CAPITOLO XXX.

Prospero, deposti sopra la tavola guantiera e tazza, si prostrava ai piedi di Papa Clemente dicendo:

—Non mi sia ascritto a colpa, Beatissimo Padre, io ve ne supplico in ginocchioni, di assumere le parti per me onoratissime del più umile fra i vostri servitori.

—Alzatevi…

—Deh no! Santità, lasciatemi così col capo nella polvere, tale dovendo essere lo atteggiamento di cui supplica sconsolato; e me adesso opprime inestimabile amarezza…

Ed aspettava che il Papa lo interrogasse intorno alla causa della sua venula, intendendo spiare dal suono della voce di lui che cosa fosse da sperarsi, e che da temersi; ma il sacerdote stava lì chiuso, e impenetrabile come sfinge di granito; per lo che Prospero ebbe a continuare con la più pietosa voce, che mai fosse udita nel mondo:

—Un grido, e in fede di cristiano vel giuro, un grido sinistro mi ha desto a l'orza gridando: Sciagurato! tu dormi, mentre tutta la famiglia dei Cènci sta per essere tratta al patibolo?—Io poi non saprei dirvi, Beatissimo Padre, se questa voce muovesse dal paradiso, o piuttosto dallo spirito delle tenebre.

—Perchè temete che uscisse dal maligno? Nella bocca del diavolo non riposa la verità.

—Ah! dunque la voce fu vera? E allora, Santità, grazia, grazia per tanto sangue innocente, che va a spargersi. Roma non avrebbe mai veduto, dacchè fu fondata, così spaventevole tragedia.

—Come innocenti? E non confessarono tutti il commesso misfatto?

—Mea culpa, prosegue il Farinaccio forte percuotendosi del pugno chiuso il petto;mea culpa, mea maxima culpa. Dio ha voluto umiliarmi. Dio ha voluto mandarmi causa di piangere, finchè, come a San Pietro, le lacrime non mi abbiano fatto il solco per le guance. Il senno dell'uomo presuntuoso della sua scienza, a paragone dello intelletto di amore della vergine è stato rinvenuto insania, e laccio di morte, Io fui quegli, Santità, che persuasi la gentil donzella Beatrice Cènci a confessarsi, comecchè innocentissima, colpevole del parricidio: ella era prossima, e disposta a morire fra i tormenti per testimonio del vero; fui io che la ritrassi dal suo proponimento; io che le promisi come, se incolpando ed escusando gli altri, avrebbe di leggieri procurato salvezza a se ed a loro: a quelli, come inconsapevoli del parricidio; a se, come da suprema necessità costretta a difendersi dalla incestuosa violenza. Ella contrastava; ella sosteneva la difesa migliore per la innocenza consistere nel dire la verità, e niente altro che la verità! O parole santissime, inspiratele da Dio! Ma io la scongiurai; con le lacrime agli occhi le feci forza; vi adoperai lo assalto dei domestici affetti, la generosità del sagrifizio, la virtù della carità; ed io ed i suoi parenti, genuflessi intorno al letto dove giaceva con le ossa rotte, e le carni straziate per l'atrocità delle sofferte torture, tese supplici le mani non la lasciammo finchè, vinta, ella suo malgrado e nonostante i sinistri presagi, non ebbe promesso di confessarsi rea nel modo che ha fatto, e nella guisa che alla tradita fanciulla io stesso dettai. Grazia dunque, Padre santo, pietà. Oh! s'ella avesse a morire così per mia colpa, l'anima mia desolata dispererebbe della sua eterna salute.

—Non vi sgomentate per questo; troveremo ben noi la via di mandarvi in paradiso.

—E dalla mia coscienza, chi mai mi salverà?

—La vostra coscienza.

Queste parole, profferite con senso inenarrabile di scherno, caddero sul capo del Farinaccio come una falda di fuoco infernale: levò gli occhi per fissare in volto Papa Clemente, e il volto di Papa Clemente gli apparve di pietra:

—La mia coscienza, riprese Prospero avvilito, mi dice che non avrò più pace.

—L'avrete,—credete a me, che me ne intendo—l'avrete. Meritissimo signor Consultore, io vi conosco per uomo di molta perspicacia, e nella professione vostra singolare. Voi, e di ciò vi tributo la lode meritata, adempieste il nobile ufficio vostro con zelo e perseveranza, che appena potevano rinvenirsi uguali, maggiori non mai. Ora, poichè tanto sapete fare il vostro dovere, soffrite in pace che altri faccia il suo.

—E appunto, Santo Padre, perchè non solo il sentimento del dovere, ma l'affetto, la necessità della vostra angusta natura vi persuadano la giustizia, io mi feci ardito ammonirvi di tutto quanto vi ho esposto, onde con eterno carico del vostro nome poniate mente a non isbagliare la strada.

—Noi abbiamo rispettato (e qui la voce del papa si fece sentire un cotal poco tremante) in voi lo ufficio dell'avvocato; adesso rispettate in noi quello di giudice.

Il Farinaccio, prostrato sempre ai piedi del pontefice, aveva sembianza di uno di quegl'isdraeliti, che a piè del monte Sinai stavano in aspettazione della parola di Dio, e, come loro, egli udiva formarsi sopra il suo capo la parola in mezzo a fulmini ed a tuoni. Però non si dette anche per vinto, e tentando uno sforzo disperalo insistè:

—Dove non giunge la giustizia arrivi la misericordia…

—Bisogna che muoiano!…—concludeva tagliente il pontefice, e col piè premeva il pulvinare di velluto.

—Bisogna!—esclamò il Farinaccio levandosi in piedi. Ah! se bisogna, allora la faccenda è diversa. Perdonate, Beatissimo Padre, se per me siffatta necessità s'ignorava, e concedete ch'io mi allontani con la morte nel cuore.

Il Papa si accorse aver detto troppo, e conobbe essere mestieri emendare, come meglio potesse, la incauta parola.

—Sì;—certamente, mio malgrado,—bisogna, Il genio del popolo, la fama di Roma. la sicurezza dei cittadini, la religione del papale ammanto impongono a chiudere le orecchie alla misericordia…

—Impongono che tutti muoiano attanagliati, mazzolati, e squartati?

—Voi, come uomo di molta dottrina, sapete, signor Consultore, come gli Egizii condannassero il figlio parricida ad essere trafitto da infiniti taglientissimi stecchi, e poi arso sopra un mucchio di spine: il padre che uccideva il figlio, a guardare per tre giorni continui il cadavere dell'ammazzato.—Qui in Roma, nei primi tempi del paganesimo, non si conobbe legge contro i parricidi: crescendo poi la malizia degli uomini a tanto eccesso, il supplizio orribile della legge Pompea parve mite a punirlo. Ai tempi nostri piacciavi volgere lo sguardo ai reami di Spagna, Francia, ed Inghilterra, e voi non troverete pene punto più dolci. Se noi facciamo mozzare la testa al semplice omicida, ragion vuole che corra divario di pena fra il parricida e lui. Tuttavolta, in grazia vostra, noi assolveremo le donne dall'attanagliatura e dallo squarto; ferma stante però la decapitazione.

—Anche il putto ha da avere mozza la testa?

—Qual putto?

—Bernardino Cènci, Santo Padre; voi lo sapete, non tocca eziandio il suo dodicesimo anno, e anch'egli dovrà subire la pena dei parricidi? Io lo difesi appena, pensando che il migliore avvocato per lui fosse la fede di battesimo; e m'ingannai.

—Ma o che forse non confessò anch'egli avere partecipalo al misfatto?

—Confessò, certo, confessò; ma a cotesta età può egli sapersi parricidio che sia, e confessione che importi? Non confessò egli perchè i tormenti cessassero, e dopo la promessa che lo avrebbero salvo? Padre santo! anche una volta porgete ascolto alla voce del cuore, che vi persuade a misericordia; porgetele ascollo: anche noi un giorno avremo bisogno di pietà.

—Voi mi mettete uno scrupolo circa a Bernardino Cènci. E il Papa declinò il capo in atto di meditare. Poichè si fu rimasto alquanto in cotesta positura, proseguiva:

—Ordinariamente la tristizia non supera la età; qualche volta anche si, e di questo se ne leggono esempii; nè la età salva nei delitti atrocissimi;—tuttavolta, dacchè da questa parte mi viene scrupolo, e potendo vorrei satisfarvi, meritissimo signor Prospero; onde non ve ne andiate sconsolato, anzi rimaniate persuaso del molto conto che facciamo di voi, intendiamo, e vogliamo graziare della vita Bernardino Cènci. Adesso andate in pace, e lasciateci a stendere e spedire ilplacet, affinchè non arrivi tardi. Ora voi vedete, signor Prospero, che per noi istà, che voi non abbiate a chiamarvi contento.. Andate in pace.

A Farinaccio pareva di vedere rinnuovato in se il caso del patriarca Giacobbe, quando i figli traditori gli posero nelle mani la vesta insanguinata di Giuseppe, ed egli ebbe a dir loro: grazie! Partiva col cuore lacero, e il prete mascagno presumeva avergli dato ad intendere che lo aveva vinto. A capo basso, con voce fioca rese grazie al Pontefice per la sua degnazione, mentre questi, in sembianza di affettuosa premura, gli andava ripetendo:

—Ora subito vi spediremo ilplacet, e vi autorizziamo ad annunziare spacciatamente averlo noi concesso ai meriti di vostra signoria…

—Ex ore leonis—mormorava il Farinaccio scendendo dal palazzo Quirinale:—i nostri antichi consacravano agli Dei i lacerti dell'agnello riscattato di bocca al lupo.

E così allora pensò; molto più dopo, quando conobbe di qual sorte grazia avesse fatto al garzoncello Bernardino il Papa Clemente. Tuttavolta, coll'andare del tempo, col sentirselo ripetere dallo universale, e col riceverne grazie fervidissime, non che da altri, dallo stesso Bernardino, e trovando inoltre il suo tornaconto a credere così, terminò col credere davvero di aver sottratto cotesto fanciullo alla morte. I facili amori, le alterne vicende del giuoco, la plebea gozzoviglia lenirono in prima, poi resero ottuso affatto in lui il senso del rammarico. L'agiatezza che ricavava dallo ufficio di consultore, il credito grande che godeva in corte lo persuasero più tardi ad astenersi dalla difesa dei Cènci per la rivendicazione dei beni fidecommissarii infeudati in benefizio della Camera Apostolica. Si scusava col dire che egli, in quanto a se, aveva fatto assai: adesso altri si provasse: anche Gesù Cristo aver chiamato il Cireneo a sollevarlo dal peso della croce.

Queste ed altre cose diceva con sembiante di vero, ma ell'erano false.Vero unicamente l'atroce presagio del sacerdote scettrato, quando aProspero Farinaccio, che lo interrogava chi lo avrebbe salvato dallapropria coscienza, rispose: «la vostra coscienza!»

Mulier diligens est corona viro suo.Proverbii.

Ma l'amore non dorme. Guido aveva avuto modo di sapere la sentenza funesta appena segnata. Non la temendo così imminente, rimase colto quasi alla sprovvista: non per questo sbigottivasi punto dell'animo, e, ricorso ai banditi suoi novelli amici, mandò sollecito per essi pregando, e quasi ordinando (imperciocchè la sua autorità di giorno in giorno appo loro fosse venuta crescendo) che travestiti di varie maniere si avessero a trovare adunati, senza frapporre indugio, nello Anfiteatro Flavio.

Infatti due ore prima che l'alba spuntasse incominciarono i masnadieri a riunirsi in drappelletti di due, di tre, di quattro, quale abbigliato da abbate, tale altro da frate: parecchi mantennero le vesti rusticane, nè mancarono di quelli che comparvero con abito da gentiluomo; e tanto è falso il proverbio «la tonaca non fa il monaco», che i nostri banditi incamuffati da gentiluomini non si sarieno distinti in cento volte co' veri gentiluomini bagnati e cimati. Però, fatto il conto, i raccolti non si trovarono a superare i quaranta, numero troppo piccolo per cimentarsi in impresa di rilievo. Guido e gli altri però non erano uomini da peritarsi per questo a mettersi allo sbaraglio; in ispecie Guido, il quale vi si sarebbe cacciato anche solo. Udite le opinioni di tutti, Guido ordinò prendessero per segnale un pampano di vite, e se lo mettessero al cappello, ovvero al cappuccio, e provvisti di armi corte si frapponessero nella processione mentr'essa accostavasi al palco. Colà sbarattati i fratelli della Misericordia, e sbirri, e soldati, levassero di peso la Beatrice e la trasportassero dov'egli, salito su di un polledro che fulminava, l'avrebbe tolta in groppa, e menatala fuori delle mura alla dirotta: eglino poi in mezzo alla baruffa, giovandosi del trambusto, si sbandassero, e procurassero guadagnare Tivoli, ov'esso gli avrebbe aspettati. I masnadieri concorsero tutti di gran cuore in cotesta sentenza, come quelli che per natura propendevano a cotesti fatti arrisicati; e poi, conoscendo lo affetto smisurato che la universa Roma portava alla Beatrice, fidavano procacciarsi grandissima rinomanza, della quale pure erano teneri: per ultimo il premio promesso, se giungevano a salvare la fanciulla, era veramente da Cesare, com'eglino stessi ebbero luogo in seguito di dire più volte.

Cosa stupenda, e nonpertanto riportata dai ricordi del tempo: poca ora dopo, nella stessa Roma, altri meditava la medesima impresa! Fu creduto che questi fossero mossi segretamente da Maffeo Barberini col mezzo dei suoi fidati: forse non era vero, ma egli procedeva molto acceso in questo negozio. Il fato della Beatrice, e la sua inclita bellezza lo avevano tocco profondamente. La diligenza ch'egli pose a procurarsene il ritratto, di cui parlerò fra poco, e gli onori che ottenne si rendessero alla salma della gentil donzella, assai aperto il dimostrano. Forse fu bontà somma in lui, educato alle ottime discipline e cultore non infelice della poesia; forse amicizia fervente per Guido, e potrebbe darsi anco amore per la Beatrice; avvegnadio nè porpora cardinalizia, nè rispetto di amico possano impedire amore d'insinuarsi nel seno degli uomini, ma solo che, prorompendo, trapassi i confini dell'onesto: questo solo possono, e qualche volta facciano.

Se Guido avesse le proprie congiunto con le forze di Maffeo avrebbero per avventura conseguito lo intento; ma parendogli di essersi prevalso anche troppo del suo amico, non volle, per intempestiva discretezza, impegnarlo in nuove fortune difficili, e piene di pericolo.

Questa seconda congiura per salvare Beatrice si componeva di Artisti, i quali comecchè sieno usi ad effigiare la bellezza fisica, tuttavolta, per quel secreto vincolo di parentela che stringe fra loro tutte le cose buone e leggiadre, agevolmente s'innamorano anche della bellezza morale. Quando ti senti l'occhio afflitto dalla diuturna contemplazione della turpitudine umana, volgilo sopra gli Artisti, in ispecie giovani, e lo riposerai.

A questa schiera di giovani facevano capo molti familiari delle più cospicue casate di Roma, messi su sotto mano dai loro patroni, ai quali pareva ricevere gravissimo torto in cotesta strage Cinciana. Su tutti gli altri, ci raccontano le storie del tempo, sentivasi agitato da smania irrequieta Ubaldino Ubaldini, giovane fiorentino artista di grandi speranze, che sarebbe salito in alta fama se la morte non lo coglieva immaturamente: egli fu il pittore che disegnò la testa di Beatrice come amore disperato gliela impresse nel cuore, nell'atto di essere condotta al supplizio. Guido Reni in quel tempo non si era anche mosso da Bologna, sua patria, a Roma: vi andò sul finire dell'anno 1599, o su i primi del 1600, come si ricava apertamente dalla sua vita stampata nellaFelsina pittrice. La tradizione pietosa narra avere Guido Reni dipinto il ritratto della Beatrice nella vigilia della sua morte: però, come erronea, vuolsi emendare; imperciocchè se il caso fosse vero, tornerebbe in massimo disdoro così della vergine come del pittore. Della Beatrice, perchè si tirerebbe addosso la taccia di biasimevole vanità, dovendo l'anima sua in cotesti solenni momenti stare, siccome veramente stette, assorbita nel pensiero di Dio, e negli affetti più puri: del Reni, però che la mano del pittore che vale a dipingere, senza tremito, un caro infelice prossimo ad esser tratto a morte immeritata, svela un cuore stupido, o perverso.—Questo ritratto dipinto da Guido Reni, ai giorni nostri conservasi a Roma nel palazzo dei Principi Barberini, e va attorno inciso dal Volpato, e meglio dal Morghen.

Anche di questi congiurati era disegno fare impeto nella processione, rapire Beatrice, e gli altri condannati; riporli dentro una carrozza attaccata a poderosi cavalli, e trasportarli al mare. In numero costoro sorpassavano i compagni di Guido, ma n'erano superati per valore, e per abito di mettersi allo sbaraglio nelle più sanguinose baruffe. Per segno fu destinato un tassello bianco sul capo. L'Ubaldini terrebbe lo sportello della carrozza apparecchiata, le redini dei cavalli certo artista francese, il quale si era vantato capace di condurre il carro del Sole senza rischio di fare il tuffo nel Po.

—Per dio!—gridava lo Ubaldini percuotendo forte del pugno la tavola, non ha da morire… e non ha da morire;… meglio sarebbe…

E siccome esitava a compire il suo concetto, un compagno lo veniva stimolando:

—Meglio, che cosa?

—Meglio rompere l'Apollo di Belvedere, o il Laocoonte…

—E la cupola del Vaticano la do per giunta, arrose un terzo.

—Molto più che queste cose noi le possiamo rifare, osservò il francese offertosi a sostenere le parti di Automedonte; ma l'Ubaldino, sbirciatolo di traverso, tra la rabbia e il riso gli disse:

—No, francese proprio di Francia, coteste cose non si rifanno; ma è meglio periscano esse, che una creatura innocente.

—O preti!—esclamò un giovane artista, e tacque. Poi, dopo essersi soffermato alquanto per trovare nella sua mente convenevole epiteto, soggiunse:—O preti, preti! Chè ho detto tutto, e a dire più di così io ve lo do per bazza; voi ci volete assassinare i nostri modelli. E tolti essi di mezzo, cui ci rimarrà a studiare per farci onore? Forse voi altri? Oh! non capita tutti i giorni dipingere su le mura di qualche camposanto l'Arca di Noè.

—Ah! se la Beatrice fosse nata nei tuoi panni, buon per lei! che adesso non si troverebbe al duro passo a cui l'hanno condotta.

—E questo come ci entra?

—Ci entra benissimo, perchè e' dicono che l'ammazzano per carpirle i suoi scudi. Ora a te possono bene strappare i denti; ma in quanto scudi, gli è tempo perso.

—Silenzio voi altri! La bellezza, che noi vagheggiamo, ricordate che non è di cortigiana, bensì bellezza purissima, celeste; però ond'ella discenda sopra i nostri cuori, come lo Spiritossanto nel giorno della Pentecoste, ed infonda in loro virtù di operare magnanimamente, importa mantenerli disposti con gravi, e religiose meditazioni.

Questo discorso, favellato dal giovane Ubaldini salito su di un trespolo, troncò in un attimo le arguzie intempestive; e tutti cotesti strepitosi, e svagati artisti diventarono serii quanto i Padri del Concilio di Trento.

Il primo raggio di sole che spuntò dai colli di Roma rischiarava nella prigione di Torre di Nona un molto lacrimevole spettacolo. Giacomo e Bernardino incontratisi, corsero ad abbracciarsi; onde poter confondere insieme lacrime e baci, si erano provati a entrare l'uno fra le catene dell'altro; ed essendovi riusciti, si vedevano ricingersi scambievolmente con bracci, e catene.

—Vieni, caro, stringimi… mi pare stringere i miei figliuoli. Te beato, Bernardino, che non hai figliuoli! Tu senti men che mezzo l'affanno della morte.

—E non ho nepoti?

—Ahimè! I miei figli… orfani… figli di parricida, perseguitati da un uomo maligno che può tutto quello che vuole, e che vuole la loro sostanza! Tutti, per piacere al potente, ammantano la viltà con la sembianza di santa abbominazione, e cacciano via i maladetti. Dove sono gli amici? Diventarono nemici, e fanno scontare ai figliuoli la vergogna di averne conosciuto il padre.—Contendono ai loro petti affamati il pane; chi li difende? Gli percuotono; essi piangono, e perchè tacciano li percuotono da capo… La madre, rifinita anch'essa, si adonta che il suo seno sia diventato nido di vipere… Ah! no, no, Luisa, la mia Luisa non abbandonerà i miei figliuoli; e quando le verrà meno il latte, gli nudrirà di sangue.

—Poveretti! E li priveranno proprio di tutto? Anche della roba mia? Ma io non so niente di tutte queste diavolerie, e l'ho assicurato poc'anzi al padre confessore, che non ci voleva credere. Egli caparbio urlava: no; ed io fermo gridava più di lui: sì; finchè sono venuti a prendermi.

—E che innocentissimo tu sia, fratel mio, chi lo sa meglio di me? Tu almeno conservi una consolazione, ed è che da questa vita trapasserai alle gioie celesti. A me poi dubito forte che questo mi venga concesso; perocchè, quantunque io non abbia parte nella morte di Francesco Cènci, pure mi è forza rendermi in colpa per avere altra volta macchinato contro la sua vita, ed acconsentito che lo uccidessero.

—E non pertanto ci siamo accusati di averlo trafitto noi stessi! Io ammazzare il signor padre, che al solo vederlo mi metteva i brividi addosso?… Ma, comecchè fanciullo, io mi sono troppo bene accorto, sai, che anche negando ci avrebbero fatti morire fra mille strazii; così, confessando, almeno ci daranno morte ad un tratto, e mi pare un bel guadagno. Dimmi, fratello, tu che sei uso a vivere nel mondo, la giustizia è sempre fatta così?

—Giacomo rispose co' sospiri;—ma il fanciullo, tendendo le orecchie, prosegue:

—Senti! Giacomo, senti! Che cos'è questa campana che ci piange sul capo?

E Giacomo allora, stringendosi al seno più forte Bernardino, gli domandò tutto smarrito:

—Come ti senti, Bernardino?

—Io? Bene.

—E di morire ti rincresce?

—Mi pare di sì, perchè mi piacciono gli uccelli, e le farfalle, e i fiori pei quali esse svolazzano, e veder correre in giù il Tevere quando è grosso;—e tutto, in somma, mi piace. Qui saluto il sole, che è chiaro e caldo; e di là sento che fa buio, e freddo. Qui, dove sono io so; dove vado me lo dicono, e sarà; ma non lo so di certo.

—Ebbene; or sappi, questa campana suonare l'agonìa di noi altri, che ci sentiamo pieni di vita… Questa campana annunzia che dobbiamo partire, a noi che vorremmo rimanere…

Quasi in conferma delle sue sinistre parole, ecco riaffacciarsi improvvisi sopra la porta del carcere i confessori, e i fratelli della Misericordia.

—Su; coraggio, fratelli, l'ora si approssima; disse una voce lugubre.

—Sia fatta la volontà di Dio, rispose don Giacomo; ma lo interruppeBernardino:

—E sia proprio questa la volontà di Dio Gicomo?

—Sì certo, poichè nulla accada senzachè Dio lo permetta;—e voi a dubitarne peccate gravemente, rispose il confessore in vece di don Giacomo.

—Se così è, padre, me ne pento; e onde acquistarmi merito in paradiso, crederò che per volontà di Dio vengo mandato a morte innocentissimo.

—Chi di noi è incolpevole? Tutti siamo rei al cospetto dei Signore.

—Ma non tutti sono tratti a morte di dodici anni.

—Dio prova chi ama; e voi, figliuolo, ringraziatelo con tutte le viscere per avere tra mille scelto voi a sperimentare la sua bontà infinita.

—Padre, riprese ingenuo il fanciullo, se vorreste prendere il mio posto…

E il frate con atto di compunzione, strette le mani e levati gli occhi al cielo, interruppe:

—Con tutto il cuore, figliuolo mio, se potesse farsi; ma non si può fare.

Mastro Alessandro con la sua faccia di bronzo ruppe gl'indugi. Pareva impossibile, eppure da cotesta sua faccia traspariva una immensità di dolore,—feroce,—minaccevole a coloro cui fortuna gli avesse cacciato tra le mani, e tuttavia dolore. Egli vestì i pazienti di due cappe nere somministrategli dalla fraternita della Misericordia; anzi quella indossata da Giacomo fu già di Francesco Cènci, il quale finchè visse era stato ascritto al pio istituto.

Poi tutti a passo lento incamminaronsi fuori del carcere. Don Giacomo si fermò sopra la soglia della stanza, che abbandonava, testimonio delle sue inenarrabili angosce, e profferì queste parole:

—Settantasette volte maladetto l'uomo, che condanna l'uomo a disperarsi l'anima dentro cotesto avello; quegli che con una spinta lo precipita nel sepolcro, sia maladetto sette volte soltanto.

Le campane continuano lo squillo degli agonizzanti; i tamburi suonano scordati; il cielo e la terra pareva che con quei suoni si scambiassero l'annunzio che la strage stava per compirsi, e ne rimanessero sbigottiti. Giù nel cortile stavano attelati parecchi squadroni di micheletti a cavallo, e un nugolo di sbirri a piedi, e poi i fratelli della Misericordia, e il carnefice, e i valletti del carnefice, e tutto insomma il desolante apparecchio di forza, del quale ha bisogno di circondarsi la giustizia,—quando non è giustizia.

Bernardino guardava tutti cotesti oggetti a modo di smemorato, ma più particolarmente fissò due carrette, dov'entro fornelli di carboni ardenti si arroventavano tanaglie di ferro; e curioso, secondo la indole dei fanciulli, domandava:

—Giacomo, e coteste tanaglie a che devono servire?

Giacomo non rispondeva, e la più parte dei fratelli della Misericordia sotto il cappuccio lacrimava; ma il giovanetto insisteva inquieto:

—Io lo vo' sapere; dimmelo, su, Giacomo: non creder mica di farmi paura; tanto, che io devo morire lo so.

—E' sono per noi,—rispose Giacomo; e più non potè dire.

—Oh! Io non credeva mai che meco ci fosse bisogno di tanti arnesi; con me è presto fatto; lo vedi, ho il collo sottile come un giunco: il boia non avrà a durare molta fatica, io penso.

Ancora guardò un chiodo, un mazzuolo, ed un tabarro rosso trinato di oro, oggetti tutti che, come corpi di delitto, venivano trasportati sopra una delle carrette per essere esposti al pubblico.

—Giacomo, o non ti par egli cotesto tabarro quel desso che adoperava il nostro signor padre? Decisamente il mantello rosso ci perseguita.

I confortatori, a impedire che l'attenzione del fanciullo vagasse dalla meditazione religiosa, posero a lui come al le tavolette, ch'erano una maniera di cassette di legno in cui intoducevano il capo dei pazienti, tenendone obbligata la vista sulla immagine del Crocifisso, e sopra certe devote orazioni fatte al caso da un dotto e pio cappuccino, incollate dintorno alle pareti. Il fanciullo strillava urlando gli togliessero cotesto ingombro, non gli rapissero quello che Dio solo può dare, la vista del cielo. In questa si notò alla porta del cortile uno agitarsi di gente, uno scansarsi di soldati, e lenta procedere in mezzo a loro una carrozza. Le voci del popolo percuotevano turbinose le mura del carcere come ondate di mare in burrasca:

—Grazia! Grazia!

Un lampo di vita passò dinanzi agli occhi di Giacomo, e la sua testa si sollevò a guisa della cima del pioppo quando è passato il turbine. Dalla carrozza scese l'illustrissimo signor Ventura, il quale presentatosi al cospetto dei condannati, trasse una carta dal seno, e favellò:

—Don Bernardo Cènci, nostro Signore vi fa grazia della vita. Compiacetevi però fare compagnia alli vostri parenti, e pregate Dio per le anime loro[1].

Compiacetevi. Tu nota, lettore, la parola, e ti apparecchia a vedere pietà di sacerdote che sia. Neanche il demonio, allevato in collegio dai reverendi Padri della Compagnia di Gesù, avrebbe saputo o voluto adoperare parola così satanicamente beffarda, e ipocritamente crudele.

I confortatori allora trassero a don Bernardino le tavolette, chiamate ancora pietà; ed il carnefice riscontrato il placet del Papa, lo liberò dalle manette: e non sapendo con che vestirlo, per torgli l'apparenza di condannato, prese il mantello rosso del Conte Cènci, ed in quello lo avviluppò. Così il destino ordinava, che gli ultimi figli di cotesto scellerato uomo si accostassero al patibolo uno vestito della cappa nera con la quale costui tradì Iddio, e l'altro del tabarro rosso col quale aveva tentato tradire Marzio. Fino le sue spoglie riuscivano funeste alla propria famiglia: come Nesso, tramandava ai suoi impregnata di odio anche la camicia.

Bernardino riveduto il sole aperto, e sentendosi salvo, battè palma a palma, saltò, gridò per allegrezza, chè lo istinto di vita prevalse in quel punto potentissimo sopra ogni altra passione; ma subito dopo si accorse quanta gli rimanesse causa di pianto, e come fosse turpe cosa mostrarsi esultante: rannicchiavasi pertanto ai piedi di Giacomo, e supplice gli chiedeva perdono.

In Giacomo al lampo di vita era subentrata l'ombra della morte; aveva già l'occhio vitreo, e smarrito; tuttavolta dalla gola estenuata profferì a stento queste parole:

—Giubbila, fratel mio; se tu potessi vedermi il cuore, conosceresti come io n'esulti più di te. Il Signore incomincia a placarsi meco, poichè si degna mandare un altro padre ai miei figliuoli. Prendili dunque in custodia, giacchè tu li puoi ricevere: io raccomando a te il sangue mio col medesimo affetto col quale raccomando al Creatore l'anima mia.

—Giacomo, rispose Bernardino abbracciando le ginocchia del fratello, io ti giuro di far voto di castità, onde altri amori non mi disturbino dallo avere pei figliuoli, che mi lasci, viscere di padre.

—Ed ora sia benedetto Dio. Signori, possiamo andare.

Uscita fuori del cortile la processione s'incamminò verso Santa Maria in Posterula, dove allora restauravano il collegio dei Celestini, chiamato poi, dal nome del papa regnante, Clementino. A mezzo la strada dell'Orso il carnefice sbarrò la cappa a don Giacomo, facendolo rimanere ignudo fino alla cintura: poi, dato di piglio alle tanaglie roventi, strappò un lembo della carne di don Giacomo…

Le carni sotto l'ardore del ferro si aggricciarono; il ferro fumò, una piaga atrocemente dolorosa si aperse, e mandò leppo insopportabile. Cuore, vista, udito, odorato rimanevano del pari feriti.

Bernardino balzò in piedi furioso, e tentò con le nude mani afferrare le tanaglie infuocate; ma il carnefice le trasse indietro: allora egli, compresa la inanità dei suoi conati, girandosi in ginocchioni con le mani giunte supplicava:

—O, per pietà, non lo toccate; basta; troppo a lui… per le piaghe di Gesù, qualche cosa date anche a me.

E siccome mastro Alessandro, coteste preghiere non badando, tornava a rinnuovare lo strazio, Bernardino gridò:

—Per pietà, signori fratelli, mi ridieno le tavolette… che io non vegga… non senta… oh! oh! mi si spezza il cuore…

E il fanciullo cadde svenuto.

Don Giacomo stringeva quanto più gli era dato le labbra, e la pelle delle guance insinuava fra i denti, sicchè ne aveva la bocca piena di sangue; e ciò faceva per non gemere. Ma giù dalla fronte grondava il sudore a pioggia, i capelli dritti come istrice, convulso tutto, singhiozzava talvolta, ma non gemeva. In questo modo lacerato oscenamente, il misero procedeva per le piazze di Nicosia e Palomba fino alla chiesa di Santo Apollinare; donde piegarono a Piazza Navona, anticamente Circolo Agonale, e quinci per San Pantaleo, li Pollacchi, e piazza delle Pallottole fino a Campo di Fiore, mercato dei rigattieri, dove per privilegio si giustiziavano i condannati dal tribunale del Santo Ufficio.

In questo modo i potenti della terra, ma in ispecie i Pontefici, costumarono un giorno partecipare alla infamia sembianza d'onore, e tuttavia costumano. Freme il mondo, o sibila, o ride; ed ei lo lasciano fremere, ridere, e sibilare, continuando a crear nobili le spie, e concedere indulgenze e croci ai traditori.

Adesso la processione traversa un suolo che arde: egli è la piazza dei Cènci. Giacomo sbalordito dal dolore, in qual luogo lo avessero tratto o non badava, o non sapeva. Giunto a piè dell'arco dove incomincia la cordonata la quale conduce alla chiesa di San Tommaso dei Cènci, caddero sopra il suo capo grida strazianti, ch'ebbero virtù con la tremenda vibrazione loro di superare perfino l'acuto senso di dolore, che trapassava il cervello del derelitto cerne un chiodo. Leva gli occhi, e traverso un velo pargli ravvisare, e ravvisa certo, dalla terrazza che sormonta l'arco dei Cènci, le braccia sporgenti della moglie e dei figli.

La idea di mostrarsi in tale stato di abiettezza e di miseria alla sua famiglia rimescolò tutto il sangue nelle vene di Giacomo, e glielo spinse poi così impetuoso al cuore, che traballò per cadere. Ma l'affetto vinse la vergogna, ond'ei con voce piena di amore esclamò:

—I figli! Oh! i miei figli… datemi i miei figliuoli…

Gli ufficiali preposti alla esecuzione della giustizia intendevano andare oltre; ma il popolo commosso urlò con un grido solo:

—Dategli i figliuoli.

E siccome gli ufficiali nicchiavano ad obbedire, un maroso popolare sbarattò la processione, e mugghiando arrivò fin presso al carro; per la qual cosa gli ufficiali, ammiccatisi coll'occhio, trovarono giustissimo il desiderio del popolo, e bandirono ad alta voce niente star loro più a cuore quanto appagare il voto universale. Fatto pertanto scendere prestamente don Giacomo giù dal carro, e gittatagli sopra le spalle la cappa onde rimanessero coperte le ferite, lo trassero su per la cordonata nel cortile del palazzo. Quali spasimi recasse allo infelice cotesta tela, che confricando inaspriva le carni arse, non è da dire; ma egli divorava i gemiti per pietà dei suoi.

Giù per le ampie scale Luisa, con le chiome sciolte, fu vista precipitarsi tenendo un figliuoletto in collo, ed un altro per mano. La seguitava Angiolina recando seco altri figli, e presto lo ebbero raggiunto giù nel piazzale. Luisa gittò al collo del marito un figliuolo, il quale vi si apprese con atto disperato: ella poi volle prostrarsi, ed abbracciargli le ginocchia; sennonchè al primo muovere che Giacomo fece dei labbri le membra le si prosciolsero; tanta pietà la strinse, che cadde priva di sentimenti ai suoi piedi. Giacomo non la vide, chè il fanciullo pendente dal collo glielo impediva; onde con voce abbastanza ferma favellò:

—Figli miei, fra breve ora un colpo torrà a voi un padre; a vostra madre un marito. Io vi lascio un ben tristo retaggio, e questo pensiero mi tormenta, ahi! più del mio supplizio. Quando mi avranno sepolto qui in questa chiesa di San Tommaso, voi abbiatevi in mente che se sarete cacciati dalla vostra magione, nessuno potrà chiudervi in faccia le porte della chiesa edificata dai vostri maggiori. Venite di notte, procurate che nessuno vi veda, e pregate per l'anima del povero vostro padre. Luisa, io non ti raccomando i tuoi figliuoli, e miei; io so… io so, che prima di giungere a loro bisognerà passarti sul petto. Luisa mia, dove sei?…

Non udendo risposta piegò la persona, e depose in quel modo il figliuolino sul pavimento, dacchè con le braccia non si poteva aitare. Allora la vide stesa priva di sensi; però che levati gli occhi al cielo continuò:

—Signore ti ringrazio, che avendomi dato la contentezza di rivederla prima di morire, hai tolto a lei il dolore di questa ultima separazione. Poi, anch'egli prosteso al suolo, la baciò in volto, e glielo bagnò di lacrime e di sangue. Quindi baciò i figli ad uno ad uno, che gli si strinsero addosso cercando ritenerlo con le infantili loro mani, e mettendo guai così pietosi, che spezzavano il cuore.

—Addio… figli miei,—diceva il misero tra un singulto e l'altro—addio; ci rivedremo in paradiso. Bernardino, adesso sono figliuoli tuoi… rammentalo.

E Bernardino si dava tutto smanioso ad abbracciare, e a baciare quelle creaturine, e come poteva acquetavale, promettendo loro che presto egli sarebbe tornato a casa. Ed essi:

—Ma il babbo, dì, ce lo rimenerai?

—Io no… ma ve lo riporteranno, non dubitate… Addio.

Piangevano tutti, e si udiva alto dintorno un suono di gemiti, un singhiozzare irrefrenato, come se a ciascheduno degli astanti fosse tratto a morte o figlio, o fratello.

Si riprende la via della passione. Chi si sentiva fra gli spettatori affaticato delle sofferte sensazioni, chi procedeva cupido di nuove più acute… Anime dure!

Angiolina rimasta sola presso la desolata Luisa, si trovava sgomenta a trasportarla nelle sue stanze.—Non uno dei tanti servi, non uno dei tanti clienti, ed amici della famiglia Cènci si trovava costà per sovvenirla nello ufficio pietoso. Uomini ed animali si allontanano dalla casa che minaccia rovina. Ella si fece fin presso la strada pure aspettando che qualcheduno passasse. Alla fine gli occorse il vecchio Giacobbe ebreo, che poco oltre il palazzo Cènci teneva bottega di rigattiere (dacchè parmi avere avvertito, che cotesto palazzo si trovasse in vicinanza del Ghetto). Su le prime Angiolina sentì ribrezzo valersi della opera di tale che, secondo le opinioni del tempo, stimavasi men di un cane; ma vinta dal bisogno, così alla trista, lo richiese a darle una mano per portare in casa la povera gentildonna. E Giacobbe, a cui non erano sfuggiti la superbia delle parole, nè l'atto acerbo, tentennando il capo rispose:

—Volentieri, donna mia. Il Signore nella via sua ha visitato questa casa, e tutti i miseri hanno da essere fratelli.

Giacobbe entrò in mezzo ai fanciulli, i quali in ginocchioni stavano piangendo intorno alla caduta reputandola morta, e si recò in collo la Luisa consolando tuttavia i fanciulli, ed assicurandoli che la mamma era viva. Ei la depose sul letto, le sottomise al capo gli origlieri, e per ultimo, tenendosi lì ritto ed ossequioso, disse ad Angiolina:

—Nati a soffrire e a morire, anche noi, che voi maledite, abbiamo un cuore qui dentro. Se più volete da me, domandate, vi prego, e le creature di Dio divise dalla ingiustizia sieno almeno riunite dal dolore. Angiolina lo accomiatava, attentandosi per fino a stringergli la mano. Luisa dopo lunga ora rinvenne: girando attorno al letto gli occhi smarriti vide i figliuoli, come Niobe un giorno contemplò i suoi, trafitti dalle saette della sventura. Si appoggiò sopra un gomito sollevando alquanto la persona, e con voce languida disse loro queste parole:

—Noi non lo rivedremo più! In breve, fanciulli, noi non avremo più tetto che ci ricovri:—tutto perderemo in un punto; padre, congiunti, amici, fama, e sostanze. Dimenticate chi foste, per rammentarvi quello che siete. Quando gli amici di vostro padre fingeranno di non riconoscervi, non ve ne adontate: i servi vi hanno abbandonato, compatiteli; essi stanno attaccati al pane, e voi non avete più pane: i figli dei gentiluomini si vergogneranno di voi; bastate a voi stessi: i figli del popolo vi fuggiranno; riconduceteli a voi con lo affetto: la mano di tutti sarà contro voi, la mano vostra non si alzi contro nessuno. Non maledite al padre vostro però che egli fosse misero, non colpevole; e fosse stato anche reo, non istà ai figliuoli giudicare dei proprii genitori: ma io vi affermo ch'ei fu infelice, e innocente; però pregate che se egli non può più venire verso di noi, a Dio piaccia ricondurci tosto presso di lui. Siamo soli; raddoppiamo fra noi i vincoli dello amore, e noi non ci accorgeremo della nostra solitudine…

A questo punto degli accenti desolati fu udito dietro di loro un rammarichìo, che gli accompagnava. Luisa piegata la faccia conobbe essere Angiolina, la quale a rispettosa distanza genuflessa aveva giunto le manine al suo pargolo, e quelle levate con le proprie verso il cielo plorando pregava. In cotesto modo la gentile intendeva significare alla Luisa Cènci, che non tutti i cuori l'avevano disertata; e gliene avanzava sempre qualcheduno il quale parteciperebbe alle sciagure della sua famiglia, e piangerebbe con lei.

Comprese la Luisa la rampogna amorosa, e chiamata a se Angiolina le cinse di un braccio il collo, e baciatala riprese:

—Sorella, ti domando perdono; e levati gli occhi al cielo soggiunse: Signore, ti prenda pietà di due vedove desolate;—se tu non ci sovvieni, noi non ne possiamo più.

E chinata la testa stette alquanto in silenzio. Poi continuò:

—Ecco, figliuoli, voi non sarete soli: adesso avete acquistato due creature dalle quali sarete amati. Dio vi toglie un padre, e vi manda una seconda madre: ultima a perdersi è la speranza, ma finalmente anch'essa si perde; una amica provata dalla sventura non si perde mai.

Le donne continuarono a piangere; però da quel punto in poi sentirono sgorgar meno amare le lacrime. Quando Dio dall'alto dei cieli contempla l'amico che si stringe all'amico nel giorno del dolore, si compiace aver creato l'uomo; ed allora soltanto si rammenta averlo creato ad immagine sua.

[1] Precise parole, conservate dalle cronache del tempo.

Il bellissimo collo al ferro offerse.MASSINI[*]

O mia Francia! Nobil terra,O mio sangue di Borbon!Sol compiei diciasette anni,Nei diciotto appena or son.

Dal Re ancor non conosciuta,Con le vergini men vo.Quanto fei per te, Castiglia,Tradimento non ci entrò.

Le corone, che mi hai dato,Son di sangue e di dolor;Ma ne avrò su in cielo un'altra,Che ben fia di più valor.

Alla fin delle paroleIl mazzier la mazzicò,Le cervella del bel capoPer la sala sparpagliò[**]

[*]Sonetto per la morte della Beatrice Cènci, alla quale egli stette presente.

[**]La morte di Donna Bianca, Romanza spagnuola.

La processione che conduce al patibolo i fratelli Cènci, dopo avere percorso diverse strade, giunse alla fine in via Giulia, dove sostò davanti la carcere di Corte Savella.

Beatrice e Lucrezia meditano in silenzio. Padre Angelico anch'esso prega; ma vigilando attento egli ascolta un rumore, che sempre, e più sempre si avvicina. Alza le ciglia, e vede traverso il pertugio della porta del carcere balenare una figura che gli accenna della mano, ed egli comprende quel cenno. Oh Dio! comecchè da lungo tempo ei logorasse la vita nella opera senza fine amara di porgere conforto ai miseri ridotti ai supremi infortunii, non gli bastava l'anima per avvertire Beatrice, che era forza andare. Mentre ei stava improvvido di quello che si avesse a fare, la fanciulla gliene offerse il modo nelle preci che indirizzava a Dio.

—E se, ella diceva, questa immensa voglia che mi spinge fuori della vita verso le tue braccia, o Signore, è peccato, e tu me lo perdona. Quanto mi tarda aspettare! Io sono quasi un esule, che sopra la spiaggia riarsa dal sole affretta col desiderio la nave che deve ricondurlo in patria. O cielo, patria veramente pia di tutti quelli che soffrono!

—Figlia, se ti senti così gagliarda, il Signore già viene… è venuto a pigliarti. Andiamo.

E levatosi in piè sommette la sua mano venosa alla mano candidissima di Beatrice, la quale, anch'essa di subito alzatasi, esclamò:

—Quaggiù il soffrire è martirio; in paradiso è gloria… Andiamo… andiamo.

Qui, o curiosità o pietà che si fosse, in maggior copia si radunava la gente; la quale stipata per la via, appena dava adito per muoversi al sinistro corteo. Uomini e fanciulli vedeansi appollaiati, a mo' di uccelli, su per le cornici e i remenati delle finestre, o rannicchiati in forma di grottesche cariatidi per le bozze dei muri, pei soprapporti, e perfino ai bracci di ferro da sostenere i lampioni. Cotesta era plebe o lacrimosa senza pietà, o stupida senza ferocia, tutta lamentante un fato, che nessuno fra lei avrebbe steso un braccio per mutare: all'opposto lo avrebbe trattenuto; imperciocchè quelle sieno feste per la plebe tanto più accette quanto più acri di commozioni, ed apprestate a lei senza spesa.

Comparve prima donna Lucrezia col velo nero avviluppato intorno al capo, e poi cascantele fino alla cintura: con la cappa nera di tela di cotone di maniche ampissime, ed aperte: con la camicia di tela eletta piegata in righe minutissime, e chiusa ai polsi, siccome allora ne correva l'andazzo. Intorno alla vita non portava la fascia bianca che a quei tempi costumavano le vedove in Roma, bensì una corda, entro la quale le stavano costrette le braccia; non tanto però, che con la destra non potesse recarsi davanti agli occhi un Crocifisso, e con la manca asciugare il sudore che le grondava dalla fronte: calzava pianelle basse di velluto nero, con fiocconi di seta dello stesso colore.

L'affanno lungo non aveva potuto appassire la divina bellezza di Beatrice. A guisa di fiamma vicina a spegnersi, parve raccogliere tutto il suo splendore per iscintillare più vivace. Il patimento l'aveva spruzzata con la rugiada che stilla in cielo dalle palme dei martiri: ella sta tuttavia sopra la terra, ma come un angiolo che apre l'ale per librare il volo al trono di Dio. Beatrice comparve assettata in modo alquanto diverso dalla matrigna: il velo aveva bianco; sopra le spalle un drappo di argento; la vesta di taffettà color di viola; le scarpe alte di velluto bianco con fiocconi, trine, e tacchi cremesini.

—Eccola! Eccola! Come balena corre questa parola di bocca in bocca dai prossimi ai lontani; e, quasi che non serbassero cuore ed occhi tranne per lei, intesero tutti alacremente lo sguardo per contemplarla.

Mosso ch'ella ebbe un piede fuori della porta le andò incontro il Crocifisso della Misericordia a mezzo involto dentro un velo nero lungo e pendente, che, ventilato dal soffio del vento settembrino, pareva una vela gonfia dall'aura propizia alla partenza.

Il Crocifisso le s'inchinò davanti come per salutarla, ed ambe le donne si prostrarono. Beatrice, adorando, con voce alta così parlò:

—Poichè tu vieni a me con le braccia aperte, piacciati, CristoRedentore, ricevermi col medesimo affetto col quale io vengo a te.

Dall'alto della carretta Giacomo e Bernardino avendo veduto la bella innocente, rimorsi nella coscienza per averla costretta a confessarsi colpevole in grazia di salvarli da morte, parendo loro esser causa del supplizio di lei, e sospinti da un medesimo affetto, prima che li potessero impedire precipitarono giù dal carro; e, gittatisile ai piedi, gridando mercede dicevano:

—Perdono, sorella; tu vai innocente, per colpa nostra, alla morte.

Beatrice visto l'osceno scempio delle carni del suo fratello abbrividì, e si sostenne sul braccio del padre cappuccino; ma tosto, ripreso animo, con serena faccia rispose:

—Che cosa ho io da perdonarvi, fratelli miei? Nè la vostra, nè la mia confessione ci manda a morte, bensì la sostanza; e di questo ormai avreste dovuto accorgervi. Di che dunque avrei a perdonarvi io? Forse di avermi fatto abilità di abbandonare per tempo questa macchia piena di fiere col sembiante umano? Ma a me tarda di uscirne. Forse per andarmi colà dove non sono oppressori, nè oppressi? Ma se fosse subito, non mi parrebbe presto abbastanza. Su via, coraggio, Giacomo; ormai possono farti un male grave, ma breve. Chè stiamo noi qui? Affrettiamoci a riparare nel seno del Consolatore, che ci aspetta… alla pace eterna… alla pace.

Pieni di nuovo conforto, che infuse nell'animo loro la mirabile costanza della vergine, risalirono il carro, e imperturbati soffersero il proseguimento della passione.

Beatrice camminava presta e leggiera, come persona cui premesse arrivare in tempo al convegno assegnato; e passando dinanzi alle chiese, che molte le occorsero per istrada, come Santa Maria in Campitelli, San Carlo dei Catenai, Santo Stefano in Pesciaiola, Santa Caterina dei Lotaringi, Santa Lucia della Chiavica, e Santi Gelso e Giuliano in Banchi, si prostrava, e pregava con tante affettuose preghiere, che quelli che la udirono ebbero a dire non avere mai provato in tempo di vita loro una passione al cuore così dolorosa, e desiderarono che Dio li gratificasse in punto di morte a uscire con fede, e giubbilo pari al suo da questa vita.

Uno degl'incappucciati però sembrava ricavare inestimabile fastidio dalle frequenti proteste emesse da Beatrice intorno alla sua innocenza, e col tentennare del capo, e lo storcere della persona irrequieto lo manifestava turpemente. Per ultimo, essendo egli dei confortatori, che procedevano al fianco della Beatrice, spinse la temerità sua fino a sussurrarle dentro le orecchie:

—Ma cui vi avvisate ingannare voi, col chiamarvi con tanta pertinacia innocente? La giustizia umana non poteste deludere: o che pensate riuscire meglio con la divina?

Beatrice sentì nel profondo l'oltraggio; ma ormai non la toccando più cosa terrena, invece di adontarsene, rispose con voce pacata:

—E perchè parlo a Dio, al quale nulla è nascosto, io favello parole di verità.

—Ma voi avete confessato fuori dei tormenti.

—Così mi persuasero a fare per la salute dei miei; e se questa confessione fosse stata causa della mia morte, io avrei a pentirmene come di un peccato grave; ma la nostra morte era stabilita prima del processo. In mano ai giudici fummo consegnati non perchè ci giudicassero, bensì perchè ci ammazzassero; e commetterci addirittura in mano al boia sarieno stati tempo e spese risparmiati.

—No, voi siete colpevole; ed io vi dico che la porta della salute è chiusa per voi, se voi, umiliandovi, non confermatecoram populola vostra confessione.

—Sono questi i conforti co' quali mi consolate? Ricominciano adesso i tormenti del Luciani? La mia salvezza non dipende da voi, nè da qualsivoglia mortale sopra la terra. Tacete.

—Non tacerò. Voi siete rea, voi dovete rendervi in colpa di parricidio…

In questa un vaso di fiori caduto dall'alto, a bella posta o per caso, percosse sopra la spalla dello incappato: il colpo stritolategli le ossa, lo stramazzò a rotolarsi per terra con angosciosi guai. Accorsero i fratelli a rilevarlo, e trattogli il cappuccio, lui riconobbero essere Giovanni Aldobrandino, nepote del papa. I suoi parenti lo avevano mandato confortatore non già, bensì testimone della strage. La strage fu compita, ma egli non la vide.

Dalla via di San Paolino sboccano sopra la piazza del Castello Sant'Angiolo, altramente detto Mole Adriana. I riti funebri dei pagani furono aboliti da Cristo, e non pertanto i suoi sacerdoti continuano a svenare sopra cotesto sepolcro vittime di schiavi, che intendono riscattarsi dalla servitù. Un giorno la vittima sagrificherà il sacerdote, ma rimarrà illeso il Dio.

In mezzo alla piazza sorge il palco, e quivi sopra una panca e un ceppo; sul ceppo una mannaia. I raggi del sole declinante illuminano il ferro forbito, che par di fuoco; gli occhi di quelli che lo guardano ne rimangono feriti. Il popolo denso e stipato ondeggia come campo di biada matura battuto dal vento della canicola: per cotesto moto si comprendeva quello essere il regno delle tempeste, ma in quel momento la procella taceva. Arrivata la processione presso la cappella di San Gelso, dove stava esposto il Venerabile, (stazione ultima dei condannati che qui dentro, adorando, dovevano aspettare di venir tratti di mano in mano al supplizio) ecco cotesta massa di popolo incomincia a infuocarsi, ed a ribollire a mo' di bronzo liquefatto per fondere campana, o cannone; chè gl'istrumenti di morte, o di pietà si compongono dagli uomini col medesimo metallo!—Dall'alto si vedeva la gente fuggire qual da un lato, qual dall'altro, e respinta respingere; sicchè il moto si propagava lontano.

Un pugno di uomini, distinto col pampano al cappello, si avanzava chiuso e taciturno, menando colpi di stile a diritta e a manca. Quanta, e quale si spargesse dintorno la paura, quanto lo scompiglio, e come alte e disperate rimbombassero le grida, non sono cose che le si possano convenientemente con parole significare. Gli scudieri tentavano sospingere i cavalli, ma questi spaventati ricalcitravano: gli sbirri, come coloro che sanno quanto peso di odio si aggravi sopra lo infame loro capo, attendevano a mettersi in salvo. Fratelli della Misericordia, sacerdoti, torcie, Cristo, gonfaloni, ogni cosa a rifascio.

Mastro Alessandro, ritto su la carretta, si teneva sempre sotto mano Giacomo e Bernardino Cènci, come falco che stringa due passeri fra gli artigli. Mirabili gli atteggiamenti ed i segni della passione, così degli uomini come delle donne, dai veroni, dai tetti e dai palchi; pietosissimi i guai della gente sbattuta su la piazza: alcuni calpestati, altri soffocati morirono; donne gravide si sconciarono: parecchi perfino, o per lo spavento, o pel calore del sole che picchiava loro sul capo intensissimo, o per ambedue queste cause, ammattirono. Per arroto al tramestio alcuni palchi, tra per essere abborracciati, tra per andare stracarichi di persone, si fracassarono con orribile rovina; e dei caduti qual si ebbe o gamba, o testa, o braccio rotti, e nessuno rimase senza ammaccatura.

Guido sopra il suo focoso cavallo queste cose vedeva, e sentiva struggersi l'anima dentro nella esitanza del fine. Ecco i suoi compagni procedendo si accostano a Beatrice; ecco l'ultimo ostacolo è remosso: ora la prendono… l'hanno presa, la sollevano, la traggono via. Ella è salva. Il popolo scoppia in immenso grido di gioia; anch'egli fa spalla ai rapitori; e se nei proprii moti non s'invescasse, gli sovverebbe con più fruttuosi conati.

Guido non si potendo padroneggiare stende le braccia, quasi intendesse accertare lo spazio che lui separa dalla sua Beatrice. Come ventura volle, nella smaniosa movenza della persona stretta la gamba destra venne a ferire dello sprone il polledro, che, già da tanto trambusto spaventato, sbuffa feroce; e come se questo non bastasse a concitarlo, allo improvviso davanti a lui si scoscende fragoroso un palco, dove i casi lamentati poco anzi si rinnuovarono. Il polledro allora invaso da rabbia irrefrenabile, sciolto dalle redini, si avventa come fulmine; e rompendo la calca col petto, mordendola e calpestandola, trasporta seco in sua balìa il misero amante.

Malgrado simile infortunio i compagni di Guido avrebbero condotto in salvo la Beatrice, avvegnachè non fossero gente da smarrirsi, e, impadronitisi della prima carrozza fosse loro capitata davanti, avrebbero fatto prova di trasportarla con quella: ma lo intoppo venne da altra parte, essendo stato fatale per Beatrice che lo affetto degli uomini le nuocesse più, e peggio dell'odio.

Il popolo, arricciandosi come l'acqua che rompa nei frangenti, storna impetuoso, rincalzato da una squadra di armati distinti col tassello bianco su la berretta: anche questi dicevano davvero, dacchè menassero fendenti da recidere teste, o punte da traforare parte parte chiunque fosse stato tardo a cansarli.

Beatrice per entro a questo contrasto sembrava navicella in mezzo al mare in burrasca. Ora appariva su l'onda delle teste popolesche, ora spariva, ora avanzava, ora indietreggiava;—un passo alla fuga,—un passo al patibolo.

Il giovane Ubaldini, che dalla staffa della carrozza apparecchiata a ricevere la Beatrice vedeva tutto, conobbe come altri si affaticasse a salvarla, e, per difetto di accordo, invece di aiutarsi s'impedissero, con rovina manifesta della impresa. Atterrito dal pericolo presentissimo, precipitò giù per correre ad ammonire i suoi cessassero di spingere avanti; al contrario voltassero faccia, se non volevano perdere la Beatrice. Ma il dabben giovane tra lo scompiglio, le ferite e le strida non giunse a farsi intendere da tutti; e i pochi che lo intesero non sapendo quello ch'egli volesse, e vedendolo disertato dal suo posto, tennero per disperata la faccenda, ed invilirono nell'animo.

Intanto i cavalieri sgominati prevalendosi del terreno sgombro si raggranellavano, e si stringevano: dietro ad essi anche gli sbirri si riunivano. Ricomposta la squadra, il capitano ordinò la carica; la quale riuscì molto agevolmente, dando dentro a gente scomposta. Il giovane Ubaldini, come lo consiglia amore, si attenta solo a far testa agl'irrompenti cavalli, e ficca fino all'elsa la spada nel collo al primo che gli si para davanti; ma gli altri oltrepassando gli menarono due fendenti, uno dei quali gli spaccò il cranio, e l'altro gli recise la spalla; cosicchè ei cadde in terra per morto. La milizia a piedi serratasi in quadrato, presentava una massa a scompaginarsi impossibile. In questo modo da tergo incalzati, e di faccia respinti, ai compagni di Guido non rimase altro scampo che salvarsi dai lati, la qual cosa essi fecero con incredibile ferocia allorquando conobbero la impresa rovinata. La Beatrice, appunto come la navicella dopo essere stata lungamente sbattuta viene gittata dalla crescente procella a rompere fra gli scogli, dai moti diversi e contrarii dei suoi medesimi salvatori è sospinta ai piedi del patibolo.

Qual cuore fu il suo in mezzo a coteste vicende? Riaperse Beatrice il petto alla speranza? Accarezzò le liete immagini della vita? Le sorrise amore? Le sorrise amore; ma tanto ella non desiderò più la vita. Troppo camino ella aveva percorso verso il sepolcro per tornarsene indietro, e ricominciare da capo; però che tutto quello che aveva detto intorno a questo argomento le fosse uscito proprio dal cuore. Lei oggimai invadeva, non dirò smania, ma desiderio sincero di riposare il suo capo nel seno di Dio: e nonostante questo le sorrise amore, chè anche su l'orlo del sepolcro la creatura umana, in ispecie la donna, si talenta del sapersi amata. Errano poi quando scolpiscono Amore lacrimante sopra la tomba della vergine innamorata: egli vi scende insieme con lei, e vi dimora; avvegnachè anche le nude ossa tremino di amore quando l'amico si volga alla cara defunta con un ricordo, o con un sospiro. Beatrice vide Guido, e gli mandò lontano l'ultimo addio. Guido vide lei, e, malgrado lo spazio, si baciarono col guardo.

Si baciarono! A piè del patibolo, o dopo la estrema unzione, anche una santa può soffrire essere baciata dall'uomo che di lei s'innamorò. Non si registra fra le colpe in cielo il penultimo bacio di amore, purchè l'ultimo sia quello della morte. Anche Michelangiolo baciò Vittoria Colonna mentr'ella spirava. Questi affetti non possono comprendersi dai vulgari, bensì da menti use a disvelarsi nel raggio della divinità; da anime, che nascendo abbiano sortito intelletto di amore. E Beatrice, come se fosse presente, come se gli tenesse le dita fra i ricci delle chiome bionde, in armonia di musica favella al suo amatore queste parole:

—Ah! Guido, amor mio, sta lieto; Dio non vorrà tenerti a tribolare quaggiù. Guido, piangi… pentiti; ogni lacrima ti darà una penna per salire al sommo Bene: non si vola al cielo che con ale di dolore.

Il Padre Angelico stava atterrito; e maledicendo allo spirito maligno che suscitava in lei cotesti pensieri terrestri, la chiamava fortemente a nome, e la scongiurava di tenere lo intelletto intero appuntato in Dio.

—Beatrice sgombra dall'anima ogni ardore, che non sia celeste. Non ti voltare addietro sopra la soglia della Eternità a contemplare la vita.

E Beatrice, sorridendo:

—Padre, gli rispondeva, io sono una povera femmina peccatrice, e voi santo maestro di divinità; e tuttavolta io vi assicuro, che non commetto peccato pensando al mio amore. Io aspiro a nozze spirituali; il mio desiderio si volge al connubio delle anime. Io sposerò il mio Guido in paradiso; fra le braccia del nostro Creatore ci abbracceremo. Amore è Dio, e Dio è Amore…

Il buon cappuccino non andava gran fatto persuaso di quella maniera di teologia, ma conosceva non esser tempo, nè luogo cotesti per disputare; onde si contentò ammonirla:

—Figlia… ecco il vostro sposo Gesù… in questo affissatevi… questo con tutta l'anima baciate…

—Oh! sì, con tutta l'anima, perocchè egli fosse tutto amore per noi.

E così i condannati si raccoglievano dentro la cappella. Passato il tempo che concedevasi all'adorazione del Sacramento, onde per loro potessero conseguirsi le indulgenze a larga mano prodigate dal pontefice, la Misericordia col Crocifisso parato a lutto venne per Bernardino. Il povero fanciullo andò più morto che vivo; e quando, giunto a piè della scala, gli comandarono che salisse.

—Oh Dio! Oh Dio!—esclamò affannoso—di quante morti ho io da morire? Due volte mi avete promesso la vita, e due volte mi tradite. Ahimè, che strazio è questo?

Nè le parole valsero a persuaderlo del contrario, ch'egli si tenne spacciato: e giunto che fu in cima al palco, alla vista della mannaia deposta sul ceppo gli si drizzarono i capelli.

Allora svenne la seconda volta.

I fratelli della Misericordia gli furono attorno con acque stillate per farlo risensare, e tornato in se lo accomodarono accanto al ceppo, assicurandolo ch'egli non doveva morire; soltanto starsi a contemplare il supplizio dei suoi!

La Misericordia, con le solite cerimonie, andò per la Lucrezia Petroni. La piissima gentildonna considerando Beatrice assorta nella sua meditazione si levò pian piano, e giunse quasi fino alla porta senza che la figliastra si accorgesse della sua partenza. Allora però Beatrice levati gli occhi, non la vide più; per la qual cosa le venne fatto esclamare:

—Ah! signora madre, perchè mi avete voi abbandonato?

Lucrezia, circondata dai fratelli della Misericordia che le celavano la vista della fanciulla, nel varcare la soglia della cappella rispose alla pietosa domanda:

—Non ti abbandono, no. Io ti precedo a mostrarti la via.

Lucrezia, come colei che di persona era grave, male riusciva a salire la scala; però che le ordinarono, e non si comprende la causa, lasciasse le pianelle a piè del palco, e così ella fece: poi si erpicò come poteva, ed alla fine, quantunque a stento, giunse sul ripiano del palco. Il carnefice allora le tolse il velo di capo, e il panno dalle spalle. La donna nel vedersi così nuda il petto alla presenza del popolo, diventò per verecondia vermiglia fino alla radice dei capelli. Fissò la mannaia, tremò, e con molte lacrime disse:

—Signore, abbiate pietà dell'anima mia, che ora viene al giudizio;—e voltatasi al popolo, continuò: «E voi, fratelli, pregate tutti Dio per me».

Poi domandò al boia quello ch'ella dovesse fare, ed egli le rispose s'ingegnasse accomodarsi a cavalcare la tavola del ceppo, e vi si stendesse sopra bocconi. Lucrezia pudibonda esitò alquanto a traversare con la gamba la tavola; pure alla fine vi si adattò: più doloroso intoppo rinvenne nello assettarsi col capo, avvegnachè la tavola fosse angusta ed aspra, onde le mammelle nello agitarsi le uscirono fuori della cappa, e le si stiacciarono con molta sua angoscia.

—Oh! quanto è duro accomodarsi qui sopra!

E queste furono le parole estreme di lei. Bernardino si coperse gli occhi col tabarro rosso. Un colpo sordo fece rintronare il palco, e traballare il fanciullo. La testa della Lucrezia era recisa. Il carnefice con una mano la strinse pei capelli, con l'altra sottopose al collo tagliato una spugna; e così mostratala al popolo, gridò:

—Questa è la testa di donna Lucrezia Petroni Cènci…

Quel corpo rimase immobile; non così il capo, che aperse e chiuse gli occhi più volte, e più volte, torcendo i muscoli della bocca, borbottò interrotte parole. Mastro Alessandro ravviluppato il capo dentro il velo nero, calò mediante una corda a piè del palco, il capo e il corpo. I fratelli della Misericordia ricomposero le membra nel cataletto, e le portarono a San Gelso finchè la giustizia avesse compimento.

La opera ferve. Il carnefice e i suoi valletti forbiscono le tavole dal sangue; assestano gli arnesi; la mannaia si chiama pronta, e il braccio disposto a tagliare.

I fratelli s'incamminano alla volta di Beatrice: appena ella li vide domandò loro:

—La signora madre è morta bene?

—Ha fatto buona morte; ed ora, le risposero, ella vi attende in cielo.

—E così sia.

Allorchè rivide il Crocifisso della Confraternita proferì soavissimamente queste parole, raccolte, e con religione tramandateci da cui le ascoltò:

—«Mio buon Gesù! se tu versasti il tuo sangue preziosissimo per la salute del genere umano, confido che anche una goccia sarà stata per me. Se tu, innocentissimo, fosti con tanti oltraggi vituperato, e con tanti tormenti morto, perchè ho a dolermi di morire io che sì lungamente ti offesi? Aprimi, per la tua infinita bontà, le porte del cielo, o almeno mi manda in luogo di salvazione».

Un valletto del boia si accosta alla gentildonzella per legarle le mani dopo le spalle; ma ella, dando indietro di un passo, gli disse:

—Non fa mestieri.

Ammonita che patisse anche quell'ultima umiliazione, con lieto animo rispose:

—Orsù, dunque, lega questo mio corpo alla corruzione; ma affrettati a sciogliere l'anima alla immortalità.

Uscita all'aria aperta trovò su la porta sette vergini vestite di bianco, che l'aspettavano per accompagnarla. Queste nessuno inviò. Udendo come Beatrice avesse testato tutta la sua dote in favore delle figlie del popolo romano, esse eransi mosse spontanee a darle questa prova estrema di gratitudine. Volevano licenziarle, ma non vollero intendere, e si ostinarono a seguirla. Allora un banditore trasse di tasca una carta, e lesse a voce alta:

—Per parte dello illustrissimo monsignore Ferdinando Taverna governatore di Roma:—Saranno applicati tre tratti di corda, senza pregiudizio delle altre pene ad arbitrio, a chiunque, sia con parole sia con fatti, si attentasse a mettere impedimento alla gran giustizia, che si fa della scelleratissima casa Cènci.

E perchè mai fino a quel punto i banditori non avevano avuto voce, ed eransi tenuti nascosti? Ranocchie maligne, non sanno gracidare se non quando il cielo è tranquillo, ed ogni cosa dintorno cade sepolta nel silenzio.

E le fanciulle, udita la grida, stettero più salde di prima, osservando:

—Noi non veniamo a impedire, bensì a consolare; se avremo peccato ci puniranno.

—Deh! non togliete a me nè a loro questa dolente dolcezza,—disse interponendosi Beatrice; e i fratelli della Misericordia tolsero sopra di loro il pericolo del concederglielo.

Tutti insieme si avviano. Beatrice intuona con voce sonora le litanie della Beata Vergine, e le fanciulle seguaci le vanno rispondendo molto devotamente:Ora pro nobis.

Eccola sul palco. Senza viltà come senza jattanza ella si volge alle vergini, le bacia in volto, e poi così favella:

—Sorelle! della carità vostra vi renda Dio quel rimerito, che per me non si può. Io vi lasciai la mia dota, ma ciò non vale il pregio che mi diciate grazie; perchè, vedete, alle nozze a cui vado, lo Sposo si contenta di un cuore contrito ed umiliato. Io vorrei lasciarvi gli anni che avrei dovuto vivere, per aggiuntarli ai vostri; e meglio le contentezze che avrei dovuto godere. Sia per voi lo amore fonte di gioie, come a me lo fu pur troppo di affanni senza fine amari! Voi diventerete madri: amate i vostri figli, e questi sieno la corona della vostra vita. Raccomandovi la mia memoria: serbatela cara; e quando taluno vi domanderà di me, ditegli con fronte secura: Beatrice Cènci morì innocente… innocente per quello onnipotente Dio, al cospetto del quale sto per comparire; non immune certo dal peccato, perchè davanti al Signore chi senza colpa? Ma del delitto pel quale vengo sospinta a morte, innocentissima. Giudici mi condannarono. Storici scriveranno del misfatto appostomi come di cosa dubbia; ma vostra mercè si manterrà incancellabile nella mente del popolo il ricordo della mia innocenza. Quando la ingiustizia avrà consumato il suo regno, ch'è breve, la pietà eterna forbirà la nota d'ignominia stesa sopra il mio nome, ed io sarò il sospiro di quante vivranno in questa terra vergini belle, ed infelici. Addio.


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