gli Svizzeri, e come una volta (per poco) nelle Repubbliche del medio evo. Io vi avverto però, che per qualche ora bisognerà abbandonare le botteghe, e i fondachi; non registrare qualche sessione, o perdere lo sconto di qualche cambiale; udire più tardi se metta bene la vigna, o se la vacca sia pregna; forse (sagrifizio più duro!) mancare qualche sera alla veglia, o al teatro… bastavi l'animo a tanto? Se bastavi, e se sentite la necessità di vestire a corrotto finchè la servitù della Patria dura, licenziate gli eserciti stanziali; imperciocchè oltre la spesa strabocchevole, che sempre portano seco, le armi poste in mano a pochi se talora difendono la libertà, più spesso convertonsi in arnese di tirannide.—Privi di virtù civili e di virtù militari, che Dio vi benedica, o come mai presumete voi acquistare la libertà, ed acquistata serbarla?
—Voi voleste mietere, e non seminaste; voi non piantaste, e voleste raccogliere. E quando avreste seminato e piantato, avreste eziandio dovuto sapere che altra è la stagione del seminare, ed altra quella del mietere: che alla primavera non si domandano i frutti dello autunno, nè allo autunno i fiori della primavera; che i frutti bisogna, prima di coglierli, lasciare al sole perchè maturino; e colti anzi tempo guastano la pianta, e morsi allegano i denti. Io parlo a voi, che vi chiamate amici della libertà; però che altrove non sarei inteso, e forse chi sa se lo sarò da voi. Voi avvisaste, e per avventura avvisate anche adesso, tenere su ritta la libertà co' chiodi; però in cotesta guisa fannosi crocifissi, non già cittadini liberi. Per forza non si fonda libertà, come per forza non fondasi servitù: per forza si fa l'aceto. Quantunque volte sopra terreno non dissodato da forte, e generosa virtù tu pianterai con violenza la pianta della libertà, perderai irreparabilmente gli effetti della persuasione e della violenza: quella, perchè non bada alle parole, ma ai fatti; questa, perchè essendo proprietà di tirannide, comunque invocata dalla libertà, bisogna che a tirannide ritorni. Qui fo punto e torno agli sbirri: rispetto ai quali, quando hai meditato un pezzo, ti converrà concludere con la ragione dei gatti, che si tengono in casa per prendere i topi; o, se ti piace meglio, con quella delle passere, le quali Rougier della Borgerie raccomanda ai francesi suoi concittadini lasciar vivere in pace, imperciocchè se ogni anno divorano duegento milioni di libbre di grano, distruggano ancora centotrentasei bilioni, e quattrocento milioni d'insetti[5].
Misericordia Domini super nos!Chi avrebbe mai creduto che tanti insetti vivessero in Francia! Eppure ci vivono…
Nel cortile trovarono pronte diverse carrozze con le stoie abbassate; vi entrarono al sinistro chiarore di lanterne sorde, preceduti, fiancheggiati e seguiti dalla turba dei birri, e si avviarono al luogo destinato.
Guido vide passare il corteggio lugubre; ed avvertito dal popolo accorrente del caso, vinto dalla passione, stava sul punto di manifestarsi e di accorrere, se il buon servo, forte tenendolo per le braccia, non gli avesse detto:
—Monsignore, voi perdete, e loro non salvate… libero, giovate a voi e a loro.
Guido, represso in seno il gemere vano, esclamò:
—Ora staremo a vedere dove ne conduce la fortuna; e trasse verso casa sua. Giunto a breve distanza mandò innanzi per ogni buon riguardo il servo, a speculare se si vedesse gente di corte da cotesta banda. Tornato addietro, questi lo avvertì del no: ond'egli entrato nelle sue stanze scrisse lettera pietosissima alla madre sua, nella quale la ragguagliava della soprastante sciagura, e della urgenza di sottrarsi alle ricerche della giustizia senza perdita di tempo: la lettera stesse in luogo di abbracciamento, e di addio; in fortuna migliore sperasse; le avrebbe mandato sue nuove dal luogo ove prima giungesse; in qualunque parte capitasse, qualunque avventura fosse per accadergli, dopo Dio prima ella avrebbe occupato l'anima sua. Quindi mutati panni, e tolta seco quanto maggior copia potè di danaro, uscì dalla porta segreta del suo palazzo, disegnando guadagnare la campagna; nè andò guari, che s'imbattè in certa brigata di sbirri incamminata verso la sua contrada, la quale gli passò da canto, e così com'era travestito non lo riconobbe. Comprese pertanto il caso farsi grave davvero; licenziò il servo, e con cauti avvolgimenti si appressò alla porta Angelica; se non che rifece la via più che di passo, notando da lontano come gli sbirri, uniti ai gabellotti, quanti volevano varcare le porte minutamente esaminassero, e perquisissero. Ora vaga improvvido per le strade di Roma fantasticando di questo e di quell'altro partito, senza riuscire mai a capo di nulla; camminando ad occhi bassi, ecco lo percuote una luce che scaturiva dai sotterranei di un palazzo. Guardando traverso la inferriata vide intorno una tavola un gruppo di carbonai, che passavano il tempo, secondo che fecero i loro padri, ed i più tardi nepoti loro faranno, bevendo e giuocando, in onta agli sforzi poco lodevoli del Padre Matteo lo apostolo della temperanza.
Sì certo; poco lodevoli, e non mi disdico. O filosofi, che Dio vi tenga lontani dalle disgrazie, mi sapete un po' dire come voi non facciate altro che levare al Popolo, e a dargli non pensiate giammai? Malthus al Popolo contende i connubii; il Padre Matteo il bere; altri il giuocare. La suprema felicità a poco a poco ripongono nella privazione di ogni cosa. Apicio diventato gesuita non pubblica più libride arte coquinaria, nè imbandisce le mense agli amici; solo la esercita per uso proprio, ed a finestre chiuse in casa sua.—Aristippo recita in bigoncia i sermoni di Zenone, che ha imparato a mente dopo il convito. Continuate, filosofi; in breve spero persuaderete il Popolo a risparmiare le vesti, e a cuoprirsi di foglie di fico come il primo Padre Adamo. La gaia vita che stanno per filarti queste Parche novelle, o Popolo! «lavorare, soffrire, e morire». Suonate le cornamuse, intuonate il peana a questi pellegrini Benefattori della Umanità. Davvero così appare fronzuto l'albero della felicità del Popolo, che merita bene andare potato dei rami rigogliosi. Noè, ch'era quel gran patriarca che tutto il mondo onora, e favellava col Creatore a tu per tu, per essersi inebriato una volta tagliò egli forse le viti? No certamente; annacquò il vino, e continuò a bere; conciossiachè il vino letifichi il cuore dell'uomo. Licurgo, pazzo melanconico, recise le viti; ma Bacco crucciato operò in guisa, che costui scambiando le proprie gambe pei tralci se le tagliasse di netto; e Bacco fece bene.
Guido si risovvenne allora dell'oste della Ferrata; e ricordando in quella stretta le parole di contrassegno, ch'ei gli aveva dato, scese improvviso nella grotta dei carbonari. Quivi costoro battezzavano quotidianamente il carbone con copia di mezzine di acqua; non mica per lavarlo dalla macchia del peccato originale, bensì perchè crescesse di peso: onesta pratica, che si costuma anche adesso; avvegnadio le cose buone una volta scoperte, ragion vuole che tanto presto non si dismettano. I carbonari, quantunque Guido comparisse senza usbergo fra loro, sbigottirono come il Pastore allo apparire di Erminia: senonchè Guido a rassicurarli incominciò:
—Viva San Tebaldo. e chi l'onora.
I carbonari si guardavano in viso irresoluti. Però uno di essi, cui tornarono a grado le sembianze di Guido, riprese:
—Lodato sia; ma la fatica del carbonaro è molta, il guadagno scarso.
—San Niccola protegge il carbonaro, e i suoi guadagni moltiplicano.
—Il carbonaro vive nei boschi, e lo circondano i lupi.
—Quando i carbonari faranno lega co' lupi scenderanno al piano dove pasturano gli armenti, e prenderanno le stanze dei pastori.
—Datemi il segno.
—Eccovi il segno.—E furono tre baci: uno in fronte, l'altro su la bocca, il terzo nel petto.
—Sta bene: voi siete dei nostri; non vi è che dire. Nondimeno mi pare strano, andando composta la nostra consorteria di gente disperata unita insieme dalla povertà, e dal bisogno di difenderci dai soprusi degli uomini potenti: basta, forse anche voi sarete dei perseguitati. Che cosa volete? Quale aiuto domandate? Ma innanzi tratto seguitatemi in luogo più riposto.
Guido pensava avere frainteso, dacchè in cotesta grotta non vedesse pertugio capace di condurre in altra parte: però rimase chiarito in breve, avendo i carbonari rimosso il cumulo del carbone, e sollevata dal pavimento una selce, che aperse lo adito a più basso, e segreto sotterraneo. Il carbonaro e Guido vi scesero per una scala a piuoli, e tosto egli intese riporre la selce, e sopra essa di nuovo ammonticchiare il carbone. In quella stanza si vedevano raccolte masserizie e argenterie di ogni maniera, e, giusta la empia profanazione di cotesta sorte di gente, vi ardeva una lampada davanti la immagine di San Niccola venerato come protettore dei ladri, e non meno solenne nemico dei birri. I carbonari stavano da tempo immemorabile legati co' banditi della campagna, e li servivano da fattori nelle città: taluni di loro esercitavano a un punto i due mestieri. La roba rapita trasportavano in città, e quivi gli argenti struggevano, e per interposte persone mandavano al conio: le merci affidavano a certi loro amici mercadanti di Civitavecchia e di Ancona, i quali soprammare le spedivano a Napoli, a Venezia, o in Levante; onde accadde talora che un gentiluomo veneziano ritrovasse presso qualche rigattiere del regno il suo mantello smarrito nella campagna romana, e un barone napolitano si vedesse servito alle locande di Verona o di Padova co' suoi pannilini, perduti passando per Terracina. Parecchi in questi onesti traffici avevano avanzato assai, e se ne sussurrava palesemente; ma la corte non li sapeva cogliere in fallo, e gli arricchiti non ne scemavano punto di credito; anzi in virtù del bene acquistato danaro procacciavano ai proprii figli illustri parentadi, e cariche insigni, ed onorificenze. I cittadini ne mormoravano otto giorni o dieci, non mica per istudio di virtù, bensì per astio di non poter fare altrettanto; poi tacevano; e quando incontravano di questa razza nobili erano i primi a scappucciarsi, e a chiamarli Eccellenze. I nobili antichi in palese ostentavano spregiarli; in segreto gli accarezzavano, e ne accattavano danaro: e così a quei tempi remotissimi camminavano le cose di questo mondo. Oggi poi la faccenda è diversa:
E s'egli è vero, il fatto nol nasconde.
Guido aperse al nuovo amico, che la fortuna gli parava davanti, il pericolo in cui si versava, e lo richiese di consiglio e di aiuto. Costume dei carbonari era muoversi due volte la settimana: quando veniva in città col carico una caravana, l'altra partiva per la campagna. Il carbonaio ristretto a favellare con Guido, giunto in quella medesima mattina, doveva partire dopo tre giorni da Roma a vespro, o verso l'ave Mariadella sera.
Intanto costui in questa guisa ammoniva Guido:
—Domani manderò fuori delle porte qualcheduno dei nostri, per vedere se vi fossero nuovità. Voi vi raderete barba e capelli; vestirete i nostri panni, ed anche dei peggio: vi tingeremo con certe erbe la pelle, e v'insozzeremo con la polvere di carbone in maniera, che voi non ravviserete più voi stesso. Qui fra noi abbiamo un compagno che zoppica; egli v'insegnerà a imitarlo nella voce e negli atti. Domani, appena farà giorno, ve ne andrete con due somari a vendere carbone per la città: se vi chiamano per comprare, poche parole bastano; che le balle ragguagliano le duegento libbre, e il prezzo è fermo a mezzo scudo per balla: anzi potreste recare in bocca qualche pietruzza, fingendo masticare; in questa maniera le gote si gonfiano, e meglio rimanete trasformato. La gente vi torrà in iscambio dello zoppo; ad ogni modo si assuefarà alla vostra vista, e così spero, con lo aiuto di Dio, condurvi fuori a salvamento.
Siccome fra gente di simile natura i fatti abbondano più delle parole, in breve per opera del carbonaio Guido venne trasformato nella guisa ch'egli aveva detto; ed alla mattina il bellissimo fra i gentiluomini romani fu visto, in sembianza di laido carbonaro, aggirarsi per Roma vendendo carbone, recandosi in mano pane nero e cipolle, che fingeva masticare; di tratto in tratto gridava con accento aquilano, e ranchettava stupendamente. Tanto bene insegna, e in breve tempo, il pericolo!
Giunto il giorno prefisso i carbonari uscirono senza ostacolo di Roma, e Guido con essi. Per via occorsero nella squadra della corte, che tornava da perlustrare la campagna; e taluno di loro avendo interrogato il bargello, come fra gente amica si costuma, che nuove ci fossero, n'ebbe per risposta: «Uscimmo per caccia di pelo, ma ha fatto la BELLA; e a questa ora neanchecaramella la pizzica».
———
Le carrozze che conducevano la famiglia Cènci fermaronsi. Aperta quella nella quale stava chiusa Beatrice, le venne ordinato di uscire; e mentr'ella, obbedendo al comando, poneva il piede sopra del montatoio, al chiarore vermiglio dei lampioni che il carceriere ed i serventi portavano, s'incontrò di faccia a faccia col Cristo di marmo, da lei poche ore innanzi avvertito sopra le porte del carcere della Corte Savella. Gli volse la desolata ambe le braccia, esclamando nella effusione del cuore:
—«Mio Dio, abbiate misericordia di me!»
E scesa, curvò la persona varcando la porta della prigione… vera forca caudina del pianto! Quando volse il capo per rivedere i suoi essi già erano tratti lontano, e tra lei e loro intercedeva un'onda di armati: come naufraghi divisi dalle onde si rimandarono scambievolmente il saluto con un grido, che rimbombò doloroso di corridore in corridore per cotesta immensa prigione.
A Beatrice fecero percorrere lunghi anditi, salire e scendere scale; poi in fondo di una stanza a volta apersero un uscio e la cacciarono là dentro: subito dopo richiusero l'uscio con impeto, trassero il catenaccio, a doppia mandata girarono la serratura, ed ella si trovò al buio in luogo freddo ed umido; inferno vero di vivi. Non mosse piede; da qual parte volgersi non sapeva: le tornarono a mente certe storie udite raccontare di trabocchetti, mediante i quali, a quei tempi meno ipocriti, non meno scellerati dei nostri, si toglievano di mezzo le persone, che non si ardiva condannare o perchè incolpevoli, e nondimanco odiate, o perchè troppo potenti. Ella ebbe paura, e si tenne ferma presso alla parete.
Allo improvviso ecco col solito strepito si spalanca il carcere, e irrompe dentro una turba di laida gente affaccendata a portare acqua, e taluni grossolani arnesi accomodati alle prime necessità della vita. Non le proffersero conforto, non le dissero parola; tornarono carcerieri e serventi com'erano venuti, chiudendo fragorosamente la porta.
Beatrice aveva scorto da qual parte stesse il pancaccio; colà si condusse tentoni, e sopra la estrema sponda inferiore si pose a sedere nello atteggiamento della statua della Scoltura che ammiriamo al sepolcro del divino Buonarroti; e quivi si rimase assorta in quiete dolorosa. Ad un tratto trasalì, percossa da orribile rovinìo sopra il capo: intende gli orecchi, e parle che muova da imposte chiuse e da catenacci violentemente tirati. Assicuratasi che non era per uscirne peggio, si acquieta; quando di nuovo venne schiusa la porta del carcere, e gente come la prima volta affaccendata recò pagliericcio, coperta di pelo, ed altri arnesi, e come la prima volta se ne andò villana, o feroce. Allora Beatrice giacque sul pagliereccio senza voglia di nulla, rifinita di forze, stupidamente impassibile; chiuse gli occhi, ma non dormì: il suo cuore era oppresso, e non trovava la via di sfogarsi, quantunque le lacrime le sfuggissero dalle palpebre non piante, ma chete chete, come vena di acqua che spicci di sotto a un sasso. La facoltà pensante, quasi sole senza raggi, le stava fissa nel mezzo della fronte inerte, e tuttavia ardente. In arroto di spasimo sentì per la intera notte un rammarichìo a mano a mano più fievole di persona che si doleva, e le parve ancora udire, e udì certo, le preci degli agonizzanti: nè punto s'ingannò, imperciocchè nella cella accanto alla sua in cotesta notte passasse a vita migliore uno sciagurato prigione per male di asma. Una malignità suprema, od una stupidità di mente da non temere paragone in terra o in inferno, aveva presieduto all'ordinamento di cotesta carcere; conciossiacosachè, quasi fossero poche le riferite tribolazioni, dieci battagli battessero nel bronzo, e più nel cranio della povera Beatrice, i mezzi quarti, i quarti delle ore, e le ore intere: nella dodicesima ora furono percossi centosessanta tocchi; e v'era da diventarne matti. Più tardi, quando Beatrice domandò per quale causa menassero così increscioso scampanìo, udì rispondersi placidamente: in primis, che così aveva ordinato il Soprastante delle carceri; e subitochè il soprastante l'aveva ordinato, la sua ragione ci aveva da essere; e poi, che in quanto al fracasso il soprastante aveva osservato che i detenuti ci si abituavano, e che le campane alla lunga la vincevano sempre sopra i nervi degli uomini. Nè qui finiva lo strazio: allorchè, dopo tormentosa vigilia, gli occhi di Beatrice incominciarono a chiudersi sul fare del giorno, tre campanelli presero a suonare a distesa, e subito dopo tenne loro dietro lo insopportabile strepito di trecento e più catenacci tirati, altrettante porte spalancate, e l'odioso fragore della moltitudine delle chiavi cozzanti fra loro. Quindi si levò una nenia lugubre di voci discordanti, le quali stridevano le litanie su la musica della sega scuffinata a suono di lima, o di marmo raschiato; e cessate le litanie, da capo i trecento usci chiusi, i trecento catenacci tirati, e lo squasso dei mazzi delle chiavi. Queste cose accadevano fra tenebre fittissime, per modo che Beatrice ignorasse se avesse perduto la vista, o se a buio perpetuo l'avessero condannata. A torla dal dubbio indi a breve la spaventa un rovinìo sul capo, e subito dopo un cotal poco di luce grigia si mise nel carcere. Recatasi, tra stupida e atterrita, a sedere sopra il giaciglio specola il luogo dove l'avevano rinchiusa: era una cella quadrilatera, lunga, e larga fra sei passi e sette, di soffitto altissima, terminata a cuspide ottusa: nella parte superiore aprivasi un pertugio sbarrato da grosse bande di ferro, donde però non si contemplava il firmamento, chè andava a sboccare in certa maniera di abbaino, il quale prendeva luce da una finestra per traverso. In cotesto macello di carne umana un meriggio di agosto appariva come un vespro nel mese di dicembre, e un vespro di dicembre come l'Ave Mariadella sera nelle terre boreali. Allora Beatrice conobbe due cose essere senza misura nel male: lo inferno nella vita futura, e la perversità dell'uomo nello escogitare trovati capaci a tribolare il proprio simile nella vita presente. Piegò vinta la faccia pensando ai destini di questa razza feroce, la quale si vanta creata ad immagine di Dio[6].
Lei misera, che delibava appena il calice del dolore!
Più tardi le portarono pane nero, vino di agresto, e una broda nauseabonda ove galleggiavano frusti di carne grassa e di erbe. Si attentò ancora guardare in faccia i carcerieri. A quale razza di bestie spettassero costoro, chi lo può dire? Uno di essi rassomigliava al geroglifico egiziano, che presenta forma di uomo, e capo di sparviere; un altro pareva un pomodoro fradicio imbrattato di calcina, così lo aveva concio nella faccia l'erpete maligno inasprito dalla perpetua ubbriachezza: invece di occhi tu avresti detto che tenesse in fronte coccole di cipresso, tanto elli apparivano duri, e senza sguardo: gli orecchi poi erano un vero laberinto della pietà, dacchè i gemiti degli afflitti o vi si perdevano, o vi restavano divorati da bestia più crudele del Minotauro, voglio dire dall'anima malnata di costui. Di rado accade che nelle cose belle, per quanto leggiadrissime esse sieno, le parti armonizzino perfettamente tra loro; ma in questa trista carcere tutto accordavasi, così uomini come cose, con istupenda corrispondenza. Il brutto e il cattivo occorrono in natura troppo più copiosi del bello e del buono.
Come talora, per giuoco, facciamo passare sopra la buia parete una serie di figure spaventevoli o grottesche, in quel giorno davanti agli occhi maravigliati di Beatrice dovevano fare la mostra stranissimi aspetti. Preceduto dal solito scatenìo, mezza ora dopo che costoro erano spariti, ecco entrare nel carcere un uomo molto lindamente abbigliato, con certi orecchioni a guisa di conchiglia marina, camuso il naso, le labbra grosse e sporgenti in fuori come quelle della scimmia. Questi esaminò con diligenza le mura, il pavimento e lo spiraglio, e poi alla sfuggita sogguardò anche Beatrice, mostrando egli solo fin lì un'aurora boreale di compassione. Sul punto di uscire dalla cella fu udito favellare queste parole:
—Sana cotesta prigione non si può dire in coscienza, e per di più è buia: trasporterete il numero centodue al numero nove, e gli addobberete la stanza con mobili convenienti; pel trattamento gli somministrerete quanto desidera, già s'intende nei limiti della temperanza… Avete capito? Trasgredendo, due tratti di corda senza pregiudizio di pene maggiori. Avete capito?
Così anche la umanità assumeva faccia di ferocia, e di contumelia. Però Beatrice ritenne che cotesto personaggio, il quale in seguito conobbe essere il soprastante delle prigioni, si fosse soffermato a dare con voce alta cotesti ordini perchè giungessero a sua notizia, e ne prendesse conforto; ond'ella lo raccomandò al Signore, non le rimanendo altra via per manifestare la propria gratitudine.
Al soprastante fu inteso rispondere con un forte grugnito, il quale poteva apprendersi per un: «Illustrissimo sì».
Il traslocamento avvenne nel modo col quale fu ordinato, e Beatrice si ebbe nella nuova cella un tozzo di pane bianco, e un raggio di sole puro: con questi la creatura umana può vivere, o almeno aspettare che la scure o l'affanno la uccida.
Una volta la scure, perocchè la giustizia ferocemente sincera gavazzasse brandendo la spada; ai miei giorni lo affanno; avvegnadio, piegando ai tempi, anche la giustizia, educata in collegio dai Gesuiti, siasi fatta ipocrita: ma non dubitate, no, i suoi colpi per essere ammenati co' bastoni di arena non riescono meno mortali di quelli percossi con la piccozza. Il giudice del decimosesto secolo, sbrancato dalla razza dei tigri, con un colpo di granfia ti faceva scemo del capo, il giudice del secolo decimonono, se timore di Dio non lo soccorre, e paura d'infamia, a modo di serpe ingola poco a poco gì'improvvidi uccelli, sicchè tu glieli senti pigolare fin dentro lo esofago, e glieli vedi palpitare anche in mezzo del corpo. Con una botta in testa, nei tempi passati anima e corpo estinguevano; adesso il secolo civile ha ribrezzo del sangue; onde imparò ad acuire l'anima; e dopo averla per bene affilata su la cote della disperazione, se ne lava le mani, e lascia a lei la cura di traforarsi una uscita traverso le viscere del condannato: prima erano colli mozzi, oggi sono cuori rotti. Quale dei due fosse più caritativo argomento altri giudichi: gli antichi sistemi non ho provato; conosco i moderni, e so che i nervi delicatamente gentili dei nuovi pietosi si offendono della disperazione scarmigliata, e vogliono ch'ella appaia in pubblico co' capelli pettinati a statua; così anche al vizio più sozzo si apre la porta di casa, gli si augura la buona sera, alla veglia domestica si accoglie, purchè si ammanti di verecondia, e la virtù ha da smettere coteste sue superbe jattanze, che ci hanno fradici; matrona e meretrice formano un terreno di confino, dove la virtù e il vizio esercitano il contrabbando su gli occhi ai gabellieri della morale pubblica. Dolori, affanni e delitti s'inverniciano con la tinta della decenza. Per amore delle fibre sensitive delle femmine, e sopra tutto per amore di quelle degli uomini, bisogna piangere con ordine, ruggire armonicamente, agonizzare con arte; ogni lacero di anima, ogni crispazione del cuore ha da essere classata, e numerata. Tutto occorre ai giorni nostri con esattezza prodigiosa, e proprietà uguale; l'acqua del santo battesimo, e l'olio della estrema unzione; la cappa castagnola del frate francescano, e la camiciuola rossa del condannato allo ergastolo. Le prigioni appaiono eleganti; gli architetti s'ingegnano disegnarle vaghe a vedersi. Oh andate, via, a credere che sotto cotesti edifizi lustri, levigati, e inverniciati uomini dalla anima immortale s'inverminiscano di disperazione e di disagio!… Le gentili donne vengono a passeggiarvi la tetra noia, e la spietata vanità; passano come rondini fischiando qualche parola difilantropia, ed assicurano poi che le prigioni sono luoghisuperbi, ed'incanto. Guai al misero che osasse temerariamente affermare, potersi condurre vita meno trista che in prigione; tenga in mente il fato di Orfeo, e il furore di umanità non agita meno violento il petto delle nostre gentildonne, di quello che per vino sentissero le antiche Menadi. Intanto il Promotore di tante belle cose, curvo il dorso come il primo quarto di luna, assapora il profumo delle lodi; e, tutto umile in tanta gloria, ponendosi una mano su la parte dove comunemente si crede che stia il cuore a pigione, esclama: «facciamo ogni sforzo perchè…compatibilmente alla loro condizione… i detenuti stieno conogni riguardo… perchèalla fin fine anche i detenuti sono uomini… però la prigione, bisogna avvertirlo, nonpuò essere paradiso…—Ma voi, lo interrompe un Diplomatico, signor Cavaliere (però che ai giorni nostri anche i Soprastanti sieno cavalieri) fate di tutto onde presto lo diventi; e questo affermo, perchè ho esaminato i vostristabilimentidi dietro agli usci». Il Cavaliere, sospettoso, guarda il Diplomatico coll'occhio porcino; ma questi dura col volto impenetrabile come quello della sfinge; e costui, non distinguendo se lo lodi da senno, o gli dia la baia, sta in bilico: al fine, non sapendo che pesci pigliare, per torsi d'impaccio gli mostra i denti con un risolino agro dolce, che pare di gatto quando ha leccato l'aceto. O Ipocrisia, o gran Madre Cibele della moderna Divinità!
«Ma insomma, che modo di raccontare egli è questo? Voi fate, come le balie, un passo innanzi, e due indietro». Così parmi udire esclamare una mia gentile leggitrice, ed io le rispondo: «Gentil donzella, o donna, o quello che sarà; se non ti piace il traino, e tu smonta, che già non ti pregherò io a restarci su. Io scrivo per tale a cui le mie fermate non dorranno; all'opposto poche parranno, e troppo brevi: per questo mi affaticai nei giovanili anni miei, e per questo soffersi in quelli della virilità: certo ho servitoun signor crudele, e scarso; ma pure è il solo, che sappia emendarsi, piangere, e amare; e questo è il Popolo: gli altri non vale il pregio servire».
Per tre dì Beatrice ebbe pace, se pace poteva dirsi quella; il quarto giorno verso nona le si presentarono nuove sembianze: erano due uomini vestiti di nero; uno rimase alquanto indietro, lo distinse poco; però le parve di cera acerba: l'altro bianco, con la fronte di porcellana e lo sguardo socchiuso, sembrava uomo compassionevole, almeno col sospirare frequente, e lo incrociare le dita di una mano in quelle dell'altra in atto di preghiera. Questi si palesò pel medico delle carceri, le mosse accurate domande circa la sua salute, la visitò attentamente, consultò il polso, il corpo le tentò con tatti onesti, poi si congratulò seco lei delle ben disposte membra, le offerse tabacco da una scatola che sul coperchio presentava bellamente miniata la immagine del sacro Cuore di Gesù; e confortandola a starsi di buono animo, che presto le sue miserie sarebbero terminate, aggiungeva: in quanto a se disponesse; poi, raccomandatala alla gran Madre di Dio, si allontanò.
—Ed anche questo pare uno dei buoni, esclamò Beatrice un po' consolata.
—Quantunque a prima giunta (diceva il medico nell'andito al notaro criminale, dacchè il suo compagno fosse appunto il notaro) io mi fossi benissimo accorto che non faceva mestieri, tuttavolta l'ho voluta esaminare con diligenza, perchè voi capite che la umanità deve andare innanzi ad ogni cosa… e l'anima preme…
—Capisco!… l'anima, e il corpo altresì… Diavolo! Sicuramente… e voi potete assicurarla, eh?
—Con certezza capace, capacissima a sostenere la tortura. I polsi battono regolarmente, ed escludo ogni indizio, comunque remotissimo, di gravidanza… sicchè vedete…
—Sicuramente; per formalità vi compiacerete, eccellentissimo signor Dottore, rilasciarmene il solitocertificatinoper metterlo in processo, e procedere con tutti i modi legali prescritti daiveglianti regolamenti.
—Volentieri, illustrissimo-signor Notaro; questi scrupoli vi onorano: bisogna pensare che un giorno i nostri posteri leggeranno questo processo, ed importa che veggano con quanta regolarità, e con quanto riguardo procedemmo pei sacri diritti della umanità…
—E della giustizia, Eccellentissimo, aggiungeva il Notaro; la Dio grazia non viviamo mica in tempi di barbari!
Anche a costoro pareva essere civili, e se ne vantavano. Il Notaro, col certificato dello Eccellentissimo in mano, s'incamminò verso la stanza degli esami.
Questa era una sala immensa, e forse un giorno servì per oratorio; da capo, sopra un rialto di legno, stava il banco dei giudici coperto di panno nero: nero il corame dei seggioloni: dietro il capo del Presidente pendeva dalle pareti un immane Cristo nero scolpito nel legno, il quale non avresti saputo dire se stesse lì per consolare, o per mettere spavento nei miseri condotti dinanzi a lui; tanto lo aveva scolpito truce il fiero scultore.
Siccome non si era per anche visto comparire nessuno dei giudici all'uffizio, il dabbene notaro, che poteva vantarsil'ordineincarnato, si pose a dare sesto ad ogni cosa; accomodò i seggioloni con simetria, mise su la tavola davanti al Presidente il certificato del medico umanissimo, e l'orologio a polvere; ricollocò nel posto consueto i grandi candeglieri di ottone rinettando i torchietti di cera gialla dalle sgocciolature, e in mezzo a quelli il Cristo di bronzo, sopra il quale gli accusati e i testimoni giuravano di confessare la verità. Cotesto Cristo avevano più volte arroventato, e così offerto al bacio degl'inquisiti di eresia, onde, lasciandolo cascare a terra con paura, resultasse la doppia prova dello aborrimento loro pel Redentore, del Redentore pel loro. O Cristo, se non ti avessero inchiodato in croce, come non avresti menato le mani sentendoti tante volte, e tanto sconciamente spergiurare! Nè qui si rimase il metodico notaro, che volle eziandio ordinati i calamari e i quinterni; tagliò le penne; di più le guardò di contro alla luce per esaminare se le punte fossero pari e il taglio diritto, e le dispose a scala una accanto all'altra a guisa di frecce, pronte ad essere tratte contro San Bastiano legato al palo.
Poco oltre il banco un forte cancello di ferro separava questo spazio dalla rimanente sala, ed anche là si vedeva un altro uomo che apprestava gli ordigni del proprio mestiere, quasi per virtù di simpatia; e questo era mastro Alessandro, celebrato giustiziere di Roma. Mastro Alessandro appariva di membra proporzionato egregiamente; senza adipe, muscoloso come atleta, olivastro di pelle, o piuttosto bronzino; i capelli aveva ricciuti, e neri; le sopracciglia irte calanti su le palpebre in modo, che dai peli rabbuffati vedevi comparire la pupilla ardente come fuoco tra pruni; le labbra poi sottili, e compresse parte per natura, parte per la lunga abitudine di tacere: minutissime rughe gli attraversavano la fronte; se così fitto avessero solcato gli anni, o piuttosto lo interno avvoltoio non si sapeva, nè alcuno curava sapere; avvegnachè anche i suoi anni fossero mistero e parecchi vecchi prossimi alla decrepitezza narrassero di un mastro Alessandro carnefice ai tempi della loro puerizia: forse era stato suo padre, o suo nonno; ma il volgo lo credeva lo stesso uomo; e ciò gli accresceva la paura. Nello insieme però la sua faccia dimostrava durezza, non bestialità: tipo degenerato, ma pur sempre romano. Ci trattenemmo non senza ragione a descrivere così particolarmente mastro Alessandro, avvegnadio ricorresse in quei tempi il giustiziere spesso, quanto ai nostri ricorre il soprastante dei carceri solitarii. E il Soprastante dei carceri solitarii, se lo ricordino bene, è moneta con la effigie del Boia, tosata dalla Civiltà con una lima presa nella bottega della Ipocrisia.
Nella stanza erano ritti parecchi pali con un braccio traverso, e in cima a questo pendevano carrucole fornite di girelle di bronzo con funi adattate a tirar su pesi; in terra sparsi piombi da mettersi ai piedi per dare la corda con lo squasso, e tassilli, e canobbi, eculei, capre, imbuti, sgabelli da vigilia, aliossi, torcie bituminose, cordicelle di sverzino, fruste, flagelli con triboli in fondo, seghe con altri più arnesi; corredo che la Ferocia e il Vitupero dettero alla Giustizia quando la maritarono con lo Inferno. Mastro Alessandro li passava tutti in rassegna, li rimetteva in sesto; qualcheduno forbiva da certe macchie nere, che le vene umane vi avevano sprizzato vermiglie. Il notaro e il giustiziere, ognuno dal canto suo si apparecchiava a celebrare degnamente la solennità giudiziaria.
Intanto sopraggiunsero un altro notaro, e due giudici; i quali poichè si furono ricambiati gli onesti salutari, ed ebbero lungamente favellato del tempo, della stagione, della loro salute, e delle donne loro, Cesare Luciani creatura bruttissima, con un capo che pareva un corbello; di faccia verde, come composta di sego vieto e di verderame, disse che l'aria fresca gli aveva inacerbita la gotta, e la tosse; ed il notaro Ribaldella, che lo considerava suo protettore, gli raccomandò con voce lacrimosa, che per lo amore di Dio avesse cura della sua preziosa salute. Egli brontolando rispose:
—Lo faremo,—lo faremo, Giacomino;—e non può sapersi se questo dicesse o maravigliato, o impaurito, o soddisfatto che vivesse creatura al mondo la quale sentisse, o fingesse affetto per lui.
Un altro giudice (e questi passava per pietoso) così per la faccia vermiglio, che pareva un terzino di vino puro lasciato per dimenticanza sopra la mensa di madonna Giustizia, con occhi tondi, fissi, e stupidi come quelli di un tacchino, saltò su a raccontare come gli fosse toccato a vegliar tutta notte a cagione di un suo cane preso dalla colica, e:
—Che volete?—egli aggiunse—gli è questo il mio pecco; mi sento il cuore troppo tenero; proprio non era nato per fare il giudice criminale.
E il Ribaldella lusinghiero:
—Illustrissimo, chi non vuol bene ai cani non vuol bene manco ai cristiani.
—Certamente, Giacomino; stanotte (tra un nodo di tosse e un altro continuò a dire il giudice Luciani), stanotte furono commessi quattro omicidii, e sei furti. Stiamo su la traccia di certe streghe; e se mettiamo loro le mani addosso, io vi so dire che ne faremo un processo famoso. Questi processi, la Dio grazia, ogni giorno più spesseggiano, e presto ha da capitare qualche altro Giordano Bruno[7] da mandarsi alle fiamme. Io vi so dire, che non vidi mai più bel fuoco di quello che fanno i filosofi: sicchè, Giacomino mio, studiate impratichirvi presto, sapete. Il diavolo non manca mai di tagliare le legna al giudice che vuol fare bollire la pentola.
—Pare impossibile! Voi sapete tutto, siete informato di tutto;—non si sa come diavolo fate!—Eh! uomini istancabili come siete voi non ne nascono più,—astutamente osservò il Ribaldella. A cui il Luciani:
—È una passione che ho avuto sempre fin da piccino; ma, vedete, io pago in moneta di gotta la mia curiosità.
—Desiderate tabacco?—interruppe il notaro amico dell'ordine, il quale aveva nome Bambagino Grifi, e pavoneggiando mostrò una magnifica scatola.
—Stupenda! Superba!—esclamarono a coro i circostanti.—Questa è nuova di zecca. A quante siamo arrivati?
—Me ne mancano dodici per compire le trecentosessantacinque, dove mi fermerò. Lo Eminentissimo cardinale Evangelista Pallotta, per quanta industria ei abbia adoperato, è giunto a trecento solamente; e poi, salvo il debito ossequio, egli le compra a gatta in sacco, e, sto per dire, come le pentole, purchè appaiano di forma diversa; ma io, signori, no; laddove, non sieno tabacchiere storiche, e le non mi vengano profferte coi certificati autentici della loro celebrità, ancorchè fossero di oro e di argento non mi degnerei classarle in collezione[8]. Ne possiedo una… una sola, che non cambierei col bottone del piviale di gala di Sua Santità;—mi fate celia! Se ne serviva il glorioso imperatore Carlo Quinto nel convento di San Giusto, ed io potei acquistarla da un religioso di santa vita dell'ordine dei Girolamini in baratto del naso di Santo Serapione, devota reliquia conservataab antiquoin casa dei Grifi. E questa qui, di cui vi credereste voi che fosse fattura? Sentite veh! nientemeno che di Benvenuto Cellini…
—Mastro Alessandro, avete insaponato la corda?—domandò il giudiceLuciani infastidito al carnefice, il quale col capo gli rispose di sì.
—Osservate, continuava il notaro Grifo esaltandosi, il portentoso magistero, e il sottile lavorìo di niello. E a chi immaginereste voi che fosse appartenuta? Io ve lo dirò di un tratto. A monsignore Duca di Guisa Enrico losfregiato, e la ebbi da certo padre Minore Osservante che a Blois gli diede l'olio santo, quantunque lo rinvenisse già spedito nell'altro mondo con la unzione di cinquanta tra spadate e colpi di alabarda. Adesso vi racconterò il modo col quale venni in possessione di tanto tesoro…
—Lo illustrissimo signor Presidente!—gridò un usciere spalancando la porta; e tutti, tacendo, si volsero a quella parte donde si affacciava il sole.
Ulisse Moscati si fece innanzi con passi gravi, e lenti. Cotesto suo incesso non procedeva da burbanzosa jattanza: malgrado il lungo esercizio della sua professione infelicissima, nello accostarsi al banco dei giudici egli erasi sempre mai sentito compreso da ribrezzo. Teneva il capo chino, e gli occhi intenti alla terra; gemendo nell'anima cercava colà gli oggetti della sua tenerezza, la moglie diletta e la figlia trilustre, che, seguendo da presso la madre in paradiso, lui aveva lasciato solo sopra la terra, e quando per gli anni già troppi sentiva maggiore necessità di consolazione. Di sembianze appariva duro, nè poteva fare a meno; ma sotto cotesta crosta di ghiaccio scorrevano le lacrime, le quali non piante tornavano amarissime ad allagargli il cuore. Per natura inchinevole alla pietà, ragioni di famiglia lo avevano costretto ad esercitare ufficio da cui repugnava; e così tra fare una cosa ed aborrirla erasi condotto a quella parte della vita, dove, spento il vigore dell'anima, l'abitudine tiene luogo di volontà: adesso gli mancava la forza per troncare il vecchio costume, e, come la più parte degli uomini spossati, lasciavasi menare dalla corrente dei casi esterni. Esitanza di voglie; inanità di affetti, sazietà di ogni cosa fastidioso il rendevano a se stesso e ad altrui: immenso sentiva il bisogno di pace, ma non sapeva dove trovarlo, nè donde gli potesse venire. Stato passivo, che una foglia caduta, una farfalla che voli, un suono improvviso, od altro simile avvenimento può determinare ad estrema risoluzione. Ebbe fama di giureconsulto valente per quei tempi, e lo fu; dacchè allora da per tutto, in ispecie, a Roma, far procaccio di sofisticherie scolastiche chiamavasi scienza.—Di vero. le lettere scarse e servili piacquero ai Preti; e quando nella universale ignoranza esse valsero a somministrare fondamento alle tenacissime, ed improntissime cupidità loro, giovandosi del credito e del decoro che le accompagnano, le molte e generose odiarono, come quelli che tremano del volo del pensiero, se prima, legatogli un laccio al piede, non ne abbiano la cima stretta in mano. Però i Sacerdoti nel buio universale tennero acceso un lampione che tanto lume spandesse dintorno, quanto bastasse a rischiarare loro il cammino: quando poi si levò sul mondo la luce, che deve illuminare tutti, si strinsero insieme smaniosi, e vi soffiarono su; la propria scienza infante usarono come verga, l'adulta altrui tentarono soffocare; invidia, e peggio. Così quando sorse il sole dell'universo, quello di Roma declinò al tramonto. La Umanità cammina a oriente, Roma a occidente; e ad ogni passo che muovono rendono la separazione loro più ampia, ed irrevocabile.
Salutati cortesemente i colleghi e gli ufficiali minori, il Moscati prese posto al suo seggio; dove essendogli per prima cosa caduto sott'occhio il certificato del medico intorno allo stato di salute di Beatrice, lo lesse due volte, poi pacato favellò:
—Pare dunque, che quante volte ne faccia di bisogno possiamo in coscienza sottoporre alla tortura questa sciagurata fanciulla.
—Sicuramente, rispose tossendo il Luciani,—addirittura…
—Dubito però che le si possa applicare legalmente, per avere l'accusata poco più di quindici anni. Su di che desidero sentire il vostro savio parere, Signori…
—Io per me sono chiaro, soggiunse il Luciani, e non ha luogo dubbio. Dirò nondimeno in tutta coscienza, e per convinzione, quello che sento per la verità. Se consideriamo il diritto, per comune consentimento troviamo stabilito come la età non faccia caso inatrocioribus; e poichè atrocissimo, e immanissimo è il parricidio, così con piena coscienza possiamo omettere in questo processo le regole della procedura ordinaria. Inoltre, Signori miei, la malizia nella femmina precorre di assai quella del maschio come la pubertà: di fatti, il gius dichiara pubere la donna agli undici anni, l'uomo a quattordici, nè la quistione della malizia già deve risolversi a ragguaglio degli anni, o per presunzione astratta, bensì in ragione della prova di fatto: per questo modo quei solenni giudici dello antico Areopago condannarono saviamente a morte il fanciullo ladro della corona di oro al tempio di Minerva, avendo saputo distinguere al paragone le fronde del vero lauro dalle fronde dell'oro; e per me penso, e voi tutti, signori Colleghi, ne andrete persuasi, che pravità maggiore di quella mostrata da questi scelleratissimi nella strage paterna difficilmente possa, non che trovarsi, immaginarsi. Se poi vogliamo attendere alla pratica vi occorrerà copia di casi, per cui conoscerete che la età non forma ostacolo; tra i quali piacemi ricordare quello che somministrò materia a Sisto Quinto, pontefice veramente grandissimo, di profferire auree parole. Monsignor Governatore faceva, col debito ossequio, considerare al Papa non potersi, com'egli desiderava, condannare a morte il giovane fiorentino, reo di resistenza alla corte in Trastevere, perchè non avesse la età stabilita dalle leggi.Se non gli mancano altro che anni, rispose quella bocca benedetta di Sisto Quinto,lo potete far morire addirittura, perchè noi gliene daremo dieci dei nostri[9].
E Valentino Turchi giudice collaterale, che presentava tutta la sembianza di un cane da macellaro con gli occhiali, affermando osservò: