DI SILVIO PELLICO

DI SILVIO PELLICOIl rispetto dovuto ai patimenti sofferti per la patria, e sofferti se non fortemente, almeno dignitosamente, vietò che delle cose di Silvio Pellico si dèsse un giudizio senza passione. Pareva sacrilegio di parlare senza lode delle opere scritte da quella stessa mano che portò le catene dello Spielberg, e finchè i pochi versi all’Italia che si trovano nellaFrancesca, furono proibiti, parvero sublimi. Nove decimi della fama del Pellico sono dovuti allo stato dell’ambiente in cui le sue opere si produssero, non al valore intrinseco delle opere stesse. Mutata la stagione, le opere apparvero veramente quali erano, povere, fiacche ed insipide. Il silenzio si è fatto, e nel gran fiume dell’oblio soprannuotano appenaLe mie prigionicome libro di premio per le scuole cattoliche, e laFrancesca, come vittima disgraziata dei centomila filodrammatici italiani.Una prova palpabile di questo si ha nell’epistolario intimo del Pellico, stampato in due volumi da un tal prete Durando presso il Guigoni di Milano nel 1879. Gli epistolari degli uomini illustri, in Italia specialmente, vanno a ruba. Chi trovasse una lettera nuova del Leopardi si reputerebbe fortunato, e l’anno scorso fu menato grande scalpore persino di quella cantica giovanile sull’Appressamento della morte, cui non valsero a torre buon successo le note bislacche e la comica introduzione. Fino gli epistolari de’ mediocri sono cercati ghiottamente, ed ebbero il loro momento di voga anche le lettere male isteriche dell’Aleardi. Ma dell’epistolario del Pellico chi tenne parola? Ci svela tutto il cuore e tutta l’anima di chi lo scrisse, e il mondo passò, senza degnarlo d’uno sguardo. Tanto il nome di Silvio Pellico è diventato indifferente se non antipatico.E certo, se questo epistolario fosse stato letto altrove che nei seminari, l’antipatia che desta il Pellico, sia nelle opere che nel carattere, sarebbe cresciuta. Lo stesso prete Durando ce lo presenta come modello ai giovani di pietà e divozione profonda, e davvero c’è da confonderlo con un libro divoto: nè pare che leFiloteegodano oggi le simpatie del pubblico che sa leggere. Chi può resistere e vincere la ripugnanza di tutto quel dolciume gesuitico, di quella religiosità smascolinata, giunge ad aver pietà di un povero uomo cui i patimenti troncarono più che i nervi, ma ogni fibra di virilità. È doloroso il vedere uno di quelli che furono santificati da lunga e gloriosa sventura, rinnegar quasi la causa per cui sofferse, adagiarsi nel profondo avvilimento di un cristianesimo superstizioso e cadere in tanta fiacchezza d’animo da rallegrarsi come di un beneficio di Dio per una domesticità concessa come elemosina da una dama caritatevole. Farsi agnelli nell’ovile di Dio, sta bene; lasciarsi tagliar la lana senza belare, passi; ma non bisognerebbe poi lasciarsi tagliare altro!Così l’epistolario proposto come assai superiore agli altri usciti in questi anniper nobiltà dì sentimenti religiosi, è degno del silenzio che lo accolse. Di quella roba ce n’è della meglio, anche nell’ambito della letteratura da seminari. Che anzi ne’ seminari stessi sarebbe tenuta nel dovuto conto, se i superiori non stimassero inutile il presentare un modello di ravvedimento più che un modello di letteratura. Pare a loro che quello del Pellico sia un grande esempio da proporsi a quelli che per caso si ricordassero di avere una patria, e ripetono le parole di Silvio pentito e contrito che grida: «Ho veduto troppo da vicino il male, per consentire che abbia a chiamarsi bene».A questo era ridotto quel Silvio che aveva pur tenuto le chiavi dell’anima sdegnosa di Ugo Foscolo. Il santo amore per cui aveva portati i ferri del galeotto, per lui era diventatoil male; la fede nuova aveva soffocato la vecchia, ed egli faceva ammenda del suo glorioso passato per tutti i confessionali di Torino.Non bisogna irritarsene, ma compassionare.La condanna del Pellico e l’aureola che quindi giustamente meritò (poichè è inutile ripescare a chi egli possa aver nociuto ne’ suoi esami, come traspare dalleMemoriedell’Arrivabene) furono uno dei più strani errori dell’Austria nel suo dominio tra noi. Il direttore di polizia nel suo barbaro italiano scriveva: «Tanto il Pellico quanto il Maroncelli erano marcati per le relazioni loro colle persone notate, per la loro animadversione al sistema dominante in queste provincie, ma nessuno riconobbe mai inessi che due scioli, capaci a sostenere con qualche eloquenza le opinioni loro letterarie, ma giammai atti ad un’impresa qualunque».Il Pellico, dopo le prime prove del carcere, scriveva al Salvotti: «Sono sette mesi che gemo dolorosamente sul mio fallo... Mi abbandono ai miei giudici». L’uomo era già domato e divenuto innocuo. Egli era maturo per passare dalla domesticità carbonare del Porro a quella gesuitica della marchesa di Barolo. Come l’acuto Salvotti non se ne avvide?Forse nocque a Silvio l’esser letterato, l’appartenere cioè a quella classe di persone che dal governo d’allora era temutissima; e di più l’esser romantico, poichè lo stesso Pellico aveva scritto al Marchisio: «A Torino come nelle nostre città per dire un liberale si dice un romantico: non si fa più differenza alcuna. E classico è diventato sinonimo d’ultra, di spia e d’inquisitore». Forse così Silvio pagava per tutto ilConciliatore, egli che era il meno solvibile della compagnia. Forse gli pesarono sopra i versi patriottici dellaFrancesca, che al Foscolo parvero da gettare al fuoco: al Foscolo che, all’Italia miadel dolce Silvio, aveva risposto cogli sdegnosi versi della Ricciarda:Amor d’Italia? A basso intento è velo—Spesso ecc.Basso intento non era nel Pellico, poichè tale non può esser detto il desiderio della facile fama; ma l’italianismo classico di Ugo e l’italianismo romantico di Silvio meritano riflessione. Ambedue conducono alla sventura, esilio o carcere; ma se nel Pellico è più grave la sventura, nel Foscolo è più seria la convinzione.Il Pellico, anima dolce e ingenua, s’era dato al romanticismo ed al carbonarismo sotto la influenza dell’ambiente in cui viveva. Gli uomini delConciliatorelo ascrissero alla loro chiesa, ed egli, nella foga giovanile, divenne caldissimo credente. Ma, senza dubbio, quando egli si gettò in quell’avventura non misurò le proprie forze per sapere se bastassero ai pericoli. Andò avanti storditamente, ingenuamente: ma quando il Salvotti stese le unghie sopra di lui, fu spaventato e fu vinto subito. La sua imprudenza fu meno pericolosa di quella di Giorgio Pallavicino: eppure capì che non avrebbe potuto indurre il Pellico a disonorevoli confessioni, ma non capì (e questo è strano) che il Pellico era già ravveduto e non più pericoloso.Dopo pochi mesi di carcere, non solo Silvio non avrebbe più potuto tentare il viaggio di Mantova e la conversione dell’Arrivabene, ma colla mano ancora tremante dallo spavento non avrebbe potuto più riprendere la penna con cui scrisse laFrancescae l’Eufemio. Non avrebbe abiuratoin pubblico, ma di dentro l’abiura era già fatta. Egli era già degno della pensione che Carlo Alberto gli largì quando non attendeva ancora il suo astro.Oramai la fama del Pellico non vive che per lePrigioni. Il suo miglior libro, come quello di tutti gli scrittori, fu il librovissuto; ma egli certamente quando lo scrisse, non ne conobbe tutta l’importanza. Non voleva mostrare altro chesi può essere religioso senza servilità, come egli scrisse al fratello Luigi nel 1832, e non era suo intento l’intenerire l’Europa sulle sciagure degli italiani condannati. Lo strale passò il segno cui egli lo aveva diretto, tanto che l’Austria sembra aver officiato la Curia Romana per la condanna del volume.CheLe mie prigioninon siano scritte con un intento politico, ma religioso, è troppo chiaro perchè bisogni dimostrarlo. Bastano le disapprovazioni di Silvio alleAddizionidel Maroncelli, e il poetizzamento contrario al vero della povera Zanze. LeAddizioniprovano che il Pellico attenuò la verità, specialmente per quel che riguarda i confessori dei condannati allo Spielberg; e l’ultimo volume delleMemorie d’oltre tombadello Châteaubriand ci mostra la vera Zanze. Lo stesso illustre visconte, parzialissimo del Pellico e unito con lui negli intenti religiosi, dopo aver riportato uno sgrammaticato e furibondo scritto della Zanze che ingiuria Silvio e lo accusa di menzogna, non può tenersi dal dire: «Io ritengo dunque che la Zanze delleMie prigionisia la Zanze secondo le Muse, e quella di questaapologiala Zanze secondo la storia». Ora le attenuazioni e gli abbellimenti essendo fatti chiaramente in pro di una tesi devota, si vede che tale era la tesi del libro. Che se invece lePrigioniebbero un effetto politico, lo ebbero a malgrado dell’autore.Tutto a quei tempi poteva parere un’arma contro ai dominatori, e quando il portare la barba era un segno di ribellione, ci voleva poco a trovare nel libro del Pellico l’intenzione di descrivere i martirii de’ patrioti ad incitamento e ad esempio. Ma è tanto vero che ciò fu fatto lontanissimo da’ suoi propositi, che il libro, come ripeto, è caduto nel lago gelato della letteratura pei seminari, mentre le strofe del Berchet suo contemporaneo ed amico, strofe dove davvero c’era un intento patrio, non muoiono e non morranno.La fama del Pellico venne appunto di là dove egli non la voleva. Il libro durò finchè a dispetto dell’autore fu rivoluzionario. Quando divenne quel che Silvio aveva voluto, una dimostrazione dell’efficacia della divozione nell’alleggerirei mali, cominciò a declinare. Una fama così artificiale ha durato più del credibile in causa delle sventure, pur troppo vere, che afflissero il povero Silvio: ma di mano in mano che i tempi eroici delle nostre rivoluzioni si allontanano, quella fama impallidisce e sfuma, poichè le manca il sale dell’arte, quel sale che conserva i libri dalla distruzione e dall’oblio.Infatti, oramai si può dire senza incorrere nella taccia di presunzione, il Pellico non fu mai poeta, ma appena un triste versificatore; di rado si innalzò fino alla mediocrità. Ebbe un momento di ispirazione a’ tempi del suo carbonarismo annacquato, allorchè il calorico dell’ambiente in cui viveva scaldò il suo frigido ingegno fino all’eretismo retorico della Francesca; ma fu un lampo. Egli non capì nemmeno quale fosse la nota che trascina all’applauso in quella tragedia, e immediatamente dopo si diede alla esagerazione della maniera. I due ultimi atti dell’Eufemio da Messina, pensati e scritti poco dopo allaFrancesca, non sono che la esagerazione dell’eretismo artificiale in cui aveva creduto di trovare il segreto del buon successo; non sono che un cumulo di atrocità grottesche e paralitiche, che parvero eccessive alla stessa polizia austriaca che non aveva il cuore tenero in quell’età dell’oro della tragedia, quando Atreo, Medea e Tieste non parevano troppo feroci al pubblico milanese del teatro Re. Il resto delle tragedie di Silvio non mostra che la miseria profonda del suo ingegno, e il povero Maroncelli dovette bene aver la trave dell’amicizia nell’occhio quando lo proclamò ilprimo drammaturgo d’Italia. Il tempo, del resto, ha fatto giustizia dura ma completa. Non c’è bisogno di prove per capacitarsi della supina mediocrità delle sorelle diFrancesca. Chi non sorride a metà delTommaso Moro?Chi non sonnecchia alla fine?Che il Pellico non fosse poeta, lo provano ad esuberanza leCantiche, efflorescenze disgraziate di un romanticismo ridicolo. Il romanticismo, come tutte le cose di questo mondo, ebbe la sua ragione d’essere, così come azione che come reazione. Ma è bravo chi può capire il perchè del romanticismo delleCantiche!Servirsene come mezzo era giusto; tenerlo come fine è ridicolo. Ad ogni apparire di scucia letteraria, ci sono questi poveri di spirito che cambiano l’istrumento col lavoro da fare, che credono fine della ribellione artistica il cingere la spada per pavoneggiarsene e non per servirsene. Ora il Pellico fu appunto di quelli che nel romanticismo non videro altro che la moda, la superficialità del vestito e del gergo. Cantò trovatori e castelli, perchè prima si cantavano eroi e templi: vestì i suoi cavalieri di elmetti e pose mano al liuto senza saperneil perchè, come prima gli ultimi classici vestivano di clamide i protagonisti e sonavano la lira invocando gli Dei cui non credevano. Fu questo veramente il peccato originale dei romantici italiani, per i quali i libri dello Schlegel rimasero suggellati. Ma nelCarmagnolae nell’Adelchic’è un po’ più che la moda romantica; e mentre il Manzoni ammazzava il vecchio classicismo convenzionale e bugiardo a profitto di un cristianesimo che non è più il cattolicismo, sapeva almeno quel che faceva e perchè. Ma chi sa dire per qual ragione il Pellico faccia cantare noiosamente i suoi trovatori sulle rovine dei castelli e ci mostri perpetuamente un medio evo inventato e falso, la tradizione letteraria del quale non è ancora scomparsa dalla nostra letteratura, specialmente drammatica? Gli mancò il giudizio per capire la ridicolezza de’ suoi trovatori: gli mancò l’ingegno per farli almeno cantar bene.E le liriche?... No, non conviene nemmeno ricordarle.Per mostrare quanto siano al disotto della più meschina mediocrità, basterebbe portar qualche brano di certe ridicole sbrodolature bigotte. Ma solo il trascriverle parrebbe mancanza di rispetto.Lasciamole nel limbo dove dormono il sonno sempiterno.Povero Pellico! Chi più sventurato di lui? In vita soffrì il martirio, e dopo la morte gli manca quella stessa fama della quale era vano più che non paresse.Che terribile giudice, il tempo!

DI SILVIO PELLICOIl rispetto dovuto ai patimenti sofferti per la patria, e sofferti se non fortemente, almeno dignitosamente, vietò che delle cose di Silvio Pellico si dèsse un giudizio senza passione. Pareva sacrilegio di parlare senza lode delle opere scritte da quella stessa mano che portò le catene dello Spielberg, e finchè i pochi versi all’Italia che si trovano nellaFrancesca, furono proibiti, parvero sublimi. Nove decimi della fama del Pellico sono dovuti allo stato dell’ambiente in cui le sue opere si produssero, non al valore intrinseco delle opere stesse. Mutata la stagione, le opere apparvero veramente quali erano, povere, fiacche ed insipide. Il silenzio si è fatto, e nel gran fiume dell’oblio soprannuotano appenaLe mie prigionicome libro di premio per le scuole cattoliche, e laFrancesca, come vittima disgraziata dei centomila filodrammatici italiani.Una prova palpabile di questo si ha nell’epistolario intimo del Pellico, stampato in due volumi da un tal prete Durando presso il Guigoni di Milano nel 1879. Gli epistolari degli uomini illustri, in Italia specialmente, vanno a ruba. Chi trovasse una lettera nuova del Leopardi si reputerebbe fortunato, e l’anno scorso fu menato grande scalpore persino di quella cantica giovanile sull’Appressamento della morte, cui non valsero a torre buon successo le note bislacche e la comica introduzione. Fino gli epistolari de’ mediocri sono cercati ghiottamente, ed ebbero il loro momento di voga anche le lettere male isteriche dell’Aleardi. Ma dell’epistolario del Pellico chi tenne parola? Ci svela tutto il cuore e tutta l’anima di chi lo scrisse, e il mondo passò, senza degnarlo d’uno sguardo. Tanto il nome di Silvio Pellico è diventato indifferente se non antipatico.E certo, se questo epistolario fosse stato letto altrove che nei seminari, l’antipatia che desta il Pellico, sia nelle opere che nel carattere, sarebbe cresciuta. Lo stesso prete Durando ce lo presenta come modello ai giovani di pietà e divozione profonda, e davvero c’è da confonderlo con un libro divoto: nè pare che leFiloteegodano oggi le simpatie del pubblico che sa leggere. Chi può resistere e vincere la ripugnanza di tutto quel dolciume gesuitico, di quella religiosità smascolinata, giunge ad aver pietà di un povero uomo cui i patimenti troncarono più che i nervi, ma ogni fibra di virilità. È doloroso il vedere uno di quelli che furono santificati da lunga e gloriosa sventura, rinnegar quasi la causa per cui sofferse, adagiarsi nel profondo avvilimento di un cristianesimo superstizioso e cadere in tanta fiacchezza d’animo da rallegrarsi come di un beneficio di Dio per una domesticità concessa come elemosina da una dama caritatevole. Farsi agnelli nell’ovile di Dio, sta bene; lasciarsi tagliar la lana senza belare, passi; ma non bisognerebbe poi lasciarsi tagliare altro!Così l’epistolario proposto come assai superiore agli altri usciti in questi anniper nobiltà dì sentimenti religiosi, è degno del silenzio che lo accolse. Di quella roba ce n’è della meglio, anche nell’ambito della letteratura da seminari. Che anzi ne’ seminari stessi sarebbe tenuta nel dovuto conto, se i superiori non stimassero inutile il presentare un modello di ravvedimento più che un modello di letteratura. Pare a loro che quello del Pellico sia un grande esempio da proporsi a quelli che per caso si ricordassero di avere una patria, e ripetono le parole di Silvio pentito e contrito che grida: «Ho veduto troppo da vicino il male, per consentire che abbia a chiamarsi bene».A questo era ridotto quel Silvio che aveva pur tenuto le chiavi dell’anima sdegnosa di Ugo Foscolo. Il santo amore per cui aveva portati i ferri del galeotto, per lui era diventatoil male; la fede nuova aveva soffocato la vecchia, ed egli faceva ammenda del suo glorioso passato per tutti i confessionali di Torino.Non bisogna irritarsene, ma compassionare.La condanna del Pellico e l’aureola che quindi giustamente meritò (poichè è inutile ripescare a chi egli possa aver nociuto ne’ suoi esami, come traspare dalleMemoriedell’Arrivabene) furono uno dei più strani errori dell’Austria nel suo dominio tra noi. Il direttore di polizia nel suo barbaro italiano scriveva: «Tanto il Pellico quanto il Maroncelli erano marcati per le relazioni loro colle persone notate, per la loro animadversione al sistema dominante in queste provincie, ma nessuno riconobbe mai inessi che due scioli, capaci a sostenere con qualche eloquenza le opinioni loro letterarie, ma giammai atti ad un’impresa qualunque».Il Pellico, dopo le prime prove del carcere, scriveva al Salvotti: «Sono sette mesi che gemo dolorosamente sul mio fallo... Mi abbandono ai miei giudici». L’uomo era già domato e divenuto innocuo. Egli era maturo per passare dalla domesticità carbonare del Porro a quella gesuitica della marchesa di Barolo. Come l’acuto Salvotti non se ne avvide?Forse nocque a Silvio l’esser letterato, l’appartenere cioè a quella classe di persone che dal governo d’allora era temutissima; e di più l’esser romantico, poichè lo stesso Pellico aveva scritto al Marchisio: «A Torino come nelle nostre città per dire un liberale si dice un romantico: non si fa più differenza alcuna. E classico è diventato sinonimo d’ultra, di spia e d’inquisitore». Forse così Silvio pagava per tutto ilConciliatore, egli che era il meno solvibile della compagnia. Forse gli pesarono sopra i versi patriottici dellaFrancesca, che al Foscolo parvero da gettare al fuoco: al Foscolo che, all’Italia miadel dolce Silvio, aveva risposto cogli sdegnosi versi della Ricciarda:Amor d’Italia? A basso intento è velo—Spesso ecc.Basso intento non era nel Pellico, poichè tale non può esser detto il desiderio della facile fama; ma l’italianismo classico di Ugo e l’italianismo romantico di Silvio meritano riflessione. Ambedue conducono alla sventura, esilio o carcere; ma se nel Pellico è più grave la sventura, nel Foscolo è più seria la convinzione.Il Pellico, anima dolce e ingenua, s’era dato al romanticismo ed al carbonarismo sotto la influenza dell’ambiente in cui viveva. Gli uomini delConciliatorelo ascrissero alla loro chiesa, ed egli, nella foga giovanile, divenne caldissimo credente. Ma, senza dubbio, quando egli si gettò in quell’avventura non misurò le proprie forze per sapere se bastassero ai pericoli. Andò avanti storditamente, ingenuamente: ma quando il Salvotti stese le unghie sopra di lui, fu spaventato e fu vinto subito. La sua imprudenza fu meno pericolosa di quella di Giorgio Pallavicino: eppure capì che non avrebbe potuto indurre il Pellico a disonorevoli confessioni, ma non capì (e questo è strano) che il Pellico era già ravveduto e non più pericoloso.Dopo pochi mesi di carcere, non solo Silvio non avrebbe più potuto tentare il viaggio di Mantova e la conversione dell’Arrivabene, ma colla mano ancora tremante dallo spavento non avrebbe potuto più riprendere la penna con cui scrisse laFrancescae l’Eufemio. Non avrebbe abiuratoin pubblico, ma di dentro l’abiura era già fatta. Egli era già degno della pensione che Carlo Alberto gli largì quando non attendeva ancora il suo astro.Oramai la fama del Pellico non vive che per lePrigioni. Il suo miglior libro, come quello di tutti gli scrittori, fu il librovissuto; ma egli certamente quando lo scrisse, non ne conobbe tutta l’importanza. Non voleva mostrare altro chesi può essere religioso senza servilità, come egli scrisse al fratello Luigi nel 1832, e non era suo intento l’intenerire l’Europa sulle sciagure degli italiani condannati. Lo strale passò il segno cui egli lo aveva diretto, tanto che l’Austria sembra aver officiato la Curia Romana per la condanna del volume.CheLe mie prigioninon siano scritte con un intento politico, ma religioso, è troppo chiaro perchè bisogni dimostrarlo. Bastano le disapprovazioni di Silvio alleAddizionidel Maroncelli, e il poetizzamento contrario al vero della povera Zanze. LeAddizioniprovano che il Pellico attenuò la verità, specialmente per quel che riguarda i confessori dei condannati allo Spielberg; e l’ultimo volume delleMemorie d’oltre tombadello Châteaubriand ci mostra la vera Zanze. Lo stesso illustre visconte, parzialissimo del Pellico e unito con lui negli intenti religiosi, dopo aver riportato uno sgrammaticato e furibondo scritto della Zanze che ingiuria Silvio e lo accusa di menzogna, non può tenersi dal dire: «Io ritengo dunque che la Zanze delleMie prigionisia la Zanze secondo le Muse, e quella di questaapologiala Zanze secondo la storia». Ora le attenuazioni e gli abbellimenti essendo fatti chiaramente in pro di una tesi devota, si vede che tale era la tesi del libro. Che se invece lePrigioniebbero un effetto politico, lo ebbero a malgrado dell’autore.Tutto a quei tempi poteva parere un’arma contro ai dominatori, e quando il portare la barba era un segno di ribellione, ci voleva poco a trovare nel libro del Pellico l’intenzione di descrivere i martirii de’ patrioti ad incitamento e ad esempio. Ma è tanto vero che ciò fu fatto lontanissimo da’ suoi propositi, che il libro, come ripeto, è caduto nel lago gelato della letteratura pei seminari, mentre le strofe del Berchet suo contemporaneo ed amico, strofe dove davvero c’era un intento patrio, non muoiono e non morranno.La fama del Pellico venne appunto di là dove egli non la voleva. Il libro durò finchè a dispetto dell’autore fu rivoluzionario. Quando divenne quel che Silvio aveva voluto, una dimostrazione dell’efficacia della divozione nell’alleggerirei mali, cominciò a declinare. Una fama così artificiale ha durato più del credibile in causa delle sventure, pur troppo vere, che afflissero il povero Silvio: ma di mano in mano che i tempi eroici delle nostre rivoluzioni si allontanano, quella fama impallidisce e sfuma, poichè le manca il sale dell’arte, quel sale che conserva i libri dalla distruzione e dall’oblio.Infatti, oramai si può dire senza incorrere nella taccia di presunzione, il Pellico non fu mai poeta, ma appena un triste versificatore; di rado si innalzò fino alla mediocrità. Ebbe un momento di ispirazione a’ tempi del suo carbonarismo annacquato, allorchè il calorico dell’ambiente in cui viveva scaldò il suo frigido ingegno fino all’eretismo retorico della Francesca; ma fu un lampo. Egli non capì nemmeno quale fosse la nota che trascina all’applauso in quella tragedia, e immediatamente dopo si diede alla esagerazione della maniera. I due ultimi atti dell’Eufemio da Messina, pensati e scritti poco dopo allaFrancesca, non sono che la esagerazione dell’eretismo artificiale in cui aveva creduto di trovare il segreto del buon successo; non sono che un cumulo di atrocità grottesche e paralitiche, che parvero eccessive alla stessa polizia austriaca che non aveva il cuore tenero in quell’età dell’oro della tragedia, quando Atreo, Medea e Tieste non parevano troppo feroci al pubblico milanese del teatro Re. Il resto delle tragedie di Silvio non mostra che la miseria profonda del suo ingegno, e il povero Maroncelli dovette bene aver la trave dell’amicizia nell’occhio quando lo proclamò ilprimo drammaturgo d’Italia. Il tempo, del resto, ha fatto giustizia dura ma completa. Non c’è bisogno di prove per capacitarsi della supina mediocrità delle sorelle diFrancesca. Chi non sorride a metà delTommaso Moro?Chi non sonnecchia alla fine?Che il Pellico non fosse poeta, lo provano ad esuberanza leCantiche, efflorescenze disgraziate di un romanticismo ridicolo. Il romanticismo, come tutte le cose di questo mondo, ebbe la sua ragione d’essere, così come azione che come reazione. Ma è bravo chi può capire il perchè del romanticismo delleCantiche!Servirsene come mezzo era giusto; tenerlo come fine è ridicolo. Ad ogni apparire di scucia letteraria, ci sono questi poveri di spirito che cambiano l’istrumento col lavoro da fare, che credono fine della ribellione artistica il cingere la spada per pavoneggiarsene e non per servirsene. Ora il Pellico fu appunto di quelli che nel romanticismo non videro altro che la moda, la superficialità del vestito e del gergo. Cantò trovatori e castelli, perchè prima si cantavano eroi e templi: vestì i suoi cavalieri di elmetti e pose mano al liuto senza saperneil perchè, come prima gli ultimi classici vestivano di clamide i protagonisti e sonavano la lira invocando gli Dei cui non credevano. Fu questo veramente il peccato originale dei romantici italiani, per i quali i libri dello Schlegel rimasero suggellati. Ma nelCarmagnolae nell’Adelchic’è un po’ più che la moda romantica; e mentre il Manzoni ammazzava il vecchio classicismo convenzionale e bugiardo a profitto di un cristianesimo che non è più il cattolicismo, sapeva almeno quel che faceva e perchè. Ma chi sa dire per qual ragione il Pellico faccia cantare noiosamente i suoi trovatori sulle rovine dei castelli e ci mostri perpetuamente un medio evo inventato e falso, la tradizione letteraria del quale non è ancora scomparsa dalla nostra letteratura, specialmente drammatica? Gli mancò il giudizio per capire la ridicolezza de’ suoi trovatori: gli mancò l’ingegno per farli almeno cantar bene.E le liriche?... No, non conviene nemmeno ricordarle.Per mostrare quanto siano al disotto della più meschina mediocrità, basterebbe portar qualche brano di certe ridicole sbrodolature bigotte. Ma solo il trascriverle parrebbe mancanza di rispetto.Lasciamole nel limbo dove dormono il sonno sempiterno.Povero Pellico! Chi più sventurato di lui? In vita soffrì il martirio, e dopo la morte gli manca quella stessa fama della quale era vano più che non paresse.Che terribile giudice, il tempo!

Il rispetto dovuto ai patimenti sofferti per la patria, e sofferti se non fortemente, almeno dignitosamente, vietò che delle cose di Silvio Pellico si dèsse un giudizio senza passione. Pareva sacrilegio di parlare senza lode delle opere scritte da quella stessa mano che portò le catene dello Spielberg, e finchè i pochi versi all’Italia che si trovano nellaFrancesca, furono proibiti, parvero sublimi. Nove decimi della fama del Pellico sono dovuti allo stato dell’ambiente in cui le sue opere si produssero, non al valore intrinseco delle opere stesse. Mutata la stagione, le opere apparvero veramente quali erano, povere, fiacche ed insipide. Il silenzio si è fatto, e nel gran fiume dell’oblio soprannuotano appenaLe mie prigionicome libro di premio per le scuole cattoliche, e laFrancesca, come vittima disgraziata dei centomila filodrammatici italiani.

Una prova palpabile di questo si ha nell’epistolario intimo del Pellico, stampato in due volumi da un tal prete Durando presso il Guigoni di Milano nel 1879. Gli epistolari degli uomini illustri, in Italia specialmente, vanno a ruba. Chi trovasse una lettera nuova del Leopardi si reputerebbe fortunato, e l’anno scorso fu menato grande scalpore persino di quella cantica giovanile sull’Appressamento della morte, cui non valsero a torre buon successo le note bislacche e la comica introduzione. Fino gli epistolari de’ mediocri sono cercati ghiottamente, ed ebbero il loro momento di voga anche le lettere male isteriche dell’Aleardi. Ma dell’epistolario del Pellico chi tenne parola? Ci svela tutto il cuore e tutta l’anima di chi lo scrisse, e il mondo passò, senza degnarlo d’uno sguardo. Tanto il nome di Silvio Pellico è diventato indifferente se non antipatico.

E certo, se questo epistolario fosse stato letto altrove che nei seminari, l’antipatia che desta il Pellico, sia nelle opere che nel carattere, sarebbe cresciuta. Lo stesso prete Durando ce lo presenta come modello ai giovani di pietà e divozione profonda, e davvero c’è da confonderlo con un libro divoto: nè pare che leFiloteegodano oggi le simpatie del pubblico che sa leggere. Chi può resistere e vincere la ripugnanza di tutto quel dolciume gesuitico, di quella religiosità smascolinata, giunge ad aver pietà di un povero uomo cui i patimenti troncarono più che i nervi, ma ogni fibra di virilità. È doloroso il vedere uno di quelli che furono santificati da lunga e gloriosa sventura, rinnegar quasi la causa per cui sofferse, adagiarsi nel profondo avvilimento di un cristianesimo superstizioso e cadere in tanta fiacchezza d’animo da rallegrarsi come di un beneficio di Dio per una domesticità concessa come elemosina da una dama caritatevole. Farsi agnelli nell’ovile di Dio, sta bene; lasciarsi tagliar la lana senza belare, passi; ma non bisognerebbe poi lasciarsi tagliare altro!

Così l’epistolario proposto come assai superiore agli altri usciti in questi anniper nobiltà dì sentimenti religiosi, è degno del silenzio che lo accolse. Di quella roba ce n’è della meglio, anche nell’ambito della letteratura da seminari. Che anzi ne’ seminari stessi sarebbe tenuta nel dovuto conto, se i superiori non stimassero inutile il presentare un modello di ravvedimento più che un modello di letteratura. Pare a loro che quello del Pellico sia un grande esempio da proporsi a quelli che per caso si ricordassero di avere una patria, e ripetono le parole di Silvio pentito e contrito che grida: «Ho veduto troppo da vicino il male, per consentire che abbia a chiamarsi bene».

A questo era ridotto quel Silvio che aveva pur tenuto le chiavi dell’anima sdegnosa di Ugo Foscolo. Il santo amore per cui aveva portati i ferri del galeotto, per lui era diventatoil male; la fede nuova aveva soffocato la vecchia, ed egli faceva ammenda del suo glorioso passato per tutti i confessionali di Torino.

Non bisogna irritarsene, ma compassionare.

La condanna del Pellico e l’aureola che quindi giustamente meritò (poichè è inutile ripescare a chi egli possa aver nociuto ne’ suoi esami, come traspare dalleMemoriedell’Arrivabene) furono uno dei più strani errori dell’Austria nel suo dominio tra noi. Il direttore di polizia nel suo barbaro italiano scriveva: «Tanto il Pellico quanto il Maroncelli erano marcati per le relazioni loro colle persone notate, per la loro animadversione al sistema dominante in queste provincie, ma nessuno riconobbe mai inessi che due scioli, capaci a sostenere con qualche eloquenza le opinioni loro letterarie, ma giammai atti ad un’impresa qualunque».

Il Pellico, dopo le prime prove del carcere, scriveva al Salvotti: «Sono sette mesi che gemo dolorosamente sul mio fallo... Mi abbandono ai miei giudici». L’uomo era già domato e divenuto innocuo. Egli era maturo per passare dalla domesticità carbonare del Porro a quella gesuitica della marchesa di Barolo. Come l’acuto Salvotti non se ne avvide?

Forse nocque a Silvio l’esser letterato, l’appartenere cioè a quella classe di persone che dal governo d’allora era temutissima; e di più l’esser romantico, poichè lo stesso Pellico aveva scritto al Marchisio: «A Torino come nelle nostre città per dire un liberale si dice un romantico: non si fa più differenza alcuna. E classico è diventato sinonimo d’ultra, di spia e d’inquisitore». Forse così Silvio pagava per tutto ilConciliatore, egli che era il meno solvibile della compagnia. Forse gli pesarono sopra i versi patriottici dellaFrancesca, che al Foscolo parvero da gettare al fuoco: al Foscolo che, all’Italia miadel dolce Silvio, aveva risposto cogli sdegnosi versi della Ricciarda:Amor d’Italia? A basso intento è velo—Spesso ecc.Basso intento non era nel Pellico, poichè tale non può esser detto il desiderio della facile fama; ma l’italianismo classico di Ugo e l’italianismo romantico di Silvio meritano riflessione. Ambedue conducono alla sventura, esilio o carcere; ma se nel Pellico è più grave la sventura, nel Foscolo è più seria la convinzione.

Il Pellico, anima dolce e ingenua, s’era dato al romanticismo ed al carbonarismo sotto la influenza dell’ambiente in cui viveva. Gli uomini delConciliatorelo ascrissero alla loro chiesa, ed egli, nella foga giovanile, divenne caldissimo credente. Ma, senza dubbio, quando egli si gettò in quell’avventura non misurò le proprie forze per sapere se bastassero ai pericoli. Andò avanti storditamente, ingenuamente: ma quando il Salvotti stese le unghie sopra di lui, fu spaventato e fu vinto subito. La sua imprudenza fu meno pericolosa di quella di Giorgio Pallavicino: eppure capì che non avrebbe potuto indurre il Pellico a disonorevoli confessioni, ma non capì (e questo è strano) che il Pellico era già ravveduto e non più pericoloso.

Dopo pochi mesi di carcere, non solo Silvio non avrebbe più potuto tentare il viaggio di Mantova e la conversione dell’Arrivabene, ma colla mano ancora tremante dallo spavento non avrebbe potuto più riprendere la penna con cui scrisse laFrancescae l’Eufemio. Non avrebbe abiuratoin pubblico, ma di dentro l’abiura era già fatta. Egli era già degno della pensione che Carlo Alberto gli largì quando non attendeva ancora il suo astro.

Oramai la fama del Pellico non vive che per lePrigioni. Il suo miglior libro, come quello di tutti gli scrittori, fu il librovissuto; ma egli certamente quando lo scrisse, non ne conobbe tutta l’importanza. Non voleva mostrare altro chesi può essere religioso senza servilità, come egli scrisse al fratello Luigi nel 1832, e non era suo intento l’intenerire l’Europa sulle sciagure degli italiani condannati. Lo strale passò il segno cui egli lo aveva diretto, tanto che l’Austria sembra aver officiato la Curia Romana per la condanna del volume.

CheLe mie prigioninon siano scritte con un intento politico, ma religioso, è troppo chiaro perchè bisogni dimostrarlo. Bastano le disapprovazioni di Silvio alleAddizionidel Maroncelli, e il poetizzamento contrario al vero della povera Zanze. LeAddizioniprovano che il Pellico attenuò la verità, specialmente per quel che riguarda i confessori dei condannati allo Spielberg; e l’ultimo volume delleMemorie d’oltre tombadello Châteaubriand ci mostra la vera Zanze. Lo stesso illustre visconte, parzialissimo del Pellico e unito con lui negli intenti religiosi, dopo aver riportato uno sgrammaticato e furibondo scritto della Zanze che ingiuria Silvio e lo accusa di menzogna, non può tenersi dal dire: «Io ritengo dunque che la Zanze delleMie prigionisia la Zanze secondo le Muse, e quella di questaapologiala Zanze secondo la storia». Ora le attenuazioni e gli abbellimenti essendo fatti chiaramente in pro di una tesi devota, si vede che tale era la tesi del libro. Che se invece lePrigioniebbero un effetto politico, lo ebbero a malgrado dell’autore.

Tutto a quei tempi poteva parere un’arma contro ai dominatori, e quando il portare la barba era un segno di ribellione, ci voleva poco a trovare nel libro del Pellico l’intenzione di descrivere i martirii de’ patrioti ad incitamento e ad esempio. Ma è tanto vero che ciò fu fatto lontanissimo da’ suoi propositi, che il libro, come ripeto, è caduto nel lago gelato della letteratura pei seminari, mentre le strofe del Berchet suo contemporaneo ed amico, strofe dove davvero c’era un intento patrio, non muoiono e non morranno.

La fama del Pellico venne appunto di là dove egli non la voleva. Il libro durò finchè a dispetto dell’autore fu rivoluzionario. Quando divenne quel che Silvio aveva voluto, una dimostrazione dell’efficacia della divozione nell’alleggerirei mali, cominciò a declinare. Una fama così artificiale ha durato più del credibile in causa delle sventure, pur troppo vere, che afflissero il povero Silvio: ma di mano in mano che i tempi eroici delle nostre rivoluzioni si allontanano, quella fama impallidisce e sfuma, poichè le manca il sale dell’arte, quel sale che conserva i libri dalla distruzione e dall’oblio.

Infatti, oramai si può dire senza incorrere nella taccia di presunzione, il Pellico non fu mai poeta, ma appena un triste versificatore; di rado si innalzò fino alla mediocrità. Ebbe un momento di ispirazione a’ tempi del suo carbonarismo annacquato, allorchè il calorico dell’ambiente in cui viveva scaldò il suo frigido ingegno fino all’eretismo retorico della Francesca; ma fu un lampo. Egli non capì nemmeno quale fosse la nota che trascina all’applauso in quella tragedia, e immediatamente dopo si diede alla esagerazione della maniera. I due ultimi atti dell’Eufemio da Messina, pensati e scritti poco dopo allaFrancesca, non sono che la esagerazione dell’eretismo artificiale in cui aveva creduto di trovare il segreto del buon successo; non sono che un cumulo di atrocità grottesche e paralitiche, che parvero eccessive alla stessa polizia austriaca che non aveva il cuore tenero in quell’età dell’oro della tragedia, quando Atreo, Medea e Tieste non parevano troppo feroci al pubblico milanese del teatro Re. Il resto delle tragedie di Silvio non mostra che la miseria profonda del suo ingegno, e il povero Maroncelli dovette bene aver la trave dell’amicizia nell’occhio quando lo proclamò ilprimo drammaturgo d’Italia. Il tempo, del resto, ha fatto giustizia dura ma completa. Non c’è bisogno di prove per capacitarsi della supina mediocrità delle sorelle diFrancesca. Chi non sorride a metà delTommaso Moro?Chi non sonnecchia alla fine?

Che il Pellico non fosse poeta, lo provano ad esuberanza leCantiche, efflorescenze disgraziate di un romanticismo ridicolo. Il romanticismo, come tutte le cose di questo mondo, ebbe la sua ragione d’essere, così come azione che come reazione. Ma è bravo chi può capire il perchè del romanticismo delleCantiche!Servirsene come mezzo era giusto; tenerlo come fine è ridicolo. Ad ogni apparire di scucia letteraria, ci sono questi poveri di spirito che cambiano l’istrumento col lavoro da fare, che credono fine della ribellione artistica il cingere la spada per pavoneggiarsene e non per servirsene. Ora il Pellico fu appunto di quelli che nel romanticismo non videro altro che la moda, la superficialità del vestito e del gergo. Cantò trovatori e castelli, perchè prima si cantavano eroi e templi: vestì i suoi cavalieri di elmetti e pose mano al liuto senza saperneil perchè, come prima gli ultimi classici vestivano di clamide i protagonisti e sonavano la lira invocando gli Dei cui non credevano. Fu questo veramente il peccato originale dei romantici italiani, per i quali i libri dello Schlegel rimasero suggellati. Ma nelCarmagnolae nell’Adelchic’è un po’ più che la moda romantica; e mentre il Manzoni ammazzava il vecchio classicismo convenzionale e bugiardo a profitto di un cristianesimo che non è più il cattolicismo, sapeva almeno quel che faceva e perchè. Ma chi sa dire per qual ragione il Pellico faccia cantare noiosamente i suoi trovatori sulle rovine dei castelli e ci mostri perpetuamente un medio evo inventato e falso, la tradizione letteraria del quale non è ancora scomparsa dalla nostra letteratura, specialmente drammatica? Gli mancò il giudizio per capire la ridicolezza de’ suoi trovatori: gli mancò l’ingegno per farli almeno cantar bene.

E le liriche?... No, non conviene nemmeno ricordarle.

Per mostrare quanto siano al disotto della più meschina mediocrità, basterebbe portar qualche brano di certe ridicole sbrodolature bigotte. Ma solo il trascriverle parrebbe mancanza di rispetto.

Lasciamole nel limbo dove dormono il sonno sempiterno.

Povero Pellico! Chi più sventurato di lui? In vita soffrì il martirio, e dopo la morte gli manca quella stessa fama della quale era vano più che non paresse.

Che terribile giudice, il tempo!


Back to IndexNext