CAPITOLO XI.

— «Dimmi Malluch, dovevano quei tre chiedere dove fosse colui che doveva essere Re dei Giudei?» —

— «Non precisamente in questi termini, ma bensì ove fosse coluinato per essere Re dei Giudei. Quelle erano le parole udite dal vecchio sceicco nel deserto, e, da quel giorno, egli attende l'avvento del Re; e nessuno potrebbe scrollare la sua fede.» —

— «Ma.... proprio un Re?» —

— «Già. E con lui la caduta di Roma: così disse il vecchio.» —

Seguì un nuovo periodo di silenzio, di cui Ben Hur sentiva bisogno per raccogliere le proprie idee e frenare l'agitazione dell'animo, indi riprese:

— «Quel vecchio è uno dei molti milioni d'uomini che avranno gravi offese da vendicare, e pertanto questa suastrana teoria, Malluch, è di prezioso alimento alle sue speranze, visto che, durante la dominazione di Roma, solo un Erode può essere Re dei Giudei. Udisti tu ciò che Simonide rispose?» —

— «Se Ilderim è uomo serio, Simonide dal canto suo è uomo saggio,» — replicò Malluch; — «udii infatti il suo parere e... ma, ascolta, qualcuno ci segue.» —

Udivasi in fatti un rumore di cavalli e di ruote avvicinantesi rapidamente, in breve i due Ebrei furono raggiunti da Ilderim, che, a cavallo e seguito da un lungo corteo nel quale figuravano i quattro cavalli arabi, ritornava dal boschetto di Dafne. La testa dello sceicco era china sul petto come quella di una di persona accasciata, ma alla vista dei due che l'avevano preceduto nel ritorno, il vecchio si animò e li salutò con affabilità.

— «La pace sia con voi! ah, il mio amico Malluch! Dimmi che sei d'arrivo e non di partenza e che mi porti qualche messaggio da parte del buon Simonide cui auguro che il Signore dei suoi padri mantenga per molti anni in vita. Seguitemi entrambi. Ho pane e frutta ad offrirvi, e se meglio v'aggrada, arrack e carne di capretto. Venite.» —

Lo seguirono fino all'entrata della tenda ov'egli scese da cavallo, e li ricevette con un vassojo sul quale stavano tre coppe riempite d'un liquido schiumante versatovi da un'otre annerita dal fumo, appesa all'antenna centrale. — «Bevete,» — disse cordialmente, — «bevete, poichè questo è il talismano che garantisce l'incolumità a chi penetra nelle tende dei figli del deserto.» —

Ognuno prese una coppa e la vuotò.

— «Entrate ora: in nome di Dio.» —

Appena entrati, Malluch chiamò da parte lo sceicco e gli parlò sommessamente, poi andò verso Ben Hur e si scusò.

— «Ho parlato di te allo sceicco e domattina egli ti lascerà provare i cavalli. Avendo ormai fatto tutto quanto stava in me, ti lascio la cura del rimanente e me ne ritorno ad Antiochia. Un tale mi aspetta questa sera, e mi è forza recarmi da lui. Ritornerò domani e farò in modo, se tutto andrà bene, di rimaner teco finchè termineranno i giuochi.» —

E dopo uno scambio di saluti e di benedizioni, Malluch si allontanò.

All'ora in cui due terzi della popolazione d'Antiochia riposava dalle fatiche del giorno, godendosi, sui terrazzi delle case, l'aria rinfrescata dalla brezza serale, Simonide, adagiato nel seggiolone ormai diventatogli indispensabile, stava contemplando dal proprio terrazzo il fiume, ed i navigli che vi erano ancorati. La muraglia che ergevasi dietro di lui proiettava la sua ombra sull'acqua fino a raggiungere la sponda opposta, ed al disopra continuava il solito rumore dell'andirivieni sul ponte. Ester, presso al padre, gli teneva dinanzi un piatto contenente la sua cena frugale, composta di focaccie leggiere come ostie, un po' di miele ed una tazza di latte nella quale Simonide immergeva le focaccie dopo averle spalmate di miele.

— «Malluch ritarda questa sera» — mormorò egli scoprendo così il pensiero che lo preoccupava.

— «Credi tu ch'egli verrà?» — chiese Ester.

— «A meno ch'egli non abbia dovuto prendere la via del mare o del deserto, verrà.» —

Simonide parlava tranquillamente da uomo sicuro del fatto suo.

— «Potrebbe invece scrivere.» — suggerì timidamente la ragazza.

— «No, Ester. Egli mi avrebbe già avvertito con lettera se si fosse accorto di non poter ritornare e poichè non m'ha avvertito sono certo che verrà.» —

— «Speriamolo» — sospirò la giovine.

V'era un non so che nel tono col quale ella si lasciò sfugire questa parola, che colpì il vecchio. Il più piccolo uccellino non può posarsi sopra un ramoscello senza comunicare una vibrazione, per quanto leggiera, a tutte le fibre dell'albero, e l'organismo umano non è meno sensibile qualche volta alle più insignificanti parole.

— «Tu desideri ch'egli ritorni, Ester?» —

— «Sì, rispose ella» — guardandolo negli occhi.

— «Perchè? potresti dirmelo?» — persistette il padre.

— «Perchè...» — essa sostò, poi riprese: — «perchè il giovane è...» — e qui di nuovo si fermò.

— «Il nostro padrone, tu vuoi dire.» —

— «Sì.» —

— «E tu sei sempre d'avviso ch'io non dovrei lasciarlo partire senza dirgli che, se egli vuole, può prendere possesso di noi e di tutto — capisci Ester? di tutto — delle merci, dei denari, delle navi, degli schiavi e del credito potente, che è un mantello d'oro e d'argento tessuto per me da quella Divinità tanto adorata dagli uomini, il Successo!» —

Essa non rispose.

— «Non te ne commovi affatto?» — insistè egli, non senza una tinta d'amarezza. — «Sta bene, Ester. Ho sempre trovato che per quanto terribile sia la realtà essa non è mai insopportabile una volta squarciate le nere nubi attraverso le quali essa ci atterriva dapprima — no, mai, neppure la tortura. Suppongo che sarà così anche della morte. Alla stregua di questa filosofia è presumibile che la schiavitù cui andiamo incontro finisca per esserci dolce. Mi è grato sin d'ora il pensare alla felicità del nostro padrone. Le ricchezze non gli saranno costate nulla, non un momento d'angoscia, non una stilla di sudore, neppure un pensiero! Esse gli cadranno in grembo mentr'egli è nel fior degli anni senza averle nemmeno sognate. E, perdona questo piccolo sfogo alla mia vanità, Ester, se aggiungo ch'egli andrà inoltre al possesso di ciò che tutto l'oro del mondo non potrebbe dargli; parlo di te, mio tesoro, mio adorato fiorellino germogliato dalla tomba della mia perduta Rachele.» —

L'attirò amorosamente a sè e la baciò due volte; un bacio per lei, uno per la povera morta.

— «Non parlar così» — disse la ragazza allorchè il vecchio ritrasse la mano che le aveva accarezzato il collo, — «quel giovane merita una migliore opinione; egli pure ha sofferto, e ci renderà liberi.» —

— «Ah, Ester, tu sei di nobili istinti e sai com'io ad essi mi affidi ogniqualvolta mi trovo perplesso nel giudicare del carattere di qualcuno, ma» — e qui la sua voce si fece più vibrata — «ma non sono solo queste povere membra, questo corpo lacerato e straziato fino a non aver più forma umana, che gli darò. Io gli arrecherò un'anima che ha saputo trionfare dei tormenti e della malignità Romana, più crudele degli stessi tormenti; io gli porterò una mente che sa scoprire l'oro ad una distanza maggiore di quella cui arrivarono le navi di Salomone, una mente esercitata nel concepire vari disegni» — qui sorrise di compiacenza, poi continuò sempre più animandosi: — «manon sai, Ester, che prima ancora che la nuova luna entri nel prossimo quarto io potrei scuotere il mondo così da farne sussultare lo stesso Cesare? Poichè tu devi sapere, figliuola, ch'io posseggo quella facoltà più preziosa d'un corpo perfetto, più preziosa del coraggio, della volontà, dell'esperienza, quella facoltà divina che neppure i grandi sanno abbastanza apprezzare, mentre il volgo non la conosce affatto, la facoltà d'aggiogare gli uomini ai miei propositi e di mantenerveli fino al loro compimento, di modo che la mia persona si moltiplica in legioni di centinaia e di migliaia di persone. E così i capitani delle mie navi attraversano i mari e mi portano il premio d'oneste fatiche; così Malluch segue quel giovane nostro padrone e mi porterà...» — qui il rumore di passi avvicinantisi alla terrazza lo interruppe.» — Ah, Ester, non te lo dissi? eccolo qui, ed ora avremo notizie. Per te, mia dolcissima figliuola, mio candido giglio, prego Iddio, il quale non ha dimenticato il ramingo gregge d'Israele, ch'esse siano confortanti.» —

Malluch si presentò.

— «La pace sia con te, mio buon padrone» — disse inchinandosi — «ed anche a te, Ester, la più virtuosa delle figlie.» —

Egli stava loro davanti in atto rispettoso. Col contegno suo, umile come quello d'un servo, faceva contrasto la famigliare cordialità delle sue parole onde sarebbe stato difficile il determinare di qual natura fossero i suoi rapporti cogli altri due.

Simonide, da uomo pratico, appena ricambiato il saluto, entrò subito in argomento.

— «Che cosa mi riferisci intorno a quel giovane, Malluch?» —

I particolari della giornata vennero narrati tranquillamente e con tutta semplicità, senza interruzione da parte del vecchio, la cui immobilità non fu scossa un solo istante.

— «Grazie, buon Malluch» — esclamò poscia, quando questi ebbe finito. — «Nessuno avrebbe potuto far meglio di te. Che hai da dirmi sulla nazionalità del giovane?» —

— «Egli è Israelita, mio buon padrone, e della tribù di Giuda.» —

— «Ne sei sicuro?» —

— «Certissimo.» —

— «Eppure pare ch'egli non t'abbia narrato gran che della sua vita.» —

— «Ha imparato ad esser prudente, vorrei anzi dirediffidente. Egli eluse tutti i miei tentativi per farlo parlare finchè partimmo dalla fontana di Castalia pel villaggio di Dafne.» —

— «Un luogo abbominevole! perchè vi andò?» —

— «Direi per curiosità, come si può dire della maggior parte di chi vi si reca per la prima volta; ma ciò che è strano si è ch'egli non s'interessò a quanto vide. Per esempio non si curò di visitare il tempio, e chiese solamente s'esso era Greco. A dirti il vero quel giovane ha un dolore ch'egli vorrebbe nascondere ed andò al Bosco di Dafne per dimenticarlo.» —

— «Se fosse così sarebbe bene» — mormorò Simonide, poi soggiunse più forte: — «Malluch, la maledizione dei nostri tempi è la prodigalità; — i poveri s'impoveriscono di più per scimmiottare i ricchi, ed i ricchi s'atteggiano a principi. Scorgesti tu traccie di una tale debolezza nel giovane? Ostentò egli possesso di dovizie sfoggiando monete di Roma o d'Israele?» —

— «Nulla affatto.» —

— «Eppure, Malluch, in un luogo simile, ove abbondano gl'incentivi alle gozzoviglie, egli non può a meno d'averti fatto qualche offerta di generoso trattamento, giustificabile, del resto, dalla sua gioventù.» —

— «Egli non mangiò nè bevette in mia compagnia.» —

— «Dalle sue parole potesti tu scoprire quale fosse l'idea dominante in lui? Come tu sai noi non parliamo, non operiamo e non decidiamo alcuna questione grave che ci riguarda, senza obbedire ad un movente. Che cosa puoi dirmi in proposito?» —

— «Riguardo a ciò, Messer Simonide, posso rispondere con perfetta sicurezza. Egli in primo luogo è spinto dal desiderio di ritrovare sua madre e sua sorella; — poi v'è della ruggine fra lui e Roma e, siccome vi ha gran parte, quel Messala di cui ti parlai, il suo scopo presente è di umiliarlo. L'incontro alla fontana gliene porse l'occasione ma non volle approfittarne perchè non sufficientemente pubblica.» —

— «Quel Messala è influente» — osservò gravemente Simonide.» —

— «Sì, ma il loro prossimo incontro sarà nel circo.» —

— «Ebbene?» —

— «Il figlio d'Arrio vincerà.» —

— «Come lo sai tu?» —

Malluch sorrise.

— «Giudico dalle sue parole.» —

— «Da null'altro?» —

— «Lo giudico anche da ciò che vale assai più, dallo spirito che lo anima».

— «Sta bene; ma dimmi, Malluch, questa sua idea di vendetta a che tende essa? Ha egli di mira solo i pochi che lo offesero o comprende egli anche la massa? — e poi non sarebbe questo desiderio di vendetta il sogno transitorio d'un ragazzo sensibile anziché il fermo proposito d'una irremovibile volontà? Sai bene, Malluch, che l'idea di vendetta, se è un semplice parto del pensiero, altro non è che una bolla di sapone, mentre, la vera passione, è una malattia del cuore, che da quello sale sino al cervello, e che dell'uno e dell'altro si nutre.» —

Fu qui che per la prima volta Simonide diede segni di agitazione, parlando rapidamente e colla vivacità che doma la convinzione.

— «Mio buon padrone,» — rispose Malluch, — «una delle ragioni che mi convinsero essere il giovane un Ebreo, fu precisamente l'intensità del suo odio. M'accorsi ch'egli stava in guardia, il che è naturale, visto ch'egli visse tanto tempo in un ambiente così sospettoso come il Romano, ma, malgrado la sua prudenza, due volte quell'odio gli trasparì dagli occhi; la prima quando volle conoscere i sentimenti d'Ilderim riguardo a Roma, poi, quando, raccontandogli la storia dello sceicco e dell'uomo saggio, venni a dire della domanda — «ov'è colui che è nato Re dei Giudei?» —

Simonide trasalì e chiese avidamente:

— «Buon Malluch, ripetemi le sue parole, le precise sue parole, ond'io possa giudicare dell'impressione che quel mistero fece su di lui.» —

— «Insistette per conoscere esattamente i termini in cui era formulata la domanda, se cioè «essere» o «nato per essere». Pareva colpito da un'apparente differenza nelle due espressioni.» —

Simonide riprese la sua calma e continuò ad ascoltare attentamente.

— «Allora,» — proseguì Malluch, — «gli spiegai il parere d'Ilderim, e cioè che il Re edificherebbe il suo trono sopra le rovine di Roma, ed il volto del giovane si fece di bragia mentre con voce concitata mi domandò — «Chi mai se non un Erode può essere Re finchè dura il dominio di Roma?» —

— «Che voleva egli dire?» —

— «Che l'impero dev'essere distrutto prima che vi possa essere un nuovo regno.» —

Simonide lasciò vagare per qualche tempo lo sguardo sulle navi galleggianti; poco dopo congedò Malluch con queste parole: — «Basta, Malluch, va a mangiare ed a prepararti a far ritorno all'orto delle Palme. Devi aiutare il giovane nella lotta alla quale egli si accinge. Vieni da me domattina e ti darò una lettera per Ilderim,» — poscia soggiunse come parlando a se stesso, — «può darsi ch'io pure mi rechi al Circo.» —

Dopo che Malluch, scambiate le benedizioni d'uso, se ne fu andato, Simonide trangugiò un buon sorso di latte e ne parve ristorato. Voltosi poi ad Ester, le dichiarò che non gli occorreva altro, e l'invitò a riprendere il solito suo posto vicino alla seggiola.

— «Il Signore è buono con me, molto buono» — prese egli a dire con fervore; — «È suo costume avvolgere i proprii atti nel mistero, ma qualche volta egli li lascia però intravvedere. Io son vecchio, cara, e dovrò andarmene; ma, mentre l'ultima ora si avvicina, e la mia speranza incominciava a svanire, egli mi manda questo suo messaggero per infondermi nuova fiducia. Io vedo spianarsi la via ad una cosa così grande che il mondo intero ne emergerà come rinato a nuova vita. Sì, sì, ben veggo ora per quale ragione speciale io fui favorito di tante ricchezze, e quale è lo scopo cui esse sono destinate. In verità, figliuola mia, un nuovo soffio di vita è entrato in me.» —

Ester gli si strinse più dappresso come per frenare quel divagamento della mente.

— «Il Re è nato» — continuò egli, — «ed a quest'ora deve aver raggiunto il fiore della virilità. Balthasar disse ch'egli era un bambino in grembo alla madre quand'egli lo vide, lo adorò e lo colmò di doni. — Ilderim afferma che nel mese di Dicembre erano trascorsi ventisette anni dacchè Balthasar ed i suoi compagni vennero a rifugiarsi nella sua tenda per salvarsi da Erode; per cui l'avvento non può di molto tardare; questa stessa notte, — forse domani. — Santi padri d'Israele, quale felicità al solo pensarvi! Parmi di udire il fragore delle mura crollanti e lo strepito dell'universale rovina — si, e il gaudio degli uomini acclamanti lo spalancarsi della terra per inghiottirvi Roma, il riso ed i canti delle masse accoglienti la stupefacente novella che Roma non è più», — qui s'arrestò per l'eccessodella gioia esultante e che terminò in uno scroscio di risa — poi riprese rivolto alla figlia — «Che ti pare di me, Ester? devo proprio essere invaso dalla passione dei cantori e dai fremiti di Miriam e di Davide! Nella mia mente di lavoratore, che solo dovrebbe accogliere cifre e fatti, regna in questo momento un frastuono di cimbali, d'arpe e di grida di gente affollata attorno ad un trono. Basta, voglio provarmi a non pensarci più per ora, però senti, cara mia, quando il Re verrà egli avrà bisogno di denari e di uomini, perchè, come nato da donna, egli è al postutto un uomo, e pertanto obbligato a seguire vie umane, come te e come me. Pel denaro gli occorreranno procuratori e custodi e per gli uomini avrà d'uopo di duci. Non vedi tu quale orizzonte si schiude a me ed al giovane nostro padrone, qual messe di gloria e di vendetta ci attende, e poi, e poi....» — qui s'arrestò come colpito dall'egoismo d'una visione nella quale la sua diletta figlia non aveva parte alcuna, e concluse baciandola — «e poi, qual messe di felicità per la figlia di tua madre!» —

Essa non disse una parola. Allora il vecchio si risovvenne della diversità della loro natura e della legge per la quale ciò che è causa di gioia o di timore per gli uni non sempre lo è per gli altri. — La sua compagna non era che una fanciulla.

— «A che pensi Ester?» — le chiese riprendendo il tono di voce che gli era abituale. — «Qualunque sia il tuo desiderio, dimmelo finchè è ancora in mia facoltà di appagarlo — il potere nostro lo sai, è incostante. Domani può essere troppo tardi.» —

Essa gli rispose con ingenuità quasi infantile:

— «Mandalo a chiamare, padre. Manda questa stessa notte, non lasciarlo andare al Circo!» —

— «Ah!» — sospirò il padre, e di nuovo percorse collo sguardo il fiume ormai debolmente rischiarato dalle stelle, essendosi la luna nascosta dietro il monte Sulpio.

Dobbiamo dirlo, lettore? Un'acre gelosia rodeva Simonide. Ch'essa già amasse il giovane padrone? no, ciò non poteva essere, ell'era troppo giovane! Ciononostante non gli riusciva di liberarsi da quell'idea che continuava a pungerlo. La ragazza aveva sedici anni. Egli lo ricordava bene. L'ultimo anniversario della sua nascita erasi recato con lei nel quartiere ov'era una nave da varare; la bandiera gialla della nuova nave portava il nome di Ester, e così avevano assieme festeggiato quel giorno. Eppurein questo momento il ricordo dell'età lo sorprese come una rivelazione. Vi sono delle realtà che si affacciano producendo in noi un senso di tristezza come, per esempio, il fatto che andiamo invecchiando, e, più terribile ancora, l'idea che dobbiamo morire. Fu appunto una riflessione di questo genere che gli penetrò nel cuore e gli strappò un sospiro, quasi un lamento. Non bastava che quella sua idolatrata creatura, nel fiore della primavera, facesse il sacrificio della propria libertà, ma persino il suo cuore, di cui egli conosceva l'infinita tenerezza, doveva diventare proprietà del giovane padrone! Il demone che ha il compito di torturarci con timori ed angustie, ben di rado s'accontenta di fare le cose per metà. Nell'amarezza del momento, il coraggioso vecchio si scordò dei suoi vasti disegni e del suo Re miracoloso; riuscendo peraltro a dominare se stesso chiese con calma apparente:

«Non lasciarlo andare al Circo, Ester! e perchè?» —

— «Perchè non è quello il luogo per un figlio d'Israele, padre.» —

— «Oh, mia religiosa Ester! e per nessun altro motivo?» —

Il tono indagatore della domanda penetrò profondamente nel cuore della fanciulla e ne accelerò i battiti, così che ella ammutolì: sì sentì indignata e nello stesso tempo invasa da una strana sensazione di benessere.

— «Quel giovane deve avere le ricchezze» — fece Simonide prendendole la mano parlandole con crescente tenerezza — «egli deve avere le navi, i denari, tutto, tutto, mia Ester. Eppure, vedi, mi parve che non sarei rimasto povero abbandonandogli tutto, perchè mi restava il tuo affetto, che tanto mi rammenta quello della morta mia Rachele. Dimmi, figlia mia, dovrà egli avere anche quello?» —

Essa si chinò su di lui e tacque.

— «Parla, Ester. Sono forte sai. Parla, è meglio ch'io lo sappia.» —

Essa allora rialzò il capo e pronunciò solennemente queste parole: — «Padre, confortati. Io non ti abbandonerò mai; quand'anche io avessi ad amarlo, sarò sempre, come ora, la tua ancella.» —

E chinandosi sopra di lui, lo baciò.

— «Sì» — ella continuò. — «Egli parve bello ai miei occhi; la sua voce supplichevole toccò la mia pietà; ed io fremo quando penso che un pericolo, lo minaccia. Lo rivedreivolentieri. Ma, padre, l'amore che non è corrisposto non è amore perfetto, e quindi attenderò con pazienza, ricordandomi ch'io sono figlia tua e di mia madre.» —

— «Una benedizione del Signore, sei tu, Ester! Una benedizione che mi renderebbe ricco, quand'anche tutta la mia fortuna andasse perduta. Iddio ti protegga o mia figlia.» —

Un po' più tardi, dietro suo ordine, un domestico spinse la sua poltrona nuovamente nella stanza, dov'egli restò a lungo nella penombra crepuscolare pensando all'avvento del Re, mentre essa si ritirò nella sua camera a dormirvi il sonno degli innocenti.

Il palazzo che fronteggiava la casa di Simonide dall'altra parte del fiume, si dice fosse stato costruito dal celebre Epifanio, architetto cresciuto alla scuola dei Persiani, non dei Greci, ed amante più del colossale che del classico. Un grande muro circondava l'isola e serviva al doppio scopo di proteggerla contro l'inondazione del fiume e contro gli assalti della popolazione. Ciò nonostante, i legati la avevano abbandonato quale residenza allegando l'insalubrità dell'aria in quel punto, e s'erano costruiti un altro palazzo sul fianco occidentale del monte Sulpio. Non mancarono i maligni che attribuirono questo sgombero non a ragioni igieniche, ma alla maggior sicurezza che offriva ai governatori Romani la vicinanza delle grandi caserme o cittadelle sorgenti sul pendio orientale del monte. Il sospetto era abbastanza ragionevole. La pretesa insalubrità del palazzo sopra l'isola, non impediva di fatti che esso fosse tenuto in perfetto ordine, e quando un console, generale d'esercito, Re o principe forestiero, visitava Antiochia, che lo si ospitasse nelle sue sale.

Era un labirinto di giardini, bagni, atrii, stanze, padiglioni, tutti splendidamente adorni ed adobbati, come si conveniva alla residenza principesca della prima città d'oriente; ma siccome noi non abbiamo da fare che con una sola delle sue stanze, lasciamo la particolareggiata descrizione del palazzo alla fervida immaginazione del lettore.

L'appartamento in cui ci portiamo era un'ampia sala,pavimentata di marmo lucente, e illuminata, di giorno, da ampie finestre nelle quali lastre di mica colorate servivano da vetri: alle pareti una serie di cariatidi, rappresentanti giganti in diversi atteggiamenti di dolorosa fatica, portavano una cornice arabescata, sopra la quale spiccava la volta dipinta a vari colori — azzurro, verde, porpora di Siro ed oro. Intorno alla sala correva un divano, coperto di sete indiane e di scialli del Cachemir. Il mobiglio era costituito da alcuni tavoli e sgabelli di foggia Egiziana, grottescamente intagliati.

Noi abbiamo lasciato Simonide, nella sua poltrona, rivolgendo disegni per aiutare il re miracoloso, il cui avvento credeva vicino. Ester dorme. Abbandonando quella tranquilla dimora, attraversiamo il fiume e oltrepassando gli scolpiti leoni a guardia della porta, ed altri innumerevoli atrii e cortili babilonesi, penetriamo nella sala che abbiamo descritta.

Cinque candelieri pendono dal soffitto, attaccati a catene di bronzo, una per ciascun angolo, e il quinto nel mezzo, immense piramidi di luce, che illuminano anche i volti degli Atlanti e gli arabeschi del cornicione. Intorno ai tavoli, in piedi, o seduti, o movendo irrequieti da gruppo a gruppo, sono raccolte circa cento persone che dobbiamo esaminare con una certa attenzione.

Sono tutti giovani, alcuni quasi ragazzi, Italiani di nascita, quasi tutti Romani di nazionalità. Parlano l'idioma latino in tutta la sua purezza, e indossano abiti tagliati secondo l'ultima foggia tiberina; cioè tuniche corte di manica e appena scendenti oltre il ginocchio. Sui divani e sopra gli sgabelli giacciono le toghe e lelacernae, di cui si sono spogliati in causa del caldo; alcune di esse listate dell'ambita porpora. Sopra i divani sono distesi anche alcuni corpi addormentati, vinti dal sonno o dai fumi di Bacco.

Il vocìo è alto e continuo, qualche volta interrotto da scoppi di risa, o da un grido di rabbia o di tripudio; ma sopra tutti gli altri suoni prevale lo strepito secco dei dadi otesserae, d'avorio, agitati nei bossoli e gettati rumorosamente sui tavoli, o delle pedine,hostes, mosse sullo scacchiere.

Di chi è formata la società?

— «Buon Flavio» — dice un giuocatore tenendo sospeso il suo pezzo — «vedi tu quellalucernalà sul divano? è appena uscita dalle mani del sarto, e la fibbia ne è d'oro massiccio.» —

— «E poi?» — chiese Flavio, intento al suo giuoco. Ne ho viste altre consimili. Che vuoi dire?» —

«Nulla. Io la darei volentieri in cambio di un uomo che sapesse ogni cosa.» —

— «Un bel cambio davvero. Ma giuoca....» —

— «Ecco, partita.» —

— «È vero per Giove! Ancora? —

— «Volentieri.» —

— «E la posta?»

— «Un sesterzio.» —

Estrassero le loro tavolette e con uno stilo notarono la scommessa, e mentre rimettevano a posto i pezzi, Flavio ritornò sull'osservazione dell'amico:

— «Un uomo che sappia ogni cosa!Hercle!gli oracoli morirebbero di fame. Che cosa vorresti fare di un simile miracolo?» —

— «Fargli rispondere a una sola domanda, mio Flavio; poi buttarlo nel fiume.» —

— «E la domanda?» —

— «Vorrei che mi dicesse l'ora e il minuto in cui arriverà domani il console Massenzio.» —

— «Ottimo, ottimo! e perchè anche il minuto?» —

— «Hai tu mai provato a startene a capo scoperto sotto la sferza del sole Siriaco, sul molo, aspettando; i fuochi di Vesta sono tiepidi al paragone; e, per Giove Statore, se debbo morire, preferisco di morire a Roma. Questo è un inferno; là, stando in mezzo al Foro, con la mano tesa così, mi parrebbe di toccare la volta degli Dei. Ah, per Venere, mio Flavio, ho parlato troppo. — Ho perduto di nuovo, o cattiva Fortuna!»

— «Ancora?» —

— «Naturalmente. Devo riconquistare il mio sesterzio.» —

— «Sia.» —

I due continuarono a giuocare, finchè la luce del giorno che sorgeva cominciò a fare impallidire il chiarore delle candele.

Come la maggior parte della compagnia, essi erano degliattachésmilitari al servizio del console, di cui attendevano la venuta.

Durante questa conversazione un nuovo gruppo era entrato nella stanza, e dapprima inosservato, si avvicinò al tavolo di mezzo.

I suoi componenti portavano traccie di aver passato la notte a banchetto. Alcuni si reggevano a stento sulle gambe.

Intorno alle tempia del loro duce pendeva una ghirlanda che lo indicava come anfitrione della festa trascorsa. In questi il vino non aveva fatto impressione, se non fosse per aumentare la rara bellezza del suo volto, del più puro tipo Romano.

Camminava a testa alta: il sangue gli imporporava le labbra e le gote; gli occhi scintillavano, e dalle pieghe della candida toga e da tutto il portamento della persona spirava un'aura regale.

Nell'avvicinarsi al tavolo si fece largo fra la folla, spingendo a destra e sinistra chi gli ingombrava il cammino, con la massima noncuranza e senza chiedere scusa; quando finalmente si arrestò chinandosi sopra i giuocatori, tutti si voltarono a lui con un grido altissimo:

— «Messala! Messala!» —

I più lontani fecero eco a quel grido. I gruppi si sciolsero, tavoli e giuochi furono abbandonati, e tutti fecero circolo intorno a lui.

Messala accolse questa dimostrazione con la massima indifferenza, e procedette immediatamente a dare un saggio dei metodi che gli avevano acquistata tanta popolarità.

— «Salute, a te, Druso, mio amico,» disse ad un giuocatore alla sua destra. — «Salute, e dammi un momento le tue tavolette.» —

Guardò la superficie cerata delle tavolette, e le annotazioni di giuoco, poi le buttò sdegnosamente sul tavolo.

— «Denarii, soltanto denarii, — la moneta dei carrettieri e dei beccai!» — disse con un riso di disprezzo. — «Per l'ebbra Semele, come è decaduta Roma, se un Cesare passa le sue notti pregando la Fortuna che gli conceda di vincere un denario!» —

Il discendente dei Drusi arrossì fino ai capelli, ma gli spettatori coprirono la sua voce, stringendosi intorno al tavolo con grida di: «Messala, Messala!» —

— «Uomini del Tevere» — continuò Messala, — «strappando un bossolo di dadi dalle mani di un giuocatore.» — «Chi è il più favorito dagli Dei? Il Romano. Chi è il legislatore delle nazioni? Il Romano. Chi è, per diritto di spada, il padrone del mondo?» —

La compagnia era facilmente esaltata, e il pensiero di supremazia espresso da Messala era loro famigliare fin dalla nascita. Esclamarono in coro:

— «Il Romano, il Romano!» —

— «Eppure, eppure, vi è qualche cosa di superiore al Romano.» —

Il patrizio scosse il capo e, dopo una pausa studiata, ripetè con ischerno:

— «Avete udito? Vi è qualcuno più grande del miglior Romano.» —

— «Ercole!» esclamò uno.

— «Bacco!» — gridò un altro.

— «Giove, Giove!» — tuonò la folla.

— «No,» — disse Messala, — «parlo di uomini.» —

— «Il nome, il nome!» — essi chiesero.

— «Lo dirò,» disse: — «È colui che alla perfezione di Roma ha aggiunto la perfezione dell'Oriente; è colui che al braccio del conquistatore sa sposare l'arte di godere.» —

— «Per Pol!Dopo tutto egli è un Romano ancora!» — esclamò uno. Vi fu uno scroscio d'applauso, e Messala continuò:

— «Nell'oriente, non abbiamo divinità: imperano solo Bacco, Venere e Fortuna, e la maggiore di esse è la Fortuna. Donde il nostro motto: Chi osa ciò che io oso?

Parole degne del Senato, degne della battaglia, degne massimamente di chi come me cerca il meglio e non teme, sfidandolo, il peggio.» —

La sua voce da declamatoria si fece più bassa e famigliare, senza perdere il conquistato ascendente.

— «Nella cassa forte della cittadella io tengo cinque talenti. Eccone le ricevute.» —

Dal seno della sua tunica estrasse un rotolo, e, gettandolo sul tavolo, proseguì fra religioso silenzio, bersaglio di tutti gli sguardi della sala.

— «Quella somma vi darà la misura di quanto io osi. Chi osa altrettanto? Silenzio! La posta è troppo grande? Ritirerò un talento. Che! Tutti muti? Andiamo: Tre talenti, solo tre; due, uno, — uno almeno, uno solo per l'onore del fiume sulle cui sponde siete nati! La Roma d'Oriente sfida la Roma d'Occidente. Suvvia: Il barbaro Oronte contro il sacro Tevere!» —

Agitò i dadi, aspettando.

— «L'Oronte contro il Tevere» — ripetè con enfasi sprezzante.

Nessuno si mosse. Allora buttò il bossolo per terra, e, ridendo, raccolse le sue ricevute.

— «Ah, ah! Per Giove Olimpico. Ora so che siete venuti a cercar fortuna in Antiochia, Cecilio!» —

— «Son qui Messala!» — gridò un uomo dietro di lui. — «Sono qui, che muoio fra la folla, cercando la elemosina di undrammapel barcaiuolo d'Averno. Ma per Plutone, questi uomini nuovi non posseggono un obolo fra tutti.» —

La sortita provocò uno scoppio di risa. Solo Messala non vi si unì, ma disse con gravità:

— «Va, Cecilio, nella stanza donde venimmo, ed ordina ai domestici di portar qui le anfore e le tazze. Se questi nostri compatrioti pezzenti di Siria non hanno denari, voglio almeno vedere se posseggono una gola. Spicciati.» —

Poi si volse a Druso, con una risata che echeggiò per la stanza.

— «Ah, ah, mio amico! Non ti offendere se abbassai Cesare al livello di un denario. Lo feci per svergognare questi aquilotti della nostra vecchia Roma. Vieni, Druso, vieni!» — Raccolse il bossolo ed agitò allegramente i dadi.

— «Per che posta giuochiamo?» —

Il modo era franco, cordiale, seducente. Druso cedette immediatamente.

— «Per le Ninfe, sì; accetto!» — esclamò ridendo.

— «Io giuocherò con te, Messala, — per un denario.» —

Un giovinetto dal volto quasi infantile osservava la scena da un capo del tavolo. Improvvisamente Messala si volse a lui:

— «Chi sei?» — gli chiese.

Il giovine si ritrasse timidamente.

— «No, per Castore, no! Non intesi di offenderti. Ho bisogno d'un segretario che tenga nota delle mie scommesse. Vuoi servirmi?» —

Il giovine tirò fuori le sue tavolette e si avvicinò prontamente a Messala.

— «Fermati, Messala, fermati!» — esclamò Druso. — «Io non so se porti sfortuna arrestare i dadi con una domanda; ma mi è balenato un'idea e devo comunicartela quand'anche Venere mi frustasse con la sua cintura.» —

— «No, mio Druso; quando Venere si toglie la cintura, è Venere amorosa.» —

— «Ma la tua domanda. — Aspetta che getti, avvenga ciò che deve avvenire. Così.» —

Rovesciò il bossolo sul tavolo e lo tenne fermo sopra i dadi.

Druso chiese: — «Hai tu mai veduto un tale Quinto Arrio?» —

— «Il duumviro?» —

— «No, suo figlio.» —

— «Non sapeva che avesse un figlio.» —

— «Bene, non importa,» — soggiunse Druso; — «soltanto sappi che questo Arrio ti assomiglia come Castore a Polluce.» —

L'osservazione scatenò una tempesta di conferme.

— «È vero, è vero! I suoi occhi e il suo viso,» — gridarono.

— «Che?» insinuò uno con disprezzo. — «Messala è Romano; Arrio è un Ebreo.» —

— «Hai ragione» — esclamò un terzo. — «Egli è Ebreo.» —

Messala interruppe la disputa che stava per sorgere.

— «Il vero non è ancor giunto, mio Druso; e come vedi, tengo la Fortuna pei capelli. Quanto ad Arrio, accetterò il tuo parere, purchè tu mi dia qualche altro particolare su di lui.» —

— «Ebreo o Romano — pel grande dio Pane, senza mancarti di rispetto, o Messala! — questo Arrio è bello, coraggioso e sagace. L'imperatore gli offrì il suo favore, ed egli lo rifiutò. Un'aria di mistero lo circonda ed egli si tiene lontano dagli altri come se si stimasse superiore o nemmeno di essi. Nelle palestre non aveva rivali; scherzava coi giganti del Reno e coi tori della Sarmazia come fossero balocchi. Il duumviro lo lasciò erede di una sostanza colossale. La sua passione è quella delle armi, e non pensa che alla guerra.

Massenzio lo accolse nella sua famiglia e doveva arrivare insieme a noi, ma lo perdemmo di vista a Ravenna. Ciò non ostante è arrivato. Ne udimmo parlare stamattina.Per Pol!Invece di venire al palazzo o presentarsi alla cittadella, ha lasciato i suoi bagagli ad un Khan ed è sparito nuovamente.» —

Messala aveva ascoltato il principio di questo racconto con indifferenza cortese; ma la sua attenzione crebbe a poco a poco, e alla conclusione tolse la mano dal bossolo e gridò: — «Caio! mi ascolti?» —

Un giovane al suo fianco, — il suo Mirtilo, o compagno di cocchio della mattina, rispose:

— «T'ascolto, Messala, poichè ti son vicino ed amico.» —

— «Ti ricordi dell'uomo che ti procurò quel capitombolo oggi?» —

— «Pei riccioli di Bacco! Non dovrei ricordarmene, con una spalla ammaccata che me ne tiene fresca la memoria?» —

— «Allora ringrazia il Fato: ho trovato il tuo nemico. Ascolta.» —

Messala si rivolse a Druso.

— «Dammi altri ragguagli di costui —Per Pol!— di costui che è insieme Romano ed Ebreo, una bella combinazione davvero. Che vesti porta, o mio Druso?» —

— «Di foggia Ebraica.» —

— «Lo senti, Caio? L'individuo è giovine, — uno; ha l'aspetto di un Romano — due; ama vestirsi da Ebreo — tre; nella palestra si è guadagnato corone con la forza del braccio, di cui ha dato un saggio col nostro cocchio — quattro. Prosegui Druso, ed illumina maggiormente l'amico.

Senza dubbio questo Arrio avrà una certa conoscenza di lingue, altrimenti non potrebbe essere Ebreo oggi, domani Romano; ma l'idioma d'Atene, lo conosce?» —

— «Con tale purezza, Messala, che potrebbe concorrere nelle gare Istmie.» —

— «Mi segui, o Caio?» — disse Messala. — «Il tuo amico conosce il greco, il che, secondo il mio calcolo, fa cinque. Che ne dici?» —

— «Tu l'hai scoperto, o Messala» — rispose Caio.

— «Perdonami, Druso; perdonatemi tutti di parlare di enigmi e indovinelli» — disse Messala nel suo modo seducente. — «Ma devo fare ancora appello alla tua cortesia. Guarda!» — coprì di nuovo con la mano il bossolo dei dadi. — «Guarda come celo i secreti della Pizia! Tu dicevi, io credo, che un certo mistero circondi la persona di questo Arrio. Spiegati.» —

— «Non è nulla, Messala, nulla» — replicò Druso — «È quasi una leggenda: quando il vecchio Arrio partì per combattere i pirati, non aveva nè moglie nè figli; ritornò con un giovine, questi di cui ti parlo — e il giorno dopo lo adottò.» —

— «Lo adottò?» — ripetè Messala. — «Per gli dei, Druso, tu stimoli la mia curiosità. E dove trovò il duumviro questo ragazzo? E chi era costui?» —

— «Chi potrà risponderti meglio, o Messala, del giovine Arrio in persona?Per Pol!Nella battaglia il duumviro — allorasoltanto tribuno — perde' la sua galera. Nella sua nave trovò lui ed un altra persona — i soli superstiti dell'equipaggio, — aggrappati alla medesima trave. Dicono che il compagno del duumviro fosse un Ebreo....» —

— «Un Ebreo!» — ripetè Messala.

— «.... e uno schiavo.» —

— «Come... Druso? Uno schiavo?» —

— «Quando i due furono raccolti e portati sul ponte, il tribuno vestiva la sua corazza, e l'altro indossava la tunica del rematore.» —

Messala si alzò in piedi.

— «Un gale....» — Non terminò la parola degradante, e guardò in volto ai compagni, come trasognato.

In quella entrarono i servitori con fiaschi di vino, cesta di frutta e di dolci, tazze e coppe d'argento e d'oro. Vi fu un movimento nella folla. Messala si riebbe e, salito sopra una sedia:

— «Uomini del Tevere» — disse con voce squillante — «aspettando il console, nostro capo, non offendiamo Bacco, nostro Dio. Chi sarà il nostro anfitrione?» —

Druso si alzò.

— «Chi sarà nostro anfitrione se non colui che darà la festa? Rispondete, Romani.» —

Un grido unanime rispose.

Messala prese la ghirlanda dal capo e la diede a Druso, il quale si arrampicò sopra il tavolo, e, in vista di tutti, la ripose sul capo di Messala, consacrandolo Re della festa.

— «Mi accompagnarono» — egli disse — «alcuni amici che avevano banchettato con me questa notte. Affinchè la nostra festa proceda secondo i sacri riti, portatemi qui il più briaco fra loro.» —

Un clamore di voci rispose: — «Egli è qui, egli è qui!» —

E dal pavimento dov'era caduto sollevarono un giovane di così squisita ed effeminata bellezza che avrebbe potuto passare pel Dio del vino in persona, soltanto che la corona gli sarebbe scivolata dal capo ed il tirso dalle mani.

— «Sollevatelo sopra il tavolo» — comandò il Re.

Si constatò che non poteva stare seduto.

— «Aiutalo, Druso, se vuoi che la bella Nione un giorno ti aiuti.» —

Druso prese l'ebbro fra le sue braccia.

Allora Messala, in mezzo ad un religioso silenzio, così parlò all'assopito:

— «O Bacco! Massimo fra gli Dei, sii propizio questa notte a noi, tuoi fedeli. Per me e per i miei compagni io appenderò questa ghirlanda» — sollevandola riverentemente dal capo — «io appenderò questa ghirlanda domani al tuo altare nel Bosco di Dafne.» —

Fede un inchino, riordinò la ghirlanda sulle sue tempie, poi, alzando il bossolo, scoprì i dadi, esclamando:

— «Guarda, o mio Druso! Per l'asino di Sileno, il denario è mio!» —

Vi fu scroscio di applausi che fece tremar la volta e gli Atlanti che la sorreggevano, e l'orgia incominciò.

Lo sceicco Ilderim era un personaggio di troppa importanza per viaggiare senza un seguito degno della sua condizione di capo tribù, e primo patriarca dei deserti ad ovest della Siria. Tale era la sua fama fra i figli del deserto; alle popolazioni delle città era semplicemente noto come uno dei più ricchi signori d'oriente, e ricco egli era infatti di denari e di servitù, di cammelli, cavalli, e armenti d'ogni genere, ch'egli amava sfoggiare con l'orgoglio fanciullesco del barbaro orientale. Quindi il lettore non s'inganni quando lo udirà parlare della sua tenda nell'Orto delle Palme, in verità egli vi possedeva uno splendidodovar, formato da tre grandi padiglioni, — uno per sè, uno per gli ospiti, uno per la moglie favorita e le sue donne, — e da una diecina di tende minori occupate dai suoi servitori e da alcuni membri della sua tribù, uomini di sperimentato coraggio, periti nel maneggio della lancia e dell'arco ed eccellenti cavalieri.

A dire il vero questo apparato militare non era richiesto da alcun pericolo che corressero i suoi beni nell'Orto delle Palme, ma le abitudini dell'uomo erano tali da non poterne fare senza. Aumentava il sentimento della sua dignità e nel medesimo tempo l'accertava della sicurezza dei cammelli, cavalli e pecore pascolanti nel recinto deldovar.

Ilderim era uno scrupoloso osservatore dei costumi del deserto e la sua vita nell'Orto delle Palme era un'esattariproduzione di quelli delle antiche costumanze patriarcali praticate ai tempi di Israele.

Quando era arrivato la mattina precedente all'Orto, aveva arrestato il suo cavallo e conficcato la sua lancia nel terreno come un generale che prenda possesso della terra conquistata, dicendo: — «Qui piantate la mia tenda. La porta verso sud; il lago davanti, così; e sotto questi alberi i figli del deserto potranno aspettare il tramonto.» —

A queste parole s'era avvicinato a un gruppo di palme, accarezzando uno dei grossi tronchi come fosse il collo d'un cavallo o la guancia del suo figliuolo favorito.

Chi, se non uno sceicco può di pieno diritto dire alla carovana: — «Alt! Qui piantate le tende!» — Dove la lancia era stata conficcata, fu affondato il primo pilastro del suo padiglione. Quindi altri otto pali furono piantati, formando in tutto tre file di tre pali ciascuna. Poi furono chiamate le donne e i fanciulli che scaricarono il canovaccio dai dorsi dei cammelli. Questo compito spettava alle donne. Non avevano esse tosate le brune capre del gregge? Non avevano ridotto la lana in filo, e il filo in tessuto, e unite le singole pezze fino a formare tutta la grande impermeabile copertura del tetto, di color bruno, ma che, in lontananza, sembrava nero, come le tende di Kedar? Con risa e grida gioconde, la copertura fu distesa sopra i pali, e le estremità furono assicurate con corde al suolo. E quando le pareti di vimini coperte di stoffa rossa, furono collocate al loro posto — ultima pietra usata dall'architettura del deserto — con quale muta ansietà l'intero seguito dello sceicco aspettò il giudizio del grand'uomo! Egli era entrato nella casa, l'aveva esaminata confrontandola con la direzione del sole, degli alberi e del lago, e fregandosi le mani aveva esclamato: — «Bene! Terminate il dovar come sapete, e questa seraarrake miele e carne di capretto allieteranno le nostre mense. Andate con Dio, miei figlioli, e non dimenticate i cavalli e i cammelli. Andate!» —

Solo alcuni servitori erano rimasti per completare l'interno della tenda. Lungo la fila dei pali di mezzo appesero una cortina, dividendo la tenda in due appartamenti, uno sacro ad Ilderim medesimo, l'altro pei suoi cavalli, i gioielli di Salomone, che egli stesso fece entrare conducendoli per mano, liberandoli poi, dopo molti baci e carezze.

Intorno al palo centrale erano ordinati dei trofei d'armi e fra le quali spiccavano lo scudo e la scimitarra del padrone,la cui lama rivaleggiava in splendore con le gemme di cui era tempestata l'impugnatura.

Quando ebbero portato nella stanza ed appesi i finimenti dei cavalli e le vesti dello sceicco, questi si dichiarò soddisfatto e li licenziò.

Frattanto erano tornate le donne le quali gli apprestarono il divano indispensabile alla sua dignità personale, quasi come la barba bianca e fluente che gli copriva il petto. Intorno al divano stesero tappeti che prolungarono fino all'entrata della tenda. Quindi riempirono d'acqua le brocche e appesero le otri diarraka portata di mano.

Così fu eretta la tenda dello sceicco Ilderim, presso il lago d'acqua dolce nell'Orto delle Palme.

Noi abbiamo lasciato Ben Hur alla porta di questa tenda. Tosto ne uscirono servitori che slacciarono i suoi sandali, e lo fecero entrare.

— «Che tu sii il benvenuto. Siediti e riposa» — disse il padrone di casa con molta cordialità, e parlando il dialetto di Gerusalemme: — «Noi abbiamo un proverbio nel deserto,» — continuò Ilderim, passando le dita attraverso i peli della candida barba, il quale dice che un buon appettito è la promessa di una lunga vita. Lo conosci tu?» —

— «Secondo questa norma, sceicco, io vivrò cento anni. Sono un lupo affamato» — rispose Ben Hur.

— «Ebbene, non ti scacceremo come un lupo. Ti daremo il più tenero boccone del gregge.» —

Ilderim battè le mani.

— «Cerca lo straniero nella tenda degli ospiti, e digli che io, Ilderim, gli auguro che la sua pace sia eterna come lo scorrere delle acque.» — Il servitore si inchinò.

— «Digli ancora» — continuò lo sceicco, — «che ho condotto un amico, e che se Balthasar il Saggio vuol dividere il nostro pane, esso basterà per tre, e ancora ne rimarrà per gli uccelli del bosco.» —

Il servitore uscì.

— «Ed ora riposiamoci.» —

Ilderim si accovacciò sul divano incrociando le gambe sotto di sè; poi chiese con gravità: — «Tu sei mio ospite, e stai per assaggiare il mio sale; quindi mi perdonerai la domanda: Chi sei tu?» —

— «Sceicco Ilderim,» — disse Ben Hur, sopportando con calma lo sguardo scrutatore dell'altro, — «non credere che io voglia scherzare con la tua giusta richiesta, madimmi, non vi fu mai un tempo nella tua vita in cui il rispondere a una simile domanda sarebbe stato per te un delitto?» —

— «Per lo splendore di Salomone, sì» — rispose Ilderim. — «Il tradire se stessi è talora maggior delitto che non il tradimento della propria tribù.» —

— «Io ti ringrazio buon sceicco!» — esclamò Ben Hur. — «La tua risposta mi rivela che tu cercavi di garantirti contro le pretese di un ignoto, e non già di indagare le vicende della mia povera vita.» —

Lo sceicco s'inchinò e Ben Hur proseguì:

— «In primo luogo io non sono Romano, come il mio nome parrebbe indicare.» —

Ilderim afferrò la sua barba con ambe le mani e fissò il suo compagno con gli occhi scintillanti argutamente sotto le ciglie contratte.

— «In secondo luogo» — continuò Ben Hur, — «io sono Ebreo, della tribù di Giuda.» —

La sceicco alzò un poco le ciglia.

— «E non basta. Sceicco, io sono un Ebreo, a cui i Romani hanno fatto un torto, a petto del quale il tuo è un dispetto da fanciulli.» —

Il vecchio si tirava la barba con velocità nervosa, e gli occhi sembravano chiusi.

— «Ancora: io giuro a te, Ilderim sceicco, io giuro sul Patto che Dio strinse coi miei padri, che se tu mi darai la vendetta che io cerco, l'oro e la gloria saranno interamente per te.» —

Ilderim aperse gli occhi, sollevò la testa, sorrise. La soddisfazione gli si leggeva in ogni tratto del volto.

— «Basta!» — egli disse. — «Se nelle parole dette dalla tua lingua si nasconde una menzogna, nemmeno Salomone la potrebbe scovare. Io credo che tu non sia Romano e che, quale Ebreo, abbia un torto da vendicare sopra i Romani, e su questo punto basta. Ma quanto alla tua destrezza? Quale esperienza hai tu nelle gare dei cocchi? E i cavalli — puoi piegarli al tuo volere, fare che essi ti conoscano, ti amino? Sai tu con una parola spingerli al galoppo, alla carriera? E poi nell'ultimo momento, dalle profondità della tua anima comunicar loro il fremito della vittoria, spronarli all'ultimo supremo sforzo? Questo dono, mio figlio, non è concesso a tutti. Per lo splendore di Dio, io conobbi un Re che dominava un milione d'uomini, e non sapeva guadagnarsi il rispetto di un cavallo. Intendimi!Io non parlo di quei bruti ottusi il cui volgar destino è di servire l'uomo come schiavi, avviliti nel sangue e nell'anima senza uno scatto e senza un'ambizione, — ma di cavalli come i miei, i Re della loro specie, il cui lignaggio rimonta agli allevamenti dei primi Faraoni; i miei amici e compagni, che dividono la mia mensa e la mia tenda, divenuti quasi umani nei loro rapporti con me; che al loro istinto hanno aggiunto la nostra intelligenza, ai loro sensi hanno compenetrato l'anima nostra, sicchè provano tutti i nostri sentimenti, ambizione, amore, odio o disprezzo; eroi in guerra, in pace fedeli e mansueti come donne. Olà!» —

Un servitore si presentò.

— «Fate venire i miei Arabi.» —

L'uomo sollevò un lembo della cortina di divisione, esponendo un gruppo di cavalli i quali indugiarono un momento come per assicurarsi che l'invito era fatto sul serio.

— «Venite!» — disse Ilderim. — «Perchè vi fermate? Tutto ciò che io posseggo non è vostro? Venite, dico!» —

Essi si avvicinarono lentamente.

— «Figlio d'Israele,» — disse lo sceicco, — «il tuo Mosè era un grand'uomo, ma — ah! ah! — io devo ridere quando penso ch'egli diede ai tuoi padri il bove lento e lo stolido asino, e vietò loro di possedere cavalli. Ah, ah! Credi tu che avrebbe fatto lo stesso se avesse veduto quello là, e questo — e questo?» —

Così dicendo tese le mani verso i cavalli ed accarrezzò con infinito orgoglio e tenerezza la testa del più vicino.

— «Non è vero, sceicco, non è vero!» — esclamò Ben Hur con calore. — «Oltre ad essere un legislatore amato da Dio, Mosè era un guerriero; e come avrebbe potuto sprezzare simili animali?» —

Una testa meravigliosamente tornita, con occhi grandi, dolci come quelli di un cervo e quasi celati da un denso ciuffo, con orecchie piccole e appuntite, si avvicinò a Ben Hur allargando le narici e muovendo il labbro superiore. — «Chi sei tu?» — parve chiedere, come se avesse avuto il dono della parola. Ben Hur riconobbe uno dei quattro corridori che aveva veduti aggiogati al cocchio dello sceicco, e gli tese il palmo della mano.

— «Vi diranno, i calunniatori! — siano brevi i loro giorni!» — esclamò lo sceicco, quasi rigettasse un affronto personale. — «Vi diranno, dico, che i nostri miglioricavalli vengono dai pascoli Nesei, nella Persia.» — È falso! Iddio diede al primo Arabo una smisurata distesa di sabbia, alcune montagne senz'alberi, e qua e là un amara fontana, e gli disse: — «Ecco il tuo paese!» — E quando il pover'uomo si lamentò, l'Onnipotente sentì pietà di lui e gli disse ancora: — «Rallegrati! Io ti benedirò e ti esalterò sopra tutti gli altri uomini.» — L'arabo udì, e ringraziando, si mise in traccia della benedizione. Dapprima esplorò i confini della sua terra, e non trovò nulla. Poi percorse la via del deserto, e camminò, camminò, finchè nel mezzo di esso vide un isola verdeggiante e bellissima; e, nel cuore dell'isola, ecco pascolare una mandra di cammelli, ed eccone un'altra di cavalli! Con gioia li accolse e li tenne cari — essi erano i doni di Dio. E da quell'isola verde uscirono tutti i cavalli del mondo, ad oriente fino ai prati Nesei, a settentrione fino alle terre flagellate dai venti gelati. Non dubitare del mio racconto, se vuoi che un Arabo presti fede a te. Ora ti mostrerò le prove.» —

Battè le mani. — «Portami gli annali della tribù,» — ordinò a un servitore.

Mentre aspettava, lo sceicco scherzava coi cavalli, passando le sue dita attraverso le loro criniere, palpando e accarezzandone il collo e la fronte. Di lì a poco comparvero sei uomini trascinando alcune casse di cedro rinforzate da spranghe di ferro.

— «No» — disse Ilderim, quando furono deposte per terra. — «Non fa bisogno di tutte, solo dei registri dei cavalli — aprite quella lì, e riportate indietro le altre.» —

La cassa fu aperta, rivelando una serie di tavolette d'avorio, infilate in anelli d'argento; e siccome lo spessore delle tavolette era come quello d'un ostia, ogni anello ne contava centinaia.

— «Io so,» — disse Ilderim, prendendo in mano gli anelli. — «Io so con quanta cura e zelo, mio figlio, i sacerdoti del Tempio della tua città tengono nota di ogni neonato della tua nazione, cosicchè ogni figlio d'Israele può seguire l'ordine dei suoi maggiori sino ai tempi dei patriarchi. I miei padri — la loro memoria sia florida in eterno, — non credettero peccaminoso di applicare quell'idea anche ai loro muti servitori, guarda!» —

Ben Hur prese gli anelli, e separando le tavolette, vide che portavano l'impronta di rozzi geroglifici arabi, disegnati nell'avorio con la punta di un ferro rovente.

— «Puoi leggerli, figlio d'Israele?» —

— «No, spiegami il loro significato.» —

— «Sappi dunque che ogni tavola ricorda il nome di un cavallo puro sangue, nato nei secoli passati sotto le tende dei miei padri, insieme al nome dello stallone e della madre. Osserva la loro età.» —

Alcune delle tabelle erano quasi consumate, e la scrittura invisibile. Tutte erano gialle per gli anni.

— «In quella cassa io ho tutta la storia documentata di quella razza di cui questi cavalli sono i discendenti; e come questi cerca ora la tua attenzione e le tue carezze, così i suoi padri, secoli e secoli addietro vennero nelle tende dei padri miei a ricevere dalle loro mani la misura d'avena, e i baci dalle loro labbra. Ed ora, o figlio d'Israele, mi crederai, quando dichiaro, che, come io sono il Re del deserto, questi sono i miei ministri! Toglimi quelli, ed io sono come l'ammalato che la carovana lascia dietro di sè a morire nel deserto. Per la spada di Salomone, io potrei narrarti meraviglie compiute da questi cavalli sulla patria arena; — ma ora, attaccati al cocchio, — aggiogati per la prima volta — non so perchè, ma ho paura; il successo mi sembra così difficile, che io ti giuro che il giorno nel quale tu ti presentassi a me, se vincerai, sarà il più felice della tua vita. Ed ora parliamo di te.» —

— «Io comprendo ora» — disse Ben Hur — «perchè l'Arabo ama i suoi cavalli come i suoi figli; e so pure perchè i cavalli arabi sono i primi del mondo; ma, buon sceicco, io vorrei che tu mi giudicassi non dalle parole soltanto, ma dai fatti. Le promesse sono talora fallaci; lascia ch'io provi i tuoi cavalli sopra una pianura vicina.» —

Il viso di Ilderim raggiò di gioia, e aprì la bocca per parlare.

— «Attendi, buon sceicco, attendi!» — disse Ben Hur. — «Lascia ch'io continui. Dai maestri di Roma io appresi molte cose, non pensando che verrebbe un tempo in cui io ne approfitterei contro di essi. Io ti dico che questi figli del deserto, quand'anche abbiano ciascuno da sè la velocità di aquile e la resistenza del leone, non faranno nulla se non sono abituati a correre insieme sotto il giogo. Perchè rifletti, o sceicco, che dei quattro, uno è il più rapido, uno il più tardo, e mentre la velocità della corsa è determinata da questo, i maggiori imbrogli sono dati dal primo. Così avvenne oggi; l'auriga non potè farli procedere in armonia. Il mio tentativo potrà avere lo stessorisultato, ma se è così, tu stesso lo vedrai. Se invece mi riesce di far correre i quattro come un solo cavallo, docili alla mia volontà, ti giuro che tu avrai i tuoi sesterzii e la corona: io la mia vendetta. Che ne dici?» —

Ilderim ascoltò, lisciandosi la barba. Poi disse ridendo: — «Io ti credo, figlio di Israele. Noi abbiamo un proverbio del deserto che dice: Se vorrai condire la cena con parole, io ti prometto un oceano di burro. Domani proverai i cavalli.» —

In questo momento si udirono dei passi fuori dalla tenda.

— «La cena — eccola! Ed ecco pure il mio amico Balthasar, che ti farò conoscere. Egli sa raccontare una storia che un Israelita non si stancherà mai d'ascoltare.» —

E ai servitori disse:

— «Portate via i registri e riconduci i miei gioielli nel loro appartamento.» —

Gli ordini furono eseguiti.

Se il lettore vorrà ricorrere col pensiero alla cena dei tre saggi al loro primo incontro nel deserto, potrà farsi un'idea del pasto che si preparava sotto alla tenda di Ilderim. La differenza consisteva più nella perfezione del servizio che nella qualità dei cibi. Tre coperte vennero distese sopra il tappeto in prossimità del divano; vicino a questo fu collocato un tavolo alto non più di un piede, coperto da una tovaglia. In un angolo della tenda v'era un forno portatile, sotto la cura di una ancella che attendeva a rifornire gli ospiti di pane fresco, o piuttosto di una specie di focaccia calda che teneva luogo di quello.

Frattanto Balthasar fu condotto al divano dove Ben Hur ed Ilderim lo ricevettero in piedi. Un ampio mantello nero avvolgeva il magro suo corpo; il passo era debole, ogni movimento cauto e lento. Un bastone lo sorreggeva da un lato, un servitore dall'altro.

— «Pace sia con te» — disse Ilderim rispettosamente. — «Pace e salute.» — L'Egiziano alzò la testa: — «Ed a te, buon sceicco ed ai tuoi, la pace e la benedizione dell'unico Dio.» —

Il modo era cortese e devoto, e fece una profonda impressionesu Ben Hur. Inoltre la benedizione era stata in parte rivolta a lui, e mentre parlava il vecchio, lo fissava coi grandi occhi luminosi, destandogli in petto un'emozione nuova e misteriosa. Più volte nel corso della cena Ben Hur guardò furtivamente quel volto scarno e rugoso, e sempre vi scorse un'espressione blanda, placida, fiduciosa come quella di un bambino.

— «Questo giovine, o Balthasar» — disse Ilderim, ponendo la mano sul braccio di Ben Hur, spezzerà oggi il suo pane con noi.» —

L'Egiziano guardò nuovamente il giovine ed un'espressione di dubbio e di sorpresa apparve sopra il suo volto. Lo sceicco spiegò: — «Io ho promesso di dargli in prova i miei cavalli domani; e se tutto va bene egli li guiderà nelle corse del Circo.» —

Balthasar continuava ad osservarlo.

— «Egli mi è stato ben raccomandato,» — continuò Ilderim, imbarazzato da quell'esame. — «Sappi ch'egli è figlio di Arrio, illustre ammiraglio romano, quantunque,» — lo sceicco esitò, poi rise — «egli si dichiari Israelita della tribù di Giuda; e, per lo splendore di Dio, io gli credo.» —

Balthasar non potè trattenere più oltre la spiegazione.

— «Oggi, o generoso sceicco, la mia vita corse pericolo, e sarebbe stata perduta, se un giovine, in tutto rassomigliante a questo, non fosse intervenuto, e mentre gli altri fuggivano, non mi avesse salvato.» — Poi indirizzandosi direttamente a Ben Hur — «Non fosti tu?» —

— «Io non posso affermarlo in questi termini» — rispose modestamente Ben Hur. — «Io ho fermato semplicemente i cavalli dell'insolente Romano quando correvano addosso al tuo cammello presso la Fontana di Castalia. Tua figlia mi lasciò una coppa d'argento.» —

Dal seno della sua tunica estrasse la coppa e la porse a Balthasar. Il volto dell'Egiziano si illuminò.

— «Iddio ti ha mandato in mio aiuto oggi presso la fontana» — egli disse con voce tremante, tendendo la mano a Ben Hur, — «ed ora ti manda nuovamente a me. Io lo ringrazio, e ringrazialo tu pure, perchè il favore di cui Egli mi colma mi permette di darti una larga ricompensa. — La coppa è tua, tienila.» —

Ben Hur riprese il dono, e Balthasar, leggendo un'interrogazione sul viso dello sceicco, raccontò quanto era accaduto alla fontana.

— «Perchè non me ne hai fatto parola?» — disseIlderim a Ben Hur. — «Non avresti potuto trovare una migliore raccomandazione. Non sono io Arabo e sceicco della mia tribù? E non mi è un'ospite sacro, e la sua protezione non è mio dovere? Ciò che tu hai fatto per lui, hai fatto per me, e da me deve venire la ricompensa.» —

La sua voce s'era fatta acuta e stridula per l'emozione.

— «Perdonami, buon sceicco, ti prego. Io non cerco ricompensa di sorta. Il servizio ch'io resi a quest'uomo eccellente, avrei reso al tuo più umile schiavo.» —

— «Ma egli è mio amico e mio ospite, non mio servo; non disprezzar la fortuna.» — Poi volgendosi a Balthasar: — «Ah, per lo splendore di Dio, ti ripeto: egli non è Romano.» —

Poi si allontanò per sorvegliare i domestici che avevano quasi terminati i preparativi della cena.

L'Egiziano fece un passo verso Ben Hur e gli parlò con la sua blanda voce infantile:

— «Come disse lo sceicco che io debbo chiamarti? Hai un nome Romano se non erro.» —

— «Arrio, figlio di Arrio.» —

— «Ma tu non sei Romano.» —

— «Tutta la mia famiglia fu Ebrea.» —

— «Fu, dici? Non sono essi in vita?» —

La domanda era indagatrice nella sua semplicità; ma Ilderim risparmiò a Ben Hur la risposta.

— «Venite» — disse — «la cena è pronta.» —

Ben Hur offrì il braccio a Balthasar, e lo condusse vicino al tavolo, intorno al quale i tre si sedettero, incrociando le gambe alla foggia orientale. I servitori portarono ciotole piene d'acqua, e quando tutti si furono lavate le mani, a un cenno dello sceicco si fece profondo silenzio, e la voce dell'Egiziano sorse tremula e solenne:

— «Padre di tutti, Dio! Ciò che possediamo è tuo; accetta i nostri ringraziamenti, e concedici la tua benedizione, affinchè possiamo continuare a fare la tua volontà.» —

Era la preghiera che il buon uomo aveva innalzata al cielo con Gaspare il Greco, e Melchiorre, l'Indiano, sotto la tenda del deserto. Le medesime parole dette contemporaneamente in tre lingue diverse avevano attestato il miracolo della presenza Divina.

La cena a cui ora rivolsero la loro attenzione era ricca di tutti i prelibati cibi d'Oriente: focaccie fresche uscite dal forno, legumi, carni semplici e pasticci, latte, miele e burro: tutto questo senza l'apparato moderno di piatti,forchette, coltelli e cucchiai. Durante il pasto si parlò poco. Ma quando furono nuovamente portate le ciotole per lavarsi le mani e incominciò la seconda parte del pasto, ildessert, gli animi si disposero ad ascoltare e parlare.

In una tale compagnia — un Arabo, un Ebreo, un Egiziano, tutte e tre credenti in un unico Dio — non vi poteva essere in quell'epoca che un solo tema di conversazione; e dei tre, chi doveva essere l'oratore se non colui al quale la Divinità si era rivelata? di che cosa doveva parlare se non di quanto egli era stato chiamato a testimoniare?


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