CAPITOLO VII.

Terminata la colazione, per occupare il pomeriggio, Ben Hur fece condurre davanti alla tenda il cocchio che egli sottopose ad un attento esame. Questa parola non rende che poveramente lo studio e la cura ch'egli pose nell'osservare ogni minimo particolare del veicolo. Con una soddisfazione che apparirà più comprensibile in seguito, vide che il modello era Greco, a suo avviso preferibile a quello Romano. Era più ampio nello spazio fra ruota e ruota, più basso di sala e più pesante; ma lo svantaggio del pesomaggiore sarebbe più che compensato dalla resistenza dei suoi Arabi. In generale i costruttori di cocchi in Roma fabbricavano solamente veicoli da corsa, sacrificando la sicurezza alla leggerezza, e la resistenza alla grazia; mentre i carri di Achille e delRe degli uomini designati per la guerra e i suoi pericolierano ancora i tipi preferiti nelle gare Istmiche e d'Olimpia.

Poi attaccò i cavalli e li guidò sul campo delle esercitazioni, dove per parecchie ore li tenne sotto il giogo, obbligandoli ad ogni genere di evoluzioni. Quando ritornò al padiglione sul far della sera, il suo animo si era calmato e aveva deciso di sospendere ogni passo riguardo a Messala fin dopo la giornata delle corse. Il piacere di misurarsi col suo nemico al cospetto di tutto l'Oriente era una voluttà di cui egli non sapeva privarsi. La sua fiducia nella propria abilità e nel risultato finale era assoluta. Quanto ai cavalli, essi sarebbero stati i suoi compagni nella gloriosa impresa.

— «Ch'egli stìa all'erta! Ch'egli badi! Nevvero, Antares, Aldebran? Nevvero Rigel, buon cavallo? E tu Altair, Re dei corsieri, non dovrà egli temerci? Buoni, buoni!» —

Così parlava ai cavalli negli intervalli di riposo, andando dall'uno all'altro, e accarezzando loro le guancie e i colli.

Sul far della notte Ben Hur sedeva davanti alla porta della tenda, aspettando Ilderim, non ancora ritornato dalla città. Non provava impazienza, nè dubbio, nè timore. Lo sceicco almeno avrebbe parlato. Anzi, fosse la soddisfazione dell'ottimo lavoro prestato dai cavalli, o la dolce stanchezza che succede a una giornata di tanta fatica, o la cena a cui aveva fatto largo onore, o la reazione, che, per una provvida legge di natura tien sempre dietro al momento di depressione e di tristezza, il giovane si trovava di ottimo umore, e quasi felice. Gli sembrava che la Provvidenza lo avesse preso sotto la sua speciale protezione.

Finalmente si udì lo scalpitare di un cavallo, e Malluch smontò davanti alla tenda.

Ben Hur non fece domande, ma entrò nel recinto dove pascolavano i cavalli. Aldebran gli si avvicinò, come profferendo i suoi servigi. Egli lo accarezzò affettuosamente, ma passò a scegliere un altro cavallo, non uno dei quattro: questi erano sacri alla gara. In breve tempo i due cavalieri percorrevano rapidamente e in silenzio la via della città.

Prima d'arrivare al Ponte Seleucio, essi attraversarono il fiume su di una barca, e penetrarono nella città dal latooccidentale. Il cammino era più lungo, ma Ben Hur lo accettò senza far parola, pensando che fosse una precauzione necessaria.

Passarono il molo di Simonide, e, davanti alla porta del grande magazzeno, Malluch fermò il suo cavallo.

— «Siamo giunti» — egli disse — «smonta.» —

Ben Hur riconobbe la località.

— «Dov'è lo sceicco?» —

— «Vieni con me. Te lo mostrerò.» —

Un custode prese i cavalli, e quasi prima che Ben Hur si rendesse chiaramente conto di quanto avveniva, egli si trovò di nuovo davanti alla porta della casa sopra il terrazzo, e intese una voce: — «In nome di Dio, entrate.» —

Malluch si fermò alla porta; Ben Hur entrò da solo.

La stanza era quella medesima in cui aveva per la prima volta veduto Simonide, e nulla era mutato della sua apparenza, tranne che, presso alla poltrona del vecchio, era stato posto un grande candelabro di bronzo con molte braccia da cui pendevano numerose lampade d'argento, tutte accese. La luce era chiara e illuminava i tavolati delle pareti, la cornice dorata, e la volta di mica viola.

Fatti due passi Ben Hur si arrestò.

Tre persone erano presenti e lo guardavano. — Simonide, Ilderim ed Ester. Egli girò gli occhi dall'uno all'altro come per trovar risposta alla domanda mezzo formulata dal suo cervello: — «Che cosa vogliono da me questi tre?» — A questa tenne subito dietro un'altra: — «Sono amici o nemici?» —

Finalmente i suoi sguardi si fermarono su Ester. I due uomini gli avevano risposto con espressione bonaria, ma ciò ch'egli lesse nel volto della fanciulla era qualche cosa di più spirituale, che, quantunque sfuggisse ad ogni definizione, penetrò profondamente nell'animo suo. Ebbe per un istante la visione di un altro viso, quella dell'Egiziana, ma si dileguò subito.

— «Figlio di Hur.» —

Egli si voltò verso Simonide.

— «Figlio di Hur» — ripetè il negoziante, sillabandocon enfasi solenne le parole, come per imprimergli bene in mente tutto il significato dell'apostrofe — «La pace del Signore Iddio, dei nostri padri sia con te. Prendila da parte mia e dei miei.» —

Il vecchio sedeva nella sua poltrona. Era la stessa testa regale, il volto pallido, l'aria imperiosa, sotto l'influenza della quale i visitatori dimenticavano le sue membra deformi. I bianchi occhi neri brillavano sopra le bianche sopracciglia. Un momento rimase così, poi incrociò le braccia sul petto.

L'atto, messo in rapporto col saluto, non poteva essere frainteso, e non lo fu.

— «Simonide» — rispose Ben Hur, commosso — «la pace che tu offri, io l'accetto. Come figlio a padre te la ritorno: soltanto intendiamoci chiaramente fra di noi.» —

Così, delicatamente, egli cercò di eludere la sottomissione del negoziante, ed invece della relazione fra padrone e schiavo, volle sostituire un vincolo più elevato e più santo.

Simonide lasciò cadere le mani, e volgendosi ad Ester disse:

— «Una sedia per il padrone, o figlia.» —

Essa si affrettò a portargli una sedia, e rimase in piedi, con le gote coperte di rossore, guardando ora all'uno, ora all'altro, da Ben Hur a Simonide, da Simonide a Ben Hur. Dopo una breve pausa Ben Hur prese la sedia dalle sue mani e l'avvicinò alla poltrona del negoziante.

— «Io siederò qui,» — egli disse.

I suoi occhi incontrarono quelli di lei, per un istante solo, ma egli ed Ester si sentirono migliori per quello sguardo.

Simonide si inchinò e disse con un sospiro di sollievo:

— «Ester, mia figlia, portami le carte.» —

Essa andò ad un tavolato nella parete, lo aperse e ne estrasse un rotolo di papiri che porse al padre.

— «Tu dicesti bene, figlio di Hur» — cominciò Simonide, spiegando i fogli — «intendiamoci chiaramente. In anticipazione della richiesta — che io avrei offerto spontaneamente se tu l'avessi rifiutata io ho preparato alcune note che lumeggiano la situazione. Due sono i punti che hanno bisogno di essere spiegati — la proprietà dapprima, e poi i nostri rapporti. L'esposizione è chiara riguardo ad entrambi. Vuoi leggerla?» —

Ben Hur prese le carte, ma diede uno sguardo ad Ilderim.

— «No» — disse Simonide — «la presenza dello sceicco non ti impedisca di leggere; il conto che troveraiha bisogno di un testimonio. In calce di esso tu troverai il nome di Ilderim. Egli è al corrente di tutto ed è tuo amico. Tutto quanto egli è stato per me, sarà anche per te.» —

Simonide guardò l'arabo con un sorriso che questi gli rese con un grave cenno del capo, dicendo: — «Tu l'hai detto.» —

Ben Hur rispose: — «Io ho avuto già altre prove della sua amicizia e toccherebbe a me di mostrarmene degno.» — poi soggiunse: — «Più tardi, o Simonide, leggerò con attenzione le carte; per ora, riprendile, e, se ciò non ti stanca, esponi brevemente il loro contenuto.» —

Simonide riprese il rotolo.

— «Qui, Ester, vicino a me, e prendi le pagine man mano che te le porgo.» —

Essa si pose presso alla sua poltrona, appoggiando la mano destra leggermente sulla spalla del vecchio. Formavano così un gruppo solo, e, quando egli parlava, sembrava che il rendiconto procedesse da entrambi.

— «Questo» — disse Simonide, spiegando la prima pagina — «contiene l'esposizione delle somme che io ebbi da tuo padre, e che salvai dalla confisca Romana. Non v'erano beni, soltanto danaro, e anche questo i predoni avrebbero preso, se non fosse stato che, secondo consuetudini Ebraiche, esso si trovava sotto la forma di cambiali tratte sui mercati di Roma, Alessandria, Damasco, Cartagine e Valenza ed altre città minori. La somma così salvata ammontava a centoventi talenti Ebraici.» —

Egli diede il foglio ad Ester e prese il secondo.

— «Di questo importo io m'incaricai. Ora ascolta i miei crediti. Vedrai che in questa parola io intendo significar i guadagni ricavati da quella somma.» —

Da vari fogli lesse le seguenti cifre, che rendiamo, omettendo le frazioni:

— «Aggiungi a questi, e ai cinquecento cinquantatre talenti guadagnati, il capitale originale ricevuto da tuo padre, tu hai SEICENTO SETTANTATRE TALENTI! — tutti tuoi, che ti fanno, o figlio di Hur, il suddito più ricco della terra.» —

Egli prese i papiri dalle mani di Ester, tranne uno, e li porse a Ben Hur.

L'orgoglio che traspariva da quel gesto, non offendeva; poteva derivare dal sentimento del proprio dovere ben compiuto, o riguardare unicamente Ben Hur.

— «Ed ora non v'è nulla» — egli aggiunse, abbassando la voce, ma non gli occhi — «ora non v'è nulla che tu non possa fare.» —

Il momento era solenne. Simonide tornò ad incrociare le braccia sul petto. Ester era ansiosa. Ilderim si lisciava la barba nervosamente. Una fortuna che giunga improvvisa è la prova di fuoco del carattere umano.

Prendendo il rotolo, Ben Hur si alzò, lottando con la sua emozione.

— «Tutto ciò è come una luce del cielo, mandata a dissipare le tenebre di una notte che io credeva dovesse durare eterna, tanto era lunga e priva d'ogni speranza» — egli disse con voce rauca. — «Io ringrazio il Signore, che non mi ha abbandonato, e poi te o Simonide; la tua fedeltà compensa la crudeltà di altri, e rivendica la natura umana. — «Non v'è nulla ch'io non possa fare:» — Sia così. Tu mi sei testimonio, sceicco Ilderim. Ascolta bene le mie parole, e ricordale; e tu pure, Ester, ottimo angelo di questo buon uomo, ascoltami.» —

Egli tese la mano col rotolo a Simonide.

— «Tutto ciò che queste carte contengono, navi, case, mercanzie, cammelli, cavalli, denaro, tutto io ti restituisco, o Simonide, confermandolo a te ed ai tuoi per sempre.» —

Ester sorrise fra le sue lagrime; Ilderim afferrò con ambe le mani la sua barba, mentre gli occhi gli luccicavano come carboni. Simonide soltanto rimase calmo.

— «Confermandole a te ed ai tuoi per sempre» — continuò Ben Hur — «con una eccezione e ad un patto.» —

I suoi ascoltatori trattennero il respiro per ascoltarlo meglio.

— «Tu dovrai restituirmi i centoventi talenti che appartenevano a mio padre.» —

Il volto di Ilderim si rasserenò.

— «E tu dovrai aiutarmi con tutte le tue forze e contutti i tuoi beni nella ricerca di mia madre e di mia sorella.» —

Simonide era commosso. Porgendogli la mano, egli disse: — «Riconosco l'animo tuo, o figlio di Hur, e sono riconoscente al Signore d'avermi mandato un uomo come te. Come io ho servito tuo padre, così continuerò a servirti; ma non posso accettar le tue proposte generose.» —

Spiegando l'ultimo foglio continuò:

— «Tu non hai veduto tutto. Prendi questo e leggi — leggi ad alta voce.» —

Ben Hur prese il foglio e lesse.

Nota degli schiavi di Hur, tenuta da Simonide suo amministratore.

Ora, in tutte le sue riflessioni intorno a Simonide, Ben Hur non aveva mai lontanamente pensato che, per legge, i figli seguono la condizione dei genitori. In tutte le sue visioni la soave persona di Ester figurava come una rivale dell'Egiziana, oggetto del suo affetto e forse del suo amore. Egli rabbrividì alla rivelazione così bruscamente presentatagli, e vedendo la fanciulla arrossire e chinare gli occhi mentre egli avvoltolava di nuovo il papiro nelle sue mani, egli disse:

— «Un uomo con seicento talenti è ricco in verità, e può fare ciò che gli piace; ma più preziosi del denaro, più preziosi dei beni, sono l'intelligenza che ha saputo ammassare quella ricchezza, e il cuore che, in mezzo a quella ricchezza, non s'è lasciato corrompere.

O Simonide, e tu Ester, non temete. Lo sceicco Ilderim attesterà che da questo momento io vi dichiaro liberi e affrancati, e questo confermerò con una scrittura. Vi basta?» —

— «Figlio di Hur» — disse Simonide — «tu rendi dolce anche la servitù. Ma sappi che io ebbi torto: vi sono cose che tu non puoi fare, nemmeno con le tue ricchezze. Tu non puoi liberarci. Io sono tuo schiavo, perchè spontaneamente mi lasciai forare l'orecchio con la lesina per mano di tuo padre, e i segni rimangono ancora.» —

— «E mio padre fece questo?» —

— «Non biasimarlo,» — si affrettò a dire Simonide. — «Egli mi accettò quale schiavo di questa categoria, perchè io lo supplicai di fatto. Non mi sono mai pentito. Fu questoil prezzo che pagai per Rachele, la madre di mia figlia; perchè Rachele non volle diventare mia moglie, se io non fossi diventato ciò che essa era.» —

— «Essa era schiava in perpetuo?» —

— «Sì.» —

Ben Hur misurò la stanza con passi concitati.

— «Io era già ricco» — disse, arrestandosi di un colpo — «ricco pei doni del generoso duumviro; ora mi capita questa fortuna colossale e la mente che l'ha saputa ammassare. Non v'è il dito di Dio in tutto ciò? Consigliami, o Simonide! Aiutami a scoprire il vero. Fa che io diventi degno del mio nome, e se tu sei schiavo nella legge, io sarò tuo servo di fatto. Tu comanda.» —

Il viso di Simonide era raggiante.

— «O figlio del mio morto padrone! Io farò più che aiutarti; io metterò al tuo servizio tutta la forza della mia mente e del mio cuore. Il mio corpo però non giova alla tua causa, ma col cuore e con la mente ti servirò. Lo giuro, per l'altare del nostro Dio! Soltanto creami con nomina formale ciò che fin'ora ho finto di essere.» —

— «Che cosa?» — chiese Ben Hur con sollecitudine.

— «Amministratore dei tuoi beni.» —

— «Lo sei da questo istante, o vuoi lo faccia in iscritto?» —

— «La tua parola basta. Così fece tuo padre. Ed ora siamo intesi.» — Simonide tacque.

— «Lo siamo» — disse Ben Hur.

— «E tu, figlia di Rachele, parla!» — continuò Simonide, sollevando il braccio di lei dalla sua spalla.

Ester, lasciata così sola, rimase confusa un istante; poi andò da Ben Hur, e con tutta la grazia della sua femminilità, disse:

— «Io non sono diversa da mia madre; e poichè essa è morta, lascia, padrone, che io prenda cura di mio padre.» —

Ben Hur prese la sua mano e la condusse presso la poltrona. — «Sei una buona figliuola» — disse. — «Sia fatta la tua volontà.» —

Essa cinse di nuovo il collo di suo padre e per qualche tempo regnò il silenzio nella stanza.

Simonide alzò il capo.

— «Ester, egli disse dolcemente, la notte è inoltrata; portaci da bere, affinchè ciò che ancora dobbiamo dire non ci affatichi.» —

Essa suonò il campanello. Un domestico entrò con vino e pane.

— «Qualche cosa rimane ancora da chiarirsi, mio buon padrone» — disse Simonide. — «D'ora innanzi le nostre vite dovranno correre insieme come due fiumi che hanno unite le loro acque e scorrono verso la medesima foce. È meglio che ogni nube sia dissipata. Quando tu partisti l'altro giorno dalla mia porta tu credesti che io ti avessi negato quei tuoi diritti che ora conosco in tutta la loro ampiezza. Ma non fu così, no, non fu così. Ester può attestare che io ti riconobbi, e che non ti perdei di vista lo può dire Malluch, il quale...» —

— «Malluch!» — esclamò Ben Hur.

— «Chi è inchiodato come me alla sua poltrona, deve servirsi di molte mani se vuol muovere il mondo dal quale lo divide una così crudele barriera.

Io ho molte di queste mani, e Malluch è una delle migliori. E qualche volta,» — e rivolse uno sguardo riconoscente allo sceicco — «qualche volta mi rivolgo ad altri cuori generosi, come Ilderim, buono e coraggioso. Che egli ti dica se ti avevo ripudiato o dimenticato.» —

Ben Hur guardò l'Arabo.

— «Questi è colui che ti parlò di me, buon Ilderim.» —

Ilderim accennò di sì col capo, e i suoi occhietti scintillarono.

— «Come si può conoscere senza una prova, o mio padrone» — continuò Simonide, — «ciò che sia un uomo? Io ti ravvisai, per la somiglianza con tuo padre; ma non conosceva la tua indole e i tuoi costumi. V'è della gente per la quale le ricchezze sono una maledizione. Eri tu uno di questi esseri?

Io mandai Malluch per accertarmene, e vidi coi suoi occhi, e ascoltai con le sue orecchie. Non biasimarlo. Ciò che egli mi riferì era tutto in tuo favore.» —

— «Io non lo biasimo» — disse Ben Hur, cordialmente. — «Io approvo la tua saggezza.» —

— «Le tue parole mi sono gradite» — continuò il negoziante, — «gradite assai. La mia paura di un malinteso è cessata. Ed ora i fiumi scorrano per la loro via nella direzione che Dio indicherà!» —

Dopo una pausa egli riprese.

— «Come il tessitore seduto al telaio vede scorrere veloci le spole, e la tela crescere sotto i suoi occhi e coprirsi di figure ed arabeschi, mentre egli sogna fulgidi sogni nel frattempo; così, nelle mie mani, si accumulava il denaro, ed io mi meravigliavo di questa prosperità e spesso me ne chiedevo il perchè. Io vedeva una mano che non era la mia guidare ogni impresa. Il Simun, che seppelliva le carovane degli altri nel deserto, risparmiava le mie; le tempeste che riempivano i mari di naufragi e gettavano i rottami sulle spiaggie, acceleravano il corso delle mie navi. Più strano di tutto, io, così dipendente dagli altri, immobile nella mia sedia come una cosa morta, non ho mai patito una perdita da parte di un agente — mai. Gli elementi sono aggiogati al mio servizio, e tutti i miei servitori mi sono stati fedeli.» —

— «È strano veramente» — disse Ben Hur.

— «Così io mi diceva. Finalmente, o padrone, venni alla tua conclusione: Iddio c'entrava — e come te mi chiesi: — «Quale sarà il suo scopo?» — La mente di Dio non si muove se non con un intento. E per tutti questi anni mi sono ripetuto questa domanda, aspettando una risposta, che sapevo Dio avrebbe fatta a suo tempo. E io credo che il momento sia venuto.» —

Ben Hur ascoltò con attenzione crescente.

— «Molti anni or sono, io sedeva con tua madre, o Ester, sulla strada ad oriente di Gerusalemme, presso le tombe dei Re, quando tre uomini mi passarono davanti sopra grandi cammelli bianchi, non mai veduti nella Città Santa. Questi uomini erano stranieri, e venivano da lontano. Il primo di essi si fermò e chiese: — «Dov'è colui che è nato Re degli Ebrei?» —

E come per calmare la mia curiosità continuò: — «Noi abbiamo veduto la sua stella in Oriente, e siamo venuti per adorarlo.» — Io non sapeva che cosa rispondere, ma tenni loro dietro fino alla porta di Gerusalemme, dove ripeterono la loro domanda alla guardia. Tutti quelli che la intesero, rimasero stupiti e credettero che si trattasse dell'atteso

Col tempo dimenticai queste circostanze, che ora mi sono state nuovamente richiamate alla mente. Hai veduto Balthasar?

— «Sì, ed ho udito il suo racconto» — disse Ben Hur.

— «Un miracolo! Un vero miracolo!» — esclamò Simonide. — «Quando egli me lo narrò, mi parve di ascoltare la risposta che da tanti anni attendevo. Il pensiero di Dio mi balenò chiaro davanti agli occhi. Il Re che verrà sarà povero, povero e senza amici; senza seguito, senza esercito, senza flotte, senza città e piazze forti; c'era un regno da formare e una Roma da essere abbattuta. Vedi, o padrone, vedi! Tu pieno di forza, tu addestrato nelle armi, tu ricco; quale opportunità ti offre il Signore! Non abbraccerai l'occasione e non farai tuo questo compito? Quale gloria più perfetta potrebbe desiderare un uomo?» —

Simonide aveva pronunciato questo appello con tutta l'anima sua.

— «Ma il regno, il regno!» — Ben Hur rispose. — «Balthasar dice che sarà delle anime soltanto.» —

L'orgoglio ebraico era forte in Simonide e con un leggiero tono di disprezzo egli replicò:

— «Balthasar è stato testimonio di cose meravigliose, o padrone; di miracoli; e, quando egli ne parla, la mia fede si china dinanzi a lui, perchè egli le ha vedute ed udite. Ma d'altra parte egli è un figlio di Mizraim, pur non essendone un proselite. Non è dunque credibile ch'egli possegga cognizioni tali da costringerci a credere ciecamente tutto ciò che riguarda le intenzioni di Dio con Israele. I profeti ricevevano la loro luce direttamente dal cielo, come la ebbe lui. Essi sono molti, egli è solo. Io devo credere ai profeti: Ester, portami la Torah.» —

Poi continuò senza attenderla:

— «Si può rigettare la testimonianza di tutto un popolo, o padrone? Da Tiro al Nord, fino alla capitale di Edom all'estremo Sud, non trovai un pastore o un mendicante che non ti dica che il regno del Re che verrà, sarà come quello di Davide e di Salomone. Donde trassero la loro fede, è ciò che vedremo.» —

In quella rientrò Ester, recando una quantità di rotoli entro astucci ornati di arabeschi e con strane lettere d'oro.

Egli li prese e li ordinò sopra il tavolo. Spiegando ora l'uno ora l'altro dei vecchi papiri, egli confortò le sue argomentazioni con copiose citazioni, che noi, per brevità, risparmieremo al lettore. Dal Libro di Enoch, ai salmi diDavide, dalle profezie di Ezra, di Geremia e di Daniele, chiare come squilli di tromba uscivano le parole annunziatrici del Regno del Re che doveva venire, la sua gloria, i suoi trionfi.

Ben Hur piegò la fronte sopraffatto, convinto, ed esclamò:

— «Io credo, io credo!» —

— «E allora?» — chiese Simonide. — «Se il Re sarà povero, non lo aiuterà il mio padrone con la ricchezza che possiede in abbondanza?» —

— «Aiutarlo? Fino all'ultimo siclo e all'ultimo respiro! Ma perchè credi che verrà povero?» —

— «Ascolta la parola del Signore, quale Zaccaria l'intese. Ecco come il Re entrerà in Gerusalemme.» — E lesse: — «Rallegrati, o figliuolo di Sion. Vedi il tuo Re che viene con la giustizia e con la salvezza; umilmente a cavallo di un asino.» —

Ben Hur torse il capo e guardò altrove.

— «Che cosa vedi, o padrone!» —

— «Roma!» — rispose mestamente. — «Roma e le sue legioni. Io ho vissuto con esse nei loro accampamenti, e le conosco.» —

— «Ah!» — disse Simonide. — «Tu guiderai le legioni del Re, sarai alla testa di milioni di uomini.» —

— «Milioni di uomini!» — esclamò Ben Hur.

Simonide stette alquanto sopra pensiero.

— «La questione del numero non ti inquieti» — disse Simonide.

Ben Hur lo guardò.

— «Tu vedi da una parte il Re umile e dimesso, e dall'altra parte le serrate legioni di Roma, e ti domandi: Che cosa può egli fare?» —

— «Questo era il mio pensiero.» —

— «O mio padrone!» — continuò Simonide — «Tu non conosci la forza d'Israele. Tu te lo figuri come un vecchio cadente che piange amare lacrime presso i fiumi di Babilonia. Ma va a Gerusalemme il giorno di Pasqua, e fermati sullo Xisto o nella Via dei Barattieri, e conta la gente che passa. La promessa che il Signore fece a nostro padre Giacobbe si è avverata davvero; noi ci siamo moltiplicati infinitamente, ad onta della schiavitù in Egitto, della cattività Babilonese, della dominazione Romana. Ma non solo ai limiti della razza devi badare; ma pensa allo sviluppo della nostra fede che abbraccia tanti popoli nell'Asia, conta gli eserciti dei fedeli che aspettano il vecchiogrido d'allarme: Alle tue tende, Israele! A centinaia e migliaia sono sparsi nella Persia, nell'Egitto, nell'Africa, nei mercati d'occidente, nella Spagna ed a Londra, nella Grecia e nelle isole, sul Ponto e qui in Antiochia, e nella stessa maledetta città dei sette colli. È un corteo di nazioni, è una selva di spade che attende l'avvento del Re.» —

Le parole furono profferite con fervore ed ispirazione. Sopra Ilderim fecero l'effetto d'uno squillo di tromba. — «Oh se mi ritornasse la mia gioventù!» — egli gridò balzando in piedi.

Ben Hur non si mosse. Egli comprendeva che questo discorso mirava ad invitarlo a sacrificare tutta la sua vita e la sua fortuna al servizio dell'Essere misterioso nel quale si concentravano le speranze di Simonide come quelle dell'Egiziano. L'idea, come abbiamo veduto, non era nuova, ma gli era venuta ripetutamente, dopo le parole di Malluch, dopo la cena con Balthasar; ma aveva urtato contro ostacoli, e non si era ancora mutata in una risoluzione certa. Ora non più. Una mano maestra era venuta a raccogliere la vasta trama, ad ordinarne le fila. Quelle parole alate ebbero sopra di lui l'effetto come se una porta invisibile si fosse improvvisamente spalancata, inondandolo di un fascio di luce, schiudendogli tutto un nuovo splendente avvenire, in cui il sogno della sua vita, quel sogno careggiato fra le catene e sul remo, e nelle palestre di Roma, trovava il suo posto e prometteva di avverarsi. Un ultimo dubbio rimaneva.

— «Ammettiamo tutto quanto tu dici, o Simonide, che cioè il Re verrà e il suo regno sarà come quello di Salomone. Supponiamo anche che io sia pronto a mettere me stesso e le mie ricchezze al suo servizio; di più, che le vicende della mia vita, e la vasta fortuna da te accumulata siano state davvero ordinate da Dio a quello scopo; dovremo noi forse lavorare alla cieca? Dobbiamo aspettare l'arrivo del Re? Ch'egli mi chiami? Tu hai l'esperienza dell'età. Rispondi.» —

Simonide rispose senza esitare.

— «Non abbiamo altra scelta, nessuna. Questa lettera» — così parlando estrasse il messaggio di Messala — «è il segnale della lotta. Noi non siamo abbastanza forti per resistere l'alleanza di Messala con Grato; ci mancano l'influenza a Roma e la forza qui. Essi ti uccideranno se aspetti. Vedi nella mia persona qual'è la loro misericordia.» —

Un fremito lo scosse al ricordo dei tormenti.

— «O buon padrone» — egli continuò — «L'animo tuo è forte?» —

Ben Hur non lo comprese.

— «Io mi ricordo come bella mi sembrava la vita alla tua età» — proseguì Simonide.

— «Nondimeno» — disse Ben Hur — «fosti capace di un grande sacrificio.» —

— «Sì, per amore.» —

— «Non ha la vita altri motivi forti del pari.» —

Simonide scosse la testa.

— «C'è l'ambizione.» —

— «L'ambizione è vietata ai figli d'Israele.» —

— «La vendetta!» —

Era una scintilla cadente in un mare infiammabile. Gli occhi del vecchio brillarono, le sue dita si strinsero, ed egli rispose con veemenza:

— «La vendetta è un diritto dell'Ebreo. Così dice la legge.» —

— «Un cammello, fino un cane, ricorda l'offesa!» — gridò Ilderim.

Simonide ripigliò il filo del suo discorso.

— «Vi è un lavoro da compiersi prima dell'avvento del Re, un lavoro di preparazione. La mano d'Israele sorgerà in sua difesa, non v'ha dubbio, ma, ahimè, è una mano che la pace ha rattrappita, che la guerra deve snodare. Fra i milioni non vi è disciplina, non vi sono capitani. Io non parlo dei mercenari di Erode, che parteggerebbero pei nostri nemici. Questa pace è cara al Romano, ed è frutto della sua politica; ma un cambiamento è vicino, in cui il pastore butterà via il suo bordone e brandirà la spada e la lancia, e gli armenti pascolanti diverranno branchi di leoni. Qualcheduno, o mio figlio, dovrà occupare il posto alla destra del Re. E a chi spetterà questo onore se non a colui che avrà compiuto questo lavoro?» —

Il volto di Ben Hur si accese.

— «Io vedo. Ma parla chiaramente. Altro è dire: una cosa deve farsi; altro è dire come deve farsi.» —

Simonide bevve un sorso del vino che Ester gli aveva offerto, poi proseguì:

— «Lo sceicco e tu, mio padrone, avrete ciascuno una parte. Io rimarrò qui, continuando il mio mestiere affinchè non si esauriscano i fondi, e starò in vedetta. Tu andrai a Gerusalemme, e di là nei monti, e comincerai a contare gliuomini d'arme d'Israele, dividendoli in deche e in centene, scegliendo capitani ed esercitandoli nelle armi, che io ti manderò e che saranno nascoste in luoghi segreti. Partendo dalla Perea, andrai fra i Galilei, e quindi a Gerusalemme. Nella Perea avrai alle tue spalle il deserto con Ilderim e i suoi cavalieri. Egli proteggerà le retrovie e ti sarà utile in molte guise. Nessuno saprà nulla di nulla finchè il disegno non è maturo. Ho già parlato ad Ilderim. Che te ne pare?» —

Ben Hur guardò lo sceicco.

— «Le cose stanno com'egli dice, figlio di Hur,» — rispose l'Arabo. — «Io gli ho dato la mia parola, ed egli si è dichiarato soddisfatto; ma tu avrai il mio giuramento e quello di tutte le lancie della mia tribù.» —

Tutti e tre — Simonide — Ilderim — Ester — fissarono Ben Hur.

— «Ogni uomo» — egli rispose lentamente — «in un momento o l'altro della sua vita, appressa alle sue labbra la coppa del piacere e ne assaggia il liquido delizioso, ogni uomo tranne me. Io vedo, Simonide, e tu, generoso sceicco, a che cosa tendono le vostre proposte. Se io le accetto ed intrapprendo questo compito, addio pace e belle speranze di una vita tranquilla! Le porte che ora m'invitano si chiuderanno dietro di me per non riaprirsi più mai, perchè Roma ne tiene tutte le chiavi; il suo bando mi seguirà ovunque. Fuggendo i suoi segugi, le tombe e le caverne saranno la mia dimora, ultimo asilo il deserto.» —

Un singhiozzo interruppe le sue parole. Tutti si voltarono verso Ester, che celò il volto sul petto del padre.

— «Io non l'avrei creduto di te, Ester» — disse Simonide con dolcezza, commosso egli medesimo.

— «Sta bene, Simonide» — disse Ben Hur. — «La sentenza sembra men dura al condannato quando vede la compassione che piange.» —

— «Io stavo dicendo» — egli continuò, — «che non mi rimane altra scelta che di accettare la parte che voi mi destinate. E siccome, fermandomi qui, io mi esporrei ad una morte ignobile, imprenderò subito il lavoro.» —

— «Dobbiamo mettere in iscritto il nostro accordo?» — chiese Simonide, mosso dalle abitudini commerciali.

— «Mi basta la tua parola» — disse Ben Hur.

— «Ed anche a me» — Ilderim rispose.

Così, semplicemente, fu conchiuso il contratto che doveva mutare la vita di Ben Hur.

— «Il signore Iddio di Abramo protegga la nostra impresa!» — esclamò Simonide.

— «Ed ora un'ultima parola, amici» — disse Ben Hur con volto più lieto. — «Se permettete, voglio essere padrone di me stesso fino dopo i giuochi. Non è probabile che un pericolo mi minacci da parte di Messala prima che gli giunga la risposta del procuratore, e questo non può avvenire che in sette od otto giorni. Il nostro incontro nel Circo è un piacere che comprerei a qualunque rischio,» —

Ilderim, felicissimo, annuì subito, e Simonide, intento agli affari soggiunse. — «Va bene, padrone; quest'indugio mi darà agio di renderti un servigio. Tu parlasti di un'eredità lasciata da Arrio. Consiste essa in beni?» —

— «Una villa a Miseno e alcune case in Roma.» —

— «Io propongo che siano vendute, e i guadagni depositati in luogo sicuro. Dammi l'autorizzazione e io manderò subito un agente. Per questa volta almeno preverremo gli imperiali predoni.» —

— «Domani avrai la nota e la procura.» —

— «Allora se non v'è altro, il lavoro, per questa notte è terminato» — disse Simonide. Ilderim si lisciò la barba con compiacenza dicendo — «E ben terminato» —

— «Ester, offri il vino e il pane» — continuò Simonide. — «Lo sceicco Ilderim ci onorerà con la sua presenza questa notte, e domani; e tu mio padrone?» —

— «Fa sellare i cavalli» — disse Ben Hur. — «Io ritorno all'Orto. Il nemico non mi scoprirà se vado ora, e» — diede uno sguardo ad Ilderim — «i quattro saranno contenti di vedermi.» —

Ai primi albori del giorno, egli e Malluch smontarono davanti alla porta della tenda.

La notte successiva, intorno all'ora quarta, Ben Hur stava sul terrazzo del grande magazzeno, al fianco di Ester. Sotto di essi si agitava la medesima folla rumorosa di operai, marinai, facchini, che lavorando al lume delle torcie avevano l'aspetto di genii di qualche fantastica favola orientale. Si stava caricando una galera che doveva partire sul far del giorno. Simonide non era ancora tornato dal suoufficio, nel quale, all'ultimo momento, avrebbe consegnato al capitano del vascello l'ordine di procedere direttamente fino al Porto d'Ostia, sbarcarvi un passeggero, e continuare, con suo comodo, per Valenza, sulla costa di Spagna.

Il passeggero è un agente di Simonide e si reca a Roma per vendere i fondi lasciati dal duumviro Arrio. Quando la nave avrà levata l'ancora, e la sua prua sarà vôlta ad occidente, Ben Hur sarà irrevocabilmente astretto all'impresa di cui si è parlato la notte prima. Se egli vuol mutare pensiero, se egli si pente dell'accordo conchiuso con Ilderim, egli è ancora in tempo di revocarlo. Egli è il padrone, e non ha che a dire una parola.

Tali erano i suoi pensieri mentre dall'alto della terrazza, con le braccia incrociate, guardava fisso dinanzi a sè, come un uomo agitato dal dubbio. Giovine, bello, ricco, abituato ai circoli più aristocratici di Roma, con quante voci eloquenti le tentazioni del mondo gli lanciavano i loro appelli seducenti! Come gravosa doveva sembrargli la vita di sacrifici e di pericoli ch'egli stava per abbracciare! Possiamo immaginare anche gli argomenti che lo incalzavano: L'impresa disperata di una lotta con Cesare, l'incertezza che velava la venuta del Re, e tutto ciò che a lui si riferiva; gli agi, gli onori, l'autorità, che le ricchezze gli potevano procurare; e sopra tutto la vita tranquilla fra i nuovi amici che egli aveva trovato. Soltanto coloro che per anni hanno pellegrinato soli e desolati di paese in paese, possono apprezzare la forza di questo ultimo appello. Aggiungiamo a questi argomenti la voce del mondo, astuta, carezzevole, che sempre mormora al debole: — «Fermati: non ti muovere da dove stai bene,» — presentando sempre i lati più attraenti della vita, la voce del mondo era in questo caso aiutata da quella d'una donna.

— «Sei mai stata a Roma?» — egli chiese alla sua compagna.

— «No» — rispose Ester.

— «Ti piacerebbe andarvi?» —

— «Non credo.» —

— «Perchè?» —

— «Ho paura di Roma.» — Essa disse, con un lieve tremore nella voce.

Egli guardò la piccola figura di bimba al suo lato. Nella penombra non poteva discernere il suo volto; le sue stesse forme erano indistinte. L'immagine di Tirzah gli si ripresentò alla mente, e una grande tenerezza lo prese.Così la sorellina perduta stava con lui sopra il tetto della casa, quella mattina fatale dell'accidente di Grato. Povera Tirzah! Dov'era essa? Ester gli diventò quasi santa a quel mesto ricordo. Egli non avrebbe mai potuto considerarla come sua schiava, e, se lo era legalmente, questo lo avrebbe anzi spronato ad usarle la massima cortesia e rispetto.

— «Io non posso pensare a Roma» — essa esclamò con voce calma, e parlando con quel suo dolce fare di donna. — «Io non posso pensare a Roma come una città di templi e palazzi, affollata di abitanti; per me essa è un mostro che stende le sue spire in tutte le terre, che affascina gli uomini col magico splendore dei suoi occhi verdi e cattivi, e li trae alla loro rovina, un mostro non mai sazio di sangue. Perchè....» —

Essa esitò, abbassò gli occhi, e si fermò.

— «Continua» — disse Ben Hur, rassicurandola.

Essa si fece più presso a lui e alzò il viso verso il suo. — «Perchè vuoi fartene una nemica? Perchè non rimanere in pace con essa e vivere tranquillo? Tu hai avuto molti dolori; hai sopravvissuto alle insidie dei tuoi avversari; hai penato tutta la tua gioventù; perchè non dare al piacere gli anni che ti rimangono?» —

Il volto della fanciulla gli sembrava diventar più pallido e avvicinarsi sempre più, mentre la sua preghiera lo incalzava. Egli si chinò sopra di lei e chiese, sommessamente:

— Che cosa vorresti ch'io facessi, Ester?» —

Essa ebbe un momento di esitazione, e poi chiese a sua volta:

— «È molto bella la tua villa presso Roma?» —

— «È bellissima, un palazzo in mezzo a giardini e boschi, con fontane, statue, colline coperte di vigneti; in vista del Vesuvio e di Napoli, col suo mare azzurro popolato da bianche vele irrequiete. Cesare possiede una villa lì vicino, ma a Roma dicono che la vecchia villa di Arrio è più bella.» —

— «E la vita vi è tranquilla?» —

— «Mai giorno d'estate o notte di plenilunio era più tranquillo del soggiorno in essa, tranne quando venivano visite. Ora che il vecchio padrone è morto, e la proprietà è mia, non v'è nulla che ne interrompa il silenzio, se non il mormorio dei ruscelli, e delle fontane o il canto degli uccelli. Giorno succede a giorno. I fiori sbocciano, sfoggiano al sole i loro mille colori, poi avvizziscono, e danno luogo anuovi bocci e a frutti. Il cielo è sempre eguale, sereno, interrotto qua e là da qualche cirro candido, passeggero. Era una vita troppo calma, Ester; che mi rendeva inquieto, collerico, persuadendomi in un sentimento della mia inutilità ed infingardaggine, — a me, che tanto aveva da fare! —

Essa guardò lontano sul fiume.

— «Perchè hai chiesto?» — egli domandò.

— «Mio buon padrone....» —

— «No, Ester; non così. Chiamami amico, fratello, se vuoi: io non sono il tuo padrone, e non voglio esserlo; Chiamami fratello,» —

Egli non potè vedere il rossore che le tinse le guancie e il lampo di gioia che le brillò negli occhi.

— «Io non posso comprendere» — essa continuò — «come tu possa preferire una vita come questa, una....» —

— «Una vita di violenza e forse di sangue» egli rispose completando il periodo.

— «Sì, preferire una tal vita alla lieta esistenza in quella bellissima villa.» —

— «Ester, tu sbagli. Non si tratta di preferenza. Ahimè! Il Romano non mi lascia la scelta. Io vado perchè è necessario; s'io resto mi aspetta la morte nel pugnale di un sicario, in una tazza avvelenata, nella sentenza di un magistrato corrotto e comprato. Messala e il procuratore Valerio Grato, sono ricchi col bottino dei miei beni paterni, e la paura di perdere i loro guadagni li spingerà ad ogni eccesso. Un accordo pacifico con essi è impossibile, e anche se potessi comperare la loro amicizia, Ester, non so se lo farei. Io non sono nato per la pace, e l'irrequietezza ch'io provava sotto gli archi marmorei della mia villa mi perseguiterebbe dappertutto. Eppoi, non ho io il sacro compito di cercare i miei cari? Se li trovo, non è mio dovere vendicarmi sopra coloro che li hanno fatti soffrire; se sono morti, devo lasciar fuggire i loro assassini? No, il più santo affetto non potrebbe conciliarmi il sonno della pace, quando la mia coscienza mi pungesse col rimorso di aver mancato al mio dovere.» —

— «Dunque tutto, tutto è invano?» — essa chiese con voce querula.

Ben Hur prese la sua mano.

— «La mia felicità ti è dunque di tanto momento?» —

— «Si» — essa rispose semplicemente.

La mano era tiepida e piccola, e tremava nella sua palma. Allora l'immagine dell'Egiziana gli balenò davanti; cosìslanciata, così audace, con la sua adulazione sagace, il suo spirito pronto, con la sua meravigliosa bellezza. Egli portò la mano alle sue labbra e disse:

— «Tu sarai una seconda Tirzah per me, Ester.» —

— «Chi è Tirzah?» —

— «La sorellina che il predone Romano mi rubò e che io devo ritrovare.» —

In quella un fascio di luce si proiettò sul terrazzo. Si voltarono, e videro Simonide avvicinarsi nella sua poltrona, spinta da un domestico. Dalla porta aperta si scorgeva la stanza illuminata.

Allo stesso tempo la galera nel fiume alzò le ancore, girò su sè stessa, e fra un lungo urlo dei marinai e un confuso agitarsi di torce, si avviò verso l'alto mare — lasciando Ben Hur avvinto alla causa del Re che doveva venire.

Il giorno prima dei giuochi, durante il pomeriggio, tutti i beni mobili di Ilderim furono trasportati in città e depositati in un Khan vicino al Circo. I suoi servitori, vassalli armati, cavalli, buoi, pecore, cammelli formavano una lunga processione pittoresca e rumorosa, che destò l'ilarità di quante persone la incontrarono per via. D'altra parte lo sceicco, di solito così irascibile, accoglieva queste dimostrazioni con la massima equanimità e buon umore. Egli pensava infatti, che se, come aveva ragione di credere, egli si trovasse sotto sorveglianza, le spie Romane avrebbero descritto alle autorità, la pompa semi-barbarica con cui era venuto alle corse. I Romani avrebbero riso, la città si sarebbe divertita, e i sospetti si sarebbero acquetati. Il giorno dopo, tutta questa moltitudine di uomini e di animali si troverebbe sulla via del deserto, non lasciando indietro che il solo necessario per il buon esito della gara. Ilderim, con altre parole, stava per partire; le sue tende erano piegate, il dovar era sciolto; in dodici ore ogni cosa poteva mettersi in salvo. Così il vecchio Arabo preparavasi ad un eventuale colpo da parte di Messala.

Nè Ben Hur da parte sua deprezzava l'influenza del suo nemico, quantunque fosse d'opinione che nessun atto d'ostilitàsarebbe avvenuto prima del giorno delle corse. Se Messala vi rimanesse sconfitto, allora c'era d'aspettarsi il peggio. Probabilmente non avrebbe neppure atteso le istruzioni di Grato.

Preparati ad ogni evento, cavalcavano l'uno di fianco all'altro sulla strada per Antiochia. Per via incontrarono Malluch, il quale nè con un segno nè con una parola diede a vedere di conoscere le nuove relazioni sorte fra Simonide e Ben Hur, e dell'accordo fra questi due ed Ilderim. Scambiati i saluti d'uso, estrasse una carta, dicendo allo sceicco:

— «Ecco il programma delle corse, appena uscito; troverai i tuoi cavalli e l'ordine della partenza. Senza attendere, io mi congratulo, ottimo sceicco, della tua vittoria.» —

Volgendosi poi a Ben Hur. — «Anche a te figlio di Arrio le mie congratulazioni. Tutti i preliminari sono stati osservati, ed ora nulla ti impedisce di misurarti con Messala.» —

— «Io ti ringrazio Malluch» — disse Ben Hur.

Malluch continuò:

— «Il tuo colore è bianco, quello di Messala porpora ed oro. I ragazzi li vendono nelle strade, e domani ogni Arabo ed ogni Ebreo porterà il tuo distintivo. Vedrai che nel Circo il bianco ed il rosso si divideranno la gradinata.» —

— «La gradinata — ma non la tribuna sulla Porta Pompae.» —

— «No; lo scarlatto ed il rosso vi domineranno. Ma se noi vinciamo» — Malluch si struggeva tutto dalla gioia — «se vinciamo, come tremeranno quei signori! Essi scommetteranno tutti per Messala naturalmente, e nel loro disprezzo per tutto ciò che non è Romano, lo quoteranno a due, a tre, a cinque, perchè egli è uno di loro.» — Abbassando la voce continuò. — «Non è bene che un Ebreo di buona fama nel Tempio prenda parte alle scommesse; ma, in confidenza, io avrò, un amico dietro il posto del console, il quale accetterà le loro offerte a due, a cinque, a dieci — la loro pazzia potrà salire fino a questo. Ho messo a sua disposizione seimila sicli.» —

— «No, Malluch» — disse Ben Hur. — «Un Romano non scommette che nella sua moneta. Se trovi il tuo amico questa sera, metti a suo credito quanti sesterzi vuoi. E bada, Malluch — digli di concludere scommesse con Messala ed i suoi amici. I quattro di Ilderim, contro quelli di Messala.» —

Malluch pensò un momento.

— «Il risultato sarà di concentrare tutto l'interesse della corsa sopra voi due.» —

— «È proprio quello che desidero, Malluch.» —

— «Vedo, vedo.» —

— «Sì, Malluch, se vuoi aiutarmi, cerca di fissare l'attenzione del pubblico sulla nostra corsa — quella di Messala e la mia.» —

— «C'è un modo» — disse Malluch con vivacità.

— «Sia fatto» — rispose Ben Hur.

— «Somme enormi offerte in scommesse contro di lui richiamerebbero l'attenzione di tutta la città. Se sono accettate tanto meglio.» — Così dicendo Malluch scrutò attentamente il volto di Ben Hur.

— «Non dovrei io ricuperare parte dei beni di cui mi spogliarono?» — disse Ben Hur quasi fra sè. — «Forse un'altra occasione non si presenterà. E se potessi infrangere il suo orgoglio e rovinarlo nella fortuna, il nostro padre Giacobbe potrebbe aversene a male?» —

Un fermo proposito si disegnò nei suoi maschi lineamenti, e accentuando le parole, continuò: — «Sì, Malluch. Sia così. Non rinculare da qualunque offerta. Se non bastano i sestersi, talenti. Cinque, dieci, venti talenti, se trovi chi li accetta; anche cinquanta, purchè la scommessa sia con Messala.» —

— «È una somma ingente» — disse Malluch. — «Devo avere garanzia.» —

— «L'avrai. Va da Simonide, e digli che voglio si faccia così, che voglio rovinare il mio nemico, e che una simile occasione non potrà forse offrirsi mai più. — Va, Malluch. Il Signore dei nostri padri è con noi.» —

E Malluch, felicissimo, dopo averlo salutato, fece per andarsene, ma, poi, ravvedendosi, tornò indietro.

— Un'altra cosa volevo dirti, figlio di Arrio. Io non ho potuto avvicinarmi in persona al cocchio di Messala, ma lo ho fatto misurare da un altro. Il mozzo della ruota è un palmo più alto da terra che non il tuo.» —

— «Un palmo! Tanto?» — gridò Ben Hur con gioia.

Poi si chinò verso Malluch.

— «Se tu sei figlio di Giuda, Malluch, e fedele alla tua gente, prendi posto nella gradinata sopra la Porta del Trionfo, di faccia ai pilastri, e osserva bene quando facciamo le voltate; osserva bene, perchè se la fortuna mi favorisce, io — No, Malluch, è meglio non parlarne! Soltanto assicurati un posto, e sta attento.» —

In quella un grido sfuggì dalla bocca di Ilderim.

— «Ah, per lo splendore di Dio, che cosa significa ciò?» —

Si avvicinò a Ben Hur indicando il programma.

— «Leggi» — disse Ben Hur.

— «No, leggi tu.» —

Ben Hur prese il foglio, firmato dal prefetto della provincia, quale datore dei giuochi. — Avvertiva il pubblico che in primo luogo vi sarebbe stata una grandiosa processione, e che dopo i consueti sacrifici al dio Conso avrebbero avuto principio i giuochi; corse a piedi, salti, lotta, ciascuno nell'ordine in cui dovevano seguirsi. — L'elenco conteneva i nomi dei competitori, le loro nazionalità, le scuole donde uscivano, le gare cui avevano preso parte, i premi già vinti, e i premi offerti ora. Questi erano vistosi e scritti in grandi lettere illuminate, testimoniando il tempo trascorso e i costumi mutati da quando la semplice corona di alloro o di pino, bastava al vincitore, assetato più di gloria che di ricchezze.

Su questa parte del programma Ben Hur sorvolò rapidamente finchè arrivò all'annuncio della corsa. Lesse con attenzione. Il colto pubblico era informato che Antiochia avrebbe allestito uno spettacolo non mai uguagliato nella storia. Le feste erano date in onore del Console. Centomila sesterzii e una corona d'alloro formavano il premio. Poi seguivano i particolari. I competitori erano sei, tutte quadrighe, e dovevan partire contemporaneamente.

Eccone la descrizione:


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