LIBRO QUARTO

LIBRO QUARTO

Alba.Che se il monarca ingiustoSi rivelasse?Regina.Allora attendereiLa sua giustizia; e quei felici i qualiPossono farlo con coscienza franca.Schiller— Don Carlos.

Alba.Che se il monarca ingiustoSi rivelasse?Regina.Allora attendereiLa sua giustizia; e quei felici i qualiPossono farlo con coscienza franca.

Alba.Che se il monarca ingiusto

Si rivelasse?

Regina.Allora attenderei

La sua giustizia; e quei felici i quali

Possono farlo con coscienza franca.

Schiller— Don Carlos.

Schiller— Don Carlos.

Il mese nel quale ci troviamo è quello di Luglio, nell'anno di grazia 29; il luogo Antiochia, allora regina d'oriente, e, dopo Roma, la più potente, se non la più popolosa città del mondo.

Vuolsi da alcuni che la stravaganza e la dissolutezza di quell'età abbiano avuto la loro origine in Roma, e che di là si siano diffuse in tutto l'impero, di modo che le grandi città non facevano che riflettere i costumi della metropoli Tiberiana.

Su ciò è permesso il dubbio. Sembra piuttosto che la reazione della conquista si sia ripercossa sulla morale dei conquistatori, i quali, in Grecia ed in Egitto, trovarono un'ampia fonte di corruzione; cosicchè lo studioso, che consideri attentamente questo periodo, riporterà l'impressione che la corrente demoralizzatrice movesse da oriente ad occidente, e che appunto questa città di Antiochia, sede antichissima della potenza e dello splendore Assiro, fosse una delle principali sorgenti di questo fiume letale.

Una galera da trasporto avanzava nelle acque turchine del mare, rimontando alla foce dell'Oronte. Era prima di mezzodì, e faceva un caldo intenso, ma ciò non ostante tutticoloro cui era concesso d'occupare il ponte vi si trovavano, e, fra essi, Ben Hur. Cinque anni trascorsi avevano portato il giovane Israelita a perfetta maturità. Quantunque la veste di tela bianca che lo avvolgeva, mascherasse in parte le sue forme, l'aspetto suo poteva dirsi dei più attraenti. Per oltre un'ora egli era rimasto a sedere all'ombra della vela e, durante quel tempo, i suoi compagni di viaggio e i suoi connazionali avevano indarno tentato di farlo parlare. Alle loro domande egli aveva risposto con gravità cortese sì, ma brevemente ed in lingua latina. La purezza del suo accento, la distinzione dei modi e la sua riservatezza, stimolavano vieppiù la loro curiosità. Chiunque attentamente lo osservava non poteva a meno di rimaner colpito del contrasto fra il suo portamento che rispecchiava l'elegante semplicità del patrizio, con certe particolarità personali. Per esempio le sue braccia erano sproporzionatamente lunghe, ed allorquando il rullìo della nave l'obbligava ad afferrare un punto d'appoggio, la grandezza delle sue mani, e la loro straordinaria forza, risaltavano agli occhi; per cui, alla curiosità di sapere chi egli fosse, aggiungevasi quella di conoscere le vicende della sua vita. In altre parole l'aspetto suo indicava chiaramente che egli era un uomo che aveva avuto un passato pieno di avventure.

La galera, nel suo viaggio, aveva toccato uno dei porti di Cipro e ricevuto a bordo un Israelita dall'aspetto rispettabile, tranquillo, riservato e paterno; Ben Hur si azzardò a fargli qualche domanda; le risposte sue gli ispirarono fiducia e diedero luogo ad un colloquio più amichevole. Volle il caso che, mentre la galera avanzavasi nella baja dell'Oronte, due altre navi, già scorte da lontano, la raggiungessero, e nel passare spiegassero delle piccole bandiere gialle, provocando infinite congetture circa il significato di quei segnali. Finalmente un passeggiero si rivolse al rispettabile Israelita per chiedergli schiarimenti in proposito.

— «Sì, conosco benissimo il significato delle bandiere, egli rispose; esse non indicano alcuna nazionalità ma solo i distintivi del proprietario.» —

— «E questo proprietario possiede molte navi?» —

— «Sicuro.» —

— «Voi lo conoscete? —

— «Ho avuto con lui rapporti d'affari.» —

I passeggeri rivolsero uno sguardo interrogativo all'Israelita come in attesa d'altri particolari. Ben Hur ascoltava con grande interessamento.

— «Egli abita in Antiochia» — proseguì tranquillamente l'Ebreo. — «Le sue ricchezze lo hanno reso assai noto ed i commenti sopra il suo conto non sono sempre benevoli.

V'era una volta in Gerusalemme un principe d'antichissima famiglia, di nome Hur....» — Giuda si sforzò di mostrarsi calmo, ma il suo cuore batteva forte.

— «Il principe era un negoziante dotato del genio degli affari. Iniziò molte imprese tanto nel lontano Oriente quanto nei porti d'Occidente. Nelle grandi città possedeva figliali, e quella d'Antiochia era affidata ad un tale, portante il nome greco di Simonide, ma Ebreo di nazionalità il quale si vuole fosse stato uno schiavo della famiglia.

Il padrone annegò in mare, ma, ciò non ostante, il commercio suo continuò senza diminuzione di prosperità. Poco dopo una sventura colpì la famiglia. L'unico figlio del principe, appena adolescente, attentò alla vita del procuratore Grato in una delle vie di Gerusalemme. Il colpo fallì, e del giovane si perdettero le traccie. La vendetta del Romano coinvolse tutta la famiglia e nessun membro di essa fu risparmiato. Il palazzo, chiuso, non serve ormai più che di rifugio ai piccioni; le terre furono confiscate e così pure ogni possesso degli Hur. Fu così che il Procuratore credette d'indennizzarsi della ferita ricevuta, applicandovi un cataplasma d'oro.» —

I passeggieri ridevano.

— «Volete dire ch'egli tenne per sè parte dei beni» — esclamò uno di loro.

« — Così dicono,» — replicò l'Ebreo; — «ripeto solo ciò che ho udito dire, e, per continuare la mia storia, aggiungerò che Simonide, già agente del principe in Antiochia, si mise in breve a commerciare per proprio conto ed in un lasso di tempo incredibilmente breve divenne il primo negoziante della città. Seguendo l'esempio del suo padrone, mandò carovane nell'India ed ora egli ha in mare tante galere quante basterebbero a costituire una flotta regale. Dicono che nessun affare gli sia mai andato a male. I suoi cammelli non muoiono che di vecchiaia, le sue navi non fanno naufragio. Se egli getta un pezzo di legno nel fiume, esso ritorna a lui cangiato in oro.» —

— «E questo da quanto tempo dura?» —

— «Da più di dieci anni.» —

— «Deve pur aver avuto dei mezzi per incominciare.» —

— «Già. Fu detto che il Procuratore non si pigliò che i beni del principe che potè trovare pronti a soddisfarela sua rapacità, cioè cavalli, bestiame, case, terre, stoviglie e messi. Di danaro contante non si trovò traccia, quantunque ve ne debba essere stato in gran quantità. Ciò che ne sia divenuto è tuttora un mistero.» —

— «Ma non per me» — interruppe con un sogghigno un passeggero.

— «Capisco quello che volete dire» — replicò l'Ebreo. — «Lo stesso sospetto è venuto ad altri; anzi è credenza generale che il denaro scomparso abbia costituito il primo capitale del vecchio Simonide. Lo stesso Procuratore è, o almeno era, del medesimo parere, poichè due volte in cinque anni egli ha sottoposto il negoziante alla tortura.» —

Ben Hur strinse con maggior forza la corda alla quale con una mano s'era aggrappato.

— «Si dice» — continuò il narratore — «che quell'uomo abbia tutte le ossa spezzate. L'ultima volta ch'io lo vidi era seduto sopra un divano e sembrava una massa informe sprofondata fra i guanciali.» —

— «Torturato fino a tal punto!» — esclamarono contemporaneamente alcuni uditori.

— «Gli acciacchi naturali non avrebbero potuto deformarlo in quella guisa. Eppure le sofferenze non sortirono alcun effetto. Le uniche parole che gli si poterono strappare, furono che tutto quanto egli possedeva era legalmente suo e ch'egli ne faceva legittimo uso. Egli però è ora garantito contro ogni ulteriore persecuzione da una licenza di commercio firmata nientemeno che da Tiberio.» —

— «Chi sa che cosa l'avrà pagata!» —

— «Quelle navi sono sue» — proseguì l'Israelita, senza badare all'interruzione. — «È uso dei naviganti, allorchè s'incontrano, d'issare bandiere, come per dire: «abbiamo fatto una traversata fortunata.» —

E qui finì la narrazione. Allorchè la galera si trovò più innanzi fra le due sponde del fiume, Giuda chiese all'Ebreo.

— «Come si chiamava il padrone del negoziante?» —

— «Ben Hur, principe di Gerusalemme.» —

— «Che avvenne della famiglia del Principe?» —

— «Il figlio fu imbarcato sulle galere, il che equivale a dire che è morto. Un'anno è il limite ordinario di resistenza. Della vedova e della figlia non si ha contezza e chi ne sa qualcosa non vuol parlare. Probabilmente perirono nelle celle d'uno dei castelli che costeggiano le strade della Giudea.» —

Giuda salutò e si diresse verso il posto del pilota. Egliera così profondamente assorto nei suoi pensieri, che appena s'accorse delle amene sponde del fiume, che per tutto il tratto fra il mare e la città apparivano di una sorprendente bellezza, adorne com'erano di ville ricche al pari di quelle di Napoli, e circondate di orti abbondanti di frutta e di vigneti. Neppure badò alle innumerevoli navi che gli sfilarono davanti, nè ai canti dei marinai. Tutto il cielo era illuminato di una luce rosea, che avvolgeva voluttuosamente la terra e l'acqua; solo egli gemeva, cupo ed oscuro nel volto.

Un istante solamente si scosse, quando qualcuno additò il boschetto di Dafne, visibile da un risvolto del fiume.

Allorchè la città fu in vista, i passeggeri, desiderosi di nulla perdere dello spettacolo, si portarono tutti sopra coperta.

— «Il fiume, qui, scorre verso occidente» — spiegava l'Ebreo dall'aspetto venerando, già presentato al lettore. — «Io mi rammento quando le sue acque bagnavano lo zoccolo delle mura; ma come sudditi romani noi abbiamo vissuto in pace, e, come suol avvenire in tempi tranquilli, il commercio si è imposto, ed ora tutta la riva del fiume è occupata da moli e da cantieri. Là — accennando verso mezzogiorno — è il monte Casio, o, come questo popolo preferisce chiamarlo, la montagna d'Oronte, che guarda in faccia al suo gemmello Amno a settentrione; fra loro due giace la pianura d'Antiochia. Più in giù sono le Montagne Nere dalle quali gli acquedotti dei Re ci portano acqua freschissima per inaffiare le strade e per bere, esse sono coperte da foreste piene di uccelli e di belve.» —

— «Ov'è il lago?» — chiese qualcuno.

— «Là, al nord. Vi ci potete recare a cavallo se desiderate vederlo, o meglio, in battello, poichè è unito al fiume da un canale tributario.

— «Il boschetto di Dafne» — disse in risposta ad un terzo interrogatore, — «fu incominciato da Apollo e da lui condotto a termine. Egli lo preferisce all'Olimpo. Chi vi ci si reca e gli dà uno sguardo, uno solo, non se ne parte più. Vi è un proverbio che ne dà la spiegazione:

— «Meglio essere, un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che esser l'ospite d'un Re.» —

— «Allora mi consigliate di starne lontano?» —

— «Io no, vi andrete. Tutti ci vanno; filosofi cinici, baldi giovani, donne e sacerdoti. Sono talmente certo di ciò che farete che oso darvi un consiglio. Non alloggiate in città — sarebbe una perdita di tempo; andate direttamente al villaggio situato al confine del boschetto. Il cammino conduce attraverso un giardino e fra amene fontane. Le amanti del Dio e la figliuola di Peneo lo costruirono; nei suoi porticati, nei sentieri e nei mille ritrovi voi v'imbatterete in tipi, in abitudini, in attrattive, impossibili altrove. Ma ecco le mura della città! Ecco, sono il capolavoro di Xeres, il maestro dell'arte muraria.» —

Tutti gli occhi seguirono la direzione della sua mano.

— «Questa parte fu eretta per ordine del primo dei Seleucidi. Nel corso di 300 anni ha finito col formare una massa sola colla roccia, sulla quale riposa.» —

L'encomio era ben meritato. Alte, solide, e con molti angoli arditi, si curvavano maestosamente in direzione di mezzogiorno.

— «Là, in cima, vi sono quattrocento torri, ognuna delle quali è un serbatoio d'acqua» — continuò l'Ebreo. — «State attenti e vedrete al di là del muro, per quanto alto egli sia, due colline in lontananza, dette le creste rivali di Sulpio, di cui avrete sentito parlare. L'edificio su quella più lontana è la cittadella, occupata costantemente da una legione romana. Dirimpetto, venendo verso di noi, è il tempio di Giove, ed al disotto, la facciata del palazzo del legato, e insieme fortezza, contro la quale un'attacco popolare riuscirebbe innocuo come un soffio di scirocco.» —

Mentre i marinai cominciavano ad ammainare le vele, l'Ebreo proruppe in queste parole: — «Attenti! voi che odiate il mare, e voialtri che avete fatto dei voti, preparate le vostre maledizioni e le vostre preghiere. Quel ponte, laggiù, sul quale passa la strada che conduce a Seleucia, segna il limite della nostra navigazione.

Qui le navi scaricano le merci che vengono poi trasportate a dorso di cammello. Al di là del ponte incomincia l'isola sulla quale Calinico costruì la sua nuova città, congiungendola con cinque grandi viadotti così solidi che gli anni non vi lasciarono alcuna traccia, come nessuna traccia vi lasciarono le innondazioni ed i terremoti. Quanto alla città principale poi, amici miei, basti il dirvi che il ricordod'averla veduta sarà per tutta la nostra vita una sorgente di felicità.» —

Com'egli finiva di parlare, la nave girò e s'appressò lentamente al molo volgendo il fianco alle mura, e ponendo così in maggior rilievo lo spettacolo pieno d'ammirazione presentato dal fiume in quel punto. Finalmente si gettarono le corde e si ritirarono i remi: il viaggio era compiuto. Ben Hur andò in cerca dell'Ebreo.

— «Permettetemi una parola, prima di accomiatarmi da voi.» —

L'altro acconsentì con un inchino.

— «La storia del vostro negoziante mi ha reso desideroso di vederlo. Il suo nome è Simonide non è vero?» —

— «Sì. Egli è Israelita, quantunque il suo nome sia greco.» —

— «Dove lo si può trovare?» —

L'interrogato gli diede uno sguardo scrutatore prima di rispondere, poi disse: — «Vorrei risparmiarvi una mortificazione. Egli non presta danaro.» —

— «Nè io ne voglio a prestito» — rispose Ben Hur, cui la perspicacia del compagno strappò un sorriso.

Quegli rialzò il capo e si trattenne un momento a riflettere.

— «Si dovrebbe ritenere» — riprese l'Ebreo — «che il più ricco negoziante d'Antiochia dimorasse in una casa degna di tanta ricchezza, ma non è così. Se volete trovarlo di giorno, seguite il corso del fiume fino a quel ponte, laggiù, poi ch'egli si è stabilito in una specie di fabbricato che sembra il contrafforte della muraglia. Di fronte all'entrata vi è un vasto approdo costantemente ingombrato da merci che vanno e vengono. La flottiglia che vi è ancorata è sua. Non potete sbagliare.» —

— «Abbiatevi i miei ringraziamenti.» —

— «La pace dei nostri padri vi accompagni.» —

— «E accompagni voi pure.» —

Così dicendo si separarono.

Due facchini portanti il bagaglio di Ben Hur ricevettero da questi i suoi ordini.

— «Alla cittadella» — esclamò, e quest'indirizzo dava a supporre che egli avesse relazioni militari.

Due grandi vie intersecantisi ad angoli retti dividevano la città in quartieri. Un curioso ed immenso edificio, detto il Ninfeo, sorgeva a capo della via che correva da nord a sud. I facchini lo precedettero camminando alacremente.Quantunque il nuovo arrivato giungesse da Roma, rimase sbalordito alla vista della magnificenza di quella strada. Dall'un lato e dall'altro sorgevano palazzi, e nel mezzo stendevansi doppî colonnati di marmo, con divisioni speciali pel passaggio di pedoni, animali e cocchi; alberi frondosi, fontane a getto continuo, rinfrescavano l'aria. Ben Hur non era in vena di apprezzare pienamente quello spettacolo. La storia di Simonide non gli dava pace. Giunto all'Onfalo — monumento a quattro arcate larghe come le stesse vie, superbamente illustrate da bassorilievi, erette, ed a sè stesso dedicate da Epifane, ottavo dei Seleucidi, — mutò divisamento e disse ai facchini: — «Non andrò alla cittadella questa sera; conducetemi al Khan più vicino al ponte sulla strada di Seleucia.» — La comitiva ritornò sopra i suoi passi ed in breve egli si trovò in una locanda primitiva sì, ma di ampia struttura, a poca distanza dal ponte sotto il quale il vecchio Simonide aveva stabilito la sua dimora. Tutta la notte Ben Hur rimase a giacere sul terrazzo, sempre agitato dallo stesso pensiero, e di tempo in tempo ripetendo a sè stesso «Ora, ora avrò notizie dei miei, di mia madre, della cara piccola Tirzah. Se esse sono ancora al mondo saprò trovarle!» —

All'indomani, per tempo, sprezzando le belle vie della città, Ben Hur andò in cerca della casa di Simonide. Dopo essere penetrato sotto l'arco di una torre merlata, passò una fila di moli: di là continuò a camminare lungo il fiume fra una folla di affacendati, finchè, raggiunto il Ponte Seleucio si fermò e diede un'occhiata all'ingiro. Là, immediatamente sotto al ponte, stava la casa del negoziante, una mole di pietra grigia a pareti ruvide, senza alcuno stile, e, come disse appunto il viaggiatore, formando apparentemente il contrafforte della muraglia alla quale s'appoggiava. Due portoni immensi aprentisi sulla facciata, davano accesso al palazzo. Alcuni vani, nella parte superiore muniti di forti inferriate tenevano luogo di finestre. Dai crepacci dondolavano erbe ed arbusti mentre in altri punti un muschio nerastro copriva la pietra nuda. Le porte erano spalancate: attraverso ad esse fluiva ininterrotta e frettolosa la doppia corrente del vasto commercio di Simonide.

Sul molo stavano ammonticchiate merci imballate in varia guisa, e gruppi di schiavi, nudi sino alla cintola, si aggiravano intorno ad esse, intenti al lavoro.

A valle del ponte trovavasi una flottiglia di galere, alcune in atto di caricare, altre di scaricare merci. Da ogni albero sventolava una bandiera gialla. Dalla flottiglia al molo, da nave a nave, gli schiavi passavano e ripassavano chiassosamente. Sull'opposta sponda del fiume, dall'altro capo del ponte, sorgeva dall'acqua una muraglia, al disopra della quale dominavano i fantastici cornicioni e le torricelle del palazzo imperiale occupante l'intiera area dell'isola di cui aveva fatto cenno l'Ebreo nella sua descrizione. Ma per quanto suggestivo fosse lo spettacolo Ben Hur, appena se ne accorse. Egli era tutto assorto nel pensiero che fosse finalmente giunta l'ora d'avere contezza dei suoi, se, come era certo, Simonide era stato in realtà lo schiavo di suo padre. Ma riconoscerebbe egli questi rapporti passati? Ciò equivarrebbe all'abbandono delle sue ricchezze e di quella sovranità commerciale di cui facevan regal mostra il molo ed il fiume, e ciò che era più doloroso ancora, rovinerebbe la sua fortuna, mentre si trovava all'apice di una bellissima carriera. Sarebbe inoltre stato un dichiararsi volontariamente schiavo. L'idea sola d'una tal domanda appariva mostruosa: infatti, ridotta ai minimi termini, essa suonava così: — «Tu sei mio schiavo, dammi tutto quello che hai, te stesso compreso.» — Ciò nonostante Ben Hur attingeva forza per l'imminente colloquio dalla coscienza dei proprii diritti e dalla speranza che gli batteva in cuore. Se la storia narratagli era vera, Simonide e tutti i suoi beni gli appartenevano. Ma le ricchezze, ad onor del vero, non gl'importavano affatto. Allorchè si avanzò risoluto verso la porta egli aveva già in cuor suo giurato, che, purchè ottenesse notizie di sua madre e di Tirzah, avrebbe lasciato libero Simonide, nè altro gli avrebbe chiesto.

Senza esitare più oltre, penetrò nella casa.

L'interno era semplicemente quello d'un vasto deposito, diviso in riparti ove in buon ordine merci d'ogni genere si trovavano immagazzinate. Quantunque la luce fosse fioca e l'aria soffocante, vi si lavorava alacremente, e qua e là scorgevansi operai con seghe e martelli occupati a preparare casse d'imballaggio. Egli seguì lentamente una specie di sentiero attraverso i cumuli di merci, chiedendo a sè stesso se veramente l'uomo, del cui genio vedeva intorno a sè tante prove, era mai stato lo schiavo di suo padre: se sì,a qual classe egli aveva appartenuto? Se Israelita, era egli figlio d'un servo? Forse un debitore o figlio d'un debitore? ovvero sarebbe egli mai stato condannato e venduto per furto? Questi pensieri, che gli attraversavano la mente non scemarono — forse sembrerà strano — menomamente il rispetto e l'ammirazione che sentiva crescere in sè pel negoziante.

Un uomo gli venne incontro e gli chiese:

— «Che cosa desiderate?» —

— «Vorrei parlare con Simonide, il negoziante.» —

— «Favorite da questa parte.» —

Percorrendo parecchi vani, lasciati sgombri dalle casse o dalle balle di mercanzia, arrivarono ai piedi di una scala, che li condusse sopra il tetto del magazzeno. Ad un lato di questo sorgeva l'abitazione di Simonide, un ampio fabbricato dal tetto pure terminante a terrazza, dall'ampio cornicione del quale Ben Hur vide con sorpresa pendere fiori ed arbusti bellissimi. Anche il terrazzo del magazzeno era ordinato a giardino, adorno di cespugli di rose persiane, delle quali Ben Hur aspirava con voluttà il dolcissimo profumo. Entrati nella casa e passato una specie di corridoio, tenuto in semi-oscurità, si arrestarono davanti ad una cortina in parte sollevata, mentre la guida annunziò ad alta voce:

— «Un forestiero che vuol vedere il padrone.» —

Una voce limpida rispose:

— «Lasciatelo entrare, in nome di Dio.» —

Il locale in cui Ben Hur entrò sarebbe stato chiamatoatriumda un Romano. Le pareti erano rivestite di tavolati di legno, da cui sporgevano scaffali e riparti, come si usano ancor oggi nelle case di commercio, ripieni di fogli polverosi ed ingialliti dal tempo. Al di sopra e al di sotto dei tavolati, correvano eleganti cornici di legno, in origine bianche, ora brune e polite. Il soffitto era a volta, con una cupola centrale ricoperta da centinaia di lastre di mica violacea, che diffondeva una luce deliziosamente tranquilla per tutta la stanza. Il pavimento era coperto da tappeti grigi, dal pelo così lungo e morbido che i piedi vi si sprofondavano e il rumore dei passi era inavvertibile. In mezzo alla camera, rischiarate da quella luce calma, stavano due persone; un uomo seduto in un seggiolone dallo schienale alto e foderato da soffici cuscini; alla sua destra, appoggiata alla seggiola, una fanciulla nella primavera della età. Alla loro vista Ben Hur sentì il sangue martellarglile tempie ed arrossirgli le gote. Si inchinò, parte per rispetto, parte per guadagnar tempo. Così facendo vide un gesto di sorpresa dell'individuo seduto, e un tremito che al suo apparire ne scosse la persona. Quando Ben Hur rialzò il capo, questi segni di emozione erano spariti, e l'unico cambiamento del quadro dinanzi a sè era avvenuto nell'atteggiamento della giovinetta, che ora teneva la mano appoggiata leggermente alla spalla del vecchio. Entrambi lo guardavano attentamente.

— «Se siete Simonide, ed Ebreo» — Ben Hur esitò — «che la pace del Dio di nostro padre Abramo sia con voi e coi vostri.» — Quest'ultima parte era rivolta alla giovine.

— «Io sono Simonide, Ebreo di nascita» — rispose l'altro con voce chiara e sonora. — «Vi contraccambio i saluti e nello stesso tempo vi prego di dirmi con chi ho l'onore di parlare.» —

Ben Hur guardò il suo interlocutore, e invece di una figura umana vide un corpo deforme, sprofondato nei cuscini, coperto d'un mantello di seta scura trapunta; ma su quelle povere carni si ergeva una testa di apparenza regale — la testa ideale d'un uomo di Stato o di un conquistatore — una testa larga alla base e dalla fronte nobile ed ampia, quale Michelangelo avrebbe modellato in una statua di Cesare. Bianchi capelli inanellati gli scendevano sulle tempie accentuando l'intensità dello sguardo di due occhi nerissimi e lucenti. Il volto era scolorito. Le gote gonfie erano poste in maggiore rilievo da profonde rughe. In una parola la testa ed il volto indicavano essere quegli un uomo più atto a muovere il mondo che a lasciarsene smuovere, un uomo capace di sopportare dodici volte le torture che lo avevano ridotto in quello stato, senza lasciarsi sfuggire un lamento e molto meno una confessione; un uomo che rinuncerebbe alla vita ma non mai a un suo proponimento; un uomo invulnerabile tranne nei suoi affetti. A lui Ben Hur stese la mano col palmo rivolto all'insù come offrente pace nel tempo stesso che pace chiedeva.

— «Io sono Giuda, figliuolo di Ithamar, l'ultimo capo della casa di Hur, principe di Gerusalemme.» —

La destra del negoziante uscì dal mantello; era una mano lunga e sottile, dalle articolazioni deformate dai tormenti. Essa si schiuse con forza, ma fu quello l'unico segno di sorpresa e d'emozione dato dal vecchio. Con voce calma egli disse:

— «I principi di Gerusalemme, principi del sangue, sono sempre i benvenuti in questa casa; siatelo voi pure. Ester appressa una sedia per questo giovane.» —

La fanciulla avanzò un'ottomana che le era vicina, ed in quest'atto i suoi sguardi s'incontrarono con quelli di Ben Hur.

— «La pace del Signore sia con voi» — diss'ella modestamente — «sedete e riposate.» —

Essa non aveva indovinato lo scopo della sua visita. Le facoltà della donna non si spingono molto lontano. È solo nei sentimenti più delicati, come la pietà, la compassione, la riconoscenza che il suo intuito ha del meraviglioso. La giovine era semplicemente convinta che il forastiero soffrisse di qualche ignoto dolore, e che fosse venuto in cerca di sollievo e di conforto. Ben Hur non approfittò del sedile offertogli, ma continuò in tono di profondo rispetto.

— «Prego messer Simonide di non ritenermi importuno. Nel risalire il fiume appresi che egli conobbe mio padre.» —

— «Conobbi infatti il principe Hur. Fummo associati in parecchie imprese commerciali, in terre lontane, alcune oltre il mare e il deserto. Ma vi prego, sedete; tu, Ester, dagli del vino. Neemia parla di un figlio di Hur che ai suoi tempi era padrone di mezza Gerusalemme; è una stirpe antica, molto antica ed illustre. Persino ai tempi di Mosè e Giosuè qualcuno del loro sangue trovò grazia negli occhi del Signore, e divise gloria ed onore con quei sommi. Non sia detto che il discendente di una tal famiglia rifiuti un calice del puro vino di Sorek, cresciuto sui fianchi delle colline di Ebron.» —

Appena terminate queste parole, Ester si avvicinò a Ben Hur con un calice d'argento che essa aveva riempito da un'anfora posta sul tavolo vicino e glielo presentò, abbassando gli occhi. Egli le toccò leggermente la mano in segno di diniego. Di nuovo i loro sguardi si incontrarono, e questa volta egli notò che la fanciulla era piccola di statura, arrivando a pena alle sue spalle, ma assai graziosa, con un volto regolare, al quale due occhi neri davano l'espressione di una grande soavità. — «Essa è bella e buona» — mormorò Hur. — «E forse Tirzah le assomiglierebbe se fosse viva. Povera Tirzah!» — Quindi a voce alta:

— «No. Tuo padre, se egli è tuo padre....» —

— «Io sono Ester, figlia di Simonide» — rispose con dignità la fanciulla.

— «In tal caso, buona Ester, tuo padre, dopo aver ascoltata la mia storia, non mi stimerà meno per aver esitatoad accettare questo suo prezioso liquore, come pure spero di non scapitare ai tuoi occhi. Ti prego, rimani qui un istante ancora.» —

Entrambi, quasi provassero lo stesso impulso, si rivolsero simultaneamente al negoziante: — «Simonide!» — esclamò con fermezza Ben Hur — «mio padre aveva alla sua morte un servo fidato dello stesso tuo nome e mi si è detto che tu sei quello!» —

Vi fu un sussulto delle povere membra martirizzate e di nuovo la scarna mano si chiuse.

— «Ester, Ester!» — tuonò la voce severa del vecchio — «Qui, vicino a me, se sei figlia di tua madre; Qui, dico, non là!» —

La ragazza guardò un istante or l'uno or l'altro; poscia ripose il calice sulla tavola e, sommessa, riprese il suo posto presso il padre, con un'espressione di meraviglia, non scevra di apprensione.

Simonide alzò la mano sinistra e la pose in quella della figlia che affettuosamente gli accarezzò la spalla, indi soggiunse tranquillamente: — «Sono invecchiato nel commercio cogli uomini — invecchiato innanzi tempo; è un'amara ma salutare lezione che ho appreso con gli anni e la diffidenza verso i miei simili. Che il Dio d'Israello abbia pietà di chi sul finire della vita è costretto a parlare così! Gli oggetti della mia affezione sono pochi. Uno di essi è questa creatura, la quale» — qui avvicinò alle labbra la mano che teneva nella propria, con un'espressione sul cui significato non poteva esservi dubbio — «a tutt'oggi fu disinteressatamente mia, e che mi fu di sì dolce conforto che il suo abbandono mi ucciderebbe.» —

Il capo d'Ester s'abbassò e la guancia sua sfiorò il volto del padre.

— «L'altro oggetto del mio affetto non è che una memoria, di cui posso dire, che, pari a una benedizione di Dio, essa potrebbe abbracciare una intera famiglia, purchè» — qui la sua voce si fece fioca e tremula — «purchè sapessi dove questa si trova.» —

Acceso in volto, Ben Hur fece un passo avanti e proruppe con impeto: — «Mia madre e mia sorella! oh sì, è di loro che parlate!» —

Ester, quasicchè quelle parole fossero state rivolte a lei, alzò il capo, ma Simonide, ripresa la sua calma abituale, rispose con freddezza:

— «Ascoltatemi fino alla fine. In nome di quegli oggettidel mio amore a cui accennai, prima ch'io ti risponda circa i miei rapporti col principe Hur, dammi le prove della tua identità. Le tue testimonianze sono atti scritti o persone viventi?» —

La domanda era chiara e la sua ragionevolezza indiscutibile. Ben Hur arrossì, giunse le mani, balbettò e si smarrì. Simonide continuò incalzandolo.

— «Le prove, le prove, dico! Portamele e mettile davanti ai miei occhi.» —

Ben Hur ammutolì. Egli non aveva preveduto questa domanda, ed ora per la prima volta gli si affacciò la terribile verità che i tre anni trascorsi sulla galera lo avevano privato di tutte le prove circa la sua identità. Quinto Arrio era il solo che conoscesse la sua storia e che avrebbe potuto deporre in suo favore. Ma, come risulterà qui appresso, il prode romano era morto. Giuda aveva altre volte provato il peso della sua condizione solitaria, ma, mai come in questo momento, ne provò tutta la gravezza.

Compreso della propria superiorità Simonide rispettò il suo dolore e lo guardò in silenzio.

— «Messer Simonide» — diss'egli alfine. — «Io posso narrarvi la mia storia. Ma voi dovete promettermi di sospendere il vostro giudizio fino al suo termine, e di ascoltarmi con benevolenza.» —

— «Parla,» — fece Simonide, ora padrone della situazione. — «Parla, ed io t'ascolterò tanto più volentieri che non ho negato che tu sia la persona che affermi d'essere.» —

Ben Hur imprese a raccontare le sue vicende a sommi capi e rapidamente, ma con quel calore e intensità di sentimento che sono fonte d'ogni eloquenza.

Siccome i casi suoi ci sono noti fino al suo sbarco a Miseno in compagnia di Arrio ritornato vittorioso dall'Egeo, lo seguiremo nel suo racconto solo a partire da quel punto.

— «Il mio benefattore era amato e stimato dall'imperatore il quale lo colmò di meritate ricompense. I mercanti d'Oriente contribuirono con magnifici doni ed egli divenne ricchissimo fra i ricchi di Roma. Ma può un'Ebreo dimenticare la propria religione, o il proprio luogo di nascita, la terra santa dei suoi padri? L'ottimo uomo mi adottò qual figlio secondo il rito formale della legge ed io lo rimeritai del mio meglio; nessun figlio fu più scrupoloso nell'adempiere ai suoi doveri verso il proprio padre. Eglivoleva fare di me un'erudito. Nell'arte, nella filosofia, nella rettorica, e nell'eloquenza, egli m'avrebbe fatto istruire da famosi maestri. Rifiutai perchè ero Ebreo, perchè non potevo dimenticare il Signore Iddio, la gloria dei Profeti e la città costruita sui colli da Davide e da Salomone. Oh, voi mi domanderete perchè io accettai i beneficii del Romano? Io l'amava, e poi io pensava mercè il suo aiuto, di porre in moto tali influenze che mi svelassero il mistero avvolgente il destino di mia madre e di mia sorella. A queste ragioni se ne aggiunse una terza, di cui altro non dirò se non che io desiderava di conoscer l'arte della guerra. Nelle palestre e nei circhi mi affaticai non meno che sul campo, e tanto negli uni come negli altri resi illustre il mio nome, nome che però non è quello dei miei padri. Meritai corone in gran copia, che ora fregiano le pareti della villa di Miseno, e tutte mi vennero nella mia qualità di figlio del duumviro Arrio. Solo sotto quel nome sono conosciuto dai Romani. Io non perdeva mai di vista il mio segreto; intanto lasciai Roma per venire ad Antiochia per accompagnare il console Massenzio nella campagna ch'egli sta preparando contro i Parti.

Pratico dell'uso di tutte le armi, voglio ora procurarmi quelle cognizioni superiori necessarie ad un duce alla testa di eserciti. Il console mi ha ammesso nella sua famiglia militare. Ma ieri, mentre la nostra nave entrava nell'oriente incontrammo due legni spieganti bandiere gialle. Un mio connazionale, e compagno di viaggio da Cipro, ci spiegò che quelle navi appartenevano a Simonide, il gran negoziante d'Antiochia, ci parlò della sua vita e dei meravigliosi successi ch'egli ha riportati nei suoi commerci, ci parlò delle sue flotte, delle sue carovane e dei loro viaggi; finalmente, ignorando ch'io fossi più interessato nell'argomento degli altri uditori, disse che Simonide era un Ebreo, altre volte servo del principe Hur e neppure tacque delle crudeltà di Grato nè dello scopo di tali crudeltà.» —

A quest'allusione Simonide lasciò cadere il capo fra le mani, e sua figlia, come per nascondere l'emozione di entrambi abbassò il volto sul collo del padre. Questi alzò subito gli occhi e con voce chiara esclamò:

— «Sto ascoltando.» —

— «Oh, buon Simonide,» — replicò Ben Hur facendosi avanti ed esprimendo nel volto la sua interna commozione. — «Io vedo che tu non sei convinto e che ancora diffidi di me.» —

Il negoziante si mantenne rigidamente immobile e muto.

— «E vedo non meno chiaramente le difficoltà della mia posizione» — continuò Ben Hur. — «Posso bensì provare le mie relazioni con Roma; non ho che a rivolgermi al console attualmente ospitato dal governatore della città, ma non posso darti le prove che tu mi domandi. Non posso provare che io sono il figlio di mio padre. Coloro che lo potrebbero attestare sono tutti morti o scomparsi.» —

Si nascose il volto fra le mani, finchè Ester, porgendogli nuovamente il calice che prima aveva respinto, gli disse: — «Il vino è della patria nostra che tanto amiamo. Bevi, te ne prego.» —

La sua voce era dolce come quella di Rebecca quando offerse l'acqua al pozzo di Nahor.

Egli scorse le lacrime che le inumidivano gli occhi, e bevve, dicendo:

— «Figlia di Simonide, il tuo cuore è simbolo di bontà, e buona tu sei davvero avendo compassione dello straniero. Il signore ti benedica. Io ti ringrazio.» —

Indi, rivoltosi nuovamente al negoziante:

— «Siccome io non ho prove d'esser figlio di mio padre, ritiro la domanda che ti feci, o Simonide, e mi ritiro da questa soglia che la mia persona non oscurerà più mai: solo lascia che io ti dica che non ero venuto a ridurti in schiavitù e prendere la tua fortuna, che in nessun caso toccherei: essa è il prodotto del tuo lavoro e del tuo genio, e ti appartiene. Allorchè il buon Quinto, mio secondo padre, s'imbarcò pel viaggio che gli fu fatale, mi lasciò erede di una fortuna principesca. Se pertanto tu penserai qualche volta a me, ti sovvenga della domanda che io ti feci e la quale, sui profeti di Jeova, tuo Signore e mio, io giuro è l'unico scopo della mia visita: che cosa sai dirmi di mia madre e di Tirzah, mia sorella, della fanciulla che per anni e bellezza dovrebbe essere pari a questa tua figlia, consolazione e nettare della tua vita? Oh, che cosa puoi dirmi di loro?» —

Le lacrime scorrevano lungo le guancie di Ester; ma il padre continuò a rimanere impassibile, e con voce chiara e limpida rispose:

— «Dissi d'aver conosciuto il principe Ithamar di Hur. Ricordo d'aver udito parlare della disgrazia che colpì la sua famiglia e del dolore che provai nell'apprendere quella notizia. Colui che fu causa di tanta sciagura alla vedova e ai figli dell'amico mio, è quel medesimo che mi colpì dellasua ira implacabile. Io ho fatto indagini per scoprire la sorte della famiglia, ma a nulla servirono; non ne rimase traccia.» —

Ben Hur non potè reprimere un gemito di dolore.

— «Un'altra speranza svanita!» — articolò con voce strozzata. — «Sono abituato ai disinganni. Vi chiedo perdono del disturbo arrecatovi. Ormai non mi resta che vivere per la vendetta. Addio!» —

Nell'atto di alzare le cortine della porta, si volse indietro ancora una volta e disse con semplicità commovente: — «Vi ringrazio entrambi.» —

— «La pace sia con voi» — rispose il negoziante.

Ester non potè parlare per i singhiozzi.

E così si separarono.

Appena Ben Hur fu partito, Simonide parve destarsi da un lungo sonno; il suo volto si accese, gli occhi si animarono, e con voce tremante di gioia chiamò:

— «Ester, Ester! Presto!» —

Essa si avvicinò alla tavola e suonò un campanello. Uno dei tavolati del muro si aperse per dare accesso ad un uomo, il quale inchinatosi davanti a Simonide con rispetto orientale, aspettò i suoi ordini.

— «Malluch, — qui — più vicino!» — disse in tono di comando il negoziante. — «Ti devo dare una commissione, a cui non devi mancare quandanche il sole si spegnesse in cielo. Ascolta. Un giovane sta in questo istante scendendo nel magazzino. — Alto, di bell'aspetto, vestito alla foggia di Israele. Seguilo, come l'ombra del suo corpo, ed ogni sera fammi sapere dove egli si trova, che cosa fa, con chi pratica.

Cerca di avvicinarlo, di parlargli, se puoi, senza destar sospetto. Ascolta le sue parole, e ritienile insieme ad ogni altro particolare atto a rivelare l'indole sua, le sue abitudini, i suoi intenti. Hai capito? Spicciati! E, senti Malluch, s'egli lasciasse la città, seguilo e, nota bene Malluch, diventagli amico. S'egli ti interroga, digli quello che ti sembra opportuno al momento, ma ch'egli non sappia che tu sei al mio servizio; di questo non una parola.» — L'uomo s'inchinò nuovamente e sparì.

Allora Simonide si fregò le scarne mani e rise.

— «Che giorno è questo, figliuola?» — esclamò interrompendosi nella sua manifestazione d'allegria. — «Che giorno è? Desidero ricordarmene come di un giorno di gioia. Va, cercalo ridendo, e ridendo dimmelo, Ester.» —

Quest'allegria le ripugnava come cosa non naturale, e come per distorvelo rispose melanconicamente: — «Pur troppo, padre, non mi sarebbe possibile dimenticare questo giorno.» —

Appena pronunciate queste parole, il vecchio lasciò cadere le mani, ed il mento, appoggiandosi sul petto, si perdette nelle pieghe della carne floscia che incorniciavano la parte inferiore del suo volto.

— «Vero, verissimo, figlia mia!» — esclamò senza alzare gli occhi. — «Questo è il ventesimo giorno del quarto mese. In questo stesso giorno, cinque anni addietro, la mia Rachele, tua madre, morì. Mi portarono a casa ridotto qual tu mi vedi e la trovammo morta di dolore. Oh, essa era per me come la canfora nei vigneti di Engaddi! Come il miele del favo! — L'abbiamo sepolta lontano, in luogo solitario, in una tomba scavata nella montagna. Ed essa non mi lasciò che un lumicino ad illuminare la scura notte, il quale è cresciuto con gli anni ed ora è diventato il sole della mia vita.» —

Alzò la mano e l'appoggiò sul capo della figliuola. — «Buon Dio, io ti ringrazio di aver fatto rivivere nella mia Ester la mia perduta Rachele!» —

Ad un tratto, sollevò il capo e disse, come colpito subitamente da un'idea. — «Il tempo è sereno?» —

— «Così era, prima che entrasse il giovane.» —

— «Allora chiama Abimelech, che mi conduca in giardino ond'io possa vedere il fiume e le navi, e dove ti racconterò, mia diletta Ester, il perchè poc'anzi il riso si posò sulle mie labbra, e la mia lingua mosse al canto e lo spirito divenne leggiero quale gazzella o daino dei monti.» —

In risposta al campanello, venne il servo che per ordine della giovane spinse la seggiola munita appositamente di rotelle, fuori della camera, sul tetto del caseggiato inferiore, e che il padrone chiamava giardino. Simonide venne condotto ad una parte dove egli poteva vedere i tetti dei palazzi dell'isola dirimpetto, il ponte di esso ed al disotto il fiume, ove una nave solcava le onde scintillante sotto il magnifico sole mattutino. Colà il servo lo lasciò solo con Ester.

Il gridìo degli operaj ed il rumoroso lavoro non li disturbavano affatto come non li disturbava il movimentosul ponte che era quasi al disopra di loro; il loro orecchio s'era assuefatto a quel frastuono come il loro occhio s'era abituato alla vista che si stendeva loro davanti.

Ester sedutasi accanto a lui gli accarezzava la mano in attesa della comunicazione annunciata. Simonide incominciò con la sua consueta calma:

— «Mentre il giovane parlava, Ester, io ti osservava e mi parve ch'egli ti piacesse.» —

Essa rispose abbassando gli occhi:

— «Padre egli mi ispirò fiducia, e gli credetti.» —

— «Ai tuoi occhi, egli sarebbe il perduto figlio del principe?» —

— «S'egli non lo fosse....» — si fermò esitando.

— «S'egli non lo fosse?» — ripetè Simonide.

— «Io sono stata la tua ancella, padre, sin da quando mia madre morì, e stando vicino a te, ti ho veduto ed udito trattare con saggezza con ogni genere d'uomini, venissero per cause legittime od illecite; ed ora ti dico, se quel giovine non è il principe Hur, la menzogna non ha mai con tanta abilità indossata la veste della verità.» —

— «Per la gloria di Salomone, figliuola mia, tu parli con convinzione. Credi tu che tuo padre sia stato suo schiavo?» —

— «Se ben mi ricordo egli non disse questo. Vi accennò come a cosa che aveva udito dire.» —

Per qualche istante gli sguardi di Simonide andavano vagando fra le navi sottostanti. Poi disse:

— «Ester, tu sei una buona figliola, e possiedi in discreta dose il nostro discernimento Ebraico; non sei una bambina ed hai abbastanza forza d'animo per ascoltare un racconto doloroso. Sta attenta, e ti narrerò la mia storia e quella di tua madre, ed altre vicende della nostra vita a te sconosciute, e sospettate da nessuno.

Io nacqui in una capanna della valle di Hinnom, a mezzogiorno di Sion. I miei genitori erano servi addetti alla coltivazione delle viti, degli ulivi e dei fichi nel giardino reale di Siloam, e nella prima giovinezza io li aiutai in quel lavoro. Essi erano schiavi a vita. Fui raccomandato al principe Hur, allora, dopo re Erode, l'uomo più ricco di Gerusalemme, il quale mi impiegò nei suoi magazzeni in Alessandria d'Egitto, ove raggiunsi la maggiore età. Lo servii sei anni e nel settimo, secondo la legge di Mosè, divenni libero.» —

Ester battè leggermente le mani:

— «Oh, tu non sei adunque più il servo di tuo padre?» —

— «Ascolta figliuola. V'erano in quei giorni degli avvocati nei chiostri del Tempio i quali fieramente contesero essere i figli di coloro che sono obbligati a servire per la durata della vita soggetti alla stessa servitù, ma il principe Hur era uomo giusto in tutte le cose, ed interpretava la legge secondo la setta più rigorosa, quantunque non appartenesse ad essa. Egli disse ch'io ero un servo ebreo comperato, nel vero significato del Gran Legislatore, e con documenti suggellati che ancora conservo egli mi fece libero.» —

— «E mia madre?» — chiese Ester.

— «Udrai tutto, Ester, abbi pazienza. Prima ch'io abbia finito vedrai come mi sarebbe più facile dimenticar me stesso che tua madre.... Al finire del mio servizio venni a Gerusalemme per le feste di Pasqua. Il mio padrone mi ospitò, e, poichè l'amavo chiesi di continuarlo a servire. Egli acconsentì ed io lo servii altri sette anni, ma come Ebreo e figlio di Israele, salariato. Per conto suo ebbi la direzione d'imprese commerciali di mare e di terra, e mandai carovane oltre Susa e Persepoli nei paesi della seta. Viaggi pericolosi erano quelli figlia mia, ma il Signore benedì le mie fatiche. Procurai immensi guadagni al principe e vaste cognizioni a me stesso, senza le quali non mi sarebbe stato possibile assumere le responsabilità che mi presi in seguito. Un giorno ch'io ero suo ospite in Gerusalemme, un'ancella entrò, portando un vassojo. Essa si rivolse a me, e fu quella la prima volta che vidi tua madre, e la amai.

Dopo qualche tempo andai dal principe e la chiesi in moglie. Egli mi disse che essa era schiava a vita, ma che se io lo desiderava l'avrebbe affrancata per compiacermi. Ma essa, Ebrea, pur corrispondendo al mio amore, si disse felice nella condizione e nel luogo ove si trovava, e rifiutò la libertà! La pregai, la scongiurai a più riprese, ma invano. Avrebbe solo consentito a diventare mia moglie qualora io diventassi suo compagno di servitù. Nostro padre Giacobbe servì sette anni per la sua Rachele. Io avrei potuto fare altrettanto. Ma tua madre richiedeva che io diventassi schiavo per tutta la mia vita. Mi strappai allora da lei, mi recai in altre contrade cercando di dimenticarla; ma l'amor mio fu troppo forte: ritornai. Guarda qui, Ester, Guarda!» —

E sollevando una ciocca di capelli le additò un buco nell'orecchio sinistro.

— «Vedi la cicatrice della lesina?» —

— «La vedo» — disse Ester — «e vedo pure a qual punto tu amasti mia madre!» —

— «Amarla, Ester! — Essa era per me più della Sulamita per il Re Cantore; più bella, più pura di una fontana, di una sorgente del Libano. Quando seppe la mia volontà, il padrone mi presentò ai giudici davanti ai quali esposi la mia intenzione; poi mi condusse a casa, e trapassando il mio orecchio colla lesina, la conficcò come è d'uso nella porta. Così divenni suo schiavo per tutta la durata della vita. Così conquistai la mia Rachele, e dimmi: vi fu mai amore come il mio?» —

Ester si chinò sopra di lui e lo baciò. Tacquero entrambi pensando alla tomba che aveva troncato quel grande amore.

— «Il mio padrone annegò in mare; e fu questa la mia prima sventura» — continuò il negoziante. — «Il lutto della sua famiglia fu lutto mio, nella mia casa ad Antiochia dove già dimoravo. Ora ascoltami, Ester. Quando il principe venne a morte, io era a capo della sua amministrazione, e tutti i suoi beni erano nelle mie mani. Da questo puoi argomentare l'affetto e la fiducia ch'egli riponeva in me.

Accorsi a Gerusalemme per render conto della mia gestione alla vedova ed essa mi riconfermò al mio posto. Raddoppiai di diligenza e gli affari prosperarono di anno in anno. Trascorsero così dieci anni. Poi venne la catastrofe di cui il giovine parlò — l'accidente, com'egli disse, toccato al procuratore Grato. — Il Romano invece lo chiamò un tentativo d'assassinio e ne tolse pretesto, col consenso di Roma, di confiscare a proprio beneficio l'immensa fortuna della vedova e dei figli. Nè questo gli bastò. Per prevenire un'appello contro la sentenza egli soppresse tutte le parti interessate. Da quel giorno nefasto la famiglia di Hur scomparve. Il figlio, ch'io vidi fanciullo, fu condannato alle galere. La vedova e la figlia si suppone siano state sepolte in una delle molte carceri sotterranee di Giudea, veri sepolcri per chi ne ha varcata la soglia. Esse scomparvero come se il mare le avesse inghiottite. Non potemmo sapere come morirono, ma neppure sappiamo se veramente sono morte.» —

Gli occhi di Ester erano gonfi di lagrime.

— «Il tuo cuore è buono, Ester, buono come quello ditua madre; e prego Iddio che non gli tocchi un simile destino — d'essere calpestato dagli spietati e dai ciechi. Ma ascoltami ancora: — Andai a Gerusalemme per soccorrere la mia benefattrice ma alle porte della città fui arrestato e condotto nei sotterranei della Torre d'Antonia. Non ne seppi la cagione, finchè Grato in persona venne a chiedermi i denari della casa di Hur, poi ch'egli, conoscendo le pratiche ebraiche, sapeva che io possedeva somme tratte sulle diverse piazze del mondo. M'impose di firmare le tratte a suo favore. Rifiutai. Egli aveva le case, le terre, le merci, le navi e tutta la proprietà mobile dei miei padroni, meno i denari. Compresi che se continuassi a trovar grazia agli occhi del Signore avrei potuto ricostruire la loro fortuna e respinsi la richiesta del tiranno. Mi mise alla tortura, ma tenni fermo, cosicchè dovette rilasciarmi senza aver nulla ottenuto. Ritornai a casa e ricominciai a trafficare per conto e nel nome di Simonide d'Antiochia anzichè in quello del principe Hur di Gerusalemme. Ester, tu sai come prosperarono i miei affari, in che modo miracoloso si moltiplicarono nelle mie mani i milioni del principe. Sai pure che, a capo di tre anni, mentre mi recava a Cesarea, fui di nuovo arrestato e torturato per la seconda volta da Grato. Neppur questa volta ottenne da me la confessione intorno alla sorte dei denari di Hur. Fisicamente rovinato feci ritorno a casa, dove trovai che la mia Rachele era morta di dolore e di spavento per me. La volontà del Signore mi tenne in vita. Dall'imperatore medesimo comperai una licenza di libero traffico in ogni paese del mondo. Oggi — sia lodato l'Altissimo! — oggi, Ester, la mia ricchezza è tale da far invidia a un Cesare.» —

Con un moto d'orgoglio sollevò il capo, e incontrò gli sguardi della fanciulla.

— «Che cosa intendo di fare con questa fortuna?» — chiese, interpretando i suoi pensieri.

— «Padre mio, disse ella sommessamente, non venne oggi a chiederla il legittimo proprietario? E non sono io pure, o padre, la sua schiava? E non dobbiamo noi piegarci innanzi a lui come la legge prescrive?» —

Un raggio d'ineffabile gioia rischiarò il volto dell'infermo.

— «Il Signore è stato buono con me. In molti modi ha mostrato la sua benevolenza, ma tu Ester, sei il dono più bello di quanti mi ha prodigato.» —

Così dicendo l'attirò a sè e la baciò.

— «Ascoltami,» — proseguì — «ed udrai perchè iorisi poc'anzi. Quando il giovane si presentò innanzi a me, mi parve di veder suo padre ringiovanito. L'animo mio ebbe uno slancio, come se volesse andargli incontro. Sentii entro di me che i miei giorni di prova e le mie fatiche erano giunte al termine. A stento trattenni l'impulso del mio cuore che mi spingeva a rivelare la mia gioia. Ero impaziente di prenderlo per mano, di mostrargli i registri ed i conti e di dirgli: — «Tutto questo è tuo ed io sono il tuo schiavo. Ho compiuto il dover mio, posso aspettare la voce del Signore che mi chiami a sè.» — E così avrei fatto, Ester, sì proprio così avrei fatto, se, tutto ad un tratto tre pensieri non m'avessero assalito ad un tempo. Il primo diceva: Assicurati prima ch'egli è proprio il figlio del tuo padrone. S'egli è il figlio del tuo padrone, studia prima e conosci un poco l'indole sua, — mi suggerì il secondo. Pensa, Ester quanti sono gli eredi di colossali ricchezze, che sperperano i loro denari, e li riducano a semi di maledizioni.» — La voce gli si fece stridula, e sostò un momento, accasciato da questa riflessione. — «Ester pensa ai patimenti inflittimi dal Romano, e non solo da Grato; gli spietati esecutori dei suoi ordini tanto la prima quanto la seconda volta erano tutti Romani e tutti ridevano udendomi urlare dal dolore. Pensa alle mie membra rotte, al mio corpo deformato; pensa a tua madre laggiù nella tomba solitaria, ai dolori della famiglia del mio padrone, se è ancor vivo o alla sua morte forse; pensa a tutto questo, o figliuola mia, e dimmi tu s'è giusto che nulla succeda in espiazione e vendetta di tante crudeltà? Non dirmi come ripetono i predicatori, che la vendetta è del Signore. Non fa egli valere la sua volontà per mezzo degli uomini nell'infliggere pene come nel conferire benefici? Non ha egli i suoi guerrieri, più numerosi dei profeti? Non è sua la legge — occhio per occhio, mano per mano, piede per piede? Ah, nel corso di tanti anni ho sospirata la vendetta, l'ho implorata nelle preghiere. Nell'accumular le mie ricchezze, fu questo il mio pensiero, il mio sogno costante. Come è vero che vi è Iddio, io mi diceva, esse dovranno servirmi per castigare quei malfattori. E quando, accennando alla sua destrezza nel maneggio delle armi, il giovane disse, ch'essa non aveva nessun scopo definitivo, io indovinai quello scopo: era la vendetta! Fu questo, o Ester, il terzo pensiero che mi impose il silenzio e mi diede la forza di ascoltare impassibile la sua perorazione, finchè, partito il giovane, le mie emozioni proruppero in un riso di giubilo.» —

Ester continuava ad accarezzargli le mani ischeletrite.

— «Egli è partito o padre. Ritornerà ancora?» —

— «Sì. Il fedele Malluch lo sorveglia e lo ricondurrà quando tutto sarà pronto.» —

— «E quando lo sarà, o padre? —

— «Non subito, figlia mia. Egli crede che tutti i testimoni della sua identità siano morti. Ma uno vive ancora, il quale non mancherà di riconoscerlo, s'egli è veramente figlio di suo padre.» —

— «Sua madre?» —

— «No, io stesso gli presenterò quel testimonio. Intanto Dio ci protegga. Chiama Abimelech.» —

Ester chiamò il servo, e i tre si ritrassero.

Allorchè Ben Hur uscì dal vasto magazzeno, il pensiero prevalente in lui era quello di un altro disinganno aggiuntosi ai molti che aveva già sofferto nella ricerca dei suoi cari. Questo pensiero lo riempì di una grande desolazione. Si sentì solo al mondo, e, giovane e ricco com'era, la vita gli parve divenuta un peso troppo grave da sopportarsi.

Facendosi strada fra la folla ed i mucchi di mercanzia, giunse al termine dell'approdo. Le acque del fiume apparivano più profonde e più oscure in quel punto per l'ombra delle case e degli alberi vicini: ed egli ne provò il fascino insidioso. La pigra corrente sembrava arrestarsi nel suo cammino, quasi lo attendesse; — ma a rompere l'incanto venne il ricordo delle parole del suo compagno di viaggio, che gli parve di riudire:

— «Meglio un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite di un Re.» — Si volse, e camminando rapidamente, fece ritorno al Khan.

— «La via per Dafne?» — esclamò l'albergatore, sorpreso dalla domanda di Ben Hur. — «È la prima volta che venite in questa città? Allora questo giorno è fra i più felici della vostra vita. Non potete sbagliare la strada. La prima via verso mezzogiorno conduce direttamente al monte Sulpio sulla vetta del quale sono l'altare di Giove e l'anfiteatro; pigliate la terza via trasversale chiamata la colonnata d'Erode; là, voltate a destra e seguite la via attraverso la grande cittàdi Seleucia fino alle porte di bronzo d'Epifane. In quel punto incomincia la via di Dafne — e che gli Dei vi proteggano.» —

Dopo aver dato alcuni ordini relativi al suo bagaglio, Ben Hur si pose in cammino.

Non ebbe difficoltà a trovare la colonnata d'Erode; da quella, alle porte di bronzo correva un lungo porticato di marmo, che egli percorse fra mezzo ad una folla di gente composta dei rappresentanti di tutte le nazioni commerciali del mondo.

Era la quarta ora del giorno, quando oltrepassò le porte e si trovò in mezzo ad una interminabile processione diretta al bosco famoso. La strada era divisa in vie separate, una pei pedoni, una pei cavalieri e i cocchi; ed anche queste erano suddivise in due altre vie parallele per le quali due correnti di persone si movevano in direzione opposta. Le linee di demarcazione erano segnate da basse balaustrate interrotte da statue poggianti su solidi piedestalli. A destra ed a sinistra della strada estendevansi magnifici prati ed aiuole, accuratamente tenuti, alternati di quando in quando da gruppi di quercie, di siccomori e da pergolati di viti che invitavano i passeggieri a riposare. Le vie riservate ai pedoni erano lastricate di pietra rossiccia e quelle pei cavalieri erano cosparse di bianca arena compressa in modo da darle la consistenza di un marciapiede, senza però che, come questo, echeggiasse lo scalpitar dei cavalli ed il frastuono delle ruote. Innumerevoli fontane di varie e meravigliose foggie lanciavano i loro zampilli nell'aria; erano doni di Re che avevano voluto così eternare il ricordo delle loro visite. All'ingresso del bosco, a sud-ovest, fino alla città, questa magnifica strada misurava oltre quattro miglia in lunghezza.

Nello stato d'animo in cui si trovava Ben Hur, lo splendore regale della via passò quasi inosservato; e i suoi sguardi non si arrestarono neppure sulla folla che s'avviava insieme a lui come in processione. A dire il vero alla sua preoccupazione si univa anche una buona dose di quella compiacenza orgogliosa propria del Romano che visitava la provincia, mentre erano ancora fresche in lui l'impressioni della vita fastosa che s'agitava quotidianamente intorno alla colonna d'oro posta da Augusto nel Foro, come per indicare il perno del mondo. Non era possibile che le provincie offrissero uno spettacolo più grandioso.

Impaziente per la lentezza dei suoi vicini, egli spiava ognivarco della folla, per approfittarne e portarsi avanti più rapidamente. Quando giunse ad Eraclea, villaggio suburbano a mezza strada fra la città ed il bosco, il movimento della folla festante cominciò a far sentire i suoi effetti sopra di lui, predisponendo il suo animo ad accogliere impressioni più gioconde. La sua attenzione fu dapprima attirata da un paio di capre guidate da una avvenente fanciulla; tanto le bestie come la loro guida erano festosamente ornate di nastri o fiori. Poi si fermò ad osservare un toro immenso, bianco come la neve, inghirlandato di viti e portante sull'ampia groppa un fanciullo nudo, immagine del giovane Bacco, il quale, seduto in un canestro, teneva in mano un calice colmo di vino.

A quali altari avrebbero servito quelle offerte? si domandò rimettendosi in cammino. Passò un cavallo con la criniera mozzata come lo esigeva la moda, montato da un cavaliere vestito con sfarzo. Ben Hur sorrise vedendo l'orgoglio dell'uno rispecchiarsi nell'altro. Cavalli e cocchi in grande numero continuarono a passare dinanzi a lui sulla strada a loro riservata, e, inconsciamente, quel moto e quella festa cominciarono ad interessarlo. Le persone che l'attorniavano erano di tutte le età, sessi e condizioni, tutti vestiti dei loro abiti di festa. Un gruppo era abbigliato uniformemente di bianco, un'altro di nero; alcuni portavano bandiere, altri turribuli fumanti; altri cantavano inni, ed eran seguiti da individui con flauti e tamburelli. Quale luogo meraviglioso doveva essere questo di Dafne, se ogni giorno vi si recava tanta gente!

Finalmente vi fu un batter di mani ed uno scoppio di grida gioconde; e, seguendo l'indicazione di molte dita, egli scorse sulla cima di una collina il tempio che serviva d'ingresso al bosco consacrato. Gli inni s'inalzarono con maggior foga, la musica accelerò i tempi, e Ben Hur, dividendo l'impazienza della folla, e trascinato dall'impetuosa corrente, mosse verso il tempio, oltrepassata la soglia del quale, romanizzato com'era nei costumi, il suo primo impulso fu quello di cadere in adorazione davanti a quel luogo.

A tergo dell'edificio che ornava l'ingresso, d'una costruzione di stile severamente greco, si stendeva una larga spianata lastricata di pietre luccicanti, ora quasi nascoste sotto una moltitudine di persone gaie ed irrequiete, spiccante sopra uno sfondo di iridescenti zampilli prorompenti da fontane marmoree.

Dinanzi a lui in direzione di sud-ovest si diramavano gli innumerevoli sentieri di un giardino, il quale si mutava più in là in una foresta, sulla quale, in quel momento, aleggiava una nube di un leggero vapore turchino. Ben Hur contemplava il panorama, pensoso ed incerto, quando una donna vicino a lui esclamò: — «Bellissimo spettacolo! ma dove si deve andare adesso?» — Un uomo col capo cinto di bacche d'alloro e che la accompagnava, rise e rispose: — «Bellissima barbara! La tua domanda mi sa di paura terrena, e abbiamo convenuto di lasciare questi pensieri in Antiochia. I venti che qui soffiano sono l'alito degli Dei. Abbandoniamoci ad essi.» —

— «Ma se ci smarrissimo?» —

— «Oh, paurosa! nessuno si è mai perduto in Dafne eccetto quelli sui quali le sue porte si sono chiuse per sempre.» —

— «E chi son costoro?» — chiese la donna tuttora conturbata.

— Son quelli che si sono abbandonati al fascino del luogo e lo hanno scelto a dimora per la vita e per la morte. Ascolta! Fermiamoci qui, e ti mostrerò quelli di cui parlo.» —

Sul marmoreo pavimento risuonò uno stropiccìo di piedi calzati di sandali; la folla si aprì e lasciò l'adito ad un gruppo di ragazze, le quali, accerchiati i due interlocutori, intonarono un canto; indi agitando i tamburelli cominciarono a ballare. La donna, sbigottita, s'aggrappò all'uomo, il quale, cintale la vita con un braccio, acceso in volto, batteva coll'altro il tempo della musica. I capelli delle danzatrici svolazzavano liberamente e le loro membra rosee s'intravvedevano sotto le vesti di garza che imperfettamente le coprivano. Non è concesso alla parola il descrivere la voluttà di quella danza.

Dopo un breve giro si aprirono un varco nella sala e scomparvero rapidamente come erano venute.

— «Che te ne pare?» — chiese l'uomo alla sua compagna.

— «Chi son desse?» — chiese a sua volta la donna.

— «Devadasi — sacerdotesse dedicate al Tempio d'Apollo. Ve ne sono eserciti. Sono esse che cantano in coro nelle feste. Questa è la loro dimora. Qualche volta visitano altre città, ma tutto quanto raccolgono è portato qui ad arricchire la casa del divino cantore. Dobbiamo andare?» —

Ben Hur, lieto di sapere che nessuno s'era mai perdutonel bosco di Dafne, infilò una qualunque delle vie che gli si aprivano dinanzi e penetrò nel giardino. Una statua, innalzata sopra un magnifico piedestallo attrasse per primo i suoi sguardi. — Raffigurava un centauro e un'iscrizione spiegava ai visitatori meno eruditi che quello era Chirone, amato da Apollo e Diana, da loro iniziato ai misteri della caccia, della medicina, della musica e della profezia. Nelle mani teneva un rotolo sul quale erano incisi in caratteri greci alcuni paragrafi di un avviso:


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