Il sole tramontava dietro le montagne che proiettavano le loro ombre gigantesche sopra l'Orto delle Palme, e al brevissimo crepuscolo successe rapidamente l'oscurità della morte. I domestici portarono nella tenda quattro candelieri di bronzo e li posero sul tavolo, uno per ciascun angolo. Ogni candeliere aveva quattro braccia, e da ciascun braccio scendeva una piccola lampada d'argento. La luce brillante illuminava il gruppo che continuò la conversazione iniziata parlando in dialetto siriaco, famigliare alle popolazioni d'Oriente.
L'Egiziano raccontò la storia dell'incontro dei tre nel deserto, e convenne con lo sceicco che fu in dicembre, ventisette anni fa, quand'egli e i suoi compagni, fuggendo da Erode, chiesero ospitalità alla sua tenda. Il racconto fu ascoltato con intenso interessamento; gli stessi domestici, indugiavano più che potevano per afferrare ogni dettaglio. Ben Hur lo accolse come si conveniva ad un uomo che udiva una rivelazione di grande importanza per tutta l'umanità e specialmente pel popolo d'Israele. Nella sua mente, come vedremo, andava formandosi un'idea che doveva mutare tutta la corrente della sua vita, ed assorbire tutte quante le sue forze.
Le parole di Balthasar fecero una profonda impressione nel giovine Ebreo, il quale non dubitò per un istante della verità di quanto aveva udito.
Per lo sceicco Ilderim la storia non era nuova. L'aveva udita raccontare dai tre sapienti in circostanze che nonpermettevano il dubbio. Vi aveva creduto ed aveva scampato i fuggiaschi dall'ira d'Erode. Oggi uno dei tre sedeva nuovamente, ospite riverito, al suo desco, e le sue labbra ripetevano la medesima narrazione. Ma nella mente di Ilderim quei fatti non avevano l'importanza con cui apparivano a Ben Hur. Egli era un Arabo, e l'interessamento suo non poteva che essere d'ordine generale; Ben Hur invece era Ebreo.
Fin dalla culla egli aveva inteso parlare del Messia; gli studi nel Collegio lo avevano reso famigliare con tutto ciò che riguardava l'Essere, che formava insieme la speranza, il timore e la gloria speciale del popolo eletto; i profeti lo avevano annunziato; e il suo avvento formava il tema di interminabili disquisizioni da parte dei Rabbi; nelle sinagoghe, nelle scuole, nel Tempio, nei giorni di festa e di digiuno, in pubblico ed in privato, i dottori lo predicavano, finchè tutti i figli d'Abramo, qualunque fosse la loro condizione, vivevano in aspettazione del Messia, e spesso con ferrea severità disciplinavano la loro vita in conformità a quell'evento.
Certamente v'erano molti dubbi ed incertezze e grandi controversie fra gli Ebrei medesimi circa il Messia, ma le controversie vertevano sopra un solo punto: quando sarebbe venuto?
Unanime poi era la persuasione fra il popolo eletto, che, qualunque fosse l'ora della sua venuta, egli sarebbe stato ilRe degli Ebrei, il loro Re politico, il loro Cesare. Egli avrebbe guidate le loro armi alla conquista della terra, e pel bene loro e in nome di Dio, vi avrebbe dominato in eterno. Su questa credenza, i Farisei o Separatisti — questa parola aveva un senso più politico che religioso — fantasticavano negli anditi e intorno agli altari del Tempio, e vi avevano costruito sopra un edificio di speranze più colossali dei sogni del Macedone. Quelli non abbracciavano che la terra; il loro edificio copriva la terra e toccava coi suoi pinnacoli il cielo. Nella audace, sfrenata fantasia di quell'empio egoismo, Iddio onnipotente doveva essere un semplice strumento per l'espandersi vittorioso del nome Giudeo.
Ritornando a Ben Hur, dobbiamo osservare che due circostanze della sua vita lo avevano tenuto relativamente immune dagli effetti di questa audace religione predicata dai suoi compaesani Separatisti.
In primo luogo suo padre apparteneva alla setta dei Sadducei,che si potrebbero chiamare i Liberali del loro tempo. Essi rispettavano rigorosamente i libri della legge tramandati da Mosè, ma tenevano in alto disprezzo le aggiunte e i commenti della scienza Rabbinica. Quantunque formassero una setta, la loro religione era più una dottrina filosofica che non una fede; non fuggivano i piaceri della vita e sapevano ammirare le bellezze artistiche e letterarie delle razze pagane. In politica erano gli avversari più tenaci dei Separatisti.
Questi principî paterni erano discesi nel figlio, quantunque la catastrofe che lo aveva raggiunto in giovine età, avesse impedito la loro consolidazione. Ma qui si fece sentire la seconda delle influenze a cui abbiamo fatto allusione.
Cinque anni di soggiorno in Roma avevano lasciato una profonda impressione nell'animo di Ben Hur. Roma era allora all'apogeo della sua gloria se non della sua potenza, il ritrovo politico e commerciale di tutte le nazioni. Intorno all'aurea pietra miliare del Foro — oggi così deserto — si incontravano tutte le correnti dell'attività umana. Le raffinatezze sociali, le opere dell'ingegno, la gloria delle imprese militari e civili non avrebbero potuto lasciare indifferente il figlio di Arrio, che, dalla sua magnifica villa di Miseno, passava nel palazzo di Cesare, in mezzo alla folla di Re, principi, ambasciatori, ostaggi, delegati, clienti, convenuti da ogni parte del mondo, ed aspettanti ansiosi la risposta di un uomo. Certo, le feste di Pasqua raccoglievano a Gerusalemme assemblee non meno splendide e non meno numerose; ma quando egli sedeva sotto il purpureo velario del Circo Massimo, uno dei trecentocinquantamila spettatori, era impossibile che non gli balenasse il pensiero che, forse, nella grande famiglia umana esistevano dei rami non meno degni, per le loro sofferenze e per la loro pazienza nel sopportarle, d'esser fatti segno della pietà divina e di dividere col piccolo popolo d'Israele la gloria promessa.
Ma se questo pensiero gli era venuto, egli non poteva certo dimenticare un'importante considerazione. La miseria delle masse, l'abbiettezza del loro stato, non avevano alcuna relazione con la religione; i loro lamenti non derivavano certo da mancanza di Dei. Nei querceti della Britannia predicavano i Druidi; Odino e Freia tenevano inconcusso dominio nelle Gallie e in Germania; l'Egitto si accontentava dei suoi coccodrilli e dei suoi gatti; i Persiani erano devoti ad Ormuzd e Arimane, tenendoli in pari onore; la speranzadel Nirvana sorreggeva ancora l'Indiano sopra l'arido cammino di Brama; la bellissima anima Greca quando non disputava di filosofia, cantava gli Dei e gli eroi d'Omero; mentre, in Roma, nulla era più comune o a miglior mercato degli Dei. Secondo il capriccio dei momento questi padroni del mondo portavano la loro adorazione e i loro sacrifici ora a questo ora a quell'altare, rallegrandosi e deridendo il caos che avevano creato. Dopo aver usurpate tutte le divinità del mondo, deificavano i loro Cesari, davan loro altari e sacerdoti. No, la infelicità dei tempi non era cagionata dalla religione, ma dal mal governo, dalle infinite angherie e delle usurpazioni dei tiranni. Il baratro acheronteo in cui gli uomini erano caduti e da cui imploravano un uomo liberatore, derivava da cause politiche soltanto. La preghiera, uguale dappertutto, a Londra, al Alessandria, ad Atene, a Gerusalemme, era per un Re liberatore e vittorioso, non per un Dio da adorarsi.
Studiando quell'epoca dopo il lasso di duemil'anni, noi vediamo e riconosciamo che, solo sul terreno religioso, solo per l'avvento del vero Dio potevano diradarsi le tenebre e la confusione di quell'età, ma gli uomini d'allora, anche le menti più acute e serene, non scorgevano altra salvezza fuorchè nella rovina, nell'umiliazione di Roma; con la caduta del tiranno tutto sarebbe mutato; da ciò le preghiere, le congiure, le rivolte, i sacrifici, le morti, le lacrime ed il sangue invano prodigati.
Ben Hur conveniva perfettamente con l'opinione prevalente fra i suoi contemporanei non Romani.
I cinque anni trascorsi nella metropoli gli avevano offerto modo di studiare da vicino le sventure degli oppressi, e lo avevano persuaso che i mali che affliggevano il mondo erano essenzialmente d'ordine politico e potevano essere guariti soltanto con la spada. Con questo intento, per potere un giorno applicare al mondo questo rimedio eroico, era venuto in Oriente.
Nelle palestre di Roma s'era reso famigliare con l'uso delle armi; ma l'arte della guerra ha bisogno di altre scuole, dove l'intelligenza si acuisce e si addestra non meno del corpo.
Il compito del duce, il più arduo di tutti, non poteva essere studiato che sui campi di battaglia.
Questo disegno inoltre abbracciava anche i minori propositi di vendetta ch'egli covava.
Egli pensava, e non senza ragione, che i suoi torti individualisarebbero più sicuramente vendicati in guerra che in pace.
I sentimenti coi quali ascoltò la narrazione di Balthasar potranno ora essere facilmente intesi.
Il racconto toccava i tasti più sensibili dell'animo suo. Il suo cuore palpitò; una gioia profonda, quasi feroce lo prese pensando che quel fanciullo così meravigliosamente trovato era il Messia.
Pieno di stupore che Israele fosse restato così indifferente davanti alla rivelazione di un tanto evento e ch'egli medesimo non ne avesse udito parlare prima d'allora, due domande gli si presentarono, nelle quali si concentrava per il momento tutta l'importanza del fatto:
Dove era il fanciullo?
Qual'era la sua missione?
Ben Hur si rivolse a Balthasar.
— «Oh se io potessi rispondervi!» — disse Balthasar col suo fare semplice e devoto. — «E se io sapessi dov'egli si trova come volontieri lo raggiungerei! Nè mari nè montagne mi saprebbero dividere da lui!» —
— «Avete dunque tentato di trovarlo?» — chiese Ben Hur.
Un sorriso fugace illuminò il volto dell'Egiziano.
— «Il primo compito al quale attesi dopo aver lasciato il rifugio del deserto.» — Balthasar rivolse uno sguardo pieno di gratitudine ad Ilderim — «fu di sapere ciò che era avvenuto del fanciullo.
Ma un anno era passato a pena, ed io non ardiva recarmi nuovamente in Giudea, perchè Erode il sanguinario vi regnava tuttora.
In Egitto, al mio ritorno, raccontai la storia del miracolo ad alcuni amici, i quali vi credettero e non si stancarono mai di udirla ripetere.
Questi andarono per mio conto in traccia del fanciullo. Prima si portarono a Betlemme e trovarono il Khan e la caverna; ma il custode, — che sedeva accanto al cancello la notte in cui apparì la stella, — era sparito.
Il Re lo aveva mandato a chiamare ed egli non era più stato veduto.» —
— «Ma trovarono qualche prova, certamente,» — disse Ben Hur.
— «Sì, prove scritte nel sangue — un villaggio in lutto; madri che piangevano i loro bambini. Voi dovete sapere che quando Erode ebbe certezza della nostra fuga, ordinò ai soldati di uccidere i più giovani fra i fanciulli di Betlemme. Non uno scampò. I miei messaggeri tornarono credenti più di prima, ma annunziandomi che il Bambino era morto, ucciso con gli altri innocenti.» —
— «Morto!» — esclamò Ben Hur, atterrito. — «Hai detto morto?» —
— «No, mio figlio, non ho detto così. Io ho detto che i miei messaggeri, mi riportarono che il Bambino era morto. Io non vi prestai fede allora; io non vi credo ora.» —
— «Comprendo. Hai avuto qualche notizia posteriore.» —
— «No,» — disse Balthasar, abbassando gli occhi. — «Lo Spirito non doveva guidarci che fino al fanciullo. Quando uscimmo dalla caverna, dopo aver veduto il neonato e depositato ai suoi piedi i nostri regali, cercammo subito la stella, ma era sparita.
L'ultima ispirazione dell'Altissimo, di cui mi ricordo, fu quella che ci mandò ad Ilderim, per cercare la salvezza.» —
— «Sì,» — disse lo sceicco, lisciandosi nervosamente la barba: — «Voi mi diceste che uno Spirito vi mandava a me. Mi ricordo.» —
— «Io non ho avuta alcuna notizia posteriore» — continuò l'Egiziano, osservando lo scoraggiamento di Ben Hur; — «ma, figlio mio, ho riflettuto molto sulla cosa, e la mia fede nella sua esistenza è così ferma oggi come lo fu nell'ora in cui lo Spirito mi chiamò sulle sponde del lago. Se volete ascoltarmi, vi dirò perchè credo che il Bambino sia in vita.» —
Ilderim e Ben Hur chinarono il capo in atto di assenso, e chiamarono a raccolta tutte le forze dell'intelletto per intendere.
Anche i domestici furono presi dalla medesima curiosità e si avvicinarono trepidanti al divano. Un silenzio profondo regnava nella tenda.
— «Noi tre crediamo in Dio.» —
Balthasar chinò il capo dicendo queste parole:
— «Ed egli è la Verità» — continuò. — «I monti potranno crollare nella polvere, i mari potranno disseccarsi;ma la sua parola sarà, perchè essa è la verità.» — Il tono della sua voce era oltremodo solenne e il suo dire conciso.
La sua voce che mi parlò sulla sponda del lago, disse: — «Benedetto sei tu, figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altre persone provenienti da diverse parti del mondo, tu vedrai il Salvatore.» — Io ho veduto il Salvatore, ma la prima parte della promessa non si è ancora avverata. Comprendi ora? Se il Bambino è morto, la Redenzione non può avvenire, la promessa è vana, e Dio... no, io non oso pensarlo!» —
Sollevò le mani raccapricciando.
— «La Redenzione è il compito per cui nacque il Bambino; e finchè dura la promessa nemmeno la morte può frapporsi e dividerlo dal suo lavoro, finchè non è terminato. Questa è la ragione della mia fede.» —
Il buon uomo fece una pausa.
— «Non vuoi bere? Il vino è qui, guarda,» — disse Ilderim rispettosamente.
Balthasar accostò le labbra alla coppa, poi continuò.
— «Il Salvatore, ch'io vidi era nato dal grembo di una donna, ed era soggetto come noi a tutte le malattie della carne, anche alla morte. Considera ora il compito che lo attendeva: non è questa un'opera che richiede un uomo, un uomo nel pieno vigore delle sue forze, saggio, fermo, discreto? Per diventar tale Egli, doveva crescere come cresciamo noi. Rifletti quanti pericoli correva l'intervallo fra la sua infanzia e la sua maturità: Erode gli era nemico; non meno nemica gli sarebbe stata Roma; e quanto ad Israele, l'affetto, e la fede del popolo in lui, sarebbe stata una ragione di più perchè i tiranni lo avessero ad uccidere. Tu vedi dunque, che il miglior mezzo per proteggere i deboli anni della sua adolescenza si era quello di tenerlo celato nell'oscurità. Quindi io dico a me ed alla mia fede ch'Egli non è morto, ma solo perduto, e ch'Egli verrà ancora, perchè il suo compito lo richiede. Queste sono le mie ragioni. Non sono esse buone?» —
I piccoli occhi neri di Ilderim scintillarono d'intelligenza, e Ben Hur, sollevato dal suo abbattimento, disse con fermezza e cordialità: — «Io almeno non le combatterò. Continua, ti prego.» —
— «Bene,» — continuò in tono più calmo l'Egiziano, — «vedendo che il Bambino viveva e che era la manifesta volontà di Dio che Egli fosse ritrovato, mi armai dipazienza, ed attesi. Io aspetto ancor oggi. Egli vive, celando in sè il suo grande segreto. Che mi importa se io non posso andare a Lui, o ignoro la valle e la parte del mondo ove dimora? Egli vive; come credo nella promessa di Dio e nell'esistenza dell'Altissimo: Egli vive.» —
Un fremito scosse Ben Hur. Le ultime traccie di dubbio erano svanite.
— «Dove credi tu ch'egli si trovi?» — chiese a voce bassa ed esitando, come chi sente sulle sue labbra l'oppressione di un sacro silenzio.
Balthasar lo guardò con bontà, e rispose
— «Alcuni giorni or sono io sedeva nella mia casa sulle sponde del Nilo, e pensava. Un uomo di trent'anni, — dissi a me stesso — dovrebbe già avere arato il suo campo e piantati i suoi semi; altrimenti il tempo della maturanza o del raccolto è troppo breve.
Il fanciullo ha ora ventisette anni, — il tempo di operare deve esser vicino per lui.
Io mi feci la medesima domanda, o mio figlio, e venni a questo luogo, quale tappa opportuna per recarmi alla terra dei tuoi padri.
Dove, infatti, dovrebbe egli apparire se non nella Giudea e in quale città se non in Gerusalemme? Quali saranno i primi a ricevere le benedizioni che egli porta, se non i figli di Abramo, Isacco e Giacobbe? i diletti del Signore?
Se io dovessi cercarlo, frugherei nei villaggi e nelle capanne sulle falde dei monti di Giudea e Galilea, che prospettano ad Oriente la valle del Giordano. Egli è là in questo momento.
Fermo sulla soglia di una porta o sopra il vertice di una collina, egli ha veduto questa sera scendere il sole dietro le montagne; un altro giorno è passato, e si avvicina il tempo in cui egli medesimo sarà la luce del mondo.» —
Balthasar tacque, con la mano alzata e il dito teso in direzione della Giudea.
Tutti i suoi uditori, anche i servi intorno al divano, furono tocchi dal suo fervore, e trasalirono come se una maestosa figura fosse improvvisamente apparsa nella tenda.
Per lungo tempo la sensazione rimase; i tre, seduti intorno al tavolo, stavano muti e pensierosi. Finalmente Ben Hur ruppe il silenzio:
— «O Balthasar,» — egli disse, — «io vedo che tu sei stato singolarmente favorito. Io vedo ancora che tu seidavvero un uomo saggio. Non è nelle mie forze poterti esprimere la riconoscenza che ti porto per tutto quanto mi hai detto. Tu mi hai avvertito dell'appressarsi di un grande avvenimento; hai trasfusa la tua fede nel mio petto. Completa l'opera, ti prego, e palarmi della missione di Colui che aspetti, cosicchè possa anch'io d'ora innanzi aspettare con la fede e la pazienza di un figlio di Israele. Tu dicesti che Egli sarà un Salvatore; non dovrà essere anche Re degli Ebrei?» —
— «Figliuol mio,» — disse Balthasar, col suo fare benigno, — «la Sua missione è ancora in grembo a Dio. Tutto ciò che io ne penso l'ho dedotto da quanto mi disse la voce in risposta alla mia preghiera. Devo ripeterti ciò che mi disse?» —
— «Siimi Maestro.» —
— «La ragione che mi spinse a predicare in Alessandria e nei villaggi del Nilo, che mi cacciò nella solitudine donde mi trasse lo spirito, fu la misera condizione in cui erano caduti gli uomini per aver smarrito, io credo, la retta conoscenza di Dio.
Io m'accorai dei dolori dei miei simili — non di una classe, ma di tutti.
In così basso luogo erano caduti che non mi pareva esistesse salvezza per loro se Dio stesso non tendesse loro la mano, e io pregai ch'egli venisse, e ch'io potessi vederlo. — «Le tue buone opere hanno vinto. La Redenzione verrà; tu vedrai il Salvatore.» — Così disse la Voce, e con essa che mi risuonava nelle orecchie, andai a Gerusalemme. E per chi dev'essere la Redenzione? Per tutto il mondo! E in che modo si manifesterà? Fortifica il tuo spirito, mio figlio! Io so che gli uomini credono che non vi sarà gioia sulla terra finchè Roma non sarà rasa dai suoi colli; che cioè i mali che ci affliggono non derivano, come io credo, dall'ignorare il Vero Dio, ma dal malgoverno dei principi. Ma non sappiamo noi che tutti i governi sono sempre cattivi, sprezzatori di Dio e della religione? Quanti Re conosci i quali furono miglior dei loro sudditi? Ah no! La Redenzione non può avvenire con intenti politici, per abbattere governanti e potenze, gettare statue da piedestalli che saranno tosto occupati da altre! Se fosse così la sapienza di Dio non sarebbe più miracolosa e insuperscrutabile. Io vi dico, quantunque io sia un cieco che parla a ciechi, che la Redenzione significa la venuta di Dio sulla terra, per migliorare e riscattare le anime di tutti.» —
La disillusione era scolpita Sul volto di Ben Hur — il suo capo si chinò, ma, quantunque non fosse convinto, non si trovò capace di combattere l'opinione dell'Egiziano. Per Ilderim fu un'altra cosa.
— «Per lo splendore di Dio!» — egli gridò impulsivamente, — «Il cammino del mondo è prestabilito, e non può essere mutato. In ogni comunione di individui vi deve essere un capo visibile, rivestito di piena autorità, altrimenti ogni riforma è vana.» —
Balthasar rispose con gravità.
— «La tua sapienza, buon sceicco, è mondana; e tu dimentichi che appunto dagli errori del mondo noi dobbiamo essere redenti. L'uomo, quale soggetto, obbedisca ai suoi Re; ma l'anima e la salvezza sua appartengono a Dio.» —
Ilderim, tacque, e scosse il capo. Ben Hur continuò per lui.
— «Padre, se così ti posso chiamare» — egli disse. — «Di chi chiedesti alle porte di Gerusalemme?» —
Lo sceicco gli rivolse uno sguardo riconoscente.
— «Mi fu ordinato di domandare al popolo,» — disse Balthasar tranquillamente — «dove è quegli che è nato Re degli Ebrei?» —
— «E tu lo vedesti nella caverna presso Betlemme?» —
— «Lo vedemmo, lo adorammo, e ciascuno di noi gli diede regali, Melchiorre, oro; Gaspare, incenso; ed io, mirra.» —
— «Quando tu parli di fatti, o padre, intenderti e credere sono una cosa sola» — disse Ben Hur, — «ma quanto ad opinioni, io non posso capire che sorta di Re tu vorresti far diventare il Bambino; io non posso separare un principe dai suoi doveri e dalla sua autorità.» —
— «Mio figlio» — disse Balthasar — «noi vediamo meglio le cose piccole e vicine che non le grandi e lontane. Tu non guardi che al titolo —Re degli Ebrei; se alzerai gli occhi e guarderai oltre il mistero, l'ostacolo sparirà. Una parola riguardo al titolo. Il tuo Israele ha visto giorni più felici, giorni in cui Dio chiamò la tua gente suo popolo, e parlò con esso per bocca dei profeti. In quei giorni egli promise il Salvatore che io vidi, chiamandoloRe degli Ebrei; l'apparenza deve concordare con la promessa, se non altro per amore della parola. Perciò chiesi di lui sotto questo nome alla porta di Gerusalemme. Ma passiamo oltre. Forse pensi alla dignità del fanciullo; se è così rifletti,che è poco gloria essere il successore d'Erode. Iddio può far meglio per i suoi diletti: se il Padre Onnipotente avesse avuto bisogno di un titolo e si fosse chinato a raccoglierlo fra le vanità degli uomini, oh perchè non scelse la corona di Cesare, e perchè non mi impose di cercare il Redentore sotto quel nome? Pensa piuttosto alla sostanza, o mio figlio, e chiediti di che cosa sarà Re colui che aspettiamo. Questa è la chiave del mistero.» —
Balthasar sollevò devotamente gli occhi al cielo.
— «Vi è un regno sulla terra, ma che non è della terra, — un regno che trascende i confini del mondo. La sua esistenza è un fatto, che, invisibile a noi ci circonda dalla culla alla morte. Nessun uomo lo vedrà prima ch'egli abbia conosciuto la propria anima, perchè quel regno non è per lui ma per la sua anima. Davanti alla gloria di quel regno i più grandi imperi del mondo sono tenebre e silenzio.» —
— «Ciò che tu dici, padre» — disse Ben Hur — «è un enigma per me. Io non intesi mai parlare di un simile regno.» —
— «Neppur io» — disse Ilderim.
— «Io non posso spiegarmi più oltre,» — soggiunse Balthasar, abbassando umilmente gli occhi. — «Ciò che esso sia, e come ci si possa arrivare, nessuno saprà prima che il Bambino ne abbia preso possesso. Egli reca la chiave dell'invisibile porta, ed egli la schiuderà per gli eletti, che lo avranno amato, e questi soli saranno i redenti.» —
Dopo queste parole vi fu un lungo silenzio, che Balthasar interpretò come la fine della conversazione.
— «Buon sceicco,» — egli disse, colla sua voce tranquilla, — «domani, o dopo domani io andrò in città per qualche tempo. Mia figlia desidera di vedere i preparativi dei giuochi. In quanto a te, mio figlio, ti vedrò ancora. A voi tutti pace e buona notte.» —
Essi si alzarono in piedi. Lo sceicco e Ben Hur contemplarono l'Egiziano finchè la cortina cadde dietro di lui.
— «Sceicco Ilderim,» — disse Ben Hur. — «ho udito strane cose questa sera. Permettimi, ti prego, che io cammini lungo le sponde del lago, affinchè possa meditarci sopra.» —
— «Va pure; ti seguirò fra breve.» —
Si lavarono nuovamente le mani; dopo di che, a un segno del padrone, un domestico portò i sandali di Ben Hur, il quale uscì dalla tenda.
Non lontano dal dovar sorgeva un gruppo di palme che proiettavano la loro ombra parte sulla terra e parte sull'acqua. Un usignolo cantava fra le fronde: Ben Hur si fermò ad ascoltare: in un altro momento le note dell'uccello avrebbero scacciata ogni sua preoccupazione, ma il racconto dell'Egiziano era troppo grave perchè egli lo dimenticasse.
La notte era placida. Non un soffio increspava la superficie delle onde. Tutte le stelle d'Oriente splendevano in cielo. L'estate regnava sovrano.
La fantasia di Ben Hur era accesa, ogni suo nervo teso, la sua volontà titubante. In questo stato d'anima le palme, il cielo, l'aria gli sembravano quelle della lontana zona meridionale in cui aveva cercato rifugio Balthasar nella sua disperazione; lo specchio tranquillo dello stagno gli faceva pensare al piccolo lago tributario del Nilo sulle cui sponde lo spirito era apparso al sant'uomo. E se non a caso si fosse presentata questa somiglianza? Se la visione fosse per apparire anche a lui? Si fermò, desideroso insieme e spaurito. Quando alfine questa febbre si calmò e gli permise di rientrare in se stesso, cominciò a pensare.
Lo scopo della sua vita gli era stato spiegato. In tutte le sue riflessioni anteriori, la visione di una grande voragine gli si era presentata dinanzi, così grande che non gli era stato possibile colmarla o girarvi attorno. Quand'egli sarebbe stato perfezionato nell'arte della guerra, e avesse conosciuto e bene il mestiere del capitano come quello del soldato, a quale scopo avrebbe dirette le sue forze? Naturalmente sognava la rivoluzione. Ma per spingere gli uomini alla rivolta, per assicurarsi l'appoggio degli amici od aderenti, oltre alle cause generali di odio e di malcontento, erano necessarie cause immediate, pretesti, e sopratutto una mèta. Bene combatte chi ha un affronto da lavare, un torto da vendicare; ma ancor meglio combatte, chi, spronato dai torti ricevuti, vede chiaramente davanti a sè la mèta gloriosa dei suoi sforzi, una mèta che gli darà insieme balsamo per le sue ferite, ricompensa al valore, riconoscenza dopo morte.
Naturalmente il suo esercito lo avrebbe trovato fra i suoi campaesani. Le sofferenze di Israele erano comuni a tutti i figli di Abramo, ed erano una leva sufficiente per muovere la nazione. — Sì la causa esisteva; — ma il fine quale doveva essere?
Ore, giorni interi, aveva dedicato allo studio di questa parte del suo piano, e, sempre, con la medesima conclusione, una vaga, incerta idea d'indipendenza nazionale. Bastava questa? Non poteva rispondere negativamente, perchè avrebbe abbattuto d'un colpo tutte le sue speranze; non poteva rispondere di si, perchè il suo giudizio glielo vietava. Non era neppur sicuro che Israele sarebbe bastata da sola a combattere vittoriosamente contro Roma. Bene conosceva le immense risorse del suo nemico; le sue armi, le sue arti, superiori alle armi. Un'alleanza universale — ahimè! era cosa impossibile, tranne che — quante volte vi aveva pensato! — un eroe sorgesse dal seno di una delle nazioni oppresse, e, con le sue vittorie, riempisse il mondo del suo nome, chiamando tutti i popoli sotto al suo stendardo. Quale gloria per la sua Giudea se essa fosse chiamata ad esser la Macedonia di questo nuovo Alessandro! Ma ancora, ahimè! sotto il governo dei Rabbini, il coraggio era possibile, non la disciplina. L'antico scherno di Messala nel giardino d'Erode gli risuonava nell'orecchio: — «Tutto ciò che gli Ebrei conquistano nei primi sei giorni lo perdono nel settimo.» —
Così avvenne che ogni volta che giungeva davanti a quella voragine, si soffermava irresoluto sull'orlo di essa. Aveva finito col deporre la speranza e fidarsi nel caso, che, Dio volente, avrebbe fatto saltar fuori il sospirato eroe.
Tale essendo lo stato dell'anima sua non è necessario di indugiarci sopra gli effetti della sommaria esposizione che Malluch gli aveva fatta del racconto di Balthasar. L'aveva udita con una immensa, stupefacente soddisfazione, col sentimento che qui finalmente era la soluzione di tutto il problema, che l'eroe ricercato era qui ed era un figlio della tribù leonina, e Re degli Ebrei! Dietro l'eroe, il mondo in armi!» —
Il Re implicava un regno; egli sarebbe stato un guerriero glorioso come Davide, saggio e magnifico come Salomone; il suo regno sarebbe stato lo scoglio contro il quale si sarebbe frantumata la potenza Romana. Una guerra colossale si sarebbe accesa, e dopo l'agonia di un mondo, la pace — la pace sotto il dominio Giudeo.
Il cuore di Ben Hur palpitava forte, apparendogli improvvisamente la visione di Gerusalemme, capitale del mondo, e Sion il trono del Padrone Universale.
Gli era sembrata una grande fortuna dover trovare nella tenda l'uomo che aveva veduto il Re. Lo avrebbe udito parlare, avrebbe appreso da lui i particolari del grande mutamento futuro, e specialmente il tempo in cui avrebbe avuto luogo. Se fosse imminente, egli avrebbe abbandonata la campagna di Massenzio, e avrebbe intrapresi subito i lavori di organizzazione e d'armamento delle tribù d'Israele.
Ora, come abbiamo visto, Ben Hur aveva inteso dalle labbra di Balthasar medesimo il miracoloso racconto. Era egli soddisfatto?
Una grande incertezza lo turbava ed oscurava i suoi pensieri intorno al futuro. L'incertezza riguardava più il regno che il Re.
«Che cosa sarebbe mai questo regno?» — quest'era la domanda che gli martellava incessantemente il cervello.
Così di buon'ora sorgevano quelle questioni che dovevano accompagnare il Bambino alla sua morte e sopravvivere a lui — incomprensibile ai giorni suoi, oggetto di controversia ai tempi nostri — un enigma a tutti quelli che non sanno comprendere la dualità dell'essere umano: — l'anima immortale nel corpo perituro.
— «Che cosa sarà mai?» — egli si chiedeva.
Per noi o lettore, la risposta è stata data dal Bambino medesimo; ma Ben Hur non aveva udite che le parole di Balthasar. — «Su questa terra, vi è un regno che non è terreno — non per gli uomini ma per le loro anime, tuttavia un dominio di impareggiabile gloria.» —
Qual meraviglia, se alla mente di un giovine quelle parole suonavano come un indovinello?
— «La mano dell'uomo non c'entra.» — egli disse, con la disperazione nel cuore. — «Il Re di un tal regno non ha bisogno d'uomini, nè d'operai, nè di consiglieri, nè di soldati. La terra deve finire, essere poi rifatta, e nuovi principî di governo devono essere sostituiti agli antichi. — Qualche cosa di superiore alle armi deve trovarsi che scalzi dal suo trono la Forza. Ma che cosa?» —
O lettore!
Ciò che noi non possiamo vedere egli non poteva comprendere. La potenza dell'Amore non era ancora apparsa chiaramente ad alcun uomo. E nessuno era venuto a predicare che pel governo degli uomini e per gli scopi di quello — lapace e l'ordine — l'Amore è più grande e più efficace della Forza.
In mezzo a queste fantasticherie, una mano gli fu posta leggermente sulle spalle.
— «Io devo dirti una parola, o figlio di Arrio» — disse Ilderim, fermandosi al suo fianco. — «Una parola e poi mi ritirerò, perchè la notte sta per venire.» —
— «Io ti do il benvenuto, sceicco.» —
— «Quanto alle cose che hai udito or ora» — continuò Ilderim, senza interrompersi — «presta fede a tutto, tranne a ciò che riguarda il Regno che il Bambino inizierà sulla terra. Non prendere alcuna risoluzione finchè non avrai udito Simonide, mercante, e ottimo uomo qui in Antiochia, al quale ti presenterò. Egli ti citerà tutti i detti dei tuoi profeti, indicando pagina e libro, cosicchè nessuno potrà negare che il Bambino sarà Re degli Ebrei in realtà — sì, per lo splendore di Dio! un Re come lo fu Erode, ma migliore e più grande. E allora, vedi, tu assaporerai la dolcezza della vendetta. Ho detto. La pace sia con te.» —
— «Fermati, sceicco!» —
Ilderim non udì.
— «Ancora Simonide!» — disse Ben Hur con amarezza — «Simonide qui, Simonide lì, ora dalla bocca di uno, ora dalla bocca di un altro. Questo servo di mio padre non vuol dunque lasciarmi in pace più mai? Ma egli è ricco, e in ciò almeno è più sapiente dell'Egiziano. Ah, pel sacro Patto! non è all'uomo che tradì la fede che un suo simile ha riposto in lui, che io andrò a cercare conforto! Ma ascolta! un canto! — è la voce di una donna, o di un angelo? Si avvicina.» —
Dal lago, nella direzione del dovar, venivano le note di una canzone. La voce melodiosa correva lungo l'acque e fra i tronchi delle palme; presto si distinse il tuffo di remi, muoventisi in ritmo lento; poi si udirono le parole — parole in lingua greca purissima, l'idioma che meglio di ogni altro linguaggio di quel tempo si prestava all'espressione degli affetti.
IL LAMENTO (dall'Egiziano).O terra profumata di misteroOltre il Sirìaco mare,O quando sarà dato al mio pensieroPoterti rimirare?Sussurrano le palme esili al ventoDi Memfi alle ruine,Il Nilo passa e un suono di lamentoS'effonde alle colline.O Nilo, Nilo l'anima ti vuoleO fiume de' miei padri e de' miei Re,O verdi sponde sorridenti al sole,O suoni ed inni tumultuanti in me!Odo da lungi di Memnone il cantoE di Simbele perdersi laggiù;M'innonda il ciglio l'impotente pianto;O Nilo, Nilo, ti vedrò mai più?
IL LAMENTO (dall'Egiziano).
IL LAMENTO (dall'Egiziano).
O terra profumata di misteroOltre il Sirìaco mare,O quando sarà dato al mio pensieroPoterti rimirare?Sussurrano le palme esili al ventoDi Memfi alle ruine,Il Nilo passa e un suono di lamentoS'effonde alle colline.
O terra profumata di mistero
Oltre il Sirìaco mare,
O quando sarà dato al mio pensiero
Poterti rimirare?
Sussurrano le palme esili al vento
Di Memfi alle ruine,
Il Nilo passa e un suono di lamento
S'effonde alle colline.
O Nilo, Nilo l'anima ti vuoleO fiume de' miei padri e de' miei Re,O verdi sponde sorridenti al sole,O suoni ed inni tumultuanti in me!
O Nilo, Nilo l'anima ti vuole
O fiume de' miei padri e de' miei Re,
O verdi sponde sorridenti al sole,
O suoni ed inni tumultuanti in me!
Odo da lungi di Memnone il cantoE di Simbele perdersi laggiù;M'innonda il ciglio l'impotente pianto;O Nilo, Nilo, ti vedrò mai più?
Odo da lungi di Memnone il canto
E di Simbele perdersi laggiù;
M'innonda il ciglio l'impotente pianto;
O Nilo, Nilo, ti vedrò mai più?
L'ultime parole furono pronunciate in prossimità al gruppo di palme, all'ombra delle quali Ben Hur s'era arrestato. — La mestizia di quegli accenti si comunicò allo spirito suo. La barca che passò, nera e silenziosa, sullo specchio scintillante delle acque, sembrava il passaggio di un fosco pensiero, attraverso il limpido e giocondo orizzonte di un'anima.
Ben Hur sospirò.
— «La riconosco al suo canto — la figlia di Balthasar. — Com'era bello! e come è bella essa pure!» —
Si ricordò dei grandi occhi di lei sotto le lunghe ciglia, l'ovale delle rosee guancie, le labbra rosse e piene, e tutta la grazia della persona esile e slanciata.
— «Come è bella essa pure!» — ripetè.
E il suo cuore rispose palpitando più velocemente.
Allora, quasi nel medesimo istante, un altro viso, più giovine, di uguale bellezza — ma più infantile e dolce — gli apparve dinanzi, come se sorgesse dal fondo del lago.
— «Ester!» — disse sorridendo. — «Una stella è sorta per me, come io desiderava.» —
Egli si voltò, e a passi lenti ritornò verso la tenda.
La sua vita era stata afflitta da sofferenze e irta di pensieri di vendetta, — non c'era stato posto per l'amore. — Era questo l'inizio di un'era più felice?
Due donne avevano, contemporaneamente, attraversato il suo cammino.
Ester gli aveva offerto una coppa.
Lo stesso aveva fatto l'Egiziana.
Tutte e due gli erano apparse simultaneamente sotto i palmizii.
Quale delle due avrebbe prevalso? Quale?
Fine del libro quarto.