Di sante preci il frate soccorreaLa derelittaalla tremenda andata;E levata la mano la scioglieaBenedicendo, dalle sue peccata.GROSSI,Ildegarda
Il Papa si era riposto nel seno la sentenza come un pugnale, e, a modo di sicario, luogo e tempo studia per adoperarla. Il compianto del popolo gli giungeva al Vaticano come il fiotto della marea in tempesta, ed egli aspetta che quei cavalloni dello impeto popolare posino alquanto per condurre a fine lo immutabile proponimento.
Mentr'ei così speculando attende la occasione, ecco la fortuna mettergliene una nelle mani, ch'egli stesso non avrebbe potuto immaginare più tempestiva, o migliore. Francesco Cènci, come sovente a se medesimo augurava, fu fatale alla sua famiglia non pure in vita, ma parve davvero che anche dopo morto stendesse la destra fuori del sepolcro per afferrare i suoi parenti, e cacciarveli dentro insieme con lui. Quel Paolo Santa Croce parente delta famiglia Cènci, di cui fu tenuto proposito sul principio di questa storia dolorosa, sempre fisso nel proponimento di ammazzare sua madre donna Costanza, non aveva fino allora rinvenuto modo per poterlo fare senza suo manifesto pericolo. Ora accadde che cotesta sciagurata signora si recasse a Subiaco, per curare col vivido aere della campagna la declinata salute. Don Paolo, avvertito di ciò, si conduceva di celato in quelle parti, e presentatolesi dinanzi la uccise senza misericordia a colpi di stile: poi, fatta raccolta del meglio si trovava nel feudo dell'Oriuolo, fuggì la giustizia del mondo, non quella di Dio; conciossiachè si ricavi dalla storia del signor Novaes, come indi a breve egli si conducesse a fare tristissima fine. Per questo caso si sparse per Roma maraviglioso terrore; e il Papa, usufruttandolo in pro suo, si dispose a spiegare rigidezza. Pertanto ordinava si arrestasse don Onofrio marchese dell'Oriuolo fratello di don Paolo, indiziato di complicità con lui. Il bargello eseguì il comando mentre questo povero signore tornava a casa, dopo aver giuocato una partita al pallone nel palazzo Orsini a Montegiordano; e comecchè dal processo non si ricavasse altra prova, oltre quella di avere scritto al fratello che se le turpitudini materne affermategli da lui fossero vere si comportasse da cavaliere, fu condannato a morte. La casa Orsina, potentissima di aderenze e di credito, a cui per la morte naturale e civile dei Santa Croce ricadeva il feudo dell'Oriuolo, si mise a celebrare a piena gola le lodi del papa pel salutare rigore, e trasse seco buona parte della nobiltà. Questi elogi poi crebbero smodati quando la Camera, senza contrasto, acconsentì che il feudo mentovato si devolvesse a casa Orsina; e ciò fu fatto col sottile accorgimento di fuggir faccia di cupidigia, ed appianarsi la strada a ingoiare i beni di casa Cincia, a cui miravano gli Aldobrandini: ancora il cardinale San Giorgio aguzzando il cervello faceva foco nell'orcio, spargendo ad arte discorsi dattorno per impaurire i già troppo atterriti cittadini. Non padre, non madre, diceva la gente sobillata, essere ormai più sicuri nelle domestiche pareti; ogni vincolo di natura disciogliersi; pericolo procreare figliuoli, pericolo allevarli lattanti, più imminente pericolo tenerli in casa adulti. Lo sgomento universale prendeva mille voci e mille aspetti, senza trascurare, come sempre avviene, anche il grottesco; dacchè padre Zanobi, maestro dei novizii nel collegio dei Padri Gesuiti, levando gli occhi al cielo con un grosso sospiro affermava, che ai giorni nostri i poveri genitori correvano pericolo di addormentarsi vivi, e di svegliarsi ammazzati.
Il popolo, seguendo l'antico costume, dopo avere gonfiato il flutto della sua passione fino all'altezza jemale andava di mano in mano decrescendolo, per quietarlo finalmente nella inerzia. La compassione popolare aveva accompagnato Beatrice fino alla soglia del carcere: colà essendole state chiuse le porte in faccia si pose in sentinella, e vigilò tutto quel giorno e buona parte anche della notte: finalmente si sentì stanca, e digiuna; il sonno le prese gli occhi, la fame i visceri: aggiungi che la notte si faceva buia, e nessuno la vedeva. Ora la compassione, sia pur della buona, se non è vista si scolora; e per di più la notte stringeva fredda; ond'ella, dopo avere tentennato un pezzo fra il sì e il no, decise ridursi a casa per tornare il giorno appresso per tempo. Colà giunta ella bevve, mangiò, e giacque nel letto: quando la mattina si levò aveva quasi dimenticato la Beatrice, e una volta che fu per la strada le occorse un caso che la fece piangere, e quello che cadde sotto i suoi sensi ebbe virtù di farle obliare quanto aveva raccomandato alla memoria. Il cuore del popolo deve bastare per tante sciagure, che non può affannarsi lungamente ed intero per taluna di quelle.
Beatrice si rimase sola co' suoi dolori. Oh! questi, sì, ci rimangono fedeli, e non ci abbandonano mai finchè non ci abbiano consegnato alla morte in proprie mani. Gli uomini costumano dire: fedele come un cane. S'ingannano; e' dovrieno dire: fedele come il dolore, e direbbero meglio.
Quando al Papa parve tempo di muovere l'antenna e sciogliere la vela, chiamato a se monsignore Ferdinando Taverna, che stava in agonia del cardinalato conferitogli più tardi sotto il titolo di Santo Eusebio, gli consegnò la sentenza dicendogli:
—Vi renuncio la causa dei Cènci, acciò quanto prima ne facciate la debita giustizia.
E subito dopo, per sottrarsi alle molestie, ed alla paura di doventare pietoso, se ne andava a Montecavallo, sotto pretesto di trovarsi più sollecito la mattina seguente a consacrare monsignore Drikestein, vescovo di Ulma nella Svevia; in verità poi affinchè gli ordini dati sortissero tostano, e pieno compimento.
Monsignor Taverna, arnese docilissimo delle volontà papali, si ridusse di corsa al palazzo, dove, adunata senza indugio la congregazione dei giudici criminali, divisarono insieme il modo di dare esecuzione la mattina veniente alla senitenza.
Nello aulico estratto delGiornale della confraternita di SanGiovanni decollato in Roma, l. 16. carte 66, leggiamo:
«Venerdì ai 10 settembre 1599 a due hore di notte fu fatto intendere che la mattina seguente si doveva fare giustizia di alcuni nella Torre di Nona, e di Carcere Savella, et però a cinque hore di notte adunai la confraternita, cappellano, sagrestano, e fattore, et andati alle carceri di Torre di Nona, et fatte le horationi ci furono consegnati gl'infrascritti a morte condannati, il signore Jacomo Cènci et il signor Bernardino Cènci fratelli, delquondamsignor Francesco Cènci. In Corte Savella alla medesima hora andata una parte dei confratelli, et entrati nella nostra cappella, et fatte le solite horationi ci furono consegnate le infrascritte a morte condannate, la signora Beatrice Cènci figlia delquondamsignore Francesco Cènci, e la signora Lucrezia Petroni moglie delquondamFrancesco Cènci gentildonne romane».
E poichè mi par debito, dopo due secoli e mezzo, rammentare ai presenti il nome di coloro che assisterono alla miserabile tragedia, non mi fie grave trascriverli qui come io li trovo registrati nel medesimo estratto.
«Alle predette carceri di Torre di Nona furono presenti messereGiovanni Aldobrandini, messere Aurelio del Migliore, messere CammilloMoretti, messere Francesco Vai, e messere Migliore Guidotti; chiamatiin supplemento Domenico Sogliani segretario, e l'illustrissimoCappellano. A quelle di Corte Savella andarono Anton Maria Corazza,Horatio Ansaldi, Anton Coppoli, Ruggiero Ruggieri confortatore,Giovambattista Nannoni sagrestano, Pierino fattore et il nostroCappellano, et io Santi Vannini, che scrissi».
Intanto che questa mano di pietosi toscani si affatica a renderle meno amara la morte, Beatrice che fa?
Ella dorme come nella notte in che fu desta dal singulto di un moribondo, e questo moribondo era suo padre a piè del letto ammazzato.—Non la svegliamo; solo accostatevi taciti a contemplarne anche una volta la divina bellezza. Non vi pare ella davvero creatura celeste? Guardate le guance polite, che non poterono perdere tutto il roseo della vergine anima sua; il sonno tranquillo gliele dipinge di una tinta più vermiglia, e le lumeggia col riflesso dell'ale candide, che le distende su tutta la persona. Mirate i labbri; essi bevvero molte, ahi! troppe, delle sue lacrime, e non pertanto mezzo schiusi sorridono un mesto, eppure dolcissimo sorriso:—una volta questo sorriso apparve raggio di stella traverso la rugiada di una rosa; adesso potrebbe rassomigliarsi alla luce sinistra, che il sole all'occaso manda alla nuvola pregna della procella. Più tardi verrà la procella; più tardi scoppierà l'affannosa passione; adesso il raggio par tutto porpora ed oro; adesso quel sorriso sembra posato sopra cotesti labbri dall'angiolo custode di Beatrice.
Guardate… no, non le guardiamo gli occhi: un dì, quando ella girava gli occhi dintorno, l'aere si faceva più chiaro, il raggio del sole raddoppiava di splendore, vinceva le fiammelle del giocondo festino; adesso il pianto gli ha oscurati; per essi solo si comprende quanta mole di miseria siasi aggravata sopra di lei. Deh! non l'abbandoni il sonno;—potesse essere eterno! Invero, e qual sarebbe pietà desiderarle di riaprire le pupille alla luce? Luce, e dolore non sono la stessa cosa per lei? Se si svegliasse nello amplesso di Dio, pei campi eterni, lontano lontano dalle angosce di questa terra maledetta… quanta sarebbe misericordia per lei! Signore, non farla ridestare mai più; ritira a te il tuo fiato, col quale animasti un giorno questa cara fanciulla; mesci nella tua grande anima la scintilla spirituale, che in lei sente e ragiona: la farfalletta leggiadra e passeggera ebbe le ale infrante;—non imporle nuovo volo, o chiamala piuttosto al volo immortale. Invano! Dio tiene il dito fisso inesorabilmente sopra la fronte di ogni creatura, ed i fati forza è che si compiano. Le sue pupille devono aprirsi a nuove, e più tremende visioni; le fibre del suo cuore hanno a stridere per lo strazio di più pungenti sensazioni, e poi morrà: vuole Dio che la sua vita si consumi al fuoco del dolore, e la fiamma ne duri finchè la possa alimentare frammento di osso, o filo di nervo.
Ella dorme ancora; ma il sorriso svanisce dai suoi labbri, e le si contraggono i sopraccigli. Sopra cotesta fronte così liscia, così piana, in breve ora col vomere di fuoco tracciò profondo il suo solco la sventura. A che pensa? Le si avvolgono per la mente i ricordi ultimi dello amore, che però sono divini? O rammenta piuttosto le furie paterne, e il lampo del ferro che gli squarciò la gola, o le patite torture?—Udiamo; ella parla.
—Ma perchè mi sei così nemico, Dio? Che cosa ti ho fatto?
E sollevata con violenza la destra, le catene di cui l'avevano avvinta da pochi giorni a questa parte mandarono un suono che percosse acuto, e si disperse lento per l'aere cieco del carcere: pure non valse a destarla; ella geme, e dorme.—Però di un tratto le stette davanti una larva, che vestì intera la sembianza del suo fratello don Giacomo; la quale essendosi pianamente accostata al letto, le disse: «Su, levati, è l'ora». Al che avendo ella risposto interrogando: «dove abbiamo ad andare?» la larva si curvò, quasi volesse sussurrarglielo negli orecchi, e la testa con un profluvio di sangue le cascò giù dalle spalle rotolando sopra il lenzuolo. Allora Beatrice proruppe in un grido disperato, e si svegliò.
Si svegliò; e sollevato risoluta il fianco, lanciò intorno a se le pupille atterrite. Nulla appariva mutato: la lampada ardeva a capo del letto davanti la immagine della Vergine; oltre il letto discerneva poco; il silenzio profondissimo occupava la prigione, e non pertanto in un angolo di quella, ed essa non gli aveva veduti, due genuflessi oravano mentalmente il Signore per l'anima di lei.
Ella sentì un passo, poi due. Alfine si staccò dalle ombre un'ombra meno fosca, che inoltrandosi lenta lenta dentro la zona dei raggi tramandati dalla lampada rivelò il venerando aspetto di un cappuccino, attrito dal digiuno e dagli anni. Gli sguardi smarriti Beatrice posa intenti sopra quella pallida faccia, e non pronunzia parola. Il vecchio leva la mano benedicendo; e recita la orazione che ha virtù di scacciare, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spiritossanto, lo spirito maligno dal corpo degli ossessi. Ella lasciò che fluisse la orazione, poi dolce in atto gli disse:
—Padre! meco non ha abitato il demonio mai.
—Così sia, figlia; ma egli ci gira sempre dintorno come lione che rugge, epperò giova starci apparecchiati a sostenerne l'assalto. Volete, figlia mia, accostarvi al tribunale della penitenza? Io sono qui disposto ad ascoltarvi.
—Domani.
—Domani! E perchè vogliamo rimandare a domani quello che possiamo fare adesso? L'uomo è egli padrone del domani?
—Così impreparata,—colta alla sprovvista,—svegliata a forza da un sogno di terrore!
—E la morte ci assegna forse un'ora per sorprenderci? Non giunge ella inaspettata come il ladro fra le tenebre? Cristo lo ha detto…
In questa la porta del carcere stridendo sopra i suoi cardini si aperse, ed al chiarore di una torcia furono visti entrare il sostituto dell'avvocato fiscale accompagnato da alcuni cursori, i quali con volto cupo, ma senza amarezza, come senza benevolenza, si accostarono al letto di Beatrice. Il signor Ventura, che tale era il nome del sostituto, così incominciò:
—Se differendone la notizia potessi, gentil donzella, mutare il vostro destino, volentieri io lo farei. Il mio penoso ufficio mi obbliga leggervi la sentenza…
—Di morte?—esclamò Beatrice.
Il cappuccino si coperse la faccia con ambedue le mani; gli altri la declinarono. Beatrice si aggrappò smaniosa al mantello del padre, e gemè dal profondo del cuore:
—Oh Dio! Dio!, ella gridava, com'è possibile che io, così giovane, abbia a morire? Nata appena, perchè vogliono in modo tanto acerbo cacciarmi via dalla vita? Signore… Signore, qual colpa ho io commesso?—La vita! Ma sapete voi, la vita a quindici anni che sia?…
—La vita, le risponde il cappuccino, è soma che va crescendo con gli anni. Felici i non nati a portarla! Dopo loro, felici quelli a cui Dio concede di deporla presto! Che cosa trovi, o figliuola, nei tuoi giorni decorsi, che t'invogli a prolungarne la trama?
—Nulla,—replica precipitosa Beatrice; poi si ferma sopra un punto, che la memoria parve presentarle luminoso; ma fissatolo appena, si ecclissò; ond'ella umiliata, a voce via via più spenta aggiunse:
—Nulla… nulla…
—Ebbene, dunque, animo! leviamoci presto da questa mensa dove i cibi sono cenere, e bevanda le lacrime…
—Ma il modo, Padre mio, ma il modo… oh!
—Mille vie, e tu lo vedi o figliuola, appresta la Provvidenza per uscire di vita; una sola per entrarvi: la più sollecita è la migliore; ma benedette tutte, purchè conducano al paradiso.
—E la infamia, Padre, l'obbrobrio rovesciato sopra la mia memoria?
—Questi sono i pensieri della polvere. Davanti al giudizio di Dio, il giudizio degli uomini che cosa importa? Che sono i secoli davanti al soffio del Signore? La fama passa, e il tempo che seco se la porta. Sopra la soglia dello Infinito gli anni non si distinguono neanche come polvere. Volgi, o figlia, il tuo sguardo al cielo, e dimentica le cose terrene.
—Ah! la morte…—mormorò Beatrice, e la funesta parola passando per le labbra vermiglie, le ghiacciò, le imbianchì; subito dopo il freddo sudore le cosperse la fronte, raccapricciò per tutte le membra, e i sopraccigli declinando gravi le adombrarono le pupille smarrite.
—Soccorso!—gridò Virginia; e già muoveva in traccia di spirito e sale per farla rinvenire, quando Beatrice ricuperando i sensi disse:
—È passato;—e con le mani si spartì sopra la fronte i capelli bagnati di sudore. Poi, rivolta agli astanti, riprese:—Perdono, signori, e' fu un momento di debolezza. Lo ebbe anche Gesù… scusatelo dunque in me, che sono una grande peccatrice. Adesso, signore, potete adempire il vostro ufficio: io vi ascolto.
Il clarissimo signor Ventura allora lesse la sentenza, non omettendo clausula e nè un eccetera, con voce lenta, monotona, lugubre come i tocchi della campana che suona per gli agonizzanti. Quando ebbe finito levò gli occhi verso Beatrice, perchè aveva già ritrovato nella sua memoria certo discorsetto intorno alla virtù della pazienza, altre volte in pari occasioni da lui favellato, e, per quanto glien'era parso, con moltissimo frutto; ond'ei,mutatis mutandis, si accingeva applicarlo al caso; ma vistala inconcussa, non è da dire se rimanesse contento di risparmiarselo. Inchinata pertanto la persona, usciva co' suoi cursori incamminandosi a rinnuovare lo ufficio con gli altri condannati. «Il discorso, pensava fra se, mi gioverà con quelli che parranno averne bisogno: niente di troppo!»
—Virginia, soggiunse Beatrice prendendo per mano la fanciulla, di grazia esci per un momento. Il tempo, come sai, stringe; domani… e prima di morire ho da confessarmi, ed assettare le cose dell'anima. Va, sorella mia, ti chiamerò…
Virginia si sentiva scoppiare il cuore; partì senza aprir bocca, e quando avesse voluto farlo non le sarebbe riuscito. Beatrice avendo avvezzato il guardo alla scarsa luce, vede nello angolo della prigione un genuflesso che teneva il volto nascosto nelle mani: anche lui cuopre un cappuccio, nè trapela parte alcuna delle sue sembianze: sta immoto così, che non rassembra animato. Perchè si trattiene costui? E chi è egli, che presumerebbe essere messo a parte dei segreti del cielo? La confessione non può ascoltarsi se non da uno solo: così è sacramento; in diverso modo sarebbe sacrilegio.
Ella tace esitante; il cappuccino, anch'egli esitante, non sa schiudere il labbro. Beatrice guarda ora l'uno, ora l'altro; nè capace a penetrare quel mistero, prolunga il silenzio.
Quel prostrato è Guido Guerra, l'amante disperato di Beatrice. E a che vien egli in cotesta ora solenne? Perchè si attenta a contristarle i suoi estremi momenti? Non gli basta ancora? A nessuna creatura l'odio altrui tornò così funesto, come lo amore suo a Beatrice. Fu egli che suscitò in quel cuore di vergine uno affetto, che poi spense nel sangue. Fu egli che intendendo, mal cauto, a salvarla, oltre la vita le tolse la fama, reliquia ultima degli infelici traditi. Sia pago a tanto, e si allontani. Viene egli forse a tentare se in lei duri tuttavia amore? A che monta ciò? Se cotesta fiamma arde pur sempre, ahimè! come la lampada della Vestale sepolta, arde per morire, arde per illuminare il sepolcro. O forse viene egli a bere l'ultima lagrima della desolata?—Addietro; cotesta sarebbe voluttà di vampiro. O piuttosto viene a ravvivare nell'anima di lei speranze ch'ella depose già, nella guisa stessa con la quale le antiche vergini della Grecia si recidevano le chiome sopra le tombe dei trapassati? La lasci morire in pace: tanto, anco vivendo, entrambi sarebbero divisi (ed ella non glielo tacque) da una fiumana di sangue, e lungo le sponde vagolerebbero perpetuamente senza poterla, nè volerla valicare giammai. Quando il destino mette in moto la ruota dello infortunio a frantumare la umana creatura, o che cosa è l'uomo per presumere di porsi tra mezzo la macina e il macinato? Lo ufficio supremo ed unico, che rimanga allo amico dello sventurato, consiste nello applicare un bacio su le commessure della lapide sepolcrale come il suggello di una epistola finita. Il Signore, che vede cotesto atto, romperà fra breve quel suggello, e riparerà nella pace eterna il superstite inconsolabile.
Ma Guido ormai penetrò nella prigione di Beatrice. Se un Dio o un demonio lo abbia spinto, egli non attese, nè sa. Vedere volle Beatrice, e la vede adesso: ogni altro ignora; e adesso sente eziandio che stringerebbe volentieri la mano della fanciulla, dove le fosse stesa, quando anco in quel punto cadendo una scure le recidesse, così intrecciate, ambedue.—Sente che vorrebbe la sua testa posata accanto alla testa di lei, le sue labbra incollate alle sue labbra, fosse pure giù dentro la cesta che raccoglie i capi mozzi dal carnefice. Ed ella quando, gittato il cappuccio sopra le spalle, avrà riconosciuto colui che fu prima radice di ogni suo male, come sosterrà il suo sguardo? Quali parole profferirà?
Guido si leva in piedi, muta alcuni passi vacillando; poi sta, e piange. La fanciulla udiva scenderle sopra l'anima quelle lacrime, soavi come il pianto della sua genitrice.
—Chi è che piange?—ella disse;—io non avrei creduto che in questo luogo si chiudessero anime più desolate della mia.
E guardando il cielo sospirò mestamente.
Cotesta voce, che si partì dalle labbra affettuose di Beatrice, suonò all'orecchio di Guido armonia di paradiso. Quello che non avrebbe osato la sua passione, egli fece vinto dalla virtù della voce: superata la paura tirò addietro precipitoso il cappuccio, ed ecco appare la faccia di Guido, parlante e bella come una testa del Correggio. Tacito e tremante si accosta a Beatrice: Beatrice lo ravvisa, e indietreggia tremando; allora anche Guido dà indietro un passo: nè quel misero amante, nè la donzella ardivano, non che profferire parole, alitare; solo in quel silenzio si udiva il cigolìo delle catene, scosse dai polsi convulsi di Beatrice.
Come uccelli non ancora pennuti, levata appena l'ala l'abbassono affaticati, così costoro alzano appena gli occhi per declinarli subito al pavimento. Ella, Beatrice, fuggendo, e cercando lo sguardo di Guido, avviene alfine che posi i suoi occhi sopra i mestissimi occhi di lui. L'anima trabocca tutta dalle loro pupille: dalle loro labbra, strette come il cuore, non muove nè anche un sospiro. La bocca di Beatrice non parlerà; assai hanno favellato i suoi occhi; però che lo spirito dello amore passandole davanti come quello di Dio, le abbia detto: «E tu presso di lui accusasti tuo padre; e tu nel petto gli rovesciasti una furia implacabile; s'egli ti amava meno non sarebbe diventato omicida: egli ti fece palese amarti di amore supremo allorquando recise a un punto la vita altrui, e la propria speranza; Guido ti amò piuttosto santa, che sua».—E lo spirito dello amore balenò dai suoi occhi amore e perdono.—Guido… fate di ricordarvi le teste di San Francesco che riceve le stimate, dipinte da Andrea del Sarto, dal Ghirlandaio, e dagli altri gloriosi maestri dell'arte,—tale Guido inebbriato di passione adorava. Beatrice, cedendo allo impeto che la strascina, muove per abbracciarlo; poi si trattiene vereconda, e piange, e al suo pianto gli altri piangevano.
I suoi labbri, rinfrescati da cotesta rugiada di lacrime, forse si sarebbero aperti ad una voce, quando il frate, che presso loro spiava i dubbiosi desiri, mettendo la sua in mezzo alle loro teste, ed adombrandole in parte con la barba canuta che gli pendeva in copia giù dal mento, con voce sommessa così favellò:
—Silenzio! Una parola uscita dai vostri labbri sarebbe morte a qualche altro di voi, e vituperio a me. Voi siete congiunti in matrimonio. Quello che Dio lega lassù, l'uomo può separare, non sciogliere. Ora basti, figliuoli…
E con fermo braccio gli separava. Mansueta Beatrice, di leggieri acconsente alla preghiera; ma Guido, iroso, respinge il frate; onde questi con dolce rimprovero così lo raumilia:
—Dunque tu vuoi spargere la vergogna sopra i miei capelli canuti perchè ti fui pietoso?
Guido piegò la testa, e baciò la manetta di ferro che serrava il polso destro di Beatrice; vide l'anello di oro ch'egli le aveva mandato per mezzo del Farinaccio, e sospirò una parola, che Beatrice o non intese, o non curò. Il frate intanto acconcia il cappuccio sul capo a Guido, e ricingendolo col braccio a mezza vita lo trae verso la porta. Il frate disse ai sospettosi custodi che il suo compagno, estenuato dalle vigilie, non aveva potuto reggere al desolante spettacolo, e lo commise alla carità dei fratelli della Misericordia; i quali accoltolo con ogni maniera di benevolenza, lo scortarono fuori della prigione. Egli scendendo le scale tortuose bagnava ogni scalino di lacrime.
Beatrice, come impietrita, stava fissa sopra la porta donde era scomparso Guido; le pareva sognare; senonchè le catene, scosse di tratto in tratto, la rendevano avvertita ch'ella vegliava pur troppo. Involontaria guardò la manetta baciata da Guido, e vide le sue lacrime decomporre, a modo d'iride, la luce della lampada che in quelle si rifletteva; parevano gemme, e tali sembrarono anche a lei, dacchè sospirando esclamasse:
—Ecco le gioie nuziali, che mi ha donato il mio sposo.
Quando Padre Angelico tornò nel carcere, ella tutta carezzevole lo interrogò:
—Ed ora dove è andato?
—Al convento.
—Ah com'è misero!..
—Misero assai. Non sempre alberga in convento; però spesso, nel fitto della notte, si ode bussare un lieve tocco alle porte, e Guido si presenta. I frati lo accolgono, e lo nascondono per carità e per gratitudine, a cagione delle molte elemosine di cui egli ed i suoi antenati furono larghi al convento. Non domanda cibo, o riposo, nè vuole: va in chiesa, s'inginocchia davanti l'altare maggiore, e passa ore ed ore sopra i freddi scaglioni come rapito in estasi; e se non fosse il pianto, non parrebbe vivo. Grande è la miseria dell'uomo per cui il pianto diventò unica testimonianza di vita. Io per me credo che s'egli avesse qualche nemico, vedendolo ridotto a tale ne sentirebbe pietà.
Così favellava il frate, e le sue parole cancellavano dallo spirito di Beatrice le ultime orme della notte funesta, in cui vide a piè del suo letto trucidato il padre per la mano dello amante.
—Ma negli altri giorni dove si nasconde egli? Padre mio, quando lo rivedrete, vi raccomando dirgli che si allontani da Roma; quest'aria è funesta per lui; qui vivono uomini implacabili, ed io lo so. Sapete voi chi sente un po' di misericordia in Roma sacerdotale?—Il carnefice.
—Glielo dirò…
—E s'ei tentennasse, aggiungerete che di ciò lo pregate da parte mia.
—Sta bene. Orsù dunque, figliuola mia, adesso è tempo di volgere il pensiero al cielo: prostratevi a terra; chè quanto vi umiliate, tanto sarete esaltata. La contrizione è gemella della misericordia; e quando esse si presentano unite al trono di Dio, di rado avviene che la giustizia non deponga la spada.
Beatrice genuflessa apre al confessore i penetrali dell'anima: lievi falli, tenui colpe, e ch'ella pure reputa gravissime, dimostrano quale e quanta sia la innocenza di quel suo spirito fiero e gentile. Il frate nello udirla imprecava alla dura necessità, che l'aveva condotta a spingere le mani nel sangue paterno.—Intanto Beatrice tace, e non si è ancora accusata di parricidio. Il padre, esperto delle passioni umane, attribuisce il silenzio a vergogna, e di questo, invece di adontarsene, la pregia; onde la sollecita discretamente a svelare le sue colpe intere, confortandola a rompere ogni ritegno; ma ella ingenua gli risponde:
—Le mie colpe, per quanto ho potuto rammentarmi, ho confessato tutte; per quelle che omisi involontaria, voglia la Bontà divina usarmi la sua misericordia.
—Pure, cercate…
—Ricercherò da capo: e postasi sul meditare, prolungava il silenzio oltre l'aspettativa del padre; al quale sembrando adesso dissimulazione quanto prima reputò vergogna, non senza un cotal poco di asprezza le domandò:
—E Francesco Cènci, dite, da qual mano cadde trucidato?
—Io non devo confessarmi dei peccati degli altri. E queste parole pronunziò con tale candore, che il cappuccino ne rimase sbalordito.
—E non lo ammazzaste voi?
—Io?—Io non lo uccisi.
—E come dunque ve ne siete accusata?
—Io, padre, ho sopportato tormenti così angosciosi, che a ripensarvi sopra mi si agghiacciano le carni, e duro fatica a credere che il mio corpo abbia retto senza disfarsi; e nondimeno io mi era al tutto disposta di morire fra le torture in testimonio del vero; ma con infinite preghiere i parenti, gli amici e i difensori mi supplicarono, e con abbondanza di ragioni mi convinsero ad assumere sopra di me tutta la colpa; imperciocchè in questo modo, essi speravano, avrei salvato la signora madre e i fratelli. Quanto a me poi, sarebbe stato agevole farmi dichiarare scusabile a cagione delle sevizie e degli attentati del Conte Cènci. Veramente le ragioni non mi persuasero troppo, e neanche le preghiere mi avrebbero vinto; sennonchè parendomi mostrare troppa durezza contro i miei, piegai la testa, ed offersi il sagrifizio della mia vita e della mia fama per tentar di salvare quella della signora Lucrezia e dei fratelli. Io presentiva che avrei perduto me senza giovare a loro, e lo dissi: il fatto ha dimostrato che io ben mi apponeva. Pazienza! A Dio piacque così, e così sia;—per me non istette, che i miei cari non andassero assoluti.
—Ma non affermaste voi la vostra colpa con giuramento?
—Gli avvocati mi cerziorarono, come davanti la legge divina ed umana non essendo peccato la difesa della propria vita mediante la morte altrui, molto meno poteva offendersi Dio, che noi la tutelassimo col giurare il falso; ed io giurai…
—O sofisti! O sofisti! E quando mai nella verità vi è perdizione?
—Pareva anche a me; ma egli mi raccomandava che io confidassi pienamente in lui; e tanta è la reputazione di dottrina, che gode, che temei comparire fuori di misura presuntuosa anteponendo il mio al consiglio di lui…
—E chi è quegli che ve lo raccomandava?
—Egli.—Guido, che mi mandò questo anello qui… l'anello che doveva essere benedetto alle nostre nozze.—E mentre così favellava, la faccia per pudore l'era diventata di fiamma. E il frate instava:
—Esponete partitamente, figliuola mia, lo intero successo; forse voi avete peccato, più che non credete, contro voi stessa…
—Ma i segreti di Dio?…
—I segreti di Dio, rispose severo il cappuccino, stanno sepolti nel cuore dell'uomo; e all'uomo, voi lo sapete, puossi bene strappare il cuore, il segreto no.
Allora Beatrice espose distesamente tutto il fatto, senza ometterne la più lieve particolarità. Il frate, che incredulo aveva incominciato a prestare l'orecchio, a mano a mano ebbe a credere alla sembianza ingenua, alla parola pacata, e al candore della vergine magnanima; ond'è, che mentr'ella favellava tuttavia, il frate si desse della mano nella fronte esclamando:
—Signore! Signore! anima più benedetta di questa quando mai fu veduta quaggiù?
E posto ch'ebbe fine la Beatrice alla confessione, il frate sbigottito favellò:
—Anima santa, io ti assolvo dacchè questo sia lo ufficio del ministero; ma io protesto che dovrei prostrarmi davanti a te, e pregarti che tu mi raccomandi a Dio. Da quali labbra potranno giungergli più accette le preghiere, che da queste purissime ed innocentissime tue? Prega da te stessa Dio; io unirò le mie preci alle tue, che certamente giungeranno in paradiso;—nè io già pregherò per te, che non ne hai di bisogno; bensì per questa sventurata città, e per la salute di coloro che ti condannarono.
La fanciulla si prostrò davanti alle sacre Immagini che pendevano dalle pareti; e rivolgendosi, secondochè le donne costumano fare più particolarmente, alla Beata Vergine, la ringraziava di chiamarla così presto da questa vita, e soprattutto di averle fatto grazia di vedere anche una volta quel caro Guido, il quale non le potendo essere compagno in terra, sperava le sarebbe unito eternamente in paradiso…
Ma qui si fermò, quasi avesse tocco del piè la vipera, e sbigottita domandò:
—Padre, ditemi, in carità; ma Guido mio sarà perdonato? Sarà fatto egli degno della salvazione eterna? Potrò io non tremare al suo cospetto? Mi verrà concesso di stringere quella mano che ha trucidato mio padre?
—E pensi tu, figlia mia, che potremmo noi godere le gioie del paradiso se non obliassimo gli affanni terreni? All'anima immortale la memoria di essere rimasta prigioniera dentro il viluppo di creta tornerebbe non solo di gravezza, ma di vergogna.
—Ah!—rispose Beatrice sospirando,—eppure io avrei non voluto dimenticare l'amor mio,—quantunque pieno di affanni…
Allora riprese a pregare fervorosamente Dio; e il frate accanto lo supplicava tacito, affinchè su quella cara innocente non facesse mai venir meno la costanza.
Un confortatore essendosi in quel punto affacciato sopra la soglia della carcere, chiamò col cenno il frate e gli sussurrò a voce bassa una parola; questi avendola raccolta tornava presso alla Beatrice, e sì le diceva:
—Figlia, se desideraste trovarvi insieme con la vostra signora madre vi sarebbe concesso.
—Venga… oh! venga, povera signora madre,… ci consoleremo insieme.
Mi vestirai di quella vestenera,Ch'io stessa di mia mano ho trapuntita.GROSSI,Ildegonda.
Le parole hanno un confine, e più angusto di assai che altri non immagina: la penna non è, come pensano, il miglior conduttore della elettricità dell'anima. Quante sensazioni, scintillate potentissime dal cuore, vanno a morire languide sopra la carta! La carta sovente è il lenzuolo sepolcrale dei pensieri: però io non descrivo la ebbrezza dello amplesso di Beatrice con la matrigna Petroni, non l'amaritudine di toccarsi guancia con guancia, bocca con bocca, e sopra i volti confondere le mutue lacrime.
Si gittarono bramose le braccia al collo:—ahimè, le catene impedirono di stringerselo liberamente. Tralascio i singhiozzi convulsi, le parole desolate, i sospiri lunghi di fuoco;—tanto mi avanza a raccontare di queste miserie tuttavia, che a pur pensarvi l'anima affaticata trema.
Ma tutto ha fine quaggiù; anche il pianto, quantunque egli sia il più copioso dei retaggi lasciati dal vecchio Adamo ai suoi figliuoli: onde per ultimo entrambe si tacquero. Il cuore di coteste donne ha bisogno di riposo per sentire un nuovo dolore.
Beatrice osservando la matrigna donna Lucrezia con abito sfoggiato di stoffa a fiorami, guarnito di trina di Digione, le venne fatto di guardare anche il suo; e con somma maraviglia notò come, senza avvertirlo, anch'ella andasse abbigliata di un abito verde con lavorii a spinapesce di oro, ch'ella costumava, ai tempi della vita serena, portare a preferenza degli altri.
La memoria, amica troppo spesso importuna, le ricordava com'ella andasse di cotesta veste ornata quando prima vide Guido, e fu veduta da lui; e le ricordò eziandio come questi (pieno la mente giovanile dei canti del Petrarca) le dicesse sovente, che al primo comparirle davanti le parve Laura giovanotta.
Ma non correva stagione di accarezzare coteste liete rimembranze: onde cacciatele via da se, si pose a considerare quanto fosse sconvenevole cosa andare a morte con siffatti abbigliamenti sfarzosi. E pensando, come pur troppo era vero, che donna Lucrezia, immersa nel dolore, non vi avesse nè anche ella Badato.
—Signora madre, le disse, quando noi altre donne imprendiamo il viaggio della vita, i nostri censori dicono che per viatico prendiamo la vanità; e se il pericolo ci coglie, lasciamo anzi perire la nave, che gittar via il carico. E veramente affatto torto essi non hanno. Degli altri vizii le donne possono, volendo, emendarsi; della vanità no; perchè quelli si conoscono, ma la vanità difficilmente, o non mai; e neanche si può combattere perchè non sostiene punto l'assalto; ma cede, e fugge, e fuggendo si rimpiatta sotto la nostra persona come l'ombra a mezzogiorno.
—Beatrice non vi comprendo; per me queste le sono cose troppo astruse.
—Ve le renderà più piane uno sguardo che gittiate sopra di voi; vedete un po' come senza porvi mente vi siate abbigliata?
—O gran Madre delle misericordie, esclamò donna Lucrezia spaventata, vedendosi in cotesto arnese;—si direbbe che ho perduto la testa!
Beatrice notò le ingenue parole, e quasi sorrise; ma subito dopo contegnosa soggiunse:
—E poi mostrarci così, sarebbe per la parte nostra una jattanza a sfidare la morte, la quale è lontana dai nostri cuori. Noi la subiamo con rassegnazione poichè Dio ce la manda; non è vero, madre mia?
—Voi parlate da quella savia, e costumata fanciulla ch'io vi ho sempre conosciuta.
—Orsù dunque, Virginia, proseguì Beatrice: tu fa di provvederci una stoffa qualunque, che basti a formare due cappe; una per me, e l'altra per la signora madre: due funi, e due veli… Virginia, o che non mi rispondi?
Virginia si sentiva un peso sul petto, che non le dava balìa di formare parola; a singulti, dopo molto spazio di tempo, favellò:
—Ho un taglio di tela bambagina di colore scuro, ed un altro di taffettà pavonazzo, che mi comperò mio padre alla fiera di Viterbo;—ma non me ne feci mai vestiti… perchè il meglio per me è non essere osservata… nè conosciuta… se li volete?…
—Certamente; e ti darò da comperarne altri meno lugubri, dacchè una fanciulla da pari tuo non ha da usare colori foschi, nè neri;—lo vedi, io, quando vissi, li costumava verdi… E per le funi come si fa?
—Mio padre ne tiene…
—E i veli?
—Vengono somministrati dai fratelli della Misericordia… e quiVirginia proruppe in uno scoppio di pianto.
Beatrice si posò la mano sul seno, come per comprimere l'affetto che ne prorompeva, e disse:
—Bene; così avremo a pensare a meno cose ch'io non temeva. Va, affrettati, Virginia, chè le ore ci sono misurate.
Virginia tornò co' panni, e Beatrice senza frapporre indugio si mise a tagliare la tela. Ella ne teneva un lembo, Virginia l'altro, e le forbici scivolavano con maravigliosa celerità rompendo i fili.
—Osserva, Virginia, come si taglia agevolmente questo filo di tela… la vita anch'ella è un filo.—Ora, vieni qua, aiutami un po' a cucire,—a filzetta lunga, s'intende: tanto per quello che ha da durare, basterà. Se io dovessi vivere quanto durerà il punto, ch'io sto per cucire, in verità non lo farei.
E le donne si misero in giro a cucire; ma Lucrezia e Virginia poco frutto facevano, avvegnachè versassero più lacrime che non mettessero punti. Beatrice con dolce rimprovero le ammoniva:
—Perchè piangete nello apparecchiarmi questo camice, che mi deve accompagnare nel sepolcro? Qui, in Roma, Papa Giulio piangeva quando allogava la opera del suo sepolcro a Michelangiolo Buonarroti? E dunque perchè piangeremo noi? Certo egli se la ordinava troppo più magnifica che queste cappe non sono; però ei non la vide terminare, nè all'ultimo ei la ebbe conforme al suo desiderio; mentre noi avremo la consolazione di terminarcele con le nostre mani, ed a seconda del nostro disegno.
E la Virginia raddoppiava il pianto.
—Credi, fanciulla mia, quello che ci rende amara la morte è la paura di morire: la morte in se io non reputa affanno, o almeno ella è breve affanno. I nostri vecchi, nei tempi antichi, per assuefarsi a considerarla come cosa ordinaria ornavano di sepolcri le pubbliche strade, e sovente i giovanetti sopra le tombe dei padri convenivano a favellare di amore. La morte tiene per mano la vita, e così in giro muovono alternativamente dinanzi al tempo. Anche nel discorso dimostravano la morte essere condizione di vita; conciossiachè eglino non dicevano mai: Caio è morto; ma Caio visse, Caio ha concluso il suo giorno supremo, Caio fu. Mi sovviene adesso aver letto come taluno, per tedio di malattia, avendo deliberato morire, astenutosi dal cibo venisse a sanare: non per questo però consentiva a rimanersi in vita; e fatta, secondo ch'egli diceva agli amici, i quali con preghiere si adoperavano ritrarlo dal suo proponimento, ormai tanta via verso la morte, non gli sembrava che la vita valesse il pregio di ritornare sopra i suoi passi.—Se la mia memoria non m'inganna, costui si chiamava Tito Pomponio Attico, ed era amico di Cicerone.
—E perchè dunque, interrogò Lucrezia, sentiamo dentro noi così veemente lo istinto della vita?
—Questo, a parere mio, fu provvidenza della natura; imperciocchè diversamente la creatura umana tanto proverebbe bisogno di disfarsi, che il fine della creazione andrebbe fallito. Vinta che abbiamo la paura, la morte scende sopra i nostri occhi come un sonno allo affaticato. E qual è lo stanco, che non desidera il riposo? Quale il travagliato, che non volesse addormentarsi per sempre?
—Ma invece di mettere tanta paura nella morte, non era meglio rallegrare con un poco più di contentezza la vita? Sempre terrore, sempre paura, e amore mai…
Queste parole favellò Virginia, la miseranda figlia di mastro Alessandro. La Beatrice la fisso dentro gli occhi. I predestinati si conoscono: anch'ella teneva su la faccia impressa l'orma della mano del fato.—Beatrice, rimastasi alquanto pensosa, le rispondeva:
—Il nostro intelletto, Virginia, non arriva a comprendere la ragione di tutte le cose; dov'egli manca aggiuntiamogli la fede, è allora giungeremo a toccare il paradiso.—Qui tirando il filo, le si ruppe; ond'ella, mostratolo così tronco a Virginia, soggiunse:—questo io so dirti, che in qualunque parte si tronchi il filo diventa capo di gugliata. Signora madre, avvertite che le cappe dalla cima hanno ad essere scollate; e se mostreremo il collo, ed in parte le spalle denudate, io spero che i discreti non ci vorranno tacciare d'inverecondia, pensando al festino a cui siamo convitate. Festino, sì, che Dio ne aiuti, dove il rinfresco sarà di capi recisi, e di bicchieri di sangue…
—Ed oh! fosse bastato il mio, che ormai sono vecchia, o sopra la terra più poco ho da stare; ma il tuo, povera figliuola, ma quello dello innocente fanciullo… ahimè! ahimè!…
E il pianto incominciava più procelloso di prima. Tanto soppraggiunse inopinato e nuovo cotesto assalto di dolore, che Beatrice si sentì sgomenta. La costanza, di cui ella aveva fatto procaccio mercè gli esempii e gl'insegnamenti dei filosofi, già stava per venire meno; allorchè, piegando la testa, la percosse il raggio della lampada accesa davanti la immagine della Madonna. Allora ella esclamò:
—Ah! è vero, ed io me ne scordava; quando manca ogni altro conforto, tu sei la stella di tutte le tempeste. La fede o la ragione delle sostanze spirituali, e noi oggimai tocchiamo la porta della Eternità.
E tutte quelle donne di subito levandosi, quasi spinte da un medesimo spirito, rifuggirono alla Immagine celeste come i cigni volano sotto l'ale materne, se gli atterriva lo strido del fulmine: e da quella sorgente inesausta avendo attinto acqua di consolazione, tornarono da capo ad apparecchiarsi le vesti funerarie.
Ecco le donne alternando preci e ragionamenti giungono all'alba del giorno supremo. Dalla plaga di oriente un chiarore roseo e diafano prometteva ai Romani una mattinata dorata e azzurra;—unico vanto, e forse ultima sciagura rimasta alla nostra terra senza fine sconsolata.
Adesso si presenta uno aiutante di mastro Alessandro; questi si astenne, o non potè venire. Lo aiutante era giovane di anni, e di sembiante duro, non però disaggradevole: costui aveva già da qualche tempo sollevato uno sguardo di amore verso Virginia, nè la lingua si era taciuta a domandare corrispondenza: ella gli aveva risposto abbrividendo da capo alle piante, ond'ei veduto ogni tentativo invano, si era rimasto… per allora, dacchè non aveva potuto abbandonare la sua speranza. Di fatti, egli pensò, quale uomo, per abiettissimo che fosse, avrebbe ardito salutarla col nome di sposa? Quale ostello ricovrarla amica? Quale convento monaca? E morto il padre, qual tenore l'avrebbe difesa dalla pubblica ingiuria, e dalla persecuzione della plebe? La infamia diventava pronuba necessaria a coteste nozze.
Lo aiutante stringeva nelle mani un rasoio. Egli guardò lei, e rimase come abbagliato da tanta bellezza; ella guardò lui, e sentì freddo; pure assicuratasi, incominciò a pensare: Una voce di misericordia avrebbe tocco per avventura le viscere del pontefice? Forse alla belva plebea si toglie lo spettacolo del sangue, che vale a renderla sempre più feroce?—Parlate!… Indi rivolta allo aiutante, gli favellò:—A che vi rimanete costà come trasognato? Perchè ci costringete a così lunghi discorsi, quando ci sono contati i momenti per vivere? Noi ci stiamo apparecchiate a tutto.
E l'altro, esitando,
—Illustrissima… lo sa… è costume… i capelli…
—I capelli!—ella esclamò,—e portandosi pronta la mano sul capo ne cavò il pettine, e la magnifica chioma d'oro le scese giù come un'onda per tutta la persona. Ora, ecco, questi sono i miei capelli; e voi che cosa volete farne?
Ma il valletto del carnefice, imbarazzato più di prima, taceva; però che ella riprese:
—Ogni forza ha il suo diritto;—il diritto della scure è non rimanere impedita nel taglio:—ho capito—fa presto,—e taglia…
E la chioma cadde recisa.
Beatrice rimase stupida a contemplarla sparsa sul pavimento; le lacrime le si affacciarono agli occhi, nè tanto valse a trattenerle, che non le sgorgassero per la faccia e pel seno. Fin qui nessun dolore le aveva passato l'anima come quello, dacchè nessuno tanto l'avesse umiliata. Quando anche adesso le concedessero la vita, come ricomparirebbe fra le gentili donzelle sue compagne, ella così tosata dalle mani del carnefice? Priva dei capelli, suo decoro e suo vanto, le avevano (si perdoni la stranezza della espressione in grazia della efficacia a manifestare il sentimento, che in quel punto assalse Beatrice) decapitato la testa.
Eccola in mezzo alle sue chiome splendide, come l'Angiolo della luce, nel giorno della maladizione, vide il serto di raggi che gl'incoronava la fronte disperso ai suoi piedi. Quante cure, o dalle sue mani stesse, o dalle altrui avevano ricevuto cotesti capelli? Come, ed in quante diverse guise, non sapeva ella acconciarsegli intorno alla testa? I poeti celebrando quella chioma nei loro canti, l'avevano detta più degna assai che quella di Berenice di splendere tramutata in astri per le volte dell'empireo. I più bei fiori la inghirlandarono, contenti di alitarvi sopra l'ultimo sospiro di profumo. Le gemme, forse esultando nel premerla, scintillarono più luminose. Amore pareva averla lisciata con le sue ale… E tutto questo dove aveva da finire? Per essere recisa dalla mano del carnefice.—Fatalità!
Beatrice raccolse la chioma recisa, e non le bastò a stringerla una mano. Guatolla un pezzo, e poi così, come se fosse persona, le rivolse la parola:
—Compagna fedele di ogni mia sventura! io avrei sperato che tu meco fossi discesa dentro al sepolcro. Dappoichè questo non ha concesso Dio, e tu nemmeno mi rimarrai superstite nel mondo, forse a celare la calvizie della età matura, o a crescere la lusinga della lascivia: nata, e cresciuta sopra capo di vergine, tu non diventerai arnese di menzogna… e poi tutto in te è pregno di disgrazia, e porteresti teco lo infortunio a cui ti usasse. Giova pertanto che tu ti disfaccia, come me, negli elementi che ci compongono; le nostre particelle fatali si sperperino nella immensa fatalità del mondo: insieme unite hanno fatto, e forse tornerebbero a fare prova troppo dolente. Solo ne separo questa ciocca, e tu ti consuma…
E la gittò nel fuoco che ardeva dentro al cammino. In breve della chioma magnifica avanza un pugillo di cenere bianca.
—A te, Virginia, prosegue Beatrice; io parto questa ciocca dei miei capelli in due, ed a te la consegno. Se un giorno mai tu incontrassi un uomo alto e bello, di capello biondo, col segno della fatalità marcato tra ciglio e ciglio… tu lo ravviserai perchè tutti gli sventurati presentano in volto certa rassomiglianza di famiglia; ed io, vedi, quando prima mi ti presentasti davanti ti riconobbi per mia sorella di dolore; e poi, senti… (—e le sussurrò vergognosa una parola negli orecchi—) tu gli darai questa ciocca qui: quest'altra serberai per te. Io posso lasciarti danari e robe e gioie, e te le lascerò; ma queste non fanno parte di me; col recarti addosso i miei capelli avrai sempre teco un frammento del mio ente… finchè dura almeno… poichè anche i morti si disfanno, e le reliquie non si trovano più. A te infortunio non possono recare davvero, perchè, poveretta! tu sei per disperazione fatta sicura. Se potessi mutare il tuo stato, Dio sa se lo farei;—comunque sia, ti desidero ogni bene:—chè se, come sembra pur troppo, anche tu ti debba struggere in giorni pieni di amarezza, ti giunga dolce la morte come questo ultimo bacio, che ti do sopra le labbra.
E cortesia fu lui esser villano.DANTE,Inferno.
Virginia sentiva morirsi dentro; parlare non osava, e dal piangere quanto più poteva frenavasi. Per non caderle morta ai piedi, colto il destro che Beatrice si fece a mutare alquante parole col cappuccino, uscì pianamente di carcere. Appena le fu dietro le spalle chiusa la porta, l'aria fresca la colpì nel mezzo della fronte come il taglio di una mannaia: vacillò; la colse un fierissimo capogiro, le mancarono sotto le gambe, ed una languidezza ghiacciata le strinse il cuore: volle aiutarsi appoggiandosi al muro con ambe le mani aperte, ma non potè, e cadde giù con un singulto lungo la parete.
I fratelli della Misericordia, i quali vigilavano solertissimi per adempire ogni più lieve desiderio dei condannati, la rilevarono da terra; ed avendola riconosciuta per la figliuola del carnefice, la posero su di una seggiola e la portarono nella sua stanza, immaginando che per dimorare lunga pezza in luogo chiuso l'aria le avesse fatto male. In vero, chi di loro avrebbe dubitato che la figlia del carnefice avesse racchiuso un cuore capace di rompersi per la pietà?
Il padre era già in piedi, ed occupato, in fede di Dio, in piacevole studio: egli attendeva a dare il filo alla mannaia. Quando i fratelli della Misericordia entrarono egli stava giù curvo, e lo guardava tentando con l'ugna se fosse riuscito a dovere.
—Mastro Alessandro, gli dissero gl'incappucciati, mirate qua; è venuto male alla vostra figliuola: mettetela a letto, e procurate di farla rinvenire.
E pronunziate appena queste parole se ne andarono via; imperciocchè chi di loro avrebbe voluto prodigare le sue cure al sangue del carnefice? La gente di giustizia pagasi, ed odiasi, sia alta o bassa: le gittiamo l'osso, e le diamo una pedata; e quei medesimi che hanno per istituto esercitare atti di carità credono avertene praticata abbastanza quando la raccattano caduta.—Alessandro tolse di peso la sua figliuola, la scinse; e persuaso che fosse una mancanza, appoggiata in un canto la mannaia, si dette a cercare penne di gallina per abbrustolirgliele sotto il naso: riuscito questo esperimento invano, prese aceto e glielo spruzzò sopra la fronte. La fanciulla non rinveniva; il padre incominciò a spaventarsi: la guardò meglio in faccia… quelle bolle vermiglie, quella bava sanguigna che il boia aveva osservato sopra la bocca di Marzio morto nei tormenti, adesso il padre osserva sopra la faccia della sua figliuola. Si diè di un pugno nel capo, e corse all'uscio mugolando: aiuto! aiuto!
Appena egli ebbe messo il piede nel pianerottolo, una voce da basso sinistramente roca lo chiamò:
—Oe! mastro Alessandro… avacciatevi; prendete la mannaia, e correte a Torre di Nona, che colà vi aspettano.
—Non posso.
—O bella questa! Vale un ducato nuovo di zecca! O che voi avete facoltà di dire: posso, o non posso? Anima e corpo voi siete venduto agl'Illustrissimi che vi comandano…
—Non posso… non posso: sgombrami la scala, chè ho bisogno di andare pel medico…
—Che medico, e non medico? Dove ci siete voi non vi ha mestiero medico… voi avete a venire a tagliare quattro teste…
—E se io non voglio venire?—E se io butto là la mia vita e la mia scure dicendovi: Infami quanto me; più di me, perchè alla malvagità accoppiate la ipocrisia; ammazzate da per voi col ferro coloro, che avete prima assassinato con la penna. Mi muore la figlia, e m'impedite di andare a cercarle soccorso! Io non ho nulla, assolutamente nulla, che mi rammenti nel mondo di essere uomo, tranne questa misera, e cara figliuola; e mi contrastate il diritto di porgerle aiuto? Se ella, la Virginia, è morta, e che cosa importa a me essere giustiziato, piuttostochè giustiziare? Se posso salvare Virginia io me ne andrò con lei in un deserto, in una isola disabitata, lontano lontano da voi:—meglio mangiare corbezzole salvatiche, che il vostro pane fatto di veleno e di farina d'ossa di morto…
E rientrato in casa afferra furiosamente la mannaia, e la scaglia giù per la scala imprecando:
—Va, uomo dabbene, porta la mannaia al tuo padrone, e digli che d'ora in poi scriva con questa penna i suoi atti di accusa. Io renuncio alla mia carica; il procuratore fiscale ne può fare tutt'una colla sua, com'era prima che la Ipocrisia lo dividesse in procuratore, ed in carnefice—va…
—Mastro Alessandro ha dato di volta alle girelle, esclamò messere Ventura levando un salto maraviglioso; e ben ei seppe esser destro, che la scure balzando giù precipitosa mandò faville su gli scalini, e dove mai lo avesse colto gli avrebbe tagliato le gambe nette come giunchi: poi, trattosi prudentemente da parte, commise alla squadra degli sbirri, che gli faceva corteggio, salisse; a forza lo traesse, e se bisognasse si adoperassero le funi. Ieri aveva il furfante ricevuto la paga, e più cento ducati per lo apparecchio del palco, le carrozze, le tanaglie, il fuoco, la segatura, spugneeccetera; epperò, che va egli fantasticando di figliuola, e non figliuola? Se sarà morta gliela seppelliranno, e per boia non sarà poco: intanto l'esecutore della legge obbedisca prima alla legge. Fortuna fu che mastro Alessandro si fosse disarmato della mannaia, altrimenti giù per cotesta scala sarebbe corso un fiume di sangue: pure sul pianerottolo accadde una fiera baruffa, in cui da un lato e dall'altro si avvicendarono colpi tremendi. Il carnefice, schermendosi da un nugolo di sbirri, ruggiva, pregava, e tuttavia percuoteva.
—Lasciatemi prima aiutare Virginia, e poi ritaglio il capo anche a San Paolo… La figlia!… la figlia mia! Ma che siete peggio dei lupi? Ve lo domando in carità! Quando mi capiterete sotto, vi leverò la testa senza che ve ne accorgiate… fede di boia onorato!
—È matto.—Ti è morta la figliuola? Allegri! Meno galline, manco pipite! O che la serbavi perchè te la sposasse un marchese? O che hai paura che delle baldracche vada sperso il seme?
Così gli rispondeva la sbirraglia, a cui, vinto dal numero, cesse mastro Alessandro. Stretto nelle braccia, lo spinsero per le spalle giù nella scala accompagnandolo con schiamazzi e grida oscene, le quali irridevano cotesta sua nuova tenerezza paterna.
Mastro Alessandro superato dalla forza troncò di un tratto le querele, e tacque.
Volgendo però la faccia alla stanza dove lasciava la figlia, anzi l'anima sua, senza poterla aiutare nè vedere fino a sera, dacchè tutti andavano seco lui, scoppiò in un gemito, e forse scoppiava anche in pianto; ma lo trattenne, udendo moltiplicare le scede degli sbirri non solo, ma di quanti altri ancora l'accompagnavano. Certo i suoi labbri non proffersero il voto di Caligola, ma il suo cuore desiderò che il popolo romano avesse un capo solo per troncarglielo di un colpo. Mentre così da Corte Savella lo traevano a Tordinona, fortuna volle che s'imbattesse in un fratello della Misericordia fuori di servizio, il quale sovente aveva veduto ed udito esercitare con carità veramente cristiana lo ufficio di confortatore. Laonde chiamatolo col cenno, così gli si raccomandava:
—Cristiano, per quanto amore portate a Gesù Cristo, vi supplico di recarvi a casa mia, in Corte Bavella, ad aiutare la mia figliuola che si muore.
—Caro mio oggi non sono di guardia, ed ho negozii da sbrigare inBanchi; incombenzatene qualche altro.
E passò via.
Poco dopo occorse in un prete: era il priore di San Simone, e con voce sempre più umile lo supplicò:
—Uomo del Signore, ho la mia figliuola… la mia unica figliuola, che mi muore. Deh! per le piaghe di Gesù Cristo, fatemi la carità di arrivare fino a casa mia, e datele soccorso.
Il Priore lo guardò in cagnesco, come se egli lo avesse ricercato di andare ad amministrare la eucarestìa a un lupo; poi ipocritamente soave gli rispose:
—Figliuolo mio, vi pare?… Coteste le son faccende dadonna.
—Ebbene, fate di mandarci una donna… io le darò dieci… venti scudi… il guadagno della giornata…
Il prete aveva svoltato il canto.
Finalmente gli venne incontro una specie di bruto, scalzo, coi piedi imbrattati di fango fino oltre la noce; della brache portava una parte rovesciata sopra il ginocchio, l'altra cascante per terra, e strette sopra i fianchi con una sozza corda; il rimanente nudo, se togli uno straccio di tela sopra le spalle, ed un berretto, che una volta fu rosso, tirato su gli occhi: era colore di rame, camminava a gambe larghe, e tentennava: in quel punto destavasi da una ubbriachezza, che lo aveva tenuto per morto da bene ventotto ore. Il popolo lo chiamavaOtre. Se qualche borghese tornando tardi a casa veniva, nel buio della notte, tra la mota e il letamaio ad inciampare dentro qualche corpo morvido che rispondesse alla pedata con un grugnito, tirava innanzi senza darsi un pensiero al mondo, dicendo: è Otre. Tanta era la tristizia ed abiettezza sua, che sarebbesi creduto far torto al più immondo animale paragonandolo con lui! A questo pertanto si volse il derelitto Alessandro con la solita preghiera; maOtrelo squadrò in faccia fra stupido e spaventato, e gli rispose grugnando:
—Vino! vino!
—Fratello, va a dare aiuto alla mia figliuola, e ti rivestirò di nuovo da capo a piedi…
—Vino! vino!…
—Sì, ti darò vino quanto ne vuoi: anzi va a casa, e, dopo avermi soccorso Virginia, bevi tutto il mio vino che trovi.
—Il tuo vino? No… è mescolato col sangue. Io non voglio del tuo vino.
E si allontanò con un grugnito.
Onde tanta pietade in voi si alligna,Sacerdoti crudeli.ALFIERI,Saulle.
Beatrice accostandosi a Padre Angelico, che genuflesso col volto celato fra le mani stavasene a pregare ed a piangere davanti la immagine della Madonna, lo toccò pianamente sopra la spalla, e gli disse:
—Padre mio, vorreste, di grazia, chiamarmi i fratelli della Misericordia? chè ad essi e a voi desidero commettere certe mie novissime preghiere.
—Volentieri, figliuola; e il frate andando, tornava presto in compagnia dei fratelli incappati. Essi tenevano il cappuccio tirato sul volto, sicchè di loro non apparivano altro che gli occhi, bastevoli a svelare le passioni dell'anima. Invano da cotesti fori sariasi senza fallo riconosciuto il fratello Aldobrandino, intervenuto costà meno per confortare, che per ispiare: i suoi sguardi si aggiravano attorno aridi, curiosi, micanti, e nondimeno inquieti.
Quando le si furono schierati dintorno, la Beatrice così favellò:
—Fratelli in Cristo! Dello ufficio caritatevole, che voi mi prestate, vi rendo col cuore quelle grazie che il mio labbro non può pronunziare, e prego Dio che vi retribuisca secondo i meriti vostri. Tanto più io mi sento poi penetrata di tenerezza per voi, in quanto che standovi incappucciati, epperò a me ignoti, volete significare con questo, che voi non sovvenite alla persona, bensì alla creatura che soffre. Ma io ho bisogno di maggiore aiuto da voi, che voi per ordinario non pratichiate dispensare; ed io ardisco supplicarne sì voi, che questo piissimo padre spirituale. La nuova mia inchiesta sia, io prego, argomento non d'indiscretezza per mia parte, bensì del bisogno. Mediante il notaro della Compagnia dello Sacre Stimate ho fatto il mio testamento. Ora dubitando che i tribunali vogliano mettere qualche ostacolo alla sua esecuzione, supplico voi affinchè v'interponiate con tutti i nervi presso Papa Clemente, e lo induciate a contentarsi che la mia dote venga impiegata nel modo che sta scritto là dentro.—Voi procurerete eziandio farmi celebrare in suffragio dell'anima mia duegento messe, delle quali cento prima di essere seppellita, e cento dopo: a tal fine piacciavi ricevere questi quarantacinque ducati, che mi trovo ad avere addosso, e pel di più che potesse abbisognare piacciavi farne ricerca a messere Francesco Scartesio mio procuratore, che ve lo darà. Desidero che Andrea, Ludovico ed Ascanio, soldati che durante la mia prigionia ebbero per me viscere di carità, sieno ricompensati largamente, onde imparino che la misericordia adoperata verso i miseri, come sempre riceve la sua mercede nell'altro, così talvolta la trova anche in questo mondo; e ciò li conforti a continuare ad usarla anche a coloro, i quali mi succederanno in questo luogo di angosce. Rendansi a messere Carlo da Bertinoro quaranta ducati che m'imprestò. A Virginia, la quale con affetto più che fraterno mi ha servito, e sollevato nei giorni dolentissimi della mia tribolazione, oltre quanto le lascio nel mio testamento abbiasi tutti i miei panni lini, lani, e serici, ed ornamenti di oro, che si troveranno in questa carcere. Ma dov'è Virginia? Che fa ella, che non si vede?
E girati gli occhi intorno a se, poichè non la scòrse, continuò:
—Infelice! A lei non resse il cuore di contemplare quello che io sono destinata a soffrire. Povera fanciulla! degna in tutto che il cielo le desse o un'altra anima, od un altro stato! Non so se io deva, o no, desiderare di rivederla; ma nel caso ch'io non la rivedessi, salutatemela caramente per me, e ditele che spero rivederla su in paradiso dove gli angioli sono tutti uguali, e traggono origine unica, santa, ed immediata dal Sommo Dio. Quando—e si portò la mano al petto—quando questo cuore avrà cessato di battere, voi mi seppellirete nella chiesa di San Pietro in Montorio: colà il sole, sorgendo dalle cime di Montecavi, manda il primo saluto; e quantunque i morti non sentano calore, nè vedano la luce, purtuttavia consola, nella ora della morte, sapere che la tua tomba sarà visitata dai luminari del cielo. Sopra le medesime colline, più verso il mare, or fa quattro anni seppellirono Torquato Tasso. In San Pietro in Montorio si ammira la Trasfigurazione, ultimo quadro di Raffaello, che la morte gl'impedì condurre a fine. Io ben posso starmi con loro, perocchè essi fossero grandi per fama, e per isventura; ed io, nulla per ingegno, mi sia poi per isventura grandissima. Quando il tempo avrà logorato i dipinti di Raffaello, e fatto obliare i versi del Tasso, i nostri nomi non andranno dimenticati per virtù di amore, ed ogni anima vedova di felicità muoverà il passo per questi colli come in pellegrinaggio di passione. Raffaello, a modo dello antico Aci, annegò immaturo e glorioso nell'onda dell'amore; il Tasso venne respinto quasi nemico dal cuore superbo di donna reale, che senza cotesta ingiuria noi ignoreremmo perfino che fosse nata. Per me, amaro caso!, lo Amore invece di ferirmi il seno con i suoi strali, che i poeti dicono di oro, mi è venuto alle spalle come un traditore armato di scure. Ma questonon monta; e' sono favellii di femmina; perdonateli. Nè già crediate che io il faccia per rammarico di vita: mai no, vedete; chè se ad acquistarmela ora bastasse il solo voltarmi addietro, io non mi ci volterei. Intanto che io torno a ragionare con Dio, concedete, carissimi fratelli in Cristo, ch'io mi confidi nell'assistenza delle vostre orazioni.
Lucrezia, imitando lo esempio della figliastra, dispose anch'ella di parecchie cose in beneficio dell'anima sua non meno che dei parenti, come si legge nello estratto delGiornale della confraternita di San Giovanni decollato in Roma.
———
Prospero Farinaccio dormiva di un profondissimo sonno, rallegrato da gaie immagini di trionfi, di onori e di dovizie; e tutta questa piramide di rosee visioni gli appariva incoronata da un magnifico cappello da cardinale, ch'egli, per vezzo, scherzando depositava sopra le bionde trecce d'una femmina, la quale arieggiava nel sembiante il volto della Beatrice. Allo improvviso venne svegliato di soprassalto dal fragore di vetri stritolati, e da un picchio di sasso nelle finestre della sua camera. Al punto stesso una voce lugubre urlava giù per la strada:
—A che stai? A che stai? Mentre tu dormi, tutti i Cènci vengono menati a guastarsi.
Si precipita di letto, e spalanca la finestra. L'alba appena spuntava: tese gli occhi, ma non gli riuscì scorgere persona; la voce in lontananza tornò a ripetere la novella desolata:
—Tutti i Cènci vengono tratti al patibolo, e tu dormi?
Si veste smanioso; gittasi in carrozza, e, volato alla prigione di Corte Savella, udiva confermarsi la cosa: rientra in carrozza e si affretta al palazzo Quirinale. Ascende gli scalini a due, a tre per volta affannoso, e arriva nell'anticamera del papa. Qui giunto domanda con ansietà ai camerarii gli procurino accesso al sommo Pontefice per negozio urgentissimo; andarne di morte, e di vita: per amore di Dio facciano presto. E non sono partiti ancora?
Un camerario con molta pausa prendendolo per le braccia, e tenendolo fermo davanti a se in aria beffarda, ma perfettamente garbata, gli dice:
—Chiarissimo signore Avvocato, ella ha da sapere come qualmente SuaSantità tuttavia riposi.
—Ma io so che il Santo Padre si alza di buonissima ora.
In questa un altro camerario, tolto il Farinaccio pel braccio sinistro, gli faceva fare un quarto di cerchio a mancina favellandogli:
—Ma si assicuri, illustrissimo, che il Papa dorme sempre.
Un terzo camerario, stretto a sua posta per l'altro braccio Prospero, lo girava a destra, ed anch'egli lo cerziorava:
—Capisce, degnissimo signore Avvocato, Sua Santità vuol dormire—perchè non ha chiuso occhio tutta la nottata.
Per questo modo il Farinaccio, ora aggirato da quello or da quell'altro, si trovò ad avere descritto un cerchio intero con la propria persona, e, tranne un profluvio di melliflue parole, non avere ottenuto cosa che valesse. Tale correva allora il costume in corte di Roma, ed anche di presente credo che si usi così.—La fortuna volendo dare una mentita a cotesti nuovi farisei, fece che in quel punto il coppiere del papa si presentasse in anticamera con una tazza spumante di cioccolatte apprestato pel suo padrone, e se ne andava diritto verso la stanza cubicolare per ministrarglielo.
I camerarii, per non iscomparire così alla spiattellata, gli ammiccavano a sostare; ma quegli ingenuo disse:
—Io non vi capisco; dianzi mi avete chiamato come se fosse il finimondo, onde portassi il cioccolatte a Sua Santità, che da un bel pezzo era desta, ed ora volete ch'io mi fermi.
—Tu trasecoli; noi non gli abbiamo sentito suonare il campanello. SuaSantità dorme di certo.
—Se non udiste voi da vicino, o come va che lo sentii io da lontano? Voi m'incominciate a doventare di quelli, di cui dice il Vangelo:habeant aures, et non audiant.
In questa ecco udirsi squillante il tintinno del campanello, come agitato da persona spazientita di aspettare.
—Ve lo aveva pure avvertito, che siate benedetti!—Largo, proseguì il coppiero, che Sua Santità facilmente va in bestia, ed a me toccherebbe la prima lavata.
E si fece più oltre per sospingere gl'importuni, e passare.
Il Farinaccio allora, prontissimo imitando lo esempio del coppiero, in danno di questo gli tolse il bacile di mano, aperse la porta, e penetrò audace nella camera del pontefice. Il coppiere stette lì per gridare: al ladro! Ma subito dopo, non gli parendo verosimile che un ladro di tanto fosse ardito di penetrare là dentro, e molto meno poi da rifugiarsi nelle medesime stanze del pontefice, rimase lì sbigottito; tanto più che il Papa stesso glí accennò con la mano si allontanasse.