LIBRO QUINTO

LIBRO QUINTO

Coscienza m'assecuraLa buona compagnia che l'uom francheggiaSotto l'usbergo del sentirsi pura.Dante.E nel tumulto del conflitto osservaCalmo la legge e gli occhi avanti spinsePrevedendo gli eventi.Wordsworth.

Coscienza m'assecuraLa buona compagnia che l'uom francheggiaSotto l'usbergo del sentirsi pura.

Coscienza m'assecura

La buona compagnia che l'uom francheggia

Sotto l'usbergo del sentirsi pura.

Dante.

Dante.

E nel tumulto del conflitto osservaCalmo la legge e gli occhi avanti spinsePrevedendo gli eventi.

E nel tumulto del conflitto osserva

Calmo la legge e gli occhi avanti spinse

Prevedendo gli eventi.

Wordsworth.

Wordsworth.

La mattina dopo i baccanali celebrati nella gran sala del Palazzo, il divano era ingombro di giovani patrizi addormentati. Massenzio potrebbe arrivare e tutta la città andargli incontro, la legione discendere dal Monte Sulpio e presentare le armi; dal Ninfeo ad Omfalo svolgersi processioni e feste splendide e fastose come l'Oriente sapeva allestire; ma quei giovani avrebbero continuato a dormire i loro sonni ignominiosi sul divano, dov'erano caduti, o dove erano stati buttati dalle braccia degli schiavi indifferenti.

Non tutti però coloro che avevano partecipato all'orgia si trovavano in questo stato vergognoso. Quando la luce del giorno cominciò a far capolino attraverso le fessure delle imposte, Messala si alzò e si tolse la ghirlanda dal capo significando la fine dei bagordi; si ravvolse poi nella sua toga e, con un ultimo sguardo alla scena, senza una parola, uscì per raggiungere i suoi appartamenti. Cicerone non avrebbe potuto ritirarsi con maggiore gravità da una notturna seduta senatoriale.

Tre ore dopo due corrieri entrarono nella sua stanza e dallesue mani ciascuno di essi ricevette un dispaccio suggellato contenente una lettera per Valerio Grato, Procuratore, ancora residente a Cesarea. L'importanza della lettera e della sua pronta consegna appariva dagli ordini impartiti; un corriere doveva andare per mare, l'altro per terra, entrambi procedere con la massima celerità.

È necessario che il lettore prenda conoscenza del contenuto della lettera.

Antiochia, xii. kal. Iul.MESSALA a GRATO.O mio Mida!Non offenderti, ti prego, a questo indirizzo, poichè deriva dall'affetto e dalla riconoscenza che ti porto, ed è insieme una confessione che tu sei il più fortunato fra gli uomini. Del resto le tue orecchie sono quali tua madre te le ha date e tu non ne hai colpa alcuna.O mio Mida!Io devo raccontarti cose meravigliose, le quali, se per ora poggiano ancora su mere congetture, saranno nondimeno degne della tua attenzione.Permettimi in primo luogo che io rinfreschi la tua memoria. Tu ricorderai, molti anni fa, la famiglia di un principe di Gerusalemme, assai antica e straordinariamente ricca — di nome Ben Hur. Se la tua memoria è tarda nel rammentarti questo fatto, credo che una certa cicatrice che adorna ancor oggi il tuo illustre capo ti sarà stimolo ed aiuto efficace.Come punizione del tuo tentato assassinio, — per la pace della mia coscienza tolgano gli Dei che si sia trattato di un accidente! — la famiglia fu fatta scomparire e i suoi beni confiscati.La nostra azione fu approvata da Cesare — non manchino mai fiori alla sua tomba! — quindi non è vergogna alludere alle somme che da quella fonte entrarono nei nostri forzieri, per la qual cosa la mia gratitudine sarà eterna, come spero sarà eterno il godimento di quella parte di beni che la tua munificenza mi largì.Per rivendicare la tua saggezza — qualità per la quale non brillava il figlio di Gordio a cui ti ho paragonato — richiamerò anche le disposizioni che prendesti riguardo ai membri della famiglia Hur, affinchè il silenzio della tomba ci assicurasse il tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo stesso tempo il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la tenera coscienza. Ti ricorderai di ciò che hai fatto della madre e della sorella del malfattore, e se ora cedo alla curiosità di sapere se esse vivono o sono morte, la gentilezza dell'animo tuo mi saprà facilmente perdonare.Ma per venire a ciò che si riferisce più essenzialmente all'affare presente, io mi prendo la libertà di ricordarti che il reo fu mandato alle galere perpetue, — così suonò la condanna, sentenza che io vidi coi miei propri occhi e consegnata al tribuno comandante la galera.Ed ora stammi attento, o eccellentissimo Frigio!Se calcoliamo in base al limite comune della vita di un galeotto, l'assassino da te così giustamente colpito dovrebbe esser morto, o, per usare una forma più poetica, una delle tremila Oceanine avrebbe dovuto prenderlo a marito, almeno cinque anni fa. E se tu mi perdonerai questa momentanea debolezza, o eccellente fra gli uomini, — per l'amore che io gli portai in gioventù ed anche per la sua grande bellezza (io soleva chiamarlo il mio Ganimede) egli avrebbe di diritto dovuto cadere nelle braccia della più bella fra le figliuole di Nereo.In tale opinione ho vissuto tutti questi anni nel pacifico e tranquillo godimento della fortuna di cui gli sono in parte debitore. — Faccio questa confessione senza intendere di scemare per nulla il debito di riconoscenza che ho verso di te.Vengo al punto più interessante.La scorsa notte, io fungeva da anfitrione in una festa di alcuni giovani appena venuti da Roma, — la loro tenera età e la loro inesperienza avevano fatto appello alla mia compassione — quando mi venne fatto di udire una storia singolare. Oggi, come sai, arriva Massenzio, il Console, per dirigere la campagna contro i Parti. Fra gli ambiziosi che lo accompagnano vi è un tale, figlio del defunto duumviro Quinto Arrio. Intorno a lui ebbi alcuni particolari curiosi. Quando Arrio partì contro i Pirati, la sconfitta dei quali gli procurò le ultime onorificenze, non possedeva famiglia: quando tornò dalla spedizione condusse seco un erede.Prepara l'animo tuo ad udire grandi cose.L'erede di cui parlo è colui che tu mandasti in galera, e che avrebbe dovuto, secondo i nostri calcoli, esser morto cinque anni fa, e che invece ritorna ricco, potente, e probabilmente con la cittadinanza Romana, per.... Ecco, tu sei abbastanza altamente locato per non temere, ma io, o Mida, io sono in pericolo, non è bisogno ch'io dica il perchè: Chi dovrebbe saperlo se non tu? Che cosa dici di tutto ciò?Quando Arrio, il padre adottivo di questa apparizione Oceanica, attaccò battaglia coi Pirati, la sua nave andò a picco, e tutto l'equipaggio perì, tranne due persone — Arrio medesimo, e questo suo erede.Gli ufficiali, i quali li raccolsero dalla trave su cui galeggiavano, dicono che il compagno del fortunato tribuno era un giovane, e vestisse abiti da forzato. Questo dovrebbe bastare per convincerti; ma, nel caso che tu, ottimo Mida non fossi ancora interamente persuaso, aggiungerò che ieri la Fortuna mi fece incontrare faccia a faccia questo figlio di Arrio, e io ti giuro che quantunque non lo riconoscessi sull'istante, egli è quel Ben Hur che fu per anni mio compagno d'infanzia; quel Ben Hur, fatto uomo, il quale, fosse anche l'ultimo degli schiavi, deve in questo momento rivolgere disegni di vendetta — così farei io al suo posto — vendetta che non si arresterebbe neppure davanti alla morte; vendetta per la patria, per la madre, per la sorella, perdute, per gli anni passati al remo, per la fortuna infine di cui noi lo spogliammo.A quest'ora, o mio benefattore ed amico, il pericolo che corrono i tuoi sesterzi, se non la tua pelle, avrà scosso il tuo abituale scetticismo, e la tua potente intelligenza si sarà messa a riflettere.Sarebbe banale di chiederti che cosa dovremmo fare. Piuttosto lasciami dire che io sono il tuo cliente; o meglio, sii tu il mio Ulisse, dalla cui bocca attendo sapienti consigli.Mi rimetto completamente a te. Sii celere come Mercurio, pronto come Cesare.Il sole è già alto. Fra un ora due messaggeri partiranno dalla mia stanza, ciascuno con una copia suggellata, di questa lettera; uno viaggerà per terra, l'altro per mare; di tanta importanza stimo l'apparire del nostro nemico in questa parte del mondo Romano.Io attenderò la tua risposta in questa città.Le mosse di Ben Hur saranno naturalmente regolate dal Console, il quale, quand'anche lavori giorno e notte, non sarà pronto alla partenza prima di un mese. Tu conosci la fatica di riunire un esercito e di provvederlo di tutto il necessario per una campagna in un paese lontano e deserto.Io incontrai ieri l'Ebreo nel Boschetto di Dafne, e se egli non vi è tuttora, dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè sarà facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu chiedessi dove sia in questo momento, io giuocherei che egli si trova all'Orto delle Palme; sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim, il quale non sfuggirà a lungo alle nostre mani. Non ti sorprenda se Massenzio, come passo preliminare, farà imbarcare l'Arabo sulla prima galera di ritorno e lo manderà a Roma.Io sono così sollecito di tenerti a giorno sul nostro amico, perchè è di alta importanza per te, o illustre, dove egli si trovi; poichè già sotto la tua abile guida ho appreso tanto di saggezza umana quanto basta per conoscere che in ogni impresa, tre elementi si devono massimamente considerare — tempo — luogo — mezzo.Se tu credi che questo sia il luogo opportuno, non esitare ad affidare l'attuazione dei tuoi piani al tuo amico e discepolo:«Messala»

Antiochia, xii. kal. Iul.

MESSALA a GRATO.

O mio Mida!

Non offenderti, ti prego, a questo indirizzo, poichè deriva dall'affetto e dalla riconoscenza che ti porto, ed è insieme una confessione che tu sei il più fortunato fra gli uomini. Del resto le tue orecchie sono quali tua madre te le ha date e tu non ne hai colpa alcuna.

O mio Mida!

Io devo raccontarti cose meravigliose, le quali, se per ora poggiano ancora su mere congetture, saranno nondimeno degne della tua attenzione.

Permettimi in primo luogo che io rinfreschi la tua memoria. Tu ricorderai, molti anni fa, la famiglia di un principe di Gerusalemme, assai antica e straordinariamente ricca — di nome Ben Hur. Se la tua memoria è tarda nel rammentarti questo fatto, credo che una certa cicatrice che adorna ancor oggi il tuo illustre capo ti sarà stimolo ed aiuto efficace.

Come punizione del tuo tentato assassinio, — per la pace della mia coscienza tolgano gli Dei che si sia trattato di un accidente! — la famiglia fu fatta scomparire e i suoi beni confiscati.

La nostra azione fu approvata da Cesare — non manchino mai fiori alla sua tomba! — quindi non è vergogna alludere alle somme che da quella fonte entrarono nei nostri forzieri, per la qual cosa la mia gratitudine sarà eterna, come spero sarà eterno il godimento di quella parte di beni che la tua munificenza mi largì.

Per rivendicare la tua saggezza — qualità per la quale non brillava il figlio di Gordio a cui ti ho paragonato — richiamerò anche le disposizioni che prendesti riguardo ai membri della famiglia Hur, affinchè il silenzio della tomba ci assicurasse il tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo stesso tempo il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la tenera coscienza. Ti ricorderai di ciò che hai fatto della madre e della sorella del malfattore, e se ora cedo alla curiosità di sapere se esse vivono o sono morte, la gentilezza dell'animo tuo mi saprà facilmente perdonare.

Ma per venire a ciò che si riferisce più essenzialmente all'affare presente, io mi prendo la libertà di ricordarti che il reo fu mandato alle galere perpetue, — così suonò la condanna, sentenza che io vidi coi miei propri occhi e consegnata al tribuno comandante la galera.

Ed ora stammi attento, o eccellentissimo Frigio!

Se calcoliamo in base al limite comune della vita di un galeotto, l'assassino da te così giustamente colpito dovrebbe esser morto, o, per usare una forma più poetica, una delle tremila Oceanine avrebbe dovuto prenderlo a marito, almeno cinque anni fa. E se tu mi perdonerai questa momentanea debolezza, o eccellente fra gli uomini, — per l'amore che io gli portai in gioventù ed anche per la sua grande bellezza (io soleva chiamarlo il mio Ganimede) egli avrebbe di diritto dovuto cadere nelle braccia della più bella fra le figliuole di Nereo.In tale opinione ho vissuto tutti questi anni nel pacifico e tranquillo godimento della fortuna di cui gli sono in parte debitore. — Faccio questa confessione senza intendere di scemare per nulla il debito di riconoscenza che ho verso di te.

Vengo al punto più interessante.

La scorsa notte, io fungeva da anfitrione in una festa di alcuni giovani appena venuti da Roma, — la loro tenera età e la loro inesperienza avevano fatto appello alla mia compassione — quando mi venne fatto di udire una storia singolare. Oggi, come sai, arriva Massenzio, il Console, per dirigere la campagna contro i Parti. Fra gli ambiziosi che lo accompagnano vi è un tale, figlio del defunto duumviro Quinto Arrio. Intorno a lui ebbi alcuni particolari curiosi. Quando Arrio partì contro i Pirati, la sconfitta dei quali gli procurò le ultime onorificenze, non possedeva famiglia: quando tornò dalla spedizione condusse seco un erede.

Prepara l'animo tuo ad udire grandi cose.

L'erede di cui parlo è colui che tu mandasti in galera, e che avrebbe dovuto, secondo i nostri calcoli, esser morto cinque anni fa, e che invece ritorna ricco, potente, e probabilmente con la cittadinanza Romana, per.... Ecco, tu sei abbastanza altamente locato per non temere, ma io, o Mida, io sono in pericolo, non è bisogno ch'io dica il perchè: Chi dovrebbe saperlo se non tu? Che cosa dici di tutto ciò?

Quando Arrio, il padre adottivo di questa apparizione Oceanica, attaccò battaglia coi Pirati, la sua nave andò a picco, e tutto l'equipaggio perì, tranne due persone — Arrio medesimo, e questo suo erede.

Gli ufficiali, i quali li raccolsero dalla trave su cui galeggiavano, dicono che il compagno del fortunato tribuno era un giovane, e vestisse abiti da forzato. Questo dovrebbe bastare per convincerti; ma, nel caso che tu, ottimo Mida non fossi ancora interamente persuaso, aggiungerò che ieri la Fortuna mi fece incontrare faccia a faccia questo figlio di Arrio, e io ti giuro che quantunque non lo riconoscessi sull'istante, egli è quel Ben Hur che fu per anni mio compagno d'infanzia; quel Ben Hur, fatto uomo, il quale, fosse anche l'ultimo degli schiavi, deve in questo momento rivolgere disegni di vendetta — così farei io al suo posto — vendetta che non si arresterebbe neppure davanti alla morte; vendetta per la patria, per la madre, per la sorella, perdute, per gli anni passati al remo, per la fortuna infine di cui noi lo spogliammo.

A quest'ora, o mio benefattore ed amico, il pericolo che corrono i tuoi sesterzi, se non la tua pelle, avrà scosso il tuo abituale scetticismo, e la tua potente intelligenza si sarà messa a riflettere.

Sarebbe banale di chiederti che cosa dovremmo fare. Piuttosto lasciami dire che io sono il tuo cliente; o meglio, sii tu il mio Ulisse, dalla cui bocca attendo sapienti consigli.

Mi rimetto completamente a te. Sii celere come Mercurio, pronto come Cesare.

Il sole è già alto. Fra un ora due messaggeri partiranno dalla mia stanza, ciascuno con una copia suggellata, di questa lettera; uno viaggerà per terra, l'altro per mare; di tanta importanza stimo l'apparire del nostro nemico in questa parte del mondo Romano.

Io attenderò la tua risposta in questa città.

Le mosse di Ben Hur saranno naturalmente regolate dal Console, il quale, quand'anche lavori giorno e notte, non sarà pronto alla partenza prima di un mese. Tu conosci la fatica di riunire un esercito e di provvederlo di tutto il necessario per una campagna in un paese lontano e deserto.

Io incontrai ieri l'Ebreo nel Boschetto di Dafne, e se egli non vi è tuttora, dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè sarà facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu chiedessi dove sia in questo momento, io giuocherei che egli si trova all'Orto delle Palme; sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim, il quale non sfuggirà a lungo alle nostre mani. Non ti sorprenda se Massenzio, come passo preliminare, farà imbarcare l'Arabo sulla prima galera di ritorno e lo manderà a Roma.

Io sono così sollecito di tenerti a giorno sul nostro amico, perchè è di alta importanza per te, o illustre, dove egli si trovi; poichè già sotto la tua abile guida ho appreso tanto di saggezza umana quanto basta per conoscere che in ogni impresa, tre elementi si devono massimamente considerare — tempo — luogo — mezzo.

Se tu credi che questo sia il luogo opportuno, non esitare ad affidare l'attuazione dei tuoi piani al tuo amico e discepolo:

«Messala»

Presso a poco alla medesima ora che i corrieri partivano dalla stanza di Messala, essendo ancora di buon mattino, Ben Hur entrò nella tenda di Ilderim. Aveva fatto un bagno nel lago, aveva mangiato, ed ora appariva vestito di una semplice tunica, senza maniche, che appena gli copriva le ginocchia.

Lo sceicco lo salutò dal divano.

— «La pace sia con te, figlio di Arrio» — diss'egli con ammirazione; e in verità egli non aveva mai veduto un così splendido rappresentante di virile bellezza e di gioventù. Poi continuò: — «I cavalli sono pronti, ed io pure. Lo sei tu?» —

— «La pace che tu mi auguri, buon sceicco, te la contraccambio. Sono pronto.» —

Ilderim battè le mani.

— «Farò condurre i cavalli. Siediti.» —

— «Sono aggiogati?» —

— «No.» —

— «Allora permetti ch'io mi serva da me stesso» — disse Ben Hur. — «È necessario che io faccia la conoscenza de' tuoi Arabi, che io sappia i loro nomi, o sceicco, affinchè possa parlare a ciascuno di essi. Così pure devo conoscere bene i loro caratteri, perchè essi sono come tutti gli uomini; se audaci, vanno frenati, se timidi, la lode li anima e li sprona.» —

— «E il cocchio?» — chiese lo sceicco.

— «Per oggi lascerò stare il cocchio. Invece mi apprestino un quinto cavallo, se ne hai senza sella, e rapido come il lampo.» —

La curiosità di Ilderim era stata stimolata, e perciò egli chiamò subito un domestico.

— «I finimenti per quattro cavalli» — ordinò — «e la briglia di Sirio.» —

Ilderim si alzò.

— «Sirio è il mio cavallo favorito, o figlio di Arrio. Siamo stati compagni per venti anni nella tenda, in battaglia, nella carovana. Te lo farò vedere.» —

Si avvicinò alla cortina di divisione, e la sollevò. Ben Hur vi passò sotto.

I cavalli vennero verso Ilderim in gruppo. Uno, dalla testa piccola, dagli occhi luminosi, del collo arcuato, dalla criniera morbida e ondeggiante, come la chioma d'una fanciulla, diede un nitrito di gioia nel vederlo.

— «Buon cavallo» — disse lo sceicco, accarezzandogli il muso. — «Buon cavallo, ti saluto.» — e voltandosi a Ben Hur aggiunse: — «Questi è Sirio, padre degli altri quattro. Mira, la madre, troppo preziosa perchè la si esponga ai pericoli di un viaggio in terre che non sono le nostre, è rimasta a casa. E io dubito, o figlio di Arrio,» — continuò, ridendo — «io dubito, che la tribù avrebbe potuto sopportare la sua assenza. Essa è la nostra gloria e il nostro vanto. Diecimila cavalieri, figli del deserto, si chiederanno oggi: — «Come sta Mira?» — E alla risposta: — «Sta bene.» — essi diranno: «Dio è grande! Sia lodato il nome di Dio!» —

— «Mira — Sirio — non sono nomi di stelle, o sceicco?» — domandò Ben Hur, offrendo il palmo della mano ai cavalli.

— «E perchè no?» — replicò Ilderim. — «Non fosti tu mai nel deserto di notte?» —

— «No.» —

— «Allora tu non puoi sapere di quanto noi Arabi siamo debitori alle stelle. Noi prendiamo i loro nomi per riconoscenza, e li diamo ai nostri cari in segno di affetto. I miei padri chiamavano tutti i loro cavalli, col nome di stelle. Anche questi quattro che tu vedi portano nomi d'astri, Rigel, Antares, Atair ed Aldebran, il minore, ma non il meno rapido dei fratelli. Egli ti porterà a gara col vento, l'aria ti fischierà nelle orecchie. Egli andrà dove tu vuoi, o figlio di Arrio, — sì, per la gloria di Salomone, sfiderà la morte con te!» —

I finimenti furono portati. Con le proprie mani Ben Hur apparecchiò i cavalli, li condusse fuori dalla tenda, e pose loro le redini.

— «Portatemi Sirio» — disse.

Un Arabo non avrebbe saputo meglio saltare sulla schiena del cavallo.

— «Ed ora le redini.» —

Gli furono date, ed egli le separò accuratamente.

— «Buon sceicco» — egli disse — «sono pronto. Lascia che una guida mi preceda sul campo, e mandami alcuni uomini con l'acqua.» —

La partenza avvenne senza difficoltà. I cavalli non avevan paura. Già sembrava che una corrente di mutua simpatia si fosse stabilita fra essi e il nuovo auriga, il quale aveva compiuto la sua parte con la calma e la confidenza che generano il rispetto. Ben Hur, a cavallo di Sirio, li guidava come se fosse in piedi sul cocchio. Ilderim esultò. Si lisciò la barba e sorrise di soddisfazione nel mentre mormorava: — «Egli non è un Romano, no, per lo splendore di Dio!» — Egli seguiva a piedi, e l'intera popolazione del dovar, uomini, donne e fanciulli, si precipitò fuori dalle tende per assistere allo spettacolo.

Il campo era ampio e piano, ottimamente adatto per le esercitazioni che Ben Hur intraprese senza indugio, dapprima guidando i quattro cavalli lentamente, su linee perpendicolari, poi in larghi cerchi. Quindi li spinse al trotto poi al galoppo, sempre restringendo i cerchi, infine facendoli piegare irregolarmente ora a destra, a sinistra, in tutte le direzioni. In questo modo passò un'ora. Mettendo i cavalli al passo, egli si avvicinò ad Ilderim.

— «Il lavoro è compiuto, ora non ci vuole che l'esercizio» — egli disse — «Io mi rallegro con te, sceicco Ilderim, che possiedi tali servitori. Guarda» — continuò, smontando e accarezzando i cavalli, — «guarda, non una macchia di sudore sui loro mantelli; respirano come se cominciassero or ora a correre. Mi rallegro con te, sceicco, e se Dio ci protegge» — e fissò gli occhi scintillanti in faccia al vecchio — «avremo la vittoria e....» —

Si arrestò, arrossì, fece un inchino. Al fianco di Ilderim osservò ora per la prima volta Balthasar, appoggiato al suo bastone, e due donne velate. Una di queste egli guardò più attentamente, con un palpitare veloce del cuore, e disse fra sè: — «È dessa — l'Egiziana!» —

Ilderim continuò il periodo lasciato in sospeso. — «Avremo lo vittoria e la vendetta.» —

Poi soggiunse ad alta voce:

— «Io non ho paura. Sono felice, figlio di Arrio; tu sei l'uomo per me. Se il risultato corrisponde al principio tu non avrai ragione di lamentarti della generosità degli Arabi.» —

— «Io ti ringrazio, buon sceicco,» — rispose Ben Hur, con modestia, — «Lascia che i tuoi servi portino da bere ai cavalli.» —

Con le proprie mani diede loro dell'acqua.

Poi rimontando Sirio, ripigliò il suo corso d'istruzione,passando, come prima, dal passo al trotto, e dal trotto al galoppo. Finalmente, fece entrare i cavalli sulla pista, spingendoli a tutta carriera. Gli spettatori si animarono e proruppero in frequenti applausi per la rara abilità del guidatore e per l'elegante andatura dei cavalli, che non mostravano alcun segno di stanchezza.

Durante questa esercitazione, Malluch apparve sul campo, passando inosservato attraverso la folla, e si avvicinò allo sceicco:

— «Ho un messaggio per te, o sceicco,» — egli disse quando credette giunto il momento opportuno di parlare — «Un messaggio da parte di Simonide mercante.» —

— «Simonide!» — esclamò l'Arabo. — «Ah! sta bene. Che Abaddon uccida tutti i suoi nemici!» —

— «Egli mi commise di augurarti in primo luogo la pace del Signore,» — continuò Malluch; — «e poi di darti questo dispaccio, con preghiera che tu lo legga immediatamente.» —

Ilderim, senza muoversi dal posto, ruppe il suggello del plico consegnatogli, e da un involto tolse due lettere che cominciò a leggere.

SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.«O amico!In primo luogo sta certo che occupi sempre un posto nel mio cuore. Poi prestami attenzione.Vi è attualmente nel tuodovarun giovine di nobile aspetto, che dicono sia figlio di Arrio; e tale egli è in verità per via di adozione.Egli è assai caro a me.La storia della sua vita è meravigliosa, ed io te la racconterò, se verrai da me oggi o domani. Ho pure bisogno dei tuoi consigli.Frattanto asseconda tutti i suoi desiderii purchè non vadano contro la legge e l'onore. Se avesse bisogno di danari, rispondo io.Tieni celato che io mi prendo cura di lui.Ricordami all'altro tuo ospite. Egli, sua figlia, tu stesso e tutti coloro che vorrai invitare, saranno miei ospiti al Circo il giorno della gara. Ho già fissato i posti.A te ed ai tuoi pace.Tuo amico in eterno,Simonide»

SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.

«O amico!

In primo luogo sta certo che occupi sempre un posto nel mio cuore. Poi prestami attenzione.

Vi è attualmente nel tuodovarun giovine di nobile aspetto, che dicono sia figlio di Arrio; e tale egli è in verità per via di adozione.

Egli è assai caro a me.

La storia della sua vita è meravigliosa, ed io te la racconterò, se verrai da me oggi o domani. Ho pure bisogno dei tuoi consigli.

Frattanto asseconda tutti i suoi desiderii purchè non vadano contro la legge e l'onore. Se avesse bisogno di danari, rispondo io.

Tieni celato che io mi prendo cura di lui.

Ricordami all'altro tuo ospite. Egli, sua figlia, tu stesso e tutti coloro che vorrai invitare, saranno miei ospiti al Circo il giorno della gara. Ho già fissato i posti.

A te ed ai tuoi pace.

Tuo amico in eterno,

Simonide»

SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.«O amico!Devo metterti in guardia — Sta all'erta!Quando un alto personaggio Romano, investito di regale autorità si avvicina, tutti coloro che non sono Romani e posseggono beni e denaro, è bene abbiano cura delle cose loro. Oggi arriva il Console Massenzio.All'erta!Un'altra parola di avvertimento. Se una congiura è ordita contro di te, deve avvenire di concerto con gli Erodi, poichè tu possiedi grandi beni nei loro dominii.Manda stamane alcuni tuoi messi fidati sulle strade a sud della città, i quali fermino e frughino tutti i corrieri che incontrano per o da Antiochia, e, se trovano qualche dispaccio che si riferisca a te, te lo portino.Avresti dovuto ricevere la presente ieri sera, ma ancora, non è troppo tardi se ti affretti.Se i corrieri hanno lasciato Antiochia stamattina, i tuoi Arabi conoscono le scorciatoie e li potranno raggiungere.Non esitare.Abbrucia questa mia appena letta.O mio amico, il tuo amico,Simonide».

SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.

«O amico!

Devo metterti in guardia — Sta all'erta!

Quando un alto personaggio Romano, investito di regale autorità si avvicina, tutti coloro che non sono Romani e posseggono beni e denaro, è bene abbiano cura delle cose loro. Oggi arriva il Console Massenzio.

All'erta!

Un'altra parola di avvertimento. Se una congiura è ordita contro di te, deve avvenire di concerto con gli Erodi, poichè tu possiedi grandi beni nei loro dominii.

Manda stamane alcuni tuoi messi fidati sulle strade a sud della città, i quali fermino e frughino tutti i corrieri che incontrano per o da Antiochia, e, se trovano qualche dispaccio che si riferisca a te, te lo portino.

Avresti dovuto ricevere la presente ieri sera, ma ancora, non è troppo tardi se ti affretti.

Se i corrieri hanno lasciato Antiochia stamattina, i tuoi Arabi conoscono le scorciatoie e li potranno raggiungere.

Non esitare.

Abbrucia questa mia appena letta.

O mio amico, il tuo amico,

Simonide».

Ilderim rilesse le lettere una seconda volta, le piegò, e le celò sotto la sua cintura. Le esercitazioni sul campo terminarono di li a poco, essendo durate in tutto quasi due ore. Ben Hur, rallentando il passo dei cavalli, li diresse verso Ilderim.

— «Con tua buona grazia, o sceicco,» — egli disse — «ricondurrò i tuoi Arabi nella tenda, e questa sera ripeteremo gli esercizi.» —

Ilderim lo accompagnò al passo. — «Fanne ciò che vorrai, figliuol mio. Tu hai ottenuto da loro in due ore ciò che il Romano — gli sciacalli divorino le sue ossa! — non potè trarne in altrettante settimane. Vinceremo, per lo splendore di Dio, vinceremo!» —

Giunti alla tenda, Ben Hur sorvegliò i cavalli mentre venivano strigliati e puliti; poi dopo un bagno nel lago e un sorso di arrak bevuto con lo sceicco, egli indossò nuovamente le sue vesti Ebraiche e passeggiò con Malluch nell'orto.

Dopo alcuni particolari di poco rilievo, Ben Hur disse al compagno:

— «Io ti darò un ordine per procurarti le mie valigiegiacenti in un Khan presso il ponte Seleucio. Portamele oggi stesso, se puoi. Spero, buon Malluch, che ciò non ti sia di peso.» —

Malluch si dichiarò pronto a qualunque servigio.

— «Grazie, Malluch, grazie» — disse Ben Hur. — «Ti prenderò in parola, ricordando che apparteniamo alla medesima tribù, e che il nostro nemico è Romano. In primo luogo, tu sei un uomo d'affari, mentre temo che il nostro sceicco non lo sia.» —

— «Gli Arabi lo sono raramente» — osservò Malluch.

— «No, io non parlo della loro avvedutezza, Malluch. Ma è bene vegliare su di essi. Per impedire che un ostacolo o un fastidio sorga all'ultim'ora riguardo alla corsa, tu dovresti recarti agli ufficii del Circo, e vedere s'egli ha compiuto tutte le formalità richieste; e se puoi ottenere una copia del regolamento mi farai un grande favore. Vorrei sapere quali colori dovrò portare, e specialmente il numero della partenza, se sarò vicino a Messala, a destra o a sinistra, e se non lo sono, cerca di ottenere che mi cambino di posto così da collocarmi presso a lui. Hai buona memoria, Malluch?» —

— «Mi è venuta meno qualche volta, o figlio di Arrio, ma mai quando, come in questo caso, il cuore l'ha aiutata.» —

— «Allora oserò gravarti di un altra commissione. Io vidi ieri che Messala era assai orgoglioso del suo cocchio, ed a ragione, perchè neppure quelli di Cesare lo avanzano di bellezza ed eleganza. Non potresti approfittare di questa sua debolezza in modo da apprendere se è leggero o pesante? Desidererei di avere la certezza del suo peso e delle sue misure — e, Malluch, tralascia, se vuoi, ogni altra cosa, ma portami l'altezza dell'asse dal suolo. Comprendi, Malluch? Io non voglio ch'egli abbia alcun vantaggio su di me. Io voglio vincerlo non solo, ma umiliarlo. Solo così il mio trionfo sarà completo.» —

— «Vedo, vedo!» — disse Malluch. — «Tu vuoi un filo tirato perpendicolarmente sopra il suolo dal mozzo della ruota.» —

— «Sì, mio Malluch, e rallegrati; è l'ultima delle mie commissioni. Ora facciamo ritorno al dovar.» —

Poco dopo Malluch tornò in città.

Nel frattempo un messaggero montato su un rapido cavallo, era stato mandato, secondo le istruzioni di Simonide,sulla strada che da Antiochia conduce a Gerusalemme. Era un Arabo, e non portava ordini scritti.

— «Iras, figlia di Balthasar, t'invia saluti e un messaggio» — disse un servitore a Ben Hur, che stava riposando nella sua tenda.

— «Dimmi il messaggio.» —

— «Ella chiede se tu vuoi accompagnarla in barca sul lago.» —

— «Le porterò io stesso la risposta. Grazie.» —

Gli furono recati i sandali, e, dopo qualche istante, Ben Hur uscì in cerca della bella Egiziana. L'ombra delle montagne andava strisciando sull'Orto delle Palme, precorrendo la notte. Da lontano, attraverso gli alberi, veniva il tintinnio di campane, il muggito degli animali, e le grida dei pastori che riconducevano a casa gli armenti. La vita all'Orto delle Palme era sotto ogni riguardo la vita semplice e pastorale degli Arabi nelle oasi del deserto.

Lo sceicco Ilderim, dopo avere assistito alle esercitazioni del pomeriggio, che furono una ripetizione di quelle del mattino, s'era recato in città a trovare Simonide, e, probabilmente, non sarebbe ritornato quella notte. Ben Hur, lasciato solo, aveva dato un'ultima occhiata ai cavalli, s'era lavato e vestito a nuovo, e, dopo aver cenato, stava riavendosi delle fatiche della giornata.

Non è saggio nè onesto cercare di scemare importanza alla bellezza come qualità. Nessun'anima elevata può sottrarsi al suo fascino. La storia di Pigmalione e della sua statua è poetica nella forma, ma ha la sua base nella natura umana. La bellezza è una potenza; e la sua forza trascinava Ben Hur.

L'Egiziana era per lui una donna meravigliosamente bella di forme. Egli la rivedeva come essa gli apparì la prima volta presso la fontana; e sentiva l'influenza della sua voce, dolce nelle sue espressioni di riconoscenza, subiva tutto l'incanto di quegli occhi grandi, neri, umidi, tagliati a mandorla, occhi eloquenti più della parola; vedeva la sua figura alta, snella, piena di grazia e di eleganza, avviluppata nelle ricche pieghe della sua veste, epensava che se la mente fosse pari al corpo che l'albergava, ella sarebbe, veramente, come la Sulamita, e, nel medesimo senso, terribile come un'oste schierata in campo. E ogni qual volta la sua immagine gli si presentava davanti alla fantasia, tutta l'appassionata canzone di Salomone, veniva con lei, come ispirata dalla sua presenza. Con tali sentimenti egli voleva vedere se essa avrebbe giustificata l'impressione destata. Non era amore quello che egli provava, ma ammirazione e curiosità, che spesso sono gli araldi preannunciatori dell'amore.

L'approdo consisteva in una breve scala scendente al lago, e di una piattaforma illuminata da alcuni lampioni; giunto alla sommità dei gradini egli si arrestò, colpito da ciò che vide.

Una scialuppa riposava leggermente sulle onde come un guscio d'uovo che galleggi. Un Etiope, il guidatore del cammello alla fontana Castalia, sedeva al posto del rematore, vestito in bianchissimi lini che facevano risaltare ancor più l'ebano del suo viso. La poppa dell'inbarcazione era imbottita di cuscini e tappeti tinti col color rosso di Tiro. Al timone sedeva l'Egiziana medesima, sprofondata in una massa di scialli Indiani, cinta come da una nube di veli e di nastri delicati. Le sue braccia, nude fino alle spalle, di impeccabile purezza di linea, avevano un non so che di provocante nella posa, nei movimenti, nell'espressione; le mani tese e le dita erano dotate di una grazia eloquente e suggestiva. Le spalle e il collo erano difese contro l'aria serale da un ampio velo, che non riusciva però a celare le forme opulenti.

Nello sguardo che le rivolse, Ben Hur non afferrò tutti questi dettagli. Ebbe l'impressione confusa e deliziosa che l'insieme di essi produceva, e il suo cuore battè più veloce.

— «Vieni» — essa disse, vedendolo arrestarsi. — «Vieni, o dovrò credere che tu sia un povero marinaio.» —

Il rossore delle sue guancie si approfondì. Conosceva essa qualche cosa della sua vita di mare? Discese tosto sulla piattaforma.

— «Io temeva» — egli disse, sedendo al fianco di lei.

— «Di che?» —

— «Di affondare la barca» — egli rispose sorridendo.

— «Aspetta quando saremo in mezzo al lago» — diss'ella, facendo un segno all'Etiope, che tosto immerse i remi nell'acqua.

Se l'Amore e Ben Hur erano nemici, quest'ultimo noncorse mai maggior pericolo di sconfitta. L'Egiziana sedeva presso a lui, ed egli non poteva fare a meno di guardarla, essa che già aveva richiamato alla sua mente l'ideale della Sulamita. Con quegli occhi fissi nei suoi, egli non avrebbe scorto le stelle che a poco a poco apparivano in cielo; la notte avrebbe potuto avvolgere ogni cosa; quegli sguardi avrebbero gettata una luce attraverso le tenebre più dense. E poi, chi non sa come conferiscano ai pensieri d'amore la tranquillità delle acque d'un lago, sotto la volta ingemmata del firmamento, in una tiepida notte d'estate, quando i cuori che battono l'uno appresso all'altro, sono giovani, e i cervelli pieni di sogni?

— «Dammi il timone» — egli disse.

— «No» — essa rispose — «questo sarebbe un mutar le parti. Io ti ho invitato, e tu sei mio ospite. Voglio cominciare a liquidare il debito che io ti devo. Tu puoi parlare e io ascolterò, oppure parlerò io e tu ascolta. Questa scelta spetta a te.

Io invece deciderò dove anderemo e che via dobbiamo tenere.» —

— «E dove andiamo?» —

— «Ecco che sei di nuovo spaventato.» —

— «O bella Egiziana, ho fatto la prima domanda naturale ad un prigioniero.» —

— «Chiamami Egitto.» —

— «Preferirei chiamarti Iras.» —

— «Puoi pensarmi con quel nome, ma chiamami Egitto.» —

— «L'Egitto è un paese e comprende molti popoli.» —

— «Sì! Sì! e qual paese!» —

— «Ho capito; noi andiamo in Egitto.» —

— «Almeno vi andassimo davvero! Sarei felice.» — Sospirò, così dicendo.

— «Non pensi affatto a me allora» — egli disse.

— «Ah, da ciò comprendo che tu non ci sei mai stato!» —

— «Non ci fui mai.» —

— «Oh, è una terra dove l'infelicità è ignota, meta e desiderio degli altri popoli, madre di tutti gli Dei, e quindi in sommo grado benedetta. Là, o figlio di Arrio chi è felice trova la sua felicità raddoppiata; la sventurato che attinge una volta all'acqua del sacro fiume, dimentica il suo dolore, e canta e ride come i fanciulli.» —

— «Non vivono poveri colà come altrove?» —

— «I poveri nell'Egitto hanno desiderii modesti e pochibisogni,» — essa rispose. — «Un Greco o un Romano non potrebbe comprenderli.» —

— «Ma io non sono nè Greco, nè Romano.» — Egli protestò.

Essa rise.

— «Io ho un giardino di rose, e in mezzo ad esso sorge una pianta, e, suoi fiori vincono tutti gli altri. Da dove credi provenga quella pianta?» —

— «Dalla Persia patria delle rose?» —

— «No.» —

— «Dall'India allora.» —

— «No.» —

— «Ah! da un'isola dell'Ellade.» —

— «Te lo dirò. Un viaggiatore la trovò languente e mezza morta lungo la via sulla pianura di Rephaim.» —

— «Oh, nella Giudea!» —

— «Io la piantai nella terra che il Nilo ritirandosi aveva lasciata scoperta, e dove il tiepido vento del sud poteva cullarla, e il sole baciarla; ed essa crebbe piena di gratitudine e di affetto. Ora mi seggo alla sua ombra, ed essa mi ringrazia col suo profumo. Come avviene delle rose, così è con gli uomini d'Israele. Dove potranno toccare la perfezione se non in Egitto?» —

— «Mosè fu uno fra mille.» —

— «No, ti dimentichi del grande interprete di sogni.» —

— «I Faraoni sono morti.» —

— «Ah sì! Il fiume, sulle sponde del quale abitavano, ora mormora le sue nenie presso le loro tombe. Ma il medesimo sole riscalda la stessa aria al medesimo popolo.» —

— «Alessandria altro non è che una città Romana.» —

— «Essa ha solo mutato scettro. Cesare le divelse la spada, e in suo luogo le lasciò il calice della sapienza. Vieni con me nel Bruccheio ed io ti mostrerò le scuole delle nazioni; al Serapeo, a vedere le meraviglie dell'architettura; alla Biblioteca per leggere i libri immortali; al Teatro per udire, i versi dei Greci e degli Indiani; al porto per ammirare i trionfi del commercio; discendi con me nelle strade, o figlio di Arrio, e quando i filosofi si saranno dispersi, e i maestri dell'arte saranno partiti, e gli Dei tornati ai loro altari, e del giorno che si spegne non rimarranno che i ricordi, tu udirai le storie che hanno dilettato l'umanità dalla sua culla, e i canti, che non morranno mai.» —

Mentre la ascoltava, Ben Hur corse col pensiero a quell'altra notte stellata; sulla terrazza della casa in Gerusalemme,quando sua madre, con lo stesso fervore poetico che il patriottismo dettava, predicava le tramontate glorie d'Israele.

— «Ora comprendo perchè vuoi essere chiamato Egitto. Vuoi cantarmi una canzone, se io ti chiamerò con quel nome? Io ti intesi cantare ier notte.» —

— «Era una canzone del Nilo,» — essa rispose, — «un lamento che io canto quando mi sembra di respirare il profumo del deserto, e il mormorìo del vecchio fiume; piuttosto lascia che io ti canti qualche cosa di Indiano.

Quando verrai ad Alessandria ti condurrò sull'angolo di quella strada donde potrai udire cantare la figliuola del Gange che me l'apprese. Kapila, tu sai, fu uno dei più grandi sapienti dell'India.» —

Poi, come se il canto fosse la sua forma abituale di esprimersi, cominciò:

KAPILA.Kapila, illustre eroe,Fiore di gioventù,Come potrò uguagliare,Dimmi, la tua virtù?Sorridendo rispose,Frenando il corridor:— Chi ama tutte coseNon conosce timor.Kapila, vecchio e bianco,Pontificava all'altar:— Dimmi, la tua sapienzaCome potrò emular?Kapila, vecchio e bianco,Disse con gravità:— Chi ama Iddio soltantoTutte le cose sa. —

KAPILA.

KAPILA.

Kapila, illustre eroe,Fiore di gioventù,Come potrò uguagliare,Dimmi, la tua virtù?

Kapila, illustre eroe,

Fiore di gioventù,

Come potrò uguagliare,

Dimmi, la tua virtù?

Sorridendo rispose,Frenando il corridor:— Chi ama tutte coseNon conosce timor.

Sorridendo rispose,

Frenando il corridor:

— Chi ama tutte cose

Non conosce timor.

Kapila, vecchio e bianco,Pontificava all'altar:— Dimmi, la tua sapienzaCome potrò emular?

Kapila, vecchio e bianco,

Pontificava all'altar:

— Dimmi, la tua sapienza

Come potrò emular?

Kapila, vecchio e bianco,Disse con gravità:— Chi ama Iddio soltantoTutte le cose sa. —

Kapila, vecchio e bianco,

Disse con gravità:

— Chi ama Iddio soltanto

Tutte le cose sa. —

Ben Hur non ebbe il tempo di esprimere la sua riconoscenza per la canzone, quando la chiglia della barca rasentò la sabbia, e la prua toccò terra.

— «Un viaggio corto, o Egitto!» — egli esclamò.

— «E un soggiorno ancora più breve!» — essa rispose, mentre un forte colpo di remi li rimandò di nuovo nell'acqua libera.

— «Ora mi darai il timone» — egli disse.

— «Oh no! A te il cocchio, a me la barca. Non siamo che a metà del lago. Hai rotto il patto e io non canterò più.Poichè siamo stati in Egitto, andiamo ora al boschetto di Dafne.» —

— «Senza un canto che ci allieti la via?» — egli supplicò.

— «Dimmi qualche cosa intorno al Romano dal quale oggi ci salvasti la vita,» — essa chiese.

La domanda sembrò spiacevole a Ben Hur.

— «Vorrei che questo fosse il Nilo» — egli disse, eludendo la domanda. — «I Re e le Regine, dopo aver dormito tanti anni, potrebbero uscire dalle loro tombe e viaggiare con noi.» —

— «Appartenevano alla razza dei colossi e avrebbero affondata la barca. Preferirei dei pigmei. Ma parlami del Romano. Egli è molto cattivo, nevvero?» —

— «Non lo so.» —

— «È di nobile famiglia? È ricco?» —

— «Non posso parlare delle sue ricchezze.» —

— «Come erano belli i suoi cavalli! E il suo cocchio era d'oro, e le ruote d'avorio. E quale audacia! Gli spettatori risero quand'egli partì, — essi che per poco non sarebbero stati travolti sotto le zampe dei suoi cavalli!» —

Essa rise al ricordo.

— «Era plebaglia» — disse Ben Hur con amarezza.

— «Egli deve essere uno di quei mostri che si dice crescano oggi in Roma, Apolli voraci come Cerberi. Vive in Antiochia?» —

— «Nell'Oriente.» —

— «L'Egitto gli converrebbe di più.» —

— «Ne dubito. Cleopatra è morta.» —

In quell'istante apparvero le lampade che ardevano davanti ai padiglioni di Ilderim.

— «Il dovar» — essa mormorò.

— «Ah, dunque noi siamo andati in Egitto. Non ho veduto Karnac, Pile od Abido. Questo non è il Nilo. Ho udito un canto dell'India, e il viaggio è stato un sogno.» —

— «Pile — Karnac! Piuttosto ti dolga di non aver veduto i Ramessidi di Simbele, che ti fanno pensare a Dio creatore del cielo e della terra. O piuttosto perchè dolertene affatto? Andiamo sul fiume, e se non potrò cantare» — essa rise — «perchè ho detto che non vorrei cantare, ti posso però raccontare storie dell'Egitto.» —

— «Continua! Sì, fino che spunta il mattino, e ritornerà la sera e sorga il sole di un altro giorno,» — egli soggiunse con calore.

— «Di che cosa devo parlare? Dei matematici?» —

— «Oh, no.» —

— «Dei filosofi?» —

— «No, no.» —

— «Dei maghi e dei genii?» —

— «Se vuoi.» —

— «Di guerra?» —

— «Sì.» —

— «D'amore?»

— «Sì.»

— «Ti racconterò di un rimedio contro l'amore. È la storia di una regina. Ascolta con attenzione e rispetto. Il papiro, ora proprietà dei sacerdoti di Pile, fu tolto dalle mani stesse della regina.» —

NE-NE HOFRAI.Le vite umane non corrono parallele.Nessuna vita percorre una linea retta.La più perfetta esistenza si sviluppa come un cerchio, e termina dove comincia.Le vite perfette sono i tesori di Dio; nei giorni di festa egli le porta nell'anulare della mano sinistra, quella vicina al suo cuore.II.Ne-Ne-Hofra dimorava in una casa presso Essuan, vicino alla prima cataratta, e il frastuono dell'eterna battaglia fra il fiume e le roccie risuonava come una musica alle sue orecchie.Essa cresceva in bellezza ogni giorno; cosicchè si diceva di lei come dei papaveri nel giardino di suo padre: Che cosa sarà mai al tempo della fioritura? Ogni anno della sua vita era come il principio di una canzone più deliziosa della precedente.Essa era figlia del nord e del sud; l'uno le aveva dato il suo ingegno, l'altro le sue passioni, e quando Borea e lo Scirocco la vedevano ridevano, dicendo: «È nostra.»Tutte le cose più belle della natura contribuivano alla sua bellezza, e si rallegravano della sua presenza. Quando passava, gli uccelli scendevan a posarsi sulle sue spalle, gli zefiri la baciavano in volto; il candido loto si tendeva sui lunghi steli per guardarla; il fiume solenne indugiava nel suo cammino; le palme accennavano da lontano sventolando le cime frondose; e gli uni sembravano dire: Io le diedi la mia grazia; gli altri: Io le diedi la mia purezza; l'altro ancora: Io le diedi la mia bellezza.A dodici anni Ne-Ne-Hofra era la delizia di Essuan; a sedici anni la fama della sua bellezza s'era sparsa per l'Universo; a venti non passava giorno che alla sua porta non venissero principi del deserto sopra rapidi cammelli, e signori d'Egitto su galere dorate, e tutti partivano desolati, dicendo: — «Io l'ho veduta; e non è una donna, ma Ator in persona.» —III.Dei trecentotrenta successori del buon re Menes, diciotto furono Etiopi, di cui Orete era l'ultimo. Egli aveva cento dieci anni, e ne aveva regnato settantasei. Sotto di lui il popolo fu prosperoso e la terra piena di abbondanza. Egli praticava la saggezza, perchè, avendo vedute tante cose, la conosceva bene. Viveva a Menfi, dove aveva i suoi palazzi, i suoi arsenali, e i suoi tesori.La moglie del buon Re venne a morire. Egli l'amava e la pianse amaramente, finchè un sacerdote si fece coraggio e gli disse:— «Orete, io mi meraviglio che un Re così saggio e potente, non sappia trovare rimedio a un male come questo.» —— «Dimmi un rimedio,» — disse il Re.Tre volte baciò la terra, e disse: — «Ad Essuan vive Ne-Ne Hofra, bella come Ator. Mandala a chiamare. Essa ha rifiutato la mano di principi e Re; ma chi può rifiutare Orete?» —IV.Ne-Ne-Hofra discese il Nilo in una galera tutta oro e gemme, scortata da una flotta di barche variopinte. Tutta la Nubia e l'Egitto, miriadi di persone dalle terre dei Monti della Luna, erano accorse alle sponde del fiume per veder passare il corteo.Attraverso un'allea di sfingi e una doppia fila di leoni alati, essa fu portata dinanzi al trono d'Orete. Egli la rialzò, la fece sedere al suo fianco, le cinse il braccio con l'ureo, la baciò e la fece sua regina.Ciò non bastava al saggio Orete; egli voleva l'amore, e che la regina fosse felice nell'amor suo. Quindi la trattò con grande dolcezza, le mostrò tutti i suoi beni, città, popoli, palazzi, i suoi eserciti e le sue flotte; la condusse attraverso i sotterranei dove erano ammucchiati i suoi gioielli, dicendo: — «O Ne-Ne-Hofra! Dammi un bacio d'amore, e tutto questo è tuo.» —Ed essa, pensando che se non lo amava allora, avrebbe potuto amarlo in seguito, lo baciò non una, ma tre volte, nonostante i suoi centodieci anni.Il primo anno fu felice, e sembrò assai breve; il terzo anno fu molto infelice, e le sembrò assai lungo. Allora comprese che ciò che essa credeva fosse amore per Orete, non era che ammirazione per la sua potenza. La gioia si partì dal suo cuore, lacrime sgorgavano continuamente dai suoi occhi e le rose delle sue guance s'incenerirono; essa languiva ed appassiva lentamente. Alcuni dissero che le Erinni la perseguitavano per la sua crudeltà contro qualche amante; altri, che era colpita dall'invidia di un dio, geloso di Orete. Qualunque fosse la ragione, tutti i rimedi degli astrologhi e dei maghi, riuscirono vani; Ne-Ne-Hofra era condannata a morire.Orete scelse una cripta nella montagna, dove erano le tombe delle regine, e avendo chiamato i primi artefici di Menfi, ordinò loro di costruire un sepolcro più magnifico dei Mausolei dei Re.— «O mia regina, bellissima come ator!» — diceva il re, a cui i centotredici anni non avevano spento le fiamme d'amore. — «Dimmi, ti prego, il male di cui soffri. Tu muori davanti ai miei occhi!» — «Tunon mi amerai di più se io te lo dicessi» — essa rispose tremando di paura.— «Non amarti? Io ti amerò ancor di più! Io lo giuro per i genii di Amente e per l'occhio di Osiride! Parla!» — egli disse con la passione di un amante, con l'autorità di un re.— «Ascolta allora,» — essa rispose. — «In una caverna presso Essuan vive un anacoreta, il più vecchio e il più santo della sua classe. Egli si chiama Menofa, e fu mio maestro ed amico. Chiamalo, Orete, ed egli ti dirà ciò che tu desideri sapere; egli ti aiuterà parimenti a trovare un rimedio al mio male.» —Orete si dipartì giubilante: Gli pareva di aver cento anni di meno.V.— «Parla!» — disse Orete a Menofa, nel palazzo di Menfi.E Menofa rispose: — «Potentissimo sovrano, se tu fossi giovine io non ti risponderei, perchè mi preme ancora la vita; così invece ti risponderò che la regina, come ogni altro mortale, paga il fio di un delitto.» —— «Di un delitto!» — urlò il re.Menofa si inchinò profondamente.— «Si, un delitto contro se stessa.» —— «Non sono d'umore di sciogliere enigmi.» —— «Ciò che dico non è un enigma. Ne-Ne Hofra crebbe sotto i miei occhi, e confidava ogni particolare della sua vita a me, fra gli altri che essa amava un tale Barbec, figlio del giardiniere di suo padre.» —La fronte di Orete si rasserenò.— «Con quell'amore in petto, o re, essa venne alle tue braccia. Di quell'amore sta per morire.» —— «Dove è il figlio del giardiniere?» — chiese Orete.— «Ad Essuan.» —Il re uscì ed impartì due ordini. A un ufficiale disse: — «Va ad Essuan e conducimi qui un giovine di nome Barbec. Lo troverai nel giardino del padre di Ne-Ne Hofra.» —e costruisci per me nel lago Chemmis un'isola con un tempio, un palazzo, e un giardino pieno di fiori ealberi, che galleggi liberamente dove il vento la sospinge. Costruisci l'isola, e che essa sia finita al tempo della luna piena.»Poi disse alla regina:«Rallegrati. Io so tutto, e ho mandato a chiamare Barbec.»Ne-Ne Hofra gli baciò le mani.— «Tu lo avrai tutto per te sola un anno intiero, e nessuno disturberà i vostri amori.» —Essa gli baciò i piedi; egli la rialzò, le diede un bacio. Le rose tornarono sulle guancie, lo scarlatto alle labbra, il riso al suo cuore.VI.Per un anno Ne-Ne-Hofra e Barbec il giardiniere, galleggiarono in balìa degli zefiri sull'azzurro lago di Chemmis. L'isola era una meraviglia, e per un anno, un anno intero, vi dimorarono come in paradiso, non vedendo nessuno. Poi la regina ritornò al palazzo di Menfi.— «Chi ami tu di più, ora?» — chiese il re.Essa gli baciò la guancia e disse: — «Riprendimi, buon re, io sono risanata.» —Orete rise, malgrado i suoi centoquattordici anni.— «Dunque Menofa aveva ragione» — egli disse. — «Ah, ah! Il rimedio per l'amore è l'amore.» —— «Così è» — essa rispose.Tutto ad un tratto la sua fronte si corrugò e la sua voce divenne terribile:— «Io non lo trovai così» — disse.Essa lo guardò atterrita.— «Donna rea!» — egli continuò — «La tua offesa ad Orete l'uomo, io perdono; ma la tua offesa ad Orete il re, deve esser punita.» —Essa gli si prostrò ai piedi.— «Silenzio,» — egli disse: — «Tu sei morta!» —Egli battè le mani, e una terribile processione sfilò nella stanza, una processione di parachisti, o imbalsamatori, ciascuno con qualche strumento della sua arte disgustosa.Il re indicò Ne-Ne Hofra.— «Essa è morta. Fate il vostro dovere.» —Dopo settantadue giorni, Ne-Ne-Hofra, bella come Ator,fu condotta nella cripta per lei scelta l'anno prima, e messa a dormire insieme alle sue regali campagne. Ma nessun funebre corteo in suo onore attraversò il sacro lago.

NE-NE HOFRA

I.

Le vite umane non corrono parallele.

Nessuna vita percorre una linea retta.

La più perfetta esistenza si sviluppa come un cerchio, e termina dove comincia.

Le vite perfette sono i tesori di Dio; nei giorni di festa egli le porta nell'anulare della mano sinistra, quella vicina al suo cuore.

II.

Ne-Ne-Hofra dimorava in una casa presso Essuan, vicino alla prima cataratta, e il frastuono dell'eterna battaglia fra il fiume e le roccie risuonava come una musica alle sue orecchie.

Essa cresceva in bellezza ogni giorno; cosicchè si diceva di lei come dei papaveri nel giardino di suo padre: Che cosa sarà mai al tempo della fioritura? Ogni anno della sua vita era come il principio di una canzone più deliziosa della precedente.

Essa era figlia del nord e del sud; l'uno le aveva dato il suo ingegno, l'altro le sue passioni, e quando Borea e lo Scirocco la vedevano ridevano, dicendo: «È nostra.»

Tutte le cose più belle della natura contribuivano alla sua bellezza, e si rallegravano della sua presenza. Quando passava, gli uccelli scendevan a posarsi sulle sue spalle, gli zefiri la baciavano in volto; il candido loto si tendeva sui lunghi steli per guardarla; il fiume solenne indugiava nel suo cammino; le palme accennavano da lontano sventolando le cime frondose; e gli uni sembravano dire: Io le diedi la mia grazia; gli altri: Io le diedi la mia purezza; l'altro ancora: Io le diedi la mia bellezza.

A dodici anni Ne-Ne-Hofra era la delizia di Essuan; a sedici anni la fama della sua bellezza s'era sparsa per l'Universo; a venti non passava giorno che alla sua porta non venissero principi del deserto sopra rapidi cammelli, e signori d'Egitto su galere dorate, e tutti partivano desolati, dicendo: — «Io l'ho veduta; e non è una donna, ma Ator in persona.» —

III.

Dei trecentotrenta successori del buon re Menes, diciotto furono Etiopi, di cui Orete era l'ultimo. Egli aveva cento dieci anni, e ne aveva regnato settantasei. Sotto di lui il popolo fu prosperoso e la terra piena di abbondanza. Egli praticava la saggezza, perchè, avendo vedute tante cose, la conosceva bene. Viveva a Menfi, dove aveva i suoi palazzi, i suoi arsenali, e i suoi tesori.

La moglie del buon Re venne a morire. Egli l'amava e la pianse amaramente, finchè un sacerdote si fece coraggio e gli disse:

— «Orete, io mi meraviglio che un Re così saggio e potente, non sappia trovare rimedio a un male come questo.» —

— «Dimmi un rimedio,» — disse il Re.

Tre volte baciò la terra, e disse: — «Ad Essuan vive Ne-Ne Hofra, bella come Ator. Mandala a chiamare. Essa ha rifiutato la mano di principi e Re; ma chi può rifiutare Orete?» —

IV.

Ne-Ne-Hofra discese il Nilo in una galera tutta oro e gemme, scortata da una flotta di barche variopinte. Tutta la Nubia e l'Egitto, miriadi di persone dalle terre dei Monti della Luna, erano accorse alle sponde del fiume per veder passare il corteo.

Attraverso un'allea di sfingi e una doppia fila di leoni alati, essa fu portata dinanzi al trono d'Orete. Egli la rialzò, la fece sedere al suo fianco, le cinse il braccio con l'ureo, la baciò e la fece sua regina.

Ciò non bastava al saggio Orete; egli voleva l'amore, e che la regina fosse felice nell'amor suo. Quindi la trattò con grande dolcezza, le mostrò tutti i suoi beni, città, popoli, palazzi, i suoi eserciti e le sue flotte; la condusse attraverso i sotterranei dove erano ammucchiati i suoi gioielli, dicendo: — «O Ne-Ne-Hofra! Dammi un bacio d'amore, e tutto questo è tuo.» —

Ed essa, pensando che se non lo amava allora, avrebbe potuto amarlo in seguito, lo baciò non una, ma tre volte, nonostante i suoi centodieci anni.

Il primo anno fu felice, e sembrò assai breve; il terzo anno fu molto infelice, e le sembrò assai lungo. Allora comprese che ciò che essa credeva fosse amore per Orete, non era che ammirazione per la sua potenza. La gioia si partì dal suo cuore, lacrime sgorgavano continuamente dai suoi occhi e le rose delle sue guance s'incenerirono; essa languiva ed appassiva lentamente. Alcuni dissero che le Erinni la perseguitavano per la sua crudeltà contro qualche amante; altri, che era colpita dall'invidia di un dio, geloso di Orete. Qualunque fosse la ragione, tutti i rimedi degli astrologhi e dei maghi, riuscirono vani; Ne-Ne-Hofra era condannata a morire.

Orete scelse una cripta nella montagna, dove erano le tombe delle regine, e avendo chiamato i primi artefici di Menfi, ordinò loro di costruire un sepolcro più magnifico dei Mausolei dei Re.

— «O mia regina, bellissima come ator!» — diceva il re, a cui i centotredici anni non avevano spento le fiamme d'amore. — «Dimmi, ti prego, il male di cui soffri. Tu muori davanti ai miei occhi!» — «Tunon mi amerai di più se io te lo dicessi» — essa rispose tremando di paura.

— «Non amarti? Io ti amerò ancor di più! Io lo giuro per i genii di Amente e per l'occhio di Osiride! Parla!» — egli disse con la passione di un amante, con l'autorità di un re.

— «Ascolta allora,» — essa rispose. — «In una caverna presso Essuan vive un anacoreta, il più vecchio e il più santo della sua classe. Egli si chiama Menofa, e fu mio maestro ed amico. Chiamalo, Orete, ed egli ti dirà ciò che tu desideri sapere; egli ti aiuterà parimenti a trovare un rimedio al mio male.» —

Orete si dipartì giubilante: Gli pareva di aver cento anni di meno.

V.

— «Parla!» — disse Orete a Menofa, nel palazzo di Menfi.

E Menofa rispose: — «Potentissimo sovrano, se tu fossi giovine io non ti risponderei, perchè mi preme ancora la vita; così invece ti risponderò che la regina, come ogni altro mortale, paga il fio di un delitto.» —

— «Di un delitto!» — urlò il re.

Menofa si inchinò profondamente.

— «Si, un delitto contro se stessa.» —

— «Non sono d'umore di sciogliere enigmi.» —

— «Ciò che dico non è un enigma. Ne-Ne Hofra crebbe sotto i miei occhi, e confidava ogni particolare della sua vita a me, fra gli altri che essa amava un tale Barbec, figlio del giardiniere di suo padre.» —

La fronte di Orete si rasserenò.

— «Con quell'amore in petto, o re, essa venne alle tue braccia. Di quell'amore sta per morire.» —

— «Dove è il figlio del giardiniere?» — chiese Orete.

— «Ad Essuan.» —

Il re uscì ed impartì due ordini. A un ufficiale disse: — «Va ad Essuan e conducimi qui un giovine di nome Barbec. Lo troverai nel giardino del padre di Ne-Ne Hofra.» —

e costruisci per me nel lago Chemmis un'isola con un tempio, un palazzo, e un giardino pieno di fiori ealberi, che galleggi liberamente dove il vento la sospinge. Costruisci l'isola, e che essa sia finita al tempo della luna piena.»

Poi disse alla regina:

«Rallegrati. Io so tutto, e ho mandato a chiamare Barbec.»

Ne-Ne Hofra gli baciò le mani.

— «Tu lo avrai tutto per te sola un anno intiero, e nessuno disturberà i vostri amori.» —

Essa gli baciò i piedi; egli la rialzò, le diede un bacio. Le rose tornarono sulle guancie, lo scarlatto alle labbra, il riso al suo cuore.

VI.

Per un anno Ne-Ne-Hofra e Barbec il giardiniere, galleggiarono in balìa degli zefiri sull'azzurro lago di Chemmis. L'isola era una meraviglia, e per un anno, un anno intero, vi dimorarono come in paradiso, non vedendo nessuno. Poi la regina ritornò al palazzo di Menfi.

— «Chi ami tu di più, ora?» — chiese il re.

Essa gli baciò la guancia e disse: — «Riprendimi, buon re, io sono risanata.» —

Orete rise, malgrado i suoi centoquattordici anni.

— «Dunque Menofa aveva ragione» — egli disse. — «Ah, ah! Il rimedio per l'amore è l'amore.» —

— «Così è» — essa rispose.

Tutto ad un tratto la sua fronte si corrugò e la sua voce divenne terribile:

— «Io non lo trovai così» — disse.

Essa lo guardò atterrita.

— «Donna rea!» — egli continuò — «La tua offesa ad Orete l'uomo, io perdono; ma la tua offesa ad Orete il re, deve esser punita.» —

Essa gli si prostrò ai piedi.

— «Silenzio,» — egli disse: — «Tu sei morta!» —

Egli battè le mani, e una terribile processione sfilò nella stanza, una processione di parachisti, o imbalsamatori, ciascuno con qualche strumento della sua arte disgustosa.

Il re indicò Ne-Ne Hofra.

— «Essa è morta. Fate il vostro dovere.» —

Dopo settantadue giorni, Ne-Ne-Hofra, bella come Ator,fu condotta nella cripta per lei scelta l'anno prima, e messa a dormire insieme alle sue regali campagne. Ma nessun funebre corteo in suo onore attraversò il sacro lago.

Alla conclusione del racconto, Ben Hur era seduto ai piedi dell'Egiziana, e la mano con cui essa guidava il timone era stretta nella sua.

— «Menofa aveva torto,» — egli disse.

— «Perchè?» —

— «L'amore vive amando.» —

— «Dunque non vi è rimedio contro di esso?» —

— «Sì, Orete lo trovò.» —

— «Quale?» —

— «La morte.» —

— «Tu sei un buon ascoltatore, o figlio di Arrio.» —

E così conversando e raccontando favole e novelle ingannarono le ore. Quando scesero a terra, essa disse:

— «Domani andiamo in città.» —

— «Ma ti troverai ai giuochi?» — egli chiese.

— «Oh, sì.» —

— «Ti manderò i miei colori.» —

E così si divisero.

Ilderim ritornò al dovar il giorno appresso circa all'ora terza. Quando smontò, un uomo della sua tribù lo accostò e gli disse: — «O sceicco, mi fu consegnato questo plico con l'ordine di recarlo a te, affinchè tu lo legga immediatamente. Se c'è risposta, devo attendere la tua buona grazia.» —

Ilderim aprì subito il pacco, il sigillo del quale era già stato rotto.

L'indirizzo diceva:A Valerio Grato, Cesarea.

— «Abaddon lo pigli!» — mormorò lo sceicco, scorgendo che la lettera era in latino.

Se l'Epistola fosse stata in Greco o in Arabo, egli non avrebbe avuto difficoltà nel leggerla. Così potè tutto al più decifrare la firma, scritta in grandi caratteri Romani — MESSALA, — che lesse strizzando l'occhio.

— «Dov'è il giovine Ebreo?» — egli chiese.

— «Al campo coi cavalli» — rispose un domestico.

Lo sceicco ripose i papiri nella loro busta, e nascondendo il pacco nella cintura, rimontò a cavallo. In quel momento un forestiero, proveniente, all'apparenza, dalla città si presentò davanti a lui.

— «Cerco lo sceicco Ilderim, chiamato il Generoso» — disse il forestiero.

La sua lingua e le sue vesti lo rivelavano Romano.

Se Ilderim non sapeva leggere il latino, lo sapeva però parlare.

Il vecchio Arabo rispose con dignità: — «Io sono lo sceicco Ilderim.» —

Gli occhi dell'uomo si abbassarono; li rialzò e con compostezza forzata disse:

— «Ho inteso che siete in cerca di un auriga per i giuochi.» —

Il labbro di Ilderim si contrasse sdegnosamente sotto i bianchi baffi.

— «Va per la tua strada» — egli disse. — «Ho già trovato un auriga.» —

Si voltò, in atto di partire, ma l'uomo indugiando riprese a parlare:

— «Sceicco, io amo i cavalli, e dicono che i vostri siano i più belli del mondo.» —

Il vecchio era tocco; arrestò il cavallo, e stava quasi per cedere davanti all'adulazione, poi rispose: — «No, non oggi, non oggi. Te li mostrerò un'altra volta. Ora sono troppo occupato.» —

Mise il cavallo al trotto, mentre lo straniero riprese lentamente il cammino della città, sorridendo come un uomo contento di sè. Aveva eseguito la sua commissione.

Ed ogni giorno, fino alla grande giornata dei giuochi, un uomo, qualche volta due o tre — venivano dallo sceicco nell'Orto delle Palme, sotto il pretesto di cercare un'impiego come auriga.

In questo modo Messala vigilava sopra Ben Hur.

Lo sceicco aspettò, ben soddisfatto, finchè Ben Hur, ebbe terminate le esercitazioni del mattino.

— «Questo pomeriggio, o sceicco, potrai riprenderti Sirio» — disse Ben Hur, accarezzando il collo del vecchio cavallo. — «Lo puoi riprendere, e darmi il cocchio.» —

— «Così presto?» — chiese Ilderim.

— «Con cavalli come i tuoi basta una giornata. Non hanno paura; hanno l'intelligenza di un uomo, ed amano l'esercizio. Questo, egli scosse le redini sul dorso al più giovine dei quattro, — tu lo chiamasti Aldebran, credo, — è il più veloce. In un giro di stadio avanzerebbe gli altri di tre lunghezze.» —

Ilderim si lisciò la barba, con gli occhi scintillanti.

— «Aldebran è il più veloce» — disse. — «E il più tardo?» —

— «Eccolo.» — Ben Hur scosse le redini sopra Antares. — «Ma egli vincerà, perchè, vedi, sceicco, egli correrà tutto il giorno, e in sul calar del sole potrà raggiungere la sua massima velocità.» —

— «Hai nuovamente ragione» — disse Ilderim.

— «Io ho un solo dubbio, o sceicco.» —

Lo sceicco si fece serio.

— «Nella sua avidità di trionfare, un Romano transige anche con l'onore. Nei loro giuochi, — in tutti i loro giuochi, praticano una infinità di tranelli e di frodi; nelle gare dei cocchi, la loro furfanteria non risparmia nè i cavalli, nè l'auriga, nè il padrone. Quindi, buon sceicco, bada bene a quanto tu fai. Finchè la gara non sia terminata, non lasciare che nessun estraneo si avvicini ai cavalli. Per esser più sicuri, fa di più: — metti una guardia armata che li invigili notte e giorno. Allora non avrò paura per l'esito.» —

Alla porta della tenda smontarono.

— «Ciò che tu dici sarà fatto. Per lo splendore di Dio, nessuna mano dovrà avvicinarsi a loro tranne quella dei fedeli. Stanotte medesima porrò le sentinelle. Ma guarda, figlio di Arrio,» — Ilderim estrasse il plico dalla cintura elo svolse lentamente, sedendo sopra il divano, — guarda, figlio di Arrio, e aiutami col tuo latino.» —

Egli consegnò il dispaccio a Ben Hur.

— «Ecco; leggi, leggi ad alta voce, traducendo le parole nella lingua de' tuoi padri. Il latino è un abbominio.» —

Ben Hur era di buon umore e intraprese la lettura con leggerezza.

Messala a Grato!Si arrestò. Ebbe come un presentimento e il cuore gli cominciò a palpitare fortemente. Ilderim osservò la sua agitazione.

— «Dunque? Aspetto.» —

Ben Hur domandò scusa e ricominciò la lettura del papiro, che il lettore avrà già indovinato essere una copia della lettera con tanta cura spedita da Messala a Grato, la mattina dopo l'orgia nel palazzo.

I primi paragrafi erano solo notevoli in quanto che rivelavano che lo scrittore non aveva perduto quelle qualità di scherno e d'ironia che adornavano il suo dire giovanile. Ma quando il lettore arrivò ai passi intesi a rammentare a Grato la famiglia dei Hur, la sua voce tremò, e due volte dovette arrestarsi, per riprendere padronanza di sè. Con uno sforzo continuò. — «Richiamerò anche le disposizioni che prendesti riguardo ai membri della famiglia Hur» — qui la voce del lettore fu rotta come da un singhiozzo — «affinchè il silenzio della tomba ci assicurasse il tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo stesso tempo il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la coscienza.» —

Ben Hur non potè continuare. Il papiro scivolò dalle sue mani ed egli si coprì il volto.

— «Sono morte — morte. Io sono solo!» —

Lo sceicco era stato muto ma commosso spettatore del dolore del giovine.

Egli si alzò e disse: — «Figlio di Arrio, io devo chiederti perdono. Leggi la lettera da solo. Quando ti sarai riavuto abbastanza per comunicarmi il resto del contenuto, mandami a chiamare.» —

Egli uscì dalla tenda. Il pensiero delicato era degno di lui.

Ben Hur si gettò sul divano e si abbandonò alla foga della sua passione.

Quando si fu rimesso alquanto, si ricordò che parte della lettera non gli era ancora conosciuta, e ne riprese la lettura. — «Tiricorderai di ciò che hai fatto della madre e della figlia del malfattore, e se ora cedo alla curiosità di sapere se vivano o siano morte....» — Ben Hur trasalì, rilesse il passo: — «Egli non sa se siano morte; egli non sa!» — esclamò. — «Benedetto sia il nome del Signore! C'è ancora un po' di speranza.» — Sorretto da questo pensiero continuò la lettura fino al fondo.

— «Non sono morte» — egli disse, dopo breve riflessione: — «Non sono morte; altrimenti egli lo saprebbe.» —

Una seconda lettura, più attenta della prima, lo confermò in questa opinione. Allora mandò a chiamare lo sceicco.

— «Quando venni la prima volta alla tua tenda ospitale, o sceicco» — egli incominciò con calma, quando l'arabo ebbe preso posto sul divano, e furono soli, — «io non aveva l'intenzione di parlarti della mia vita, tranne che di quella parte necessaria per provarti la mia destrezza ed esperienza nel guidare i cavalli. Non volli comunicarti la mia storia. Ma il caso che ha fatto pervenire questa lettera nelle mie mani, è così strano, che io sento il dovere di rivelarti ogni cosa. Mi conforta in questo proposito il fatto che siamo entrambi minacciati dal medesimo nemico, contro il quale è necessario che procediamo d'accordo. Io ti leggerò la lettera e ti darò la spiegazione, dopo la quale comprenderai facilmente il motivo della mia emozione. Se la considerasti debolezza o sentimentalità infantile, saprai ricrederti o scusarmi.» —

Lo sceicco ascoltò in assoluto silenzio finchè Ben Hur arrivò al paragrafo in cui si faceva speciale menzione della sua persona. — «Io incontrai ieri l'Ebreo nel boschetto di Dafne» — diceva la lettera — «e se egli non vi è, tuttavia dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè ti sarà facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu mi chiedessi dove sia in questo momento, io giuocherei che egli si trova nell'Orto delle Palme.» —

— «Ah!» — esclamò Ilderim, afferrandosi la barba.

— «Nell'Orto delle Palme,» — ripetè Ben Hur, — «sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim....» —

— «Traditore! Io?» — gridò il vecchio con voce fattasi acuta, mentre il labbro e la barba tremavano d'ira, e le vene della fronte e del collo si gonfiavano come per scoppiare.

— «Un momento, sceicco» — fece Ben Hur. — «Tale è l'opinione di Messala, ascolta la sua minaccia»:.... sottola tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim, il quale non sfuggirà a lungo alle nostre mani. Non ti sorprenda se Massenzio, come passo preliminare faccia imbarcare l'Arabo sulla prima galera di ritorno, e lo mandi a Roma.» —

— «A Roma! Me — Ilderim, — sceicco di diecimila cavalieri con lancie — me a Roma!» — Balzò in piedi, le mani tese, le dita che si aprivano e si stringevano con moto convulso, gli occhi scintillanti come quelli di un serpente.

— «O Dio! — no, per tutti gli Dei, tranne per quelli di Roma! — quando finirà questa insolenza? Un uomo libero son io; libero è il mio popolo. Dobbiamo morire schiavi, o, peggio, dovrò io condurre la vita di un cane che striscia ai piedi del suo padrone? Devo leccare la sua mano perchè non mi batta? Ciò che è mio non è più mio, per l'aria che respiro devo dipendere da Roma. Oh, se fossi giovine un'altra volta! Oh se potessi scrollare dalle mie spalle venti anni, — o dieci, — o cinque!» —

Strinse i denti, ed agitò le braccia sopra il capo; poi, sotto l'impulso di una nuova idea, fece due passi verso Ben Hur e gli afferrò con veemenza il braccio.

— «Se io fossi come te, figlio di Arrio — giovine, forte, destro nelle armi; se avessi un torto come il tuo che mi spronasse alla vendetta, un torto tale da santificare l'odio — giù le maschere! Figlio di Hur, figlio di Hur, io dico!» —

A quel nome il sangue di Ben Hur quasi si arrestò nelle vene; stupito, confuso, egli fissò gli occhi in quelli dell'Arabo, ora vicini ai suoi, e animati da una fiamma selvaggia.

— «Figlio di Hur, io dico, se io fossi, come te, coi tuoi torti, coi tuoi ricordi, io non avrei, non potrei aver pace. Alle mie sofferenze aggiungerei quelle del mondo, e mi dedicherei alla vendetta. Per mare e per terra, in ogni paese, predicherei la rivolta contro il Romano. Ogni guerra di indipendenza mi troverebbe fra i combattenti, in ogni battaglia contro Roma brillerebbe la mia spada. Diventerei Parto, in mancanza di meglio. Che se anche gli uomini mi venissero meno, non interromperei i miei sforzi, no. Per lo splendore di Dio! Andrei fra i lupi, le tigri e i leoni nella speranza di aizzarli contro il comune nemico. Ogni arma sarebbe lecita, ogni eccidio giustificato, purchè le vittime fossero Romane. Alle fiamme tutto ciò che èRomano! Di notte pregherei gli Dei, i buoni e i cattivi egualmente, che mi prestassero i loro terrori, le loro tempeste, le carestie, il freddo, il caldo, e tutti gli innominabili veleni che essi lasciano liberi nell'aria, e tutto, tutto scaraventerei sul capo ai Romani. Oh, io non potrei dormire! Io, io....» —

Lo sceicco si fermò per mancanza di respiro, e rimase muto, ansando, pallido, coi pugni serrati.

Di tutto questo appassionato scoppio d'ira Ben Hur non ritenne che una vaga impressione di occhi fiammeggianti, di una voce stridula, di una collera troppo intensa per essere espressa con coerenza, a parole. Per la prima volta in otto anni il misero giovane era stato chiamato col suo vero nome. Un uomo almeno lo conosceva e lo riconosceva senza chiedere prove, e questi era un Arabo del deserto!

Come era egli venuto a questa cognizione? La lettera? No. Essa parlava delle crudeltà inflitte alla sua famiglia, narrava la storia delle proprie sofferenze, ma non diceva che egli era la vittima provvidenzialmente sfuggita all'ira Romana. Questo anzi egli avrebbe voluto spiegare allo sceicco dopo terminata la lettura. La gioia e la speranza gli fiorirono in cuore, e con calma forzata domandò:

— «Buon sceicco, dimmi, come venisti in possesso di questa lettera?» —

— «La mia gente custodisce le strade fra le città» — rispose Ilderim bruscamente. — «La tolsero ad un corriere.» —

— «Sanno che quella gente è tua?» —

— «No. Davanti al mondo figurano come predoni, che è mio dovere di prendere ed impiccare.» —

— «Un'altra domanda, sceicco. Tu mi chiamasti figlio di Hur — il nome di mio padre. Io mi credeva sconosciuto da tutti. Come apprendesti il mio nome?» —

Ilderim esitò; poi, rinfrancandosi rispose. — «Io ti conosco, ma non sono libero di dirti altro.» —

— «Qualcheduno ti tiene sotto padronanza?» —

Lo sceicco tacque e fece per andarsene; ma osservando la disillusione di Ben Hur, ritornò indietro, e disse: — «Non parliamone più per ora. Io vado in città; quando ritorno ti parlerò liberamente. Dammi la lettera.» — Ilderim ripiegò con cura i papiri e li rimise subito nella loro busta.

— «Che cosa dici» — egli chiese con energìa — «della mia proposta? Io ti esposi ciò che farei ne' tuoi panni, e tu non mi hai ancora risposto.» —

— «Io voleva risponderti, sceicco, e ti risponderò.» — Il volto di Ben Hur si contrasse come sotto lo sforzo di un imperiosa volontà. — «Tutto ciò che tu hai detto, io farò, — almeno tutto quanto umanamente è possibile. Io ho dedicata la mia vita alla vendetta. Per cinque anni questa fu il mio unico pensiero. Senza tregua, senza riposo, sprezzando gli allettamenti di Roma e le tentazioni della gioventù, ho impiegato tutte le forze dell'animo mio a questo unico scopo. La mia educazione ebbe per meta ultima la vendetta. Praticai i più famosi maestri — non quelli di rettorica e di filosofia — ahimè! Non aveva tempo per questi. Le arti essenziali all'uomo d'armi erano la mia occupazione; vissi con gladiatori e con vincitori dell'arena; con centurioni nei campi Romani. E tutti furono orgogliosi di avermi a scolaro. O sceicco, io sono un soldato; ma per attuare i sogni ch'io nutrivo, avevo bisogno di essere un generale. Con questo intento mi sono arruolato nella guerra contro i Parti; quando essa sarà terminata, allora, se il Signore mi darà vita e forza, — allora» — egli alzò i pugni stretti, e parlò con veemenza — «allora, quando sarò un nemico perfezionato alla scuola di Roma, Roma dovrà pagarmi tutti i miei torti col sangue de' suoi figli. Questa è la mia risposta, sceicco.» —

Ilderim gli gettò le braccia al collo e lo baciò, dicendo con voce bassa, quasi strozzata dall'emozione: — «Se il tuo Dio non ti aiuterà in questo, figlio di Hur, egli sarà morto. Senti ciò che ti prometto, che ti giuro, se vuoi: Tu avrai me stesso, e tutto ciò che io posseggo — uomini, cavalli, cammelli, — e il deserto per preparare i tuoi piani. Io lo giuro! E per ora basta. Mi vedrai, o udrai di me, prima di sera.» —

Voltandosi bruscamente, lo sceicco uscì dalla tenda, e di lì a poco si trovò sulla via verso la città.

La lettera intercettata era per più ragioni importante per Ben Hur. Era una confessione che l'autore di essa era stato complice nella soppressione della famiglia; che egli aveva sanzionato il piano proposto da Valerio Grato a questo scopo; che egli aveva ricevuto parte dei beni confiscatie che godeva ancora in quel momento; che egli temeva la improvvisa comparsa di quegli ch'egli chiamava il principale malfattore; nella quale vedeva una minaccia per la sicurezza propria e quella di Grato; infine che egli era pronto ad eseguire qualunque disegno che il fertile cervello del procuratore di Giudea avrebbe saputo escogitare, per togliere di mezzo il comune nemico.

Specialmente quest'ultima considerazione, l'avviso di un pericolo vicino, diede molto a pensare a Ben Hur, rimasto solo nella tenda dopo la partenza di Ilderim. I suoi avversari erano personaggi potenti ed astuti. Se essi lo temevano, egli aveva maggior ragione di temerli. Cercò di chiarirsi bene la situazione e di riflettere sul modo in cui l'odio di essi avrebbe potuto esplicarsi, ma i suoi pensieri venivano costantemente turbati dalla visione della madre e della sorella. Poco importava se il fondamento di questa sua persuasione era debole, riposando essa interamente sul fatto che Messala non aveva appreso la loro morte; la gioia che egli provava, soffocava ogni dubbio. Finalmente aveva trovato una persona la quale sapeva dove esse erano celate, e, nella esaltazione del momento, la loro scoperta gli sembrava già vicina, un evento di prossima attuazione. Con tutti questi pensieri e sentimenti pensava con una specie di mistica certezza che Iddio stava per presceglierlo al compimento di una grande missione.

Di tanto in tanto, richiamando le parole di Ilderim, egli si meravigliava donde l'arabo avesse tratte le informazioni sul suo conto; non da Malluch certamente; non da Simonide, l'interesse del quale stava al contrario nel celare ogni cosa. Messala? L'idea era ridicola. Ogni congettura approdava al medesimo risultato negativo. — «Meno male» — egli pensava consolandosi che da qualunque fonte lo sceicco avesse appreso il suo nome e i particolari della sua vita, non poteva essere che da un amico, il quale, come tale, si sarebbe a suo tempo dichiarato. — «Un po' di pazienza, un po' di attesa» — forse la gita dello sceicco in città aveva relazione con l'affare; possibilmente la lettera favorirebbe una completa rivelazione.

E paziente egli sarebbe stato se solamente egli avesse potuto accertarsi che Tirzah e sua madre lo attendevano in circostanze tali da permettere anche ad esse le medesime speranze che egli nutriva; se, in altre parole, la coscienza non lo pungesse con mille accuse per la sua inazione.

Per isfuggire a questi rimorsi, egli si diede a passeggiare sotto gli alberi dell'Orto, ora fermandosi a osservare i raccoglitori di datteri, ora a seguire i voli degli uccelli che andavano a nascondersi nel fogliame delle palme, ora le corse dello sciame delle api, che ronzando circondavano i cespugli fioriti e carichi di bacche.

Più a lungo indugiò lungo le sponde del lago. Quelle limpide acque, appena increspate dal vento, che venivano con mormorìo sommesso a lambire voluttuosamente le rive, gli richiamavano l'immagine dell'Egiziana e la sua meravigliosa bellezza, e il ricordo di quella sera allietata dalle parole e dal canto di lei, gli riempiva il cuore di una grande dolcezza. Ripensava al fascino dei suoi modi, all'armonìa del suo riso, alle sue lusinghe e alle sue blandizie, al tepore molle di quella manina che stringeva la sua sopra il pomo del timone. Da lei il suo pensiero correva a Balthasar, e alla sua miracolosa narrazione; e da lui al Re dei Giudei, che il santo uomo con tanta profondità di convinzione diceva vivo e annunziava vicino. E qui la sua mente si arrestò, indagando il mistero di quello strano personaggio, e traendo da quelle riflessioni la soddisfazione di cui andava in cerca. Nulla è più facile della confutazione di un pensiero contrario ai nostri desideri, e Ben Hur rifiutò energicamente la definizione data da Balthasar del regno che doveva venire. Il concetto di un regno spirituale, se non era intollerabile alle dottrine Sadducee di cui era imbevuto, gli sembrava una deduzione tratta dalle profondità di una fede troppo astratta e sognatrice. Un regno della Giudea, ah sì, quello era più comprensibile; un tale regno era già esistito e per la stessa ragione potrebbe ritornare! E accarezzava il suo orgoglio il pensare un regno nuovo, più vasto nei suoi dominii, più ricco e più splendido dell'antico; un Re sotto il quale egli troverebbe e servizio e vendetta. In questa condizione d'animo egli ritornò aldovar.


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