CAPITOLO XXV.

Però i cardinali gravi, cui stava a cuore la decenza del seggio apostolico, s'incamminavano al Vaticano per distorre il Papa da cotesto avventato provvedimento. Il Farinaccio, cui pareva essere stato giuntato, corse per altra parte a trovare il cardinale Cinzio; e siccome gli fu detto dagli staffieri ch'egli era andato a complire l'Ambasciatore di Spagna, rispose gittandosi sopra una cassapanca dell'anticamera:

—Aspetterò.—E all'atto parve, che senza mutar costa vi volesse passare la nottata; ma indi a breve, agitato dallo interno turbamento si alzò, e si pose a passeggiare gestendo, e brontolando. Sovente egli guardava con ansietà la porta, e più spesso asciugavasi il sudore, che copioso gli bagnava la faccia per la fatica, e per la pena dello inopinato accidente.

Forse tornò, forse non era vero che il cardinale fosse uscito, dacchè io sappia come nei servi in generale, ed ho inteso dire in quelli dei prelati romani in particolare, la bugia è la regola, e la verità la eccezione. Fatto sta, che dopo spazio convenevole di tempo,—quanto bastasse a far supporre verosimile il ritorno del cardinale,—avvisarono il Farinaccio che poteva passare. Egli non se lo lasciò dire due volte; ed affrettandosi concitato trovò sua Eminenza seduta e tranquilla in vista, come se ricevesse un uomo nuovo. Però gli fu forza abbandonare presto cotesta finta impassibilità, avvegnadio il Farinaccio, tremando di commozione, andatogli incontro audacemente, postergato ogni rispetto, gli favellasse:

—Dunque cosiffatta è, Eminentissimo, la fede sacerdotale?…

Il Cardinale, argomentando dallo esordio la perorazione, gli troncava la parola con suono contenuto, ma turbato:

—Signor Prospero, io potrei dirvi che la promessa della difesa fu da me fattasub modo; vale a dire, che la confessione degli accusati non uscisse così limpida ed esplicita da rendere qualsivoglia difesa superflua: ancora potrei dirvi onorare io (e non sono il solo a pensare così, ma altri troppo a me superiore professa questa opinione) quei pellegrini intelletti, che, come fiaccole inviate da Dio a illuminarci nelle tenebre del dubbio e dello errore, vengono a incamminarci su la via della rettitudine; ma per altra parte io ed i miei superiori disprezzare altamente gli avvocati, i quali, abusando dello intelletto che certo non sortirono per questo, torcono co' loro sofismi quello ch'è diritto, rendono, cavillando, imbrogliato quello ch'è piano; intorbidano le acque chiare per pescarvi…

—E vi par chiara, Eminenza, la prova del delitto? Da quando in qua della confessione complessa si accetta la parte che dichiara la colpa, e si respinge quell'altra che la giustifica? Insidie…

—Ma io, signor Prospero, tutto questo non voglio dirvi; solo mi piace, e giova dichiararvi quello che già avrebbe dovuto farvi conoscere la esimia perspicacia vostra. La mia promessa fu data, e non poteva essere altramente,sub conditioneche il Papa acconsentisse: questa condizione, e voi siete per insegnarmelo, nel placito dello inferiore, di cui la volontà è sottoposta, comecchè non espressa devesi sempre intendere compresa virtualmente. Ora se il sommo Pontefice, fonte di tutta sapienza. e mio signore e vostro, trovò buono non approvare il mio operato, con quanta giustizia voi, per ciò che mi sembra, vogliate lamentarvene, lascio considerarlo a voi nel savissimo vostro intendimento.

—Nacqui in Roma, crebbi nella curia romana, e voi dovete capire, Eminentissimi, che tutti questi ripieghi tornano affatto inutili per me:—io li conosco. Voi prometteste; e se non eravate da tanto da mantenere, non vi dovevate esporre. Ma no; voi prometteste, e dovete, e potete mantenere. Forse non sa il mondo intero voi essere mente dei consigli pontificali, voi l'Augusto zio preferire al cardinale Aldobrandino, a voi, nepote benemerito, nulla ricusare egli amantissimo? Io ottenni la confessione a patto della difesa, confidando sopra certi argomenti, che or conosco a prova quanto fossero infelici! Diasi, supplico, la difesa agli accusati; altrimenti, sapete che cosa si dirà per Roma? Che furono traditi gl'innocenti, e che nella capitale del mondo cattolico Giuda ha un compagno…

—Signor Prospero, e voi?…

—Ed io sono quegli.

—La vostra mente, signor Avocato, parmi accesa oltre al consueto:—calmatevi… questa esaltazione vi potrebbe nuocere… calmatevi.

Il Farinaccio non era in istato di sentire il consiglio, e nè la minaccia obliqua compresa in coteste parole; o, se pure la sentì, e' fu come sprone a cavallo sfrenato: per la qual cosa, bollente di sdegno e tutto avvampato nel volto, proseguì:

—E come potrò calmarmi io? I tempi, e la corruzione universale mi spinsero nel sentiero dei piaceri sregolati, ch'io percorsi senza decoro, è vero, ma anche senza viltà; e qui nel petto serbai sacro un luogo dove si fa sentire la voce di Dio, che mi comanda palesarvi innocenti la Petroni e i Cènci: la signora Beatrice, innocentissima, confessa a istanza mia, per le supplicazioni dei suoi, ed in virtù del medesimo amore, che persuase a Cristo sagrificarsi pel genere umano. Nonostante la confessione della strage dello scellerato, che la natura stessa si vergogna a chiamar padre, io confido che nessun giudice cristiano vorrà condannare la figlia che salva valorosamente la sua onestà. Dove io non ottenga questo, io… io stesso le ho posto la testa sul ceppo;—su le mie vesti, signor Cardinale, su le mie mani, se io non riesco, si scorgerà indelebile il sangue innocente; quindi per me non più quiete, nè pace; nè potrò piangere tanto che basti, per mondarmi da! rimorso… ed io vi giuro su questo santo messale, che in espiazione del mio non volontario delitto io vestirò il saio del pellegrino, e dalla Estremadura fino in Palestina, da Gerusalemme al Loreto non lascerò dietro a me città, villa, o casale, dove io non abbia predicato la innocenza della famiglia Cènci, e il deplorabile errore di cui ella cadde vittima.

—Calmatevi, signor Prospero. Voi mettete troppo calore in questo negozio; concedete ch'io ve lo dica. Voi non potete ignorare quale alto concetto si abbia in corte di voi, e quanto ci torni grato compiacervi, potendo. Questo in segretezza vi confido, che Sua Santità non ha trasmesso ancora verun comandamento al Governatore di Roma per la esecuzione della sentenza. Procurerò frattanto di favellargli, e la supplicherò umilmente a concedere che la difesa abbia luogo, facendole conoscere essere in ciò impegnata la mia parola. Andate, e state sicuro di questo, che non sarà mossa foglia senza previo vostro avviso.—Ora, come amorevole vostro, mi sia permesso avvertirvi, che essendo da molto tempo fermo in corte di promuovere la persona vostra a carica cospicua, e giovarci dei preclari vostri talenti in benefizio dello stato, voi non veniate a rompere il disegno con le vostre mani,—troncandovi la via per salire; e nel tempo stesso con modi e parole imprudenti non facciate ricordare certe faccende poste a mezzo in oblìo, e così fabbricarvi con le vostre mani il precipizio in cui potreste rovinare. In breve avrò gusto di rivedervi.

E si divisero.

Veramente le parole del cardinale dettero un po' da pensare al Farinaccio; ma scotendo la testa, le cacciò via come si costuma dei fiocchi di neve posati sopra i capelli; e procedendo infaticabilmente nello assunto impegno, radunò i colleghi ed espose loro il minacciato tradimento, eccitandoli di presentarsi al papa per far vive le proprie ragioni. A vero dire non ebbe a spendere troppe parole per renderseli parziali; imperciocchè nei varii componenti un collegio vediamo prevalere sempre l'amore del corpo; e gli avvocati Altieri e De Angelis, quantunque di natura dimessa, procedevano tenerissimi delle cose giuste: incapaci certo a sopportare il martirio, ma neppur tali da disertare, senza risentita protesta, la causa del diritto. Convennero pertanto di condursi al Vaticano; e poichè correva notizia che il papa ricusasse ammettere al suo cospetto chiunque fosse andato a tenergli proposito dei Cènci, statuirono che si presentasse il De Angelis come avvocato dei poveri, sperando che il pontefice, ignaro della parte che aveva assunto nella difesa dei Cènci, lo accoglierebbe; e allora, colto il destro, lo avrebbero seguitato i colleghi, e, genuflessi tutti ai piedi di Sua Santità, con gli argomenti che l'occasione avesse persuaso migliori si sarebbero industriati a farsi confermare la grazia della difesa, già conceduta dal suo nepote cardinale di San Giorgio.

E come ebbero concertato, così fecero. Andando al Vaticano essi videro tornare indietro le carrozze dei principali prelati e baroni romani. Aguzzando gli sguardi taluni scòrsero nelle sembianze disfatti, tali altri gestivano concitati, e pareva eziandio che favellassero veementi parole; sennonchè la lontananza impediva loro di raccoglierne il senso. Malo augurio era quello. Fatti più cauti dalla necessità divisarono presentarsi nell'anticamera separati, e confondersi nella folla di coloro che aspettavano essere ammessi alla udienza; allontanando perfino il sospetto, che gli muovesse un comune negozio. Riuscì a bene il partito: annunziato il De Angelis, ottenne licenza di presentarsi; ed aperta dal camerario la porta per lui, l'Altieri e il Farinaccio, prima ch'egli si riavesse dalla sorpresa, lo seguitarono, e tutti insieme in diversi atteggiamenti s'inginocchiarono davanti al pontefice; il quale, cruccioso corrugando la fronte e stringendo i sopraccigli, interrogò con voce velata:

—Ch'è questo?—Che cosa vogliono da me le signorie loro illustrissime?

—Santità, rispose il De Angelis levando supplichevoli le mani, noi non ci alzeremo dai vostri beatissimi piedi se prima non ci venga confermata la grazia, già promessa dallo Eminentissimo di San Giorgio, di potere difendere la causa di quei meschini dei Cènci.

Clemente VIII violentato, per così dire, contro ogni sua previsione, dissimulava la collera che gli bolliva nelle viscere: solo, con voce anche più velata, favellò:

—Dunque noi serbava la Provvidenza a contemplare come in Roma non pure trovinsi scellerati che ammazzino il proprio padre, ma avvocati altresì, i quali non rifuggano dalla difesa dei parricidi?

Il De Angelis sbigottito lasciò cadersi giù le braccia, non osando riaprire la bocca. Lo Altieri, cui parvero, come veramente erano, strane le parole del papa, stava per dargli convenevole risposta; quando lo prevenne il Farinaccio, che ardito e franco così incominciò a dire:

—Beatissimo Padre, è nuovo udire da cui fu orgoglio e lume della curia Romana salutati i difensori come campioni del delitto. Noi non venimmo qui per difendere parricidi, ma ci siamo venuti per supplicare il mantenimento di una promessa, ch'è sacra; però che noi confidiamo potere, mercè la difesa, dimostrare come taluno degli accusati sia innocenti, tale altro scusabile; tutti poi meritevoli della commiserazione di vostra santità. Voi, Beatissimo Padre, li reputate colpevoli, e noi c'inchiniamo davanti la vostra convinzione; noi li teniamo innocenti, e chiediamo, come di diritto, sia rispettata la nostra;—conciossiachè la voce della coscienza ci venga da Dio, e nelle bilance dell'Eterno pesino tutte ugualmente le coscienze degli uomini.

Il Farinaccio pronunziava coteste parole con modo solenne; sicchè, comunque genuflesso col corpo, per virtù dell'anima pareva che, seduto egli nella cattedra dello Apostolo di Cristo, ragionasse col papa umiliato per terra. Il Papa rimase percosso; nè gli sovvenendo in quel punto altro partito alla mente, quasi per acquistar tempo, rispose:

—Alzatevi!—Poi, levati gli occhi sospettosi sul Farinaccio lo fissò uno istante, e gli domandò:

—E voi siete il signore avvocato Prespero Farinaccio?

—Sono Prospero Farinaccio, indegnissimo figlio e suddito di vostra santità.

—E sua eminenza il cardinale San Giorgio ha veramente promesso a voi la grazia della difesa dei Cènci?

—A me, Beatissimo Padre.

—Il cardinale San Giorgio manterrà quanto ha promesso. Andate in pace.

La voce del pontefice per essere velata non suonava meno minacciosa, come tuono, che per venire di lontano non cessa di annunziare la tempesta; per la quale considerazione l'Altieri, dubbioso di essersi pregiudicato nella estimativa di lui, appena i suoi colleghi ebbero varcato la soglia della porta, che, tornato addietro, si gettò di nuovo in ginocchioni davanti al papa, e gli disse:

—Beatissimo Padre, degnate aver mente che essendo ascritto ancora io al collegio degli avvocati dei poveri, non poteva in veruna maniera negare il ministero della difesa a chiunque me ne avesse richiesto.

Ma il Papa, simulatore e dissimulatore solennissimo, avendo ormai recuperato intera la sua impassibilità, rispose mansueto, e soave:

—Noi non ci siamo maravigliati di voi, ma degli altri;—però, ripensandovi sopra, ho conosciuto come sieno anch'essi uomini valorosi, e zelatori del nobile loro ministero.

Quando l'Altieri raggiunse i suoi colleghi gli trovò stretti alla vita del cardinal Passero, che avevano incontrato per via, ed abbordandolo senza cerimonie gli dicevano: tornare da conferire con Sua Santità; avere ricavato da segni non dubbii la sua ottima mente; volere che Sua Eminenza, se aveva dato parola, che la mantenesse. Andasse egli pertanto, il benefizio compisse; eglino starebbero in anticamera ad aspettare lo esito del colloquio.

—Non sembra che voi pecchiate di troppa confidenza? notò il Cardinale al Farinaccio ghignandogli d'un suo sorriso alla trista.

—More romano, Eminenza,more romano. Gli antichi nostri chiamarono il pegno da pugno, non si reputando sicuri se non tenevano la guarentia nelle mani; e nè manco fidavansi a citazioni, bensì strascinavano il testimonio in giudizio per le orecchia.

Il Cardinale aggrinzò vie più le gote, e stese le labbra; ed inchinata alquanto la persona, entrò nella stanza del papa. Colà rimase quanto gli parve persuadergli la decenza, e poi ne uscì fingendo allegrezza grandissima per avere, in virtù delle umili sue supplicazioni, ottenuto dal sommo gerarca facoltà che la promessa data da lui si osservasse, e la proroga di giorni venticinque, affinchè i signori avvocati con tutto comodo alle difese si apparecchiassero.

[1] Omar, espugnata Alessandria, durante tre mesi scaldò i bagni pubblici con quattrocento mila volumi della biblioteca raccolta da Tolomeo Filadelfo e dai suoi successori.

[2] Sisto V fece mettere in castello Sant'Angiolo cinque milioni dioro, che servirono poi a Clemente VIII allo acquisto di Ferrara adanno del duca don Cesare di Este. GREGORIO LETI,Vita di SistoV.

[3] Maffeo Barberini, che poi fu papa col nome di Urbano VIII,veramente in questa epoca non era cardinale: egli fu promosso allaporpora romana da Paolo V, col titolo di San Pietro in Montorio,nel 1605.

[4] Ciò accadde a danno di certo spagnuolo, il quale percuotendo di un bastone un lanzo che lo aveva offeso, lo uccise. GREGORIO LETI,Vita di Sisto V, p. 2.

[5][6] GREGORIO LETI.Op. cit. p. 2.

Leo rugiens, ursus esuriens, princeps impiussuper populum pauperem…. multos opprimetper calumniam.Prov. C. 28. v. 15.

Aperta è la gran sala ove le sortiFur decise dei re, quando ancor RomaFu astuta, se non forte.ANFOSSI,Beatrice Cènci.

Questa è la sala che vede i dipinti di Raffaello, ed ascolta le consulte dei sacerdoti:—questa è la sala dove si discussero, e sovente ancora si decisero, i destini dei Re del mondo; però che la forza, prima di spengersi, consegnasse la fiaccola all'astutezza, siccome i servi costumavano fare nei giuochi lupercali; e questa si affrettò a mettere in fiamma i quattro canti della terra.

Quando i popoli, rotte ad una ad una le penne della grande aquila che ecclissava il sole della libertà, sperarono de riscaldarsi ai raggi de quello, ecco altre ombre si posero fra mezzo all'uomo e alla libertà, e le mandavano le chiavi di San Pietro—il pescatore ebreo.—Ma la forza si consuma, e l'astutezza altresì; e se il pomo del brando romano non giunse a conficcare il chiodo alla ruota della fortuna, molto meno poteva farlo il pastorale del chierico. La vendetta rode di nascosto, ma inevitabilmente, a guisa di vena di acque sotterranee, la forza. Dietro un tronco di albero, dietro l'ara di un nume, da per tutto e sempre tiene teso l'arco, e presto o tardi saetterà il tendine d'Achille; ma la frode si logora coll'uso delle sue stesse malizie, come l'orologio a polvere si vuota lasciando cadere i grani della sabbia che misurano il tempo.

———

Il Papa siede sublime sopra il capo di tutti, sotto un baldacchino di velluto cremisi ornato di frange di oro. Sceso un gradino, gli seggono sopra sgabelli attorno quattro cardinali: da un lato Cinzio Passero cardinale di San Giorgio, nepote per parte della sorella Giulia, e Francesco Sforza cardinale di San Gregorio in Velatro; dall'altro Pietro Aldobrandino cardinale di San Niccolò alle Carceri, nepote per parte del fratello Pietro, e Cesare Baronio cardinale dei santi Nereo ed Achilleo, avvolti nei magnifici loro paludamenti di porpora: poi, in un ricinto più vasto, su stalli onorevoli, e cardinali, e vescovi, e di ogni maniera prelati, cospicui per cappe o pagonazze o vermiglie.

In mezzo, alla destra del trono, un banco coperto di panno scuro per gli auditori di Palazzo e della sacra Ruota criminale presieduti da straordinario presidente, sendo caduto infermo il Luciani: dalla parte opposta un banco pari pel procuratore fiscale, con parecchi cancellieri e notari: per traverso un terzo banco destinato pei difensori.

I lanzi dalla barbuta e dalla corazza di ferro, l'alabarda sopra le spalle vigilavano la sala, e respingevano addietro i curiosi con brutte parole, e peggio fatti: orgoglio ad un punto ed umiliazione antica della gente itala, appo cui è mestieri tirare dal settentrione queste bestie dalla faccia umana per esercitare la forza brutale. Nè mancarono dame e cavalieri attillati, come se intervenissero a qualche festino; ed è fama eziandio, che con i nastri neri pendenti giù dai cartolari del processo fosse in cotesto giorno annodato più di un laccio d'amore.

Ognuno seduto al suo posto. Intimato, secondo il solito, dagli uscieri il silenzio, il Presidente, ottenuta licenza dal sommo Pontefice, accennava con la destra al Procuratore fiscale, ch'egli poteva incominciare.

Questi si levò. Intanto ch'ei si forbisce col fazzoletto la faccia, compone la chioma e fa altre simili smancerìe, tratteniamoci un momento a considerarlo. È del colore degli antichi Cristi di avorio: l'occhio ha spento, opalino come quello del pesce fradicio; i capelli tiene giù ripresi, e lisci da una tempia, e paiono un salice che gli pianga su la testa il cuore e il cervello da gran tempo defunti: muove le braccia come i telegrafi marini: ora si rannicchia con la persona, ora sbalza su, come un serpente di filo di ferro dalle scatole da tabacco. Solo a vederlo di leggieri si comprende come al nascer suo la petulanza, la presunzione e la stupidità menassero un ballotondo intorno alla sua culla, e gli facessero un presente, cui egli poi aumentò mettendoci di suo la ipocrisia.

Il nostro procuratore fiscale ecco si rovescia con molta solennità le maniche della toga, e poi con una vocina, che va di mano in mano rinforzando, dopo avere assicurato che per lui non si era omessa diligenza veruna nello esame del processo, ed invocato l'aiuto di Quello che non n'è mai avaro per chi lo sollecita di cuore, raccontò come, a persuasione del diavolo e da cupidità abbominevole spinti, persone non nemiche, non estranee, ma parenti, ma moglie e figli macchinassero la strage del conte Francesco Cènci, uomo per pietà insigne; per lignaggio chiarissimo, per dottrina preclaro: disse del mandato conferito ai sicarii Olimpio e Marzio; del sonno traditore, del differito parricidio a cagione della festa della Beata Vergine: dipinse l'orrore degli assassini, le truci minacce della donzella per vincerne la repugnanza; il chiodo confitto e riconfitto; il cadavere tratto pei capelli sul pavimento, e poi con barbara immanità precipitato giù dal balcone: favellò della prova, che in grazia delle salutari torture emanava limpidissima dalla concorde confessione dei rei: si diffuse intorno allo spavento del mondo inorridito a sentire come in Roma, nell'alma sede della religione santissima, accanto al soglio dell'ottimo fra i vicarii di Cristo siffatte scelleratezze si commettessero.—Che più?—Il secolo corrotto consentendo quelle licenze, che in breve toccarono l'estremo, egli raccontò come il sole si fosse per la paura oscurato; mentre, all'opposto, non era mai apparso chiaro come in quei giorni:—e come le acque del Tevere, sgomentate, avessero retroceduto alla sorgente; malgrado che a vista di tutti i Romani avessero continuato a scorrere tranquillamente sino ad Ostia: finalmente, apostrofando il Crocifisso pendente alle pareti, confortò i giudici a richiamare alla mente i suoi divini precetti allorchè comanda, che l'albero incapace a produrre frutti buoni sia reciso, ed arso: nè qui trattarsi già di frutti buoni, sibbene di pessimi, e scellerati. Tentasi, egli soggiunse, di sorprendere la religione vostra, o Signori della Ruota, col farvi considerare la giovanezza di taluni fra i colpevoli, come se questo, invece di attenuare il delitto, non somministrasse plausibile fondamento a procedere con asprezza maggiore. Se di queste abbominazioni mostraronsi capaci gli accusati o non tocca ancora la pubertà, o a quella giunti appena, che cosa mai ci dovremmo aspettare da loro, diventati adulti? Correremmo il rischio che la famiglia di Atreo sembrasse un convento di cappuccini! Concluse finalmente con certa ipotiposi da lui con somma diligenza elaborata, la quale descriveva l'anima dello illustrissimo signor conte Francesco Cènci spinta con violenza fuori di questa vita senza il conforto dei sacramenti, e condannata, per avventura, al fuoco penace, soffermarsi sopra la soglia dello inferno, scuotere i bianchi capelli intrisi di sangue, e, sollevate le mani verso i giudici, gridare disperatamente: «Vendetta! vendetta!»

Oh, fra i tristissimi, egli è pure il tristo mestiere quello del procuratore fiscale! Ed anche questo perchè mai esercitato? Per un tozzo di pane. Ma quanto più onorato il pane molle di sudore dello artigiano! Quanto meno reo quello intriso dalle lacrime del servo della pena! Essendo costoro provvisionieri del patibolo, dovrebbero cibarsi co' rilievi del supplizio. Qual differenza sovente corre fra essi e il carnefice? Certo, se ve ne ha, torna in vantaggio del carnefice: senza odio come senza viltà egli tronca col ferro i meschini, cui il procuratore fiscale ha già assassinato con la parola. Un giorno Dio li giudicherà; ed io per me penso, che la misura del primo sarà trovata a paragone più lieve. Ma le parole che montano? Cotesti maladetti dal Signore, co' presagi del vituperio in questa vita e della dannazione nell'altra si fregano i denti bianchi di pesce-cane come con una rappetta di finocchio, e tirano innanzi, fischiando, a rigare il mondo con una traccia di sangue.

Dei difensori fu primo ad arringare l'Altieri per Lucrezia Petroni, il quale con graziosa gravità favellò in questa sentenza: molto col suo ministero e con se stesso rallegrarsi, per non dovere spaventare i suoi giudici con immagini ricavate dallo inferno; bensì corrergli obbligo di supplicarli a volgere lo sguardo sopra una matrona pia e mansueta, e di levare un grido, di vendetta non già, riprovatissimo in ogni luogo, e davanti ogni consesso di cristiani; davanti poi il Vicario di Gesù Redentore e giudici piissimi abbominevole; bensì grido, che unico possa suonare degnamente nei tribunali, ed è: «Giustizia! giustizia!»

Ricercando in processo le cause muoventi al delitto, dimostrò come veruna di quelle accennate dal fisco convenisse a Lucrezia Petroni. Non la cupidità, conciossiachè nulla ella avesse a sperare dalla morte del marito Cènci, succedendo il coniuge all'altro coniuge intestato in esclusione del fisco soltanto; e qui invece essere conosciuto da tutti come il Conte Cènci avesse fatto testamento per diseredare chiunque con vincolo di parentela gli appartenesse: per la qual cosa ad appagare l'empie voglie della sua cupidità, quando mai l'avesse concepita, ostavano gli eredi necessarii e il testamento. Non può averla mossa il rancore, avvegnadio ingiurie ed offese ella avesse sofferto ben molte per la parte dello efferato marito; ma non essendosi fatta viva mentre tuttavia giovane e bella se ne sente angoscia in ragione del diritto che la donna crede di possedere a non doverle sopportare, era, non che inverosimile, assurdo ch'ella agognasse vendicarle dopo tanto spazio di tempo, e quando erano cessate, ed allorchè gli anni volgendo a vecchiezza, il sangue scorre più languido nelle vene, e l'animo, anco nelle nature irrequiete, assume più miti consigli; specialmente poi vendicarle con partite così atroce ad un punto, e pericoloso. Se le sevizie (le ingiurie alla fede coniugale io metto da parte) avessero perdurato, donna Lucrezia ricorrendo ai tribunali avrebbe ottenuto la separazione dal marito; la quale in quanto al vincolo non concedesi, ma in quanto al domicilio, o toro, sì: nè a lei mancavano aiuti di parentado potentissimo, nè, provveduta di larga dote, le era mestieri starsi presso al marito per timore di pecunia, o di scarsi alimenti.—Molto meno aversi a credere le tentazioni diaboliche; imperciocchè, sebbene alle tentazioni del maligno andiamo tutti soggetti, pure, è la nostra santa religione lo insegna, o ne vanno immuni, o le superano le anime zelatrici della pietà. Ora, qual donna si mostrò più devota di Lucrezia nostra? Il Fisco stesso, quantunque poi lo ritorca in nostro danno, fa fede della pietà di donna Lucrezia allorquando finge, che la strage di Francesco Cènci fosse differita per reverenza della festa della Beata Vergine: ma io vo' che il Fisco sappia, come una femmina penetrata da tanto zelo di religione non offenderà, nè il giorno della sua festa, nè mai, la Madre di ogni misericordia, la mediatrice di ogni perdono.

E qui l'avvocato o s'ingannava, o tentava ingannare altrui, imperciocchè la esperienza abbia dimostrato e dimostri, come la devozione sincera (di quella ostentata per ipocrisia non è da parlare) vadano congiunti i consigli più tristi. Basti rammentare per tutti Giacomo Clemente, uccisore di Enrico III, il quale si apparecchiò alla strage col conforto del pane eucaristico, e con le discipline più solenni della nostra religione. Certo egli è duro avere a chiamare devozione sensi sì iniqui; ma ciò giovi ad ammonirci, come anche delle devozioni se ne dieno di più maniere: quella che circonda la morale con una corona di opere pie e generose, e questa come santa deve riverirsi; e l'altra che, ammogliatasi col delitto, si avviticchia com'erba velenosa intorno alla croce, ed hassi a considerare come scellerata; e di questa ce ne ha molta, anzi troppa; e i sacerdoti, non che sbarbarla, la fecondano a tutt'uomo per ignoranza, per errore, e per interesse. E s'io dica il vero lo chiarisca l'antica tariffa della Curia Romana, che indica il prezzo col quale il malfattore può ottenere l'assoluzione di qualsivoglia delitto.

Continuando lo avvocato prese ad esaminare atto per atto il processo, affaticandosi con sottile industria a rilevarne le irregolarità, e le contradizioni dei deposti, la debolezza delle prove. Alla fine concluse supplicando la coscienza dei giudici a non consentire che matrona così universalmente reputata, dei poveri soccorritrice benefica, fosse sospinta per sentiero d'infamia e di ferro nel sepolcro: ormai la sua favilla mortale toccare il verde; non adunassero tanta procella per ispegnerla… Anche uno istante… un solo istante, per dio, ed il dolore e gli anni la cuopriranno di tenebre eterne… Deh! lasciate ch'ella si spenga in pace…

Accorse secondo il De Angelis in pro di don Giacomo, ed anch'egli si affaticò ad escludere la causadi delinqueresupposta dal fisco, e mostrò come non lo potesse muovere attuale angustia di pecunia, avvegnachè il padre suo, per giusto comandamento del sommo Pontefice, gli pagasse onesta provvisione, e di più i frutti della dote della propria moglie godesse, i quali uniti alla provvisione della consorte non erano così scarsi, che alle spese domestiche sopperire non potessero: molto meno doveva muoverlo a commettere l'atroce parricidio la speranza di redare intero il patrimonio paterno, imperciocchè corresse comunemente il grido, e lo stesso Francesco Cènci lo andava predicando senza ambage, dei beni liberi averlo diseredato, la qual cosa il fatto ha chiarito vera pur troppo, e dei fidecommissarii non lo poteva privare. Vecchio essere il Conte Cènci, ed ormai giunto con gli anni a quella estrema parte della vita, dove ogni lieve spinta precipita nel sepolcro; laonde dovrebbe estimarsi non solo empio, ma folle Giacomo Cènci, se con tanta scelleraggine e tanto suo pericolo avesse affrettato quel caso, che in breve con sicurezza, e senza rimorso gli avrebbe procurato la natura. Or come è verosimile questo, che il figlio si mostrasse pazientissimo ad aspettare allorquando il padre era lieto di prosperevole salute, ed entrava in verde vecchiezza, e fosse poi intollerante d'indugio allorchè quegli diventa decrepito e malescio? Don Giacomo, alieno da lussuriosi sollazzi, dai vizii che contaminano il mondo aborrente, incolpevole gentiluomo, buon marito, buon padre, come allo improvviso svela così efferata indole, che vince ogni belva più cruda? Come, nato appena al delitto, doventa gigante, e con un passo solo ne percorre intera la carriera, che i più perversi non toccano che con i passi ultimi? Questo non consente la natura; e tutto quello che si oppone alle leggi eterne del vero o devesi addirittura rigettare, o per lo meno ammettersi con molta difficoltà. E qui, riprendendo con più veemenza l'avvocato, io considero, diceva, nell'amaritudine dell'animo mio seguitarsi una ragione affatto contraria, la colpa; e le circostanze della colpa quanto più procedono opposte al discorso naturale, tanto più volentieri si accettano; quanto più avverse allo regole della umanità e del diritto, tanto più facilmente si accolgono. Così non va bene. Don Giacomo, e questo secondo che merita non avvertiva il fisco, mentre si perpetrava il delitto non si trovava già alla Rocca Petrella, bensì dimorava in Roma. Dunque è chiarito, che con la sua opera immediata non potè partecipare alla strage. Se poi il fisco sospetta che vi concorresse mediatamente per via di lettere o di messaggi, ma dove sono queste lettere e questi messaggi? perchè non li produce, anzi neppure li ricorda? E sì ch'ei dovrebbe avvertire come a lui incomba il carico della prova, e a noi basti difenderci.—Il fondamento dell'accusa sta nella confessione dei prevenuti. Io per me, spesse volte meco considerando, son venuto nella sentenza che la confessione dello imputato, come cosa indegna della morale e contraria alla natura, non debba pesare sopra la bilancia della giustizia. Invero; con quale carità, o senno possiamo costringere un uomo ad accusare se stesso? L'uomo che si affatica ai suoi danni fu sempre reputato privo del bene dello intelletto; e se la Chiesa concede sepolturain sacrisai miseri che contro se stessi portarono le mani violente, ciò appunto fa perchè crede che abbiano perduto il senno. Ora, dico io, accusare se medesimo di delitto che importa pena capitale, non partorisce forse il medesimo effetto? Maisì che lo partorisce; e la lingua uccide al pari, e meglio, delle mani. Però, qui mi si obietta, noi non abbiamo confessione spontanea, ma estorta per virtù di tormenti. Bontà di Dio! Egregia risposta invero! Verrà un tempo in cui i posteri maraviglieranno come noi, loro padri, siamo stati o così stupidi o così barbari, da accettare quale argomento di verità quello, che per propria natura è segno manifesto di ferocia e di errore…

Un mormorio di disapprovazione si sparse per tutta la sala; e il Farinaccio stesso, tirata al collega la toga, lo ammoniva sommessamente a tagliar corto sopra quel tasto. Il cardinale Baronio, che fu uomo dottissimo per quei tempi, piegato il capo sussurrò nell'orecchio del cardinale Aldobrandino, il quale si mostrava nel sembiante soprammodo scandalizzato:

—Questi benedetti avvocati, quando hanno preso l'abbrivio, ne piantano di quelle che non istanno in cielo nè in terra!

—E senza corda, rispondeva quell'altro, io vorrei un po' che m'insegnassero come faremmo a sapere una verità. A che monta, di grazia, la facoltà concessa a cotesti parabolani, di oltraggiare tanto impudentemente la sapienza dei sommi dottori? Procedendo di questo passo, io vi domando, Eminentissimo, che cosa stia per diventare l'autorità? Perchè i giudici non gli hanno imposto silenzio?

—Eminenza, lasciamoli dire finchè ci lasciano fare: quando presumeranno tarparci le ale,on avisera; come dicono i Re di Francia allorchè i Parlamenti rifiutano registrarne gli editti.

Lo avvocato De Angelis girò il timone, e, come l'Altieri, si fece con arguta dialettica a demolire lo sformato edifizio del processo ingolfandosi in un tritume di osservazioni, le quali stancarono la mente degli uditori, e nocquero non poco alla efficacia dell'arringa. Finalmente dette termine alla difesa rammentando l'antichità della prosapia, e la chiarezza del sangue Cincio, e poi, con migliore consiglio, la moglie e i figli desolati di don Giacomo: andassero cauti, egli diceva, i giudici, ma cauti bene, a imprimere tanta nota d'infamia sopra così nobile casato: pensassero, al figlio del parricida veruna donzella stendere la mano; nessuno aprirgli il cuore: fatto, senza sua colpa, oggetto piuttosto di raccapriccio che di pietà sopra la terra, cuoprirlo di vituperio non pare villania, bensì diritto, e dovere: veruno lo chiama a mensa; in chiesa lo fuggono… Che più? a male in cuore sopportano comune con lui il raggio del sole, nè la terra, che tutti accoglie nel suo seno dopo morte. Ed anche a voi, Padre ottimo massimo degli universi fedeli, concedete che io presenti la miseria di una moglie, il lutto dei figli: nelle mani, che io supplichevole inalzo al vostro soglio augustissimo, piacciavi contemplare le mani di quattro fanciulli e di una donna; nella mia voce udire le strida di cinque innocenti, che con lacrime e singulti, dopo Dio, da voi sperano, ed attendono misericordia.

—Eminenza, favellò il cardinale Sforza al cardinal Cinzio, eccovi il vostro fazzoletto, che vi ho raccolto per terra; ne avrete bisogno per asciugarvi le lacrime.

—Io?—Io non patisco di pianto.

—Però l'arringa dello avvocato Niccolò mi è parsa concludente assai; la perorazione poi senza dubbio felice.

—Eh! secondo i gusti, Eminenza. Per me, se la raffronto co' precetti di Aristotele e di Quintiliano, parmi la più meschina delle amplificazioni di uno scolare di rettorica; senza contare l'eresie giuridiche ch'egli ha detto, segnatamente la famosa contro la confessione ottenutaper vim torturae. Ma silenzio; ecco che si leva il Farinaccio. Stiamo a veder correre questo barbero; il palio è di quattro teste. Quanto vogliamo giuocare, ch'egli lo perderà?

—Quando lo dite voi, Eminenza, non ci ha luogo scommessa; come potrei avere io convinzione diversa dalla vostra?

Il cardinal Cinzio sogguardò sospettoso in faccia lo Sforza; ma questi, arnese vecchio di corte, gli mostrò la fisonomia aperta quanto lo scrigno di uno avaro.

Si levò il Farinaccio crollando la testa; e, fulminato con uno sguardo d'inesprimibile disprezzo il Procuratore fiscale, che ineccitabile lo riceve come il serpe che ha ingolato lo scoiattolo, con gran voce prese a dire:

—Assista Dio! Non so, incominciando la presente orazione, se in me sia maggiore la maraviglia, o il rammarico, ma certamente mi perturbano gravissimi ambedue; imperciocchè, prima di esercitare lo ufficio della difesa, mi trovi costretto a richiamarmi alla mente il ministero dell'accusa. Il procuratore fiscale, se l'antica dottrina oggi non è venuta meno, come difensore della legge preordinata alla sicurezza di questo umano consorzio, deve procedere nelle sue conclusioni severo, ma senza acerbità; solerte, ma senza furore; arguto, ma senza perfidia; e chiunque altramente costuma, a viso aperto gliel dico, le parti usurpa del carnefice, e forse fa peggio. Come pertanto ho potuto ravvisare io il difensore della legge nel magistrato, smanioso come la pitonessa sul tripode, invaso dal demone che l'agitava? E fu mala cosa. Come riconoscerlo io, quando ricavò dai fatti conseguenze malignamente sofistiche? E questa fu più brutta ancora. Come raffigurarlo allorchè udii storcergli i fatti, alterarli, e, quasi ciò gli paresse poco, supporne dei falsi, o immaginarne dei non veri? La quale, a parere mio, fu bruttissima. Non vi commuovete, signor fiscale, sul vostro seggio, perchè io quanto dico intendo provarvelo…

E questo il Farinaccio diceva per figura rettorica davvero, imperciocchè ei se ne stesse tranquillissimo; anzi si guardasse le unghia delle mani, per vedere se le fossero ben nette. Il Farinaccio continua:

—Voi ardiste descriverci il conte Francesco Cènci come un modello rimasto, mercè di Dio, sopra la terra per far fede della età dell'oro, e scorazzaste i classici, così greci come latini, per foraggiarvi gemme buone a comporne il diadema di virtù, che poneste sul capo al vostro eroe. O pudore! Religioso Francesco Cènci? Certo inauguratore ei fu di sante immagini, ma per bestemmiarle; edificatore e restauratore di templi, ma per profanarli; apparecchiatore di avelli, ma per seppellirvi, siccome egli andava empiamente ogni giorno supplicando Dio, tutti i suoi figliuoli prima di morire. Pietoso Francesco Cènci? Certo piissimo uomo fu egli quando imbandì il convito, nel dì che gli pervenne notizia della strage dei figli suoi; piissimo quando, propinando col bicchiere colmo di vino a Dio, bandiva che dove fosse stato pieno del sangue dei suoi figliuoli, ei lo avrebbe bevuto con maggior devozione del liquore della santissima eucarestia. Queste mostruosità poi non sono immaginate da me, bensì corrono per le bocche degli uomini, e vengono attestate da prelati e baroni di tutto onore degni, che all'orribile festino, convitati, assisterono. A cui era ignoto l'uomo? Voi tutti lo conosceste, e sapete quali e quanti gli si apponessero delitti: forse taluni fra voi lo condannarono; chè il piissimo uomo dell'accusa si trovò a sopportare parecchie condanne, componendo la pena con la Camera Apostolica mercè inestimabile quantità di pecunia. Venite meco, Signori; vediamo un po' questo uomo, per dottrina preclaro, quali volumi, frutto di notti vigilate, egli lasci a edificazione ed ammaestramento dei posteri. Eccoli; il libro delle sue effemeridi, dov'egli, non so se con maggiore inverecondia, o nequizia, andava notando giorno per giorno i suoi delitti. Nè i misfatti di sangue, parlo cose a tutti note, furono in lui i più nefandi. I vincoli che il cuore umano desidera in questo terreno pellegrinaggio per sollievo allo squallor della vita, egli ebbe tutti: amico fu per diventare traditore: si finse amante per sedurre la innocenza, e poi lasciarla in balìa della disperazione: diventò marito per adulterare, padre per commettere incesto. Questi vincoli ei strinse pel talento di calpestarli; prese cognizione delle leggi romane per trasgredirle; le divine conobbe per romperle. Se Francesco Cènci non era, avremmo creduto che Tranquillo Svetonio temperasse lo stile nella calunnia allorquando ci lasciava scritti la vita e i costumi di Tiberio imperatore. Spettava al Cènci di fare agli uomini palese come le immanità di Caligola, di Nerone, di Domiziano, di Caracalla, e di quanti altri mostri Iddio mandò nel suo furore a flagellare la terra, cumulate insieme, potessero superarsi. Tale fu Francesco Cènci; e se io ho calunniato la sua memoria, possa la sua anima in questo momento affacciarsi sopra la soglia del tribunale, e gridarmi: «tu mentisci». O anima sciagurata, dovunque tu sii ascoltami. Lasciando ad altri la cura di rinfacciartelo al cospetto di Dio, io qui, davanti al suo Vicario santissimo, ti proclamo il più perfido e il più infame di quanti scellerati apparvero nel mondo…

Il Procuratore fiscale, come se non fosse fatto suo, attendeva sempre a guardarsi le ugna; non così il cardinale Sforza, che sommesso diceva al San Giorgio:

—E' par che buone mosse abbia preso il barbero.

Ma l'altro non lo ascoltava, che in cotesto punto concludeva certi suoi pensieri con la seguente formula: egli bisogna che sia con noi, o contro noi. Intanto il Farinaccio prosegue:

—Qui noi vediamo un cadavere, la gola squarciata da larga ferita. Chi è egli? Un padre. Chi lo ha trucidato? Sua figlia: ella senza impallidire lo dichiara; senza rimorso il confessa; anzi, se non lo avesse fatto, bandisce che tornerebbe a farlo. E chi è questa femmina dai truci pensieri, e dai fatti più truci? Eccola; una fanciulla di cui il sembiante par formato dalla mano degli angioli, onde quaggiù si mantenga il tipo della celeste purità. La Innocenza può baciarla in bocca, e dirlo: ave, sorella. La Mansuetudine parla come lei, come lei sorride. Non vi ha persona che lei non esalti, e levi a cielo; di molti ha sollevato i dolori, ha pianto alle angosce di tutti. Che cosa mai può avere sospinto la egregia donzella allo esecrando attentato? Domandatelo al Fisco, ed egli ve lo dirà. È stato il diavolo. Oh! il diavolo, se l'avesse veduta, l'avrebbe tolta in iscambio di un angiolo, e l'avrebbe adorata; e noi sappiamo che il diavolo sopra gli angioli non ha potenza: i procuratori fiscali poi non vanno immuni da siffatto pericolo perchè nessuno li estima angioli, nè anche se stessi. Lasciamo pertanto il diavolo a casa sua, e discorriamo di cause più umane. Forse la cupidità del danaro? A sedici anni la gentil donzella pensa al danaro quanto lo usignuolo, ch'empie delle sue melodie le valli in una bella notte di estate; vi pensa quanto la farfalla, che tuffa le ale nel raggio del sole di maggio. A sedici anni la fanciulla è tutta amore pel cielo e per la terra: questi due amori si confondono in lei, sicchè il suo primo amore per oggetto terreno ritrae sempre in se qualche cosa di divino. Ma poniamo, via, che in lei allignasse vaghezza di pecunia; come mai poteva questa condurla allo abbominevole misfatto? Il censo, ch'ella redava copiosissimo dalla madre, il padre non poteva menomarle, nè torle: folle consiglio saria stato in lei la fiducia di ottenere o tutto o parte del paterno retaggio libero dai fideicommissi, avvegnachè Francesco Cènci, il quale non si era proposto altro fine che quello di spogliare i suoi figliuoli degli averi, della fama, e, se avesse potuto, della vita, non si sa come si sarebbe mostrato pietoso unicamente con lei; e peggio che follia sarebbe stato per la signora Beatrice sperare nei beni fideicommissarii di casa sua (e qui levò la voce più sonora che mai) chè i beni fideicommissarii per comune consentimento dei dottori non possono per veruna causa o pretesto, neppure per fellonia, alto tradimento, o parricidio di taluno dei chiamati, esser tolti ai legittimi suoi successori maschi di maschio…

Il vecchio pontefice a queste parole declinò la testa, e le sue pupille traverso i sopraccigli irsuti parvero fiamme dietro una siepe di rovi; il cardinale di San Giorgio levò la sua, e con l'angolo esterno dell'occhio sbirciò il papa. I due sguardi parve si cambiassero una parola, e questa per certo fu:

—Costui bisogna che sia dei nostri…

—Felice Olimpia!—riprende a dire l'avvocato—felice, che rinvenisti orecchio per ascoltarti benigno, ed incontrasti il Padre dei fedeli sollecito a sottrarti agli empi disegni del genitore, mercè onorevole parentado. I cieli non concessero alla signora Beatrice siffatta ventura; la sua voce, fra il trambusto di tempi agitati, in mezzo al fragore delle armi, e alle grida di trionfo per la recuperata Ferrara, non venne intesa. Del suo memoriale, che dal profondo della miseria ella rivolse allo eccelso Vicario di Cristo, non occorre più traccia nella cancelleria, se togli l'appunto del giorno in cui fu consegnato, e la testimonianza dell'ufficiale che lo ricevè. In questo modo si chiudevano a lei quelle vie, che si apersero altrui; solo egli era destino che rimanesse la misera abbandonata da tutti, esposta, novella Andromeda, sopra lo scoglio della necessità ad essere divorata da mostri più crudi di quello che superò Perseo!

A me prende ribrezzo raccontare le atrocità commesse dal conte Cènci contro la sua figliuola Beatrice. Ah! perchè la natura mi fu avara di un cuore e di un ingegno pari a quelli che prodigò al fisco, ond'io mi compiacessi a esporre le parole piene di vergogna con le quali il tristo vecchio contaminò le orecchie castissime di Beatrice, e l'empietà con le quali ingegnavasi depravarne la virginea intelligenza? Nè gli giovarono le lusinghe, le inverecondie, le cieche ire, le insanie trucissime, le carceri disoneste, le lunghe fami, i sonni spaventati, le affannose vigilie, i colpi, le ferite, e il sangue co' quali egli tentò superarla.—Noi vediamo un cadavere con la gola squarciata; noi raccapricciamo a mirarlo… è un vecchio… è un padre trafitto dalla propria figliuola: nessuno lo nega… ella il confessa:—oh! anche a me il freddo penetra le ossa, e i denti battono per orrore; ma via, facciamoci coraggio; osiamo investigare qual fosse, prima di diventar cadavere, costui. Schiusa, come ladro notturno, pianamente la porta della stanza ove gemeva la sua desolata figliuola, avvolto le nude membra dentro una zimarra, si accosta al letto della giacente: ella dorme e piange, perchè alla infelice non sono amici nè anche i sonni. Egli, il sacrilego, velata prima la lampada che la vergine teneva accesa davanti la immagine della Madre della purità, rimuove le coltri e nuda le membra, che natura fa sacre agli occhi dei genitori.—chiunque è qui, che abbia viscere di padre, venga meco a vedere il vecchio empio, con la bocca contratta verso le orecchie come un satiro, gli occhi avvampanti dinanzi ai quali è passato il fumo dello inferno, tremante, fremente, curvarsi stendendo le mani, toccare il corpo della vergine, e… Beatrice si sente strisciare sopra la persona la pelle lurida e diaccia del rettile… si sveglia… che mai farà?

Che farà?—Se empia ella fosse stata al pari del padre suo, o abietta, voi allora avreste udito come altramente si sarebbero ecclissati i soli del fisco; in bene altra guisa avrebbe il Tevere del fisco ritorto le corna verso la sua sorgente.—Io, o padri, vi ho tratto davanti a questo spettacolo, e non vi ci ho tratto invano… Rispondetemi, dite, in cotesto momento quale avreste desiderato voi Beatrice… empia… abietta come non fu la Romana vergine, o miserissima com'ella di presente si trova?—Beatrice vide faccia a faccia la sventura, e l'abbracciò come messaggera di Dio… avventò il ferro, e sottrasse il suo nome alla infamia. Noi, deplorando questa suprema necessità, dobbiamo ammirare la fanciulla valorosa, che in altri tempi Roma le avrebbe tributato gli onori del trionfo, ed oggi la straziò co' tormenti, e adesso le minaccia la morte ignominiosa.

Il divo imperatore Adriano ordinò non farsi luogo alla pena del parricidio quantevolte il figlio uccidesse il padre, o questi quello, per una delle quattordici cause contenute nell'AutenticaUt cum appellatione cognoscitur. Bene è vero che l'imperatore Adriano considera la strage del figlio adoperata dal padre a cagione dello stupro della matrigna o concubina; ma per consenso dei dottori il disposto di cotesta legge si estende eziandio a qualsivogiia altro caso d'ingratitudine, non già perchè proceda affatto impunito, ma con qualche pena più mite della capitale si vendichi.

Ora sarò io forse costretto ad affaticarmi davanti a voi per dimostrare quale, e quanto reato sia lo incesto contro la propria creatura? Pare a voi che gli si possa paragonare lo stupro della matrigna, o della concubina paterna? Parvi ch'ei sia da agguagliarsi con le altre cause d'ingratitudine, come, a modo di esempio, se il figlio non riscattò il padre schiavo, o, se povero, non lo sovvenne? Lascio l'ecclissi al fisco, e il torcere dei fiumi alla sorgente; ed in prova della enormità del misfatto io vi rammento come il divino Aristotile, nella Storia degli Animali, racconti di un cavallo, il quale fatto accorto di essersi mescolato inavvertentemente con la madre sua, venne soprappreso da così insanabile dolore, che non gli parendo ormai di potere più vivere si lasciò scoscendere giù da una rupe, punendo così da se stesso la involontaria empietà, e liberando il mondo da un tristo oggetto dell'odio degli Dei.

Fino dalla più rimota antichità, in ogni periodo del vivere comune fra gli uomini andò impunito lo sventurato, più che colpevole, che per evitare lo incesto trafisse il suo parente, come si legge di Semiramide uccisa dal suo figliuolo Nino mentre lo ricercava di scellerato abbracciamento; di Ciane figlia, la quale ammazzò il padre Cianno che l'aveva stuprata; di Medulina, che, deflorata dal padre ebbro, quello senza misericordia condusse a morte; e, per causa meno iniqua delle rammentate, Oreste, trucidata la madre, mentre da una metà dei giudici vien condannato e dall'altra assoluto, Minerva, dea della Sapienza, scende invisibile a depositare nell'urna il voto assolutorio, per la qual cosa il figliuolo di Agamennone ne usciva impunito. Questo esempio a me piacque referire non perchè si abbia a credere come buono litteralmente; ma per dimostrare come quel popolo civilissimo della Grecia non dubitasse immaginare che la suprema intelligenza, uscita adulta e armata dalla mente di Giove, concorresse a bandire degno più di pietà che di castigo il figlio spinto a trucidare la madre, per vendetta, comecchè tarda, della strage paterna.

La legge prima, al paragrafo finale delDigesto de sicariis, ammonisce espressamente andare immune dal rigore della legge chiunque uccida per causa di stupro violento, a se od ai suoi arrecato; e contemplando caso meno duro, la leggeIsti quidem, quod metus causaci fa scorti che dal timore dello stupro, come quello che percuote più veemente assai del timor della morte, possiamo a diritto liberarci trafiggendo colui che lo incute, quando non ci sovvenga altro partito migliore. A me, la Dio grazia, non manca copia di esempii i quali chiariscono scusabili coloro che ammazzano il violento commettitore dello stupro. Leggesi in Valerio Massimo come Caio Mario sentenziasse equamente ucciso Caio Lucio nepote da Caio Plozio Mancipulano per liberarsi dallo stupro; e Virginio era dichiarato incolpevole della strage della figlia, però che in questo modo operando egli la sottraesse alla libidine di Appio. Quindi a maggior ragione deve reputarsi scusabile Beatrice Cènci condotta a più estrema necessità. Insania, per non dir peggio, parmi ed è la pretensione del fisco, che vuole Beatrice non dovesse spengere, bensì accusare il padre suo. Io già vi esposi com'ella, mediante epistole, a personaggi di molto credito si raccomandasse, onde dagl'imminenti acerbissimi casi procurassero preservarla. Nel giorno del convito, di cui vi tenni parola, con accese supplicazioni n'esortò i convitati atterriti dalla ferocia del Cènci; alfine indiresse memoriali al soglio pontificio. Se più alto, misera!, ella non potè levare la voce, la vorrete voi incolpare perchè la chiudevano troppo spesse le mura, i sotterranei profondi, resistenti le porte, la custodia rigidamente sospettosa? Dunque incolperete la supplichevole se i vostri orecchi, assordati dai tripudii della vittoria, non poterono ascoltare il gemito della sventura? Ci assista Dio! Tanto varrebbe di ora in poi mandare assoluto il ladro, e punire il derubato perchè le cose sue con sufficienti serrami non assicurò; non più il feritore, ma il ferito deve inviarsi all'ergastolo perchè si lasciava cogliere inerme dalle insidie, che gli tendeva proditoriamente il suo nemico.

E fosse, anche per ipotesi, che la bisogna andasse come il fisco suppone; la signora Beatrice avendo ucciso, e non accusato, meriterebbe la pena della deportazione soltanto, secondo il precetto della legge del divo Adriano, e non quella dell'ultimo supplizio.

Il fisco erra eziandio quando sostiene che le cagioni addotte da me valgano in caso di attuale, ed impendente violenza, e non quando tra la violenza e la strage corra certo spazio di tempo, ed allorchè la morte sia stata data di mano propria, non già procurata per mezzo di sicarii.

Va errato, io dico, imperciocchè la signora Beatrice confessi ben ella avere ucciso il padre di propria mano, però nell'atto stesso che stava per consumare la violenza; ed avvertite che, desta a forza, tra lo spavento e l'ira fors'ella non ravvisò, anzi non riconobbe di certo, il padre suo. E poniamo ancora che lo avesse riconosciuto… Ma sapete, o Signori, che io, non me ne accorgendo, ho profanato fin qui un nome santissimo; imperciocchè può egli darsi, senza offesa manifesta della natura e senza ingiuria di coloro che ne sono meritevoli, questo titolo a Francesco Cènci? Quando uno sciagurato rompe il confino che la natura e Dio posero fra padre e figlio; quando egli nè protegge nè ama la sua creatura, all'opposto la perseguita e l'odia, il corpo ne calpesta e lo spirito, quegli non è più padre; anzi tanto è più scellerato, e meritevole di morte, quanto erano maggiori in lui gli obblighi di proteggere e di amare.

E fosse anche, per ipotesi ch'io nego, che la signora Beatrice uccidesse lo sciagurato non mica su l'atto, ma dopo, sarebbe da irrogarsi non già la pena dello estremo supplizio, bensì della deportazione. La legge del divo Adriano si versa appunto sul caso di figlio spento dal padre suo, non colto su l'atto, anzi dopo certo intervallo di tempo, mentre si aggiravano insieme per le selve cacciando. Dove il padre lo avesse sorpreso sul fatto, allora non lo avrebbero dichiarato meritevole della deportazione per la strage del figlio, sibbene lo avrebbero dimesso. Tutti i dottori ci ammaestrano come il giusto dolore della offesa diminuisca la pena anche quando sia trascorso molto tempo fra la ingiuria e la morte.

E nella città nostra, in questa curia stessa occorrono esempii di pene mitigate per la fragilità del sesso, senzachè giusta causa, o pretesto si sapesse dedurre per attenuare il delitto; e non volgono adesso molti anni che questo avvenne in causa di parricidio, dove alla figlia ed alla madre colpevoli si ebbe benigno riguardo. Ed io dovrò credere che si deva adoperare spietato rigore a danno di una leggiadra, e, quello che importa più, innocentissima fanciulla?

Ma deh! con la innocenza sua le valga la età breve di tre lustri appena compiti, che non consente le truci cose concepiscansi, nonchè commettansi; le valga la stupenda bellezza, per cui è maraviglia di quanti la mirano. L'oratore Ipperide svelate ai giudici le grazie dell'accusata difesa da lui, così ne inteneriva i cuori, che quelli non si attentarono a condannarla. Ed oh! perchè non è qui presente la signora Beatrice? che io vorrei mostrarvi quella fronte distesa dalle dita di Dio, tutta candore, tutta soavità, messa nel mondo a far fede quale sia il sembiante della innocenza nei cieli, e dirvi: Orsù; segnatevi, se ardite, una nota d'infamia!

Ma dove sono io trascorso? E dove mi ha tratto la soverchia ansietà di veder salva ad ogni costo la egregia donzella? Ritorno sul cammino percorso; mi pento di avere implorato pietà; mi condanno per avere chiesto misericordia: non perchè sconvenga ricorrere in verun caso mai ai benevoli affetti dell'uomo, che sono sempre i migliori; ma perchè mi sembra che di questi possa fare a meno la signora Beatrice nel duro passo in cui l'ha travolta la fortuna.—Quando noi tutti saremo morti, e delle nostre ossa non si troverà neppure la cenere:—quando i nostri tempi e le nostre cose andranno obliati, il nome di Beatrice Cènci farà palpitare il cuore di quelli che allora vivranno:—come il segnale galleggiante sul mare avverte che nel profondo delle acque giace l'ancora, così Beatrice Cènci, a noi sola superstite nella fama, ricorderà questi anni ingloriosi caduti irrevocabilmente dentro lo abisso del passato. Poichè da lei avrà titolo e nome il secolo, sta a voi, o giudici, a fare in modo che ne torni ai posteri o sempre gradita, o sempre abbominevole la ricordanza.

Deh! non si dica che qui in Roma, nella sede del mondo cattolico, imperio, la cortigiana ebbe simulacro nel Panteon; e Beatrice, la vergine fortissima, il supplizio: la impudicizia trovò onori divini, la castità la morte. Oh! potessi avere io l'autorità di Scipione, che, imitandone lo esempio, esclamerei adesso: «In questo mese, in questi giorni, nel decorso anno una vergine romana, superata la debolezza del sesso, vinta ogni viltà, seppe difendere valorosamente la sua pudicizia: più virtuosa di Lucrezia, meno infelice di Virginia, il suo nome e il suo esempio durino orgoglio delle donne latine. Che ci tratteniamo ora più a discutere s'ella sia colpevole, o innocente? Andiamo, giudici, difensori e popolo al Vaticano, per ringraziare Dio di avere riserbata la inclita donzella ai giorni nostri».

Poi favellò succinto anco di Bernardino, e disse:

—In verità di Dio io stava per dimenticarlo; ed infatti l'accusa contro di lui non vale il pregio della difesa. Bontà di Dio! E come supporre un garzoncello di dodici anni complice del parricidio? O sia che si ritenga l'asserto del fisco, ch'è falso, o sì veramente si accetti la confessione della signora Beatrice, ch'è vera, noi troveremo sempre assurda l'accusa. Se la Beatrice spinta da improvviso moto dell'animo trafisse lo scellerato attentatore, e allora non le furono mestieri consultori, nè complici. Se, all'opposto, come finge il fisco, fu da sicarii perpetrata la strage del Conte Cènci, e allora a qual pro metterne a parte Bernardino? Forse per consiglio? Davvero dodici anni non paiono età conveniente a somministrare consigli in materia di parricidio! Certo il magnifico Pico della Mirandola, per la portentosa dottrina, al diciottesimo anno salutarono lafenice degl'ingegni; ma nel dodicesimo essere reputato, ed essere capace di sedere a consulta per commettere un tanto misfatto, la è cosa da far tremare Satana stesso per lo suo trono infernale. O piuttosto, invece di consiglio, ricercarono Bernardino di aiuto? Oh! al braccio di due sicarii cresciuti sopra i monti dello Abruzzo poca forza poteva aggiungere un fanciullo dodicenne. Orsù, via, io temerei recarvi oltraggio se mi fermassi più oltre a favellarvi del garzoncello: torni l'accusa di lui fra le mostruose visioni che l'uomo, inebriato dallo spettacolo degli umani delitti, sogna talvolta, chiudendo gli occhi sul seggio della giustizia.—

E fece fine.—O fosse la efficacia delle parole del Farinaccio, o, come si ha da credere, piuttosto l'audacia del volto, la voce sonora e il bel garbo del porgere, gli astanti rimasero percossi da questa orazione, che io, riportando, ho scevrato dal troppo e dal vano, in ispecie da tutte le metafore, se togli una o due, per dar saggio del gusto del tempo ormai declinato a corruzione. Un mormorio spesso e profondo volò di bocca in bocca; e se non fosse stato il rispetto per la presenza del Papa, e troppo più verosimilmente la paura delle alabarde dei lanzi, la sala avrebbe rimbombato di applausi. I giudici si ritirarono per sentenziare.

Dopo lungo aspettare corse voce, non si sa donde mossa, il decreto non sarebbe stato profferito che a notte inoltrata. Allora gli astanti si ritirarono, alcuni sperando, altri temendo, a seconda della varietà degl'ingegni e degli affetti; tutti però supplicando la Madonna del Buonconsiglio, che ispirasse diritta la mente dei giudici.

Il Farinaccio, inebbriato dal rumore della propria facondia non meno che dagli elogi che da ogni lato gli piovevano addosso, e confidando, se ragione valeva, nello esito della causa, si dette buon tempo, secondo il suo costume, fino a notte avanzata fra i consueti compagnacci, e femmine di partito, non rifinendo di levare a cielo la castità, la fortezza e la leggiadria della vergine latina; e (quello che a prima giunta sembrerebbe strano, e poi ripensandovi sopra riesce consentaneo alla natura dell'uomo) cotesti scapestrati e coteste male donne celebravano, e si onoravano della virtù di Beatrice come se la avessero costituita depositaria della fama, che ognuno di loro avrebbe dovuto presso sè gelosamente custodire. Tornato Prospero tardissimo a casa, un famiglio gli consegnò un piego con le armi papali, che disse essere stato portato da uno staffiere di palazzo verso la mezzanotte. Appunto a quella ora il destino della famiglia Cènci era stato deciso: egli lo aperse palpitando, nella fiducia di trovarvi l'assoluzione dei prevenuti; ma s'ingannò. Era un breve del Papa, che lo creava consultore della sacra Ruota Romana, con le prerogative, onorificenze e stipendii annessi a cotesta carica. Il breve, dettato nella vacua magniloquenza, e con le decrepite leziosaggini della curia, vantava la prestanza, ed anche le virtù del nuovo consultore.

—Meglio così, esclamò il Farinaccio; non è quello ch'io sperava, ma par che metta bene. Se gli fossi riuscito fastidioso, Sua Santità non avrebbe atteso a darmi questo splendido segno del suo gradimento.

In cosiffatta fiducia egli dormiva sopra le piume desiderate un sonno di oro.

———

A tre ore di notte, i giudici si erano adunati nella medesima sala dove avevano arringato i difensori. Un solo candelabro, velato da un cerchio di seta oscura, arde nel mezzo della tavola: tutti siedono, ed incominciano a mettere parole sommessamente fra loro. Il chiarore velato illumina a un punto, ed adombra uno affetto che temono, e che, insinuatosi peritoso negli animi loro, sbigottiscono al pensiero che scivoli a trasparire nel volto; e non pertanto l'ora, il luogo, tuttavia vocale delle parole del Farinaccio, e la coscienza che si faceva sentire come suono lontano per acqua cheta, li disponeva a pietà. Di repente al preside venne fatto di gittare gli occhi sopra un volume da lui non avvertito fin lì, riputandolo parte del processo: egli lo aperse, lo lesse, e il suo volto di pallido diventò livido: lo prese con mano tremante, e lo passò al collega che gli sedeva al fianco, e questi ad un altro, e così di seguito finchè, fatto il giro della tavola, non fu tornato davanti al presidente. Il tremito e il pallore di lui nelle vene e pei volti dei colleghi si trasfusero a modo di favilla elettrica: ormai tutti costoro, con la fronte china e gli occhi intenti sopra il tappeto rosso, stavano assorti in un medesimo pensiero: pareva che un giogo di ferro gravasse loro sul collo. Tale, io penso, avessero a rappresentare aspetto i convitati alle mense dei re di Persia, dove un arciere in capo tavola, con la corda su la noce della balestra, stava pronto a saettare chiunque avesse ardito di sollevar anco di un pelo la testa. Cotesto foglio aveva avuto la virtù che gli antichi novellieri attribuiscono al teschio di Medusa; gli aveva impietriti tutti.—Di vero egli era tale da convertire in sasso ogni cuore di carne; però che contenesse ricopiata e corretta la sentenza, che condannava a morte la intera famiglia dei Cènci. Lucrezia, Beatrice e Bernardino avessero mozza la testa; Giacomo fosse mazzolato; tutti poi attanagliati e squartati: ancora perdessero i beni, confiscati a profitto della Camera Apostolica.

Lungo, alto, terribile fu il silenzio. Si udiva distinto lo schioppettio delle candele, che si consumavano ardendo: l'arena dell'orologio a polvere si faceva sentire rovesciare i granelli sopra i granelli: il rodere della tignuola i travi della sala feriva l'orecchio:—silenzio di morte.

—Dunque sono vili i miei giudici?

Questa voce improvvisa conturbò fin dentro le viscere quei pallidi venduti. Donde mosse ella? Gli occhi non possono distinguere nè da qual parte venne, nè da cui. I labbri che la profferirono schifano la luce: fra le ombre, in alto della sala, s'intende un uomo agitare le membra gravi. Da lui per certo si partiva cotesta voce, e i giudici lo hanno pensato; sicchè tutti assorgendo in piedi da quella parte hanno appuntato lo sguardo. E chi è colui, che anche in Roma ha comando? Egli è il sacerdote scettrato, il Vicario di Cristo Redentore, quegli che faccia a faccia favella con l'Agnello di Dio, che immolò se stesso alla salute degli uomini… E chi altri, tranne che lui, avrebbe osato in Roma favellare di morte?

Disperatamente il preside afferrò la penna: abbrividendo la intrise nello inchiostro, che gli parve sangue; abbrividendo firmò… ma pure firmò; e poi, senza piegare il collo, così obliquamente con la mano sospinse il foglio al suo collega, e questi firmò, e fece come quegli, e così gli altri. Se gli Angioli videro cotesta infamia, certo piangendo si copersero gli occhi con le ale. Ma essi firmarono, poi uscirono. Clemente VIII scese con pesanti passi dal trono, si accostò alla tavola, stese a stento la mano trafitta dalla podagra alla sentenza, e poi gemendo di angoscia se la ripose nel seno, come un pugnale.

I giudici si separarono muti, ognuno detestando se stesso e gli altri. Nel buio della notte, chi qua chi là andò studiando il passo, a mo' di ladri paurosi di essere incontrati dal bargello. Tutti riceverono il prezzo del sangue: promossi a carica più eminente, ebbero stipendio maggiore: nessuno sentì la verecondia di Giuda, riportando i danari al sacerdote; nessuno il rimorso di lui, impiccandosi al primo albero che si parò loro davanti per la via: vissero, e morirono disprezzati e aborriti per di dentro; piaggiati, da cui ne aveva bisogno, per di fuori; e venuti a morte, con meno di uno scudo i parenti comprarono un epitaffio da dozzina, il quale, inciso sopra una lapide quattro volte più grande di quella che per molto spazio di tempo coperse in Roma le ossa di Torquato Tasso, faceva fede cotesto carcame essere appartenuto a magistrati integerrimi, della patria e della umanità benemerentissimi. Ma l'artiglio, che gli straziava fra la camicia ed il petto, non compariva di fuori; i loro tormenti non ebbero, e non potevano avere consolatore: soffrirono muti, nè osarono levare neppure un gemito per sospetto che l'eco lo raccogliesse, e lo rincacciasse loro nel volto come un'accusa. Adesso cotesti giudici da secoli furono giudicati. Torciamo lo sguardo dal loro destino, imperciocchè quei ribaldi non meritino nè anco una maladizione.


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