LIBRO SETTIMO
Desto che fui m'apparve una sirenaavvolta in una nube ed anelanteal mare: essa era adorna di monilid'erba intrecciata: perle di corallole cingevano i morbidi capelli.Thomas Bailey Aldrich.
Desto che fui m'apparve una sirenaavvolta in una nube ed anelanteal mare: essa era adorna di monilid'erba intrecciata: perle di corallole cingevano i morbidi capelli.Thomas Bailey Aldrich.
Desto che fui m'apparve una sirenaavvolta in una nube ed anelanteal mare: essa era adorna di monilid'erba intrecciata: perle di corallole cingevano i morbidi capelli.
Desto che fui m'apparve una sirena
avvolta in una nube ed anelante
al mare: essa era adorna di monili
d'erba intrecciata: perle di corallo
le cingevano i morbidi capelli.
Thomas Bailey Aldrich.
Thomas Bailey Aldrich.
L'incontro ebbe luogo nel Khan di Bethania com'era inteso. Poi Ben Hur accompagnò i Galilei nel loro paese, dove la sua impresa sulla vecchia Piazza del mercato gli guadagnò fama ed autorità. Prima che l'inverno fosse trascorso, aveva raccolte tre legioni, organizzandole secondo il modo Romano. Ne avrebbe potuto avere il doppio, poichè lo spirito marziale di quel popolo valoroso non s'era mai assopito. Tuttavia fu prudente consiglio limitarne il numero, dati i sospetti di Roma, non solo, ma la vicinanza di Erode che avrebbe veduto una minaccia in queste esercitazioni campali. Egli addestrò gli ufficiali nel maneggio delle armi, particolarmente della spada e della lancia, e nelle manovre proprie alla formazione delle legioni, dopo di che li mandava a casa ad ammaestrare alla lor volta i compagni. In breve questi esercizi divennero un passatempo per il popolo. Come si può immaginare, il compito richiedeva pazienza e abilità, zelo, fiducia e devozione, — da parte sua, e la massima fra le doti di un capo popolo — quella di infondere in altri i sentimenti che animano noi. Egli la possedeva in sommo grado e l'adoperava con grande efficacia. Come lavorava! E con quale profonda abnegazione e sacrificio di se stesso! Pure, con tutto ciò, non sarebberiuscito se non avesse avuto l'appoggio di Simonide, il quale lo forniva di armi e di danaro, e quello d'Ilderim che vegliava su di lui nel deserto e gli portava viveri e provviste. E anche allora i suoi sforzi sarebbero stati vani se non lo avesse aiutato l'ingegno dei Galilei.
Sotto questo nome eran comprese le quattro tribù Asher, Zebulon, Ittacar e Naftali, abitanti nei distretti originariamente a loro destinati.
L'Ebreo, nato nelle vicinanze del Tempio disprezzava i suoi confratelli del nord; ma contro di lui stava la testimonianza del Talmud eterno: — «Il Galileo ama l'onore e l'Ebreo il denaro.» —
Animati da un odio per Roma pari soltanto all'affetto che sentivano pel proprio paese, in ogni rivolta essi erano sempre i primi ad entrare in campo e gli ultimi a lasciarlo. Cento e cinquanta mila Galilei perirono nell'ultima guerra con Roma. In occasione delle grandi Feste essi si recavano a Gerusalemme, marciando con tende e cavalli, come un esercito. Tuttavia avevano sensi liberali e tolleravano fino il paganesimo. Provavano un giusto orgoglio per le bellissime città, Romane nella loro apparenza, che Erode aveva costruite specialmente nella Seforide e nella Tiberiade, alle quali avevano validamente contribuito col lavoro delle proprie braccia. Tenevano per concittadini i popoli di tutto il mondo, e vivevano in pace con loro. Alla gloria del nome Ebreo contribuirono poeti, come l'autore del Cantico dei Cantici, profeti come Hosea.
Sopra un tale popolo, così svelto, così superbo, così valoroso, dotato di tanta devozione e d'una così fervida fantasia, il racconto della venuta del nuovo Re non potè non avere una straordinaria efficacia. Il fatto solo ch'egli veniva per abbattere Roma, sarebbe stato sufficiente perchè essi si schierassero con Ben Hur; ma quando, per sovrappiù, si disse loro ch'Egli doveva impugnare lo scettro del mondo, che sarebbe stato più potente di Cesare, più saggio di Salomone, e che il suo regno doveva durare eternamente, l'appello fu irresistibile, e li avvinse alla sua causa, corpo ed anima. Domandarono a Ben Hur dietro quale autorità egli parlasse ed egli citò i profeti, e raccontò loro di Balthasar che aspettava lassù in Antiochia. Essi gli credettero ciecamente, poichè era la vecchia e sempre amata leggenda del Messia, a loro comunicata dalle parole del Signore: era il sogno da tanto tempo accarezzato, a cui finalmente si fissava una data certa e sicura. Non si prevedeva più la sola venuta del Re: Egli era già arrivato.
I mesi d'inverno trascorsero veloci per Ben Hur, e quando venne la primavera con le sue continue pioggie, egli aveva lavorato a tutt'uomo e potè dire con compiacenza:
— «Amici, ora venga il buon Re. Non avrà che a dirci dove vuole che sorga il suo trono; noi abbiamo le spade per difenderlo.» — E tutte le persone che ebbero da fare con lui in questo tempo, lo conobbero solo come un figlio di Giuda, e come tale lo chiamarono.
Una sera, nella Traconite, Ben Hur sedeva con alcuni dei suoi Galilei sulla soglia della caverna che gli serviva di dimora, allorchè un corriere Arabo si presentò a lui, e gli consegnò una lettera. Rompendo il plico, egli lesse:
«Gerusalemme, Nisan IVÈ comparso un individuo che gli uomini chiamano Elia. Egli visse per anni nella solitudine, ed ai nostri occhi egli è un profeta; e tale lo rivelano le sue parole, il succo delle quali è che un personaggio assai più grande di lui, deve venire a giorni, e che egli attende ora sulla sponda orientale del Giordano. Io sono stato a vederlo ed a sentirlo; colui ch'egli aspetta, è certamente il Re; vieni per giudicare tu stesso. Tutta Gerusalemme corre dal profeta, e tanta è la gente che vuol vederlo, che la spiaggia ove egli dimora, è come il Monte degli Ulivi negli ultimi giorni di PasquaMalluch.»
«Gerusalemme, Nisan IV
È comparso un individuo che gli uomini chiamano Elia. Egli visse per anni nella solitudine, ed ai nostri occhi egli è un profeta; e tale lo rivelano le sue parole, il succo delle quali è che un personaggio assai più grande di lui, deve venire a giorni, e che egli attende ora sulla sponda orientale del Giordano. Io sono stato a vederlo ed a sentirlo; colui ch'egli aspetta, è certamente il Re; vieni per giudicare tu stesso. Tutta Gerusalemme corre dal profeta, e tanta è la gente che vuol vederlo, che la spiaggia ove egli dimora, è come il Monte degli Ulivi negli ultimi giorni di Pasqua
Malluch.»
Il viso di Ben Hur s'illuminò di gioia.
— «Con questa notizia, o amici miei» — egli disse — «con questa notizia, la nostra attesa volge al suo fine. L'araldo del Re è comparso e l'ha preannunciato.» —
La lettura della lettera destò una felicità generale fra i Galilei.
— «Preparatevi ora» — egli aggiunse — «e domattina dirigetevi verso casa; quando sarete arrivati, mandate ad avvertire i vostri subalterni e teneteli pronti a riunirsi a un mio comando. Per me e per voi andrò a vedere se il Re è realmente arrivato, e ve lo farò sapere. Frattanto viviamo nella gioia della promessa.» —
Entrato nella caverna, egli scrisse una lettera ad Ilderim, ed un'altra a Simonide, comunicando loro le notizie ricevute, e parlando del suo intento di recarsi immediatamente a Gerusalemme. Le lettere furono spedite per mezzo di rapidi messaggieri. Quando cadde la notte e spuntarono le stelle, egli montò a cavallo, e con una guida Araba si diresseverso il Giordano, intendendo di raggiungere la via delle carovane, tra Rabbath-Ammon e Damasco.
La guida era fidata e Aldebran veloce; cosicchè verso la mezzanotte i due uscirono dalla valle, che per tanti mesi era stata la loro dimora.
Lo scopo di Ben Hur era quello di fermarsi allo spuntar del giorno in un luogo sicuro, non lontano dalla via; ma avendolo l'alba sorpreso mentre ancora si trovava nel deserto, egli proseguì fidandosi delle parole della guida che gli prometteva di condurlo in breve ad una valle chiusa da grandi rupi, ove una fonte, alcuni gelsi ed un po' d'erba, offrivano foraggio e ristoro per gli uomini e pei cavalli.
Mentre Ben Hur proseguiva avvolto nei pensieri dei grandi eventi che dovevan succedere e dei cambiamenti che avrebbero portato nei destini delle nazioni, la guida, sempre all'erta, richiamò la sua attenzione sopra un punto mobile all'orizzonte, alle loro spalle. Tutto all'ingiro il deserto si stendeva con monotone onde di sabbia gialla e lucida sotto i cocenti raggi del sole, senza una palma o un filo d'erba. Solo a sinistra, ma ancora molto lontano, appariva una catena di basse montagne. In quello spazio così vasto, qualunque oggetto non poteva a lungo celarsi.
— «È un cammello» — disse subito la guida.
— «È seguito da altri?» — chiese Ben Hur.
— «È solo. No, v'è un uomo a cavallo — la guida, probabilmente.» —
Poco dopo, Ben Hur stesso potè discernere che il cammello era bianco e d'una grandezza quasi fenomenale, che gli rammentava il meraviglioso animale veduto la prima volta presso alla fonte nella Grotta di Dafne, condotto da Balthasar ed Iras. Non ve n'erano due uguali. Pensando all'Egiziano, rallentò sensibilmente il passo, indugiando finchè potè chiaramente distinguere due persone sedute sotto il baldacchino del cammello.
Se fossero Balthasar ed Iras! Dovrebbe egli farsi conoscere? Essi avrebbero attraversato soli il deserto. Ma mentre egli era incerto sul da farsi, il cammello col suo passo lungo e dondolante, lo raggiunse. Egli udì il tintinnio deisonagli ed ammirò la ricca gualdrappa che aveva tanto colpito la folla alla sorgente di Castalia. Riconobbe pure l'Etiope, che accompagnava sempre l'Egiziano.
Il gigantesco cammello si fermò vicino al suo cavallo, e Ben Hur alzò il capo e vide Iras! Iras in persona, che sollevando la tenda lo guardava, coi suoi occhi pieni di sorpresa e di gioia.
— «Le benedizioni del vero Dio cadano su te!» — disse Balthasar con voce tremula.
— «La pace del Signore sia con te e co' tuoi!» — rispose Ben Hur.
— «I miei occhi sono velati per gli anni» — continuò Balthasar — «ma credo di riconoscere in te il figlio di Hur, che conobbi ultimamente, ospite nella tenda di Ilderim, il generoso.» —
— «E tu sei Balthasar, il saggio Egiziano. Le tue parole a proposito di certi santi avvenimenti futuri non sono estranee a questo nostro incontro nel deserto. Che cosa cerchi in queste lande desolate?» —
— «Chi è accompagnato da Dio non è mai solo — e Dio è dappertutto» — rispose Balthasar con gravità.
— «A non molta distanza da noi, segue una carovana in viaggio per Alessandria, e siccome deve passare per Gerusalemme, io avevo pensato di approfittare della sua compagnia fino alla Città Santa, alla quale sono diretto. Tuttavia stamane, impaziente del suo procedere lento a causa specialmente della scorta a cavallo, formata da una coorte Romana, ci alzammo per tempo e ci mettemmo in cammino. Contro i predoni del deserto ci protegge un sigillo dello Sceicco Ilderim, e contro gli animali feroci, la protezione di Dio.» —
Ben Hur chinò la testa e disse: — «Il sigillo del buon sceicco è una salvaguardia ovunque si estenda il deserto; e rapido dev'essere il leone, che voglia raggiungere questo re della sua specie.» —
Così dicendo egli accarezzava il collo del cammello.
— «Eppure» — disse Iras con un sorriso che non sfuggì al giovane, gli occhi del quale, bisogna confessarlo, s'erano spesso, durante il colloquio col vecchio, rivolti a lei. — «Eppure, anch'egli starebbe meglio se rompesse il suo digiuno. I Re soffrono la fame e i mal di testa. Se tu sei proprio il Ben Hur, di cui mio padre mi parlò, e ch'io ebbi il piacere di conoscere, tu sarai felice, ne sono certo, di mostrarci la via più corta alla prossima sorgente,perchè noi possiamo benedire coll'acqua il nostro pasto mattutino nel Deserto.» —
Ben Hur si affrettò a rispondere.
— «O bell'Egiziana, la mia pietà ti segue. Se puoi resistere ancora un poco, noi troveremo la sorgente che tu cerchi, e ti prometto che le sue acque saranno così dolci e rinfrescanti come quelle della famosa Castalia. Se permetti, affrettiamo il passo.» —
— «Ti do la benedizione dell'assetato» — ella rispose; — «e ti offro in cambio un pezzo di pane proveniente dal forno della città, spalmato con del burro fresco degli opulenti prati di Damasco.» —
— «Un boccone raro! Proseguiamo.» —
Ben Hur si mise alla testa della comitiva con la sua guida, poichè il celere passo del cammello impediva ogni conversazione prolungata. Dopo un po' la compagnia giunse ad una gora che rimontò tenendo la sponda destra. Il letto era molle per recenti pioggie ed abbastanza ripido. Di quando in quando si allargava; le rive si facevano rocciose e l'acqua scorreva rumorosa fra larghi macigni, o precipitava fra nubi di spuma in piccole cataratte.
Finalmente, attraverso uno stretto passaggio, i viaggiatori penetrarono in una deliziosa valletta, che ai loro occhi abituati alla sterile e gialla distesa del deserto, appariva un Paradiso terrestre. Qui l'acqua del torrente si diramava in tanti canaletti, serpeggianti ed intrecciantisi fra isole di verdura e gruppi di canne. Alcuni leandri provenienti dalle profondi valli del Giordano, rallegravano coi lora fiori la piccola valle, sulla quale sembrava vegliare in regale attitudine un'unica palma altissima. Le pareti della valle erano coperte di viti. A sinistra, sorgeva una rupe sporgente sopra un boschetto di gelsi, i quali rivelavano, con la loro verzura, la presenza della fonte cercata dai viaggiatori. A questa li condusse la guida, noncurante dei cinguettii delle pernici e d'altri uccelli dai colori smaglianti, che svolazzavano spaventati dai loro nascondigli.
L'acqua scaturiva da un'apertura scavata nella rupe, che una mano esperta aveva allargato in forma di arco. Scolpita su questa, in grandi lettere Ebraiche, v'era la parola:Dio. L'incisore doveva senza dubbio essersi lì fermato per vari giorni, e, come segno di gratitudine per l'acqua bevuta, vi aveva impresso il nome del Signore.
Dall'arco il ruscello scorreva veloce sopra un grande macigno ricoperto di muschio verdissimo e si gettava quindiin uno stagno trasparente come vetro, per poi fuggire fra verdi sponde e gruppi d'alberi, e scomparire nella sabbia asciutta. Solo pochi e stretti sentieri si distinguevano sull'orlo dello stagno, e tutto il terreno all'intorno non rivelava presenza di uomini. I cavalli, pel momento, furono lasciati liberi, e l'Etiope aiutò Balthasar ed Iras a discendere; dopo di che il vecchio, voltando il suo viso verso levante, incrociò riverentemente le mani sul petto e pregò.
— «Portami una tazza» — disse Iras, con impazienza dal baldacchino. Lo schiavo estrasse un bicchiere di cristallo e glielo porse; essa disse poi a Ben Hur:
— «Io sarò il tuo coppiere alla fontana.» —
Entrambi si avviarono allo stagno. Egli avrebbe voluto attingere l'acqua per lei, ma essa rifiutò la sua offerta, immerse la tazza, e ve la tenne sin quando fu fresca e ricolma d'acqua; quindi gli offrì il primo sorso.
— «No» — egli disse, respingendo la mano graziosa, e non vedendo altro che i grand'occhi mezzo nascosti dalle inarcate ciglia — «ti prego, questo è mio dovere!» —
Essa insistette.
— «Nel mio paese, o figlio di Hur, v'è un proverbio che dice: — «Meglio essere coppiere d'un uomo fortunato, che essere ministro di un Re.» —
— «Fortunato?» — chiese egli.
La voce, gli occhi svelavano la sua sorpresa, ed essa rispose prontamente:
— «Gli Dei ci si rivelano amici dandoci a testimonio un segno del loro potere. Non fosti tu vincitore al Circo?» —
Egli sentì le guancie imporporarsi.
— «Questo è un segno; ce n'è un'altro. Tu hai battuto un Romano in un combattimento alla spada.» —
Egli si fece rosso fino alla radice dei capelli, non tanto per il trionfo in sè, quanto per l'orgoglio ch'egli provava nel pensare ch'essa aveva seguito con tanto interessamento le varie vicende della sua vita. Ma subito, alla gioia, tenne dietro una riflessione.
Egli sapeva che la fama di quel combattimento si era sparsa in tutto l'oriente, ma il nome del vincitore era conosciuto solo da pochi.
Ne aveva fatto parte solo a Malluch, Ilderim e Simonide. Potevano essi aver confidato il segreto ad una donna? La meraviglia ed il piacere lottavano in lui, ed osservando il suo smarrimento, essa si alzò e disse tenendo la coppa sopra lo stagno.
— «O Dei d'Egitto! Io vi ringrazio per aver scoperto un eroe, vi ringrazio che la vittima del palazzo di Idernee non sia stata il mio Re degli uomini. Io libo e bevo.» —
Parte del contenuto della coppa ritornò nello stagno, ed essa bevve il resto. Levandosi il cristallo dalle labbra, essa esclamò ridendo.
— «O figlio di Hur, è dunque vero che gli uomini più coraggiosi si lasciano tutti abbindolare così facilmente da una donna? Prendi la tazza ora e vediamo se puoi trovarvi ispirazione ad una parola gentile per me.» —
Egli prese la tazza e si chinò per riempirla.
— «Un figlio d'Israele non ha Dei a cui libare» — disse, giuocherellando con l'acqua per nascondere il suo crescente imbarazzo.
Che cosa altro sapeva l'Egiziana sul conto suo? L'avevano informata delle relazioni che correvano fra lui e Simonide, e intorno al trattato con Ilderim? Era essa a giorno anche di questo? Gli venne un subito sospetto; qualcheduno aveva tradito questi segreti così gravi. Egli era inoltre diretto a Gerusalemme, dove più che in ogni altra città la rivelazione dei suoi disegni al nemico sarebbe stata dannosa per lui, per i suoi alleati e per la sua causa. Ma era poi essa un nemico?
Quando la tazza fu rinfrescata, la riempì, si alzò ed affettando un'indifferenza che non provava, disse:
— «O bellissima, fossi Egiziano, o Greco, o Romano direi:» — così parlando, alzò la coppa al disopra della testa: «O Dei, io vi ringrazio perchè al mondo, a dispetto di tutti i suoi torti e di tutte le sue sofferenze, son rimasti ancora l'incanto della bellezza e il sollievo dell'amore, e bevo alla salute di colei che meglio li rappresenta, a Iras, la più bella delle figlie del Nilo!» —
Essa appoggiò lievemente la mano sopra la sua spalla.
— «Tu hai trasgredito la legge. Gli Dei ai quali tu hai bevuto sono falsi Dei. Se io ti denunciassi ai Rabbini?» —
— «Oh!» — egli disse ridendo. — «Sarebbe poca cosa per una persona che sa tanti e tanti segreti di Stato!» —
— «E non basta. — Anderò dalla piccola Ebrea che coltiva le rose sul terrazzo del grande negoziante in Antiochia. Ti accuserò d'impenitenza ai Rabbini, dinanzi a lei....» —
— «Dinanzi a lei?» —
— «Ripeterò ciò che mi hai detto sollevando la coppa, e prendendo gli Dei a testimoni.» —
Egli rimase zitto come se aspettasse che l'Egiziana proseguisse.
La sua fantasia gli dipinse Ester al fianco di suo padre tutta intenta ad ascoltare i dispacci ch'egli mandava, e, qualche volta, leggendoli essa medesima. Alla sua presenza, egli aveva raccontato a Simonide la storia del Palazzo di Idernee. Essa ed Iras si conoscevano; questa era astuta e mondana, quella semplice ed affettuosa, tale da esser facilmente indotta a chiacchierare.
Simonide non poteva aver mancato alla promessa e Ilderim neppure giacchè a nessuno, più che ad essi, le conseguenze di una tale rivelazione potevano tornare fatali. Poteva Ester aver informato l'Egiziana? Egli non l'accusava, ma un dubbio lo invase, riempiendolo di sfiducia e di sospetto.
Prima ch'egli avesse potuto rispondere all'allusione della piccola Ebrea, Balthasar giunse allo stagno.
— «Noi vi siamo debitori di molto, figlio di Hur,» — disse egli con aria grave. — «Questa valle è molto bella e i suoi prati, gli alberi e l'ombra, c'invitano a fermarci e riposare; qui la primavera risplende come un diamante, e mi parla d'un Dio d'amore. Non sono sufficienti le parole per ringraziarti di ciò che ci hai dato da godere; bevi con noi ed assaggia il nostro pane.» —
— «Lasciate prima ch'io vi serva.» —
Così dicendo Ben Hur riempi la coppa e la porse a Balthasar che alzò gli occhi in segno di muta preghiera.
Intanto lo schiavo portò i tovagliuoli, ed i tre, dopo di essersi lavate ed asciugate le mani, si sedettero secondo l'uso orientale, sotto la medesima tenda, che, molti anni prima, aveva servito per l'incontro dei tre Saggi nel deserto.
La tenda era comodamente spiegata sotto un albero, in vicinanza al ruscello; sopra di essa, le larghe foglie pendevano immobili dai loro rami; più in là sorgevano i delicati steli delle canne ritti come freccie. Di tanto in tanto, attraverso al vapore perlaceo, un'ape ritornando col suo profumato bottino, passava ronzando espariva, ed una pernice, sbucando dalle siepi beveva, chiamava la sua compagna e volava via. La quiete della valle, la freschezza dell'aria, la bellezza del luogo, il silenzio quasi domenicale, sembrava avessero intenerito l'animo dell'Egiziano; la sua voce, i suoi gesti, ed i suoi modi, erano più dell'usato, gentili, e spesso, mentre guardava Ben Hur conversando con Iras, ebbe negli occhi un'espressione di infinita pietà.
— «Quando ti raggiungemmo, o figlio di Hur,» — egli disse alla fine del pasto, — «sembrava che tu pure fossi diretto a Gerusalemme. Posso domandarti, senza offenderti, se ti rechi fin là?» —
— «Io vado alla Città Santa.» —
— «Per il grande bisogno che ho di risparmiare una fatica, ti domanderò ancora, se v'è una via più breve di quella di Rabbath-Ammon?» —
— «Una via scabrosa, ma più corta, conduce da Gerasa a Rabbath Gileat. È quella che ho deciso di prender io.» —
— «Sono impaziente,» — disse Balthasar. — «Recentemente il mio sonno fu disturbato da sogni — o piuttosto dallo stesso sogno che si ripeteva. Una voce veniva a dirmi: — «Presto, alzati! Colui che tu hai tanto aspettato, è arrivato.» —
— «Intendete colui che dev'essere Re degli Ebrei?» — domandò Ben Hur, fissando l'Egiziano con meraviglia.
— «Sì.» —
— «Allora non avete sentito parlare di lui?» —
— «Nulla, tranne le parole della voce del sogno.» —
— «Io ho notizie che vi rallegreranno, come rallegrarono me.» —
Dalla sua sopravveste, Ben Hur estrasse la lettera ricevuta da Malluch. La mano che l'Egiziano stese tremò. Egli lesse ad alta voce, con crescente emozione; le vene del collo gli si gonfiarono e pulsarono con violenza. Alla fine egli alzò gli occhi in atto di ringraziamento e di preghiera. Non fece alcuna domanda, perchè non aveva dubbî.
— «Tu sei stato molto buono verso di me, o Dio,» — egli disse. — «Sì, sì, ti prego, che io possa rivedere il Salvatore, ed adorarlo, ed il tuo servo sarà pronto ad andarsene in pace.» —
Le parole, il modo, la stranezza della semplice preghiera, fecero su Ben Hur un'impressione nuova e duratura. Iddio non gli era mai apparso così vero e così vicino; sembravafosse lì curvato, su loro, o seduto al loro fianco — un amico, da pregarsi alla buona, — un Padre che amava tutti ugualmente i suoi figli — Padre degli Ebrei come dei Pagani — Padre universale, che non aveva bisogno di intermediarî, nè di Rabbini, nè di sacerdoti, nè di dottori. L'idea che tale Dio potesse mandare all'umanità un Salvatore invece di un Re apparve a Ben Hur con una luce non soltanto nuova, ma così vivida, ch'egli potè quasi afferrare la maggior importanza di questo dono, e insieme la più grande coerenza di esso con la natura della Divinità. Non potè a meno di domandare:
— «Adesso che egli è venuto, o Balthasar, credi ancora ch'egli debba essere un Salvatore e non un Re?» —
Balthasar gli lanciò uno sguardo pensoso e tenero.
— «Come dovrò rispondere?» — egli disse. — «Lo Spirito che in forma di stella fu da tanto tempo la mia guida, non mi apparve più dacchè t'incontrai nella tenda del buon sceicco; credo però che la voce che mi parlò in sogno sia la medesima; ma eccettuata quella non ho altre rivelazioni.» —
— «Io ti richiamerò i termini della nostra disputa» — disse Ben Hur con rispetto, — «tu eri dell'opinione ch'egli sarebbe un Re, ma non come lo è Cesare; e che la sua sovranità sarebbe spirituale, non del mondo.» —
— «Oh, sì,» — rispose l'Egiziano, — «e sono ancora della stessa opinione. Vedo la divergenza nella nostra fede. Tu credevi incontrare un Re degli uomini, io un Salvatore di anime.» —
Egli si fermò con l'espressione di chi tenta di raccogliere un pensiero troppo alto e troppo profondo per essere formulato a parole.
— «Lascia ch'io cerchi, o figlio di Hur,» — egli disse quindi, — «di aiutarti a comprendere chiaramente ciò che credo; e se mi riescirà di dimostrare la superiorità del regno spirituale sopra qualunque manifestazione dello splendore Cesareo, tu comprenderai meglio la ragione per cui m'interesso della persona misteriosa di cui andiamo in traccia.
Non posso dirvi quando l'idea dell'anima ebbe origine. È probabile che i nostri primi padri l'abbiano portata con loro dal paradiso dove dimorarono. Sappiamo però che questa idea non si è mai perduta interamente. Se in alcune epoche essa si offuscò e svanì, se in altre fu circondata di dubbî, Iddio continuò a mandarci, ad intervallidegli intelletti superiori che ci richiamavano alla fede e confermavano le nostre speranze.
Perchè dovrebbe esservi un'anima in ogni uomo? O figlio di Hur, considera per un momento come è necessaria e indispensabile tale credenza: Coricarsi, morire, e non essere più! A una tale fine l'uomo si è sempre ribellato; e non vi fu mai uomo che nell'intimo del suo cuore non abbia aspirato a qualcosa di più alto e di migliore. I grandi monumenti dell'Egitto e dell'Asia sono le grida di impotenza dei popoli contro l'oblìo della morte, e lo stesso si dica delle iscrizioni e delle statue; e così pure della storia. Il più grande dei nostri Re Egiziani fece scolpire la sua effigie in una collina di solida roccia. Ogni giorno egli si recava con un esercito di cocchi per esaminare il progresso del lavoro; finalmente fu terminato; mai vi fu effigie più bella, più fedele, più duratura. Non possiamo noi immaginarlo in quel momento dire, pieno d'orgoglio! «Venga ora la Morte; io non morrò interamente?» Il suo desiderio è stato appagato. La statua dura tuttora.
Ma è in questo modo che ci assicuriamo la vita futura? Vivere nella memoria degli uomini — una memoria vana come il chiaro di luna, che illumina la fronte della statua, — una storia in pietra — nulla di più! Nel frattempo che n'è divenuto del Re? Lassù nelle tombe reali giace un corpo imbalsamato che una volta era il suo, un'effigie non così bella come quella fuori nel deserto. Ma dov'è, o figlio di Hur, dov'è il Re medesimo? È forse caduto nel nulla? Duemila anni sono trascorsi dal giorno in cui egli era un uomo vivente, come tu ed io. L'ultimo suo respiro segnò la sua fine? L'affermarlo sarebbe bestemmiare Iddio. Accettiamo piuttosto la dottrina che ci promette la vera vita dopo morti — non un ricordo marmoreo, ma la vita con movimenti, sensazioni, intelligenza, vita eterna nella durata, sebbene possa essere varia nelle sue forme e nelle sue esplicazioni. Tu domandi qual'è questa dottrina? Iddio ci dona un anima alla nascita con questa semplice legge: — l'Immortalità si consegue solo pel tramite dell'anima.
Puoi tu pienamente comprendere il piacere che uno prova pensando ch'egli possiede un'anima? Quest'idea spoglia la morte dai suoi terrori, riducendola a un cambiamento in meglio. — Il corpo seppellito è come il seme del quale sorgerà una nuova vita. Guarda in quale stato mi trovo io — debole, esausto, vecchio, avvizzito e accasciato; guardail mio volto raggrinzito, pensa alla deficienza dei miei sensi, ascolta la mia voce stridula.
Ah, quale gioia è per me la promessa che mi accerta che quando la tomba si aprirà per raccogliere questa mia povera spoglia logora e consumata, le porte, ora invisibili, dell'universo, che altro non è che il palazzo di Dio, si spalancheranno per ricevere me, anima immortale e libera?
Io vorrei poter descrivere l'estasi di quella vita futura, ma la parola non basterebbe a dartene una adeguata idea.
Ed ora, figlio di Hur, sapendo tutto ciò, dovrò io affannarmi intorno a vani dettagli? Quale sarà la sede? quale la forma dell'anima mia; se mangerà e berrà? Se ha le ali? No. Fidiamoci piuttosto in Dio, e pensiamo che Egli, l'architetto di questo bellissimo mondo materiale, il maestro della forma e del colore, non potrà dimostrarsi dammeno in ciò che riguarda il nostro soggiorno spirituale.
Il suo affetto me ne sta garante.» —
Il buon uomo tacque, e la mano che condusse la coppa alle labbra tremò. Tanto Iras che Ben Hur si sentivano commossi, e quest'ultimo sembrava vedere come una luce nuova e viva che rischiarasse le tenebre della sua mente; scorgeva la possibilità di un regno immateriale, maggiore e più importante di un impero terreno; e pensò che dopo tutto il Salvatore che regalasse agli uomini un tal regno era più divino che non qualunque Re.
— «È una cosa dolorosa» — riprese Balthasar — «se tu ben consideri che l'idea della vita spirituale è una luce quasi spenta nel mondo. Qua e là, in vero, troverai qualche filosofo che ti parlerà di un'anima, intessendovi sopra le sue dottrine; ma siccome i filosofi non si basano sulla fede, e non credono che l'anima sia un fatto, lo scopo di essa è per loro avvolto nell'oscurità.
Ogni creatura animata ha una mente, la quale si può misurare dai suoi bisogni. E non vedi tu un profondo significato nel fatto che solo all'uomo fu data la facoltà di speculare sopra il suo futuro? A questo segno io riconosco che Dio intese di farci comprendere che noi siamo creati per un'altra vita migliore, essendo questo il più grande bisogno della nostra natura. Ma ahimè! come è stato mal compreso questo supremo bisogno del nostro Io! Gli uomini non vedono che la vita terrena, e principi e sacerdoti nulla fanno per illuminarli o dirigerli ad una meta più alta.
Pensa ora a quanto ci attende: per conto mio, parlandocon tutta la sincerità della fede, io non darei un'ora della mia vita spirituale per mille anni di vita come uomo.» —
L'Egiziano sembrò dimenticarsi dei compagni, e continuò come parlando a se stesso.
— «Questa vita ha i suoi problemi, e vi sono uomini che passano tutti i loro giorni nello studiarli; ma che cosa dire dei problemi della vita futura? Un solo sguardo a Dio, e tutti i misteri che tanto ci affannano in terra splenderebbero chiari innanzi ai nostri occhi. Tutto l'universo sarebbe spalancato davanti a me. Io sarei colmo della sapienza divina, vedrei tutte le glorie, assaggerei ogni diletto. Al cospetto di tutto questo, le maggiori ambizioni di questa vita, tutte le sue gioie e le sue passioni, non sarebbero che il tinnire di vuoti sonagli.» —
Balthasar si arrestò, come per riaversi dallo stato di estasi in cui era caduto, e volgendosi al giovine, con un grave inchino: — «Io ti chiedo scusa» — egli disse — «o figlio di Hur, se la visione delle gioie future mi ha fatto deviare troppo dall'argomento. Ma, se tu pensi alla perfezione della vita che ci attende dopo morte, e come le passioni e l'ignoranza umana hanno offuscato la nostra intima percezione di essa, comprenderai quanto sia necessaria la presenza di un Salvatore, infinitamente più necessaria che non l'avvento di un Re; e quando andrai incontro all'Uomo che attendi, dovrai sperare che tale Egli si riveli veramente, piuttosto che un guerriero armato di spada o scettrato monarca.
Una domanda pratica ci si presenta: — A quali indizi lo riconosceremo? — Se tu continui nella tua credenza — che egli dovrà essere un Re come Erode — dovrai naturalmente cercare un uomo vestito di porpora e d'oro. D'altra parte Colui che io attendo sarà povero, umile, non diverso in apparenza dagli altri uomini; e il segno da cui lo riconoscerò sarà molto semplice: Egli dovrà mostrare a me ed a tutta l'umanità la via alla vita eterna; la pura, bellissima vita dell'anima.» —
Il silenzio che seguì queste parole fu rotto di nuovo da Balthasar:
— «Alziamoci ora» — egli disse — «alziamoci e riprendiamo il cammino. Ciò che dissi ha acuito l'impazienza di vedere Colui ch'è sempre nella mia mente; sia questa la scusa della mia fretta presso di te, figlio di Hur, e presso di te, figlia mia.» —
Al suo segnale lo schiavo portò del vino in un'otre, ed essi versarono e bevvero, e dopo aver scosso i tovagliuoli, si alzarono.
Mentre lo schiavo ripose tutto nella cassa sotto al baldacchino, e l'arabo portò i cavalli, i tre padroni si lavarono le mani nello stagno.
In poco tempo essi ripassarono il canale, con l'intenzione di raggiunger la carovana che li aveva preceduti.
La carovana, allungantesi nel deserto, presentava un aspetto molto pittoresco; il suo muoversi sembrava lo svolgersi delle spire di un serpente. A poco a poco quella tediosa lentezza divenne intollerabile a Balthasar, ch'era di solito così paziente, e, dietro suo suggerimento, la compagnia si decise di proseguire da sola.
Se il lettore è giovane, o se ancora serba un ricordo del romanticismo della sua gioventù, s'immaginerà il piacere col quale Ben Hur, cavalcando vicino al cammello degli Egiziani, diede un ultimo sguardo alla lunga colonna oramai quasi scomparsa nella pianura scintillante.
La presenza di Iras esercitava un grande fascino sopra il giovane Ebreo. S'ella lo guardava dall'alto, dal suo posto, egli si affrettava ad avvicinarsi a lei; s'ella gli parlava, il suo cuore palpitava violentemente. Il desiderio di compiacerla sempre divenne un impulso costante. Gli oggetti sulla via, sebbene comuni, divenivano interessanti allorchè ella vi rivolgeva la sua attenzione; una rondine librantesi nell'aria, se essa la segnava a dito, sembrava sparire in una aureola luminosa; se un pezzo di quarzo, un fiocco di mica, luccicavano nella sabbia sotto i raggi del sole, in un lampo egli volava a portarglieli e s'ella li gettava via in segno di delusione, lontana dal pensare alla fatica che gli erano costati, spiacente che fossero stati di nessun valore, egli si metteva in cerca di qualche cosa di meglio — un rubino, o forse un diamante. Così il colore purpureo dei monti lontani diveniva più intenso e più bello, s'ella lo scorgeva e vi dedicava una esclamazione di lode. E quando ogni tanto la tenda dal baldacchino si abbassava, gli sembrava che una improvvisa oscurità scendesse dal cielo. Cosìdisposto, cullato da quella dolce influenza, come avrebbe potuto resistere a lungo alla malìa della bella Egiziana, cui la solitudine del deserto accresceva la potenza pure aumentando il pericolo?
In amore, il più debole fisicamente è spesso il più forte. L'eroe diventa come la cera, nelle mani di una fanciulla. Iras era pienamente conscia del potere che esercitava sull'animo di Ben Hur. Fin dal mattino aveva estratto una reticella di monete d'oro da un ripostiglio nel baldacchino e se l'era accomodata in modo che le frange lucenti cadessero sulla fronte e sopra le guancie, confondendosi con l'ammasso dei suoi capelli neri. Dal medesimo ripostiglio aveva preso alcuni monili — anelli, orecchini, un vezzo di perle ed uno scialle ricamato con fili d'oro — completando l'effetto del tutto con una sciarpa di trina Indiana, artisticamente drappeggiata sopra le spalle. In questo abbigliamento essa attirava Ben Hur con innumerevoli civetterie, con mille lenocinî nel discorrere e nei modi; tempestandolo di sorrisi — ridendo con un tremolìo rassomigliante a quello del flauto — per tutto il tempo seguendolo con sguardi, ora tenerissimi, ora splendenti di luce. Con tali furberie Cleopatra privò Antonio della sua gloria; eppure colei che lo trascinò alla rovina, non fu più bella di questa sua compatriota.
Rapidamente giunse per essi il mezzogiorno, e, quasi senza che se ne avvedessero, cadde la sera. Quando il sole tramontò dietro allo sperone del vecchio Bashan, la compagnia si fermò presso uno stagno d'acqua limpida che la pioggia aveva accumulato in un punto del deserto. Là fu piantata la tenda, allestita la cena e furono fatti i preparativi per la notte.
La seconda veglia spettava a Ben Hur; ed egli stava ritto dinanzi alla tenda con la lancia in mano, alla distanza di un braccio dal sonnolento cammello, fissando ora le stelle sopra il suo capo, ora la distesa del deserto che l'oscurità della notte fasciava. Il silenzio era intenso; solo di tanto in tanto un alito caldo passava nell'aria, ma senza disturbarlo, assorto com'era nei pensieri dell'Egiziana, della quale enumerava i fascini, cercando di indovinare discutendo, talora il modo in cui ella era venuta a giorno dei suoi segreti, e talora l'uso che ne avrebbe fatto. E durante tutto il tempo della veglia lo spirito d'Iras era vicino a lui e gli sussurrava dolci tentazioni all'orecchio.
Proprio nel momento in cui egli stava per cedere allalusinga, una mano bianca, e scintillante nell'oscurità crepuscolare, si appoggiò leggermente sulla sua spalla. Egli trasalì al contatto e si voltò. Era Iras.
— «Ti credevo addormentata» — egli disse dopo un momento.
— «Il sonno è per la gente vecchia e pei bambini. Io venni fuori per vedere le mie amiche, le stelle nel sud — quelle che ora splendono sul Nilo. Ti confessi sorpreso?» —
Egli prese la mano ch'era caduta dalla spalla e disse: — «Ebbene, sì, ma lo sono stato da un nemico?» —
— «Oh no! L'essere nemici significa odiare, e l'odio è una malattia che Iside tiene lontana da me. Ella mi baciò sul cuore, devi sapere, quand'ero bambina.» —
— «Il tuo discorso assomiglia poco a quello di tuo padre. Non sei tu della stessa sua fede?» —
— «Forse lo sarei stata» — essa disse piano, — «forse lo sarei stata se avessi veduto ciò che vide lui. Potrò esserlo quando avrò la sua età. Non dovrebbe esistere altra religione per la gioventù, tranne la poesia e la filosofia; e nessuna poesia eccettuata quella inspirata dal vino, e dall'amore, e nessuna filosofia che non insegni a giustificare le passeggiere follìe di una stagione. Il Dio di mio padre è troppo terribile per me. Non lo trovai nella grotta di Dafne e non credo che esista negli atri di Roma. Ma io ho un desiderio, figlio di Hur.» —
— «Un desiderio! Dov'è colui che potrebbe rifiutarlo?» —
— «Ti metterò alla prova.» —
— «Parla allora.» —
— «È molto semplice. Desidero di aiutarti.» —
Mentre parlava gli si fece più vicina.
Egli rise, e rispose dolcemente: — «O Egitto! — stavo per dire cara Egitto! — non è essa la sfinge nativa del tuo paese?» —
— «Ebbene?» —
— «Tu sei uno dei suoi enigmi. Abbi compassione, e dammi la chiave che mi faccia comprenderti. In che ho io bisogno d'aiuto? E come puoi tu aiutarmi?» —
Ella ritirò la sua mano, e, voltandosi verso il cammello, gli parlò amorosamente, ed accarezzò la sua testa mostruosa, come se fosse d'una rara bellezza.
— «O tu, ultimo e più rapido e più grande degli animali di Giobbe! Qualche volta tu pure, inciampi, perchè la via è scabrosa ed il fardello è grave. Ma com'è che tu conoscicon una parola la gentile intenzione di chi ti guida, e sempre rispondi con gratitudine, benchè l'aiuto venga offerto da una donna? Ti voglio baciare!» — ella si abbassò e toccò l'ampia fronte lanosa con le sue labbra, aggiungendo — «poichè nella tua mente non alligna ombra di sospetto!» —
Ben Hur, reprimendosi, disse tranquillamente:
— «Il tuo rimprovero non mancò di colpire nel segno, o Egitto. Ma quand'anche avessi detto di no, non potrebbe darsi ch'io fossi costretto da un giuramento o che dal mio silenzio dipendessero le vite e le sorti di altri?» —
— «Potrebbe darsi?» — ella disse freddamente. — «Lo è!» —
Egli indietreggiò di un passo, e domandò, pieno di stupore.
— «Che cosa ne sai tu?» —
Ella rispose ridendo: — «Perchè gli uomini negano che i sensi delle donne sono più acuti dei loro? Io ebbi il tuo viso sotto ai miei occhi tutta la giornata. Non avevo che a guardarlo per leggere il peso che vi gravava sulla mente, e per trovare il peso, cosa dovevo io fare, se non rammentarmi le discussioni tue con mio padre? Figlio di Hur!» — ella abbassò la voce con singolare destrezza, ed avvicinandosi a lui in modo che il suo alito caldo gli sfiorasse la guancia, disse: — «Figlio di Hur, colui del quale tu vai in cerca, dev'essere Re degli Ebrei, non è vero?» —
Il cuore gli palpitò violentemente.
— «Un Re degli Ebrei come Erode, solamente più grande,» — ella continuò.
Egli vagò con lo sguardo lontano nella notte, fra le stelle; poi i suoi occhi incontrarono quelli di lei e si fermarono. L'alito profumato gli riscaldava il viso.
— «Fin dal mattino,» — ella continuò — «noi abbiamo avuto delle visioni. Adesso se io ti racconto le mie, farai tu altrettanto? Che? ancora taci?» —
Ella respinse la mano di lui, e fece per andarsene; ma egli l'afferrò e disse con veemenza: — «Resta! Resta e parla!» —
Ella tornò indietro e gli si appoggiò colla mano sulla spalla; egli le cinse la vita e se la trasse vicina, molto vicina, avendo nelle sue carezze la promessa ch'ella domandava.
— «Parla e raccontami le tue visioni, o Egitto! Nè ilTisbita nè il Legislatore avrebbero potuto rifiutare una tua domanda. Abbi compassione: sii pietosa, ti prego.» —
La supplica sembrò passar inosservata, poichè, guardando verso di lui, e cercando un rifugio nelle sue braccia, ella disse lentamente:
— «La visione che ebbi fu quella d'una splendida guerra combattuta per terra e per mare — con clamore di armi e cozzo di eserciti, come se Cesare e Pompeo fossero tornati in terra, e con loro Ottavio ed Antonio. Una nube di polvere e di cenere si alzò e coperse il mondo e Roma non si vide più; tutta la potenza ritornò all'Oriente; dalla nube uscì un'altra razza di eroi, che si divise la terra in satrapie più ricche di quelle di Dario e di Serse. E mentre la visione svaniva, figlio di Hur, e dopo che se ne fu andata, io continuai a chiedermi: — «E cosa non dovrà avere quegli il quale servì il Re per il primo, e meglio tutti?» —
Ben Hur trasalì nuovamente. La domanda era quella stessa che l'aveva tormentato tutto il giorno. Finalmente s'immaginava di aver trovata la guida che gli mancava.
— «Oh! Oh!» — egli disse — «io ti capisco ora. Per ottenere le satrapie e le corone tu mi vuoi prestare aiuto. Vedo! Vedo! E non vi fu mai una regina come saresti tu, così sagace, così bella, così regale, mai! Ma, ahimè, cara Egitto! La visione di cui parli promette solo i premi da conquistarsi con le armi, e tu non sei che una donna, benchè Iside t'abbia baciata sul cuore. Le corone son doni celesti e non scendono sul capo di una donna, a meno che tu non conosca una via più sicura di quella della spada. S'è così, o Egitto, mostramela e io la percorrerò, se non altro per amor tuo.» —
Essa si svincolò da lui e disse:
— «Distendi il tuo soprabito sulla sabbia, qui, affinchè io possa riposarmi appoggiando la testa al cammello. Mi siederò e ti racconterò una storia nota sulle sponde del Nilo e popolare anche in Alessandria, ove io l'appresi.» —
Egli fece quanto ella disse, piantando prima la lancia per terra, a portata di mano.
— «Ed ora che cosa devo fare?» — egli domandò con tristezza, allorchè ella si fu seduta. — «In Alessandria, chi ascolta usa sedersi o stare in piedi?» —
Dal suo comodo posto, appoggiata al vecchio animale, ella rispose, ridendo: — «Il pubblico dei cantastorie è ostinato, e di solito fa ciò che crede.» —
Senz'altre cerimonie, egli si stese sulla sabbia, vicino a lei, e le cinse il collo col braccio.
— «Sono pronto,» — egli disse.
— «Ecco il titolo del mio racconto,» — essa cominciò:
IN CHE MODO IL BELLO DISCESE IN TERRA.
— «Prima di tutto devi sapere, che Iside fu — e, per quanto io sappia, potrebbe essere ancora, la più bella delle divinità: ed Osiride, suo marito, benchè saggio e potente, era qualche volta punto da gelosia per lei, poichè soltanto nei loro amori gli Dei assomigliano ai mortali.
Il palazzo della moglie divina era d'argento e coronava la più alta montagna nella luna, dalla quale essa passava spesso nel sole, la fonte dell'eterna luce dove Osiride aveva il proprio palazzo d'oro, che abbaglia col suo splendore gli uomini che lo osano guardare.
Una volta — per gli Dei non esistono giorni — mentre stava con lui sul tetto del palazzo d'oro, ella guardò per caso, lontano, all'estremo limite dell'universo, e vide passare Indra con un esercito di scimmie portate sul dorso di aquile. Egli, l'amico delle cose viventi — così vien chiamato Indra — ritornava vittorioso dall'ultima guerra con l'odioso Rassaka e lo seguivano l'eroe Rama e Sita, sua sposa, la più bella delle donne dopo di Iside. E Iside si alzò, si levò la cintura di stelle, e l'agitò verso Sita; Rama rispose invece ma agitando lo scudo lucente. Tosto; tra l'esercito in marcia ed i due sul tetto d'oro, scese qualche cosa che assomigliava alla notte e impediva interamente la vista; ma non era la notte — era soltanto Osiride che corrugava la fronte.
Ora avvenne che il soggetto del loro discorso in quel momento fosse appunto tale, quale soltanto gli Dei possono tenere fra sè; ed egli si alzò e disse maestosamente: — «Torna a casa, compirò da solo il lavoro. Per fare una creatura completamente felice non ho bisogno del tuo aiuto.» —
Devi sapere che Iside aveva gli occhi grandi come quelli della sacra mucca, e dolci del pari. Essa li girò sorridendo in faccia al suo Signore, e alzandosi essa pure, disse: — «Ti saluto, Osiride, e ti dico arrivederci perchèio so che quanto prima mi chiamerai, poichè tu non puoi fare, senza il mio aiuto, una creatura perfettamente felice.» —
— «Vedremo» — egli disse.
Essa tornò al suo palazzo d'argento sui monti della luna, e, seduta sulla torre più alta, si chinò sopra il suo telaio.
Grandi pensieri volgeva Osiride nella sua mente, e tale era lo sforzo della sua volontà che le stelle nella volta celeste tremarono e alcune si staccarono e caddero. Iside dalla sua torre le vide, ma non disse nulla, e tranquilla attese all'opera dell'ago.
In breve un punto nero apparve contro il disco del sole, e crebbe e crebbe, finchè raggiunse dimensioni maggiori della luna, ed essa seppe che quello era un nuovo mondo, un gigantesco pianeta che gettò la sua ombra sopra il suo palazzo, mostrando quanto fosse il corruccio del Dio, suo marito.
Ma essa continuò a ricamare sul suo telaio.
A poco a poco dalla massa confusa del nuovo pianeta si distaccarono montagne e mari, e fiumi e torrenti. Poi vide qualche cosa a muoversi; ed essa si arrestò stupita. Il Primo Uomo era quello, che, meravigliato, volgeva lo sguardo al sole, in tacita riconoscenza della comune fonte di vita e calore. E intorno a lui fiorì la terra, e si coperse di selve, e di prati, e si riempì di animali.
E l'uomo era felice e non si stancava di osservare con l'occhio pieno di meraviglia per quelle sconosciute bellezze; ed Iside udì attraverso l'atmosfera, come rombo di tuono lontano, un riso beffardo:
— «Ho avuto bisogno del tuo aiuto? Guarda una creatura perfettamente felice.» —
Ma Iside si chinò silenziosa sopra il telaio. Aspettava.
Non durò molto che un mutamento si verificò nel Primo Uomo. Egli divenne melanconico, giaceva giornate intere sulla sponda di un fiume, noncurante e annoiato. E mentre Iside osservava con gioia questi segni, la volta celeste ebbe un altro fremito, donde Iside seppe che l'intelligenza creatrice di Osiride era nuovamente al lavoro. Ed ecco che la Terra, prima una fredda massa grigia, fiammeggiò di mille colori; le montagne divennero purpuree, verdi le piante, azzurro il mare, infinite le tinte delle nuvole. E l'uomo battè le mani per la gioia, risanato e nuovamente felice.
Iside sorrise sopra la sua torre nel palazzo d'argento.
Ma in breve l'uomo si stancò dei colori, e preso dalla medesima apatìa, girò sconsolatamente pel mondo, sospirando. E di nuovo si udì il rombo della volontà del Dio Creatore, e ad un tratto l'uomo fu visto tendere l'orecchio, ed ascoltare; il suo viso divenne raggiante, ed egli per la prima volta ebbe la percezione del suono. Il vento gli mormorava ignote armonìe, musica erano lo stormir delle fronde, il mormorio dei ruscelli, e i mille trilli degli uccelli nei boschi. E l'uomo era felice.
Allora Iside divenne pensierosa, e pure ammirando il genio del suo sposo divino, disse fra sè: — «Colore, Movimento, Suoni, Luce, non vi è altro elemento di bellezza, e tutto è già stato dato alla Terra.» — Se ora quella creatura si fosse annoiata di nuovo, Osiride avrebbe avuto bisogno del suo aiuto. Rapido volava l'ago sopra la trama d'argento.
E l'Uomo fu lungamente felice, più a lungo che non lo fosse mai stato prima; sembrò quasi che non avesse a stancarsi più mai. Ma Iside non era impaziente e sopportò in silenzio i sorrisi del sole. Aspettò, aspettò, e finalmente vide i segni di un mutamento nell'Uomo. I suoni divennero famigliari alle sue orecchie; l'abitudine lo rese indifferente allo stridere del grillo, come al canto dell'usignuolo, come al ruggito del mare. Egli languì e si gettò desolato lungo la sponda del fiume, e giacque senza moto.
La compassione di Iside la fece parlare.
— «Mio signore, la tua creatura sta morendo.» —
Ma Osiride, pur comprendendo, tacque; non poteva far altro.
— «Devo aiutarlo?» — essa chiese.
Osiride era troppo orgoglioso per rispondere.
Allora Iside diede l'ultimo punto col suo ago, raccolse la trama in un rotolo scintillante, e lo gettò nello spazio, lo gettò in modo che cadesse vicino all'Uomo. Ed egli, udendo il suono della caduta, sollevò il capo e guardò. O meraviglia! Una Donna, la Prima Donna, si chinò sopra di lui per aiutarlo. Essa gli tese la mano. Egli la prese, si alzò, e da allora in poi più non provò la noia e fu felice per sempre.» —
················
— «Tale o figlio di Hur! è la genesi del bello come la raccontano sul Nilo.» —
Iras tacque.
— «Una bella invenzione, e graziosa,» — egli disse subito: — «ma è imperfetta. Che cosa fece Osiride poi?» —
— «Te lo dirò» — essa rispose. — «Egli richiamò la moglie divina a sè, e vissero felici d'allora in poi aiutandosi reciprocamente.» —
— «E non devo io fare come il Primo Uomo?» — disse egli portando la mano di lei alle labbra. — «Amore, amore!» —
Appoggiò la testa lievemente sulle ginocchia di lei.
— «Tu troverai il Re» — essa disse, ponendogli la mano carezzevolmente sopra il capo. — «Tu troverai il Re; lo servirai fedelmente. Con la tua spada guadagnerai i doni più ricchi; ed il suo più valoroso soldato sarà il mio eroe.» —
Egli si voltò e vide il volto di Iras chino sopra di lui.
In tutto il firmamento non v'erano in quel momento due stelle più brillanti di quegli occhi che lo guardavano. Egli si rialzò, e, presala fra le sue braccia, la baciò appassionatamente, dicendo: — «O Egitto, Egitto! Se il Re avrà corone da regalare una sarà per me; io la porterò a te e la metterò qui sul posto che le mie labbra sfiorarono. Tu sarai Regina, la mia Regina. — Nessuna può esser più bella di te! Saremo felici! sempre felici!» —
— «E tu mi dirai tutto, nevvero? e lascerai che io ti aiuti in tutto?» — ella disse contraccambiando il bacio.
La domanda calmò il suo ardore.
— «Non basta che io ti ami?» — egli chiese.
— «Amore perfetto significa perfetta fiducia» — essa disse: — «Ma non importa, tu imparerai a conoscermi meglio.» —
Essa ritirò la mano e si alzò.
— «Sei crudele» — egli disse.
Nell'allontanarsi essa si fermò presso il cammello e toccando la sua fronte con le labbra:
— «Tu sei il più nobile della tua razza, perchè il tuo amore non è offuscato dal sospetto.» —
Quindi sparì nella tenda.
Il terzo giorno del viaggio la compagnia si fermò sul meriggio presso il fiume Jablok dove erano accampate forse più di cento persone, la maggior parte pastori che riposavano colà con le loro bestie. Appena scesi dal cammello, un uomo si fece loro incontro con una brocca d'acqua ed un bacino, offrendo da bere; incoraggiato dalla cortesia con cui essi ricevevano tali attenzioni disse, guardando il cammello: — «Ritorno dalle rive del Giordano, dove si trovano ora molte persone, alcune provenienti dai più lontani paesi, e che viaggiano come voi, miei illustri amici, ma nessuno possiede un cammello come il vostro. Un magnifico animale. Posso domandare di che razza è?» —
Balthasar rispose, e poi andò a riposarsi, ma Ben Hur, più curioso, chiese:
— «Da qual parte del fiume si trovano queste persone?» —
— «A Bethabara.» —
— «Di solito è un guado solitario,» — disse Ben Hur. — «Non comprendo come mai ora si sia fatto così importante.» —
— «Capisco» — replicò lo straniero, — «che voi pure venite da lontano e non avete udite le buone nuove.» —
— «Quali nuove?» —
— «Un uomo è venuto dal deserto, un vero santo; dalle sue labbra escono strane parole, che attraggono chiunque le ascolti. Egli si chiama Giovanni, il Nazareno, figlio di Zaccaria, e dice d'essere il precursore del Messia.» —
Anche Iras l'ascoltava attentamente, mentre egli continuava.
— «Si dice che Giovanni abbia passata la vita fin dalla fanciullezza in una caverna presso En-Gavdi, pregando e vivendo più rigorosamente degli Esseni. Una folla si reca ad udirlo ed io pure andai con gli altri.» —
— «Tutti questi vostri amici vi sono stati?» —
— «La maggior parte vi si reca ora, e pochi ne ritornano.» —
— «Che cosa predica?» —
— «Una nuova dottrina, mai fin'ora insegnata in Israele, come dicono. Egli la chiama dottrina del battesimo. I rabbini non sanno come accoglierla e noi neppure. Alcuni gli hanno domandato se egli fosse Cristo, altri se fosse Elia; ma a tutti rispose; — «Io sono la voce di uno che grida dal deserto: Appiana la via al Signore!» —
A questo punto l'uomo fu chiamato dai suoi amici, e mentre egli s'allontanava Balthasar disse con voce tremante:
— «Buon amico! Diteci se potremo trovare il predicatore, dove tu lo lasciasti.» —
— «Sì, a Bathabara.» —
— «Chi può essere questo Nazareno,» — disse Ben Hur ad Iras, — «se non l'araldo del nostro Re?» —
Così facilmente egli s'era lasciato persuadere che la figlia s'interessasse più del vecchio padre al misterioso personaggio ch'egli cercava! Nondimeno il padre con un subito lampo negli occhi stanchi, s'alzò e disse:
— «Facciamo presto, non sono più stanco.» —
Essi si volsero per aiutare lo schiavo.
Poche parole furono scambiate fra i tre, quando si accamparono per la notte sotto alcune palme all'est di Ramot-Gilead.
— «Alziamoci per tempo, figlio di Hur» — disse il vecchio. — «Il Salvatore potrebbe arrivare, mentre noi non siamo ancora giunti.» —
— «Il Re non può essere lontano dal suo araldo» — sussurrò Iras scendendo dal cammello.
— «Domani vedremo,» — rispose Ben Hur baciandole le mani.
Circa la terza ora del giorno seguente, pel sentiero che essi avevano percorso costeggiando le falde del monte Gilead, fin dalla loro partenza da Armoth la compagnia giunse all'arida steppa a settentrione del fiume sacro. Il sangue di Ben Hur scorreva rapidamente nelle vene perchè egli sapeva che il guado era vicino.
— «Sii contento, buon Balthasar» — egli disse — «siamo quasi arrivati.» —
Il conduttore affrettò il passo del cammello. Presto essi poterono distinguere capanne, tende ed animali pascolanti, ed una moltitudine di persone riunite presso la riva del fiume ed un'altra sulla riva occidentale. Comprendendo che l'eremita stava predicando, si affrettarono ancor più,ma mentre s'avvicinavano s'accorsero che la folla incominciava a scomporsi ed a disperdersi.
Arrivavano troppo tardi!
— «Restiamo qui» — disse Ben Hur a Balthasar che si torceva le mani — «il Nazareno può venir da questa parte.» —
La folla era troppo preoccupata nella discussione di quanto aveva udito, per accorgersi dei nuovi venuti. Quando alcune centinaia di persone se ne furono andate, e già sembrava che l'occasione di vedere il Nazareno fosse perduta, essi videro avanzarsi verso di loro, poco lungi dalla riva del fiume, una persona dall'aspetto così strano, che dimenticarono tutto il resto.
L'apparenza dell'uomo era rozza e bizzarra, quasi selvaggia. Il volto era magro, smunto, del colore della pergamena. Sulle spalle e giù per la vita, cadeva a guisa di treccie un ammasso di capelli bruciati dal sole. I suoi occhi erano ardenti; tutto il fianco destro della persona era scoperto, bianco come il suo viso, ed altrettanto scarno; una camicia di pelle di cammello, ruvida come la tela delle tende Beduine, rivestiva il resto della persona sino alle ginocchia, fermata alla vita da una larga cintura pure di pelle non conciata. I suoi piedi erano nudi. Una bisaccia gli pendeva dalla cintola. — Aveva un bastone in mano, quantunque i suoi movimenti fossero svelti, decisi, e stranamente vigili; ogni tanto scacciava dagli occhi i capelli arruffati e si guardava attorno, quasi cercando qualcheduno.
La bella Egiziana osservò il figlio del deserto con sorpresa, per non dire con ribrezzo. Poi, alzando le cortine del baldacchino, essa disse a Ben Hur, che le cavalcava dappresso.
— «È quello l'araldo precursore del tuo Re?» —
— «È il Nazareno» — egli rispose, senza alzare gli occhi.
In verità, egli stesso ne fu più che disgustato. A dispetto della sua famigliarità, con gli asceti di Engaddi — i loro vestiti, la loro indifferenza a tutte le opinioni, la loro costanza nei voti che li costringevano a sopportare i più terribili dolori; la loro vita solitaria e refrattaria agli allettamenti dei loro simili, quasichè essi non appartenessero alla medesima razza, quantunque egli fosse stato avvertito di cercare un Nazareno, che descriveva sè stesso come una Voce proveniente dal Deserto — pure il sogno di Ben Hur riguardo al Re che doveva essere cosìgrande, aveva talmente colorito i suoi pensieri, che egli non dubitava di trovare nel precursore qualche indizio dello splendore di colui che annunziava. Contemplando quella figura selvaggia si ricordò dei lunghi seguiti di cortigiani ch'egli era abituato a vedere nelle terme e nei corridoi imperiali di Roma, e nella sua mente accrebbe il ribrezzo e la vergogna. Sbalordito non potè che rispondere;
— «È un Nazareno.» —
Balthasar non si scoraggiava così. Egli sapeva che le vie di Dio non sono sempre quali gli uomini le desiderano. Egli aveva veduto il Salvatore quando era ancora bambino in una greppia: la sua fede lo aveva preparato alla rozza semplicità, che doveva circondare la Divina riapparizione.
Attese in posizione riverente, le mani incrociate sul petto e le labbra mormoranti una preghiera.
Non aspettava un Re.
In questo momento di tale interesse pei nuovi venuti, e nel quale ognuno si trovava in preda ad una emozione diversa, un altro uomo sedeva, non lontano, sopra una pietra sulla riva del fiume, pensando forse alla predica che aveva udito.
Ad un tratto si alzò e camminò lentamente lungo la spiaggia in modo da portarsi sulla via che stava percorrendo il Nazareno e da incontrarlo presso il cammello.
I due, il predicatore e lo straniero, continuarono a camminare finchè quasi si raggiunsero. Alla distanza di dieci passi il predicatore si fermò, si allontanò dagli occhi i capelli che gl'ingombravano il viso, guardò fissamente lo straniero e alzò le mani, come per dare un segnale a tutti coloro che potessero vederlo. Ciascuno si fermò in atto di ascolto. In quel profondo silenzio il bastone che il Nazareno teneva nella mano destra si alzò lentamente indicando lo straniero.
Tutti quelli che dapprima ascoltavano fissarono i loro sguardi con attenzione sul nuovo venuto. Così fecero Balthasar e Ben Hur.
L'uomo si moveva lentamente verso di loro; era di statura poco superiore alla media, magro, quasi sparuto.
I suoi movimenti erano tranquilli e studiati come quelli degli uomini che sogliono meditare a lungo sopra gravi argomenti e si adattavano bene al suo costume, consistente in un abito con larghe maniche, che gli arrivava fino alle caviglie del piede, ed una sopravveste chiamatatallith. Nella mano sinistra teneva il solito copricapo dal fiocco rosso.
Il colore della sua veste era giallo per la polvere e imbrattato di fango.
Facevano eccezione i fiocchi della sua cintura, azzurri e bianchi, quale la legge prescriveva ai Rabbini. I suoi sandali erano semplici.
Non aveva nè borsa, nè cintura, nè bastone. Questi dettagli furono appena osservati dai tre, attratti unicamente dalla testa e in ispecial modo dal viso dello sconosciuto, dal quale scaturiva un ineffabile fascino.
Egli stava a capo scoperto sotto il cielo sereno; i suoi capelli di un color bruno dorato, tendenti leggermente al rosso là dove erano illuminati dal sole, si partivano in mezzo al capo e scendevano in lunghe anella sopra le spalle. Sotto una fronte larga e bassa, ombreggiati da sopracciglie inarcate e brune, brillavano due grandi occhi azzurri, raddolciti da lunghissime ciglia, quali si vedono talvolta nei fanciulli, ma ben raramente, o quasi mai, negli uomini.
Era difficile determinare se le altre sue fattezze fossero piuttosto Greche che Ebraiche. La delicatezza delle nari e della bocca apparteneva piuttosto al tipo Greco; e insieme alla dolcezza dei suoi occhi, al pallore del volto, alla finezza dei capelli e della morbida barba, che scendeva ondulata sul collo, sul petto, e formava un complesso di tanta soavità e bellezza, che un soldato avrebbe riso incontrandolo, una donna si sarebbe sentita istintivamente attratta a confidare in lui, un bambino gli avrebbe tesa la piccola mano e gli avrebbe concessa tutta la fiducia della giovine anima.
L'espressione dominante i suoi lineamenti, sarebbe stata attribuita da vari osservatori nello stesso tempo, e con egual correttezza, all'intelligenza, all'amore, alla pietà o al dolore. Per dir il vero, era una compenetrazione di tutte queste qualità.
Il suo sguardo rivelava un'anima immacolata, costretta a vedere e comprendere la corruzione di quelli fra i quali passava. Ciò non ostante nessuno avrebbe nel suo volto scorta una traccia di debolezza. In ogni modo, così non avrebbero pensato coloro i quali sanno che l'amore, il dolore e la pietà sono il risultato di una forza morale capace di sopportare qualunque sofferenza, più che non lo siano le forze fisiche.
Questa è stata la potenza che ha sostenuto i martiri ed i santi.
Lentamente egli si avvicinò ai tre. Ora Ben Hur, con la lancia in mano, era degno di attirare lo sguardo d'un Re,pure gli occhi di colui che si avvicinava non guardavano nè lui nè la meravigliosa bellezza di Iras, ma erano fissi sul vecchio e cadente Balthasar. Il silenzio era profondo.
Il Nazareno, tendendo il bastone verso di lui, gridò a voce alta.
— «Guardate l'agnello di Dio, che redimerà il mondo!» —
Gli astanti, meravigliati dal gesto e dalla frase stavano ad ascoltare ciò che potesse seguire a queste strane parole che oltrepassavano la loro intelligenza. Su Balthasar esse ebbero un effetto irresistibile. Egli era venuto per vedere un'altra volta il Salvatore. La fede che gli aveva meritato tali privilegi in gioventù s'era andata confermando con gli anni, concedendo al suo sguardo una penetrazione superiore a quella dei suoi compagni, — una forza che gli permetteva di riconoscere alla sola apparenza colui ch'egli cercava. Piuttosto di chiamare questa forza un miracolo, possiamo considerarla come facoltà di un'anima che conservava ancora qualche traccia delle sue relazioni con la divinità, alla presenza della quale altre volte era stata ammessa, oppure come la giusta ricompensa di una vita di santità senza esempio in quell'epoca — una vita per sè stessa un miracolo. L'ideale della sua fede gli stava dinanzi, perfetto nel viso, nelle fattezze, nel vestito, nei movimenti, nell'età. Il suo volto spirava riconoscenza! Oh, se ora succedesse qualche cosa per svelare l'identità dello straniero! Ciò avvenne in quel momento.
Quasi per assicurare l'Egiziano che tremava, l'eremita ripetè il grido: — «Guardate l'agnello di Dio, che viene a redimere il mondo!» — Balthasar cadde in ginocchio. Per lui non v'era bisogno di spiegazioni; e, come se l'eremita lo sapesse, si rivolse a quelli che lo fissavano in atto di meraviglia e continuò:
— «Questi è Colui del quale dissi! Io non lo conoscevo, ma affinchè egli divenga manifesto ad Israele, sono venuto a battezzarlo con l'acqua. Io vidi lo Spirito discendere dal cielo sopra di lui, come una colomba. Ed io non lo conoscevo; ma colui che mi mandò a battezzare con l'acqua mi disse: — «Colui sopra il capo del quale vedrai scendere lo Spirito, è Colui che cerchi» — ed io — «vidi ed attesto...» — Egli si fermò; e, continuando ad indicare col bastone teso, lo straniero dai bianchi vestiti: — «ed io attesto chequesti è il figlio di Dio!» —
— «È lui, è lui!» — gridò Balthasar con gli occhi pieni di lagrime. E cadde a terra svenuto.
Durante tutto questo tempo Ben Hur stava studiando la fisonomia dello straniero, ma con un interessamento affatto diverso dagli altri. Lo rallegravano la perfezione delle sue fattezze, la nobiltà, la tenerezza, l'umiltà e la santità della sua persona. Ma nella sua mente uno era il pensiero: — «Chi è quest'uomo? Messia o Re?» — Mai vi fu apparizione meno principesca; al solo guardare quell'aspetto calmo e benigno, l'idea della guerra e della conquista, e il desiderio del dominio gli sembravano una profanazione. — «Balthasar deve aver ragione» — mormorò fra sè — «e Simonide torto. Quest'uomo non è venuto per ripristinare il trono di Salomone; non ha nè il carattere, nè il genio di Erode, Re potrà essere, ma non di un regno più grande di Roma.» —
Dobbiamo però notare che tutto ciò non era una conclusione assoluta per Ben Hur, ma una semplice impressione; e mentre questa stava formandosi, contemplando il meraviglioso aspetto dello straniero, la sua memoria si sforzava febbrilmente come a richiamare un ricordo passato. — «Certamente,» — egli disse fra sè — «io ho già veduto quell'uomo, ma dove e quando?» — Egli era certo che quello sguardo, così calmo, così pietoso, così dolce, si era una volta rivolto a lui, come ora raggiava sopra Balthasar. Improvvisamente, come illuminata da un subito raggio di sole, gli apparve la scena presso il pozzo di Nazareth, quando le guardie Romane lo trascinavano alla galera. A quel ricordo tutto il suo essere tremò. Quelle mani l'avevano aiutato quand'egli soffriva. Quel viso gli era, d'allora in poi, rimasto scolpito nella mente.