CAPITOLO V.

Al giorno d'oggi i viaggiatori in Terra Santa, che cercano il bellissimo Giardino Reale, discendono il letto del Cedron, o proseguono per la curva di Gihon fino ad arrivare alla vecchia fontana di En-rogel. Qui sostano, bevono un sorso dell'acqua freschissima e dolce, osservano le grandi pietre che circondano l'orlo del pozzo, chiedono la sua profondità, sorridono forse del modo primitivo di attinger l'acqua, e dopo aver dato qualche soldo al povero diavolo che presiede a quella funzione, si rivolgono indietro. È allora che il panorama di Gerusalemme appare più maestoso che mai ai loro sguardi.

Qui i monti di Moriah e di Sion, degradante in lene pendio verso l'antica città di Davide; là, sulla cima dei colli appaiono le rovine dei palazzi reali, il duomo elegante dell'Haram, i poderosi avanzi dell'Ippico, minaccioso ancora nelle sue rovine.

A destra è il Monte dell'Offesa, solitario e roccioso, a sinistra il Colle del Cattivo Consiglio, che le leggende rabbiniche e monastiche hanno circondato di una fama così misteriosa e terribile.

La sua base infatti, secondo la tradizione, copre l'entrata dell'inferno, il Gehenna della religione Ebraica. Sul fianco orientale fronteggiante la città si aprono caverne e sorgono innumerevoli tombe, che, al tempo di cui scriviamo, erano abitate dai lebbrosi, non singolarmente, ma formanti un'intera colonia.

Quello era il loro dominio, quivi avevano fondato unacittà, e vi dimoravano da soli, fuggiti da tutti, come quelli su cui la maledizione di Dio aveva visibilmente impresso il suo segno.

La seconda mattina dopo gli avvenimenti descritti nel precedente capitolo, Amrah si avvicinò al pozzo di En-rogel, e sedette sopra un macigno.

All'apparenza la si sarebbe presa per la domestica di una agiata famiglia.

Aveva recato un anfora ed un cesto, coperto da un bianco tovagliolo, ch'ella aveva deposto in terra presso di sè. Si tolse lo scialle dal capo, intrecciò le mani sopra le ginocchia, e fissando gli sguardi in direzione del burrone di Aceldama, rimase in posizione di chi aspetta.

Era di buon mattino, ed ella fu la prima ad arrivare al pozzo.

Tuttavia, poco dopo, venne un uomo portando una corda ed una secchia di cuoio. Salutando la piccola donna dalla faccia scura, egli slegò la corda, l'attaccò alla secchia, ed aspettò gli avventori.

Amrah sedeva silenziosa, senza far parola. Vista l'anfora, l'uomo domandò, dopo qualche tempo, se desiderava che la si riempisse; ella rispose civilmente: — «Non adesso;» — Allora egli non si occupò più di lei. Quando il sole apparve sopra il monte Oliveto, gli avventori arrivarono a frotte.

Per tutto questo tempo ella mantenne il suo posto, volgendo tratto tratto gli sguardi alla sommità delle colline, nè si mosse, quando, il sole, sorgendo, cominciò a scottare. Mentre essa aspetta, parliamo del suo scopo.

La sua abitudine era di recarsi al mercato a notte fatta. Scappando di casa inosservata, ella cercava i negozi nel Tiropeo, o quelli presso alla Porta dei Pesci, faceva le sue compere di carne e di verdure, e ritornava rinchiudendosi nuovamente in casa.

Il piacere che provò dalla presenza di Ben Hur nel vecchio palazzo si può facilmente immaginare. Ella non aveva nulla a dirgli riguardo alla padrona od a Tirzah — nulla.

Egli avrebbe voluto condurla in un luogo meno malinconico; essa rifiutò.

Ella gli avrebbe voluto dare ancora la sua stanza, rimasta tale e quale come l'aveva lasciata; ma il pericolo d'essere scoperto era troppo grande, ed egli desiderava sopra tutto di evitare inchieste.

Egli verrebbe a trovarla più spesso che gli sarebbe possibile.Sarebbe andato e tornato di notte. Ella dovette starsi contenta di questa decisione; soddisfatta, subito si occupò di cercare ogni mezzo per rendergli piacevoli queste visite di sfuggita.

Non le passava per la testa che egli era già un uomo, e i suoi gusti giovanili si sarebbero potuti cambiare.

Si ricordava che da bambino era appassionatissimo dei dolci, e decise di prepararne varie qualità e averle sempre pronte ogni volta che egli veniva.

Non era una idea felice forse? Così la sera seguente, più presto del solito, ella uscì, col suo cesto, ed andò al mercato della Porta dei Pesci.

Girando di qua e di là, in cerca del miglior miele, le accadde di udire un uomo raccontare una storia.

Quale era questa storia, il lettore si potrà facilmente immaginare quando sappia che il narratore era uno degli uomini che avevano tenuto le torcie per il comandante della Torre di Antonia, allorchè fu demolita la porta della cella numero VI.

Ella udì tutti i particolari della scoperta e insieme i nomi dei prigionieri.

Ascoltò il racconto trattenendo il fiato, temendo di perdere una parola.

Terminate le sue compere, ritornò a casa, credendo di sognare. Quale felicità poteva procurare al suo protetto! Aveva trovata sua madre!

Ella pose in un canto il canestro, ora ridendo, ora piangendo. Tutto ad un tratto si fermò e pensò. Il sentirsi dire che sua madre e Tirzah erano infette dalla lebbra, lo avrebbe esposto alla morte. Egli si sarebbe recato nell'orrenda città sopra la collina del Cattivo Consiglio, bussando alla porta di ogni tomba infetta, senza pace, domandando di loro, e la malattia avrebbe colto anche lui; il loro destino sarebbe stato anche il suo.

Ella si torse le mani. Che cosa doveva fare?

Come tanti prima di lei, e tanti fecero dopo, traendo dall'intensità dell'affetto ispirazione, se non saggezza, venne ad una conclusione singolare.

I lebbrosi, ella lo sapeva, solevano ogni mattina discendere dalle loro sepolcrali dimore sulla collina, e prendere una provvista d'acqua per la giornata, dal pozzo En-rogel.

Portavano le loro anfore, le appoggiavano per terra ed aspettavano, stando lontano, finchè fossero riempite. A quel pozzo la sua padrona e Tirzah dovevano venire; poichèla legge era inesorabile, e non ammetteva alcuna distinzione. Un ricco lebbroso non era trattato meglio di uno povero.

Così Amrah decise di non parlare a Ben Hur della storia che aveva udito, ma di andare sola al pozzo ad aspettare. La fame e la sete vi spingerebbero gli sventurati, ed essa credeva di poterle riconoscere a prima vista. Ad ogni modo sarebbe stata da loro riconosciuta.

Intanto arrivò Ben Hur e chiacchierarono a lungo insieme. L'indomani doveva venire Malluch; e la ricerca sarebbe subito incominciata. Egli era impaziente. Per distrarsi, durante l'attesa, voleva visitare i luoghi sacri del vicinato. Quantunque il segreto pesasse sulla coscienza della donna e le sue labbra ardessero dal desiderio di svelarlo, essa si mantenne calma.

Quando se ne fu andato, ella si affaccendò a preparargli una buona colazione che lo sfamasse al suo ritorno. E sul far dell'alba riempì il canestro, si provvide di un'anfora e prese la via che conduce a En-rogel, sortendo per la Porta dei Pesci, che era una delle prime ad aprirsi. Poco dopo il levar del sole quando la gente si affollava maggiormente intorno al pozzo una mezza dozzina di secchie erano in moto nello stesso tempo, ognuno volendo andarsene finchè durava il fresco del mattino; gli abitatori della triste collina incominciarono a far capolino e a muoversi fra le loro tombe. Un po' più tardi apparvero a gruppi, formati in parte da fanciulli, alcuni in tenera età. Altri venivano furtivamente allo svolto della rupe — donne con anfore sopra le loro spalle, uomini vecchi, zoppicanti, sorretti da bastoni e da gruccie. Alcuni si appoggiavano sulle spalle dei compagni, altri, totalmente impotenti, si lasciavano trasportare dagli amici sopra lettighe.

Anche quel dolore, comune a tanti esseri che si amavano nella sventura, trovava un po' di sollievo in questo reciproco conforto.

Dal suo posto presso il pozzo, Amrah teneva d'occhio quei gruppi spettrali. Più d'una volta essa credette di riconoscere le infelici delle quali andava in cerca. Non dubitava che esse fossero sulla collina e che dovessero venire al pozzo: forse aspettavano solo che tutti gli altri si fossero serviti.

Quasi alla base della rupe, vi era una tomba che più d'una volta aveva attratta l'attenzione di Amrah per l'ampiezza della sua entrata. Una pietra di grandi dimensionistava vicina all'ingresso. Il sole penetrava liberamente nelle ore più calde, e pareva che fosse deserta a meno che non servisse di rifugio a qualche cane di ritorno dalle consuete scorrerie.

Con sorpresa, la paziente Egiziana vide uscire di là due donne, una delle quali a metà sosteneva e a metà conduceva l'altra; avevano entrambe i capelli bianchi, sembravano vecchie, ma le loro vesti non erano stracciate e si guardavano attorno, come se la località fosse loro nuova. Amrah credette di vederle anche indietreggiare davanti allo spettacolo della ripugnante compagnia della quale facevano parte. Il suo cuore battè più veloce, ed essa osservò le due donne con crescente attenzione. Per qualche tempo esse rimasero immobili presso la tomba, poi si mossero lentamente, trascinandosi con pena e s'avvicinarono al pozzo. Parecchie voci le avvertirono d'arrestarsi; tuttavia esse proseguirono: l'uomo che attingeva l'acqua raccolse alcuni ciottoli, per scagliarli loro addosso. Tutta la gente che si trovava là attorno le maledisse, e la schiera dei lebbrosi numerosa sulla collina gridò, ammonendole, con voce stridula:

— «Siete infette, siete infette!» —

— «Certamente,» — pensò Amrah, — «quelle due creature sono nuove agli usi dei lebbrosi.» —

Si alzò ed andò ad incontrarle, prendendo con sè il canestro e l'anfora. L'allarme al pozzo scemò subitamente.

— «Che sciocca,» — disse una ridendo, — «che sciocca, dare del buon pane ai lebbrosi!» —

— «E pensare che è venuta fin qui a bella posta, — osservò un'altro, — io almeno avrei aspettato d'imbattermi in loro casualmente davanti alla porta.» —

Amrah animata da più elevati sentimenti, procedette. Se si fosse sbagliata! E più si avvicinava, più sentiva un nodo stringerle la gola, e diventava confusa ed esitante. A quattro o cinque passi dal luogo ov'erano le donne, si fermò. Dio! era dunque quella la padrona ch'ella amava? la mano della quale ella aveva baciato così spesso in segno di gratitudine? La sua immagine era un giorno per lei il più puro tipo di bellezza matronale, tipo ch'ella serbava fedelmente nella memoria! e quella Tirzah ch'ella aveva allevata da bambina, della quale aveva calmati i dolori, aveva divisi i passatempi infantili, era mai quella la sorridente, la dolce Tirzah, il conforto della casa, la benedizione promessa alla sua vecchiaia? La sua padrona, il suo tesoro? L'anima della donna trasalì a quella vista.

— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai vedute. Tornerò indietro.» —

E si voltò.

— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.

L'Egiziana, lasciò cadere l'anfora, e guardò indietro, tremando.

— «Chi mi chiama?» — domandò ella.

— «Amrah!» —

Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle donne.

— «Chi siete?» — ella gridò.

— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —

Amrah cadde sulle sue ginocchia.

— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a voi!» —

E la povera creatura sopraffatta dall'emozione, incominciò a farsi avanti.

— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo infette!» —

Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani, singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.

— «O padrona mia, dov'è Tirzah?» —

— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po' d'acqua?» —

L'istinto d'ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò vicino al cesto e lo scoprì.

— «Guardate» — ella disse — «qui v'è pane e carne.» —

Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si rivolse di nuovo.

— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l'anfora, riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —

La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece strada alla serva, e l'aiutò a riempire l'anfora, commossa dal dolore che traspariva dal suo aspetto.

— «Chi sono esse?» — domandò una donna.

Amrah sommessamente rispose;

— «Esse furono una volta molto buone con me!» —

Alzando l'anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro. Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov'eran esse, ma il grido: «Infette, infette! All'erta!» l'arrestò. Mettendo l'acqua vicino al cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.

— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. — «Cuor d'oro!» —

— «Non v'è altro ch'io possa fare per voi?» — domandò Amrah.

Lo mano della inferma era sopra l'anfora, e la donna ardeva dalla sete; tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:

— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l'altra sera alla porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di là.» —

Amrah giunse le mani.

— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —

— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l'ami, lo so!» —

— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —

— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —

— «Sono pronta.» —

— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla, Amrah.» —

— «Ma egli vi sta cercando. È venuto da lontano per trovarvi.» —

— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi. Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d'ora innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una parola. Hai capito?» —

— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che voi vivete!» —

— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —

La serva abbassò il capo silenziosa.

— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente. Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto, addio!» —

— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah colle mani davanti al viso.

— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora stasera» — ripetè, prendendo l'anfora ed avviandosi verso il rifugio.

Amrah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del ritorno.

La sera essa venne ancora, e d'allora in poi fu suo pensiero costante il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba, benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand'era socchiusa, passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere la morte.

La mattina del primo giorno del settimo mese, — Tishri in Ebraico, ottobre in italiano — Ben Hur si alzò dal letticciuolo nel Khan, di pessimo umore. Dopo l'arrivo di Malluch poco tempo era stato perduto in chiacchiere. Egli aveva cominciate le sue ricerche alla Torre di Antonia, andando audacemente, per via diretta, al tribuno. Gli spiegò la storia dei Hur e i particolari dell'accidente toccato a Grato, facendo risaltar l'innocenza dei condannati.

Scopo della ricerca era di scoprire se alcuno della disgraziata famiglia fosse vivo e di portare una supplica a Cesare, pregandolo di restituire ai superstiti i beni e i diritti civili. Tale supplica, Malluch non ne dubitava, avrebbe determinata un'inchiesta per ordine imperiale, dalla quale gli amici della famiglia non avevan ragione di temere. In risposta, il tribuno espose, con tutti i ragguagli, come avesse scoperta la prigione delle due donne nella Torre, e lesse il verbale che egli aveva fatto stendere intorno all'accaduto.

Malluch ottenne che se ne facesse una copia e quindi corse con essa da Ben Hur.

Sarebbe vano descrivere l'effetto che produsse la terribile storia nel giovine. Il suo dolore non si sfogò in lagrime o in grida; era troppo profondo per prorompere inmanifestazioni rumorose. Egli rimase seduto e silenzioso per un pezzo, col viso pallido ed il cuore affranto da pensieri che lo torturavano e che ogni tanto si esprimevano con parole tronche e dette sotto voce.

— «Son lebbrose! son lebbrose! — Esse — mia madre — Tirzah — sono lebbrose! mio Dio!» —

Era in preda allo strazio più vivo; quindi prese il sopravento l'idea della vendetta.

Si alzò e disse frettolosamente:

— «Debbo andar in cerca di loro. Potrebbero esser moribonde.» —

— «Dove andrai a cercarle?» —

— «In un solo posto esse possono essere!» —

Malluch s'interpose ed ottenne, dopo molti sforzi, che la direzione delle ricerche fosse affidata a lui. Andarono insieme alla Porta davanti alla Collina del Cattivo Consiglio, dove mendicavano i lebbrosi. Là essi stettero tutto il giorno facendo elemosine, e così continuarono per tutto il resto del quinto mese e per tutto il sesto sempre infruttuosamente. La spaventevole città sulla collina fu frugata in ogni angolo dai lebbrosi eccitati dalle laute ricompense offerte. Anche la vecchia tomba fu invasa e i suoi ospiti furono assaliti di domande, ma essi si guardarono bene dal rivelare il proprio segreto.

Il tentativo di Ben Hur quindi fallì. E finalmente, la mattina del primo giorno del settimo mese giunse informazione che, poco tempo prima, due donne, infette di lebbra, eran state scacciate e sospinte fuor della città, alla Porta dei Pesci, dalle guardie. Proseguendo nelle indagini e facendo confronto di date, Ben Hur s'accertò che le due infelici eran proprio quelle cercate da lui. Una triste conclusione derivò da questa sicurezza. Ove si trovavan adesso le sventurate? Che era avvenuto di loro?

Non bastava che fossero lebbrose — pensava il figlio con quell'amarezza che il lettore può immaginare — non bastava! Erano anche state scacciate dalla città natìa! Sua madre era morta! morta abbandonata!

Tirzah era morta! Egli solo era in vita. E perchè? Per quanto ancora, o Dio, per quanto ancora sarebbe durata questa Roma?

Pieno d'ira, senza speranza, ardente del desiderio di vendetta, entrò nella corte del Khan e la trovò piena di gente arrivata durante la notte. Mentre faceva la sua prima colazione ascoltò i discorsi dei vicini, ed in ispeciequelli di alcuni giovani, forti e robusti, che il modo di discorrere rivelava provinciali. L'aspetto maschio e vigoroso, del loro viso, la posa del capo, lo sguardo dell'occhio, rivelavano una vivacità ed una tenacia che non eran comuni al basso popolo di Gerusalemme. Traspariva nei loro modi un brio che, secondo alcuni, era l'effetto di una vita sana condotta in paesi montuosi, ma che potremmo attribuire, con più sicurezza, al regime di libertà che godevano. Erano Galilei venuti in città per varie ragioni, ma, in primo luogo, per prendere parte alla Festa della Tomba, fissata per quel giorno. Essi divennero tosto per lui oggetti di interesse, perchè provenivano da una regione in cui sperava di trovar pronto appoggio al compito che stava per assumersi.

Mentre li stava osservando, la sua mente riandava velocemente le imprese eroiche possibili ad una legione composta di tali soldati, addestrati nella severa disciplina Romana, un uomo entrò nella corte. Aveva il viso rosso come per fuoco, e gli occhi scintillanti rivelavano una certa agitazione.

— «Che cosa fate» — chiese ai Galilei. — «I Rabbini e i principali fra i nostri vanno al Tempio a veder Pilato. Venite. Fate presto. Andremo anche noi con loro.» —

Subito tutti lo circondarono.

— «A veder Pilato? E che cosa farà Pilato?» —

— «Hanno scoperto una congiura. Il nuovo acquedotto di Pilato deve venir pagato col denaro del Tempio.» —

— «Come? Col tesoro sacro?» —

Ripeterono in coro la domanda con gli occhi pieni d'ira.

— «È ilCorban— denaro di Dio — Ah! il barbaro tocchi un siclo di quel denaro, se osa!» —

— «Venite! — gridò il messaggiero. — La processione sta attraversando il ponte. Tutta la città la segue. Posson aver bisogno di noi. Fate presto!» —

In un batter d'occhio tutti furono pronti. Col capo scoperto e le corte tuniche senza maniche, presentavan l'aspetto caratteristico dei mietitori e dei braccianti del loro paese. Stringendo alla vita le cintole per assettare le vesti essi fecero per uscire dal Khan.

Allora Ben Hur si fece avanti e disse loro:

— «Uomini della Galilea. Io son un figlio di Giuda. Volete prendermi con voi?» —

— «Ma forse ci batteremo!» — risposero.

— «Io non sarò il primo a fuggire, nel caso!» —

La risposta li mise di buon umore, ed il messo disse:

— «Hai l'aria abbastanza robusta. Vieni con noi.» —

Ben Hur si gettò il mantello sulle spalle.

— «Voi prevedete una lotta?» — chiese calmo, nello stringersi la cintura alla vita.

— «Sì.» —

— «Con chi?» —

— «Con il corpo di guardia Romano.» —

— «Sono legionari?» —

— «E di chi potrebbe fidarsi un Romano?» —

— «Che cosa adopererete per battervi?» —

Essi lo guardarono tacendo.

— «Ebbene — egli disse — bisognerà fare quello che si potrà, ma non sarebbe meglio eleggere un capo? I legionari hanno sempre uno che loro comanda, ed è così che possono agire come se fossero mossi da una sola volontà.» —

I Galilei lo fissarono curiosamente che, quasi, l'idea tornasse loro nuova.

— «Rimaniamo almeno d'accordo di non dividerci e di restare vicini. — egli soggiunse. — Adesso son pronto e voi?» —

— «Lo siamo. Avanti.» —

Il Khan, rammentiamolo, era in Bezetha, la nuova città, e per arrivare al Pretorio, come i Romani chiamavano il palazzo di Erode sul Monte Sion, i Galilei dovevano percorrere la pianura a nord-ovest del Tempio. Per viottoli e scorciatoie attraversarono rapidamente il distretto di Akra, giungendo alla Torre di Marianna, donde, in pochi passi, si arrivava alla porta della fortezza. Per via essi incontrarono molta gente che, come loro, andava a chieder notizie della nuova empietà commessa dai Romani. Finalmente arrivarono alle mura delPretorium, dove la processione degli anziani e dei Rabbini era già entrata, con gran seguito, lasciando dietro sè una folla immensa e clamorosa. Un centurione stava alla porta con un corpo di guardie completamente armato, schierato sotto alle magnifiche mura di marmo.

Il sole si rifletteva sugli elmi e sugli scudi dei soldati, ma essi erano ugualmente indifferenti al suo splendore e alle grida e agli insulti della plebaglia. Attraverso alle porte di bronzo una corrente di cittadini continuava ad entrare mentre un'altra, più esigua, sortiva.

— «Che succede?» — domandò un Galileo a uno di quelli che uscivano.

— «Nulla — fu la risposta — i Rabbini son davanti alla porta del palazzo e chiedono di veder Pilato. Egli rifiutò di accordare udienza, ed essi gli mandarono a dire che non se ne sarebbero andati finchè non fossero stati ascoltati. Ora stanno aspettando.» —

— «Entriamo» — disse Ben Hur tranquillamente prevedendo ciò che probabilmente i suoi compagni non avrebbero preveduto — e cioè che un dissidio era sorto fra i pretendenti e il governatore, dissidio facile a tramutarsi in un tentativo serio di ribellione.

Dentro alla Porta vi eran molti alberi che formavano un doppio filare; essi eran coperti di foglie e ombreggiavano dei sedili fatti di assi inchiodate alla meglio.

La gente, tanto entrando che sortendo, evitava cautamente l'ombra degli alberi, poichè, — e potrà parer davvero strano, — un ordine dato dai Rabbini e che pretendeva esser tratto dalla legge divina, proibiva che entro alle mura di Gerusalemme crescesse alcun che di verde. Si dice che perfino il Re Sapiente, il quale desiderava un giardino per la sua moglie Egiziana, fu costretto a cercarselo nel crocicchio delle valli al di là di En-rogel.

Attraverso le cime degli alberi si vedeva la facciata del palazzo. Voltando a destra, la compagnia penetrò in una piazza larga, a sinistra della quale sorgeva l'abitazione del governatore. Una moltitudine eccitata riempiva la piazza. Tutti guardavano verso un porticato sotto al quale appariva una gran porta chiusa, davanti alla quale stazionava un'altra schiera di legionari.

La folla era così fitta che gli amici non avrebbero potuto avanzarsi, se tale fosse stato il loro desiderio; rimasero perciò indietro, osservando ciò che succedeva. Vicino al portico potevano vedere gli alti turbanti dei Rabbini, l'impazienza dei quali si comunicava a volte alla folla dietro di essi. Spesso si udiva un grido: — «Pilato se sei il governatore, fatti avanti, fatti avanti!» —

Dopo un po' un uomo si spinse tra la folla: il suo viso era rosso dalla collera.

— «Israele non ha più voce in capitolo!» — egli disse a voce alta. — «Su questa terra santa siamo cani di Roma.» —

— «Credete voi ch'egli uscirà?» —

— «Uscire? Non ha egli rifiutato tre volte?» —

— «Che cosa faranno i Rabbini?» —

— «Come a Cesarea — rimarranno qui, sinchè darà loro udienza.» —

— «Non oserà toccare il tesoro, nevvero?» — domandò uno dei Galilei.

— «Chi lo sa? Un Romano, non profanò il Santo dei Santi? V'è nulla di sacro per essi.» —

Un'ora trascorse, e, sebbene Pilato non si fosse degnato di rispondere, i Rabbini e la folla non si mossero. Venne mezzogiorno, portando un acquazzone, che si rovesciò sul capo degli aspettanti, ma senza recare alcun cambiamento nella situazione, tranne che la folla, se era possibile, era aumentata e rumoreggiava di più. Il gridìo era quasi continuo: — «Vieni fuori, vieni fuori!» — Certe volte erano varianti poco rispettose. Ben Hur teneva riuniti i suoi amici. Egli giudicava che l'orgoglioso Romano si sarebbe stancato, e che la fine del dramma non poteva esser molto lontana. Pilato non aspettava altro che il popolo gli offrisse un pretesto per ricorrere alla violenza.

E la fine venne. In mezzo alla confusione si udì un rumore di colpi, seguito da grida di dolore e di rabbia. Gli uomini venerabili davanti al portico si voltarono spaventati. La gente che stava di dietro si spinse avanti. Quelli nel centro si sforzavan di uscire dal parapiglia; e per un istante, la pressione delle forze contrarie fu terribile. Mille voci si alzarono per rispondere, la sorpresa si mutò rapidamente in panico.

Ben Hur si mantenne calmo.

— «Puoi vedere?» — egli disse ad uno dei Galilei.

— «No.» —

— «Ti alzerò.» —

Prese l'uomo per la vita e lo alzò di peso.

— «Che cosa c'è?» —

— «Ora vedo,» — disse l'uomo. — «Vi sono alcuni armati di bastoni, che stanno battendo la gente. Sono vestiti come gli Ebrei.» —

— «Chi sono?» —

— «Romani, com'è vero che esiste Dio! Romani truccati da Ebrei. I loro bastoni volano, e non rispettano nulla. Ecco un Rabbino che cade! — Vili!» —

Ben Hur pose l'uomo a terra.

— «Uomini della Galilea,» — egli disse, — «è un tiro di Pilato. Ora, farete ciò che vi dico: andremo contro gli uomini dai bastoni.» —

I Galilei si animarono.

— «Sì, sì,» — essi risposero.

— «Torniamo indietro vicino agli alberi presso alla porta,e troveremo che l'idea di Erode, quantunque contraria alla legge, non è senza la sua utilità. Venite.» —

Ritornarono sui loro passi più presto che fu loro possibile, e afferrando i rami con tutta forza, li staccarono dai tronchi. In breve furon armati di nodosi bastoni. Al ritorno incontrarono la folla che si slanciava verso la Porta, mentre dietro ad essa il clamore continuava, in un coro di strilli, di lamenti, di maledizioni.

— «Al muro!» — gridò Ben Hur — «e lasciate passare la turba!» —

Così, stando fermi, rasenti alla muraglia alla propria destra, potevano lasciar passare la folla, che, altrimenti, li avrebbe travolti nella sua pazza corsa verso la piazza.

— «Uniti, ora, e seguitemi!» —

Gli ordini di Ben Hur ormai erano osservati alla lettera, e mentre egli si spingeva tra la folla, i suoi compagni lo seguivano compatti. Quando i Romani, bastonando la gente e canzonandola, si trovarono di faccia ai Galilei, smaniosi di combattere, ed armati delle stesse armi, rimasero assai sorpresi. Lo schiamazzo si accrebbe. I bastoni s'incontrarono con colpi secchi e micidiali: l'odio lungamente represso dei Galilei si scatenò con tutto l'impeto della loro natura focosa. Niuno eseguì la sua parte meglio di Ben Hur la cui maestria e disciplina servirono mirabilmente in quest'occasione, perchè non solo egli sapeva colpire e parare, ma la lunghezza del suo braccio, l'azione perfetta e la forza meravigliosa, gli assicuravano la vittoria in ogni conflitto. Egli era, nel medesimo tempo, soldato e capitano. Il bastone che maneggiava era poderoso, e bastava un colpo per il medesimo avversario. Il suo sguardo vigilava tutti i particolari della lotta, e colla voce e l'esempio animava i compagni alla mischia.

Se il suo grido incoraggiava quelli del suo partito sgomentava i nemici. Sorpresi in tal guisa, i Romani dapprima si ritirarono in buon ordine, poi voltarono le spalle e fuggirono verso il porticato. Gl'impetuosi Galilei avrebbero voluto inseguirli fin sui gradini, ma Ben Hur ragionevolmente li trattenne.

— «Fermi!» — egli disse. — «Il centurione laggiù sta per sopraggiungere con la guardia. Essi hanno spade e scudi; noi non possiamo misurarci con loro. Abbiamo fatto tutto il possibile. Ritorniamo verso la porta.» —

Essi ubbidirono, benchè a malincuore, poichè la vista dei loro compaesani, giacenti per terra là dov'erano statiabbattuti, alcuni contorcendosi e gemendo, altri chiedendo aiuto, altri muti come morti, destava continuamente la loro ira. Ma non tutti i caduti erano Ebrei. Questa era una consolazione.

— «Cani d'Israele, fermatevi!» — gridò dietro loro il centurione mentre si ritiravano.

Ben Hur gli rise in faccia e rispose nella sua lingua: — «Se noi siamo cani d'Israele, voi siete sciacalli di Roma. Resta qui: torneremo un'altra volta.» —

I Galilei, schiamazzando e ridendo, proseguirono la loro via.

Fuori della porta si agitava una moltitudine di cui Ben Hur non aveva mai veduta l'uguale, neppure nel circo di Antiochia. Le cime delle case, le strade, tutto il versante della collina, erano gremiti di gente che si lamentava e piangeva. L'aria risuonava delle loro grida ed imprecazioni. La compagnia venne lasciata passare senza ostacolo dalla guardia. Ma non appena fu uscita, il centurione, prima di guardia sotto il porticato, si presentò alla porta, e voltosi a Ben Hur:

— «Olà, insolente! Sei un Romano od un Ebreo?» —

Ben Hur rispose: — «Sono un figlio di Giuda, nativo di qui. Che vuoi da me?» —

— «Rimani e combatti!» —

— «Uno per volta?» —

— «Come vuoi!» —

Ben Hur rise.

— «O valoroso Quirite! Degno figlio del bastardo Giove Romano! Io non ho armi.» —

— «Avrai le mie,» — rispose il centurione. — «Io me le farò prestare qui dalla guardia.» —

La gente, intorno udendo il colloquio, divenne silenziosa; e da essa il silenzio si propagò alle file più lontane.

Ultimamente Ben Hur aveva battuto un Romano sotto gli sguardi di Antiochia e del lontano Oriente. Se ora egli avesse potuto umiliarne un altro sotto gli occhi di Gerusalemme, l'onore che gliene sarebbe venuto poteva essere di grande utilità alla causa del Nuovo Re. Egli non esitò. Andando direttamente dal centurione, disse: — «Sono pronto. Prestami la tua spada e lo scudo.» —

— «E l'elmo e la corazza?» — domandò il Romano.

— «Tienili. Non potrebbero calzarmi bene.» —

Le armi furono consegnate, ed il centurione si mise in posizione.

I soldati, schierati sotto alla porta, rimasero immobili, come semplici spettatori. Dall'altra parte stava la folla, inquieta, e con mille bocche si ripeteva la domanda:

— «Chi è? Come si chiama?» —

Nessuno lo sapeva.

La supremazia delle armi romane consisteva in tre cose — sottomissione alla disciplina, l'ordinamento delle legioni in battaglia, e una singolare abilità nel maneggio della spada. Nella lotta essi non colpivano mai col filo della spada ma giuocavano di punta, sia avanzando che ritirandosi, e generalmente miravano al volto del nemico. Tutto ciò era noto a Ben Hur. Mentre stavano per attaccare egli disse:

— «Sono un figlio di Giuda ma non ti ho detto che son stato a scuola da unlanistadi Roma. Difenditi!» — All'ultima parola Ben Hur fece un passo verso l'avversario.

Per un istante si fissarono reciprocamente, ognuno guardando l'altro di sopra all'orlo del proprio scudo. Poi il Romano avanzò la spada e fece una finta al petto. L'Ebreo gli rise in faccia. L'altro gli tirò una stoccata al viso. Ben Hur fece un passo a sinistra, rapido come il lampo, e si spinse addosso all'avversario sollevando col proprio scudo il braccio del nemico. Fece un passo di fronte e un altro a sinistra lasciando il lato destro del Romano completamente scoperto. Il centurione, colpito dall'arma di Ben Hur, cadde pesantemente in avanti, facendo risuonare di un suono cupo il lastricato. L'Ebreo aveva vinto. Col piede sulle spalle del nemico egli alzò lo scudo sopra il proprio capo, secondo l'uso dei gladiatori, e salutò i soldati fermi presso la porta.

Quando il popolo comprese che la vittoria era di Ben Hur divenne quasi pazzo dalla gioia. Di bocca in bocca fino al lontano Xysto, rapido come la folgore si sparse la novella, e dappertutto era un agitare di scialli, e di fazzoletti, un ridere e un vociare; se Ben Hur avesse consentito, i Galilei lo avrebbero portato in trionfo sulle loro spalle.

Ad un ufficiale subalterno che s'avanzava dalla Porta, egli disse:

— «Il tuo camerata morì da soldato. Mi tengo solo la sua spada ed il suo scudo.» —

Poi si confuse fra la folla. E allorchè fu un po' più lontano parlò ai Galilei:

— «Fratelli, vi siete portati assai bene. Ora separiamoci per non essere inseguiti. Venite da me questa seraal Khan di Bethania. Ho qualche cosa di grande importanza per Israele da proporvi.» —

— «Chi sei?» — gli domandarono.

— «Un figlio di Giuda,» — egli rispose, semplicemente. La folla, smaniosa di vederlo, attorniò la compagnia.

— «Verrete a Bethania?» — egli domandò.

— «Sì, verremo.» —

— «Allora portate con voi questa spada e questo scudo, chè io possa riconoscervi.» —

E spingendosi fra la folla che aumentava d'ogni lato, sparve.

Col permesso di Pilato, la gente entrò nel cortile a portar via i morti ed i feriti, ma il loro dolore per quella vista fu rallegrato assai dalla vittoria del campione sconosciuto, che fu cercato dappertutto, e da tutti esaltato. Lo spirito avvilito della nazione si sentì sollevare dal fatto valoroso, tanto che nelle strade e perfino nel Tempio, in mezzo alle solennità della cerimonia, si ripeterono le vecchie istorie dei Maccabei, e le persone più saggie scuotevano il capo, bisbigliando sommessamente:

— «Un poco di pazienza, ancora un poco di pazienza, o fratelli, e la gloria d'Israele rifiorirà. Abbiamo fiducia in Dio.» —

In tale modo, Ben Hur, stabilì la sua supremazia fra i Galilei, e si preparò la via fra di essi a più grandi servigi nella causa del Re.

Con quale risultato, noi vedremo in seguito.

Fine del libro sesto.


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