—E tuttavolta nel mondo governa qualche cosa più potente della logica, ed è la convenienza. Io non ricorderò, Eminentissimo, per quanti favori mi chiami legato alla sacra persona di Sua Santità ed alla vostra, nè con quanto zelo io abbia studiato sempre, e studii promuovere, secondo le mie deboli forze, la esaltazione della vostra casa nobilissima: in ciò io adempio un dovere di gratitudine, e basta. Queste cose poi mi piacque toccare brevemente, onde la Eminenza vostra si persuada, che se potrà trovare di leggieri un consiglio più autorevole del mio, non potrà con altrettanta agevolezza trovarne un altro del pari devoto. Or dunque io vo' che sappiate, Eminenza, correre da parecchi giorni qui in Roma una voce, e crescere quotidianamente, la quale dice impossibile cosa essere che Bernardino, giovanetto dodicenne e d'indole mansueta, al parricidio partecipasse; molto meno la fanciulla (e questo non era vero, anzi era vero il contrario) a cui procacciano compassione la fama della sua bellezza, che dicono possedere portentosa, e del valore col quale sostenne i più rigidi esperimenti della giustizia. La calunnia sussurra sommessa di orecchio in orecchio volersi tutti i Cènci avviluppati in una medesima accusa, e per conseguenza nella medesima condanna, perchè s'insidiano gli averi di cotesta cospicua famiglia: ancora fra i nobili reca amarezza inestimabile vedere minacciata di completa distruzione una inclita prosapia, che affermano derivata dai vetustissimi Romani. Adesso io credo, e meco, Eminenza, hanno creduto molti, che per torre via ogni pretesto alla maldicenza importi largheggiare in concessioni di difese, di consigli, di tutti, insomma, i sussidii forensi agl'imputati. E di vero, udite un po' che cosa si attenti vociare la calunnia. Ella vocia: o come volete voi che possa schermirsi da volpi vecchie del foro un bambino? Come una giovanetta inesperta? Atterriti da minacce, circondati da seduzioni…
Il cardinale Cinzio sentiva a quel dire gonfiarglisi il cuore; ma fino a quel punto, uso com'era a dominare gl'impeti del suo carattere, ed a dissimulare, veniva assentendo piacevole in vista allo Avvocato, ed anche talora gli sorrideva: inoltre la timidità, che rende i sacerdoti spietati, gli fa eziandio irresoluti; onde chiunque sappia valersi con accorgimento di questo loro vizio, può contare di riuscire almeno per tutto il tempo che la paura dura. Qui poi non potè reggersi da esclamare con ira male repressa:
—E come ardite voi sospettare questi orrori?
—Eh! non sono io, Eminenza, che sospetto; ella è la calunnia, la quale non si arresta qui; ma va aggiungendo, che le confessioni spremute dal torchio di torture atrocissime non si devono attendere; e ch'era più breve farli tutti sparire, notte tempo, per entro ad un trabocchetto.
Il Cardinale, per contenersi, masticava della carta; sennonchè sopra gli angoli estremi della bocca, comparivano alcune bolle bianche di bava maligna. Il Farinaccio, che astutissimo uomo era, conoscendo avere percosso il colpo più forte, pensò adesso a blandire il porporato. In simile intento, aggiungeva:
—Io ci patisco, Eminenza, propriamente ci patisco nell'udir levare i pezzi della reputazione altrui, e della scienza; dacchè io nei miei volumi abbia salutato, come davvero ella è, la tortura regina delle prove: nè qui sarei venuto, laddove io non conoscessi il modo col quale il fatto atroce successe, e non mi augurassi cavarne dalla bocca degli accusati la confessione ingenua, che, come confonderà la calunnia, così porgerà al Beatissimo Padre argomento di fare viepiù rifulgere quella sua innata clemenza, di cui ha empito il mondo con tanti e tanti fulgidissimi raggi…
—E vi augurate davvero farli confessare?—interrogò il Cardinale ridivenuto sereno.
—Lo spero.
—Tutti?
—Tutti…
—Voi, signor Prospero, assumete troppo ardua soma per le vostre spalle; almeno lo temo, perocchè in costoro si manifesti pervicacia pari alla scelleraggine: e voi intendete che le porte della misericordia potranno aprirsi alla supplice preghiera del pentito, non già al superbo bussare dell'ostinato. D'altronde il processo contiene tanta copia di prove, da vincere i dubbii dello stesso Pirrone. Noi (e qui gli occhi gli dardeggiarono veleno) noi non siamo usi a curare i clamori del volgo. Da quando in qua l'aquila ha temuto la vipera? L'aquila ghermisce negli artigli la vipera e la trasporta nelle nuvole, per isbatterla poi contro le pietre. Stanno in potestà nostra arnesi capaci di scorciare le lingue, ed impedire che un labbro si congiunga all'altro labbro:—noi possediamo, e voi lo sapete, signor Avvocato, istrumenti onde quelle parole della santa scrittura, che dicono «avranno occhi e non vedranno, avranno orecchi e non ascolteranno» ricevano litterale applicazione; e noi gli sappiamo adoperare.
—Oh! quanto a questo l'ho fatto avvertire ancora io, si affrettò di rispondere l'Avvocato, che, incominciando a temere di essersi spinto un po' troppo, pensava al mezzo di operare una ritirata onorevole; anzi chiamato, Dio sa da qual parte, un certo risolino, e appuntatolo con li spilli sopra le labbra, continuò:—e non pensate che io mi sia rimasto da farlo capire come merita; però, mosso dalla cognizione dell'alta magnanimità e dello egregio giudizio vostro, io tutto deliberai di significarvi apertamente onde si facciano di quieto, senza strepiti, senza scandalo e pel meglio quelle provvisioni, che pareranno più acconce ai desiderii ed alla giustizia di vostra signoria eminentissima. Per cui a tutti quelli che si mostravano peritosi di venire a informare vostra Eminenza degli umori di questi cervelli romani, io non rifiniva mai di predicare: «O che temete? Voi non conoscete, ignoranti, quanta bontà si annidi nell'ottimo cuore del Cardinale di San Giorgio; quanto lo amor suo; quanto lo zelo per tutto ciò ch'è convenevole e decoroso alla santa sede cattolica, ed alla dignità della sua inclita casata. E confermando col fatto le parole, mi sono risoluto di tenervene proposito io stesso; là onde ora non mi rimane che a supplicare ossequiosamente la umanità vostra a prendere in buona parte questo mio procedimento; ed attendendo meglio allo spirito che me le ha fatte dire, che alle parole com'elle suonano, condonarmi quelle, che, contro la intenzione mia, avessero per avventura potuto sembrarvi libere di soverchio, e temerarie.
Al Cardinale parve, come invero egli era, stranissimo il contegno del Farinaccio: distinguerne le cause interne non sapeva; ed uso a malignare sopra il bene manifesto, pensate un po' s'ei mulinasse su quel garbuglio misterioso. Non assentì pertanto al Farinaccio, nè lo respinse: prese tempo a pensarvi su, e gli somministrò naturalissima scusa allo indugio il pretesto di doverne conferire insieme a Sua Santità.—Si accomiatarono pertanto l'uno dall'altro piuttosto soddisfatti, che no; il Farinaccio perchè sperava riuscire nel suo intento di favellare agli accusati, consigliarli, e dirigerli nelle difese: il Cardinale perchè contava conseguire, ad intuito del Farinaccio, la confessione dei prevenuti, ed ovviare così ai sospetti, ch'egli sentiva meritarsi pur troppo. Ambedue si accorgevano che il giuoco loro correva tra galeotto e marinaro; ambedue sentivano che s'ingannavano a vicenda; e nondimeno conoscevano essere l'uno necessario all'altro pel compimento degli scambievoli disegni.
———
Farinaccio allo svoltare della via aperse lo sportello di una carrozza, che stava lì ferma ad aspettarlo; e volgendo il discorso a qualcheduno seduto dentro, favellò:
—Eminentissimi, il disegno s'incammina a bene. Ora non perdete tempo un minuto, ed andatevene ad abbattere l'arbore che tentenna. La paura lo tiene pei capelli; se lo lascia, non lo ripeschiamo più di qui a mille anni.
In questo modo ragionando il Farinaccio indovinava ad un punto, e sbagliava: indovinava, che la paura dominasse l'anima del Cardinale nepote; sbagliava, che questa lo rendesse più mite per gli accusati; imperciocchè avendo mestieri della confessione loro per procedere con franco piede e capo alto alla truce conchiusione del suo disegno, e pel colloquio tenuto col Luciani essendo oggimai disperato di poterla ottenere per via di tormenti, strinse il Farinaccio come una leva per muovere quel masso che gli si parava davanti al cammino. Credersi più scaltro che altrui è lo scoglio dentro al quale per ordinario rompono gli astuti; onde a ragione il proverbio c'insegna, che in pellicceria vanno più pelli di volpe che di asino.
Prima però di continuare il mio racconto mi è forza spendere alquante parole intorno a Prospero Farinaccio, che sta per essere tanta parte nella catastrofe di questa storia, e dire chi egli si fosse, e quali cagioni lo muovessero a zelare così le difese dei Cènci.
Prospero Farinaccio nacque di stirpe popolesca; ma non tanto sprovveduta dei beni della fortuna, che ai suoi genitori venisse tolta la facultà di farlo educare nelle discipline liberali: ed in fatti mandato allo Studio di Padova attese ad imparare diritto, dove riuscì valentissimo. Tornato in patria presto si fece conoscere eletto ingegno, ed ottenne facilmente la fama di precipuo fra gli avvocati della Curia Romana. Invero egli possedeva in copia dottrina (che scienza quella degli avvocati d'allora io non vorrei chiamare), ed aveva raccolto abbondantissimi materiali che gli valsero poi a fabbricare ben tredici grossi volumi, i quali anche ai giorni nostri noi vediamo schierati nelle scansìe dei forensi, quasi leghe quivi dentro ammucchiate per costruirne le casematte di sofisma, e di errore delle loro biblioteche. Nei libri del Farinaccio, del Mantica, del Menochio e di altri siffatti scrittori, che gli furono contemporanei; peggio in coloro che lo precederono; niente meglio negli altri che lo seguitarono, invano cerchiamo spirito di retta filosofia. Non sentenza, non, dirò quasi, parola occorre scritta, che non venga sostenuta dalla testimonianza d'infiniti altri dottori, che la medesima cosa, e con le medesime frasi affermino: per modo che, ravviluppata con tante fasce, impiastrata con tanti cerotti addosso, quella ch'essi espongono o non ti par ragione, o parti ragione malata; anzi in agonìa. Talora in mezzo a questi salvatici scritti ti capitano citazioni greche o latine degli scrittori magni, le quali pare che stupiscano di trovarsi là dentro, come succede ad un galantuomo, preso per isbaglio, di vedersi in prigione fra una geldra di furfanti. Un meccanismo tutto materiale ha presieduto alla compilazione di coteste opere; e sovente tu vedi posta a capo del capitolo, o conclusione, o glossa, od altro simile spartimento del lavoro una sentenza assoluta, dopo la quale vengono schierate come manipoli in battaglia le tante dichiarazioni, e di tanto diverso concetto, che invece di chiarirti il pensiero gli calano di mano in mano una benda su gli occhi, e gli fanno buio: nè basta ancora; ecco succedere le ampliazioni, le quali tirano coi denti il primo pensiero a conseguenze così sperticatamente disparate, che ogni memoria del punto donde hai preso le mosse va perduta. Come se poi tutto questo fosse poco, esaurite le ampliazioni incominciano ad attelarsi in ordinanza le limitazioni, di cui lo scopo consiste nel restringere il principio annunziato in tanta angustia di termini, che oggimai tu ignori qual via tu debba tenere, o a qual partito appigliarti. Ogni raziocinio è posto in bando: autorità fa legge; sintesi e dogma ti battono alterni colpi sopra il cranio come due fabbri il martello su la incudine. Interrogato un giureconsulto, qual differenza corresse fra legato e fideicommesso, rispondeva: che in quanto a se ei non la sapeva discernere, ma che ci doveva essere; avvegnadio se non ci fosse stata lo Imperatore non avria distinto un atto col nome di legato, e l'altro con quello di fideicommesso! La intelligenza umana intisichita per difetto di luce, si sgomenta e si accascia sul pavimento, rassegnata a cucciare sopra la paglia: pervertito così il senso del retto, il torto e la ragione compaiono accidentalità della forza o della frode, secondochè trionfano o perdono; e il santo ministero della giustizia e della difesa diventa un palio di Siena, dove, purchè prima si giunga, anche le nerbate a traverso la faccia contano. Mentre un curiale con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di una lucerna sfoglia uno scrittore in traccia dell'autorità che valga a sostenere il suo assunto, e la trova; il suo avversario curiale con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di lucerna va squadernando il medesimo scrittore in traccia della dottrina contraria, e la trova. Corre nel fòro un dettato che ammonisce, i dottori aver detto tutto; ed è vero: ma in sofisma, e in errore; e se avessero detto meno, beati gli uomini!—In paragone a questo rovinare giù a scavezzacollo del nostro intelletto, navigare senza bussola egli era andare a nozze; conciossiachè senza bussola si arrivasse tentoni, ma alla fine si arrivasse, e qualche stella schiariva quasi sempre il cammino;—qui poi si precipita irrimediabilmente in perdizione. Il contagio dello intelletto con lieve passaggio si attacca al cuore; la coscienza del forense diventa atea, e lo studio del diritto si converte in istudio di torturare, e, potendo, strangolare il diritto; in trovare puntelli alla tirannide, in cucire al dispotismo una gonnella da prete per farlo comparire galantuomo nella processione delCorpus Domini. Ai giorni nostri l'avvocheria va a poco a poco, e, come dicevano i latini,guttatim, riacquistando la pristina dignità; però rimangono anche troppi curiali che si rotolano nel fango come in un letto di parata, e togati sofismi si divorano il mondo peggio delle cavallette di Moisè. Carattere eterno del vero e del bello noi dobbiamo estimare la semplicità e rammentarci che la verità incede nuda: badi la eloquenza pertanto, e badi bene, di non avvilupparla in mantelloni alla Bernini: a lei basta il velo, che un giorno Socrate scultore ricingeva intorno alle Grazie. La digressione, a vero dire, si produceva più oltre ch'io non pensava; ma oggimai è fatta, e a cancellarla l'animo non mi basta: la conchiuderò affermando in coscienza, che colui il quale si avvisasse di fare della massima parte del libri forensi un falò in onore della ragione umana, si meriterebbe il nome diOmardella civiltà[1].
Il Farinaccio dunque non era uomo da paragonarsi a Francesco Bacone da Verulamio suo coetaneo; tutt'altro: però come perito nella dottrina forense lui salutavano principalissimo a quei tempi. Irrequieto e insistente, spesso a forza d'industria egli seppe condurre a buon fine difese ritenute disperate; e ciò gli fruttava amplissima fama di sapere da quei medesimi giudici i quali avevano ceduto piuttosto alla importunità, che alla persuasione sua, e questo s'intende; però che volessero confessarsi vinti dalla scienza, non già dal fastidio. La vitalità, che in lui sovrabbondava, non gli facendo rinvenire nello esercizio della sua professione fatica sufficiente a stancarlo, nè i tempi concedendo vacare a pubblici negozii, egli si diede in balia della crapula e della lussuria…
Il suo temperamento in questo gli valse per modo, che consumata talora la intera notte nelle lascivie e nel giuoco, la mattina poi si mostrò pronto, e disposto al travaglio più che mai fosse stato. Con tanta foga si abbrivò nel mare dei vizii, che percorso in breve tutto quel tratto ch'è dominio del peccato, giunse là dove incominciano i confini del delitto; e corre fama eziandio ch'ei li varcasse; ma per virtù d'ingegno, ed in grazia delle protezioni che coltivava potentissime in Corte di Roma, gli riuscì sempre a cavarla netta. Clemente VIII, legale anch'egli, e che per avere appreso diritto a Roma, a Bologna e in Salamanca si reputava una cima, lo aveva avuto in grandissima, pratica mentr'era auditore di Ruota, e sovente diceva di lui: egli è un tristo sacco, pieno di buona farina. Come facile a donare, il Farinaccio si mostrava anche facile a prendere: costumava creare debiti più che poteva, un po' per bisogno, e molto più per genio; dacchè estimando poco i vincoli dell'amicizia, e quelli della parentela ignorando, soleva dire che il più saldo legame, il quale, secondo lui, tenesse uniti insieme gli uomini era il debito, concorrendo tre funi a formarne il nodo: la benevolenza del creditore pel debitore, la speranza di ricavarne un grosso interesse, e la paura di perdere frutto, e capitale; per la qual cosa egli teneva per fermo, che anche alla spada di Alessandro Magno sariasi torto il filo, se si fosse provata a tagliarlo. E nonostante ciò, sotto quel cumulo di vizii si trovava rannicchiato un ottimo cuore propensissimo ad atti generosi, purchè brevi, e di sagrifizii, a patto che non lo stogliessero di soverchio alle sue passioni dominanti. Pronto a sdegnarsi e del pari sollecito a placarsi, passava dal pianto al riso, e sopra tutto oblioso di qualsivoglia più lugubre caso; avvantaggiandosi con lo esempio del re David, che digiunò e pregò finchè il figlio avuto da Bersabea stette infermo, e morto poi si levò dal pavimento, bevve e mangiò dicendo: «Salute ai vivi, e buon viaggio ai morti!»
Ora vuolsi sapere come sul declinare del mese di agosto, certa mattina un carbonaro, fasciando alla porta dello studio dello avvocato quattro muli carichi di balle di carbone, entrasse arditamente nell'anticamera con ambe le mani nelle tasche delle brache, e il cappello piegato sopra un orecchio in sembianza di duca. Gli scrivani, vedutolo con la coda dell'occhio, non si mossero, e continuarono a scrivere senza mai levare il capo di sopra la carta.
—Oe! Ci è l'avvocato?
—Qui no… a casa forse…
—Io vi domando se sia qui, non a casa.
—E se ci fosse! O che volete che compri carbone nello studio? Ditemi, sareste di quelli che credono che si arrostiscano i clienti?
—Dio me ne guardi! Solo ho inteso dire, che qualchevolta si spellino. Ma ciò non monta;—districhino la lite San Lorenzo e San Bartolommeo fra loro; io non vo' vendere carbone al signor avvocato, bensì ho da parlargli di un mio negoziuccio…
—Voi!… propriamente voi?
—Io… propriamente… io. O che ci è egli di strano? Si parla alPapa che ha gli orecchi nei piedi, e non potremo parlare all'avvocatoProspero Farinaccio che li porterà, io mi figuro, attaccati allatesta?
—Ma lo sapete voi chi sia il clarissimo signore avvocato Farinaccio?
—Sicuro eh! che lo so. Egli è un uomo come me: sarebbe forse nato dal Colosso del Montecavallo, o si vanterebbe cugino del re Porsenna? Su, via, andate ad annunziarmi, ch'io so che è in istudio.
—O il nuovo pesce, ch'è capitato stamattina!, mormorò sommesso il primo scrivano, e poi a voce alta soggiunse: «ci ha gente».
—Aspetteremo—
Rispose il carbonaro; e senza un rispetto al mondo si pose a passeggiare villanamente di su e di giù per la stanza, con insopportabile fastidio dei copisti; i quali un po' per la stizza, un po' per lo inusitato schiamazzo sbagliando sovente, lo mandavano allo inferno, sotto voce però; chè la sembianza traversa, e le membra gagliarde li persuadevano a procedere con precauzione. Di tratto in tratto, giusta il costume dei codardi insolenti, si sfogavano alternando motteggi e scherni.
—Il passo degli allocchi è anticipato questo anno.
—Vello com'egli è tondo; e' pare che abbia l'aria di aver beccato più miglio che ginepro.
—Fa' di farti cucire le fodere nuove alle tasche, per sospetto che non te le sfondi la mancia.
—Avvertirò il sere di aggiuntare due lenzuola insieme, per farne un sacco capace a contenere li danari a conto.
Extra jocum: parente del diavolo ha da essere, tanto egli è nero; e sento dire che il diavolo sia più ricco di Papa Sisto, che mise dieci milioni di oro in castello[2].
—E se pagasse con una cambiale sopra lo inferno, toccherebbe aTegolino andarla a riscuotere.
—Però tu sei in colpa, e come primo scrivano la sconterai.
—Qual colpa?
—Di non avere steso gli arazzi, onde il messere non si conci il calzare di velluto.
E così continuavano l'alternare di epigrammi, che pareano fuochi artifiziali. Il carbonaro non si dava per inteso di nulla, e non ismetteva il suo moto ondulatorio, nè il fischiare, nè il canto. In questa un giovanetto, vero servo dei servi di Dio, nudrito con le briciole dei bricioli caduti dalla mensa dell'avvocato, alimento dei copisti, si levò dal banco, e presa una sedia la offerse al carbonaro, quasi in isconto dei peccati dei suoi colleghi.
Il carbonaro accettò la sedia, e poi guardò fisso negli occhi il giovanetto, come se volesse iscrutare la causa che lo muoveva a mostrarsi, fra tanti villani, cortese, e non potè distinguervi altro che naturale benevolenza; avvegnadio i clienti costumassero rado donare, o, se donavano, altri denti stavano apparecchiati ad azzannare: sicchè il giovanetto faceva quel buono ufficio come il povero usa col povero, senza speranza, ma con carità. E questo sia detto contro la opinione dei moralisti, i quali pretendono che l'uomo, onde possa reputarsi perfetto, abbia ad essere ornato di tutte le virtù corporali e spirituali; mentre io ho provato, che anche qui il soverchio rompe il coperchio; e quando le sono troppe, una aduggia l'altra come le rame in arbore frondoso.
Il carbonaro, atteso ch'egli ebbe lungo spazio di tempo, si accorse di essere stato ingannato, e che il Farinaccio per quel momento dimorava fuori di studio; per la qual cosa alzatosi pianamente si accosta allo scrivano, cui, come attempato, incombeva l'obbligo di avere più giudizio degli altri; e strettagli forte la punta dell'orecchio, gli dice:
—Compare! Tu mi hai giuntato: pazienza! Bada, che come so ricompensare un buono ufficio, così mi basta l'animo di vendicarmi di una ingiuria anche dietro l'altare di San Pietro. A rivederci a domani…
E vedendo lo scrivano come basito delle parole altere, e più dell'atto, si affrettò, quasi per rimedio, di aggiungere: «tu mi hai fatto perdere la occasione di vendere le mie some di carbone»; e mosse per andarsene; sennonchè passato davanti al giovanetto, parve tentennasse a volere, e disvolere una cosa; la mano gli corse su l'orlo della tasca, poi la ritrasse a poco a poco, finalmente ve la cacciò risoluto, e trattane fuori una moneta, la porse al fanciullo dicendo:
—To', portala a mamma;—ed uscì.
—Tegolino, urlarono gli scrivani, tienti stretto il tesoro: vuoi tu diventare duca? Da' voce di comprare Benevento: vuoi tu che io ne dica una parola al Papa? Il palazzo Farnese per magione ti basta? Se no, tu ci farai la giunta come Sisto al Vaticano… Vediamo un po' quanto ti ha dato il carbonaro.
E il fanciullo, aperta alcun poco la mano, guardando la moneta rispondeva:
—Non so, io non ne ho mai viste; di rame non è, come i baiocchi che mi date voi altri; lustra… ed è gialla.
—Sarà un brincolo… vediamo… Per gli apostoli Pietro e Paolo, e gli altri dieci di seguito! ella è una doppia… proprio una doppia di oro! Senza fallo il carbonaro ha da essere un monetaro falso…
Ma uno scrivano meglio scaltrito degli altri, guardata prima ben bene la moneta, mormorò sotto voce all'altro, che la teneva in mano:
—Così tu avessi buona l'anima, com'è buona cotesta moneta! Ma sostieni tuttavia ch'ella è falsa, e che bisogna farne rapporto al bargello: in tal guisa la caviamo di mano a Tegolino, e poi ce la goderemo.
—Questa moneta, non ci ha rimedio, è falsa falsissima, prese a gridare l'altro; e ci toccherà a farne una specificazione, come qualmente un monetaro falso l'abbia donata a Tegolino, depositandola in mano del bargello del rione perchè non ci caschi su le spalle qualche grosso malanno. Misericordia! Moneta falsa! Niente di meno che forca e squarto a cui fosse trovata addosso;-e se la mise in tasca.
Ma a Tegolino garbava poco, anzi punto, cotesto tramestìo; e rivoleva la moneta perchè fosse stata donata a lui, e perchè intendeva portarla alla mamma onde se ne comprasse una gonnella, chè la povera donna si peritava a uscire di casa con quella che aveva addosso logora, e rattoppata. Fiato perduto! Gli altri per preci non dimordevano, e per di più lo straziavano con i motteggi; sicchè il fanciullo prese a piangere ed a strillare per modo, da muovere a rumore tutto il vicinato.
In questa ecco apparire sopra la soglia dello studio, sdegnoso in vista, un personaggio abbigliato da prete, di cui l'aspetto però sembrava in guerra aperta col suo vestito: alto era e robusto, alquanto calvo sul sommo del capo, ma circondato da uno orecchio all'altro di capelli neri a zazzera; neri, folti, e dritti aveva i sopraccigli, allora aggrottati; una ruga sorgendo perpendicolare dalla radice del naso s'inoltrava per mezzo della fronte; l'occhio di pupilla vivissima, e verdastra; le narici mobili le labbra tumide e accese in bel vermiglio; le guance, tinte ordinariamente in isciamito, ora per collera avvampanti di fiamma.
—Che scandalo è questo?—tuono con voce di rimprovero.
Gli scrivani, come i ranocchi se odano cosa onde abbiano paura cessano il gracidare importuno, e tuffansi nell'acqua paludosa, chinato il capo non fiatavano verbo. Tegolino si rannicchiava presso le gambe dell'avvocato Farinaccio, in quella guisa che i pittori sogliono dipingere l'aquila ai piedi di Giove. Ma il Farinaccio, per nulla placato dalla subita sommessione di costoro, interrogò Tegolino della causa del trambusto, ed egli ingenuo gliela espose; aggiungendo che rivoleva la moneta per portarla a mamma, che difettava di veste da comparire alla messa.
—E per qual causa voi altri avete involata la moneta a questo ragazzo?
La domanda era volta agli scrivani; ma dimorando a parlare, Tegolino rispose per loro:
—Perchè prima dicevano ch'ella era falsa; e poi sottovoce avvertì Luparino, che sarebbe stato meglio comprarne tanto vino di Orvieto, e berselo in compagnia.
Prospero consentendo alla sua piacevole natura, mutata di subito la collera in riso, riprese:
—Su, presto, rendete a Cesare quello ch'è di Cesare, voglio dire la doppia a Tegolino; e per bere, a voi altri, ecco un papetto; chè ne avanza anche per le spugne vostre dilettissime sorelle in vino. Però, notatelo bene una volta per sempre; io intendo, e voglio che sieno accolti co' medesimi rispetti così poveri come ricchi, i nobili come i popolani: io nacqui ignobile, e non sono ricco; ricordatevene: e di questo ricordatevi ancora. che sono state fatte troppo più belle e magnifiche cose co' baiocchi del popolo, che con i ducati dei baroni.
E così favellando entrò nell'altra stanza. Il giorno successivo il carbonaio si presentò alla medesima ora, e venne con isquisita urbanità accolto dagli scrivani, mossi dai due supremi motori dell'anima umana, la speranza e la paura: però al carbonaio non parve che fosse uscita la stizza di corpo pel fatto del giorno antecedente, perchè, cacciando indietro uno dei suoi muli che sporgeva la testa dall'uscio dello studio, punse con questo motto gli scrivani:
—State all'erta voi altri, che lì alla porta ci è tale, che v'insidia il vostro posto di copista.
Ma Andreozzo, mordace secondo il costume dei romani, non potè stare alle mosse di rendergli pan per focaccia:
—Oh! in quanto a questo state sicuro che non ci ha pericolo: ciò potrà accadere quando voi sarete diventato l'avvocato di studio.
Onde il carbonaio, conoscendo a prova che quei ribaldi avevano più ritortole ch'egli fastella, e d'altronde premendolo bene altra cura, andò oltre.
Il Farinaccio appena ebbe scorto il carbonaio, con modo cortese gli disse:
—Io so che ieri i miei scrivani vi arrecarono disturbo: ve ne domando scusa per essi: gli ho ammoniti per guisa, che spero averne loro tolto il ruzzo di ricominciare con altri, e con voi. Adesso favorite dirmi in che cosa io possa sovvenire ai bisogni vostri. Parlate, e, se vi piace, sedetevi.
—Parlerò in piedi. Ditemi, intendeste voi favellare del caso deiCènci?
—Io? E come volete ch'io non ne abbia udito parlare? Ella è questa la nuova che tiene tutta Roma sottosopra.
—E non sentiste mai nessuna voce in mezzo del cuore, che vi parlasse in benefizio di cotesti infelici?
—Se io l'ho sentita! Ed anche adesso la sento;—anzi a palesarvi il mio pensiero vi dirò, che la segretezza del processo; lo insolito apparato; la surroga del giudice Luciani, uomo più crudo della tortura, al presidente Moscati compassionevole e probo; la età dei prevenuti, la presumibile inettezza di tutti, o della massima parte di loro, ed altre più cose, che mi giova tacere, mi percuotono la mente, e mi fanno sospettare qualche trama abominevole.
—E allora, dite, o perchè voi, di cui il soccorso non venne mai meno agli uomini più infami, ve ne mostrate avaro per cotesti poveri malcondotti?
—Perchè, considerando maturamente la faccenda, ho presentito che a lavorare questo terreno io ci romperei la vanga. Vel dissi già; temo di segreta persecuzione… e potente: temo che questo non abbia ad essere giudizio, bensì assassinamento giuridico;—io vedo, caro mio, o parmi vedere, la giustizia armata non già della spada della legge, ma dello stiletto del bandito, e…
—Proseguite, signor Avvocato,—con voce tremante lo confortava il carbonaio, vedendolo esitante a continuare.
Prospero si levò dalla sedia; e, fattosi all'uscio per assicurarsi se fosse ben chiuso, tornò al suo posto, e riprese:
—Corre voce, quantunque io per me ne dubiti forte, che essendo i Cènci fuori di misura ricchi, e i nepoti del Papa fuori di misura poveri ed avari, cerchisi un pretesto che valga per incamerarne i beni, e trasmetterli poi, mediante un colore di cui in corte non è penuria, a quel branco di affamati.
—Come! Anco con la strage di quattro innocentissimecreature?
—Portansi dai cardinali cappe vermiglie perchè il sangue non vi si scorga sopra.
—Ma voi non avete per istituto di difendere la vedova e il pupillo? E l'avvocatura non reputasi appunto milizia gloriosissima, per lo pericolo che l'uom corre nel difendere la causa della innocenza iniquamente perseguitata?
—Anzi per questo la milizia togata si antepone alla sagata, ed ecci in proposito una legge mirabile degl'imperatori Leone, ed Antemio… ma carbonaro… ed avrei dovuto domandarvelo prima… in grazia, chi siete voi?
—Deh! signore Avvocato, non vi calga saperlo: sono un uomo,—e se questo può commuovervi,—un uomo che non ha uguale al mondo nella miseria.
—No… confidenza per confidenza: come volete ch'io mi apra a voi, se voi intendete restarvi chiuso con me?
—Le parti non sono uguali. Della discretezza vostra io non dubito; del vostro onore molto meno: non mi trattiene paura, imperciocchè maggior danno di quello che io patisco ormai non mi può cascare addosso; e non pertanto io vi supplico in grazia a lasciarmi il mio segreto…
Suonava in coteste parole tanta umiltà di preghiera, così elle s'insinuavano dolcemente nel cuore di Prospero, che a lui parve villania espressa insistere, e si rimase.
—Orsù, dunque, sia come vi piace; ed io allora vi dirò (e rese la voce più sommessa) che credo pur troppo la fama pubblica ben si apponga; e tale credendo fermamente io, come con presagio di buon esito potrei tirarmi sopra le spalle carico così grave e pericoloso? Voi, mio carbonaro, avete l'aria di sapere quanto me quello che lasciò scritto Dante Alighieri:
Chè quando l'argomento della mente Si aggiunge al mal volere ed alla possa, Nessun riparo vi può far la gente.
—Dunque vi basta il cuore a lasciar perire senza difesa coteste creature, innocenti quanto nostro Signore Gesù Cristo?
—In primisvoi dovete sapere che la difesa dei parricidii non viene micade jure, bensì concedesi per grazia; in secondo luogo, o ditemi un po' voi come facciate a sostenerli innocenti?
—Io?—Lo assicuro di certo… perchè… perchè quegli che ucciseFrancesco Cènci… sono io.
—Voi?—E voi chi siete?
—Quegli che già voi, per somma cortesia, consentiste a rimanersi incognito. Io con queste mani lo uccisi, e tornerei ad ucciderlo nel punto in cui stava per oltraggiare la natura…
E qui gli espose a parte a parte il successo: confidandogli ogni più riposto segreto di famiglia, e gli atti, le parole, e i costumi del trafitto Cènci, non menochè la virtù, e la portentosa costanza della sua figliuola Beatrice.
Il Farinaccio a mano a mano che costui veniva favellando s'industriava ravvisarlo; e non venendone a capo, gli passò per la mente che potesse essere monsignore Guido Guerra; ma per la pratica grande che ne aveva, non gli parve che i tratti del volto, i gesti, e tampoco la voce glielo riportassero. Al fine delle sue parole il carbonaro levò gli occhi sul Farinaccio per iscrutare lo sguardo di lui; ma questi teneva impensierito la faccia dimessa. Dopo lunga considerazione favellò:
—Se io vi dicessi andate, ed annunziatevi, lo fareste voi?
—Se questo giova farlo subito non mi parrebbe tosto.
—No, no: voi sareste una vittima di più, nè torreste lo agnello di bocca al lupo. L'amore tornò infesto alla infelice fanciulla del pari che l'odio. Il popolo le appone la strage paterna per darle una corona di gloria, il Papa gliel'appone per rapirle la sua sostanza… Ardua cosa (e si batteva la fronte tutto angoscioso) ardua cosa in verità.
—Deh! signor Prospero, non gli abbandonate, per carità…
—E per di più, sempre distratto favellava il Farinaccio, in corte mi hanno in uggia; e temo che se questa volta capita loro il destro, mi conciano e cimano come un panno francese.
—In corte io conosco tali, che sicuramente vi darebbero favore; e so che voi trovereste i cardinali Francesco Sforza e Maffeo Barberini dispostissimi a secondarvi…
—Questo sarebbe qualche cosa… E come dovrei presentarmi io a cotesti porporati?
—Andate franco; voi li troverete informati di tutto[3].
E nonostante questo la mente del Farinaccio tenzonava fra il sì e il no, e gli si leggeva in volto; sicchè il carbonaro con voce di pianto insisteva pregando:
—Ed ora che sapete tutto, li lascerete perire senza aiuto?
—E se io mi perdo con esso loro?
—Benefizio che si argomenta non è benefizio.
Questo dialogo era da ambe le parti favellato con tanta passione, cheGuido Guerra, obliandosi, adoperò la naturale sua voce; però che ilFarinaccio non si potè trattenere dallo esclamare:
—Voi siete monsignor Guerra.
—Io?—Lo fui…
—Heu quantum mutatus ab illo!—esclamò il Farinaccio porgendogli la mano, che l'altro strinse affettuosamente dicendo:
—Ed ora che conoscete la mia miseria… ora che la mia sciagura vi sforza al pianto, mi lascerete voi andar via disperato?
—Ebbene,alea jacta est. Però, e non ve lo nascondo, io passo il Rubicone con tale uno stringimento di cuore, che io non provai mai l'uguale in vita mia. Dio ci aiuti! Questa volta io temo che il pesce non tiri dietro il pescatore: ma non è ciò, che maggiormente mi travaglia;—io dubito appigliarmi ad un partito donde, piuttostochè vantaggio, abbia a nascerne l'ultima rovina. Comprendo bene, che in istato peggiore di quello nel quale di presente si trovano non ponno i signori Cènci cascare; e tuttavolta non vorrei esser io quegli che dà loro la pinta. Voi poi, Monsignore, non vi sconfortate che per questo io abbia a procedere tepido, o irresoluto: mai no; anzi prendete coraggio dallo esempio del nostro Redentore, a cui in questo caso, comecchè indegnissimamente, io mi rassomiglio. Egli pregò che il calice amaro fosse risparmiato alle sue labbra, ma poi lo accettò di gran cuore, e lo bevve da valoroso.—Ora andate; e vivete sicuro che quanto cervello può immaginare e bocca dire, tutto sarà da me messo in opera per la salute dei vostri raccomandati.
—E a questo mi aspetto: a caso disperato sovverranno altri partiti.—Voi la vedrete…voi vedrete, dico, la signora Beatrice… non le parlate di me…in nulla…o piuttosto, sì, parlategliene… e presentatele questo anello, che vi acquisterà credito presso di lei. Fra noi sta il sangue di suo padre…va bene…ma io l'ho sparlo per lei…ed io l'amo…ed ella non potrà cessare di amarmi:—uno sempre legato all'altro, e non pertanto perpetuamente divisi;—il nostro affetto è fiore che coglierà la morte.—Qui sfibbiò la cintura che portava attorno la vita, e gliela porse: l'avvocato fece atto di ricusare, e le sue guance si accesero; ma il Guerra insisteva dicendo:
—Già non si crede con questa o con altra moneta ricompensare degnamente l'opera vostra; io mi vi professo grato per la vita, e ricusando voi mi affliggereste: ora io di affanni ho anco troppo, e voi, signor Prospero, lo sapete.
E il signor Prospero riteneva a tutta possa il proponimento di recusare la moneta; ma sentiva, come neve al sole, liquefarselo davanti al pensiero, che nel giorno seguente gli scadevano le usure da pagarsi a Sansone giudeo; quel Sansone a cui il Farinaccio aveva applicato quel verso di Marziale «Nec tecum possum vivere nec sine te», ch'egli avea volgarizzato per suo uso così:
Nè teco posso vivere, Giudeo, nè senza te.
Il Farinaccio rimasto solo si trattenne alquanto a meditare intorno alla singolarità de! caso, e lo infortunio che gravitava sopra la sventurata famiglia dei Cènci: poi subito volse la mente a completare il concetto della difesa, che prontissimo pensò aver trovato; incerto, è vero, e pericoloso, ma che a lui parve unico da abbracciarsi. Peccato grave del Farinaccio fu ancora questo, che tra per possedere percezione delle cose quanto altro mai veloce, e per la sopravvenienza delle faccende le quali non gli concedevano tempo di approfondire i giudizii accoglieva le prime idee che gli si presentavano alla mente, ed in quelle ostinavasi. Quasi sempre, a vero dire, imbroccava del segno; ma se mai errava, non ci era più rimedio; conciossiachè facendo seguitare subito la idea dalla esecuzione, veniva a chiudersi la strada di tornare indietro. Finalmente, come l'amenin fondo deglioremus, penso anche ai ducati del Guerra. Avrebbe voluto non averli presi; ma ormai che presi gli aveva, gli rinchiuse dentro lo scrigno; e subito dopo, pronto e fedele, si mise in moto conducendosi ai palazzi dei cardinali Sforza e Barberini, i quali trovò confortatori nell'assunta impresa, ed a sovvenirlo col proprio credito dispostissimi. Con esso loro concertò il colloquio col cardinal nepote Cinzio Passero, non menochè le cose opportune a toccarsi in faccenda così dilicata; ed eglino, studiosi di giovare ai Cènci, si offersero, come fecero, aspettare alla posta assegnata, dentro una carrozza senza stemma, lo esito dello abboccamento, per agire poi con ispeditezza a seconda dei casi.
———
Il Luciani, il quale pel fastidio dello attendere brontolava come mastino a catena, sentì chiamarsi allo improvviso per nome; e levate le ciglia in alto, vide apparire un camerario, che gli disse:
—Signor Giudice, sua Eminenza vi dà commiato, e vi ordina per ora sospendere ogni procedura: in seguito ordinerà.
E queste parole il camerario gli disse superbamente, imperciocchè i servi per ordinario posseggano l'odorato più sottile dei segugi per distinguere quando una persona è in fiore, quando è matura, e quanto sta per cascare dalla grazia del padrone. Il Luciani, offeso di quell'essere buttato là come un trabiccolo a mezzo luglio, e più trafitto dal modo, guardò in cagnesco il camerario, quasi gli volesse dire:
—Attendi a starmi lontano, perchè se mi capiti fra le mani io ti farò vedere che mai cane mi morse, ch'io non volessi del suo pelo.
Poi taciturno gli volse le spalle, e se ne andò.
—Avete veduto qual guardatura?—notò uno staffiere al camerario.—In verità voi gli avete dimostrato troppo disprezzo.
—Dovevate dire ribrezzo: io lo avrei volentieri gittate fuori di finestra come una mignatta, per empimento di sangue resa inabile a succhiare.
—Avvertite non averla gittata nel sale; imperciocchè allora, vomitato il sangue, torni a pungere più acuta che mai.
———
I cardinali Barberini e Sforza si presentarono in anticamera per riverire sua eminenza San Giorgio. In un baleno erano annunziati, ed introdotti con un grande levare di berretta e profondissimi inchini, dai quali alcuni cortigiani non si rilevarono neppure, siccome avviene ai giunchi cresciuti in piaggia, che per lo assiduo soffiare dei venti rimangono curvati. Poichè da una parte e dall'altra si furono reiterate quattro volte e sei le cordiali accoglienze, e soprattutto sincere: e poichè in diverse guise i cardinali visitatori ebbero accertato il cardinale visitato essere venuti unicamente mossi dai desiderio di riverirlo, questi, parendo avere sfogliato assai il carciofo, prese a tastarli, così alla lontana, sopra le nuovità che correvano per Roma. Allora i cardinali Sforza e Barberini, conoscendo dove il falco aveva a cascare, intenti a tenerlo a loro agio sul vergone, si mostrarono ignari; sicchè al Cinzio fu di mestieri favellare più aperto. Eglino affettando di entrare a malincuore sopra un discorso che avevano concertato di già, ed imparato a mente, ribadirono il chiodo già fitto dal Farinaccio, aggiungendo parecchie altre invenzioni di loro, le quali, essi dicevano, palesano come temerarii sieno i pubblici giudizii, e inducono la necessità, pel decoro del pontificato, di smentirli solennemente; molto più che correvano tempi calamitosi per la Chiesa, e gli Eretici, non pure in Francia ma nella Italia eziandio, stavano al varco per accogliere ed accreditare siffatte calunnie.
Molti furono i ragionari tenuti in proposito infra cotesti porporati, che qui non importa referire. Basti sapere che il Barberini e lo Sforza si destreggiarono in guisa, che lasciarono il cardinal Passero pensoso, e persuaso della necessità di dovere abbondare in larghezze intorno alla difesa dei Cènci; conciossiachè da queste oggimai confidava raccogliere più largo frutto, che non dalle asperità. Ne conferiva pertanto col Papa, che di leggieri indusse nella medesima sentenza; e il Farinaccio, con mille carezze blandito, ebbe la soddisfazione di sentirsi dire proprio dalla bocca dei cardinali nepoti Pietro Aldobrandino e Cinzio Passero, che a riguardo suo concedevasi quanto aveva supplicato. Da questo primo vantaggio il Farinaccio ricavava ottimo augurio, e n'esultava. Maleaccorto! I nepoti del Papa vincevano lui in iscaltrimento, quanto egli vinceva loro in ingegno.
Il Farinaccio, dopo aver reso ad ambedue quelle grazie che seppe maggiori, si fece a trovare, senza frapporre dimora, gli avvocati De Angelis ed Altieri, per indurli a comporre con esso lui il collegio della difesa; e dopo qualche difficoltà li piegò ad essergli compagni in tal causa, che si attirava gli sguardi non pur di Roma, ma d'Italia. Nè a conseguire simile intento si era diretto il Farinaccio senza ragioni potentissime, e queste erano: che oltre a possedere cotesti avvocati pratica grande dei negozii criminali (siccome a noi posteri fanno fede certi loro libri in numero più scarsi, ma in merito uguali a quelli del Farinaccio) il De Angelis, come avvocato dei poveri, godeva di molto credito fra il popolo; e l'Altieri, come personaggio di alto affare, era eccettissimo ai nobili romani.
Nella conferenza collegiale il Farinaccio espose il suo avviso, e parve a loro, come veramente egli era, pieno di pericolo; ma egli con copia di ragioni ed efficacia di parola li persuase, la congiuntura non offerirne altro migliore: doversi prendere questa causa a trattare come i cerusichi i casi morti. Gli avvocati De Angelis ed Altieri, compresa la gravità del negozio, si pentivano quasi dello impegno assunto; e, potendolo fare onestamente, avrebbero volentieri tirato addietro la parola, quando il Farinaccio leggiadramente gli rinfrancò dicendo: che il cielo spettava alle aquile, e la terra ai lumbrichi; e che se fosse stata causa vulgare non avrebbero avuto ricorso a loro, orgoglio e lume della Curia Romana.
E questa era piaggeria così patente, e soverchia, che pareva non dovesse essere atta a vincere cotesti uomini, rotti alla pratica del mondo. E pure non fu così; se la bevvero bravamente, disposti ormai di secondare il collega a tutta lor possa: e ciò perchè, come altre volte notammo, uomini, pesci, ed uccelli da Adamo in poi si chiappano con le medesime reti, e non se ne accorgono: ed ormai penso che non sieno per accorgersene più.
Il Farinaccio pose fine a tutte coteste faccende mentr'era la notte inoltrata, e veramente per quel giorno egli aveva operato abbastanza: un altro se ne sarebbe andato a rifare le forze col sonno; ma egli s'incamminò a trovare i suoi compagnacci, che lo accolsero a braccia aperte, e il pensiero dei Cènci rimase annegato nel giuoco e nel vino.
Ma alla dimane, appena il Farinaccio ebbe aperti gli occhi trovò cotesto pensiero sul capezzale del letto; e posto in disparte ogni altro affare, impegnò la sua cura esclusiva alla causa dei Cènci. Abbigliatosi in fretta, si trovò alle carceri di Corte Savella giusta in quel punto che ne aprivano le porte.
Il Farinaccio, familiare di cotesti luoghi, non è a dire se incontrasse lieti aspetti; molto più che, come prigione o come visitatore, da gran tempo aveva ammansito i cerberi di quello inferno, e li teneva quotidianamente bene edificati. Per ogni evento veniva munito di un permesso di monsignore Taverna governatore di Roma, il quale esibì al soprastante, e questi ricusò (dopo averlo sbirciato di traverso, e ottimamente riconosciuto) allegando che faceva troppa stima del clarissimo signore avvocato per desiderare altra prova, che la sua onorata parola. I notari gli mostrarono la procedura, che in breve conobbe; prima, perchè si trattava di cose consuete in cui si era versato tutta la sua vita; e poi perchè allora, più che ora, i processi così criminali come civili, forte si assomigliavano alle ostriche pescate a luna scema; di cui, gittati via i gusci, egli è bazza se rimanga tanto da bagnarti la bocca. Sbrigatosi da questo travaglio, chiese di conferire co' detenuti Giacomo e Bernardino Cènci, e Lucrezia Petroni, la qual cosa gli venne prestamente concessa.
Beatrice nella sua carcere solitaria, giacente in letto, non aveva membro che non le recasse acuto dolore, e tuttavolta assai più le percuotevano la mente gli affanni del cuore. Ella pensava al suo amante. Certo il destino gli aveva fulminati, e rotti in due come una rupe: il mare gorgoglia vorticoso e bianco in mezzo allo scoglio diviso, di cui le cime non si riuniranno più; e pure l'una sta di faccia all'altra rammentando il mutuo infortunio, e porgendo testimonianza che la natura le creò unite. La sua vita adesso mancava di scopo; ella era diventata una esistenza invano: morisse, o vivesse, Guido non poteva più stenderle la destra neanche per reggerla cadente giù nel precipizio,—pensa un po' se per esserle sposo;—poichè così, piacque a Dio, e così sia. I martirii, che innocentissima durava, davanle pegno che la misericordia Divina la voleva salva, parendole che i suoi peccati potessero essere scontati da quelli; e, se non era presumere troppo, teneva che ne avanzassero; ma dove avesse dovuto soffrire anche di più, non le incresceva per la eterna salute dell'anima sua. Tanto, tormento più tormento meno, alle torture l'avevano assuefatta! Il dolore le si era attaccato addosso come una seconda pelle! Di questa vita non parliamo più;—fumo che ha fatto lacrimare, ed è passato;—non ne parliamo più: ormai io sono fatta cittadina del sepolcro… Ma lui!… lui perdonerà Dio? E perchè non lo perdonerà? Il Signore perdona sempre a cui si pente di cuore.—Ma si pentirà egli? Egli non si pentirà, perchè fermo in pari caso a ricominciare da capo… e questo è certo; altrimenti egli non mi avrebbe amato; ed io nei piedi suoi avrei fatto, e farei come lui. Ahimè! ahimè! O Signore, salvatemelo: dopo tanto martirio su questa terra, almeno io possa rivederlo in paradiso, e abbracciarlo, e stringergli la mano. La mano? Sì, perchè la Provvidenza avrà tolto dalla mia memoria il sangue, che un dì gliela bagnò… ma tutti questi dubbi mi fanno tremar l'anima, e provare l'amarezza di una seconda morte… Oh! avessi qui un uomo santo che mi chiarisse!—Se Dio nella sua bontà me lo mandasse, egli apporterebbe al travagliato mio spirito maggiore consolazione, che il Luciani non diè tormento a questo mio corpo…
—Signora Beatrice,—interruppe la Virginia sporgendo il capo dall'uscio—il clarissimo signor avvocato Prospero Farinaccio desidera conferire con voi.
—Con me? Che ho a fare io con questo avvocato? Io non lo conosco.Basta! ne sono venuti tanti! Venga anch'egli.
—E se voi dicevate, senz'altri preamboli, l'avvocato Farinaccio, avvertiva alla Virginia Prospero comparso in questo punto sopra la soglia della prigione, o non avreste risparmiato tanto fiato per l'ora della vostra morte?
Il Farinaccio s'inoltrò di alquanti passi nella stanza, poi soprastette alquanto maravigliando; imperciocchè quantunque avesse udito favellare mirabili cose intorno alla bellezza di Beatrice, ora gli pareva la fama troppo minore del vero. Cotesto suo volto divino, adesso afflitto per gli spasimi che pativa, la sembianza purissima atteggiata ad angoscia facevano parerla uno degli angioli, che ministrarono al Redentore nelle ore della passione. La petulanza dell'avvocato venne meno, e le subentrò un peritarsi insolito; ond'egli, muto, e compreso da senso ineffabile di reverenza, si accostò al letto della giacente.
—Che volete da me?—incominciò ella con voce soave, avvegnadio si accorgesse, dopo alcuna dimora, che il Farinaccio aveva smarrito la parola; ed egli allora a stento rispose:
—Gentil donzella, io vengo mosso dalle vostre sventure, e più assai dai preghi di tale, che piange lacrime amarissime, e irrefrenate… tale, che voi a un punto aborrite forse, ed amate… tale, insomma, che non fu mai tanto degno di essere vostro come nello istante in cui vi perdeva per sempre… Il vostro cuore con i suoi palpiti già vi avrà detto… già vedo che vi ha detto chi sia quegli che mi manda…
—Egli?—E piange?
—Piange, e vi palesa ch'egli morrà disperato dove voi non procuriate aiutarvi… Anzi, perchè poniate in me confidenza assoluta ed intera… egli mi ha commesso che vi mostri, e lasci questo anello.
Beatrice prese l'anello, e tenendovi gli occhi fitti sopra riprese:
—Ed egli vi ha messo a parte di tutto?
—Di tutto.
—Proprio di tutto?—E siccome il Farinaccio assentiva vivacemente col capo, ella riprese:—E allora, mio signore, che ne dite? Le mie nozze con lui non vi pare che assomiglino quelle del Doge di Venezia, quando, gittato l'anello nel mare, egli sposava l'abisso?
Il Farinaccio non rispose; bensì, essendosi rimesso dalla commozione, pregò Beatrice a volerlo ascoltare attentamente, chè la materia importava assai; e proseguendo nel discorso le disse a parte a parte quanto noi conosciamo, e poi le parlò dello stato in che si trovava il processo, e per ultimo concluse:—Ora pei vostri e per voi, io, dopo averci meditato con quella maturità che il negozio richiede, non vedo altra via di salute se non questa una, ed è: che voi confessiate liberamente, vostro padre essere caduto spento dalle vostre mani…
Beatrice lo interruppe con un grido di sorpresa: ella lo guardava fisso come trasecolata. Se cotesto era scherzo, il tempo, il luogo e la condizione sua lo rendevano crudele;—se consiglio, e allora così lo pareva mostruosamente strano, che pensò davvero, o ella o l'avvocato avere perduto il bene dello intelletto. Il Farinaccio, dagli atti del sembiante argomentando la sua stupefazione, soggiunse:
—Comprendo bene che deve parervi singolare il mio consiglio, e non pertanto io mi chiamo parato a chiarirvi sopra tutti i vostri dubbi.
—Ora come, interrogò con voce alquanto alterata la Beatrice, dopo tanti tormenti sofferti per salvare la mia bella fama, io da me stessa mi lacererò le viscere, lasciando il mio nome argomento di orrore pei posteri, mentre io divisava lasciarlo di compassione e di rammarico?
—Gentil donzella, soffrite in pace ch'io vi dica cosa incredibile, e vera. Tutti credono che voi abbiate ucciso colui, che ormai vostro padre non può chiamarsi senza oltraggio della natura; alcuni ciò fanno per un fine loro particolare, e che a parer mio consiste meno nell'odio ingiusto contro la persona vostra, che nell'appetito disordinato della vostra sostanza: gli altri poi lo credono perchè vi vogliono bene, e piace alla immaginativa loro considerarvi come donzella mirabile, e vi salutano più virtuosa di Lucrezia, più forte di Virginia. Il popolo vi ha posto prima in questa trinità di fortissime donne romane, e la sua finzione adora: se alcuno tentasse di sgannarlo adesso, oltre al non prestargli fede, lo detesterebbe; forse anche trascendendo sarebbe capace usargli mal tratto, come quello a cui parrebbe essere privato del suo patrimonio di gloria. Amore di popolo è amore di Giove, che per soverchia ardenza incenerì Semele. Dove io su questa impugnativa fondassi la difesa, perderei a un punto me stesso, e voi non salverei. Voi pertanto negando non arriverete a persuadere nessuno che vi asteneste, dalla strage paterna, nè preserverete i giorni vostri nè di colui, che per amarvi altamente vi perdeva; dacchè i giudici considerino le prove raccolte in processo sufficientissime alla vostra condanna come parricida, e la pratica dei nostri tribunali conceda facultà, attesa la confessione dei complici, di sottoporre il prevenuto impugnante allo esperimento della tortura finchè morte ne segua.
—Amen; e parmi che a tale mi abbiano condotto, che ormai poco più è il cammino che mi avanza. Non è poi così doloroso il morire, come per avventura si crede dagli uomini: posso assicurarvene io; io, a cui davvero parve toccare le porte della Eternità,—e più di una volta.
—No, povera signora, voi non dovete morire; ed avvertite, il proponimento vostro, estimato magnanimo presso i gentili, nella religione cristiana è peccaminoso; imperciocchè offenda Dio tanto colui che porta le mani violente contra se, quanto l'altro il quale potendo salvare la sua vita non si aiuta.
—Ed io consentirò a vivere, e a vedere abbrividire i padri al mio appressarsi! Ed io mi affannerò a vivere per vedere la gente, curiosa insieme e impaurita, appuntare gli occhi sopra la mia fronte come se vi fosse scritta la parola «parricida!» Ah! no.—Così piacesse a Dio farmi scomparire intera da questa terra, e sperderne perfino la memoria!
—Ma che pensate voi dalla opinione di avere trafitto vostro padre ve ne sia venuto odio, o ribrezzo? Se così ritenete, voi v'ingannate. Quando mai, finchè gli uomini avranno un cuore che palpita al nome di virtù, terranno a vile, o piuttosto non leveranno a cielo la castissima donzella, che, per amore della pudicizia diventata eroina, la difese con atto pietosamente crudele? Quanto più stretto il vincolo tanto era la ingiuria maggiore, e sovveniva più legittimo il diritto di resistere. Volgete la mente alle antiche e alle moderne storie, e guardate un po' voi se infami si reputassero o scellerati i figliuoli, i quali per giusta vendetta trucidarono i propri genitori. Valgami lo esempio di Oreste: vedete; comecchè la offesa ch'ei vendicava troppo differisse dalla vostra, nè le circostanze fossero uguali, uccidendo egli la madre dopo molti anni che la strage di Agamennone era avvenuta, non già per salvarsi da imminente, e in altra guisa non riparabile danno, tuttavolta la sapienza antica immaginò che la stessa Minerva scendesse dal cielo, ed invisibile gittasse nell'urna il voto, il quale, troncando le dubbiose ambagi dei giudici, lo proclamò innocente.
—Dite, signore, e voi, dopo il giudizio di Minerva, avreste data la vostra figliuola in isposa ad Oreste?—Parlatemi in coscienza… talenterebbero a voi le nozze di un vostro figlio con nuora parricida?
—La mia risposta non può satisfare questa domanda, avvegnadio io sappia il vostro caso diverso; e, come a me, confido in breve sarà chiarito anche altrui. La giustizia non è frutto di tutti i tempi; dovrebbe essere, ma non è; e la verità nemmeno; entrambi hanno bisogno di fiorire, e maturare; e chi le coglie acerbe nuoce a loro ed a se. In tempo opportuno le genti maravigliate sapranno come una donzella sedicenne, dopo avere sofferto tormenti a cui pazienza nè forza umana avevano potuto durare fin lì, per amore della propria famiglia non rifuggisse di porre in compromesso e la vita e la fama. Io per me, quantunque volte me faccio a ripensarci sopra, non trovo persona che abbia fatto di se così solenne sagrifizio, e che ne abbia ricavato, non dirò lode, bensì venerazione affettuosa, se togli questa una; ma egli era Dio, non uomo.
E così favellando stacca da capo del letto della Beatrice una immagine di Gesù crocifisso, e, gittatala sopra la coperta, prosegue: «Egli, troppo più che le mie parole, col suo silenzio v'insegna, sagrifizio che sia;—egli per la redenzione di coloro che lo avevano offeso, lo offendevano, e l'offenderebbero accettò lo indegno patibolo;—egli oppose alla giustizia eterna un riscatto eterno col suo sangue prezioso,—battesimo perenne che ci scorre sul capo come lavacro di peccato senza fine rinascente…»
—Sì, ma Cristo non moriva mica infame!…
—E chi fu dunque più vilipeso di lui? Chi più di lui saturarono di vituperio e d'ignominia? A lui nella grazia del supplizio anteposero Barabba ladro; a lui sul patibolo dettero compagni Cisma e Disma ladri: egli poi ottimamente conosceva questo, e se lo aveva presagito, secondochè apparisce nello Evangelo, là dove dice: «Per cagione mia voi verrete in abbominazione alle genti; ma voi prendete la mia croce, e seguitemi: chi si vergogna di me, di me non è degno».
—Ed io dovrei prendere questo Dio di verità in testimonio di menzogna?
—Deh! ciò non vi trattenga punto; dacchè, innanzi tratto, è cosa contro natura costringere l'accusato a prestare gìuramento, ponendolo nella necessità o di spergiurare, o di nuocersi;—ma ciò pongo in disparte.—Come, dico io, lice per legge divina difendere la propria vita togliendola altrui, e non avremo facoltà di difenderla affermando il falso per fine santissimo? Forse l'omicidio non supera lo spergiuro? Certo lo supera: e fossero uguali; se col primo si concede, per universale consenso, tutelare la vita, per qual ragione non hassi a potere col secondo?
—Signor Avvocato, voi mi confondete, ma non mi convincete: la mia mente non basta a confutarvi… però io… qui… dentro al cuore, sento che la verità non è dalla parte vostra.
Non aveva peranche terminato di profferire queste parole, che l'uscio del carcere si aperse di nuovo; e quinci affacciandosi le sembianze dolenti della matrigna e dei fratelli, le si schierarono intorno del letto. Essi non fecero motto, anzi neppure un atto, e non pertanto da tutta la persona emanava la preghiera;—uno scongiuro muto—un pianto del cuore, che le orecchie non raccolgono, ma l'anima tremando sente.
Ormai l'avvocato aveva esaurita la sua eloquenza; più altre parole anzichè giovare avriano nociuto, ed ei sel conosceva; onde se ne stava disperato di potere riuscire nello intento. Il silenzio si produsse lungo, durante il quale Beatrice tenne sempre fissi gli occhi nel Cristo rimasto sopra la coperta. Allo improvviso recatasi in mano cotesta immagine, e baciatala fervorosamente, con voce lugubre, come se recitasse il salmo dei morti, favellò:
—Poichè a voi così piace, e così sia. Tu, o Signore, queste cose vedi, ed ascolti; se sono empie perdonale, perchè fatte a fine di bene; se buone, retribuiscile come meritano. In quanto a me, io so che pei disperati non vi ha salute oltre quella di non sperare salute.—Il fato, che ci costringe, cesserà i suoi colpi sopra la lapide dei nostri sepolcri:—egli volgerà altrove i suoi passi quando avrà letto sul marmo: «Qui giacciono tutti i Cènci decapitati pei loro delitti». Però a cagione del mio convincimento io non voglio togliervi l'ultimo raggio della speranza; e poichè pei morenti è supremo refrigerio bevere col guardo la fuggente luce, così non parmi essere vittima affatto inutile. Se io potessi soffrire per tutti voi, ed essere accolta in espiazione, o piuttosto per placare l'acerbo destino che perseguita la nostra famiglia, lo avrei fatto; non lo potendo, ecco io mi sagrifico inutilmente: di questo poi ho voluto ammonirvi, per pietà del dolore che risentireste tornando a precipitare in fondo della disperazione…
La finestra male assicurata cedendo in quel punto al vento, che soffiava in cotesto giorno impetuoso, si aperse, e il lume che ardeva davanti la immagine della Madonna rimase spento. Beatrice, per questo caso nè più, nè meno mesta di prima, mormorò due versi del Petrarca, adattandoli al suo stato:
Siccome fiamma, che per forza è spenta, Se ne andò in pace l'anima contenta.
Il Farinaccio a blandire il lugubre presentimento si attentò insinuare alcune parole di speranza, ma gli spirarono sopra le labbra. I Cènci piangevano, e Prospero anch'egli si trovò la faccia inondata di lacrime: egli con ambedue le mani sì coperse gli occhi, e, declinato il capo sopra il letto, si pose a pensare profondamente se lo sovvenisse partito meno periglioso del disegnato per salvare cotesti miseri, e non lo trovando gemeva. Premendolo altre cure, con muti saluti si accomiatò da loro; e l'anima sua, quasi baldanzosa quando entrò in carcere, ora tremava per non mai più sentito sgomento.
—Or via, che cosa vi è riuscito ottenere da quella dura cervice?—domandò il Luciani al Farinaccio, in aria di scherno.
—Andate, rispose il Farinaccio abbattuto; ella confessa—per necessità di difesa—avere dovuto uccidere Francesco Cènci.
—Davvero?—Caspita! Ma voi operate miracoli, signor Avvocato meritissimo. Se voi consentite a rimanere in corte, in verità di Dio io brucio tutti gli arnesi della tortura ordinaria e straordinaria.
E il Farinaccio, a cui increbbe nell'anima la gioia di cotesto malnato, quasi rimproverando rispose:
—Signor Presidente, ricordatevi che i Greci (ed erano pagani) quando riportavano qualche vittoria contro ai Greci, invece di esultare, ordinavano pubbliche espiazioni.
—Oh! voi siete un solenne letterato, che ve la camminate per la maggiore; io poi, che vado per le vie più trite, so che i contadini regalano le uova al cacciatore che ha ammazzato la volpe. M'era dunque apposto dirittamente io?—Eh! con me non si canzona; e quel visino diave marianon mi aveva punto ingannato.Cara di angel, coraçon de demonio,come dice lo spagnuolo.
E l'altro, in balìa di uno entusiasmo tanto più fervente in lui quanto più rado, tolse per un braccio il Luciani, e, trattolo al balcone, gli mostrò il sole splendido nella pienezza dei suoi raggi, e sì gli disse:
—Se voi poteste staccare cotesti raggi di lassù, e comporne una corona, voi non fareste cosa abbastanza degna della virtù di cotesta divina donzella.
Il Luciani non aveva punto fissato il sole, bensì il volto delFarinaccio; ed ora, tentennando la testa, in aria grave discorreva:
—Avvocato mio, io considero cotesta maliarda con occhi troppo diversi dai vostri; e ciò per due ragioni, una migliore dell'altra: la prima è questa… (—e qui cavatosi il berretto mostrò la chioma rara, e canuta—) la seconda è quest'altra… (—ed apertosi il giustacuore gli fece vedere un sacchetto sospeso al collo, contenente gli esorcismi contro le stregonerie—).
Il Farinaccio raffreddandosi pensò, che gittare le perle davanti a costui egli era proprio un far contro alla legge dello Evangelo; onde, per riparare al tempo perduto, si restrinse a raccomandargli presto presto di ricevere la confessione della fanciulla tale e quale gli sarebbe stata dettata da lei, e si allontanò.
Il Luciani, poichè ebbe tentato invano di far comparire Beatrice davanti al suo tribunale, si recò in compagnia dei colleghi e notari al carcere della desolata, e ne raccolse lo esame; col quale, scolpando in tutto e per tutto la matrigna ed i fratelli, ella attirava sopra di se il misfatto, dichiarando come nulla avesse in se di premeditato, sibbene avvenisse per moto improvviso dell'animo, commosso dalla immanità dello attentato paterno: e, sostituendo se a Guido Guerra, narrò le particolarità del fatto presso a poco nel modo col quale era accaduto.
Alla domanda del Luciani sul come si fosse provvista del pugnale, esitò alquanto imbarazzata; poi rispose costumare da gran tempo portarlo addosso, nella intenzione di uccidersi prima di patire violenza; ma insistendo il Luciani si contradisse, ed è verosimile; che se costui si fosse industriato a trovare la verità che aborriva, come rimase pago del falso che gli piaceva, la Beatrice non avrebbe potuto sostenere la favola suggerita. Tale non essendo lo scopo del Luciani, ei bevve grosso, e reputò inutile investigare più oltre, dacchè il raccolto a parere suo era più che sufficiente per mandare a morte tutta la famiglia Cènci, giusta l'obbligo assunto. Nella esultanza di vedere quanto prima giustiziati tutti i Cènci, il Luciani obliò, o per lo meno fece tregua con l'odio che portava al Cardinale di San Giorgio; e, prese le carte processali, s'incamminò al palazzo di sua Eminenza, come la fiera porta la preda nella caverna per divorarsela in famiglia.—Entrato nella stanza di lui non aspettò di esserne richiesto; ma ferocemente palpitando,
—Abbiamo, disse,… abbiamo la sospirata confessione!Habemus pontificem.
Il cardinale Cinzio contemplando quanta parte di cane presentasse la faccia del presidente Luciani, trascorse col pensiero a certe immagini di selvaggi cannibali mandategli a donare dall'America, e si ritrasse involontariamente due o tre passi indietro.
Però, come colui che di ottima mente era, presa cognizione del processo conobbe subito la inverosimiglianza dei deposti, e la contrarietà delle circostanze: espresse anche il dubbio che i difensori non disfacessero cotesto edifizio mal connesso, come al rompere della olla incantata vanno in fumo le stregonerie dei negromanti. Ma qui accorreva pronto il Luciani a sciogliere ogni dubbio, avvertendo che le circostanze particolari dovevano trascurarsi; una cosa aversi a ritenere unicamente, e questa essere la confessione degli accusati di aver preso parte al delitto o consentendolo, o commettendolo; riuscire impossibile in qualsivoglia processo accordare tutte le contradizioni e bugie, mediante le quali i colpevoli s'industriano sottrarsi alla vendetta della giustizia: non bisogna in queste faccende andare ricercando il nodo al giunco; e quando, come ora, il misfatto è patente, e confessato da tutti, non essere punto di mestieri processi, e nè tampoco difese, come la gloriosa memoria di Sisto V ammaestrava allorchè, nel caso dello spagnuolo, disse: «Che processi, e non processi? In simili congiunture i processi sono superflui, e molto meno abbisognano le difese; tuttavolta arringate quanto volete, purchè costui sia impiccato prima di desinare; ed attendete a sbrigarvi perchè stamane abbiamo fame, e vogliamo desinare di buona ora»[4]. Questa si chiama giustizia! Questo è parlar di oro! Io vorrei vedere un po' se a Papa Clemente non debba riuscire quello che a Papa Sisto riusciva, e molto mi piacerebbe guardare in viso chiunque volesse contrastargliene il diritto. Forse le chiavi della Chiesa, da Sisto in poi, si sono arrugginite? O le mani a cui le confidava adesso la Provvidenza sono diventate più fiacche? No, viva Dio; e come non è, così nessuno deve crederlo; e il fatto ha da chiarire chi lo si pensa, e subito.
Il cardinale Cinzio non aveva bisogno di eccitamento; e poichè la trista dicacità del Luciani lusingava la sua passione, a lui parve che il nuovo presidente non avesse favellato mai con tanto senno, nè con maggiore eloquenza.
Questi successi di tanto non avevano potuto tenersi celati, che non ne corresse velocissima la fama per tutta Roma; di modo che il popolo se ne mostrava commosso stupendamente, e su per le piazze e pei crocicchi delle vie si vedevano i capannelli, e si udiva un domandare ansioso fra le persone che s'incontravano; dagli sporti delle officine di tratto in tratto sbucavano genti per ottenerne novelle; le donne stavano fitte al balcone con l'orecchio all'erta per raccogliere ogni più lieve sussurro. Io penso che con agonìa punto minore di quella con la quale gli Ebrei stavano intenti alla cima del monte Sinai pure aspettando la parola di Dio, i Romani tenessero in questi giorni l'animo volto al Vaticano in attenzione della parola, che doveva decidere il destino dei Cènci;—e questa parola si fece sentire in mezzo alla caligine precorsa da un lampo vermiglio, annunzio di sangue:
«Sieno legati tutti alla coda di cavalli indomati; strascinati finchè morte ne segua; i cadaveri poi gittati nel Tevere!»
Così aveva parlato il Vicario di Cristo Redentore. Scorse per le ossa dei romani il raccapriccio. Parve loro udire lo squillo della campana, che suonasse pei funerali di Roma. Molti recusavano fede a tale inaudita immanità; altri poi, e fra questi coloro che avevano pratica della corte e della spietata cupidità che la governava, riputavano il Papa capace di questo, e di altro ancora.
La fama pervenne agli orecchi del Farinaccio, e palpitando cadde nella opinione degli ultimi; onde corse smanioso a conferirne co' cardinali protettori, e questi con altri del sacro collegio, i quali comecchè in questo negozio procedessero indifferenti, tuttavolta vennero di leggieri nel concetto essere il comando papale esorbitanza enormissima, e tale, da disgradarne quanto di più barbaro avesse mai osato quel duro frate di Sisto V. In vero, comecchè nove soli anni corressero dalla morte di cotesto pontefice, i tempi eransi di alcun poco scrudeliti, nè gli stessi Ecclesiastici andassero persuasi del bene, che taluni predicavano avere costui procacciato alla Chiesa. Comunemente sapevasi, che della lettera indiritta da Sisto a Enrico III re di Francia, dove occorrevano queste precise espressioni «attendesse a purgare col ferro e col fuoco il sangue incancherito nelle vene dei suoi sudditi»[5] n'erano rimasti scandalizzati così i Cattolici come i Protestanti; anzi gli Ugonotti avevano avuto ardimento di dire a viso aperto del re Enrico «che il Papa, dopo avere messo su macello di carne umana a Roma, pretendeva aprirne un altro a Parigi; essere i consigli del Vicario di Gesù Redentore iniqui in Roma, scellerati da per tutto. Tale operando, e tale consigliando, come presumeva costui chiamarsi rappresentante di Dio in terra, se di averlo tale si sarebbe vergognato anche il diavolo?»[6]