LIBRO OTTAVO
Chi poteva resistere? Nel mondoQuale nata a fallir creatura umana?L'ambrosia che fluìa dalle sue labbra,Gli sguardi dolci, gli amorosi dettiM'avean reso come un bambinelloCullato fra le rose. La mia vitaEssa mutò. Davanti a quell'alteraBellezza sensüale io m'inchinaiCome a regina un suo fedel vassallo.Keats—Ëndimione.— Io sono la resurrezione e la vita.
Chi poteva resistere? Nel mondoQuale nata a fallir creatura umana?L'ambrosia che fluìa dalle sue labbra,Gli sguardi dolci, gli amorosi dettiM'avean reso come un bambinelloCullato fra le rose. La mia vitaEssa mutò. Davanti a quell'alteraBellezza sensüale io m'inchinaiCome a regina un suo fedel vassallo.Keats—Ëndimione.— Io sono la resurrezione e la vita.
Chi poteva resistere? Nel mondoQuale nata a fallir creatura umana?L'ambrosia che fluìa dalle sue labbra,Gli sguardi dolci, gli amorosi dettiM'avean reso come un bambinelloCullato fra le rose. La mia vitaEssa mutò. Davanti a quell'alteraBellezza sensüale io m'inchinaiCome a regina un suo fedel vassallo.
Chi poteva resistere? Nel mondo
Quale nata a fallir creatura umana?
L'ambrosia che fluìa dalle sue labbra,
Gli sguardi dolci, gli amorosi detti
M'avean reso come un bambinello
Cullato fra le rose. La mia vita
Essa mutò. Davanti a quell'altera
Bellezza sensüale io m'inchinai
Come a regina un suo fedel vassallo.
Keats—Ëndimione.
Keats—Ëndimione.
— Io sono la resurrezione e la vita.
— Io sono la resurrezione e la vita.
— «Ester, Ester! Chiama il servo, e fa ch'egli mi dia una coppa d'acqua.» —
— «Non vorreste invece del vino, padre?» —
— «Digli di portare l'una e l'altro.»
Siamo nel padiglione sulla terrazza dell'antico palazzo degli Hur a Gerusalemme. Dal parapetto prospettante il cortile Ester chiamò un servitore nel momento istesso in cui un'altro domestico s'avvicinava, inchinandosi rispettosamente.
— «Un plico pel padrone» — diss'egli, porgendo una lettera avvolta in un rotolo di tela, legato e sigillato.
Convien qui spiegare al lettore, che si era al ventunesimo giorno di Marzo, cioè quasi tre anni dopo l'Annunziazione di Cristo a Bethabara. — In quel periodo di tempo, Ben Hur, il quale non poteva soffrire l'abbandono e lo stato rovinoso del palazzo di suo padre, aveva per mezzo di Malluch comperata la casa da Ponzio Pilato, e con opportuneriparazioni, le porte, i cortili, le scale, i terrazzi, le pareti, il tetto, erano stati ripristinati al punto, che non solo non rimaneva più traccia delle tragiche vicende di cui era stata vittima la famiglia, ma tutto si trovava improntato ad una ricchezza e ad uno splendore maggiore. Ad ogni angolo il visitatore incontrava prove del buon gusto che il giovane proprietario aveva portato dal suo lungo soggiorno nella villa di Miseno e nella capitale Romana.
Non si deve da ciò concludere che Ben Hur si fosse pubblicamente fatto riconoscere proprietario.
Secondo lui non ne era ancora venuto il momento, e per la stessa ragione non aveva neppure ripreso il suo vero nome.
Accudendo al lavoro di preparazione in Galilea, seguiva pazientemente l'opera del Nazareno: un personaggio che gli appariva più misterioso che mai, e i cui prodigi, spesso compiuti in sua presenza, lo riempivano d'angosciosi dubbï sulla sua personalità e sulla sua missione. Di tempo in tempo veniva alla città santa ad alloggiare nella casa paterna, ma sempre di nascosto e come ospite.
È bene notare però, che queste periodiche visite di Ben Hur non erano unicamente dovute al bisogno di un po' di riposo. Balthasar ed Iras alloggiavano nel palazzo, ed egli non era insensibile al fascino della fanciulla, mentre il padre, quantunque indebolito di corpo, possedeva ancora tanta forza intellettuale da interessare vivamente il giovane coi suoi sorprendenti discorsi intorno alla divinità del ramingo taumaturgo, di cui tutti erano in attesa.
In quanto a Simonide e ad Ester, essi erano arrivati da Antiochia solo pochi giorni prima, dopo un viaggio faticoso per il vecchio, portato in un palanchino sospeso fra due cammelli, che non sempre camminavano allo stesso passo. Ma una volta arrivato, non pareva al pover'uomo di vedere abbastanza del suo paese natìo. Il suo diletto era di passare il tempo sul tetto, rannicchiato su di una seggiola, precisa all'altra lasciata ad Antiochia. All'ombra del padiglione egli respirava con gioia l'aria dei vicini colli; vedeva sorgere il sole, ne seguiva il percorso sino al suo cadere, e pensava al passato. Colla sua Ester vicina, gli era più facile, là, in vista del cielo, il rievocare l'imagine di quell'altra fanciulla da lui amata in gioventù, di colei che fu sua moglie e che col passar degli anni gli era sempre divenuta più cara. Malgrado ciò, non trascurava gli affari. Ogni giorno un messaggero gli portava il rapportodi Samballat, cui era stata affidata la direzione degli affari, ed ogni giorno ripartiva un messaggero latore d'indicazioni così particolareggiate da non lasciar posto ad alcuna iniziativa che non fosse la propria, nè ad alcuna eventualità salvo, beninteso, quelle che per volontà di Dio sfuggono alla previsione del più chiaroveggente degli uomini.
Mentre Ester faceva ritorno al padiglione, il sole che illuminava il terrazzo della casa, ravvolse in un'onda di luce, che fece vieppiù risaltare la grazia della sua persona, la perfetta regolarità del suo volto, la sua rosea carnagione spirante gioventù e salute, e il suo sguardo intelligente, abbellito da un'espressione d'infinita bontà. In una parola appariva una donna da amarsi con tutto l'animo, ed il cui amore era da ambirsi come il colmo della felicità.
Essa guardò il plico, si fermò, lo guardò una seconda volta più attentamente, ed arrosì riconoscendo il sigillo di Ben Hur. Accelerò il passo e lo porse al padre.
Simonide attese un momento, e anch'egli esaminò il sigillo. Aperto il plico ne estrasse il rotolo, che porse alla fanciulla. — «Leggi,» — le disse.
Gli occhi del padre erano fissi su di lei mentre parlava, e un'espressione di tristezza gli si dipinse sul volto.
— «Vedo che sai da chi esso viene. Ester.» —
— «Sì, dal... nostro... padrone.» —
Quantunque le parole uscissero a stento, nessun turbamento appariva nello sguardo che le accompagnò.
Lentamente il vecchio lasciò cadere il capo sul petto.
— «Tu l'ami, Ester,» — disse con voce calma.
— «Sì,» — rispose la fanciulla.
— «Hai ben riflettuto a quello che fai?» —
— «Mi sono provata a non pensare a lui, padre, e solo a ricordarmi, com'è mio dovere, ch'egli è il nostro padrone. Ma lo sforzo è tornato vano.» —
— «Sei una buona figliuola, sì, una buona figliuola, come lo era tua madre» — mormorò il vecchio, facendosi pensoso; dopo qualche istante continuò:
— «Che Iddio mi perdoni, ma son d'avviso che l'amor tuo non sarebbe vano, s'io avessi conservato tutto quanto era in mio possesso, com'era pure in mia facoltà di fare. Grande è la potenza del danaro!» —
— «Sarebbe stato peggio per me se tu l'avessi fatto, poichè allora sarei indegna d'un suo sguardo e non potrei essere orgogliosa di te. Non vuoi ora che legga?» —
— «Un momento» — esclamò, — «lascia che a findi bene, figliuola mia, ti faccia conoscere il male in tutta la sua estensione. Valutandolo meco, può darsi che ti sembri meno terribile. Il suo cuore, Ester, è impegnato.»
— «Lo so,» — fece ella tranquillamente.
— «L'Egiziana lo ha colto nella sua rete,» — continuò Simonide, — «essa ha tutta l'astuzia della sua razza aggiunta alla bellezza che affascina. Molta bellezza e molta astuzia, ma, come le altre sue pari, poco cuore. La figlia che disprezza il proprio padre non può fare la felicità del marito.» —
— «Merita essa quest'accusa?» —
— «Balthasar,» — proseguì Simonide, — «è uomo saggio, singolarmente dotato per un Gentile, e la sua fede lo nobilita: eppure sua figlia lo deride. La udii io stesso ieri, parlando di lui, uscire in queste parole: — «Le follìe della gioventù sono perdonabili, ma nulla è ammirabile nei vecchi all'infuori della saggezza, e quando questa se n'è andata, il meglio ch'essi possano fare è di morire.» —
Parole crudeli, degne d'un Romano.
Io, vedi, le applicai a me stesso, ben sapendo come non sia da me lontana quella debolezza ch'ella rinfaccia al padre suo.
Ma tu, Ester, tu non dirai mai di me, nevvero, mai che sarebbe meglio ch'io fossi morto? No, mai, perchè tua madre era una figlia di Giuda.» —
Con gli occhi gonfi di lagrime, essa lo baciò, mormorando — «Son figlia di mia madre.» —
— «Sì, e mia figlia, la figlia mia, la quale è per me ciò che il Tempio era per Salomone.» —
Dopo una lunga pausa, egli appoggiò la mano sulla spalla della figlia e continuò: — «Quando egli avrà preso in moglie l'Egiziana, o mia Ester, il suo pensiero correrà a te con pentimento. Il suo spirito sarà turbato, perchè allora si accorgerà d'essere unicamente l'istrumento della malsana ambizione di quella donna. Roma è la mèta dei suoi sogni. Per lei egli è il figlio del duumviro Arrio, e non di Hur, principe di Gerusalemme.» —
Ester non si provò neppure a celare l'effetto di queste parole.
— «Salvalo, padre! Sei ancora in tempo!» — essa implorò.
Rispose il vecchio scuotendo il capo. — «Si può salvare un uomo che annega, non già un uomo innamorato.» —
— «Ma tu hai molt'influenza sopra di lui; egli è solo al mondo; additagli il pericolo; aprigli gli occhi sul carattere di quella donna.» —
— «Ciò potrebbe salvarlo da lei, ma non lo darebbe a te. No,» — e qui aggrottò le ciglia, — «io sono un servo come lo furono i miei padri, di generazione in generazione; pertanto come potrei io dirgli: — Guarda padrone, io ho una figlia che è assai più bella di quell'Egiziana e che meglio ti ama? — Non per nulla vissi libero e potente per tanti anni; — quelle parole mi abbrucierebbero la lingua, — le stesse pietre di quelle vecchie colline laggiù arrossirebbero di vergogna per me. No, per tutti i Patriarchi, Ester, anzichè profferirle, vorrei scendere con te nel sepolcro della povera mia moglie.» —
Il volto di Ester si fece di bragia.
— «Non intesi mai che tu avessi a parlargli così, padre. Io pensava solo a lui, alla sua felicità, non alla mia. Se ho osato amarlo, per questo appunto saprò mantenermi degna della sua stima: solo così potrò scusare ai mie occhi la mia follìa. Ora lasciami leggere la sua lettera.» —
— «Sì, leggila.» —
Essa lesse rapidamente come per por termine ad un argomento increscioso.
— «Nisan, 8 giorno, sulla via da Galilea a Gerusalemme.» —Il Nazareno è pure in cammino. Con lui, ma a sua insaputa io conduco tutta una legione dei miei. Una seconda legione ci segue. La Pasqua serve di pretesto all'agglomeramento. Egli disse alla partenza — «Andremo a Gerusalemme e tutte le cose che furono scritte di me dai profeti avverranno.» —— «La nostra attesa è presso al suo termine.» —— «In tutta fretta.» —— «La pace sia con te, Simonide.» —— «Ben Hur.» —
— «Nisan, 8 giorno, sulla via da Galilea a Gerusalemme.» —
Il Nazareno è pure in cammino. Con lui, ma a sua insaputa io conduco tutta una legione dei miei. Una seconda legione ci segue. La Pasqua serve di pretesto all'agglomeramento. Egli disse alla partenza — «Andremo a Gerusalemme e tutte le cose che furono scritte di me dai profeti avverranno.» —
— «La nostra attesa è presso al suo termine.» —
— «In tutta fretta.» —
— «La pace sia con te, Simonide.» —
— «Ben Hur.» —
Ester restituì la lettera al padre, soffocando a stento un singhiozzo.
Non v'era una sola parola per lei, neppure un saluto! Eppure non sarebbe stata gran cosa l'aggiungere — «La pace sia anche coi tuoi.» — Per la prima volta in vita sua provò il morso della gelosia.
— «L'ottavo giorno» — ripetè Simonide, — «l'ottavo giorno; e questo, Ester, è....» —
— «Il nono» — rispose la figlia.
— «Allora potrebbe essere già a Bethania.» —
— «E forse potremo vederlo questa stessa sera,» — soggiunseessa, dimenticando per un'istante il proprio disinganno nella gioia di quella prospettiva.
— «Può darsi, può darsi! Domani è la festa del pane azzimo e probabilmente vorrà assistervi; vedremo fors'anche il Nazareno; sì, forse li vedremo entrambi, Ester.» —
In quel punto comparve il servo col vino e l'acqua. Ester servì il padre, e, mentre era così occupata, Iras si presentò sul terrazzo.
Agli occhi dell'Ebrea, l'Egiziana non era mai parsa così bella come in questo momento.
Le sue vesti leggiere come veli le svolazzavano intorno, e l'avviluppavano come in una nuvoletta di nebbia; la fronte, il collo e le braccia scintillavano per i grossi gioielli tanto in uso presso il suo popolo. Ilare il volto, esultante in ogni movimento della persona, compresa della propria bellezza, ma senza affettazione, tale era Iras. Ester al vederla si sentì una stretta al cuore e si fece più vicina al padre.
— «Pace a voi, Simonide, e pace alla vezzosa Ester,» — incominciò la giovane Egiziana. — «Voi mi rammentate, messere, sia detto senz'offendervi, quei preti di Persia che al declinar del giorno salgono in cima al Tempio per rivolgere le loro preghiere al sole che tramonta. Se non ne conoscete il rito lasciatemi chiamar mio padre, egli è versato nella magìa.» —
— «Bella Egiziana» — replicò il negoziante, chinando il capo con gravità cortese, vostro padre è tal uomo da non ritenersi offeso s'egli mi udisse dire che la sua scienza persiana è la parte minima della sua saggezza.» —
Iras sorrise ironicamente.
— «Parlando da filosofo, come me ne date l'esempio,» — rispose, — «una parte minima suppone necessariamente una parte maggiore. Ora ditemi di grazia quale stimate voi essere la parte maggiore di quella rara qualità che vi piace attribuirgli?» —
Simonide le lanciò uno sguardo severo.
— «La pura saggezza si rivolge sempre a Dio; la più pura saggezza è la conoscenza di Dio, e io non conosco nessuno che la possegga in grado più elevato, o che meglio la manifesti nella parola o negli atti, del buon Balthasar.» — E per troncare il discorso alzò la coppa e sorseggiò.
L'Egiziana, un po' stizzita, si volse ad Ester.
— «Un uomo che ha dei milioni in serbo e possiede flotte di navi, non può comprendere in quali cose noi poveredonne troviamo diletto. Lasciamolo. Là presso al muricciolo potremo conversare.» —
Si avvicinarono al parapetto e si fermarono proprio al punto ove, anni prima, Ben Hur aveva smosso quel coccio di tegola, che era caduto sulla testa di Grato.
— «Non sei mai stata a Roma?» — chiese Iras trastullandosi negligentemente con uno dei braccialetti che si era tolto dal braccio.
— «No» — rispose timidamente Ester.
— «Non hai mai desiderato di andarvi?» —
— «Neppure.» —
— «Ah, come è stata banale la tua vita!» —
Il sospiro che accompagnò quelle parole non avrebbe potuto essere più eloquente, se l'Egiziana avesse voluto con esso commiserare il proprio destino. Un istante appresso proruppe in uno scroscio di risa ed esclamò: — «Oh mia povera ingenua, gli uccelletti che ancor non hanno lasciato il nido sanno poco meno di te.» — Ma vedendo l'imbarazzo d'Ester, di nuovo cambiò tattica e proseguì in tono di confidenza: — «Via, non offenderti, io scherzava. Lascia che baci la ferita e che ti dica ciò che a nessun'altra persona direi» — e con un nuovo scroscio di risa che abilmente mascherò il lampo che le guizzò negli occhi, disse: — «Viene il Re!» —
Ester la guardò sorpresa.
— «Il Nazareno» — continuò Iras — «Colui di cui tanto parlarono i nostri genitori e pel quale ha tanto lavorato Ben Hur» — qui la sua voce s'abbassò. — «Il Nazareno arriverà domani, e Ben Hur sarà qui questa sera.» —
Ester fece uno sforzo per dissimulare la propria agitazione, ma non vi riuscì, abbassò gli occhi, si fece rossa in viso, e non vide il sorriso trionfante sul volto dell'Egiziana.
— «Guarda. Eccone la prova» — e si tolse dalla cintura un rotolo.
— «Rallegrati meco, amica mia! Egli sarà qui questa sera! Sul Tevere egli possiede un palazzo principesco che m'ha promesso in dono; esserne la padrona vuol dire essere....» —
Qui il rumore di passi accelerati nella sottostante via la interruppe, e sporgendo il capo dal parapetto, tosto ne lo ritrasse esclamando con gioia: — «Benedetto sia Iside; è lui, è Ben Hur; strano ch'egli arrivi mentre stavamo parlando di lui. Se questo non è di buon augurio vuol dire che non vi sono più Dei. Abbracciami, Ester.» —
L'Ebrea la guardò con volto acceso e cogli occhi esprimenti, forse per la prima volta in sua vita, un sentimento non lontano dall'ira. Quasi non bastasse che a lei fosse proibito di pensare, salvo in sogno, all'uomo da lei amato, doveva anche la fortunata rivale confidarle tutta trionfante i proprii successi e le brillanti sue speranze nell'avvenire. A lei, serva d'un servo, non una parola, neppure un cenno, mentre costei poteva far pompa di una lettera di cui era facile indovinare il contenuto. Era troppo! Essa non si potè trattenere dal chiedere:
— «L'ami tanto, dunque, oppure ami Roma di più?» —
L'Egiziana indietreggiò di un passo, chinò l'altiera sua testa fin quasi a toccare quella dell'Ebrea, e chiese a sua volta: — «Che importa a te, o figlia di Simonide?» — Ester, tuttora in preda alla sua agitazione, incominciò;
— «Egli è...» — ma un pensiero fulmineo le arrestò sulle labbra la parola che stava per pronunciare; essa si fece confusa, trepidante, indi ricuperata un po' di calma potè proferire: — «Egli è l'amico di mio padre.» —
Per nulla al mondo avrebbe in quel momento potuto confessare la propria condizione servile. Iras rise leggermente.
— «Non altro che questo?» — chiese in tono beffardo. — «Ah, per gli Dei d'amore dell'Egitto, tienti pure i tuoi baci, tu stessa m'hai testè appreso che ve ne sono altri di ben maggior valore che mi attendono qui in Giudea e... vado a prendermeli; la pace sia con te!» —
Ester seguì collo sguardo la rivale finchè, scendendo lentamente gli scalini, essa scomparve; allora si nascose il volto nelle mani e proruppe in lagrime, lagrime di vergogna e di dolore, mentre, ad accrescere lo stato d'orgasmo in cui si trovava, le si affacciarono alla mente, con un nuovo e scottante significato, le parole del padre: — «L'amor tuo non sarebbe vano s'io avessi conservato tutto quanto io possedeva, com'era in mia facoltà di fare.» —
Quando la povera fanciulla ebbe ricuperata la sua calma, le stelle luccicavano già per la volta del cielo, illuminando debolmente la città e la catena di monti che la circondavano. Ester ritornò nel padiglione e riprese il suo solito posto presso il padre. Evidentemente il destino voleva che quello, e solo quello, fosse il compito cui doveva dedicare, se non la vita, la sua gioventù; e, sia detto a sua lode, ora, che era passato il primo impeto d'amarezza, l'idea di quel dovere destò in lei un senso di sollievo.
Un'ora dopo la scena del terrazzo, Balthasar e Simonide, quest'ultimo accompagnato da Ester, si ritrovarono nella sala grande del palazzo, e, mentre discorrevano fra loro, comparvero Ben Hur ed Iras. Il giovane Ebreo, precedendo la sua compagna, si avvicinò dapprima a Balthasar, scambiando i saluti d'uso, indi si volse verso Simonide, ed alla vista d'Ester trasalì.
Avviene qualche volta che il nostro cuore si mostra capace d'accogliere due passioni dominanti ad una volta. L'ardore dell'una non esclude la coesistenza dell'altra, a condizione però che questa rimanga in uno stato poco più che latente. Le speranze ed i sogni nutriti da Ben Hur, l'influenza esercitata su di lui dalle condizioni del paese, insieme al fascino dalla bella Egiziana, avevano fatto del giovane, nel più largo significato mondano della parola, un uomo ambizioso; e di mano in mano che questa sua passione si accresceva, le risoluzioni e gl'impulsi d'altri tempi andavano impercettibilmente, ma sicuramente affievolendosi, fin quasi a perdersi nell'oblìo. Non giudichiamolo troppo severamente, caro lettore. Il dimenticare è un facile peccato in gioventù, e poi nel caso particolare di Ben Hur, era ben naturale che le sue sventure ed il mistero in cui era avvolto il destino della sua famiglia, sempre meno lo preoccupassero quanto più vicina facevasi la meta delle sue nuove aspirazioni.
Come dicemmo, egli rimase sorpreso al vedere il cambiamento che il tempo aveva operato nell'aspetto della bellissima Ester, e nell'istante in cui si arrestò a contemplarla una voce interna corse a rammentargli i voti dimenticati ed i negletti doveri.
Per un momento ne fu turbato, poscia, ritornando padrone di sè, esclamò: — «Pace a te, dolce Ester, e a te, Simonide, che all'orfana facesti da padre. Che la benedizione del Signore ti protegga!» —
Ester lo ascoltò cogli occhi fissi a terra. Simonide rispose:
— «Faccio eco al saluto che ti diede il buon Balthasar! — Figlio di Hur, che tu sia il benvenuto nellacasa di tuo padre! Siedi e narraci dei tuoi viaggi, di ciò che tu hai fatto e del meraviglioso Nazareno. Siedi fra noi due, onde non ci sfugga una parola.» —
Ester con premurosa sollecitudine gli avvicinò una sedia.
— «Grazie,» — le disse Ben Hur, con riconoscenza.
Sedutosi e scambiate alcune parole di poco momento, prese a dire:
— «Ho a parlarvi del Nazareno.» —
I due vecchi lo guardarono subito con vivo interessamento.
— «Per molti giorni io l'ho seguito, tenendolo d'occhio con febbrile ansietà. Lo vidi in tutte le possibili circostanze in cui è dato di vegliare e di giudicare un uomo ed ora vi dico che mentre ho la certezza ch'egli sia un uomo come lo sono io stesso, non sono meno certo ch'egli ha qualcosa di più.» —
— «Di più, in che modo?» — chiese Simonide.
— «Ecco, ve lo dirò....» —
Una persona entrò in quel momento e l'interruppe. Ben Hur si volse, mandò un grido di gioia, e, alzatosi, le corse frettolosamente incontro. — «Amrah!» — «esclamò — «mia buona e vecchia Amrah!» —
Essa venne lentamente a lui, e gli astanti che videro la gioia dipinta sul volto dell'affettuosa vecchia non si accorsero neppure che quel volto era ingiallito come un'antica pergamena e solcato di rughe.
Essa si prostrò ai piedi del padrone, ne abbracciò le ginocchia e gli baciò ripetutamente le mani, ma quando questi, abbracciatala, le chiese — «Buona Amrah, e tu non sai nulla di loro, — non una parola, non un cenno?» — la poveretta scoppiò in singhiozzi più eloquenti d'ogni parola.
Per qualche tempo nessuno parlò; finalmente Ben Hur, a stento trattenendo le lagrime, di cui come uomo si vergognava in presenza di terzi, disse solennemente:
— «Che la volontà di Dio sia fatta!» — indi, riuscendo a vincere la propria emozione, proseguì. — «Vieni, Amrah, siedi vicino a me. No? non vuoi? ebbene sta pure ai miei piedi mentre io narro a questi miei buoni amici la storia di un uomo meraviglioso che è venuto al mondo.» —
Essa si scostò ed accovaciatasi per terra, colle spalle appoggiate alla parete e le mani incrociate sulle ginocchia, diede a vedere agli altri che l'unico suo desiderio era quello di contemplare il padrone.
Ben Hur, facendo un inchino ai due vecchi, riprese:
— «Non vorrei rispondere alla domanda fattami circa al Nazareno prima di narrarvi le cose che ho veduto fare, e tanto più ch'egli stesso sarà qui domani per recarsi al Tempio, ch'egli suol chiamare la casa di suo Padre, ed ove si proclamerà. Per cui sapremo domani chi di voi, Balthasar o Simonide abbia ragione.» —
Balthasar si fregò le mani tremanti, e domandò:
— «Dove dovrò andare per poterlo vedere?» —
— «La ressa della folla sarà enorme; sarà meglio pertanto che voi andiate sui terazzi dei chiostri, del Tempio, sul tetto del portico di Salmone.» —
— «Potrai tu venire con noi?» —
— «No» — rispose Ben Hur — «I miei amici avranno forse bisogno di me nella processione.» —
— «Processione?» — chiese stupito Simonide — «Viaggia egli pomposamente con seguito?» —
Ben Hur s'affrettò a rispondere:
— «Egli ha seco dodici uomini, pescatori, coltivatori della terra, e un oste, tutti di bassa condizione; viaggiano tutti a piedi, senza badare al vento, al freddo, alla pioggia ed al sole. Al vederli sostare di sera a mangiare un tozzo di pane prima di coricarsi sulla nuda terra nella pubblica via, mi parve di contemplare una banda di pastori reduci dal mercato col loro gregge. Solo quando il Nazareno solleva il fazzoletto per guardare qualcuno o per scuotere la polvere dal capo, mi vien dato di riconoscere ch'Egli non è solo loro compagno, ma anche loro Maestro, e non meno loro superiore che amico.» —
— «Voi» — continuò Ben Hur, dopo una breve pausa — «siete uomini accorti. Sapete benissimo come noi siamo schiavi di certi motivi impellenti, e come sia poco meno di una legge della nostra natura lo spendere la vita nel cercare di raggiungere il benessere e felicità; ora, ricordando questa legge, la quale ci permette di conoscere noi stessi, che direste voi d'un uomo, il quale potrebbe esser ricco per la facoltà da lui posseduta di convertire in oro le pietre ch'egli calpesta, e che ciò non ostante preferisce rimaner povero?» —
— «I Greci lo chiamerebbero filosofo» — osservò Iras.
— «No, figliuola» — fece Balthasar — «i filosofi non hanno mai posseduto una tale facoltà.» —
— «Come sai tu che quell'uomo la possiede?» —
Ben Hur rispose senza esitare. — «Lo vidi cambiar l'acqua in vino.» —
— «Strano, stranissimo» — mormorò Simonide — ma quello che a me sembra più meraviglioso ancora, si è ch'egli preferisca rimaner povero, mentre potrebbe essere ricco. È egli poi tanto povero?» —
— «Non possiede nulla e non invidia i beni di alcuno, anzi, compiange i ricchi, — Ma andiamo avanti. Che direste voi, se vedeste un uomo moltiplicare sette pani e due pesci in tale quantità da satollare cinquemila persone e avanzargli ancor piene le ceste?» —
— «L'hai tu veduto far questo?» — chiese Simonide.
— «Sicuro, e mangiai io stesso di quei pani e di quei pesci. Ma c'è del più meraviglioso ancora:» proseguì il narratore — «Che direste voi d'un uomo, dotato della virtù di guarire gli ammalati, al punto, che col solo toccar loro un lembo della veste, e anche semplicemente col volger loro la parola da lontano, ottiene la loro guarigione? Anche questo io vidi, non una volta, ma ripetutamente.
All'uscire della città di Gerico due ciechi lungo la via chiamarono il Nazareno; egli toccò loro gli occhi ed essi videro. Gli fu portato un paralitico incapace di muoversi; egli pronunciò semplicemente le parole: — Vanne alla tua casa — e l'uomo se n'andò guarito. Che dite di queste cose?» —
Il negoziante non sapeva che cosa rispondere.
— «Credete voi, come ho udito dire, ch'egli altro non sia che un abilissimo cerretano? A questo rispondo col narrarvi cose maggiori ch'io lo vidi compiere. Voi conoscete bene quella maledizione di Dio, detta la lebbra, cui solo sollievo è la morte?» —
A queste parole Amrah sussultò, e fece per alzarsi, poi s'arrestò porgendo attento orecchio.
— «Che cosa direste» — continuò sempre più infervorandosi Ben Hur — «se aveste veduto ciò ch'io sto per raccontarvi? Un lebbroso venne al Nazareno, mentre io mi trovava con lui in Galilea, e gli gridò — Signore, se tu vuoi, puoi liberarmi da questo male. — Egli toccò il lebbroso con una mano, dicendogli: — Che tu sia purificato — ed istantaneamente quell'uomo ridivenne sano come ogn'uno di noi spettatori, che in gran numero fummo presenti alla meravigliosa guarigione.» —
Amrah ascoltava agitata e febbricitante; le indebolite sue facoltà mentali a mala pena le consentirono di seguire e comprendere le parole del padrone.
— «Poscia» — continuò Ben Hur — «dieci lebbrosivennero in una sol volta a lui, e cadendogli ai piedi, gridarono: — «Maestro, Maestro, abbi pietà di noi!» — egli rispose loro: — Andate a mostrarvi al sacerdote, com'è prescritto dalla legge, e prima ancora d'arrivare da lui sarete guariti.» —
— «E lo furono?» —
— «Strada facendo la loro infermità scomparve e nulla rimase a rammentarli della malattia fuorchè le luride vesti.» —
— «Di simili fatti non si ebbe mai contezza finora in Israele» — mormorò Simonide, e, mentre gli sfuggivano queste parole, Amrah si alzò ed uscì senza che alcuno se n'accorgesse.
— «Vi lascio immaginare quali pensieri suscitassero in me atti simili, compiuti sotto i miei propri occhi» — proseguì Ben Hur — «Eppure i miei dubbi, i miei sospetti, il mio stupore dovevano ricevere nuovo alimento. — Non ignorate come sia impetuoso ed irrequieto il popolo di Galilea; dopo anni d'attesa nulla poteva più frenarlo. — «Egli esita a proclamarsi» — dicevano tutti — «Ebbene obblighiamolo a farlo.» — Io stesso, lo confesso, era impaziente. S'egli doveva essere Re, perchè aspettare? Le legioni erano pronte, e così avvenne che un bel giorno, mentr'egli insegnava in riva al mare, volemmo a tutta forza incoronarlo, ma egli ad un tratto scomparve, per ricomparire in seguito su di un legno che s'allontanava dalla costa. — Buon Simonide, i desiderii pei quali sogliono impazzire gli altri uomini sono sconosciuti a costui; le ricchezze, il potere, persino una regal corona offerta dall'amore d'un gran popolo, non hanno attrattiva per lui: che ne dite?» —
Il negoziante col capo abbassato sul petto, era tutto assorto in una profonda meditazione. Rialzando finalmente il capo e disse con fermezza: — «Il Signore vive, e le parole dei profeti non possono mentire. Il tempo non è ancora maturo; la giornata di domani risponderà.» —
— «Sia pur così» — soggiunse Balthasar con un sorriso, ed anche Ben Hur disse — «Sia pur così» — Poi continuò: — «Non ho ancora finito. — Da questi atti così stupefacenti da non essere al disopra d'ogni sospetto per parte di chi non fu, come me, presente egli stesso, passiamo ad altri ben più meravigliosi e quelli dalla creazione del mondo in poi, vennero sempre ritenuti come trascendenti la potenza umana. Ditemi se vi fu mai alcunoche abbia strappato alla morte la sua preda, che abbia restituita la vita a chi l'aveva perduta, chi se non...» —
— «Dio» — interruppe Balthasar in tono riverente.
— «Oh, saggio Egiziano. Io non voleva pronunciare quel nome che voi stesso mi ponete sulle labbra. Che cosa diresti tu, ed anche tu Simonide, se aveste visto come vidi io, un uomo il quale, con poche parole, senza cerimonie e senza maggior sforzo di quello che faccia una madre per isvegliare un suo bimbo addormentato, disfa l'opera della morte? Ciò accadde a Nain. Stavamo per entrare in città, quando ne uscì un corteo recando un morto al cimitero; seguiva il convoglio una donna che piangeva dirottamente. Mosso a pietà il Nazareno le parlò, poi, toccata la bara gridò a colui che giaceva — «Alzati» — subito il morto s'alzò e parlò.
— «Dio solo può far ciò» — esclamò Balthasar rivolto a Simonide.
— «Badate bene» — continuò il narratore, — «ch'io vi racconto solo le cose da me vedute alla presenza di una quantità d'altre persone. Sulla strada per venire qui fui testimonio d'un fatto ancor più incredibile. — In Bethania eravi un'uomo di nome Lazzaro, che morì e fu sepolto. Egli vi giaceva da quattro giorni, quando il Nazareno vi si fece condurre. Levata la pietra che chiudeva la tomba scorgemmo il cadavere fasciato ed in decomposizione. Molti erano i presenti e tutti udimmo distintamente le parole del Nazareno pronunciate ad alta voce. — «Lazzaro vieni fuori» — e non potrei descrivervi che cosa io provassi al vedere quell'uomo alzarsi e venire a noi avvolto nel sudario — «Toglietegli le lenzuola di dosso» — ordinò il Nazareno, e lasciatelo andare.» — Ed allorquando le lenzuola gli furon levate, dal volto del risuscitato vedemmo il sangue scorrere di nuovo nel corpo emaciato e l'uomo ritornare quale era prima d'ammalarsi. Egli vive tuttora e chiunque può vederlo; — voi stessi potete recarvi da lui domani. Ed ora non occorre aggiunger altro, ma a voi domando quello che Simonide ebbe a domandarmi e cioè — «Non è egli più d'un uomo?» —
La domanda, fatta in tono solenne, venne dapprima accolta in silenzio, ma diede luogo in seguito ad una lunga discussione che durò fin oltre la mezzanotte. Simonide non poteva risolversi a rinunciare alla propria interpretazione dei profeti, e Ben Hur sosteneva ch'entrambi i vecchi avevano ragione, poichè, secondo lui, il Nazareno era ilRedentore come voleva Balthasar, ed anche il Re predestinato, come riteneva Simonide. Finalmente s'alzò e disse;
— «Domani vedremo. Sia pace a voi tutti» — e con questo saluto si ritirò per ritornare a Bethania.
All'indomani, appena fu aperta la porta detta della Pecora, la prima persona a uscire dalla città fu Amrah, con una cesta al braccio. Nessuna domanda le fu rivolta dai custodi perchè, abituati a vederla regolarmente ogni mattina, avevano concluso che essa era la serva fedele di qualcuno, e questo loro bastava.
Uscita dalla città, la vecchia s'avviò in direzione della vallata orientale. Il versante dell'Oliveto, d'un verde cupo, era tempestato di tende bianche recentemente piantatevi dal popolo in attesa delle feste. L'ora era però troppo mattutina perchè vi potesse essere concorso di gente, ma quand'anche vi fosse stato movimento, nessuno avrebbe molestata la decrepita viandante. Passò Getsemane, lasciò da parte le tombe al crocicchio delle vie di Bethania, ed oltrepassò il villaggio sepolcrale di Siloam. Di tempo in tempo quel povero corpo stanco vacillava, ed una volta fu forza alla poveretta di sedere per riprender fiato; alzatasi a gran fatica, proseguì con fretta crescente. Se le maestose roccie ergentisi sui due lati della strada avessero avute orecchie, l'avrebbero udita mormorare fra sè, e se esse fossero state fornite d'occhi, l'avrebbero veduta guardare di frequente la vetta del monte, come per rimproverare l'alba della sua lentezza. Se poi fosse loro stato possibile di parlare, si sarebbero dette — «l'amica nostra ha oggi gran fretta; le bocche ch'essa va a saziare devono essere ben affamate.» —
Quando finalmente raggiunse il giardino del Re, rallentò il passo, poichè era in vista dell'orrida città dei lebbrosi, estendentesi per lungo tratto attorno alla trincerata collina meridionale di Hinnom.
Come il lettore avrà già compreso, Amrah recavasi dalla sua padrona, la cui tomba dominava il pozzo di En-rogel.
L'infelice donna era già alzata e stava davanti alla porta,mentre nell'interno Tirzah dormiva ancora. La malattia aveva pur troppo fatto rapidi progressi in quei tre anni. Pienamente cosciente dell'orrore del proprio aspetto, la vedova principessa si teneva sempre gelosamente coperta dalla testa ai piedi, e, salvo qualche rara volta, non si mostrava neppure a Tirzah.
Quella mattina essa pigliava un po' d'aria a capo scoperto, confortata dalla certezza di non essere veduta da alcuno. Vi era già abbastanza luce per lasciar scorgere la strage che la lebbra aveva fatta della sua persona. — I capelli bianchi, d'una ruvidezza ribelle a qualunque trattamento, le scendevano sulle spalle come fili di ferro inargentato; le palpebre, le labbra, le narici, la parte carnosa delle guancie erano, o del tutto scomparse, o ridotte a un fetido marciume. Il collo era una massa di croste color cenere. Una mano le pendeva fuori dalle pieghe della veste, rigida come quella d'uno scheletro; le unghie erano corrose; le articolazioni delle dita in parte scoperte sino all'osso, oppure raggruppate in nodi pieni di secrezione rossiccia. La testa, il collo e la mano indicavano in modo orribile quale, pur troppo, doveva essere lo stato di tutto il corpo. Vista così non arrecava meraviglia che la vedova del principe Hur fosse riuscita a mantenere l'incognito per tanti anni. L'infelice pensava che fra poco, quando il sole avrebbe dorata la vetta dell'Oliveto, Amrah sarebbe venuta, ch'essa si sarebbe fermata prima al pozzo, poi portandosi fino ad una pietra a mezza strada fra il pozzo ed il piede del monte, vi avrebbe collocato il contenuto della sua cesta e riempita l'anfora di acqua fresca. —
Dell'antica felicità questa breve visita era ormai tutto quanto rimaneva alla povera martire. Poteva così avere notizie dell'amato figlio, e confortarsi al pensiero ch'egli almeno era sano e prosperoso. Per quanto scarse fossero quelle notizie, costituivano pur sempre un balsamo pel suo cuore esulcerato. Quando sapeva che egli era di ritorno alla casa paterna, essa usciva all'alba dalla sua cella sepolcrale e rimaneva assisa fino a mezzogiorno e da mezzogiorno fino al cader del sole, immobile come una statua nella sua veste bianca, collo sguardo sempre rivolto laggiù, al di là del Tempio, ov'era la casa sua, così ricca di care memorie, ora più cara che mai, perchè abitata dal figlio.
No, più nulla le rimaneva. Tirzah andava annoverata fra i morti, ed essa stessa trascinava una vita che altro non era che un martirio lento di cui le era forza attendere la fine.
Misera era la natura presso quella collina, nè alcun punto ridente si offriva allo sguardo onde rompere la monotonia all'occhio dello spettatore. Gli animali fuggivano quel luogo come se ne conoscessero la storia e l'uso cui era destinato; ogni verde pianticella vi periva nella sua prima età; il vento vi sradicava gli ischeletriti arbusti e soffiava spietatamente nell'erica inaridita. La desolazione generale veniva inoltre accentuata dai numerosi emblemi di mortalità, — sepolcri e null'altro che sepolcri, — tutti di fresco imbiancati per norma dei pellegrini; la stessa volta azzurra del cielo, pel penoso contrasto fra lo splendore lontano e la miseria colla quale la povera lebbrosa era in immediato contatto, rendeva più insopportabile quel soggiorno maledetto. Qual sollievo poteva arrecarle la luce del sole, che non fosse amareggiato dal pensiero che senza quella luce essa e sua figlia non sarebbero oggetti d'orrore a se stesse ed agli altri! E se mi chiedete perchè essa medesima non poneva fine a quel martirio, rispondo:
Perchè la legge lo proibiva!
Un Gentile potrà sorridere di questa risposta, ma non mai un figlio d'Israele.
Mentre l'infelice stava mestamente ripensando ai casi suoi, una donna comparve ansante e vacillante come oppressa da fatica.
La vedova balzò in piedi, si coprì rapidamente il capo e gridò con una voce di singolare asprezza: — «sono infetta, sono infetta!» —
L'istante appresso, senza menomamente badare all'avvertimento, Amrah si era precipitata ai suoi piedi. Tutto l'amore da tanti anni accumulatosi e compresso nel cuore di quella buona creatura proruppe d'un tratto; — con lagrime e protestazioni appassionate essa baciò e ribaciò le vesti della padrona, la quale si era dapprima provata a strapparsi da lei, ma, non riuscendovi, dovette attendere che l'agitazione della fedele ancella si fosse calmata.
— «Che hai mai fatto, Amrah?» — esclamò. — «È con tale disubbedienza che tu provi il tuo affetto per noi? Sciagurata! Tu sei perduta, e... il tuo padrone... tu non potrai mai più ritornare a lui!» —
Amrah, sempre ai piedi della vedova, singhiozzava nella polvere.
— «Il bando della legge ora colpisce anche te. Non puoi più ritornare a Gerusalemme. Che diverrà di noi? Chi ci darà pane? Oh, disgraziata, noi siamo perdute.» —
— «Pietà, pietà,» — singhiozzava Amrah prostrata al suolo.
— «Toccava a te aver pietà di te stessa e di noi. Ove potremo fuggire? Non v'è speranza alcuna d'aiuto. Serva infedele! non pesava già abbastanza su di noi la collera del Signore?» —
Qui Tirzah, svegliata dal rumore, comparve sulla soglia del sepolcro. La penna si rifiuta a descrivere minutamente l'aspetto di quella sventurata. Mezza nuda, coperta di croste e di lividi cicatrici, quasi cieca, colle gambe e le estremità gonfie fino a raggiungere dimensioni grottesche, tale era Tirzah, che noi conoscemmo vaga creatura, seducente e piena di grazia infantile.
— «È Amrah, madre?» —
La serva fece per trascinarsi a lei.
— «Fermati Amrah!» — gridò imperiosamente la vedova, — «ti proibisco di toccarla. Alzati e parti prima che qualcuno ti veda. Ma no.... dimenticava.... è troppo tardi! Tu devi ormai restar qui a dividere la nostra sorte. Alzati, ti dico.» —
Amrah si pose ginocchioni e lottando coll'emozione che tuttora l'agitava, a stento potè profferire: — «Oh, mia buona padrona! Non sono un'infedele, un'ingrata — ti porto buone notizie.» —
— «Di Giuda?» — e nel rivolgerle avidamente quella domanda la vedova si scoperse in parte il capo.
— «V'è un'uomo meraviglioso» — continuò Amrah con voce fioca — «il quale ha il potere di guarirvi. Egli pronuncia una parola, e, subito.... gli ammalati.... diventano sani.... e i morti ritornano a vivere.... Sono venuta.... per condurvi da lui!» —
— «Povera Amrah!» — mormorò Tirzah in tono di compassione.
— «No» — gridò la vecchia con calore, comprendendo il significato di quell'esclamazione, — «no, per il Signore vivente, per il Signore d'Israele, pel Dio vostro e mio, vi giuro ch'io dico la verità. Venite con me, ve ne prego, e non perdiamo tempo. Stamane egli sarà in cammino per la città. — Guardate, già s'avanza il giorno. Presto, mangiate qualche cosa e partiamo.» —
La madre era stata tutt'orecchi. Forse la fama dell'uomo misterioso era già giunta sino a lei.
— «Chi è costui?» — chiese.
— «Un Nazareno.» —
— «Chi ti parlò di lui?» —
— «Giuda.» —
— «Giuda te ne parlò? Come? È egli a casa?» —
— «Arrivò ieri sera.» —
La povera lebbrosa sforzandosi a comprimere i violenti battiti del cuore, stette un momento silenziosa.
— «Fu Giuda che ti mandò a dirmi questo?» —
— «No, egli vi crede morte.» —
— «Vi fu una volta un profeta che curò un lebbroso» — disse pensierosa la madre, rivolgendosi a Tirzah, — «ma egli teneva il suo potere da Dio» — indi guardò di nuovo Amrah. — «Come sa mio figlio che quell'uomo ha una tale facoltà?» —
— «Giuda viaggiò con lui, udì i lebbrosi chiamarlo e li vide allontanarsi guariti, — prima uno solo, poi dieci, e poi tutti guarirono.» —
Di nuovo la vedova tacque, ma l'ischeletrita sua mano tremava visibilmente. Forse essa si sforzava di dare al racconto la sanzione della fede, la quale è sempre assolutista delle sue esigenze, e di persuadersi che il suo caso non era diverso da quello degli altri infelici che Cristo aveva miracolosamente guarito. Non già ch'ella dubitasse dell'esattezza del fatto, poichè suo figlio ne attestava l'autenticità, ma essa cercava di comprendere la facoltà mercè la quale un uomo poteva compiere cose così miracolose. Sta bene investigare il fatto, ma per comprendere la facoltà da cui il fatto procede è indispensabile comprendere Dio; e colui che attende finchè ha compreso quel mistero è destinato a morire nell'attesa. Nella vedova la perplessità fu di brevissima durata; voltasi a Tirzah esclamò:
— «Costui non può essere che il Messia!» — e non pronunciò quelle parole colla freddezza di chi razionalmente risolve un dubbio, ma da donna d'Israele versata nelle promesse di Dio alla sua razza, da donna giudiziosa e pronta a rallegrarsi del più piccolo sintomo che accenna al compimento di quelle promesse. Poscia proseguì, con crescente animazione: — «Mi ricordo di un tempo in cui a Gerusalemme e in tutta la Giudea correva la notizia della sua nascita, sì me lo ricordo. A quest'ora egli deve essersi fatto uomo; dev'essere così, sì sì, è lui! Amrah, noi verremo teco. Portaci l'anfora d'acqua che troverai nel sepolcro e prepara il cibo; mangeremo e poi partiremo.» —
La refezione, anche perchè l'agitazione aveva tolto alle donne l'appetito, fu brevissima, e presto furono in cammino.Un sol dubbio le tormentava. L'uomo veniva da Bethania: ora da quella città tre strade conducevano a Gerusalemme, una sul primo altipiano dell'Oliveto, la seconda al piede dello stesso monte, la terza passava fra il secondo altipiano ed il monte denominato dell'Offesa. Non distavano molto l'una dall'altra, ma pure abbastanza per impedire a quelle sventurate di vedere il Nazareno caso mai non seguissero la strada da lui percorsa.
Poche parole bastarono a convincere la madre che Amrah non conosceva affatto il paese oltre la valle di Cedron, e ch'essa ignorava del pari le intenzioni dell'uomo atteso. Incombendo pertanto a lei il dirigere la spedizione, non si perde' in vane congetture.
— «Andremo prima a Bethfage» — esclamò. — «Giunte colà, se il Signore vorrà aiutarci, apprenderemo ciò che ci converrà di fare.» —
Scesero la collina fino a Tophet, presso il giardino del Re, e sostarono sul sentiero segnato nel corso dei secoli dai passi di innumerevoli viandanti.
— «Non credo che prenderà questa strada,» — osservò la vedova — «sarà meglio scegliere la campagna fra le roccie e gli alberi. Oggi è giorno di festa e vedo su quel versante indizii di folla che attende; valicando qui il monte dell'Offesa potremo schivar la gente.» —
Tirzah, che aveva finora camminato con difficoltà, all'udire quella proposta si sentì mancare.
— «Il monte è ripido, madre, non potrò mai salirlo.» —
— «Ricordati che andiamo a ricevere salute e vita. Guarda, figliuola mia, come già splende il giorno, e se quelle donne laggiù, che vengono al pozzo qui vicino, ci scorgono, ci scaglieranno contro delle pietre. Andiamo, sii forte per questa volta.» —
Così la povera madre, quantunque essa stessa soffrisse atroci torture, si provò ad infondere coraggio nella sua creatura. Amrah venne in suo soccorso. Finora quest'ultima non aveva toccato le persone delle due lebbrose, ma ora, a dispetto delle conseguenze, nonchè degli ordini della padrona, quella donna sublime per abnegazione, s'appressò a Tirzah, le prese amorosamente un braccio che si pose attorno al collo sussurrando: — «Appoggiati a me, sono forte, sai, quantunque vecchia, la strada è breve. Andiamo, coraggio!» —
Il versante della collina ch'esse s'accingevano a salire, era spesso interrotto da fossati e da ruderi d'antiche costruzioni,ma quando finalmente si fermarono sulla vetta per riprendere lena e si trovarono di fronte allo splendido panorama limitato dal Tempio coi suoi nobili terrazzi, dal monte Sion, e dalle bianche sue torri confondentisi colle nubi, la madre attinse nuova forza dal desiderio di vivere.
— «Guarda, Tirzah» — esclamò — «come le lastre d'oro della Porta Magnifica riflettono i raggi del sole quasi volessero rendere lo splendore che ricevono! Non ti ricordi del tempo quando solevamo andarvi insieme? Oh come sarà dolce il farvi ritorno! Pensa, cara, che la nostra casa non è lontana! mi pare di vederla al di là del tetto del Tempio santissimo! e Giuda che sarà là a riceverci!» —
Dal versante dell'altipiano di mezzo, ornato di mirti e d'olivi, videro sorgere sottili colonne di fumo annuncianti l'attività mattutina dei pellegrini ed avvertenti le donne della necessità di far presto.
Ma per quanto la buona Amrah s'affaticasse ad agevolare la discesa alla fanciulla, questa mandava un gemito di dolore ad ogni passo, e quando a stento fu raggiunta la strada fra il Monte dell'Offesa ed il secondo altipiano dell'Oliveto, essa cadde a terra spossata.
— «Va tu avanti con Amrah, madre, e lasciami qui,» — mormorò con un fil di voce.
— «No, no, Tirzah! A che mi gioverebbe la salute, se io sola guarissi? Allorchè Giuda mi domanderà di te, che gli risponderò io, se ora ti abbandono?» —
— «Digli che l'ho amato.» —
La madre, che s'era chinata sull'affranta figliuola, s'alzò, e volse lo sguardo attorno disperata. La gioia che la speranza d'una guarigione aveva accesa in lei, era più per la figlia che per se stessa. Tirzah era giovine ed avrebbe avuto tutto il tempo per dimenticare gli anni terribili.
Nell'istante in cui quella donna eroica stava per rinunciare ad ogni ulteriore tentativo, abbandonandosi alla volontà di Dio, vide un uomo a piedi avanzarsi a passi rapidi sulla strada da oriente.
— «Coraggio, Tirzah! confortati!» — disse, sentendosi rinascere in seno la speranza, — «vedo qualcuno, che, ne sono certa, ci darà notizia del Nazareno.» —
Amrah aiutò la fanciulla a sedere, e la sostenne in attesa dell'uomo che continuava ad avvicinarsi.
— «Nella tua bontà, madre, dimentichi che cosa noi siamo. Quello straniero ci fuggirà dopo aver imprecato contro di noi, se pur non ci prenderà a sassate.» —
— «Vedremo.» —
Era tutto quanto essa poteva rispondere, ben sapendo la povera madre quale trattamento veniva riservato dai suoi concittadini ai poveri lebbrosi.
Come già dicemmo, la strada sul ciglio della quale stavano aggruppate le tre donne, non era che un sentiero formatosi naturalmente dal passaggio dei viandanti, e serpeggiante fra cumuli di pietra calcarea. Se quello sconosciuto seguiva il sentiero, non poteva mancare di trovarsi faccia a faccia colle tre infelici. Così avvenne infatti.
Egli continuò sul sentiero finchè fu a portata d'udire il grido che la legge obbligava i lebbrosi ad emettere. La vedova s'era scoperta il capo e gridava: — «Siamo infette, siamo infette!» —
Con sua infinita sorpresa, lo sconosciuto non si fermò, ma venne tranquillamente a loro.
— «Che volete?» — chiese egli quando si trovò a soli quattro passi di distanza da loro.
— «Tu vedi il nostro stato. Sta in guardia» — disse la vedova.
— «Donna, io sono messaggero di colui il quale non ha che a parlare una volta a gente come te per guarirla. Non ho paura.» —
— «Il Nazareno?» —
— «Il Messia» — rispose.
— «È vero ch'egli verrà oggi alla città?» —
— «Egli è in questo momento a Bethfage.» —
— «E per qual via verrà?» —
— «Per questa.» —
La donna giunse le mani ed alzò gli occhi al cielo.
— «Chi credi tu ch'egli sia?» — chiese lo sconosciuto, in tono di commiserazione.
— «Il Figlio di Dio» — rispose con convinzione l'interrogata.
— «Attendilo qui allora, e poichè egli è accompagnato da una grande moltitudine, appoggiati a quella roccia bianca, sotto l'albero; quand'egli passerà non devi esitare a chiamarlo; chiamalo e non abbi timore. Se la tua fede è pari alla tua convinzione egli ti udrà quand'anche tuonasse il cielo in tempesta. Io vado ad annunciare il suo arrivo ad Israele raccolto dentro le mura e fuori della città. Pace, o donna, a te ed ai tuoi» — ed il messo proseguì la sua strada.
— «Hai udito Tirzah? Hai udito! Il Nazareno è incammino, qui, per questa strada, e ci ascolterà. Vieni, figliuola; là, sino a quella roccia, — coraggio, non è che un passo.» —
Tirzah fece uno sforzo, e aiutata da Amrah si alzò, ma mentre si movevano, Amrah disse: — «Un momento! Quell'uomo ritorna» — e si fermarono ad aspettarlo.
— «Perdono, buona donna» — fece il messo allorchè le ebbe di nuovo raggiunte — «ma ho pensato che il sole sarà cocente prima dell'arrivo del Nazareno e che alla vicina città io potrò facilmente trovar ristoro se ne avessi bisogno, per cui quest'acqua ti sarà più necessaria che a me. Prendila e buon pro' ti faccia. Non mancare di chiamarlo quando passa.» —
Così dicendo, le porse una zucca piena d'acqua, ed invece di porla a terra, gliela mise in mano.
— «Sei tu Ebreo?» — chiese essa con sorpresa.
— «Sono Ebreo, e meglio d'un Ebreo, sono un discepolo di Cristo, il quale giornalmente insegna colla parola e coll'esempio ciò che io in questo momento faccio per te. Da lungo tempo il mondo conosce la parolaCaritàsenza mai averla compresa. Di nuovo dico pace a te ed ai tuoi.» —
Egli se ne andò, e le tre donne si trascinarono alla roccia loro additata, distante circa trenta passi dalla strada. Vi si accovacciarono all'ombra di un albero i cui rami sporgevano sopra la roccia, e assaggiarono l'acqua della zucca, che fu loro di gran sollievo.
In breve Tirzah s'addormentò. Le altre tacquero, perchè essa potesse dormire tranquilla.
Durante la terza ora la strada in faccia al luogo ove riposavano le lebbrose incominciò ad animarsi pel crescente concorso di gente incamminata verso Bethfage e Bethania, ma al principio dell'ora quarta una folla straordinaria comparve sulla vetta dell'Oliveto, e le due donne veglianti videro con meraviglia che tutta quella gente portava in mano rami di palme tagliati di fresco. Mentre cercavano di indovinarne il significato, il rumore d'un altra moltitudine, proveniente da oriente, attirò in quella direzione i lorosguardi. Fu allora che la madre stimò bene di svegliare Tirzah.
— «Che vuol dire tutto ciò?» — chiese quella.
— «Egli viene» — rispose la madre. — «Costoro che noi vediamo escono dalla città e gli vanno incontro; quegli altri di cui udiamo il rumore sono gli amici che l'accompagnano, per cui è probabile che l'incontro abbia luogo proprio qui in faccia a noi.» —
— «Se è così, temo assai ch'egli ci possa udire.» —
Lo stesso timore aveva assalito la vedova.
— «Amrah,» — domandò, — «allorchè Giuda parlò della guarigione dei dieci, con quali parole disse egli che i lebbrosi chiamarono il Nazareno?» —
Essi dissero — «Signore abbi pietà di noi,» — oppure — «Maestro abbi pietà.» —
— «Null'altro?» —
— «Giuda non riferì altre parole.» —
— «Infatti non ne occorrono altre» — mormorò fra di sè la vedova. Lentamente intanto, s'avanzava la moltitudine che proveniva da oriente; quando finalmente arrivò a una distanza relativamente vicina, gli occhi dei lebbrosi si fissarono sopra un'individuo a cavallo di un asino attorno al quale la turba ballava e cantava come delirante. Egli aveva il capo scoperto ed era vestito di bianco; olivastro era il colore del viso incorniciato dai lunghi capelli castani. Non guardava nè a destra nè a sinistra, e pareva incurante del tumulto che lo circondava, mentre l'espressione di profonda malinconia nello sguardo attestava la sua indifferenza alla popolare dimostrazione di cui era fatto segno. Dietro a lui veniva la folla in interminabile processione, con immenso clamore di grida e di canti. Invero non occorreva che alcuno dicesse alle lebbrose:
— «Ecco il Nazareno!» —
— «È qui, Tirzah,» — disse la madre — «Vieni figliuola,» — e così dicendo si pose innanzi al bianco macigno e cadde ginocchioni, mentre la figlia e la servente si collocarono ai fianchi.
Al comparire della turba col Nazareno, quelli della città sostarono e si posero ad agitare le verdi palme intuonando ad una sol voce un canto, le cui parole erano: — «Benedetto sia il Re d'Israele, il quale viene nel nome del Signore!» — A quel canto risposero le migliaja di voci dell'altra folla con un grido che scosse l'aria come un improvviso e violento muggito di vento. In quello strepito lavoce delle povere donne si perdeva, ed in verità sarebbe stato un miracolo se si fosse udita. Il momento era giunto e se non ne approfittavano subito, l'occasione era perduta per sempre.
— «Facciamoci più vicini, figliuola; egli non può udirci» — fece la madre.
Si alzò e s'avanzò barcollando. Stese in alto le sue luride mani e mandò il solito grido, con voce orribilmente stridula. Il popolo la vide, vide quel volto spaventevole e ad un tratto ammutolì. Tirzah, debole e sbigottita cadde a terra.
— «I lebbrosi! i lebbrosi!» —
— «Lapidateli!» —
— «I maledetti da Dio! Uccideteli!» —
Queste ed altre imprecazioni vennero a confondersi con gli osanna di altri gruppi della folla, troppo lontani per comprendere il motivo dell'interruzione. Eranvi però alcuni i quali, avendo più lungamente seguito il Maestro, non erano rimasti insensibili al suo esempio, uomini in cui lo spirito di carità era in parte penetrato. Questi se ne stettero silenziosi e guardarono il Nazareno, il quale si fermò innanzi alle donne. La vedova alzò gli occhi e li fissò trepidanti in quel volto calmo, bellissimo, pieno di tenerezza e pietà.
— «Oh, Maestro, Maestro! tu vedi a che siamo ridotte, tu puoi guarirci, — abbi pietà di noi — pietà!» —
— «Credi tu ch'io lo possa?» — chiese il Nazareno.
— «Tu sei Colui di cui parlano i profeti, — tu sei il Messia,» — rispose la donna. A queste parole gli occhi di lui divennero raggianti.
— «Donna,» — esclamò — «Grande è la tua fede; sia di te come tu vuoi!» —
Si fermò un'istante come assorto in sè, e dimentico degli astanti, poi, senza aggiunger parola, si rimise in cammino, mentre la donna riconoscente esclamava — «Gloria a Dio l'Altissimo! Benedetto, tre volte benedetto il Figlio ch'egli ci ha dato!» — e la turba esultante, cantando osanna ed agitando le palme, seguì il Nazareno.
Si coprì il capo la vedova, ed abbracciando Tirzah esclamò, fuori di sè dalla gioia — «Alza gli occhi, figliuola! Ho la sua promessa; egli è invero il Messia, e noi siamo salve — salve!» — ed entrambe ricaddero ginocchioni e vi rimasero finchè la processione fu in vista. La coda di questa era appena scomparsa dalla vetta del monte e l'eco dello strepito era ancora nell'aria, che già incominciava a manifestarsi il miracolo.
Il primo sintomo si verificò nelle regioni cardiache delle lebbrose, ove più viva si fece la circolazione del sangue; questa andò accelerandosi in tutto il corpo, comunicando a quelle povere membra un senso d'ineffabile benessere. Ognuna delle donne si sentiva rinascere e ritornare quale era in un tempo di cui quasi avevan smarrito il ricordo. Contemporaneamente, come a completare la loro purificazione, un novello vigore invase lo spirito esaltandolo in un vero fervore d'estasi, e la coscienza del cambiamento che andava operandosi in loro generò un'inesprimibile sentimento di celeste beatitudine di cui dovevano serbare le traccie per tutta la vita.
A questa miracolosa trasformazione assisteva, oltre ad Amrah, un altro testimonio.
Il lettore ricorderà la costanza colla quale Ben Hur seguiva il Nazareno in tutte le sue peregrinazioni e, s'egli ha presente la conversazione della sera precedente, non sarà sorpreso d'apprendere che il giovane Ebreo era stato presente all'incontro delle due lebbrose: ch'egli aveva udito l'appello della madre, che ne aveva veduto il volto ributtante, che non gli era sfuggita la sua risposta. Il suo interesse pel Nazareno era più vivo che mai, come era vivo in lui il desiderio di risolvere una buona volta ogni dubbio sulla missione di quell'uomo meraviglioso; anzi questo suo desiderio si era fatto più intenso per la convinzione che in quel giorno stesso, prima del cader del sole, sarebbe stata proclamata la verità.
Egli s'era pertanto scostato dalla processione e, sedutosi su un macigno, ne aveva attesa la partenza, scambiando segni d'intelligenza con molti individui confusi nella folla che gli sfilava davanti. Erano Galilei, assoldati da lui, e portanti corte spade nascoste sotto le vesti.
Dopo qualche tempo passò un'arabo, dal volto abbronzato, conducendo per mano due cavalli.
Ben Hur gli fece segno d'avvicinarsi e quando tutta la turba fu lontana, gli disse:
— «Fermati qui; desidero esser presto in città e Aldebran mi sarà utile» — e dopo aver accarezzata la fronte spaziosa del bellissimo cavallo, andò verso le donne.
Non bisogna dimenticare ch'esse gli erano affatto sconosciute e che solo l'interessavano come soggetti d'un esperimento sopranaturale, il cui risultato l'avrebbe forse potuto aiutare a risolvere il mistero che da tanto tempo lo preoccupava.
Cammin facendo, gettò per caso uno sguardo sopra la vecchierella presso la roccia bianca, che si nascondeva il viso con le mani.
— «Per il Signore vivente, ma quella è Amrah!» — disse fra sè.
Accelerò il passo e si avanzò verso di lei senza badare alle lebbrose. — «Amrah!» — le gridò, — «che fai tu qui?» —
Essa si precipitò ai suoi piedi, acciecata dalle lagrime che le strappava il conflitto fra la gioia ed il timore, ed incapace pel momento di profferire una parola; finalmente potè esclamare:
— «Oh, padrone, padrone! Com'è buono il Signore!» — La cognizione che acquistiamo in forza della simpatia che c'ispirano altri in momenti di dure prove, è un fenomeno poco compreso e vago; è singolare che quella simpatia ci permetta, fra le altre cose, di fondere la nostra identità con gli altri in tal misura che spesso i dolori di quelli e le loro gioie diventano sensazioni nostre. Così la povera Amrah, tenutasi in disparte e nascondendo la faccia, sapeva della trasformazione operantesi nelle lebbrose, senza che le si fosse detta una parola, e sapendolo, divideva pienamente i sentimenti che provavano le due donne. — Il suo aspetto, le sue parole, il suo contegno la tradivano, e con rapido presentimento Ben Hur corse col pensiero alle lebbrose; sentì in sè la certezza che Amrah era li per loro, e si volse nell'atto stesso ch'esse si alzavano da terra. — Il cuore cessò di battergli in petto, — rimase un'istante come pietrificato — muto — atterrito.
La donna ch'egli aveva veduto in faccia al Nazareno era lì colle mani congiunte e cogli occhi bagnati di lagrime, guardando il cielo.
La trasformazione avrebbe bastato in se stessa a giustificare la sua sorpresa, ma questa non era che in piccolissima parte la causa della profonda commozione da cui si sentiva invaso.
Poteva egli credere ai proprii occhi? Sognava egli o era desto? Chi era costei che tanto assomigliava a sua madre? A sua madre com'ella era nel giorno in cui gli fu a forza strappata dal Romano, salvo che i capelli erano ora brizzolati? E chi le stava allato se non Tirzah? Fattasi più bella e più matura, ma sotto ogni altro riguardo la Tirzah di prima, quale egli se la ricordava quel mattino fatale della loro separazione.
Ben Hur le aveva credute morte e coll'andar del tempo s'era rassegnato a quella convinzione; non già ch'egli avesse cessato di rimpiangerle, ma coll'estinguersi d'ogni speranza s'erano dileguate le loro immagini, nel senso ch'esse non figuravano più nei suoi piani d'azione, nei suoi sogni d'avvenire. — Ora che se le vedeva davanti, dubitando dei proprii occhi, stese una mano sul capo della servente e tremante balbettò:
— «Amrah, Amrah! — mia madre! Tirzah! dimmi se è vero — se non m'inganno!» —
— «Padrone, parla ad esse, parla,» — rispose quella.
Non attese altro Ben Hur, ma, aprendo le braccia, si precipitò verso le donne gridando — «Madre! Madre! Tirzah! Sono io!» —
All'esclamazione del figlio rispose quella della madre e della sorella, e con non minor impeto le due donne gli si slanciarono incontro; ma ad un tratto la madre s'arrestò, balzò indietro spaventata e mandò il grido d'allarme — «Sono infetta, sono infetta! Fermati Giuda, non avvicinarti!» —
Non era per effetto d'abitudine che la povera donna emise quel grido, era l'amor materno che, superiore a qualunque altro impulso ed a qualunque considerazione, si affermava. Rapido come un lampo s'era affacciato il dubbio che, quantunque guarite, sussistesse il pericolo di trasmettere il morbo all'amato figliuolo, pel contatto delle vesti. Ma un tal timore nulla poteva su di lui, o meglio ei non vi pensò affatto. Un istante appresso, i tre, così a lungo divisi, versavano lagrime di gioia, stretti in un solo abbraccio.
Quando, passata la prima estasi, si ristabilì la calma, le prime parole della madre furono:
— «Nella nostra felicità figliuoli miei, non dimentichiamo la gratitudine. Inauguriamo la nostra nuova vita coll'innalzare una preghiera a Colui cui tutto dobbiamo;» — e caduti ginocchioni, la vedova recitò ad alta voce la preghiera di ringraziamento. Tirzah, ne ripetè ad una ad una le parole, e così pure Ben Hur, ma era evidente che la sua fede non eguagliava quella della sorella, poichè, alzati che furono, domandò:
— «In Nazareth sua patria, si dice che quell'uomo sia figlio d'un falegname. Chi sarà egli mai?» —
Con lo stesso sguardo di tenerezza dei tempi passati, la madre rispose come già aveva risposto al Nazareno:
— «Egli è il Messia.» —
— «E da dove gli viene il suo potere?» —
— «Possiamo desumerlo dall'uso ch'egli ne fa. Puoi tu dirmi s'egli ha mai fatto del male?» —
— «No, mai.» —
— «Se è così, io ti dico ch'egli tiene il suo potere da Dio.» —
Non è cosa facile l'emanciparsi di colpo da abitudini di pensiero cresciute in noi con l'andar degli anni, e quando Ben Hur si domandava quale allettamento potesse mai offrire ad un tal uomo la vanità di questo mondo, la propria ambizione non gli concedeva di riconoscersi in errore, persistendo egli come pur troppo facciamo noi, a misurare Cristo alla stregua di sè stesso. In verità, assai meglio faremmo, se valutassimo noi stessi alla stregua di Cristo.
Naturalmente fu la madre che per la prima si ricordò delle pratiche necessità della vita.
— «Che faremo noi ora, figlio mio? ove andremo?» —
Ben Hur, richiamato alla realtà delle cose, non potè a meno di constatare come ogni traccia del flagello fosse scomparsa e come ognuna delle donne avesse ricuperata tutta l'avvenenza della persona. Egli si levò il mantello e lo buttò sulle spalle di Tirzah, dicendole con un sorriso di fraterno orgoglio:
— «Lo sguardo del viandante ti avrebbe prima schivato ed ora egli non deve offendere il tuo pudore.» —
Quell'atto mise in vista la spada ond'era cinto.
— «È tempo di guerra?» — chiese la madre con curiosità.
— «No.» —
— «Perchè allora sei tu armato?» —