SILVIO PELLICO A ROMA

SILVIO PELLICO A ROMAGli epistolari degli uomini celebri sono sempre stati cercati e letti avidamente, ma leLettere famigliaridel Pellico, pubblicate dal Durando nell’anno scorso a Milano, presso il Guigoni, chi le ha lette? E davvero non è da meravigliare se la pubblicazione fu accolta con qualche lode dai giornali cattolici, senza però riuscire a farsi posto tra le cose importanti o soltanto curiose, venute fuori in questi ultimi tempi. L’epistolario è edificante, ma seccante. Non è in fondo che una collezione di giaculatorie, di pie aspirazioni, di bigotterie piccine piccine da far dormire in piedi. Così doveva finire l’autore dellaFrancesca!Anche come arma, come libro di predicazione cattolica, vai poco. Vuoto, insipido catalogo di tutte le messe ascoltate e delle indulgenze lucrate, non solo non convertirà nessuno, ma allontanerà qualche animo delicato da una conversione di quel genere. Anche una persona d’ingegno può credere ad un tratto, ma non può cadere in una divozione così volgare, così cretina, sotto pena di non essere più un uomo d’ingegno, ma un’oca. E i catecumeni che conservano appunto un po’ d’ingegno, non possono a meno di vacillare, fosse pure per un momento, davanti ad un esempio così sconfortante. La fede del Châteaubriand può tentare qualcuno, ma la fede del Pellico, la fede gozzuta dei pifferari irragionevoli tenterà pochi. Per questo ci pare che, anche come libro cattolico, l’epistolario del Pellico, sia sbagliato.A metà d’agosto del 1845, Silvio Pellico parte da Torino per Roma. Arrivato ad Alessandria vuoi mangiare di magro, ma monsignore Arnaldi non glielo permette. A Genova alloggia dai gesuiti, ed arrivando ha la fortuna di trovare una messa pronta e di poter fare le sue divozioni.Ecco le sue prime impressioni di viaggio. A Civitavecchia è ricevuto dal console del suo paese e si loda dell’accoglienza perchè il console èamico devoto dei gesuiti. A Roma è ricevuto a braccia aperte alGesù, ed egli va in estasi davanti ai riverendi esclamando che gode vedendoli e poi che sono tanto buoni! Il padre generale gli ispira rispetto e simpatia, e non può saziarsi di guardarlo e d’ascoltarlo. È un santo! È così nobilmente afflitto quando parla del Gioberti e degli altri che giudicano i gesuiti con malevolenza! Il cuore del padre generale è tutto carità! Ecco le prime impressioni di un artista, di un poeta a Roma! I padri sono già tutti amici suoi ed alGesùci sono molte messe!Non c’è più nulla che gonfi un cuore avvizzito, inaridito da una religione che insegna ad odiare il mondo ed a rinunciare alla ragione ed alla volontà. Il Pellico si sbriga con due righe della basilica di San Pietro, per narrare poi con grandissima compiacenza la visita alle sette chiese che sta per fare col fratello gesuita, e la squisita bontà del padre generale che mette una carrozza a sua disposizione. Egli sorride di coloro i quali sospettano che sia venuto a Roma per farsi gesuita, ed ha ragione. Perchè si sarebbe fatto egli gesuita? Non lo era già abbastanza? Ai furbi padri bastava di avere l’anima sua; il corpo era troppo debole per servire a qualche cosa e non lo vollero. Avevano spremuto il succo dell’arancia e non sapevano che fare della buccia.Quel po’ di fregola artistica che aveva scaldato già il mediocre versificatore, si è agghiacciata nella superstizione. Egli scrive alla sorella: «Tu mi credi occupato intorno alle antichità di Roma ed alle rovine. Niente affatto. Ho ammirato all’ingrosso, ho ammirato con piacere, sono contento d’aver visto quel che ho visto, ma dopo aver saziato la curiosità, la sola predilezione che mi sia rimasta è per le chiese. Oh! una chiesa! un altare! la certezza che Dio ama il culto che gli rendiamo! ecco quel che val meglio di tutte le curiosità antiche e moderne!» Ecco, non abbiamo intenzione di mancar di rispetto al povero Pellico, ma questo ci pare proprio un caso di rammollimento cerebrale.Ma in tutta questa bigotteria miserabile non c’è un momento di lucido intervallo? Proprio il Pellico che soffrì per aver amato l’Italia è morto tutto, e non è sopravvissuto che il gesuita frigido, il torzone di dura cervice? Ahimè sì! Sentite in che modo spicciativo narra da Roma alla sorella i casi di Romagna: «Nella cittaduzza di Rimini c’è stata una rivoluzione passeggera. Alcuni malcontenti si erano impadroniti del governo, de’ quattrini e delle armi.Il papa mandò alcuni soldati e i malcontenti scapparono: ora tutto è tranquillo». L’ordine regna a Varsavia! C’è da credere che l’abbiano messo allo Spielberg per sbaglio.Ma c’è un momento in cui il pover uomo si sente in vena, ed è quando descrive alla sorella l’udienza accordatagli dal papa: «Non temere per la salute mia, egli esclama, non temere! Ho la benedizione di un venerabile pontefice che ha 81 anni! Oh che degno ed amabile Santo Padre!» Era Gregoriaccio, il beone che passerà alla immortalità nelle satire del Belli! Il Pellico ne rimane incantato! e riceve divotamente le medagliuzze benedette colla superstiziosa fede di un cafone qualunque; e in un giorno di festa, egli che non visita i musei perchè si stanca, e in quello del Vaticano, dove gli tocca di andare per forza, nota solo che di quando in quando potè mettersi a sedere, egli segue divotamente una lunga processione, innamorato del «santo vecchio che seduto sul suo venerabile trono dà continuamente la sua benedizione», e sta attento perchè quella benedizione tocchi anche a lui.Papa Gregorio solo a Roma ha la virtù di infondergli un po’ d’entusiasmo. Lo cerca, lo segue in San Pietro colla ansiosa ostinatezza di un innamorato e gli pare non essere mai stato benedetto abbastanza. Del suo romanticismo non gli resta che quel tanto che basti a mettere in canzonella i poveri Arcadi che cercavano di fargli buona accoglienza e di onorarlo quanto potevano. In carnevale dai balconi del Corso piange sulla vanità delle cose umane, compiange i poveri cavalli che corrono barbaramente spronati, ma non sa nemmeno se qualche povero diavolo sia cascato e morto sotto la furia dei corridori. In Trastevere la sua carrozza travolge un bambino che fortunatamente non si fa nulla e, poichè il vetturino è arrestato, egli non ha che un sol pensiero che lo turbi, quello di dover tornare a casa alla meglio. Ma trova un altro cocchiere, ed egli ritorna tranquillo, tanto più che il cardinale Lambruschini fa liberare subito l’arrestato, e la marchesa di Barolo fa quello che avrebbe dovuto fare lui, ciò s’informa della salute del bimbo e gli manda qualche denaro. L’amore è esclusivo, e l’amore di papa Gregorio gli empieva il cuore tanto, che non ci restava posto nemmeno per la pietà.L’ultima lettera del Pellico a Roma finisce cogli entusiasmi delle funzioni della settimana santa; ed appena giunto a Torino alla notizia della elezione di Pio IX al pontificato, si rallegra pensando che il nuovo papa fu soldato, e crede che Gregorio in cielo abbia ottenuto così buona scelta.A questo stato di cecità, di insensibilità, di debolezza mentale era giunto il povero Silvio. Nulla di generoso e di forte sopravviveva in lui, e la compagnia di Gesù lo aveva accuratamente potato. In questa sua miseria egli non scrisse più un verso che possa rimanere, una riga che possa giovare. La sventura gli velò l’intelligenza, gli corruppe il cuore, gli tolse la ragione. Le sue impressioni romane sono tali e quali le avrebbe potuto provare un cappuccino qualunque, un novizio corto di testa.Anche questa rovina la dobbiamo ai gesuiti che non ringrazieremo mai abbastanza.

SILVIO PELLICO A ROMAGli epistolari degli uomini celebri sono sempre stati cercati e letti avidamente, ma leLettere famigliaridel Pellico, pubblicate dal Durando nell’anno scorso a Milano, presso il Guigoni, chi le ha lette? E davvero non è da meravigliare se la pubblicazione fu accolta con qualche lode dai giornali cattolici, senza però riuscire a farsi posto tra le cose importanti o soltanto curiose, venute fuori in questi ultimi tempi. L’epistolario è edificante, ma seccante. Non è in fondo che una collezione di giaculatorie, di pie aspirazioni, di bigotterie piccine piccine da far dormire in piedi. Così doveva finire l’autore dellaFrancesca!Anche come arma, come libro di predicazione cattolica, vai poco. Vuoto, insipido catalogo di tutte le messe ascoltate e delle indulgenze lucrate, non solo non convertirà nessuno, ma allontanerà qualche animo delicato da una conversione di quel genere. Anche una persona d’ingegno può credere ad un tratto, ma non può cadere in una divozione così volgare, così cretina, sotto pena di non essere più un uomo d’ingegno, ma un’oca. E i catecumeni che conservano appunto un po’ d’ingegno, non possono a meno di vacillare, fosse pure per un momento, davanti ad un esempio così sconfortante. La fede del Châteaubriand può tentare qualcuno, ma la fede del Pellico, la fede gozzuta dei pifferari irragionevoli tenterà pochi. Per questo ci pare che, anche come libro cattolico, l’epistolario del Pellico, sia sbagliato.A metà d’agosto del 1845, Silvio Pellico parte da Torino per Roma. Arrivato ad Alessandria vuoi mangiare di magro, ma monsignore Arnaldi non glielo permette. A Genova alloggia dai gesuiti, ed arrivando ha la fortuna di trovare una messa pronta e di poter fare le sue divozioni.Ecco le sue prime impressioni di viaggio. A Civitavecchia è ricevuto dal console del suo paese e si loda dell’accoglienza perchè il console èamico devoto dei gesuiti. A Roma è ricevuto a braccia aperte alGesù, ed egli va in estasi davanti ai riverendi esclamando che gode vedendoli e poi che sono tanto buoni! Il padre generale gli ispira rispetto e simpatia, e non può saziarsi di guardarlo e d’ascoltarlo. È un santo! È così nobilmente afflitto quando parla del Gioberti e degli altri che giudicano i gesuiti con malevolenza! Il cuore del padre generale è tutto carità! Ecco le prime impressioni di un artista, di un poeta a Roma! I padri sono già tutti amici suoi ed alGesùci sono molte messe!Non c’è più nulla che gonfi un cuore avvizzito, inaridito da una religione che insegna ad odiare il mondo ed a rinunciare alla ragione ed alla volontà. Il Pellico si sbriga con due righe della basilica di San Pietro, per narrare poi con grandissima compiacenza la visita alle sette chiese che sta per fare col fratello gesuita, e la squisita bontà del padre generale che mette una carrozza a sua disposizione. Egli sorride di coloro i quali sospettano che sia venuto a Roma per farsi gesuita, ed ha ragione. Perchè si sarebbe fatto egli gesuita? Non lo era già abbastanza? Ai furbi padri bastava di avere l’anima sua; il corpo era troppo debole per servire a qualche cosa e non lo vollero. Avevano spremuto il succo dell’arancia e non sapevano che fare della buccia.Quel po’ di fregola artistica che aveva scaldato già il mediocre versificatore, si è agghiacciata nella superstizione. Egli scrive alla sorella: «Tu mi credi occupato intorno alle antichità di Roma ed alle rovine. Niente affatto. Ho ammirato all’ingrosso, ho ammirato con piacere, sono contento d’aver visto quel che ho visto, ma dopo aver saziato la curiosità, la sola predilezione che mi sia rimasta è per le chiese. Oh! una chiesa! un altare! la certezza che Dio ama il culto che gli rendiamo! ecco quel che val meglio di tutte le curiosità antiche e moderne!» Ecco, non abbiamo intenzione di mancar di rispetto al povero Pellico, ma questo ci pare proprio un caso di rammollimento cerebrale.Ma in tutta questa bigotteria miserabile non c’è un momento di lucido intervallo? Proprio il Pellico che soffrì per aver amato l’Italia è morto tutto, e non è sopravvissuto che il gesuita frigido, il torzone di dura cervice? Ahimè sì! Sentite in che modo spicciativo narra da Roma alla sorella i casi di Romagna: «Nella cittaduzza di Rimini c’è stata una rivoluzione passeggera. Alcuni malcontenti si erano impadroniti del governo, de’ quattrini e delle armi.Il papa mandò alcuni soldati e i malcontenti scapparono: ora tutto è tranquillo». L’ordine regna a Varsavia! C’è da credere che l’abbiano messo allo Spielberg per sbaglio.Ma c’è un momento in cui il pover uomo si sente in vena, ed è quando descrive alla sorella l’udienza accordatagli dal papa: «Non temere per la salute mia, egli esclama, non temere! Ho la benedizione di un venerabile pontefice che ha 81 anni! Oh che degno ed amabile Santo Padre!» Era Gregoriaccio, il beone che passerà alla immortalità nelle satire del Belli! Il Pellico ne rimane incantato! e riceve divotamente le medagliuzze benedette colla superstiziosa fede di un cafone qualunque; e in un giorno di festa, egli che non visita i musei perchè si stanca, e in quello del Vaticano, dove gli tocca di andare per forza, nota solo che di quando in quando potè mettersi a sedere, egli segue divotamente una lunga processione, innamorato del «santo vecchio che seduto sul suo venerabile trono dà continuamente la sua benedizione», e sta attento perchè quella benedizione tocchi anche a lui.Papa Gregorio solo a Roma ha la virtù di infondergli un po’ d’entusiasmo. Lo cerca, lo segue in San Pietro colla ansiosa ostinatezza di un innamorato e gli pare non essere mai stato benedetto abbastanza. Del suo romanticismo non gli resta che quel tanto che basti a mettere in canzonella i poveri Arcadi che cercavano di fargli buona accoglienza e di onorarlo quanto potevano. In carnevale dai balconi del Corso piange sulla vanità delle cose umane, compiange i poveri cavalli che corrono barbaramente spronati, ma non sa nemmeno se qualche povero diavolo sia cascato e morto sotto la furia dei corridori. In Trastevere la sua carrozza travolge un bambino che fortunatamente non si fa nulla e, poichè il vetturino è arrestato, egli non ha che un sol pensiero che lo turbi, quello di dover tornare a casa alla meglio. Ma trova un altro cocchiere, ed egli ritorna tranquillo, tanto più che il cardinale Lambruschini fa liberare subito l’arrestato, e la marchesa di Barolo fa quello che avrebbe dovuto fare lui, ciò s’informa della salute del bimbo e gli manda qualche denaro. L’amore è esclusivo, e l’amore di papa Gregorio gli empieva il cuore tanto, che non ci restava posto nemmeno per la pietà.L’ultima lettera del Pellico a Roma finisce cogli entusiasmi delle funzioni della settimana santa; ed appena giunto a Torino alla notizia della elezione di Pio IX al pontificato, si rallegra pensando che il nuovo papa fu soldato, e crede che Gregorio in cielo abbia ottenuto così buona scelta.A questo stato di cecità, di insensibilità, di debolezza mentale era giunto il povero Silvio. Nulla di generoso e di forte sopravviveva in lui, e la compagnia di Gesù lo aveva accuratamente potato. In questa sua miseria egli non scrisse più un verso che possa rimanere, una riga che possa giovare. La sventura gli velò l’intelligenza, gli corruppe il cuore, gli tolse la ragione. Le sue impressioni romane sono tali e quali le avrebbe potuto provare un cappuccino qualunque, un novizio corto di testa.Anche questa rovina la dobbiamo ai gesuiti che non ringrazieremo mai abbastanza.

Gli epistolari degli uomini celebri sono sempre stati cercati e letti avidamente, ma leLettere famigliaridel Pellico, pubblicate dal Durando nell’anno scorso a Milano, presso il Guigoni, chi le ha lette? E davvero non è da meravigliare se la pubblicazione fu accolta con qualche lode dai giornali cattolici, senza però riuscire a farsi posto tra le cose importanti o soltanto curiose, venute fuori in questi ultimi tempi. L’epistolario è edificante, ma seccante. Non è in fondo che una collezione di giaculatorie, di pie aspirazioni, di bigotterie piccine piccine da far dormire in piedi. Così doveva finire l’autore dellaFrancesca!

Anche come arma, come libro di predicazione cattolica, vai poco. Vuoto, insipido catalogo di tutte le messe ascoltate e delle indulgenze lucrate, non solo non convertirà nessuno, ma allontanerà qualche animo delicato da una conversione di quel genere. Anche una persona d’ingegno può credere ad un tratto, ma non può cadere in una divozione così volgare, così cretina, sotto pena di non essere più un uomo d’ingegno, ma un’oca. E i catecumeni che conservano appunto un po’ d’ingegno, non possono a meno di vacillare, fosse pure per un momento, davanti ad un esempio così sconfortante. La fede del Châteaubriand può tentare qualcuno, ma la fede del Pellico, la fede gozzuta dei pifferari irragionevoli tenterà pochi. Per questo ci pare che, anche come libro cattolico, l’epistolario del Pellico, sia sbagliato.

A metà d’agosto del 1845, Silvio Pellico parte da Torino per Roma. Arrivato ad Alessandria vuoi mangiare di magro, ma monsignore Arnaldi non glielo permette. A Genova alloggia dai gesuiti, ed arrivando ha la fortuna di trovare una messa pronta e di poter fare le sue divozioni.Ecco le sue prime impressioni di viaggio. A Civitavecchia è ricevuto dal console del suo paese e si loda dell’accoglienza perchè il console èamico devoto dei gesuiti. A Roma è ricevuto a braccia aperte alGesù, ed egli va in estasi davanti ai riverendi esclamando che gode vedendoli e poi che sono tanto buoni! Il padre generale gli ispira rispetto e simpatia, e non può saziarsi di guardarlo e d’ascoltarlo. È un santo! È così nobilmente afflitto quando parla del Gioberti e degli altri che giudicano i gesuiti con malevolenza! Il cuore del padre generale è tutto carità! Ecco le prime impressioni di un artista, di un poeta a Roma! I padri sono già tutti amici suoi ed alGesùci sono molte messe!

Non c’è più nulla che gonfi un cuore avvizzito, inaridito da una religione che insegna ad odiare il mondo ed a rinunciare alla ragione ed alla volontà. Il Pellico si sbriga con due righe della basilica di San Pietro, per narrare poi con grandissima compiacenza la visita alle sette chiese che sta per fare col fratello gesuita, e la squisita bontà del padre generale che mette una carrozza a sua disposizione. Egli sorride di coloro i quali sospettano che sia venuto a Roma per farsi gesuita, ed ha ragione. Perchè si sarebbe fatto egli gesuita? Non lo era già abbastanza? Ai furbi padri bastava di avere l’anima sua; il corpo era troppo debole per servire a qualche cosa e non lo vollero. Avevano spremuto il succo dell’arancia e non sapevano che fare della buccia.

Quel po’ di fregola artistica che aveva scaldato già il mediocre versificatore, si è agghiacciata nella superstizione. Egli scrive alla sorella: «Tu mi credi occupato intorno alle antichità di Roma ed alle rovine. Niente affatto. Ho ammirato all’ingrosso, ho ammirato con piacere, sono contento d’aver visto quel che ho visto, ma dopo aver saziato la curiosità, la sola predilezione che mi sia rimasta è per le chiese. Oh! una chiesa! un altare! la certezza che Dio ama il culto che gli rendiamo! ecco quel che val meglio di tutte le curiosità antiche e moderne!» Ecco, non abbiamo intenzione di mancar di rispetto al povero Pellico, ma questo ci pare proprio un caso di rammollimento cerebrale.

Ma in tutta questa bigotteria miserabile non c’è un momento di lucido intervallo? Proprio il Pellico che soffrì per aver amato l’Italia è morto tutto, e non è sopravvissuto che il gesuita frigido, il torzone di dura cervice? Ahimè sì! Sentite in che modo spicciativo narra da Roma alla sorella i casi di Romagna: «Nella cittaduzza di Rimini c’è stata una rivoluzione passeggera. Alcuni malcontenti si erano impadroniti del governo, de’ quattrini e delle armi.Il papa mandò alcuni soldati e i malcontenti scapparono: ora tutto è tranquillo». L’ordine regna a Varsavia! C’è da credere che l’abbiano messo allo Spielberg per sbaglio.

Ma c’è un momento in cui il pover uomo si sente in vena, ed è quando descrive alla sorella l’udienza accordatagli dal papa: «Non temere per la salute mia, egli esclama, non temere! Ho la benedizione di un venerabile pontefice che ha 81 anni! Oh che degno ed amabile Santo Padre!» Era Gregoriaccio, il beone che passerà alla immortalità nelle satire del Belli! Il Pellico ne rimane incantato! e riceve divotamente le medagliuzze benedette colla superstiziosa fede di un cafone qualunque; e in un giorno di festa, egli che non visita i musei perchè si stanca, e in quello del Vaticano, dove gli tocca di andare per forza, nota solo che di quando in quando potè mettersi a sedere, egli segue divotamente una lunga processione, innamorato del «santo vecchio che seduto sul suo venerabile trono dà continuamente la sua benedizione», e sta attento perchè quella benedizione tocchi anche a lui.

Papa Gregorio solo a Roma ha la virtù di infondergli un po’ d’entusiasmo. Lo cerca, lo segue in San Pietro colla ansiosa ostinatezza di un innamorato e gli pare non essere mai stato benedetto abbastanza. Del suo romanticismo non gli resta che quel tanto che basti a mettere in canzonella i poveri Arcadi che cercavano di fargli buona accoglienza e di onorarlo quanto potevano. In carnevale dai balconi del Corso piange sulla vanità delle cose umane, compiange i poveri cavalli che corrono barbaramente spronati, ma non sa nemmeno se qualche povero diavolo sia cascato e morto sotto la furia dei corridori. In Trastevere la sua carrozza travolge un bambino che fortunatamente non si fa nulla e, poichè il vetturino è arrestato, egli non ha che un sol pensiero che lo turbi, quello di dover tornare a casa alla meglio. Ma trova un altro cocchiere, ed egli ritorna tranquillo, tanto più che il cardinale Lambruschini fa liberare subito l’arrestato, e la marchesa di Barolo fa quello che avrebbe dovuto fare lui, ciò s’informa della salute del bimbo e gli manda qualche denaro. L’amore è esclusivo, e l’amore di papa Gregorio gli empieva il cuore tanto, che non ci restava posto nemmeno per la pietà.

L’ultima lettera del Pellico a Roma finisce cogli entusiasmi delle funzioni della settimana santa; ed appena giunto a Torino alla notizia della elezione di Pio IX al pontificato, si rallegra pensando che il nuovo papa fu soldato, e crede che Gregorio in cielo abbia ottenuto così buona scelta.

A questo stato di cecità, di insensibilità, di debolezza mentale era giunto il povero Silvio. Nulla di generoso e di forte sopravviveva in lui, e la compagnia di Gesù lo aveva accuratamente potato. In questa sua miseria egli non scrisse più un verso che possa rimanere, una riga che possa giovare. La sventura gli velò l’intelligenza, gli corruppe il cuore, gli tolse la ragione. Le sue impressioni romane sono tali e quali le avrebbe potuto provare un cappuccino qualunque, un novizio corto di testa.

Anche questa rovina la dobbiamo ai gesuiti che non ringrazieremo mai abbastanza.


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