CAPITOLO VI.

— «Viaggiatore!—Sei tu straniero?» —I. Ascolta il mormorìo dei ruscelli e non temere la pioggia delle fontane. Così le naiadi impareranno ad amarti.II. Zeffiro ed Austro sono le brezze amiche di Dafne; gentili riformatrici della vita esse ti preparano infinite dolcezze. Quand'Euro soffia, Diana è a caccia; se Borea sibila, nasconditi, perchè Apollo è corrucciato.III. Le ombre del Bosco sono tue di giorno: di notte appartengono a Pane ed alle sue Driadi. Non turbarle.IV. Cibati parcamente del loto lungo le sponde dei rivi, se non vuoi perdere la memoria, il che equivale a diventare figlio di Dafne.V. Non toccare il ragno che tesse. È Aracne che lavora per Minerva.VI. Vuoi tu contemplare le lacrime di Dafne? Strappa un germoglio da un ramoscello di lauro, e morrai.— «Sta in guardia!Fermati e sii felice.» —

— «Viaggiatore!

—Sei tu straniero?» —

I. Ascolta il mormorìo dei ruscelli e non temere la pioggia delle fontane. Così le naiadi impareranno ad amarti.

II. Zeffiro ed Austro sono le brezze amiche di Dafne; gentili riformatrici della vita esse ti preparano infinite dolcezze. Quand'Euro soffia, Diana è a caccia; se Borea sibila, nasconditi, perchè Apollo è corrucciato.

III. Le ombre del Bosco sono tue di giorno: di notte appartengono a Pane ed alle sue Driadi. Non turbarle.

IV. Cibati parcamente del loto lungo le sponde dei rivi, se non vuoi perdere la memoria, il che equivale a diventare figlio di Dafne.

V. Non toccare il ragno che tesse. È Aracne che lavora per Minerva.

VI. Vuoi tu contemplare le lacrime di Dafne? Strappa un germoglio da un ramoscello di lauro, e morrai.

— «Sta in guardia!

Fermati e sii felice.» —

Ben Hur lasciò la cura d'interpretare il mistico avviso ad altri che facevano ressa intorno a lui, e si ritrasse nell'istante stesso in cui si avvicinava il toro bianco.

Il fanciullo sedeva sulla cesta seguito da una processione; dietro a questa veniva la donna colle capre e dietro a lei i suonatori di flauto e tamburelli, con un'altra processione di apportatori d'offerte.

— «Ove vanno costoro?» — chiese un astante.

Un altro rispose:

— «Il toro al padre Giove; le capre...» —

— «Non custodiva una volta Apollo il gregge di Admeto?» —

— «Appunto, le capre sono per Apollo.» —

Alla bontà del lettore chiediamo indulgenza per concederci una spiegazione. Una certa facilità di tolleranza in fatto di religione suol formarsi in noi dopo aver per molto tempo praticato con persone di divina fede; a poco a poco veniamo a riconoscere che ogni credenza vanta uomini buoni e degni del nostro rispetto, e che non ci è possibile rispettarli senza al tempo stesso estendere una certa deferenza anche alla loro religione.

A questo punto era giunto Ben Hur. Gli anni trascorsi a Roma e quelli vissuti nella galera avevano lasciato intatta la sua fede religiosa; egli era sempre Ebreo, ma, a suo modo di vedere, non eravi empietà alcuna nel contemplare il bello nel bosco di Dafne. — Ciò non toglie per altro che quand'anche, i suoi scrupoli fossero stati più rigidi, egli li avrebbe in quel momento probabilmente soffocati. Era concitato, non come gli esseri irascibili che un'inezia irrita; nè la sua collera era quella dello stordito, che, attinta alla fonte del nulla, si disperde in rimproveri e bestemmie; l'ira sua era quella propria delle indoli ardenti, destatasi di soprassalto pel subitaneo annientamento d'una speranza. —

In simili casi e con tali nature la lotta non termina perchè ha urtato contro un ostacolo, ma continua col destino, e sarebbe bene il destino medesimo rivestisse una forma materiale e tangibile, da potersi spezzare con uno sguardo o con un colpo, ovvero quella di un essere vivente col quale fosse possibile sfogarsi apostrofandolo con parole roventi. L'anima umana soffrirebbe meno combattendo un tale avversario.

A mente fredda Ben Hur non si sarebbe recato solo al Bosco, o, se vi fosse venuto solo, si sarebbe valso del posto da lui occupato nella famiglia del console, per procacciarsi una specie di pianta della località, facendosi indicare i punti di speciale interesse. Se poi avesse voluto abbandonarsi più a lungo agli ozii ed alle delizie di quel soggiorno, si sarebbe anzitutto presentato con una lettera di credenza a chi ne aveva la direzione.

Ma nella condizione d'animo in cui si trovava, non era uno spettatore uguale alla massa volgare che schiamazzava tutto all'intorno.

La Divinità del Bosco non gli ispirava rispetto, nè i misteri che vi si celavano provocavano la sua curiosità. Era un uomo smarrito dal dolore di un crudele disinganno,insofferente di indugi, animato da un cieco desiderio di incontrare il proprio fato, e di sfidarlo.

Il suo era quello stato mentale che rende possibile di compiere atti arditi con apparente tranquillità.

Ben Hur s'inoltrò insieme alla processione. Non aveva la curiosità di chiedere ove si andava, e bastava, per appagarlo, la vaga impressione che fossero tutti avviati verso i templi, magnifici centri d'attrazione.

Ad un tratto, egli tornò a mormorare: — «Meglio essere un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite d'un Re,» — e ripetendo quelle parole come un ritornello chiese fra sè: — «Era poi così dolce la vista nel Bosco? In che consisteva l'incanto? Forse in quella dottrina filosofica spiegata dai sacerdoti dei templi? O era essa una realtà, non percettibile ai sensi? Ogni anno migliaia d'esseri rinunciavano al mondo per entrare qui. Lo trovavano essi il fascino? E quando lo avevan trovato bastava esso a generare un oblìo tale da escludere dalla mente tutti i tedi e i dolori della vita? Se il Bosco era loro così benefico perchè non lo sarebbe anche a lui? Egli era Ebreo: possibile che le cose buone del mondo fossero per tutti fuorchè pei figli d'Abramo?

Le sue facoltà si concentrarono per sciogliere il quesito, senza badare ai canti degli oblatori ne ai motteggi dei suoi compagni.

Volse gli occhi al cielo come per trovarci una soluzione; era turchino, sì molto turchino; l'aria risuonava dei garriti delle rondini; ma lo stesso colore aveva il cielo sovrastante alla città.

Più in là, fuori dei boschi, a destra, una deliziosa brezza, carica di profumi, lo accarezzò per un istante, ed egli, insieme agli altri, si fermò a guardare la direzione donde la brezza proveniva.

— «Forse da quel giardino laggiù?» — chiese ad un suo vicino.

— « Piuttosto da qualche cerimonia sacerdotale: un sacrificio in onore di Diana, di Pane o di qualche Divinità silvestre.» —

La risposta era nella sua lingua nativa. Ben Hur guardò sorpreso lo sconosciuto.

— «Un Ebreo?» — gli chiese.

L'individuo rispose con un sorriso rispettoso.

— «Nacqui a pochi passi dalla piazza di Gerusalemme.» —

Ben Hur era sul punto di continuare il discorso, quando, un improvviso movimento della folla lo spinse da una parte e trascinò in un'altra direzione il suo interlocutore. La solita veste, una tela bruna in capo, legata con una corda gialla, ed un volto ebraico pronunciatissimo, fu quanto Ben Hur potè ricordare dello sconosciuto.

Era arrivato a un punto ove i sentieri cominciavano a internarsi nei boschi e offrivano pertanto una favorevole occasione per staccarsi dall'assordante processione. Ben Hur non tardò ad approfittarne.

Incominciò col penetrare in una folta boscaglia, canora pei canti di molti uccelli. I cespugli erano, o in fiore, o portavano frutti. Al piede degli alberi si stendeva un soffice tappeto erboso, mentre piante di gelsomini e d'edera si arrampicavano su tralci, ricadendo dai rami in forma di pergolato. L'aria era pregna dei profumi della siringa-persica, della rosa, del giglio, del leandro, della fragola, e, perchè nulla mancasse alla felicità delle ninfe e delle najadi, un ruscelletto serpeggiava lentamente frammezzo ai fiori.

Procedendo oltre lo salutò il grido del piccione e il tubare delle tortorelle; alcuni merli non si mossero neppure al suo avvicinarsi e un usignuolo rimase tranquillamente al suo posto, quantunque egli passasse a un braccio di distanza dal ramo su cui posava. Una quaglia, seguita dai suoi piccini, lo precedeva saltellando. Essendosi fermato un istante per non spaventarli, vide improvvisamente sbucare da una siepe una forma umana, trasalì. Gli era dato veramente di vedere un satiro? Osservò più attentamente, e là suggestione del luogo essendosi dissipata, rise fra di sè, vedendo un innocente agricoltore che teneva in mano un falcetto da potar viti. La pace senza il timore, era questo l'epitome e il significato del tempio di Dafne!

Sedette all'ombra di un cedro, le cui radici grigiastre pescavano in parte nell'acque di un ruscello. Il nido d'una cingallegra si specchiava nelle limpide onde, e la cingallegra stessa, facendo capolino, lo fissava negli occhi, come esprimendo un muto invito. — «Sembra che vogliadirmi:» — pensò Ben Hur — «Non ho paura di te. La legge che governa questi luoghi è l'Amore.» — Sì, l'incanto del bosco gli appariva ormai chiaro; ne fu contento, e decise di unirsi alla schiera dei perduti di Dafne. Incaricato della custodia dei fiori e degli arbusti, cercando lo sviluppo delle miti bellezze di quei luoghi, non potrebbe egli, come l'uomo del falcetto, rinunciare ai triboli della vita, rinunciarvi dimenticando e dimenticato?

Ma il suo sangue Ebraico si ribellò a questo progetto. L'incanto di Dafne poteva bastare a certa gente; sarebbe stato sufficiente per lui? L'amore è delizioso, ah sì, massime dopo tante sofferenze che egli aveva provate, ma era poi tutto nella vita, tutto?

Una profonda differenza correva fra di lui e quegli spensierati seguaci di Dafne. Essi non avevano doveri, non potevano averne avuti mai, mentre egli...

— «Dio d'Israele!» — gridò a voce alta, balzando in piedi con le guancie infocate — «Madre, Tirzah! Maledetto il luogo, maledetto il pensiero, che mi distacca da voi!» —

A passi precipitati uscì dal boschetto degli aromi, e pervenne ad un corso d'acqua dagli argini murati, sopra il quale metteva un ponte; vi salì e da questo vide una serie di ponti, ciascuno di foggia diversa dagli altri, prolungantisi infinitamente seguendo i molteplici meandri del fiume. L'acqua limpida, profonda e tranquilla sotto di lui, un poco più in giù si gettava rumorosa e spumeggiante da un banco di scogli, formando una piacevole cascata. Il paesaggio che si stendeva davanti ai suoi occhi era incantevole: ampie vallate e colline ondeggianti con boschi, laghi, edifici fantastici, collegati gli uni con gli altri da bianchi sentieri, e scintillanti torrenti. I prati erano verdi ed ingemmati di fiori; qua e là greggi di pecore candide brucavano l'erba. I loro belati, le voci e i canti dei pastori si udivano tratto tratto portati dal vento. Sopra ogni sommità sorgevan altari a cielo scoperto, ognuno dei quali era servito da una figura bianco-vestita, e ai quali traevano numerose processioni di persone pure vestite di bianco. Quali misteri dovevano celarsi in un quadro così meravigliosamente bello! Lentamente Ben Hur ricuperò la padronanza de' suoi pensieri e si scosse dalla specie di estasi in cui era caduto.

Una rivelazione gli balenò tutto ad un tratto alla mente. Allora soltanto si accorse che il bosco era tutto un tempio, un tempio vastissimo senza mura nè tetto!

Mai nessuno aveva veduto un simile tempio.

L'architetto non si era preoccupato di colonne e di porticati, di proporzioni e di misure. Egli si era semplicemente ed assai bene servito della natura. L'arte non poteva far dippiù. Fu così che l'astuto figliuolo di Giove e di Calisto creò l'Arcadia, e, nell'un caso come nell'altro, trionfò il genio ideatore Greco.

Dal ponte Ben Hur passò nella valle più vicina. Si appressò ad un gregge di pecore, custodito da una fanciulla che con un gesto gli fece: — «Vieni!»

Più in là il sentiero circuiva un'altura, un piedestallo di nero gnais, avente per cappello una lastra di marmo bianco artisticamente tagliata, sopra il quale sorgeva un braciere di bronzo. Poco discosta, una donna, vedutolo, agitò una verga di salice ed al suo passaggio gli disse: — «Fermati» — accompagnando la parola con un'irresistibile sorriso di voluttuose promesse. Più lungi ancora s'imbattè in una delle processioni, alla testa della quale una turba di piccole fanciulle, nude e inghirlandate, cantavano, con vocine stridule, seguite da un gruppo di giovinetti, nudi anch'essi ed abbronzati dal sole, accompagnanti colle danze il canto delle fanciulle; dietro ad essi veniva la processione, formata tutta di donne che recavano agli altari cesti di spezie e di dolci, donne vestite con una semplicità che poco celava allo sguardo. Mentre egli passava, alzarono le mani ed esclamarono in coro: — «Fermati e vieni con noi!» — ed una Greca recitò una strofa d'Anacreonte:

Poichè oggi io prendo e dono,Poichè lieto è il mio cammino,Vieni e godi o pellegrino:Chi t'accerta del diman?

Poichè oggi io prendo e dono,Poichè lieto è il mio cammino,Vieni e godi o pellegrino:Chi t'accerta del diman?

Poichè oggi io prendo e dono,

Poichè lieto è il mio cammino,

Vieni e godi o pellegrino:

Chi t'accerta del diman?

Ma, indifferente, egli proseguì la sua via finchè si trovò all'ingresso di un rigoglioso boschetto nel cuor della valle donde questa apparve più bella ed incantevole all'occhio dell'osservatore.

Dall'ombra degli alberi emanava una molle seduzione. L'erba ai loro piedi era pochissima e soffice. Tutte le varietà orientali d'alberi e di cespugli erano rappresentate da splendidi esemplari, che s'alternavano con piante esotiche e strane; gruppi di palme dai pennacchi regali; siccomori e lauri; quercie frondose e cedri più maestosi dei loro classici prototipi del Libano; gelsi e terebinti e semprevivi;un paradiso terrestre. In mezzo ad una radura sorgeva una statua di meravigliosa bellezza, raffigurante Dafne, la Dea protettrice del luogo. Ai piedi della statua, coricati sopra una pelle di tigre, addormentati, Ben Hur vide una fanciulla ed un giovane abbracciati in un amoroso amplesso. Un falcetto ed un canestro rovesciato giacevano loro appresso, e, da quest'ultimo, usciva un mucchio di rose formando una cascata di fiori sopra il prato.

Ben Hur si ritrasse con un senso di profonda vergogna. Nel boschetto degli aromi egli aveva creduto di scoprire l'incanto misterioso del luogo ove regnasse pace senza timore e quasi aveva ceduto a quel fascino dolce e sereno; ora, da quell'esotico amplesso in pieno giorno, lì, ai piedi di Dafne, ebbe una nuova rivelazione. Il principio imperante nel luogo era l'amore, ma l'amore fuori della legge.

Questa era la pace dolcissima di Dafne!

Questo lo scopo della vita dei suoi ministri!

A questo segno un clero astuto aveva asservito la natura, gli uccelli dell'aria, i fiumi, i fiori, il lavoro dell'uomo, la santità degli altari, il fecondo bacio del sole!

I seguaci della Ninfa, i devoti di quel gran tempio a cielo scoperto, anche quelli che col lavoro delle loro braccia lo mantenevano in quello stato di magnificenza e di perfezione, destarono un senso di disgusto e di sdegno nel petto di Ben Hur, ora che il movente delle loro azioni non gli era più un mistero. Certo v'eran stati alcuni che, gemendo sotto un fardello di triboli troppo gravi a sopportarsi si erano lasciati attirare dalle promesse di pace che offriva loro il soggiorno in un luogo consacrato, alla cui bellezza, in mancanza d'altri doni, essi pagavano un tributo col loro lavoro; ma, certamente, non era di questi che si componeva la grande maggioranza dei fedeli. Ampie e dorate erano le reti che Apollo tendeva in ogni parte ai suoi seguaci, e sotto le maghe; ma nessuna eguagliava lo splendore del Bosco di Dafne. A questo traevano tutti i libanti del mondo, i sensualisti d'oriente e d'occidente. I loro voti non si ispiravano a nessuna nobile esaltazione, a nessun zelo pel Dio del canto o per l'infelice sua amante, a nessun principio filosofico che prescrivesse la calma dell'eremo e il raccoglimento della natura, il conforto della religione e i riti di un amore elevato e sereno. In quell'età due soli popoli sarebbero stati capaci di assurgere a tale altezza di concezione: quello retto dalle leggi di Mosè, e quello cui Brama reggeva. Essi soli avrebbero potuto esclamare: — «Meglio la legge senza amore che l'amore senza la legge.» —

Ben Hur continuò la sua strada, tenendo la testa alta, come chi, pure apprezzando le delizie che lo attorniano, sa contemplare con la calma derivante da una chiara percezione del suo valore. Il pensiero d'essersi quasi lasciato adescare da quelle fallaci insidie, richiamava di tanto in tanto un sorriso sulle sue labbra.

Giunse ad una foresta di cipressi alti e diritti come colonne, da cui procedevano le note gaie d'una cornetta. Sdraiato sull'erba, all'ombra di un albero, vide quel tale a lui incognito nel quale s'era imbattuto poc'anzi.

Lo sconosciuto si alzò e gli venne incontro.

— «Di nuovo la pace sia con voi.» — disse in tono cordiale.

— «Vi ringrazio» — rispose Ben Hur — «facciamo forse la stessa strada?» —

— «Io sono diretto allo stadio, e voi?» —

— «Lo stadio?» —

— «Sì; la cornetta che avete udito poc'anzi è un appello pei competitori.» —

— «Amico» — fece Ben Hur — «Confesso la mia ignoranza, e se vorrete servirmi da guida, vi sarò grato.» —

— «Volontieri. — Ascoltate! — Mi par di udire il rumore dei cocchi. Stanno per entrare nella pista.» —

Ben Hur stette in ascolto un momento; poi riprese la presentazione interrotta al crocicchio innanzi ai templi: — «Io sono figlio del duumviro Arrio — e tu?» —

— «Io mi chiamo Malluch, negoziante di Antiochia.» —

— «Ebbene, buon Malluch; il corno, lo strepito delle ruote; la prospettiva di uno spettacolo hanno destato la mia curiosità. Ho qualche cognizione di quegli esercizî e non sono sconosciuto nelle palestre di Roma. Andiamo alla gara.» —

Malluch lo guardò stupito: — «Il duumviro era Romano; pure vedo suo figlio vestito da Ebreo.» —

— «L'illustre Arrio era mio padre adottivo.» — spiegò Ben Hur.

— «Ah, comprendo! Perdonate.» —

Uscendo dalla foresta la quale formava come il bordo di unavasta radura si trovarono davanti a uno stadio. La pista era di terra compressa e bagnata, ed il tracciato n'era segnato da corde appese negligentemente fra lancie confitte nel suolo. Per gli spettatori si erano eretti deipodiariparati da fitte tende e forniti di sedili degradanti.

Sopra uno di quei podia i due nuovi arrivati si sedettero. Ben Hur contò i cocchi mentre sfilavano — erano nove.

— «Mi piacciono!» — esclamò, — «Credeva che qui in Oriente non si aspirasse oltre la biga, ma vedo che si è ambiziosi e che ci si esercita anche colle quadrighe. Osserviamoli bene!» —

Otto quadrighe passarono, alcune al trotto, altre al passo e tutte guidate in modo ineccepibile; la nona venne al galoppo ed al suo apparire Ben Hur non potè trattenere la propria ammirazione.

— «Sono stato nelle stalle dell'Imperatore, Malluch, ma, pel nostro padre Abramo, di benedetta memoria, non ho mai veduto cavalli più belli.» —

I quattro cavalli si trovavano proprio di fronte al podio dei due ebrei, quando, tutto ad un tratto, si scompigliarono. Un grido acuto partì da uno degli spettatori sul podio e Ben Hur vide un vecchio alzarsi a metà dal suo sedile, stringere i pugni, mandar lampi inferociti dagli occhi, mentre il tremolìo della lunga barba bianca tradiva l'agitazione di tutta la sua persona. — Alcuni vicini incominciarono a ridere.

— «Dovrebbero rispettare almeno le sue canizie. Chi è costui?» — chiese Ben Hur.

— «Un potente del deserto, dimorante oltre il Moab, proprietario di mandre di cammelli e di cavalli, e discendente, si afferma, dai cavalieri del primo Faraone — lo sceicco Ilderim.» — rispose Malluch.

L'auriga frattanto faceva vani sforzi per domare i cavalli ed ogni tentativo esacerbava sempre più lo sceicco.

— «Che Abaddon se lo pigli!» — urlò l'infuriato patriarca. «correte! volate, figli miei!» l'ordine veniva dato ad alcuni servi, appartenenti evidentemente alla sua tribù. «Ma non avete capito? Essi son figli del deserto come voi. Animo, afferrateli subito!» —

Frattanto lo scompiglio andava aumentando.

— «Maledetto romano!» — continuò lo sceicco protendendo il pugno verso l'auriga. — «Non mi ha egli giurato che saprebbe guidarli — sì, giurato per tutti gli Dei bastardi del suo paese? Eh, dico, giù le mani! — Miha assicurato ch'essi correrebbero colla velocità dell'aquila e colla docilità delle pecore! Ch'egli sia maledetto e con lui quella madre di menzogne di cui è figlio! Guardateli, che splendidi animali! Ch'egli si permetta di solo toccarli colla frusta e....» e le sue parole terminarono in un digrignar di denti. «Si metta alla loro testa, uno di voi, e parli con essi: una sola parola nel linguaggio del deserto basta ad acquetarli. Pazzo, pazzo che fui nell'affidarmi ad un romano!» —

Alcuni fra i più accorti del suo seguito si cacciarono fra lui ed i suoi cavalli mentre un violento colpo di tosse troncò la voce del vecchio.

Ben Hur che credette di comprendere lo sceicco, si sentì attratto verso di lui — più che l'orgoglio della proprietà più che il timore pel risultato della gara, scorgeva nel patriarca un'infinita tenerezza pei suoi cavalli.

Erano tutti bai, senza una macchia, perfettamente accoppiati e di splendide proporzioni. Delicatissime le orecchie e piccole le teste; i musi larghi; le narici, quando s'arricciavano, mostravano la membrana di un rosso vivo fiammante; arcati i colli e fregiati d'una criniera così abbondante da coprirne le spalle ed il petto. Dalle ginocchia in giù le gambe erano sottili e diritte, ma, al disopra, esse si arrotondavano per lo sviluppo di forti muscoli, quali si richiedevano per sopportare la bella e complessa corporatura superiore: gli zoccoli splendevano come coppe di lucente agata; nell'impennarsi e nel ricalcitrare i nobili corsieri sferzavano l'aria e qualche volta la terra colle lunghe code. Lo sceicco li aveva chiamati splendidi, ed aveva detto bene.

Un secondo e più attento esame dei cavalli rivelò a Ben Hur qual fosse la ragione dell'affetto del loro padrone per essi: erano cresciuti sotto i suoi occhi, oggetto delle sue cure durante il giorno, sogno delle sue notti, sotto i padiglioni nel deserto, quasi fratelli coi membri della sua famiglia, e da lui amati quali figli. Perchè essi gli offrissero campo di riportare una vittoria sull'odiato romano, quel vecchio li aveva condotti in città, non dubitando del loro successo purchè guidati da mano esperta; ma qui stava la difficoltà, poichè occorreva, oltre l'ordinaria esperienza, un intuito speciale, una corrente di intima simpatia fra l'auriga e le bestie. Alla calda natura dello sceicco non era possibile l'uniformarsi al costume dei freddi abitatori d'occidente, di protestare cioè senz'altro l'auriga e tranquillamentelicenziarlo; come arabo e come sceicco gli era forza dar clamoroso sfogo al suo risentimento e riempir l'aria d'improperii.

Prima ancora che il patriarca avesse vuotato il sacco d'ingiurie di cui era ben fornito, una dozzina di mani aveva afferrati i cavalli pel morso, e la quiete si era ristabilita. Nello stesso istante un nuovo cocchio comparve sulla pista presentando un aspetto diverso dagli altri in quanto che, cocchio, guidatore e corsieri, erano addobbati come nel giorno della gara finale. Per una ragione, che apparirà in seguito, fa d'uopo descrivere alquanto minutamente il nuovo arrivato. Il veicolo apparteneva alla classica e ormai nota categoria di bighe romane: Basse le ruote e unite da una sala larga, su cui poggiava un cassone aperto di dietro. Tale era il modello primitivo delle bighe: il genio artistico dei Greci e di Romani riuscì col tempo a dare al rozzo veicolo quella forma elegante, che raggiunse la sua più perfetta estrinsecazione, nella raffigurazione plastica del cocchio dell'Aurora. I guidatori antichi, non meno accorti ed ambiziosi dei moderni, solevano chiamare il loro più umile attacco unabigaed il più signorile unquadriga; con quest'ultima essi concorrevano alle solennità dei giuochi olimpici e ad altre gare sorte ad imitazione di quelle.

Essi poi preferivano guidare i quattro cavalli allineati di fronte, e per distinguerli solevano chiamare i due immediatamente vicini al timonecavalli da giogoe gli altricavalli da tiro. Era pure loro avviso che col lasciare la massima libertà d'azione si ottenesse la massima velocità, per cui i finimenti in uso erano d'una notevole semplicità; essi si riducevano infatti ad un collare, ad un tirante che teneva il collare alla cavezza, ed alle redini. Volendo attaccare i cavalli si assicurava un giogo di legno all'estremità del timone mediante cinghie passate entro appositi anelli. I tiranti dei cavalli da giogo venivano assicurati alla sala, quelli degli altri alla sporgenza superiore del telaio. In quanto alle redini esse venivano raccolte da un'anello all'estremità del timone, donde si partivano in forma di ventaglio in modo da terminare al morso di ogni cavallo. Il lettore potrà facilmente rilevare ulteriori particolari in proposito seguendo gl'incidenti che siamo sul punto di narrare.

I primi competitori erano stati accolti in silenzio, ma il nuovo arrivato ebbe maggior fortuna. Il suo avanzarsi verso il podio dal quale noi assistiamo alla scena, fu salutatoda clamorose acclamazioni che attirarono su di lui gli sguardi di tutti. I cavalli di mezzo erano neri, quelli ai lati bianchi come la neve. In conformità alle esigenze della moda romana, le loro code erano state tosate, mentre le mozze criniere erano divise in treccie fregiate di nastri rossi e gialli.

Giunto ad un punto ove il cocchio si offriva tutto intiero alla vista degli spettatori sul podio, questi dovettero convenire che le grida d'ammirazione erano pienamente giustificate. Le ruote erano di meravigliosa costruzione: robuste fascie di bronzo brunito ne rinforzavano i perni leggerissimi; i raggi erano costituiti da zanne d'avorio montate colla loro naturale curvatura all'esterno, onde ottenere la maggior perfezione di concavità, considerata sin d'allora cosa importantissima; i cerchi erano d'ebano colla lastra esterna in bronzo; la sala, in armonia colle ruote, aveva alle estremità una testa di tigre, e, tutta la parte superiore del cocchio era di vimini dorati. L'arrivo di questo splendido equipaggio indusse Ben Hur a guardare con qualche interesse l'auriga. Chi era egli? Mentre facevasi questa domanda non poteva ancora vedergli il volto, e nemmeno l'intiera figura, eppure qualche cosa nel suo aspetto generale e nelle sue movenze non gli pareva nuovo. — Chi poteva mai essere? I cavalli si avvicinavano al trotto. Dallo splendore dell'equipaggio e dal clamore ch'esso sollevava era lecito supporre si trattasse di qualche gran dignitario o di un principe illustre. La presenza di un magnate in quel posto non sarebbe stata in contraddizione alcuna con la sua condizione sociale: è noto come più tardi Nerone e Commodo guidassero i loro cocchi nel circo. Ben Hur si alzò e si fece strada fra la folla fino ad arrivare davanti alla cancellata che divideva il podio dalla pista. Il suo volto esprimeva serietà e i suoi movimenti tradivano l'impazienza. Il cocchio passò davanti al cancello: su di esso erano due persone; l'auriga e un compagno, il Mirtilo, come classicamente solevano chiamarli i gran signori appassionati per le corse; ma Ben Hur non aveva occhi che per il primo, ritto in piedi, colle redini avvolte attorno al corpo formoso, solo in parte coperto da una tunica di panno rosso-chiaro. Nella destra stringeva una frusta, nell'altra mano, leggermente sollevata e protesa, le quattro redini. Piena di grazia è di forza era la posa. Gli applausi non avevano la virtù di scuoterne l'impassibilità. Ben Hur provò una fitta al cuore; il suo istinto e la sua memoria non l'avevano ingannato —l'auriga era Messala!

La rara bellezza dei cavalli, la magnificenza del cocchio, l'atteggiamento altiero della persona, ma sopratutto la fredda espressione del volto, le fattezze marcate ed aquiline, caratteristiche della razza dominatrice, proclamavano a chiare note che il tempo non aveva in nulla modificato il carattere sprezzante, audace, cinico, ed ambizioso del giovanetto Romano.

Allorchè Ben Hur scese dai gradini del podio, un arabo sorse in piedi e disse ad alta voce a guisa di proclama:

— «Uomini d'oriente e d'occidente, statemi ad udire! — Il buon sceicco Ilderim vi saluta. — Con quattro corsieri, figli dei favoriti di Salomone il Sapiente, egli è venuto qui per gareggiare coi migliori campioni. Egli ha bisogno di un auriga; grandi ricchezze aspettano chi saprà guidare degnamente i suoi cavalli. Qui ed altrove, nella città e nei circhi, ovunque sogliono adunarsi i forti, fate nota questa sua offerta. Così vuole Ilderim, il generoso sceicco, mio signore.» —

L'invito sollevò un mormorio confuso nel popolo affollato sotto la tenda. Prima di sera quell'invito sarebbe stato diffuso in tutti i ritrovi frequentati dai dilettanti di giuochi olimpici e dai professionisti. Ben Hur sostò un momento guardando indeciso ora l'araldo ora lo sceicco, e Malluch credette ch'egli fosse sul punto d'accettare l'offerta. Fu pertanto con un senso di sollievo ch'egli lo vide invece rivolgersi a lui colla domanda: — «Buon Malluch, ove andremo ora?» —

Rispose Malluch ridendo: — «Se volete seguire l'esempio di tutti quelli che vengono qui per la prima volta andrete subito a farvi predire la vostra fortuna.» —

— «La mia fortuna? Per quanto il suggerimento m'abbia un certo sapore d'infedeltà, andiamo pure dalla Dea.» —

— «Adagio, adagio figlio d'Arrio: questi sacerdoti di Apollo non fanno le cose così. Invece di mettervi a contatto con una Pizia o con una Sibilla, essi vi vendono un papiro e v'invitano ad immergerlo nell'acqua d'una certa fontana, dopo di che potrete leggere in versi il vostro avvenire.» —

L'espressione di fugace curiosità che aveva animato il volto di Ben Hur scomparve.

— «Vi sono creature» — osservò amaramente, — «che non hanno bisogno di preoccuparsi del loro avvenire.» —

— «Allora preferite visitare i templi?» —

— «I templi sono Greci, nevvero?»

— «Li chiamano Greci.» —

— «Gli Elleni erano in arte maestri del bello, ma nell'architettura essi sacrificarono la varietà alla rigidità della linea. I loro templi si rassomigliano tutti. Come chiamate la fontana?» —

— «Castalia.» —

— «Ah! la sua fama è universale. Andiamo colà.» —

Malluch il quale osservava il suo compagno lungo il cammino, s'accorse ch'egli s'era fatto mesto e distratto. Non guardava le persone che gli passavano vicino e mostravasi indifferente alle meraviglie che gli sorgevano d'intorno; camminava silenzioso, rannuvolato, a passo lento.

Il fatto si è che la vista di Messala lo perseguitava evocando dolorose memorie. Gli pareva che sole poche ore fossero trascorse dacchè egli era stato strappato dalle braccia della madre ed i suggelli eran stati apposti alla casa paterna. Ripensava ai sogni di vendetta maturati durante i lunghi anni passati nella galera, e che avevano per oggetto principale appunto quel Messala. Poteva esservi misericordia per Grato, ma per Messala, mai! E per raffermarsi nella sua risoluzione egli soleva ripetere a sè stesso: — «Chi ci additò ai persecutori? e, quando implorai soccorso, e non per me, chi mi abbandonò sogghignando?» — Sempre il sogno terminava colle stessa terribile invocazione: — «Il giorno ch'io m'imbatterò in lui, Dio dei miei padri, aiutami a compiere adeguata vendetta!» —

E l'incontro era prossimo, imminente.

Forse s'egli avesse ritrovato Messala povero ed infelice, i suoi sentimenti sarebbero stati diversi; ma così non era. Lo ritrovava più prosperoso che mai, e più che mai insolente nella sua prosperità.

Così avvenne che mentre Malluch lo credeva distratto egli stava invece pensando in qual modo avrebbe avuto luogo l'agognato incontro ed a quali mezzi egli ricorrerebbe per renderlo memorabile.

Si diressero poco dopo verso un viale di quercie ove il pubblico andava e veniva in gruppi di pedoni di cavalieri, e di donne in lettighe portate da schiavi, e dove, di tempo intempo, transitavano cocchi trascinati con velocità vertiginosa da focosi cavalli. All'estremità, del viale la strada, con lieve pendenza, scendeva fiancheggiata a destra da un'irta scarpa di roccia grigia, ed, a sinistra, da un vasto prato di singolare freschezza; qui si offriva alla vista dello spettatore la famosa Fontana di Castalia.

Spintosi a forza di gomiti attraverso la folla, Ben Hur si trovò dinanzi ad un getto d'acqua, che, dalla sommità di una roccia, si versava in un bacino di marmo nero dove scompariva spumeggiante come in un imbuto.

Presso al bacino, sotto un piccolo porticato scavato nel sasso, stava seduto un sacerdote vecchio, barbuto, grinzoso ed incappucciato, un vero tipo d'eremita. Dal contegno del pubblico sarebbe stato difficile l'indovinare quale fosse la principale attrattiva, per esso: se la fontana o il suo custode. Egli udiva, osservava ed era osservato, ma non parlava mai.

Di quando in quando qualche devoto gli porgeva una moneta. Con un rapido e scaltro luccicar degli occhi egli la pigliava e dava in cambio un foglio di papiro.

Subito il devoto immergeva il papiro nel bacino, poi, alzatolo e guardandolo contro i raggi del sole, vi leggeva un verso. Pare che la fama della Fontana non avesse a soffrire per la povertà dei versi. — Prima che Ben Hur potesse a sua volta consultar l'oracolo, altri visitatori s'avanzarono, il cui aspetto eccitò la sua curiosità non meno di quella dei suoi compagni.

Precedeva un cammello altissimo e completamente bianco, condotto da un uomo a cavallo che lo teneva per la briglia. L'houdah, o sedile, sul dorso del cammello era straordinariamente grande e rivestito di porpora e d'oro. Due altri cavalieri seguivano il cammello, armati di lancie.

— «Che cammello meraviglioso!» — esclamò uno degli astanti.

— «Qualche principe venuto da lontano,» — osservò un altro.

— «Forse un Re.» —

— «I Re sono portati da elefanti e non da cammelli.» —

— «Un cammello, e per di più un cammello bianco!» fece un terzo.

— «Per Apollo, vi dirò io di che si tratta. Coloro che voi vedete non sono nè Re nè principi; sono donne.» —

E qui la discussione fu troncata dall'arrivo della comitiva. Il cammello, visto da vicino, non ismentì l'impressionedestata da lontano. Nessuno dei presenti aveva mai veduto un'animale più alto e più maestoso. Che occhi neri! Come era fine e morbido quel suo pelo bianco! Come armonizzava bene colle bardature dorate! Un tintinnio di campanelli d'argento lo accompagnava ed egli si moveva come inconscio del peso che portava. — Ma chi erano l'uomo e la donna sotto il baldacchino dell'houdah? Ogni sguardo era rivolto su di essi. Se l'uomo era un principe bisognava proprio convenire dell'imparzialità del tempo, che non fa distinzione fra potenti ed umili, poichè l'aspetto del vecchio che nulla rivelava circa la sua nazionalità, era quello di una mummia: i curiosi radunati alla fontana non trovarono nulla da invidiargli all'infuori del ricco sciallo che ne avvolgeva la persona.

La donna se ne stava seduta secondo il costume orientale fra finissimi veli e merletti. Al dissopra dei gomiti portava braccialetti in forma di serpentelli uniti con catenelle d'oro ad altri braccialetti ai polsi. Salvo questi ornamenti le braccia erano nude e di forma oltremodo seducente, cui facevano degno complemento due manine quasi infantili, una delle quali scintillava pei numerosi anelli che l'adornavano. Il velo o reticella che le copriva il capo era tempestato di bacche di corallo e legato con una filza di monete, in parte accerchiantile la fronte, in parte scendentile sulle spalle, confuse in una folta massa di capelli neri. Dal suo seggio elevato essa contemplava il pubblico con curiosità ed apparentemente senz'accorgersi della curiosità ch'essa stessa destava. Il più singolare poi si era che, contrariamente al costume delle signore, essa aveva il viso scoperto.

Ed era veramente bello quel viso, bello per la giovanile freschezza, per la forma ovale, per la carnagione trasparente, per gli occhi grandi, per le labbra coralline e pei bianchissimi denti. A queste attrattive aggiungasi la distinzione di una testolina classicamente modellata e d'un volto aristocratico, che le davano un'aria veramente regale.

Cosichè fosse rimasta soddisfatta dell'esame del luogo e delle persone, la vaga creatura diede un ordine al servo, un tarchiato etiope, nudo sino alla cintola, il quale avvicinò il cammello alla fontana e l'obbligò a piegare le ginocchia. Poscia, ricevuto dalle mani della sua signora una coppa, stava per riempirla, allorchè un forte rumor di ruote e uno scalpitar di cavalli al galoppo venne a rompere l'incanto prodotto dall'apparizione della bella stranierae, con un grido d'allarme, il pubblico si sbandò per lasciar libero il passo.

— «Quel Romano pare che voglia travolgerci, badate a voi!» — gridò Malluch a Ben Hur, spiccando un salto per porsi in salvo.

Quest'ultimo si volse, e vide Messala che, a gran carriera, dirigeva il suo cocchio sulla folla. Questa, sbandandosi, lasciò scoperto il cammello, il quale, o inconscio o incurante del pericolo, non si mosse. L'Etiope era paralizzato dal terrore. Il vecchio fece un vano tentativo per uscire dal suohoudah, ma nè egli nè la donna erano più in tempo a salvarsi. Ben Hur, balzò davanti a loro e tuonò rivolto a Messala:

— «Fermati! indietro, indietro.» —

Un sorriso illuminò il volto del patrizio.

Non vedendo altra via di scampo Ben Hur, si precipitò innanzi ed arrestò di botto il cocchio afferrando due dei cavalli pel morso: «Cane d'un Romano, tieni in così poco conto la vita?» gridò, mentre con sforzi erculei obbligava i cavalli a retrocedere. — La subìta scossa fece traballare il carro. Messala fu appena in tempo ad evitare di cadere, ma il compiacente suo Mirtilo andò a ruzzolare lungo la via, fra le risa di scherno degli spettatori.

L'impareggiabile disinvoltura del Romano non venne meno in quest'occasione. Sciogliendosi dalle redini in cui era avviluppato, le gettò da banda; fece il giro del cammello, guardò Ben Hur, e parlò rivolgendosi al vecchio ed alla donna.

— «Chiedo venia ad entrambi: io son Messala, e per la nostra madre terra vi giuro che non vi aveva veduti. In quanto a questa buona gente, ho forse fatto troppo a fidanza sulla mia destrezza: voleva ridere a loro spese e sono essi invece che ridono di me; — buon pro' lor faccia.» —

Il sorriso bonario, lo sguardo ed il gesto indifferente col quale s'era rivolto al pubblico s'accordavano bene con quelle parole. Tutti tacquero in attesa di quanto egli direbbe ancora. Fatto allontanare il cocchio di pochi passi dal buon Mirtilo, egli proseguì guardando arditamente la fanciulla:

— «Ti prego d'intercedere per me presso questo brav'uomo il cui perdono chiederò con maggior insistenza più tardi se ora non l'ottengo. — È tuo padre nevvero?» —

Essa non rispose.

— «Per Pallade, sei pur bella! Bada che Apollo non ti scambii pel suo perduto amore. Sarei curioso di sapere qual paese può vantarsi d'averti per figlia. Non torcere lo sguardo. Il sole d'india è riflesso nei tuoi occhi e l'Egitto ha impresso sulle tue gote i segni d'amore. Per Polluce, non preoccuparti di colui, bella incognita, prima d'aver perdonato a questo schiavo che prega ai tuoi piedi.» —

La giovane donna lo aveva interrotto per chiamare d'un cenno Ben Hur, il quale le si appressò:

— «Ti prego, prendi la coppa e riempila» — gli disse — «mio padre ha sete.» —

— «Ti servirò con piacere» — rispose il giovine, e rivolgendosi per rendere il chiesto servizio si trovò faccia a faccia con Messala. I loro sguardi s'incrociarono: quello dell'Ebreo era provocante, mentre gli occhi del Romano altro non esprimevano che una beffarda bonarietà.

— «Bella straniera, altrettanto crudele quanto bella» — continuò Messala con un saluto della mano — «se Apollo non ti rapisce nel frattempo, mi rivedrai. Non conoscendo il tuo paese non so a qual Dio raccomandarti, cosicchè, per tutti gli Dei! non mi resta che a raccomandarti a me stesso.» —

Visto che Mirtilo aveva acquetati i cavalli e che li teneva pronti per la partenza, risalì sul cocchio. La donna lo seguì collo sguardo, nel quale invero non si leggeva alcuna espressione di risentimento, poscia ricevette la coppa e la passò al padre che gliela restituì dopo aver bevuto un sorso; allora anch'essa vi appressò le labbra, e poi tendendola con un gesto pieno di grazia a Ben Hur, disse, con ineffabile dolcezza:

— «Tienla, te ne preghiamo! essa è piena di benedizioni per te.» —

Il cammello fu fatto alzare e stava per muovere di là quando il vecchio chiamò Ben Hur.

Questi gli si avvicinò rispettosamente.

— «Tu hai oggi reso un gran servigio a uno straniero» — disse.

— «Non v'è che un Dio solo e nel suo santo nome io ti ringrazio. Mi chiamo Balthazar, l'Egiziano. Nel grande Orto delle Palme, oltre il villaggio di Dafne, lo sceicco Ilderim il Generoso ha piantate le proprie tende e noi siamo suoi ospiti. Vieni colà a chiedere di noi. Vi troverai il benvenuto della riconoscenza.» —

Ben Hur rimase meravigliato della voce chiara e della dignità di quel vecchio venerando.

Mentre stava osservando la partenza della comitiva vide di nuovo Messala.

Il Romano allontanavasi come era venuto, ridendo con indifferenza beffarda.

D'ordinario uno dei mezzi più sicuri per farsi odiare da una persona, è quello di comportarsi bene in un'occasione in cui quella persona s'è comportata male.

Fortunatamente Malluch faceva eccezione alla regola.

L'incidente di cui era stato testimonio aveva anzi aumentata la sua stima per Ben Hur rivelatogli uomo coraggioso e destro.

Se ora avesse potuto apprendere qualche cosa della storia del giovane avrebbe, pensava egli, un'interessante rapporto della giornata da sottoporre all'ottimo messer Simonide.

Intanto due fatti gli constavano già. Il suo compagno era Ebreo e figlio adottivo di un celebre Romano. Un altro pensiero germogliava nella sua mente. Messala ed il figlio del duumviro non dovevano essere estranei l'uno all'altro. Di qual natura erano i loro rapporti? Come venirne in chiaro?

Per quanto ei si lambiccasse il cervello, non riusciva a trovare un'addentellato per entrare in argomento, e già rassegnavasi a rinunciare ad ogni tentativo quando Ben Hur stesso venne in suo soccorso.

Egli prese Malluch per un braccio e con lui si scostò dalla folla la quale ormai volgeva di nuovo la propria attenzione al vecchio sacerdote ed alla mistica fontana.

— «Buon Malluch,» — chiese Ben Hur arrestandosi, — «può un'uomo dimenticare la propria madre?» —

Questa domanda, fatta a bruciapelo e senza applicazione diretta, non poteva a meno d'imbarazzare l'interrogato, il quale, guardando il compagno come per leggergli in volto il vero significato delle sue parole, vi scorse invece tali segni di sincera emozione da sentirsene scosso.

— «No,» — rispose con calore. — «No, mai,» — indi, ripreso completamente possesso di se stesso soggiunse con calma: — «mai s'egli è Israelita. Una delle prime lezioni ch'io imparai alla Sinagoga fu la venerazione peigenitori, poichè, come disse il figliuolo di Sirach: — «Venera tuo padre con tutta l'anima e non dimenticare le sofferenze di tua madre.» —

Il volto di Ben Hur si fece più acceso. — «Quelle parole,» — disse con voce commossa, — «mi richiamano alla mente la mia infanzia ed esse mi provano pure che tu sei un buon Ebreo. Tu m'ispiri fiducia.» —

Abbandonò il braccio, al quale sin qui s'era tenuto stretto, e con ambe le mani compresse le pieghe della veste che gli copriva il petto, quasi a soffocare un'acuto dolore che lo straziava, indi proseguì:

— «Mio padre, portava un nome distinto e godeva di non poca considerazione a Gerusalemme ov'egli abitava. Mia madre, alla morte di lui, era ancora nel fiore dell'età, e io non saprei davvero trovar parole per descrivere quanto buona ella fosse e bella. Io aveva anche una sorellina, e noi tre componevamo la famiglia, una famiglia così felice da giustificare le parole del vecchio Rabbi: — «Dio non potendo essere da per tutto, creò le madri.» — Un giorno una disgrazia accidentale toccò ad un'alto funzionario romano, mentre passava davanti alla nostra casa accompagnato da una coorte; i legionarii abbatterono la porta, si precipitarono in casa e ci arrestarono. Da quel giorno non ho riveduto mia madre e mia sorella. Non posso dire s'esse siano vive o morte e non so che cosa sia avvenuto di esse. Ma, Malluch, quell'uomo, laggiù nel cocchio, era presente alla nostra separazione; fu egli stesso che ci consegnò ai soldati, sogghignando barbaramente, mentre mia madre, invocante pietà pei suoi figli, veniva trascinata a viva forza. Non ti saprei dire se in me prevalga l'odio o l'amore. Oggi lo riconobbi da lontano e — qui riafferrò il braccio dell'altro — Malluch, quell'uomo conosce il segreto ch'io darei la mia vita per scoprire; sì, egli potrebbe dirmi ove trovansi le poverette, se siano vive, ed ove, se morte, io potrei ritrovare le loro ossa.» —

— «E non vuol parlare?» —

— «No.» —

— «Perchè?» —

— «Perchè io sono Ebreo ed egli è Romano.» —

— «Ma i Romani hanno pure una lingua e gli Ebrei, per quanto disprezzati, dispongono di mezzi efficacissimi.» —

— «Non per casi di questo genere. Trattasi d'un segretodi Stato. Devi sapere che tutti i beni di mio padre furono confiscati e divisi fra i nostri nemici.» —

Malluch chinò il capo come per significare che comprendeva perfettamente tutta la forza del ragionamento; poscia domandò: — «Ti ha egli riconosciuto?» —

— «Non gli era possibile. Fui condannato alle galere in vita e da gran tempo sono creduto morto.» —

— «Mi stupisce che tu non l'abbia ucciso» — fece Malluch cedendo ad un momentaneo impeto di sdegno.» —

— «Se lo avessi ucciso lo avrei messo nell'impossibilità di servirmi. La morte costudisce un segreto più gelosamente della coscienza d'un Romano.» —

L'uomo cui incombeva la vendetta di sì atroci offese e che nondimeno sapeva padroneggiare se stesso al punto di rinunciare all'occasione che gli si era presentato di compierla, doveva aver gran fiducia nel proprio avvenire, oppure covava un piano migliore: — pertanto i pensieri di Malluch presero un nuovo indirizzo. Egli cessò da quel momento d'essere unicamente l'agente d'una terza persona e si sentì attratto verso Ben Hur per conto proprio. In altre parole Malluch si predisponeva a servirlo di tutto cuore per l'ammirazione che Ben Hur gl'ispirava.

Dopo una breve pausa, Ben Hur riprese:

— «Non voglio togliergli la vita, buon Malluch; — contro una tale misura estrema lo garantisce per ora il segreto che egli chiude nella nera sua anima; ma so un modo di punirlo, e se tu vuoi aiutarmi, mi ci proverò.» —

— «Egli è Romano,» — rispose Malluch senza esitare, — «ed io sono della tribù di Giuda. T'aiuterò. Se vuoi da me un giuramento, prescrivimelo pure nella forma che a te sembri più solenne.» —

— «Dammi la tua mano; questo mi basta.» —

Scambiata la stretta di mano Ben Hur, con un senso di sollievo, proseguì: — «Ciò ch'io vorrei da te, mio buon amico, non è cosa difficile nè tale da turbarti la coscienza. Proseguiamo il nostro cammino.» —

Presero la via che a destra conduceva attraverso il prato cui fu già accennato nella breve descrizione precedente l'arrivo alla fontana. Dopo qualche istante Ben Hur ricominciò:

— «Conosci tu lo sceicco Ilderim il Generoso?» —

— «Sì.» —

— «Ove trovasi l'Orto delle Palme? o, piuttosto a che distanza è desso dal villaggio di Dafne?» —

Malluch fu punto da un sospetto. Rievocando l'immagine della bella fanciulla alla fontana e l'inclinazione ch'essa aveva graziosamente dimostrata per Ben Hur, si chiese se mai il compito di colui che voleva salvare o vendicare la propria madre, non correva il rischio di essere dimenticato per una avventura d'amore; — ciò nonostante rispose:

— «A cavallo, l'Orto delle Palme si raggiunge in due ore, ma un buon cammello percorre quello distanza in un'ora sola.» —

— «Grazie. Puoi dirmi ancora se agli annunzii dei giuochi di cui mi parlasti fu data grande pubblicità e quando essi avranno luogo?» —

Le interrogazioni erano suggestive, e se non ebbero l'effetto di riassicurare Malluch, egli è certo che ne stimolarono vivamente la curiosità.

— «Oh, sì, i giuochi saranno splendidi. Il Prefetto è ricco e, quantunque sia indipendente dalla carica, egli, come la maggior parte degli uomini prosperosi, non è null'affatto insensibile all'aumento delle sue ricchezze, per cui, non foss'altro che per farsi un'amico a Corte, si è messo in gran faccende per festeggiare il console Massenzio, qui atteso per ultimare i preparativi contro i Parti. I ricchi abitanti d'Antiochia, che in questi preparativi hanno il loro tornaconto, ottennero dal Prefetto il permesso di contribuire alle feste. Già da un mese gli araldi proclamano l'apertura del circo per la cerimonia. Il nome del Prefetto basterebbe da solo a garantire la varietà e la magnificenza dei giuochi, particolarmente in oriente, ma quando alle sue promesse si aggiungono quelle dei maggiorenti d'Antiochia, si può esser certi che il concorso sarà straordinario. I premi offerti sono principeschi.

— «E il Circo? mi fu detto essere secondo solo al Circo Massimo.» —

— «A quello di Roma vuoi dire. Ecco: il nostro può accogliere duecento mila spettatori e il vostro ne accoglie settantamila di più; tanto quello di Roma come il nostro sono di marmo e la distribuzione interna è perfettamente eguale.» —

— «E il regolamento è esso pure eguale?» —

Malluch sorrise.

— «Se l'Antiochia osasse fare da sè, figlio d'Arrio, Roma non terrebbe il dominio che tiene. Il regolamento del Circo Massimo è quello che regge, anche qui, in ogniparticolare salvo uno solo; a Roma ogni singola gara è limitata a quattro cocchi; qui invece non v'è limite di numero.» —

— «Ah, l'usanza dei Greci.» —

— «Sicuro, Antiochia è più Greca che Romana.»

— «Per cui, Malluch, io sarei libero di scegliermi il mio cocchio?» —

— «Il tuo cocchio e i tuoi cavalli, — non v'è alcuna restrizione in proposito.» —

Mentre rispondeva alle domande di Ben Hur, Malluch non potè a meno d'accorgersi della crescente soddisfazione colla quale le sue parole venivano accolte.

— «Ancora una cosa, Malluch, quando avrà luogo la solennità?» —

— «Ah, sì, me ne era scordato,» — s'affrettò a dire l'interrogato, «se, per dirla in istile romano, gli Dei del mare sono propizii, di qui a sei giorni comincieranno i giuochi.» —

— «Il tempo è breve Malluch, ma mi basta;» — queste ultime parole vennero pronunciate con forza; — «pei profeti d'Israele! riprenderò le redini; però, un momento! Come possiamo noi essere sicuri che Messala sarà fra i concorrenti?» —

Malluch vide d'un tratto il piano escogitato per umiliare il Romano, e, da degno discendente di Giacobbe, dimenticando ogni altra considerazione, corse subito col pensiero a valutarne le probabilità pro e contro. La sua voce ebbe quasi un tremito, quando domandò: — «Sei tu abbastanza addestrato?» —

— «Non temere, amico mio. — Da tre anni i vincitori del Circo Massimo devono i loro allori unicamente alla mia condiscendenza. Chiedilo a loro stessi e ti diranno ch'io non esagero. Alle ultime gare l'Imperatore in persona mi offrì la sua particolare protezione a patto ch'io guidassi i suoi cavalli.» —

— «E tu non accettasti?» — chiese con vivo interesse Malluch.

— «Io,» — proseguì Ben Hur, e qui la sua voce si fece esitante, — «io sono Ebreo e non osai, quantunque portassi un nome romano, assumermi professionalmente un'ufficio che avrebbe suonato onta al nome di mio padre nei chiostri e nelle corti del Tempio. — Nulla mi vietava di addestrarmi nelle palestre, ma il circo mi avrebbe disonorato, e se qui faccio un'eccezione, Malluch, ti giuro chenon è per il premio o per la mercede riservata al vincitore.» —

— «Fermati, non giurare così,» — lo interruppe Malluch, — «la mercede è di diecimila sesterzi, una fortuna per tutta la vita.» —

— «Non per me, quand'anche il Prefetto la triplicasse cinquanta volte. Io voglio ben altro; voglio ciò che vale più di tutti i redditi imperiali dal primo anno dell'impero a tutt'oggi. Voglio umiliare il mio nemico. Tu sai che la vendetta è permessa dalla legge.» —

Con un sorriso d'approvazione, come volesse dire, «Benissimo, benissimo, fra noi Ebrei c'intendiamo» Malluch rispose: — «Messala correrà, non dubitarne. Egli si è già troppo impegnato annunciando il suo concorso in tutti i pubblici ritrovi, e d'altronde il suo nome figura sulle tavolette di tutti i giovani giuocatori d'Antiochia.» —

— «Il suo nome è impegnato in scommesse, dici tu?» —

— «Sicuro, ed ogni giorno egli viene qui con ostentazione ad esercitarsi.» —

— «Ah! quello adunque è il cocchio e quelli sono i cavalli di cui si servirà? Sta bene; sii ringraziato buon Malluch. Tu m'hai già reso un gran servigio ed io ho di che rallegrarmene. Ora siimi guida all'Orto delle Palme e presentami allo sceicco Ilderim il Generoso.» —

— «Quando?» —

— «Oggi stesso. Domani i suoi cavalli potrebbero essere già affidati ad altri.» —

— «Ti piacciono tanto?» —

Ben Hur rispose con entusiasmo: — «Li vidi dal podio per un solo istante, poichè subito sopraggiunse Messala, e non potei più veder altro, ma quello sguardo mi bastò per riconoscerli d'un sangue che è la meraviglia e la gloria del deserto. Non vidi esemplari di quella razza fuorchè nelle stalle di Cesare, ma, veduti una volta, si riconoscono sempre. Se domani per esempio t'incontrassi, Malluch, quantunque tu non mi salutassi, io ti riconoscerei al tuo viso, alla tua figura, ai tuoi modi. Ebbene, colla stessa certezza ed alli stessi segni io riconoscerei quei cavalli. Se è vero la metà di quanto si dice di loro e io riesca a piegarli alla mia volontà, potrò...» —

— «Vincere i sesterzi?» — interrogò Malluch ridendo.» —

— «No,» — rispose vivamente Ben Hur, — «farò quello che meglio s'addice ad un figlio di Giacobbe: umilieròil mio nemico in pubblico. Ma, soggiunse impaziente, noi perdiamo tempo. In qual modo possiamo con tutta sollecitudine raggiungere la tenda dello sceicco?» —

Malluch riflettè un momento.

— «Il meglio si è d'andar diritto al villaggio che fortunatamente è qui vicino; se possiamo trovare due buoni cammelli non avremo che un'ora di viaggio.» —

— «Andiamo dunque.» —

Il villaggio era formato da palazzi circondati da giardini, con qua e là dei Khan, o alberghi, principeschi. Non fu difficile trovare due dromedarii, e, montati su di essi, i due Ebrei s'avviarono alla volta dell'Orto delle Palme.

Passato il villaggio, il terreno si presentava ondulato e coltivato con gran cura; esso era infatti l'Orto d'Antiochia ove d'ogni palmo di terra si faceva tesoro. Gl'irti fianchi delle colline erano tagliati a terrazzi, e persino le alte siepi rallegravano la vista colle viti che vi erano allacciate, dalle quali pendevano bellissimi grappoli d'uva porporina. — Al di là d'innumerevoli letti di poponi, e di boschetti d'aranci e limoni, si scorgevano le bianche dimore degli affittaiuoli. Ovunque si girava lo sguardo, si vedeva l'Abbondanza, sorridente figliuola della Pace, vestita dei suoi più lieti ed attraenti colori.

Di tempo in tempo poi le accidentalità del terreno lasciavano intravvedere qualche punto del Tauro e del Libano, fra i quali l'Oronte placidamente seguiva il proprio corso.

I nostri viaggiatori arrivarono al fiume e lo costeggiarono seguendone le sinuosità, ora vincendo rapide salite, ora scendendo in qualche valle, a traverso terreni segnati come aree per costruzione di ville. Ora si godeva l'ombra piacevole proiettata dalle fronde delle quercie, dei siccomori e dei mirti, ed ora il profumo delle piante aromatiche. Alla poesia dell'ambiente contribuiva poi in particolar modo la vicinanza del fiume nel quale specchiavansi gli obliqui raggi del sole.

Innumerevoli navi e navicelle solcavano le acque in ogni senso, emblemi e veicoli di vita, ricchi di suggestioni ed evocanti immagini di città lontane, di popoli stranieri e di commerci.

I due amici proseguirono in silenzio la loro via, finchè arrivarono ad un lago formato dal rigurgito del fiume e di cui l'acqua era limpida, profonda ed immobile. Un vecchio palmizio dominava l'angolo dell'insenatura, e Malluch, girando a sinistra dell'albero, battè le mani e gridò: — «Guarda, guarda, ecco l'Orto delle Palme.» —

La scena che si offrì ai loro sguardi avrebbe solo potuto avere riscontro in qualche oasi favorita d'Arabia o in qualche fattoria sulle sponde del Nilo. — Ben Hur trovò innanzi a sè una vasta pianura coperta d'un tappeto verde di rara freschezza.

Gruppi di palme secolari, di mole colossale, dai rami regolari, dalle fronde piumate, e come modellate in cera, spiccavano contro il cielo azzurro.

Il lago, fresco e limpido, alimentava con le sue acque vitali le radici dei vecchi alberi. Era forse una ripetizione del Bosco di Dafne? — Le palme, come se avessero indovinato il pensiero di Ben Hur e volessero a loro modo sedurlo, sembravano agitarsi al suo passaggio e spruzzarlo di fresca rugiada.

La via correva parallela alla riva del lago dalla quale si vedeva la sponda opposta ombreggiata parimenti da palme; ogni altra qualità d'alberi era esclusa.

— «Guarda quel dattero» — esclamò Malluch, additando una gigantesca palma. — «Ogni anello sul suo tronco segna un'anno di vita. Contali dalla radice fino alla cima, e se lo sceicco ti dice che il bosco fu piantato prima che in Antiochia si conoscessero i Seleucidi, tieni per certo ch'egli ti dice il vero.» —

Non è possibile contemplare una palma rigogliosa senza sentirsi penetrati dalla sottile suggestione che emana questo superbo vegetale, il quale sembra trasformarsi agli occhi del contemplatore, e infondere un senso di compiacimento e di ammirazione.

Così si spiega gli omaggi prodigati alla palma da tutto l'oriente, incominciando dagli artefici dei primi Re, i quali non seppero trovare miglior modello per i pilastri dei loro palazzi e dei loro templi. Ben Hur chiese:

— «Allorchè oggi vidi Ilderim allo stadio ei mi fece l'effetto d'un uomo comunissimo, che i nostri Rabbini di Gerusalemme avrebbero disprezzato siccome un cane di Edom. Come mai venne egli in possesso dell'Orto e come fa egli a salvarsi dall'avidità dei governatori Romani?» —

— «Se il tempo nobilita il sangue» — rispose concalore Malluch, — «il vecchio Ilderim, o figlio d'Arrio, è un uomo nel miglior senso della parola, quantunque un Edomita non circonciso. I suoi padri furono tutti sceicchi. Uno di essi, vissuto in non so quale epoca prestò soccorso una volta ad un Re, che molti nemici inseguivano.

La leggenda narra ch'egli gli prestasse a sua difesa mille cavalieri, cui erano noti tutti i sentieri e nascondigli del deserto. Essi tennero celato il Re finchè l'occasione si presentò di distruggere il nemico e di rimettere il monarca sul trono. — Questi, per riconoscenza diede al figlio del deserto questo luogo delizioso, per sè e suoi successori, in perpetuo. Nessuno pensò mai di turbarne il possesso. I governatori trovano che è del loro interesse il mantenere buone relazioni con una tribù alla quale Iddio ha accordato uomini, cavalli, cammelli e ricchezze, rendendola così padrona di molte fra le arterie che collegano Antiochia con le altre città; — poichè è dal buon volere di questi uomini che dipende la libertà di passaggio e la sicurezza delle strade. Persino il Prefetto si reputa felice ogniqualvolta Ilderim, soprannominato il Generoso pei molti suoi atti di liberalità, si reca a fargli visita in compagnia delle sue donne, dei suoi figli o dei suoi dipendenti, tutti montati su cammelli e cavalli, come solevano fare i nostri padri Abramo e Giacobbe.

— «Come spieghi adunque» — chiese Ben Hur che aveva ascoltato con vivo interessamento, senza accorgersi della lentezza dei dromedarii — «ch'egli oggi si strappava la barba dalla rabbia e malediva sè stesso per aver prestato fede ad un Romano? Se Cesare l'avesse udito avrebbe avuto ragione di dire: «Non amo tali amici, liberatemene.» —

— «E non avrebbe sbagliato di certo» — rispose Malluch sorridendo. — «Ilderim non ama Roma, ed ha un motivo di lagnarsene. Tre anni fa i Parti catturarono una carovana sulla strada da Bozza a Damasco, la quale portava, fra l'altro, il tributo d'un intiero distretto. Essi uccisero tutti gli uomini della carovana, ciò che i censori a Roma avrebbero facilmente perdonato purchè i denari imperiali fossero stati rispettati. Gli appaltatori delle tasse, chiamati a rispondere del danno, ricorsero a Cesare il quale tenne responsabile Erode. Questi se ne indennizzò sequestrando dei valori di Ilderim col pretesto ch'egli avrebbe dovuto invigilare la sicurezza delle strade imperiali. Lo sceicco si appellò a Cesare e Cesare gli diede una rispostadegna in tutto della sfinge. D'allora in poi il vecchio si strugge di rabbia e non manca mai un'occasione di darvi sfogo.» —

— «Ciò non gli serve a nulla, Malluch.» —

— «Questo» — continuò l'altro — «richiede un'altra spiegazione che ti fornirò, se ti accosterai; ma, parliamo sottovoce; — l'ospitalità dello sceicco ha già principio, guarda quelle fanciulle che ti parlano.» —

I dromedarii si fermarono e Ben Hur guardando giù, vide alcune bambine vestite alla foggia delle contadine siriache, che gli offrivano canestri di datteri. La frutta era stata appena colta e non poteva venir rifiutata. Egli si abbassò, ne prese, ed in quell'istante un uomo, accovacciato sull'albero presso il quale le bestie s'erano fermate, gridò: — «La pace sia con voi e siate i benvenuti.» — Dopo aver ringraziato le due fanciulle i due amici continuarono per la loro strada.

— «Devi sapere» — proseguì Malluch, interrompendosi di tanto in tanto per mostrare un dattero — «che Simonide, il negoziante, mi onora della sua fiducia, e ch'egli, qualche volta, si degna consigliarsi meco, per cui, frequentando io la sua casa, feci la conoscenza di molti suoi amici, i quali sapendo di questa nostra domestichezza, parlarono liberamente in mia presenza. Fu in questo modo ch'io entrai in qualche intimità collo sceicco Ilderim.» —

Per un istante l'attenzione di Ben Hur divagò. Alla sua mente s'affacciò l'immagine pura, gentile e supplichevole d'Ester. Gli occhi neri della fanciulla, risplendenti di quella luce caratteristica delle donne Ebree, si fissarono modestamente sui suoi; — gli parve d'udire il fruscio delle vesti e la melodiosa sua voce mentre gli porgeva la coppa di vino. Ricordò con compiacenza la pietà del suo sguardo più espressivo di qualunque parola e si beò di quel ricordo. La visione, piena d'ineffabile dolcezza, sparì come d'incanto allorchè egli si volse verso Malluch.

— «Alcuni giorni fa» — continuò quest'ultimo — «il vecchio arabo venne da Simonide e mi trovò da lui. Non mi sfuggì un suo certo qual turbamento, ond'io, per deferenza, feci atto di ritirarmi, ma egli stesso mi trattenne. — «Se sei Israelita» — disse — «fermati perchè ho una storia strana da narrarti.» — L'enfasi colla quale accentuò la parolaIsraelita, eccitò la mia curiosità e rimasi. Devo essere breve, poichè ci avviciniamo alla tenda; eccoti in poche parole il sunto della sua narrazione. — «Moltianni fa, tre stranieri convennero alla tenda d'Ilderim nel deserto; un Indiano, un Greco, un Egiziano. Viaggiavano su cammelli, i più grandi ch'egli avesse mai veduti e completamente bianchi. Ilderim diede loro il benvenuto e li ospitò.

«La mattina seguente si alzarono ed intonarono una preghiera affatto nuova per Ilderim, indirizzata a Dio ed al figliuol suo. Il loro contegno era misterioso. Dopo rotto il digiuno, l'Egiziano spiegò chi fossero e donde venissero. Ognuno di loro aveva veduto una stella, dalla quale s'era fatta udire una voce che comandava loro di recarsi a Gerusalemme e di chiedere: «Ov'è colui che è nato Re dei Giudei?» — «Essi obbedirono. Da Gerusalemme la stella li guidò a Betlemme, dove, in una grotta, trovarono un neonato ch'essi adorarono cadendo in ginocchio davanti a lui: — compiuto quest'atto d'adorazione, accompagnato da preziosi regali, e proclamato chi Egli fosse, essi fuggirono coi loro cammelli e si rifugiarono presso lo sceicco, non essendo dubbio che, se Erode, colui che era detto il Grande, li avesse presi, li avrebbe condannati a morte. Fedele al suo costume, lo sceicco li ricoverò e li tenne celati per un anno intero, in capo al quale, essi partirono lasciandogli doni di gran valore, e prendendo ognuno una direzione diversa.» —

— «È una storia meravigliosa» — esclamò Ben Hur — «Che cosa dicesti che essi dovevano chiedere una volta arrivati a Gerusalemme?» —

«Dovevano chiedere: «Dov'è colui che è nato Re dei Giudei?» —

— «E null'altro?» —

— «V'erano altri particolari ma non li ricordo.» —

— «Ed essi trovarono il bambino?» —

— «Sì, e lo adorarono.» —

— «Malluch, quest'è un miracolo.» —

— «Ilderim è uomo posato quantunque eccitabile come tutti gli Arabi. Egli è incapace d'una menzogna.» —

Malluch parlava con sicurezza. Dopo una pausa, di cui i dromedarii approfittarono per pascolare, scostandosi dalla strada, Ben Hur chiese di nuovo:

— «Non sa più nulla Ilderim dei tre uomini? Che avvenne di loro?» —

— «Ah, sì, questo fu precisamente il motivo della visita a Simonide. Alla vigilia di quel giorno era ricomparso l'Egiziano.» —

— «Dove?» —

— «Qui all'entrata della tenda alla quale ci rechiamo.» —

— «Come lo riconobbe?» —

— «Nello stesso modo che riconoscesti oggi i cavalli; dal suo aspetto.» —

— «Da null'altro?» —

— «Egli era in groppa allo stesso cammello bianco, e portava lo stesso nome — Balthasar, l'Egiziano.» —

— «Sarebbe mai questo un miracolo del Signore?» — chiese Ben Hur agitato.

— «E perchè?» — domandò a sua volta sorpreso l'amico.

— «Non dicesti Balthasar?» —

— «Sì, Balthasar l'Egiziano.» —

— «Ma quello è il nome del vecchio che vedemmo oggi alla fontana.» —

— «È vero» — proruppe vivamente Malluch, cui subito si comunicò l'agitazione del compagno, — «il cammello era il medesimo e tu salvasti la vita a quell'uomo.» —

— «E la donna,» — continuò Ben Hur, come parlasse fra sè, — «la donna era sua figlia,» — e fattosi pensoso, tacque.

Non sarà difficile al lettore l'indovinare come il dialogo precedente avesse evocato una seconda visione di donna nella quale Ben Hur rimase più a lungo assorto che non nella prima; ma egli si sbagliarebbe se da questa circostanza concludesse che Ben Hur ne fosse maggiormente affascinato. La seguente domanda ch'egli rivolse a Malluch dopo una lunga pausa, indica il procedere del suo pensiero.


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