LIBRO SESTO
Forse è la Morte? o due forse ven sono?Morte è compagna a quella donna forse?Terrea nel volto e d'un color simileA quel che il viso de i lebbrosi imbiancal'incubo ell'era tra vita e tra morteche il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia.Coleridge.Il vecchio marinaio.
Forse è la Morte? o due forse ven sono?Morte è compagna a quella donna forse?Terrea nel volto e d'un color simileA quel che il viso de i lebbrosi imbiancal'incubo ell'era tra vita e tra morteche il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia.Coleridge.Il vecchio marinaio.
Forse è la Morte? o due forse ven sono?Morte è compagna a quella donna forse?Terrea nel volto e d'un color simileA quel che il viso de i lebbrosi imbiancal'incubo ell'era tra vita e tra morteche il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia.
Forse è la Morte? o due forse ven sono?
Morte è compagna a quella donna forse?
Terrea nel volto e d'un color simile
A quel che il viso de i lebbrosi imbianca
l'incubo ell'era tra vita e tra morte
che il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia.
Coleridge.Il vecchio marinaio.
Coleridge.Il vecchio marinaio.
Gli avvenimenti che adesso narreremo avvennero tre giorni dopo dalla notte in cui Ben Hur lasciò Antiochia per recarsi collo sceicco Ilderim nel deserto.
Un grande avvenimento — grande almeno rispetto alle sorti del nostro eroe — è accaduto: a Valerio Grato è subentrato Ponzio Pilato.
La destituzione, rammentiamolo, costò a Simonide cinque talenti in denaro romano, pagati a Seiano che allora era all'apogeo della sua potenza come favorito imperiale; lo scopo del tentativo era quello di diminuire i pericoli di Ben Hur durante la sua permanenza in Gerusalemme e nei suoi dintorni, permanenza dovuta alla ricerca della famiglia. A questo pietoso fine il servo metteva a disposizione i guadagni di Druso e de' suoi compagni, i quali, avendo pagate le loro scommesse, divennero tosto — com'è logico — i nemici di Messala, la cui riputazione in Roma non aveva ancor ricuperata l'antica fama. Pur essendo breve il tempo dal quale erano a Gerusalemme i Romani, gli Ebrei sapevanoche il cambio non poteva, così provvisorio, esser di un gran vantaggio per sè.
Le coorti mandate a sostituire la guarnigione d'Antiochia facevano la loro entrata in città verso sera; il mattino seguente il primo spettacolo che s'offrì al popolo fu quello delle mura dell'Antica Torre ornate di insegne militari che consistevano in busti degli imperatori adorni di aquile e di sfere rappresentanti il mondo. Una moltitudine di gente si pose in marcia per recarsi a Cesarea dove Pilato indugiava e lo supplicò di togliere quelle immagini detestate. Cinque giorni e cinque notti circondò le porte del suo palazzo; finalmente egli stabilì di avere un colloquio coi capi, nel Circo. Quando essi si adunarono là, egli li attorniò di soldati, ma, invece di incontrare resistenza, trovò umiliazioni e profferte di vite; vinto da questo nuovo metodo, concesse quel che gli avevano chiesto. Fece riportare le imagini e le insegne a Cesarea, dove Grato, con giusta riflessione, aveva tenuti celati tali abbominii durante gli undici anni del suo comando.
Anche gli uomini malvagi, ogni tanto, frammettono delle buone azioni alle loro malvagità. Pilato ordinò di fatti una ispezione di tutte le prigioni della Giudea e un elenco di nomi delle persone carcerate, con una relazione sui delitti dei quali eran state accusate. Senza dubbio il motivo era quello così comune agli ufficiali appena entrati in carica: il timore della responsabilità che erano per incontrare; il popolo, nondimeno, pensando al bene che poteva derivarne, lo elogiava, e, per un po' di tempo, fu rallegrato e confortato dal fatto. Avvenivano scoperte stupefacenti nelle inchieste eseguite. Centinaia di persone vennero liberate perchè incatenate senz'accusa; altre, ritenute per molti anni per morte, ritornavano a goder la luce della quale in tristi segrete eran state private; e, peggio ancora, furon trovate prigioni sotterranee di cui non v'era sentore e di cui le stesse autorità carcerarie si erano dimenticate. Appunto su una di queste prigioni ignorate di Gerusalemme, richiamiamo l'attenzione del lettore.
La Torre d'Antonia, che è bene rammentare come occupasse i due terzi dell'area sacra nel monte Moriah, era, in origine, un castello fabbricato dai Macedoni. Più tardi, Giovanni Ircano, ridusse il palazzo ad una fortezza per la difesa del Tempio, ed in quell'epoca esso era considerato come inespugnabile. Quando però venne Erode, col suo genio ardito, ne rinforzò le mura e le estese, lasciandoun vasto fabbricato a racchiudere tutte le dipendenze necessarie alla fortezza, vale a dire scuderia, capanne, armerie, magazzeni, cisterne, e, non ultime per importanza, prigioni d'ogni qualità. Egli appianò la rupe massiccia e la forò per porvi le fondamenta di un fabbricato, unendolo con un enorme colonnato al Tempio, dal tetto del quale si poteva guardare sopra le corti dell'edificio sacro. In tali condizioni la Torre cadde alfine dalle sue mani in quella dei Romani che furono pronti ad intuirne i vantaggi e a convertirla ad usi più degni. Mentre comandava Grato era una cittadella fortificata e una prigione sotterranea pei rivoluzionari. Guai se le truppe uscivano da quelle porte per reprimere un disordine! Guai se un Ebreo v'entrava come arrestato! Ma, dopo questa piccola divagazione, ci affrettiamo a riprendere il filo della nostra storia.
L'ordine del nuovo Procuratore, che richiedeva il rapporto delle persone imprigionate, fu ricevuto alla Torre d'Antonia, e sollecitamente eseguito; due giorni eran passati dacchè l'ultimo prigioniero era stato condotto su negli uffici per essere interrogato. Il rapporto, pronto per esser spedito, giaceva sul tavolo del tribuno; fra cinque minuti sarebbe stato rimesso a Pilato che abitava il palazzo sul monte Sion.
L'ufficio del tribuno era spazioso e fresco, ammobiliato in uno stile atto alla dignità di un comandante investito d'una carica così importante. Il tribuno sembrava stanco ed impaziente; allorchè gli fosse giunto il rapporto sarebbe andato sulla terrazza del colonnato per respirare e per muoversi divertendosi ad osservar gli Ebrei giù nelle corti del Tempio. I suoi dipendenti e i suoi servi dividevan la sua impazienza. Mentre attendeva apparve un uomo sulla porta. Egli faceva risuonare un mazzo di chiavi, ognuna pesante come un martello, e riuscì così ad attrarre l'attenzione del tribuno.
— «Ah! Gesio! entra pure» — egli gli disse.
Mentre il nuovo venuto s'avvicinava al tavolo dietro al quale il Capo sedeva in una poltrona a bracciuoli, tutti i presenti lo guardarono, e, avendo osservata una certa espressione di spavento e di mortificazione sul suo viso, divennero silenziosi per poter udire ciò che egli avesse a narrare.
— «O tribuno» — cominciò egli, facendo un profondo inchino — «ho paura di spiacerti dicendo ciò che dovrò dire.» —
— «Un altro errore commesso, eh, Gesio? Una condanna ingiusta?» —
— «Se potessi persuadermi che non fosse che un semplice errore non avrei una tal paura.......» —
— «Un delitto allora? oppure una trasgressione a qualche ordine impartito? tu puoi offendere Cesare e maledire gli Dei, e vivere, ma non così se l'offesa si riferisce alle aquile.... ah tu sai, Gesio!..., ma, prosegui!...» —
— «Son ormai otto anni dacchè Valerio Grato mi scelse come custode dei prigionieri, qui, nella torre» — disse l'uomo, calmo — «Rammento ancora il giorno in cui entrai in servizio. V'era stato un tumulto il dì innanzi ed erano accadute delle zuffe per via. Noi uccidemmo parecchi Ebrei ed avemmo vittime per parte nostra. Il baccano avvenne, così almeno mi dissero, per un tentato assassinio contro Grato, ch'era caduto da cavallo a cagione di una tegola gettatagli addosso da un tetto. Io trovai Grato seduto dove precisamente siedi tu, o tribuno, con la testa fasciata. Egli mi comunicò la mia nomina e mi diede queste chiavi, numerate in corrispondenza delle celle; erano i distintivi del mio ufficio e non avrei mai dovuto abbandonarli. Sul tavolo v'era un rotolo di pergamena. Chiamandomi a sè, egli aprì il rotolo. — «Qui vi son le piante delle celle» — disse. Ve ne erano raffigurate tre. — «Questa — proseguì — mostra la disposizione dell'ultimo piano; questa vi da a comprendere come sia fatto il secondo piano, e quest'altra è quella del primo. Ve le affido.» — Io le presi. — Egli continuò:
— «Ora avete le chiavi e le piante; andate subito e famigliarizzatevi di tutto l'ordinamento delle carceri; visitate ogni cella ed osservate in che condizioni essa si trovi. Quando occorra qualche riparo, per assicurarvi meglio del prigioniero, ordinate secondo quel che meglio vi sembra, poichè, finch'io comanderò, sarete il capo delle prigioni e niun altro in esse avrà l'autorità vostra.» —
Io lo salutai e mi volsi per andarmene, ma fui richiamato addietro.
— «Ah, mi dimenticavo — soggiunse — datemi la pianta del secondo piano.» —
Gliela diedi ed egli la distese sul tavolo.
— «Qui, Gesio, vedete una cella» — e pose il dito su quella segnata col numero V.
— «In essa vi son tre uomini, di carattere rivoluzionario. Impadronitisi di un segreto di Stato, scontano orala propria curiosità, la quale — e mi guardò severamente — è, in casi come questi, peggiore di un delitto. In pena della colpa commessa son stati resi ciechi e muti e dovranno rimanere tali per la vita. Non dovranno ricevere che cibo e bevande attraverso un buco che troverete nel muro. Comprendete, Gesio?» —
Gli risposi di aver capito.
— «Sta bene» — continuò — «un'altra cosa non dovete dimenticare» — e mi fissò con cipiglio minaccioso — «la porta della loro cella — cella numero V sul medesimo piano — questa qui, Gesio — » e mise il dito sopra il disegno della cella perchè mi rimanesse impressa — «non dovrà mai esser aperta per qualsivoglia motivo, nè per lasciar entrare o sortire alcuno, neppur voi stesso.» —
— «Ma se essi muoiono?» — chiesi. —
— «Se muoiono — rispose — la cella sarà la loro tomba. La cella è infetta di lebbra. Capite?» —
Detto ciò, mi congedò.
Gesio tacque e dalla sua tunica estrasse tre pergamene tutte ingiallite dal tempo e dall'uso; scegliendone una la stese sul tavolo innanzi al tribuno dicendo semplicemente:
— «Questo è il primo piano.» —
Tutti quelli che eran lì presenti osservarono la pianta:
— «Questa è, precisamente, o tribuno, la pianta così quale la ricevetti da Grato. — Guarda: qui è la cella numero V» — disse Gesio. —
— «Vedo,» — rispose il tribuno — «Prosegui. La cella è infetta di lebbra....» —
— «Desidererei chiederti una cosa» — interruppe il carceriere.
Il tribuno fece un segno d'incoraggiamento.
— «Non avevo io il diritto, date le affermazioni fattemi, di presumere che la pianta fosse esatta?» —
— «Non potevi credere diversamente.» —
— «Ebbene: la pianta non è esatta.» —
Il Tribuno lo guardò sorpreso.
— «Non è esatta — ripigliò il custode. — Non parla che di cinque celle esistenti in quel piano, mentre ve ne sono sei.» —
— «Sei, dici?» —
— «Vi mostrerò il piano com'è realmente — o come credo ch'esso sia. Sopra una pagina del suo taccuino disegnò la pianta che segue e la offrì da osservare al tribuno:
— «Tu hai fatto bene — disse il tribuno esaminando il disegno e credendo che la narrazione fosse finita. — «Farò correggere la pianta, o, meglio ancora, ne farò fare una nuova da dare a te. Vieni a prenderla domattina.» —
Così dicendo s'alzò.
— «Odimi ancora, o tribuno.» —
— «Domani, Gesio, domani.» —
— «Ciò che ho ancora da dirti è urgente.» —
Il tribuno riprese con bonarietà il suo posto.
— «Mi sbrigherò» — disse il custode umilmente — «solo lascia che ti domandi ancora una cosa. Non avevo il diritto di credere a Grato riguardo a quanto mi disse intorno ai prigionieri della cella numero V?» —
— «Sì, era tuo dovere di credere che vi fossero tre prigionieri nella cella — prigionieri di Stato — ciechi e muti.» —
— «Ebbene» — disse il carceriere — «neppur quello era vero.» —
— «No?» — interruppe il tribuno con interessamento.
— «Senti e giudica tu stesso, o tribuno. Come mi hai ordinato, visitai tutte le celle incominciando da quelle dell'ultimo piano e terminando con quelle del primo. L'ordineche la porta del V. non venisse aperta era stato rispettato; durante tutti gli otto anni, cibi e bevande per tre uomini erano stati passati attraverso al buco esistente nel muro. Ieri andai ad aprir la porta curioso di veder i miserabili che, contro ogni previsione, eran vissuti così a lungo. La chiave non entrava nella toppa. Spingemmo un po', e la porta cadde arrugginita sui cardini. Entrando, non trovai che un uomo, vecchio, cieco, muto, e nudo. I suoi capelli cadevano in disordine oltre la vita. La sua pelle era indurita come pergamena. Tendendo le mani mostrava le sue unghie lunghe ed attorcigliate come gli artigli di un uccello. Gli chiesi ove fossero i suoi compagni: egli scosse il capo in segno di diniego. Credendo di trovare gli altri frugammo per la cella. Il pavimento e le mura erano nude. Se tre uomini fosser stati rinchiusi là dentro, e due di essi fossero morti, almeno le loro ossa si sarebbero trovate.» —
— «Perciò tu credi...» —
— «Credo, o tribuno, che un solo prigioniero sia stato là per otto anni.» —
Il tribuno guardò il carceriere scrutandolo profondamente e disse:
— «Bada; tu accusi Valerio Grato di qualche cosa più che d'una menzogna.» —
Gesio s'inchinò ma disse:
— «Egli potrebbe essersi sbagliato.» —
— «No; egli aveva ragione» — replicò il tribuno vivamente. — «Ciò risulta dal tuo stesso rapporto. Non hai tu detto or ora, che, per otto anni, furono somministrati cibi e bevande per tre uomini?» —
Gli astanti approvarono l'avvedutezza del loro capo: tuttavia Gesio non sembrò darsi per vinto.
— «Tu non hai udito neppur la metà del mio racconto, o tribuno. Allorchè l'avrai udito per intero sarai del mio stesso parere. Vuoi sapere che feci di quell'uomo? Gli feci fare un bagno, lo feci calzare e vestire e poi lo condussi alla porta della torre e gli diedi la libertà. Credevo di essermene sbrigato. Oggi invece egli tornò indietro e fu condotto da me. Con cenni e lagrime finì per farmi comprendere che desiderava far ritorno nella sua cella e gliene diedi il permesso.
Mentre stavano per condurlo via, egli si liberò un momento, mi baciò i piedi, poi, con una pietosa e muta preghiera, insistette perchè andassi con lui. Accondiscesi. Ilmistero dei tre uomini era tuttavia impresso nella mia mente. Ero insoddisfatto di non esserne venuto a capo. Ora son contento di aver ceduto alla preghiera di quel cieco.» —
Tutti i presenti si fecero silenziosi.
— «Allorchè fummo nella cella ed il prigioniero lo seppe, prese la mia mano premurosamente e mi condusse vicino ad un buco simile a quello attraverso al quale noi passavamo il cibo dal corridoio. Sebbene avesse la grandezza d'un elmo, ieri m'era sfuggito. Sempre tenendo la mia mano nella sua egli accostò il viso al buco e diede in un grido simile a quello di una belva. Una voce debole rispose. Io ne fui stupito e chiamai forte: — «Olà!» — a tutta prima non ebbi nessuna risposta. Chiamai di nuovo e udii queste parole: — «Che tu sia benedetto, o mio Dio!» — Ancor più sorprendente, o tribuno, la voce era quella di una donna. Ed io chiesi:
— «Chi siete?» — ed ebbi in risposta:
— «Una donna d'Israele sepolta qui con sua figlia. Aiutateci presto o morremo!» —
Dissi loro di star di buon animo e corsi qui per saper la tua volontà.
Il tribuno si alzò frettolosamente.
— «Avevi ragione, Gesio;» — diss'egli, — «e adesso capisco. La pianta era falsa e bugiarda era pure la storia dei tre uomini. Vi sono stati dei Romani migliori di Valerio Grato.» —
— «Sì, disse il carceriere, poichè seppi dal prigioniero che aveva regolarmente dato alla donna i cibi e le bevande che aveva ricevuti.» —
— «Il perchè ne è chiaro» — disse il tribuno, e osservando il contegno degli amici e riflettendo che avrebbe fatto bene l'avere dei testimoni, soggiunse:
— «Salviamo quelle donne. Venite tutti.» —
Gesio era raggiante.
— «Bisognerà che foriamo la parete» — egli disse: — «Io potrei trovare il posto ove era la porta, ma essa è stata murata con pietre e calcina.» —
Il tribuno si fermò per dire al suo scrivano:
— «Manda degli uomini dietro a me cogli utensili necessari. Fa presto, e conserva la pianta che dev'essere corretta.» —
Poco dopo essi erano partiti alla volta del carcere.
Per comprendere quale fosse la vita della madre e della figlia durante questi otto anni dobbiamo rammentare la raffinatezza e la coltura dell'ambiente in cui erano abituate a vivere. Le condizioni ci sono piacevoli o dolorose a seconda delle nostre abitudini e delle nostre sensibilità. Non sarebbe un paradosso l'affermare che se avvenisse un improvviso esodo di tutti gli uomini dal mondo verso il Paradiso, tal quale com'è raffigurato dalla dottrina cristiana, esso non sarebbe un paradiso per i più, e, d'altra parte, le sofferenze dell'inferno non toccherebbero tutti con la medesima intensità. È appunto per dar un'idea adeguata delle torture morali che attendevano le due donne nel carcere della torre d'Antonia che noi, al principio del nostro racconto, ci siamo dilungati nel descrivere il palazzo dei Hur con tanta ricchezza di particolari, e la scena svoltasi tra Giuda e la madre sul terrazzo di esso. La compassione e la simpatia del lettore saranno tanto maggiori, quanto più astraendo dai semplici dolori fisici potrà immaginare i patimenti morali e intellettuali delle due donne. Ricordiamo il discorso tra madre e figlio, in cui essa gli parlava di Dio, del suo popolo prediletto, degli Eroi, ora con la dottrina di un filosofo, ora con l'ispirazione di un poeta, sempre però col cuore di madre; e in preda a tali pensieri scendiamo nella loro cella.
— «Una donna d'Israele qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o morremo.» —
Tale fu la risposta che Gesio, il custode, udì dalla cella, la sesta, come appariva dal disegno da lui consegnato al tribuno. Il lettore riconoscerà dalla risposta chi fossero le infelici ed esclamerà senza dubbio: — «Ecco alla fine la madre e la sorella di Ben Hur!» —
Difatti erano esse.
Otto anni prima, la mattina della loro cattura, erano state condotte alla torre dove Grato aveva destinato che fossero rinchiuse. Egli aveva scelto quel luogo perchè era quello che rimaneva sotto la sua più immediata sorveglianza e, in esso, la sesta cella, perchè era lontana dalle altre, e perchè era infetta dalla lebbra, volendo così che leprigioniere si trovassero rinchiuse non in un carcere sicuro e sano ma in una vera tomba. Esse vi furono perciò condotte da schiavi, in un momento in cui non vi potessero essere testimoni, poi, a compimento del proposito crudele, gli stessi schiavi, murata la porta, furon fatti scomparire, nè di loro si seppe più nulla. Perchè le vittime potessero avere un martirio più prolungato, Grato collocò in una cella vicina ad esse un condannato cieco e muto ond'egli passasse loro il nutrimento attraverso ad un foro. Il pover'uomo non avrebbe potuto, in nessuna circostanza raccontare la sua storia, riconoscere le prigioniere o i loro giudici.
Così, con un'astuzia dovuta in parte a Messala, il Romano, sotto pretesto di punire una banda d'assassini, trovò modo di confiscare i beni dei Hur, dei quali nulla pervenne agli scrigni imperiali. Come compimento dell'ultima parte del suo progetto, Grato licenziò il vecchio custode delle prigioni, non per timore che fosse a giorno dell'accaduto, perchè in realtà nulla poteva saperne, ma perchè, pratico dei sotterranei com'egli era, sarebbe stato impossibile il nasconderglielo a lungo; con sorprendente abilità il Procuratore fece disegnare delle nuove carte topografiche omettendo, come vedemmo, la sesta cella: le infelici prigioniere potevano considerarsi sepolte per sempre.
La sesta cella corrispondeva a quella che Gesio aveva disegnata. Non si son potute avere informazioni esatte sulle sue dimensioni; solo si sa ch'essa era ristretta, rustica, dal terreno e dalle pareti fatte a guisa di roccie.
In origine il Castello dei Macedoni era separato dal tempio da una stretta rupe. Gli operai, desiderosi di fabbricare un certo numero di camere, incominciarono a forare la facciata al nord di questa rupe e s'inoltrarono lasciando un soffitto naturale di pietra; poi continuarono a costruire le celle V, IV, III, II, I, senza nessuna comunicazione col numero VI. La sola cella numero V aveva un foro comunicante con essa. Fabbricarono poi il corridoio e la scala che doveva condurre al piano superiore.
I lavori furono eseguiti nel medesimo modo in cui furono intagliate le tombe dei Re, visibili anch'oggi a poca distanza di Gerusalemme, solo che, finiti gli scavi, la VI cella fu chiusa dalla parte esteriore con un muro in cui si aprivano delle feritoie per il passaggio dell'aria. Quando Erode s'impadronì del Tempio e della torre, fece ricostruire queste mura più solidamente e chiuse tutte le feritoiemeno una, la quale, pure immettendo un po' d'aria libera e un po' di luce, lasciava la cella nella più desolante oscurità.
Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l'una seduta, l'altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall'alto, dava loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci è rivelato dal vederle l'una nelle braccia dell'altra. La ricchezza, i conforti, e le speranze, spariscono, ma l'amore rimane. L'amore è eterno.
Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo, durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all'unica feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava le loro speranze?
Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava, quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando l'una il figlio, l'altra il fratello. Esse lo pensavano navigante sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un'altra città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur essendo lontane, esse s'incontravan con lui col pensiero! Era una così dolce lusinga per esse dirsi l'una coll'altra. — «Finchè egli vivrà non saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!» — Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai nostri occhi di santità. Anche senz'avvicinarci troppo alla prigione ci accorgiamo ch'esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente bianchi; e da tutta la loro persona spirava un'aria di ribrezzo che avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per l'aria malsana, per le torture dellafame e della sete non avendo avuto di che sfamarsi dopo che il loro servo, il forzato cieco e muto, era stato allontanato. Tirzah, lamentandosi, si appoggiò alla madre e le cinse il collo dandole un bacio.
— «Quietati, Tirzah, verranno: Dio è buono. Noi ci siamo sempre ricordati di lui e non ci siamo mai dimenticate di pregarlo ogni qualvolta udivamo il suono delle trombe nel Tempio. Vedi, è ancora chiaro e il sole splende, non possono esser che le sette. Qualcuno verrà. Ne ho fede. Dio è buono!» —
Così parlò la madre.
Le sue parole erano semplici e persuasive, quantunque Tirzah, che aveva appena compiuti i tredici anni quando noi le vedemmo per l'ultima volta, ora, aggiungendole gli otto anni di carcere, non fosse più una bambina.
— «Proverò ad esser forte, mamma,» — disse ella. — «Le tue sofferenze devono essere grandi quanto le mie ed io voglio assolutamente vivere per te e per mio fratello! Ma mi sento ardere la lingua e le labbra!... Chissà dove si trova egli ora, chissà se riescirà mai a salvarci!» —
Le loro voci impressionavano stranamente: eran dure, pungenti, d'un suono metallico.
La madre avvicinò a sè la figlia e disse:
— «La notte scorsa ho sognato, Tirzah, e l'ho visto da vicino come vedo te, ora. Dobbiamo credere nei sogni perchè anche i nostri padri ci credevano.
Il nostro Signore parlò loro così parecchie volte. Mi sembrava che ci trovassimo alla Porta delle Donne proprio di fronte alla Porta Magnifica, in compagnia di molte persone, quando Giuda entrò guardando di qua e di là; lo vidi ritto all'ombra della Porta. Il mio cuore palpitò forte forte. M'accorsi ch'egli ci cercava, e gli corsi incontro aprendogli le braccia e chiamandolo per nome. Egli m'udì, mi scorse, ma non mi riconobbe. Dopo un attimo la visione scomparve.» —
— «Non accadrebbe forse così, mamma, se noi lo avessimo realmente ad incontrare? Siamo assai cambiate. Chissà se ci riconoscerebbe!» —
— «Potrebbe darsi che non ci riconoscesse, ma...» — e la madre chinò il capo: il suo viso si rannuvolò come s'essa fosse colpita da un gran dolore, poi riprendendo la parola, ella disse: — «.... ma potremmo anche farci riconoscere!» —
Tirzah alzò le braccia al cielo e supplicò, lamentandosi:
— «Dammi dell'acqua, mamma, un po' d'acqua! Anche una goccia sola mi basterebbe!» —
La madre si guardò attorno confusa ed impotente a soddisfarla.
Ella aveva nominato Dio così spesso; aveva promesso in nome suo, ed ora le sembrava che il ripetere la preghiera sarebbe stato uno scherno.
Un'ombra passò davanti alla feritoia, oscurandole la luce fioca, ed ella pensò alla morte che si avvicinava sempre più e l'attendeva mentre la sua fede andava man mano scemando.
Inconscia delle sue azioni, parlando come un automa perchè essa doveva parlare per confortar la figlia, disse di nuovo:
— «Abbi pazienza, Tirzah; vengono; son quasi qui.» —
Le parve di udire un rumore proveniente dalla cella vicina, la loro unica comunicazione col mondo esterno. Infatti non s'era sbagliata.
Dopo un minuto o due il grido del forzato risuonò attraverso la cella.
Anche Tirzah lo sentì ed entrambe si alzarono tenendosi per mano.
— «Sia ringraziato per sempre il Signore!» — esclamò la madre col fervore di una persona che avesse ricuperata la fede e la speranza.
— «Olà» — sentirono gridare, e poi: — «Chi siete?» —
La voce era sconosciuta. Che cosa accadeva? Eccettuate le parole scambiate con Tirzah queste eran le prime e le sole che essa avesse udito in otto anni. Che gran salto — dalla morte alla vita — e che salto repentino!
— «Una donna d'Israele, qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o morremo.» —
— «Fatevi animo. Ritornerò.» —
Le donne ruppero in forti singhiozzi. Erano state trovate e si veniva in loro aiuto.
Di desiderio in desiderio le loro speranze volavano veloci, come le rondini.
Poichè si sapeva dov'esse erano, verrebbero anche liberate. Avrebbero ricuperato tutto ciò che avevano perduto: casa, amici, possedimenti, libertà, figlio e fratello! La scarsa luce celava loro ancora le bellezze del giorno, ma, immemori delle sofferenze, della sete e della fame, del pericolo continuo di morte, le due donne caddero per terra piangenti, tenendosi strette l'una all'altra.
Non aspettarono a lungo; Gesio si sbrigò in due parole e il tribuno era un uomo d'azione.
— «O voi là dentro — gridò il tribuno dall'apertura — dove siete?» —
— «Qui» — rispose la madre alzandosi.
Subito essa sentì un rumore proveniente da un'altra parte come di colpi battuti contro il muro, colpi rapidi, sonori, dati da un'arma di ferro.
Madre e figlia non apersero bocca sapendo bene il significato di tutto ciò; — una via di libertà si apriva loro d'innanzi.
Come uomini sepolti da lungo tempo nelle profonde miniere odon l'arrivo dei loro salvatori annunciati dal martello e dal colpo del piccone, esse sentivan i loro cuori palpitar più velocemente e i loro occhi si fissavano sul punto donde procedevano i colpi.
Le braccia che lavoravano al di fuori erano forti; le mani abili, e la buona volontà non mancava di certo.
I colpi si facevano ogni minuto più vigorosi; di quando in quando, un pezzo di mattone cadeva con fracasso, e la libertà s'avvicinava sempre più. Si udivano le voci degli operai.
E.... o gioia! — Un bagliore di luce rossa, luce di torcia, faceva capolino attraverso un crepaccio rompendo l'oscurità con un bagliore intenso, bello come i primi raggi del mattino.
— «È lui, mamma, è lui! Egli ci ha finalmente trovate!» — gridò Tirzah colla vivacità della giovinezza.
Ma la madre rispose dolcemente: — «Dio è buono!» —
Una pietra cadde nell'interno della cella, poi un'altra, poi un'ammasso intero, e la porta si aprì. Entrò un uomo sfigurato dalla polvere e dalla calcina, sollevando al disopra della propria testa una torcia, e si fermò. Altri due o tre lo seguirono con parecchie torcie e si posero in disparte per lasciar entrare il tribuno.
Il rispetto per le donne non è del tutto una cosa convenzionale, ma un naturale omaggio al loro sesso.
Il tribuno si fermò perchè esse fuggivano in un angolo, non pel timore ma per la vergogna: e, o lettore, non solo per la vergogna!
Dall'oscurità ov'esse s'erano mezze nascoste s'udirono queste parole, le più strazianti, le più tristi, le più disperate:
— «Non avvicinatevi! siamo infette! siamo infette!» —
Gli uomini guardandosi nel viso alzarono le loro torcie.
— «Siamo infette! Siamo infette!» — ripeterono le donne con un lungo gemito.
Con un tal grido possiamo immaginare uno spirito che sia fuggito dalla porta del Paradiso, e che si volga indietro a guardare la vita.
La vedova e la madre fecero il loro dovere, ma, purtroppo, si convinsero che la libertà per cui esse avevan tanto sognato e pregato, non l'avrebbero mai ricuperata intera, non avrebbero mai potuto avvicinare quel frutto d'oro che vedevano da lontano.
Essa e Tirzah erano lebbrose!
Forse il lettore non sa completamente ciò che significa questa parola. La consideri in rapporto alla durezza della legge del tempo di poco modificata nel nostro.
— «Quattro disgrazie rendono gli uomini dei paria — la cecità, la lebbra, la povertà, e la sterilità» — disse il Talmud.
Essere lebbrosi significa essere trattati come morti, allontanati dalla città, dai parenti, obbligati a parlare solo ad una gran distanza con quelli che ci sono più cari al mondo, obbligati a rimaner sempre coi lebbrosi; maltrattati, respinti dalle cerimonie del Tempio o della Sinagoga; ed obbligati a starsene in vesti logore, colle bocche coperte tranne che per gridare: — «Siamo infetti, siamo infetti!» — di trovar forse ricovero in un luogo selvaggio od in una tomba, di divenire come spettri, d'esser di peso agli altri più che a se stessi, di vivere sperando solo nella morte.
Una volta, ma la madre non si ricorda nè il giorno nè l'anno, perchè in quella cella di tortura non potevano aver un'idea del tempo, essa sentì come una piaga asciutta nella palma della sua mano destra, e cercò di lavarla. La piaga si allargò, ciò nonostante per tutta la mano, ma la donna non disse nulla fino a che Tirzah si lamentò del medesimo male. L'acqua era scarsa, ma esse cercavano di risparmiarne per usarne come un rimedio. La mano fu a poco a poco interamente inferma, la pelle si ruppe, e le unghie si distaccarono completamente dalle dita. Con tuttociò non sentivano un gran dolore ma un continuo e crescente malessere. Le loro labbra incominciarono a bruciare ed a screpolarsi. Un giorno la madre, amante della pulizia, pensando che forse il male dipendesse dalle condizioni della prigione e temendo che il viso di Tirzah fosse invaso dal terribile nemico ravvicinò alla luce e la guardò spaventata; le sopracciglia della ragazza erano bianche come la neve.
Oh! quale angoscia a tale certezza!
La madre rimase per qualche tempo muta, immobile, coll'animo paralizzato e capace di un sol pensiero: — «Lebbrose, lebbrose!» —
Quando riacquistò un poco di padronanza la madre non pensò a sè stessa, ma alla figliuola; la sua tenerezza le infuse coraggio e la preparò all'ultimo ed eroico sacrificio. Essa seppellì nel suo cuore la triste scoperta, raddoppiò di devozioni per Tirzah, e, con meravigliosa ed inesauribile costanza continuò a tenerla all'oscuro di quanto le circondava, cercando di infonderle la speranza che non fosse nulla di grave. Ripetè i suoi scherzi, raccontò le solite storie, ne inventò anche di nuove, ascoltò con immenso piacere i canti di Tirzah: giacchè, sulle sue labbra, i salmi del Re Cantore raddolcivano la solitudine e mantenevano desto in entrambe il ricordo di Dio, e del mondo che sembrava le avesse dimenticate.
Lentamente, costantemente, con orribile certezza, l'infezione si propagava, imbiancando le loro teste, rodendo le labbra, le palpebre, coprendo i corpi di piaghe; quindi le assalì alla gola, rendendo le loro voci tremanti e prese pure le loro giunture, indurendo i tessuti e le cartilagini. La madre era ben sicura che, alla fine, anche i polmoni, le arterie e le ossa sarebbero state corrose rendendo ad ogni progresso del male sempre più ributtanti le inferme, e continuando così fino alla morte che poteva farsi attendere per anni ed anni.
Venne alfine un altro dei giorni tanto temuti dalla madre, il giorno cioè in cui il dovere le impose di rivelare a Tirzah il nome della terribile malattia; e, atterrite dalla tremenda agonìa che loro si preparava, pregarono insieme perchè la morte venisse presto a liberarle.
Vennero anche i giorni in cui le poverette parlavano ed osservavano con calma la ripugnante trasfigurazione delle loro persone amando di nuovo la vita. Un vincolo le legava ancora alla terra. Cercavano di mantenere alto il morale e dimenticare la loro solitudine parlando e pensando di Ben Hur. Lusingandosi a vicenda di rivederlo, e non dubitando ch'egli si sarebbe sempre mantenuto religioso e sarebbe stato felice di riabbracciarle, trovavano piacere nel torcere e ritorcere questo tenue filo di speranza. Fu proprio in uno di questi momenti che Gesio venne in loro soccorso dopo dodici ore di digiuno.
Le torcie fiammeggiarono attraverso la prigione; la liberazioneera giunta. — «Dio è buono?» — gridò la vedova.
Il tribuno entrò immediatamente. Un senso di dovere scosse la più vecchia delle donne e dall'angolo ove erasi essa rifugiata gridò: — «Allontanatevi! siamo infette!» —
Quale angoscia costò alla madre il compiere il proprio dovere! Ma la gioia della liberazione non le impedì di misurare tutte le conseguenze della prossima libertà. La vita felice d'un tempo non ritornerebbe mai più! Se per caso fossero passate presso la loro casa sarebbe stato solo per avvicinarsi al cancello pronunciando il consueto grido! Esse avrebbero proseguito la loro via coll'ardente desiderio d'un amore più vivo che mai, più ineffabile perchè non sarebbe mai stato ricambiato. Anche il figlio, a cui la madre aveva costantemente pensato, incontrandola, avrebbe dovuto schivarla. Se egli le avesse porta la mano chiamando: — «Mamma, mamma!» — ella avrebbe dovuto rispondergli col vero amore di una madre: — «Allontanati! sono infetta!» — E quest'altra figlia che ella cercava di ricoprire colla sua folta e bianca capigliatura, doveva dividere la sua miserabile compagna della sorte unica, maledetta vita che le rimaneva! La coraggiosa donna accettò il destino e fece risuonare quel grido che, da tempo immemorabile, era caratteristico dei lebbrosi: — «Siamo infette, siamo infette!» —
Il tribuno l'udì con un fremito, ma non si mosse.
— «Chi siete?» — domandò.
— «Due donne morenti di fame e di sete. Ma» — non esitò a dire la madre — «non avvicinatevi, non toccate nè il pavimento nè le pareti: tutto è infetto, infetto!» —
— «Raccontami la tua storia, o donna, dimmi il tuo nome, dimmi quando, per che ragione e per opera di chi, tu fosti qui rinchiusa!» —
— «Una volta v'era in questa città di Gerusalemme un principe, chiamato Ben Hur, l'amico dei generosi Romani; aveva Cesare per suo amico. Io sono la sua vedova, e questa è la sua figlia. Come posso dirti la ragione per cui fummo qui rinchiuse quando io stessa non ne so nulla, se non perchè siamo ricche? Valerio Grato vi potrà dire chi era il nostro nemico, e quando cominciò la nostra prigionia. Io non posso. Guardate allo stato in cui siamo ridotte: abbiate pietà di noi!» —
L'aria era diventata pesante causa l'odore ed il fumo delle torcie, ma il Romano chiamò a sè uno dei portatorie scrisse la risposta, parola per parola. Essa era chiara e comprensibile, e conteneva insieme una storia, un'accusa, una preghiera. Una persona comune non avrebbe potuto farne una uguale, ed egli non poteva fare a meno di crederle ed averne pietà.
— «Tu sarai aiutata, donna» — disse, chiudendo la sua tavoletta. — «Ti manderò del cibo e delle bevande.» —
— «E dei vestiti, dell'acqua pura, ve ne preghiamo, o generoso Romano.» —
— «Come desiderate.» — rispose egli.
— «Dio è buono!» — disse la donna singhiozzando — «Possa la sua pace esser con voi!» —
— «Ma» — egli aggiunse» — io non posso rivedervi. Fate i vostri preparativi, e questa sera vi farò accompagnare alla porta della torre e vi libererò. Voi conoscete la legge, addio.» —
Diede gli ordini agli uomini ed uscì.
Poco dopo altri schiavi entrarono nella cella con un gran recipiente d'acqua, un catino, dei tovagliuoli ed un piatto con pane e carne. Portarono pure degli abiti affinchè le donne li potessero indossare, e li posarono per terra ove le prigioniere avrebbero potuto facilmente prenderli allontanandosi subito.
Le due donne furono condotte alla porta e poi lasciate sulla strada, verso la metà della prima veglia. Così il Romano se ne liberò ed esse furono ancora una volta padrone di sè nella città dei loro padri.
Esse guardarono le stelle, belle e lucenti come per lo passato, e si domandarono a vicenda:
— «Cosa accadrà ora? e dove anderemo?» —
Mentre Gesio, il custode, si presentava al tribuno nella Torre di Antonia, un uomo saliva il declivio orientale del monte degli Ulivi. La strada era scabrosa e polverosa, e la vegetazione all'intorno era bruciata dal sole d'estate. Il viaggiatore poteva dirsi fortunato, non solo perchè era giovane e vigoroso, ma anche per gli abiti leggeri che indossava.
Procedeva lentamente, guardandosi intorno non conl'occhio cauto e ansioso di chi non è ben sicuro del suo cammino, ma piuttosto coll'espressione di colui, che, dopo una lunga assenza, rivede antiche conoscenze, espressione piacevole, che sembrava dire: — «Sono contento di trovarmi ancora con voi, lasciatemi vedere quanto siete cambiate.» —
Ogni tanto s'arrestava per la salita volgendo lo sguardo indietro sullo splendido panorama che gli si offriva e che era chiuso dalle montagne del Moab; però, mano mano che egli s'avvicinava alla vetta, affrettava sempre più il passo, dimentico della fatica.
Per arrivare alla sommità, piegò a sinistra della strada un giorno assai frequentata. Si fermò all'improvviso, come se una mano invisibile lo avesse arrestato. Dando una rapida occhiata allo splendido paesaggio che gli si presentava dinanzi, i suoi occhi si dilatarono, le guancie s'imporporarono, ed il respiro gli si fece più rapido.
Il viaggiatore era Ben Hur, il luogo Gerusalemme.
Non la Città Santa d'oggi, ma la Città Santa tale e quale fu lasciata da Erode, la Città Santa di Cristo. Se essa, veduta dal vecchio Monte degli Ulivi, è ancora bella al giorno d'oggi, che cosa doveva sembrare a lui?
Ben Hur si assise sopra una pietra, e, liberandosi dal fazzoletto bianco che gli copriva il capo, si mise ad osservare minutamente. Molti altri hanno guardato Gerusalemme da quella sommità in epoche diverse. Il figlio di Vespasiano, il Saraceno, il Crociato, tutti conquistatori, e molti pellegrini d'ogni parte del mondo, ma, probabilmente, nessuno di essi avrà mai osservato il panorama con sentimenti più tristi e più amari di quelli di Ben Hur. Eran ricordi dei tempi passati, della famiglia, dei discorsi tenuti nell'infanzia, delle proprie vicende, che gli affollavano la mente. La città coi suoi fabbricati, era un testimonio vivente ed eterno dei delitti, della devozione, delle debolezze, del genio e della religione del suo popolo. Sebbene conoscesse Roma, Ben Hur rimase incantato. Quella vista lo avrebbe inebriato di vanagloria, se non avesse pensato che quel principesco dominio non apparteneva più ai suoi compatrioti, che l'adorazione nel Tempio ora dipendeva dal beneplacito di stranieri, che la collina dove Davide s'era fermato era sede di un palazzo marmoreo, donde emanavano gli editti i crudeli dominatori, i quali con essi perseguitavano i servi della fede. Ma questi erano piaceri e dolori comuni a tutti gli Ebrei di quel tempo: Ben Hur vi aggiungevapoi riflessioni tutte personali, ricordi che non avrebbe mai potuto dimenticare e che la vista della patria richiamavan con più viva intensità.
Un paesaggio di colline subisce pochi cambiamenti; quando poi le colline sono rocciose non ne subisce affatto. Lo spettacolo che la natura offriva a Ben Hur era uguale a quello che la natura di quei luoghi offre oggi, tranne il panorama della città, che è, naturalmente, variato, per l'opera alacre dell'uomo sempre più incivilito.
Il sole riscaldava il versante occidentale del Monte degli Ulivi più di quello orientale, e, naturalmente, gli uomini davano a quello la loro preferenza. I vigneti, di cui il monte era parzialmente rivestito, ed i pochi alberi sparsi, per la maggior parte fichi e vecchi ulivi selvatici, erano verdeggianti. In fondo, presso l'asciutto letto del Cedron, la verzura si faceva più bella e più piacevole alla vista; là terminava il Monte degli Ulivi e cominciava il Moriah, baldanzoso, bianco come la neve, fabbricato da Salomone e completato da Erode. Gli occhi salivano poi di mano in mano sulle poderose roccie, fino alla porta di Salomone; che formava il piedestallo del monumento di cui la collina era lo zoccolo; gli occhi risalivano alla Corte dei Gentili, a quella degli Israeliti, poi alla Corte delle Donne, insieme a quella dei Sacerdoti, ciascuna delle quali era una mole di bianche colonne di marmo, sovrapposte l'una all'altra come tante terrazze in cima delle quali, formando la corona di questa superba mole, infinitamente sacri, belli, maestosi, sfolgoranti d'oro, ecco il Padiglione, il Tabernacolo, ed il Santo dei Santi!
L'Arca non era là, ma Jeova viveva nella fede dei figli d'Israele. In nessun altro luogo si sarebbe trovato un tempio, un monumento che pareggiasse questo edificio straordinario. E di tutto ciò ora non rimane neppure una pietra. Chi lo rifarà? Quando ricomincierà la ricostruzione? Così si domanda ogni pellegrino che si ferma al posto occupato adesso da Ben Hur, ben sapendo che la risposta non può venire che da Dio, che custodisce gelosamente i suoi segreti.
Ed ancora gli occhi di Ben Hur osservavano i tetti del tempio, la collina di Sion piena di sacre memorie. Egli sapeva che la vallata, da Fermaggiai, si stendeva lassù profondamente incassata fra il Moriah e il Sion, e attraversata dallo Xisto; ricca di giardini e di palazzi, ma sopratutto egli fissava con sguardi avidi il paesaggio maestoso peredifici che incoronava la collina reale; la casa di Caifa; la Sinagoga centrale, il Pretorio romano, l'Hippico, e i tristi ma superbi cenotafi — Faselo e Marianna — sorgenti sullo sfondo del Gareb, rosseggiante in lontananza. E quando, fra tutti, riconobbe il palazzo d'Erode, potè forse pensare ad altro che al Re che doveva venire, sovrano cui egli stesso si professava devoto, il cui cammino voleva spianare? La sua fantasia corse veloce al giorno nel quale il nuovo Re sarebbe stato proclamato e avrebbe preso possesso del Moriah, del sacro Tempio, di Sion e delle sue torri e dei suoi palazzi, di Antonia minacciosa, alla destra del Tempio, della nuova città di Bezetha, ancor priva di mura, accolto da milioni di Israeliti acclamanti con palme e con bandiere, cantando inni festosi perchè il Signore aveva vinto e li aveva fatti signori del mondo.
Si dice che il sognare sia un fenomeno non del giorno ma della notte. Se si studiasse meglio si vedrebbe che quasi tutti i propositi si nutrirono in una specie di dormiveglia. Sognare è il premio di chi lavora, è il vino che sostiene le nostre forze, che ci rende cara la fatica perchè la stanchezza ch'ess'ingenera è propizia al sonno. Vivere è sognare. Solo dopo morti non si sogna. Nessuno rida dunque di Ben Hur per le sue fantasticherie, perchè chiunque si fosse trovato in quel luogo ed in quelle condizioni di animo, avrebbe fatto altrettanto.
Il sole stava per tramontare. Per un momento il fiammeggiante disco sembrava accovacciarsi sulle lontane vette delle montagne dell'ovest, tingendo il cielo, sopra alla città, di un color di rame e indorando le mura e le torri. Poi scomparve. Nella calma della sera, i pensieri di Ben Hur si indirizzavano verso la casa paterna. Egli fissava i suoi sguardi in un punto del cielo, un po' a nord dell'incomparabile facciata del Santo dei Santi. Sotto di esso, proprio nella direzione del filo a piombo, sorgeva la casa di suo padre, se pure ancora esisteva.
La dolce influenza di quell'ora inteneriva i suoi sentimenti, e, mettendo da parte le sue ambizioni, egli pensò al dovere che lo conduceva a Gerusalemme.
Una sera mentre si trovava con Ilderim sul deserto esaminando il terreno con occhio di soldato, in cerca di luoghi atti alla battaglia, giunse un messaggero colla notizia che Grato era stato rimosso e Ponzio Pilato ne prendeva il posto.
Messala, ridotto all'impotenza, credeva morto Ben Hur.Grato non aveva più alcun potere; perchè avrebbe dovuto Ben Hur differire più oltre la ricerca della madre e della sorella? Non v'era più nulla da temere, ora. S'egli non poteva cercare le due donne personalmente nelle prigioni della Giudea altri poteva farlo per lui. Se le due perdute si fossero trovate, Pilato non poteva aver ragioni per trattenerle, e se ne avesse avute, sarebbero state tali da cedere davanti al denaro. Una volta trovate, egli le avrebbe portate in luogo sicuro, poi, con la mente più calma, la coscienza tranquilla per aver compiuto questo primo dovere, si sarebbe dedicato intieramente alRe atteso. La sua risoluzione fu subito presa. Quella notte egli si consigliò con Ilderim ed ottenne il suo assenso. Tre Arabi lo accompagnarono a Gerico, dove egli li lasciò coi cavalli e procedette solo ed a piedi. Malluch doveva incontrarlo a Gerusalemme. I disegni di Ben Hur erano molto vaghi. Egli cercava di tenersi, in vista del futuro, nascosto alle autorità, specialmente Romane. Malluch era un uomo astuto e fidato, proprio quello che ci voleva per dirigere le ricerche.
Dove cominciare? Questo era il problema. Egli non ne aveva un'idea chiara. Avrebbe desiderato di cominciare dalla Torre di Antonia. La tradizione che non si poteva resistere a lungo negli oscuri labirinti delle tristi celle, metteva il terrore nella mente degli Ebrei, più che la forte guarnigione che custodiva il castello. Potevano benissimo essere sepolte laggiù. Inoltre l'istinto c'insegna di cominciare le ricerche nel posto dove le ultime vestigia si perdettero di vista, ed egli non poteva dimenticare che l'ultimo sguardo che aveva ricevuto dalle sue care perdute, era stato appunto mentre le guardie le spingevano in direzione della Torre. Se non vi erano più, ma vi erano state, rimarrebbe certamente qualche ricordo del fatto, qualche traccia da seguire.
Oltre all'istinto anche una speranza lo spingeva.
Aveva saputo da Simonide che Amrah, la nutrice Egiziana, era ancora in vita. Il lettore si ricorderà senza dubbio che la fedele creatura, la mattina in cui la sventura piombò sugli Hur, sfuggì alle guardie, e ritornò al palazzo, dove rimase rinchiusa.
Simonide la mantenne durante gli anni seguenti, cosicchè essa si trovava ancora là, sola ad occupare la gran casa che Grato non era riuscito a vendere ad onta di tutte le sue esibizioni.
La storia dei suoi legittimi proprietari bastava ad allontanaresia i compratori che i semplici affittuarî. Passando davanti alla casa la gente mormorava e diceva ch'essa era invasa dagli spiriti. Tale diceria derivava probabilmente dalle apparizioni della povera e vecchia Amrah talvolta sul tetto, tal'altra ad una finestra dietro le grate. Certamente nessun altro spirito vi avrebbe potuto abitare con maggior costanza e nessun'altra casa si prestava meglio di quella, alla secretezza, al mistero della sua vita ritirata.
Ben Hur si immaginava che potendo raggiungere la vecchia, questa gli sarebbe stata d'aiuto nelle indagini che stava per intraprendere.
In ogni modo il vederla in quel posto così pieno di cari ricordi sarebbe stato per lui un lieto pronostico per la ricerca della sua famiglia.
Così prima di tutto egli voleva dirigersi alla casa paterna in cerca di Amrah.
Presa questa decisione, si alzò poco dopo il tramonto del sole, e cominciò la discesa del monte per la strada che dalla vetta piega a nord-est. In fondo, quasi al piede di esso, vicino al letto del Cedron, la strada s'incontrava con quella che conduceva al villaggio di Siloam ed allo stagno dello stesso nome. Là egli s'imbattè con un pastore il quale conduceva alcune pecore al mercato. Gli parlò, ed in sua compagnia, passando da Getsemani, entrò nella città per la Porta dei Pesci.
S'era fatto scuro allorchè, separandosi dal mandriano, davanti alla porta, Ben Hur voltò in un vicolo che conduceva verso sud. Le poche persone ch'egli incontrò, lo salutarono. I ciottoli del lastricato eran pungenti; le case, da entrambi i lati, eran basse, oscure, melanconiche; le porte eran chiuse; dai tetti egli udiva, di tanto in tanto, voci di donne che cantavano ai loro bambini. L'isolamento in cui si trovava, la notte, l'incertezza che circondava lo scopo della sua venuta, tutto ciò contribuiva a renderlo triste. Camminando sopra pensiero pervenne ad un profondo serbatoio d'acqua, conosciuto ora sotto il nome di stagno di Betesda, nel quale il cielo si specchiava tranquillamente.Guardando in su egli scorse la muraglia a settentrione della Torre d'Antonia, un masso minaccioso che spiccava nel cielo torbido e grigio. Egli si fermò come al comando imperioso di una sentinella. La Torre era così alta e poderosa, sorgeva sopra basi così sicure, da sembrare una nube gigantesca nell'oscurità, ed egli fu costretto a riconoscere che, se sua madre fosse stata colà rinchiusa, egli sarebbe stato impotente a salvarla.
Che cosa avrebbe potuto fare per liberarla da quella tomba? Nulla. Un esercito avrebbe percossa invano quella facciata di pietra con baliste ed arieti. La gran torre di sud est lo sembrava guardare con aria di rude disprezzo ed egli pensò che le forze umane son ben deboli e che Dio è l'ultima speranza dei miseri. Ma Iddio è spesso, per motivi imperscrutabili, lento ad agire!
Oppresso dal dubbio e dal presentimento, prese la via di fronte alla torre e la seguì lentamente, mantenendosi all'ovest.
In Bezetha egli sapeva esservi un Khan ove avrebbe potuto trovar alloggio durante il suo soggiorno in città, ma adesso non poteva resistere al desiderio di rivedere la sua casa. Il suo cuore lo conduceva da quella parte.
Il vecchio saluto solenne ch'egli riceveva da quelle poche persone che incontrava non gli era mai sembrato così piacevole. Di lì a poco tutta la parte ad oriente del cielo cominciò a inargentarsi e a brillare. Cose prima invisibili, specie le alte torri sul Monte Sion s'illuminarono d'un chiarore spettrale sembrando castelli librantisi in aria.
Egli giunse alfine alla casa di suo padre. Fra quelli che leggono queste pagine vi sarà chi indovinerà i sentimenti dai quali era invaso il giovane. Alcuni avranno avuto case nelle quali vissero felici nella loro gioventù, paradisi donde partiron con gioia infantile colle lagrime agli occhi, e cui tornerebbero: luoghi di risa e di canti, di amicizie più care di tutti i trionfi della vita.
Alla porta settentrionale della vecchia casa Ben Hur si fermò.
La ceralacca adoperata per sigillare l'uscio si vedeva ancora, e attraverso le imposte v'era un asse con scritto:
PROPRIETÀ DELL'IMPERATORE
Nessuno vi era uscito od entrato dal giorno terribile della separazione. Doveva egli bussare come per l'addietro? Era inutile, egli lo sapeva; pure non poteva resistere alla tentazione. Amrah potrebbe udire, e guardare da una di quelle finestre o da qualche porta. Prendendo un ciottolo, montò sul largo gradino di pietra e picchiò tre volte. Un eco lenta rispose. Egli picchiò una seconda volta più forte di prima; e poi ancora, fermandosi ogni volta per ascoltare. Nessun suono ruppe il silenzio. Ritornando sulla strada egli guardò attentamente le finestre; anch'esse erano mute e senza vita. Il parapetto del tetto spiccava chiaramente nel cielo illuminato; nulla avrebbe potuto muoversi senza che egli se ne fosse accorto, e nulla realmente si mosse.
Dal lato settentrionale egli passò all'ovest, ove s'aprivano quattro finestre che guardò a lungo ed ansiosamente, ma con lo stesso risultato. Certe volte il suo cuore si gonfiava di desiderî impotenti; certe altre tremava innanzi alle illusioni della sua fantasia. Amrah non fece alcun cenno; neppure un fantasma si mosse.
Silenziosamente, allora, egli si avvicinò alla facciata meridionale. Anche là la porta era sugellata e recava la medesima soprascritta. L'armonioso splendore della luna di agosto, apparendo sulla cresta dell'Oliveto, poi chiamato Monte dell'Offesa, faceva risaltare le parole, ed egli le lesse, in preda a un'ira muta e impotente. Tutto ciò che egli poteva fare, era di strappare l'asse dall'inchiodatura, e di lanciarla nel fosso; poi si sedette sul gradino, e pregò Dio affinchè affrettasse la venuta del nuovo Re. Questo sfogo lo rese più calmo; a poco, a poco cedette alle fatiche del lungo viaggio, compiuto sotto la sferza del sole; chinò la testa lentamente e si addormentò di un sonno profondo.
Poco dopo, due donne discesero la strada nella direzione della Torre di Antonia, avvicinandosi alla casa dei Hur. Esse avanzavano furtivamente, con passi timidi, fermandosi ogni tanto per ascoltare. All'angolo del fabbricato una si rivolse all'altra, e disse a bassa voce:
— «Eccoci, Tirzah.» —
E Tirzah, dopo aver guardato intorno a sè, afferrò la mano della madre, e vi si appoggiò pesantemente, singhiozzando, senza profferire una parola.
— «Andiamo innanzi, figlia mia, perchè....» — la madre esitò e tremò; poi sforzandosi d'essere calma, continuò — «perchè quando spunterà il giorno, ci cacceranno dalleporte della città che si chiuderanno per sempre dietro di noi.» —
Tirzah si lasciò cadere sulle pietre.
— «Ah, sì!» — ella disse fra i singhiozzi; — «Dimenticavo. Credevo di andare a casa. Ma siamo lebbrosi, e non abbiamo casa; apparteniamo ai morti!» —
La madre si abbassò e la sollevò teneramente, dicendo:
— «Non abbiamo nulla a temere. Andiamo avanti.» —
E in verità, alzando semplicemente le loro mani, esse avrebbero messo in fuga una intera legione.
Avanzandosi pian piano, rasente alla muraglia, procedettero come due fantasmi, sinchè arrivarono alla porta, davanti alla quale esse pure si fermarono. Vedendo l'asse, montarono sul gradino, e lessero la scritta:
Questa è proprietà dell'Imperatore
Allora la madre giunse le mani, e con gli occhi rivolti al Cielo, gemette con indicibile angoscia.
— «Che cosa c'è mamma? Tu mi spaventi!» —
Lentamente essa rispose: — «Oh! Tirzah, i poveri muoiono! Egli è morto!» —
— «Chi, mamma?» —
— «Tuo fratello! Tutto gli fu tolto — tutto — perfino questa casa!» —
— «Povero!» — disse Tirzah con sguardo smarrito — «Egli non potrà mai aiutarci.» —
— «E allora, mamma?» —
— «Domani, domani, figlia mia, troveremo un posto presso la strada, e chiederemo l'elemosina come fanno i lebbrosi; mendicheremo.» —
Tirzah si appoggiò di nuovo alla madre e con voce fioca bisbigliò:
— «Morire, morire!» —
— «No!» — disse la madre con prontezza. — «Iddio ha fissata la nostra ora, e noi siamo credenti in Dio. Lo rispetteremo anche in questo. Andiamo.» —
Ella afferrò la mano di Tirzah mentre parlava e insieme voltarono l'angolo ovest della casa, sempre rasentando il muro. Non trovando alcuno proseguirono fino all'altro angolo sfuggendo il chiaro di luna, che illuminava tutta la facciata meridionale e parte della strada.
Ma il desiderio della madre era forte. Lanciando uno sguardo indietro ed in alto verso le finestre, entrò nell'area illuminata attirando seco Tirzah; allora apparve intutto il suo orrore la loro afflizione — le labbra e le gote screpolate, gli occhi cisposi, le mani scarne; le ciocche di capelli indurite da una materia ripugnante, e, come le loro ciglia, spaventosamente bianche. Nè era possibile il poter dire quale fosse la madre, e quale la figlia; ambedue sembravano vecchie e cadenti.
— «Zitto!» — fece la madre — «V'è qualcuno coricato sul gradino — un uomo. Facciamo il giro e avviciniamoci.» — Esse attraversarono la strada, rapidamente, e tenendosi nell'ombra, proseguirono fin davanti alla porta, ove si fermarono.
— «Egli dorme, Tirzah!» —
L'uomo rimaneva immobile.
— «Rimani qui, mentr'io tenterò d'aprire la porta.» —
Così dicendo la madre s'avvicinò cautamente, senza far rumore, e toccò l'uscio. Non ebbe il tempo d'accertarsi se avrebbe ceduto, perchè, in quel momento, l'uomo sospirò, e, voltandosi inquietamente, mosse il fazzoletto che gli avvolgeva il capo, scoprendo il suo viso che apparve chiaramente illuminato dai raggi della luna. Ella lo guardò e trasalì; guardò di nuovo, curvandosi lievemente, e giunse le mani e alzò gli occhi al cielo, in muto appello. Rimase un istante così, poi corse da Tirzah.
— «Come è vero che esiste Dio, quell'uomo è mio figlio, è tuo fratello!» — sussurrò sommessamente.
— «Mio fratello? Giuda?» —
La madre le afferrò la mano con veemenza.
— «Vieni» — ella disse, sempre a voce bassa e concitata: — «andiamo a guardarlo insieme — ancora una volta, una volta sola — poi, o Dio, aiuta i tuoi servi!» —
Esse attraversarono la strada, tenendosi per mano, leste silenziose come fantasmi.
Quando le loro ombre si proiettarono sopra di lui, le donne si fermarono. Una delle sue mani giaceva sul gradino col palmo rivolto in alto. Tirzah cadde in ginocchio e lo avrebbe baciato, ma la madre la trasse indietro.
— «No, se ti è cara la sua vita, non toccarlo! Siamo infette! siamo infette!» — ella sussurrò.
Tirzah si ritrasse come se egli fosse il lebbroso.
Ben Hur era bello: d'una bellezza maschia. Le guancie e la fronte erano abbronzate dal sole e dall'aria del deserto; sotto ai baffi biondi apparivano le labbra rosse e fresche, e i denti bianchissimi; la morbida barba non celava la piena rotondità del mento e della gola. Come appariva bello agli occhi della madre! Quale immensa brama lastruggeva di gettargli le braccia al collo, di stringergli il capo al suo petto e di baciarlo come soleva fare nella sua fanciullezza! Dove trovò ella la forza per resistere all'impulso? Dall'amor suo, o lettore! dal suo amore materno, che, se tu poni ben mente, in questo differisce da ogni altro affetto: che, tenero per l'oggetto, può essere infinitamente tirannico per se stesso; di qui tutta la infinita forza del sacrificio. Neppure se avesse potuto ricuperare la salute e la fortuna, per nessuna benedizione di questa vita, non per la vita medesima, avrebbe permesso che il suo bacio infetto posasse sulla di lui guancia! Eppure ella deve toccarlo; in quell'istante che l'ha trovato, deve rinunciare a lui per sempre! Fate che un'altra madre vi dica l'amarezza di quel pensiero! Essa cadde in ginocchio, e, strisciando fino ai suoi piedi, accostò le labbra alla suola di un sandalo, la toccò una volta e poi un'altra ancora, e infuse tutta l'anima sua in quei baci.
Egli si mosse, ed agitò la mano. Esse fecero un passo indietro, e l'udirono mormorare in sogno:
— «Dov'è la mamma, Amrah?» —
E di nuovo ricadde in un sonno profondo. Tirzah lo divorava cogli occhi ardenti. La madre nascose il viso nella polvere cercando di soffocare un singhiozzo così profondo e così forte che le sembrava il suo cuore scoppiasse. Quasi desiderava ch'egli si svegliasse.
Egli aveva chiesto di lei; ella non era dimenticata; fin nel sonno pensava a lei. Non era abbastanza? La madre fece un cenno a Tirzah, si alzò, e, gettando sull'assopito ancora un ultimo sguardo, come per stamparne eternamente in cuore l'immagine, riattraversò lentamente la strada. Là, nascoste dall'ombra del muro, si fermarono, e, fissandolo in ginocchio, aspettarono ch'egli si svegliasse. Aspettavano qualche miracolo: non sapevano quale. A noi non è dato misurare la pazienza di un amore come il loro.
Di lì a poco, mentre egli dormiva ancora, un'altra donna apparve sull'angolo del palazzo. Le due lebbrose, accovacciate nell'ombra, la scorsero perfettamente, illuminata come era dalla luna; una figura piccola, curva, scura di carnagione, grigia di capelli, vestita decentemente alla foggia di una serva, e portando un cesto pieno di verdura.
Alla vista dell'uomo coricato sul gradino, la nuova venuta si fermò; poi, come se avesse presa una risoluzione, continuò la su strada camminando in punta di piedi. Passò vicina al dormiente, s'appressò alla porta, aprì facilmente losportello e mise la mano nell'apertura. Una delle larghe assi formanti l'imposta sinistra, girò su se stessa senza far rumore. Ella depose nell'interno il canestro, e stava per entrare essa medesima, quando, cedendo alla curiosità, si piegò per dare un'occhiata al forestiero, il viso del quale poteva benissimo vedersi.
Le spettatrici dall'altra parte della strada udirono un'esclamazione soffocata e videro la donna fregarsi gli occhi come per rinnovare in loro la forza; piegarsi di nuovo, giungere le mani, guardare storditamente intorno, e poi chinarsi ancora, sul dormiente, prendergli la mano e baciarla teneramente. Ah! ciò ch'esse bramavano tanto di fare e che non osavano! Svegliato da quell'atto, Ben Hur, istintivamente ritirò la mano, e così facendo i suoi occhi incontrarono quelli della donna.
— «Amrah! O Amrah! sei tu?» — egli disse.
La vecchia non potè rispondere a parole, ma gli cadde al collo piangendo di gioia.
Con delicatezza egli si svincolò dal suo braccio; sollevando il vecchio viso rugoso della serva, tutto bagnato di lagrime lo baciò, con una gioia non meno intensa di quella da lei dimostrata.
Poi le due ascoltatrici dalla strada l'udirono esclamare:
— «Mamma... Tirzah.... dimmi che è successo di loro, parla; ti prego.» —
Amrah diede in un nuovo scoppio di pianto.
— «Tu le hai vedute, Amrah. Tu sai dove sono: Dimmi che sono qui in casa.» —
Tirzah si mosse come per slanciarsi verso di lui, ma la madre, indovinando il suo intento, l'afferrò per la mano sussurrando:
— «No; no, per la tua vita. Noi siamo infette, noi siamo infette!»
Il suo amore era tirannico nella sua magnanimità.
Sebbene i loro cuori fossero straziati, egli non avrebbe dovuto diventare, per colpa della madre e della sorella, lebbroso com'esse.
Perciò l'amore vinse.
Intanto Amrah, cui si rivolgevano le suppliche di Ben Hur, piangeva sempre più.
— «Stavi per entrare,» — egli continuò vedendo che il battente era aperto. Andiamo allora, io verrò con te. E così dicendo si alzò. — «I Romani — la maledizione di Dio cada su di loro, — i Romani mentirono. La casa è mia, alzati Amrah, ed entriamo.» —
Un momento dopo essi erano spariti, lasciando le due donne sole nell'oscurità.
Esse tenevano gli occhi fissi sulla porta la quale non si sarebbe mai più spalancata per loro, e si strinsero sempre più l'una all'altra. Avevano fatto il loro dovere, il loro amore era stato messo alla prova ed avevano vinto. Il giorno seguente furono trovate dalle guardie e cacciate dalla città a sassate.
— «Via di qua, voi siete morte pel mondo, via!» —
Con questa sentenza che risonava minacciosa alle loro orecchie, uscirono dalla città.