DI UN EPISTOLARIO

DI UN EPISTOLARIOÈ venuto alla luce il terzo volume delle lettere di Pietro e di Alessandro Verri, e contiene quelle scambiate tra i due fratelli durante il 1768 che cerca i costumi della società d’allora e i piccoli scandali e i piccoli aneddoti, troviamo però, se non notizie nuove e grandi, al meno la pittura vivissima e famigliare dei timori, delle speranze, delle ansietà che accompagnarono e seguirono la cacciata dei gesuiti dagli Stati dei Borboni e specialmente da Parma. Pietro Verri, che nelle lettere si chiama guelfo per ischerzo, aveva tatto ed odorato finissimo. In tutto quello scalpore che pareva minacciare persino l’esistenza del papato egli capì che chi aveva paura non era il papa, ma i Borboni. Pretendevano questi il ritiro della scomunica lanciata per gli affari di Parma e tempestavano che avrebbero ricorso a rappresaglie, come infatti occuparono Benevento ed Avignone: ma pretendendo, con le solite puerili distinzioni usate anche oggi dai liberali per ridere, che lo spirituale non c’entrava nella faccenda e che il solo temporale era in questione, disputavano sulla validità o no della scomunica, cercavano di far paura al papa, mentre da un’altra parte lavoravano per un arbitrato ed un accomodamento, non osavano di romperla col capo della loro religione; e mentre venivano a vie di fatto contro il governo temporale, mantenevano a Roma gli ambasciatori e seguitavano i maneggi e le comunicazioni diplomatiche come se nulla fosse avvenuto. Il papa invece, inflessibile e logico, non si moveva, duro come un Pio IX qualunque, e diceva:—O si crede o non si crede. Se si crede, si faccia a mio modo: se nonsi crede, si vada all’inferno.—Davanti alnon possumused alle minacce dell’inferno i cattolici Borboni avevano paura, tergiversavano, cercavano appigli e furberie che non riuscivano contro la testarda immobilità del pontificato. E il Verri con buona ragione trovava più logica la condotta del papa e più che sciocca quella delle corti borboniche; le quali, se veramente sicure del loro diritto e libere di pregiudizi volgari, dovevano risolutamente opporre il diritto secolare all’ecclesiastico, cacciar via gesuiti, cappuccini e nunzi per agire come se Roma non fosse città di questo mondo e il papa non fosse altro che un seccatore qualunque. A quel modo si sarebbe vinta la causa, ma bisognava essere decisi, spregiudicati e risoluti come Venezia al tempo dell’interdetto. Il pana si sarebbe piegato per forza ed i sovrani gli avrebbero messo il piede sul collo ripetendogli per ischerno l’antifona di un suo predecessore,super aspidem et basislicum ambulabo.Ma i Borboni erano cattolici. Più che cattolici, erano giunti a quella debolezza di cervello e di carattere che oggi si chiamerebbe clericalismo.S’ha un bell’avere Du Tillot per primo ministro, ma quando si ha paura del fuoco eterno, quando si vuole andare in paradiso assolti dai peccati commessi con le ballerine ripugna il combattere contro la santa Roma, ed ogni atto energicamente logico appare alla coscienza paurosa, come unabalossada. E il papa, che conosceva i suoi polli, teneva duro. Piegava il collo davanti al piccolo Portogallo che vedeva deciso, ma si levava con tutta l’alterigia romana davanti all’indecisione dei bigotti Borboni. Faceva quel che fanno i cani, che scappano inseguiti, ma inseguono chi scappa. E di questa abituale condotta del pontificato abbiamo esempi così recenti, che non spiegasi come i nostri politici non l’abbiano ancora capita e non abbiano agito in conseguenza. Che tre o quattro anni indietro i ministri avessero paura dell’inferno, è probabile: ma ci par strano che l’abbiano ora.Se Pietro Verri aprisse gli occhi, si direbbe ancora guelfo, perchè più disposto a lodare il contegno del papa che il nostro: e il Verri non avrebbe poi tutti i torti.Ma lasciamo questo discorso, poichè ci vorrebbe un altro volume a dire i pensieri che fa nascere la lettura di queste lettere, è bene venire più giù a dare un’occhiata alla parte esterna di una pubblicazione, forse più curiosa che importante. Questa volta il pubblicatore risponde alle osservazioni critiche fatte agli altri due volumi dal prof. Domenico Gnoli nellaNuova Antologia, in parte accettandole per buone, in parte respingendole. Quanto alla difesa della ortografia gherardiniana, lasciamola lì. Saràlogica, sarà sicura, sarà tutto quel che volete, ma per chi ha scritto e scrive come si è scritto e si scrive abitualmente in Italia, certi rabberciamenti di parole, fatti magari secondo la buona critica, la filosofia, l’etimologia e l’analogia, come dice il dottor Casati, non cessano d’esser molto buffi. Ma anche questa è questione di lana caprina, ed è bene discuterci sopra il meno possibile per non perderci tempo, fiato e giudizio, e restar poi tutti dello stesso parere.Il dottor Casati ammette che gli errori tipografici siano veramente un po’ troppi, ma non ammette di aver fatto male mettendo dei puntini in luogo dei nomi. Egli dice: «Con mio rincrescimento non posso soddisfar l’altro suo desiderio (del Gnoli), cioè di non fare nelle lettere tanto frequenti lacune di puntini che non nascondono nulla. Per me, invece, quei punti che disturbano tanto la curiosità del signor Gnoli e del lettore, vogliono dir qualche cosa, per il che ragione di delicatezza vuole che io continui l’usanza mia».Con la delicatezza intima di una persona non si può discutere, ma bisogna rispettarla tale e quale è. Ma oltre che spesso, come dice il Gnoli, i puntini non nascondono nulla, perchè poi metterci in uzzolo di saper qualche cosa e quando ci si arriva lasciarci con un palmo di naso? Sta benissimo il nascondere sotto ai puntini un nome accusato di qualche brutta cosa, quando quel nome è portato anche oggi da qualcheduno. Ma che cosa importava, per esempio a pag. 189, lasciar scrivere a Pietro Verri:Abbiamo avuto un aneddoto assai raro giorni sono; e a questa riga farne seguire quattro di puntini che nascondono l’aneddoto? Se non si poteva dire, era inutile anche annunciarlo.Ma queste sono piccole cose. Una cosa grossa è questa. Il Casati finisce la sua prefazione così: «Queste reciproche, liberali e schiette avvertenze siano un pegno di amicizia fra chi scrive dalle umili rive dell’Olona, ed il poeta e letterato che nacque su quelle storiche del Tevere». Offerta di amicizia, od almeno tranquille e benevole parole di una persona non offesa e non adirata. E davvero l’esser offeso dalle critiche del Gnoli, ragionate, gravi, e tutt’altro che offensive, sarebbe stato brutto segno di piccolo spirito; e bisogna ritenere sincere e non ironiche le parole del Casati.Ma a pagina 173, e qui sta il guaio, in una lettera di Pietro Verri ci sono parecchie cose scritte in cifra, ed il Casati annota così: «Mi son provato a decifrare sì lunga filza di cifre, ma non venni a capo di nulla: forse il copista errò nella trascrizione.Ignaro affatto degli intrighipolizieschi, lascio la cura al chiarissimo professore Domenico Gnoli di darne la spiegazione». Dunque, nell’opinione del signor Casati, il Gnoli è pratico d’intrighi polizieschi o, in lingua povera, fa la spia.Credo che il Casati nello scrivere quella nota non riflettesse alla gravità di quel che diceva. Senza dubbio ha creduto di buttar giù una pungente, ma non velenosa ironia, contro al suo critico, poichè non si spiegherebbero allora le parole che chiudono la prefazione.Non si può ammettere in nessun modo che le critiche oneste del Gnoli possano aver accecato uno fino al punto di farlo trascendere ad una ingiuria sciocca, villana, sanguinosa. Non si può credere assolutamente che l’amor proprio di editore, di annotare, possa trascinare fino ad azioni che cadono nel dominio del codice penale. Non è quindi il caso di prender parte pel Gnoli, che è troppo superiore ad ogni calunnia anche involontaria e che sorriderà certo a questo sproposito d’ironia. Ma è il caso però di avvertire il Casati di por mente a quello che scrive in libri che rimangono nella nostra storia civile e letteraria. È una svista sicuro, ma una svista tanto grave, che il dottore milanese, siamo certi, la rettificherà subito e volentieri, magari prendendosela con chi l’ha rilevata, il che poco importa.Sbagliamo tutti; ma così, poi!

DI UN EPISTOLARIOÈ venuto alla luce il terzo volume delle lettere di Pietro e di Alessandro Verri, e contiene quelle scambiate tra i due fratelli durante il 1768 che cerca i costumi della società d’allora e i piccoli scandali e i piccoli aneddoti, troviamo però, se non notizie nuove e grandi, al meno la pittura vivissima e famigliare dei timori, delle speranze, delle ansietà che accompagnarono e seguirono la cacciata dei gesuiti dagli Stati dei Borboni e specialmente da Parma. Pietro Verri, che nelle lettere si chiama guelfo per ischerzo, aveva tatto ed odorato finissimo. In tutto quello scalpore che pareva minacciare persino l’esistenza del papato egli capì che chi aveva paura non era il papa, ma i Borboni. Pretendevano questi il ritiro della scomunica lanciata per gli affari di Parma e tempestavano che avrebbero ricorso a rappresaglie, come infatti occuparono Benevento ed Avignone: ma pretendendo, con le solite puerili distinzioni usate anche oggi dai liberali per ridere, che lo spirituale non c’entrava nella faccenda e che il solo temporale era in questione, disputavano sulla validità o no della scomunica, cercavano di far paura al papa, mentre da un’altra parte lavoravano per un arbitrato ed un accomodamento, non osavano di romperla col capo della loro religione; e mentre venivano a vie di fatto contro il governo temporale, mantenevano a Roma gli ambasciatori e seguitavano i maneggi e le comunicazioni diplomatiche come se nulla fosse avvenuto. Il papa invece, inflessibile e logico, non si moveva, duro come un Pio IX qualunque, e diceva:—O si crede o non si crede. Se si crede, si faccia a mio modo: se nonsi crede, si vada all’inferno.—Davanti alnon possumused alle minacce dell’inferno i cattolici Borboni avevano paura, tergiversavano, cercavano appigli e furberie che non riuscivano contro la testarda immobilità del pontificato. E il Verri con buona ragione trovava più logica la condotta del papa e più che sciocca quella delle corti borboniche; le quali, se veramente sicure del loro diritto e libere di pregiudizi volgari, dovevano risolutamente opporre il diritto secolare all’ecclesiastico, cacciar via gesuiti, cappuccini e nunzi per agire come se Roma non fosse città di questo mondo e il papa non fosse altro che un seccatore qualunque. A quel modo si sarebbe vinta la causa, ma bisognava essere decisi, spregiudicati e risoluti come Venezia al tempo dell’interdetto. Il pana si sarebbe piegato per forza ed i sovrani gli avrebbero messo il piede sul collo ripetendogli per ischerno l’antifona di un suo predecessore,super aspidem et basislicum ambulabo.Ma i Borboni erano cattolici. Più che cattolici, erano giunti a quella debolezza di cervello e di carattere che oggi si chiamerebbe clericalismo.S’ha un bell’avere Du Tillot per primo ministro, ma quando si ha paura del fuoco eterno, quando si vuole andare in paradiso assolti dai peccati commessi con le ballerine ripugna il combattere contro la santa Roma, ed ogni atto energicamente logico appare alla coscienza paurosa, come unabalossada. E il papa, che conosceva i suoi polli, teneva duro. Piegava il collo davanti al piccolo Portogallo che vedeva deciso, ma si levava con tutta l’alterigia romana davanti all’indecisione dei bigotti Borboni. Faceva quel che fanno i cani, che scappano inseguiti, ma inseguono chi scappa. E di questa abituale condotta del pontificato abbiamo esempi così recenti, che non spiegasi come i nostri politici non l’abbiano ancora capita e non abbiano agito in conseguenza. Che tre o quattro anni indietro i ministri avessero paura dell’inferno, è probabile: ma ci par strano che l’abbiano ora.Se Pietro Verri aprisse gli occhi, si direbbe ancora guelfo, perchè più disposto a lodare il contegno del papa che il nostro: e il Verri non avrebbe poi tutti i torti.Ma lasciamo questo discorso, poichè ci vorrebbe un altro volume a dire i pensieri che fa nascere la lettura di queste lettere, è bene venire più giù a dare un’occhiata alla parte esterna di una pubblicazione, forse più curiosa che importante. Questa volta il pubblicatore risponde alle osservazioni critiche fatte agli altri due volumi dal prof. Domenico Gnoli nellaNuova Antologia, in parte accettandole per buone, in parte respingendole. Quanto alla difesa della ortografia gherardiniana, lasciamola lì. Saràlogica, sarà sicura, sarà tutto quel che volete, ma per chi ha scritto e scrive come si è scritto e si scrive abitualmente in Italia, certi rabberciamenti di parole, fatti magari secondo la buona critica, la filosofia, l’etimologia e l’analogia, come dice il dottor Casati, non cessano d’esser molto buffi. Ma anche questa è questione di lana caprina, ed è bene discuterci sopra il meno possibile per non perderci tempo, fiato e giudizio, e restar poi tutti dello stesso parere.Il dottor Casati ammette che gli errori tipografici siano veramente un po’ troppi, ma non ammette di aver fatto male mettendo dei puntini in luogo dei nomi. Egli dice: «Con mio rincrescimento non posso soddisfar l’altro suo desiderio (del Gnoli), cioè di non fare nelle lettere tanto frequenti lacune di puntini che non nascondono nulla. Per me, invece, quei punti che disturbano tanto la curiosità del signor Gnoli e del lettore, vogliono dir qualche cosa, per il che ragione di delicatezza vuole che io continui l’usanza mia».Con la delicatezza intima di una persona non si può discutere, ma bisogna rispettarla tale e quale è. Ma oltre che spesso, come dice il Gnoli, i puntini non nascondono nulla, perchè poi metterci in uzzolo di saper qualche cosa e quando ci si arriva lasciarci con un palmo di naso? Sta benissimo il nascondere sotto ai puntini un nome accusato di qualche brutta cosa, quando quel nome è portato anche oggi da qualcheduno. Ma che cosa importava, per esempio a pag. 189, lasciar scrivere a Pietro Verri:Abbiamo avuto un aneddoto assai raro giorni sono; e a questa riga farne seguire quattro di puntini che nascondono l’aneddoto? Se non si poteva dire, era inutile anche annunciarlo.Ma queste sono piccole cose. Una cosa grossa è questa. Il Casati finisce la sua prefazione così: «Queste reciproche, liberali e schiette avvertenze siano un pegno di amicizia fra chi scrive dalle umili rive dell’Olona, ed il poeta e letterato che nacque su quelle storiche del Tevere». Offerta di amicizia, od almeno tranquille e benevole parole di una persona non offesa e non adirata. E davvero l’esser offeso dalle critiche del Gnoli, ragionate, gravi, e tutt’altro che offensive, sarebbe stato brutto segno di piccolo spirito; e bisogna ritenere sincere e non ironiche le parole del Casati.Ma a pagina 173, e qui sta il guaio, in una lettera di Pietro Verri ci sono parecchie cose scritte in cifra, ed il Casati annota così: «Mi son provato a decifrare sì lunga filza di cifre, ma non venni a capo di nulla: forse il copista errò nella trascrizione.Ignaro affatto degli intrighipolizieschi, lascio la cura al chiarissimo professore Domenico Gnoli di darne la spiegazione». Dunque, nell’opinione del signor Casati, il Gnoli è pratico d’intrighi polizieschi o, in lingua povera, fa la spia.Credo che il Casati nello scrivere quella nota non riflettesse alla gravità di quel che diceva. Senza dubbio ha creduto di buttar giù una pungente, ma non velenosa ironia, contro al suo critico, poichè non si spiegherebbero allora le parole che chiudono la prefazione.Non si può ammettere in nessun modo che le critiche oneste del Gnoli possano aver accecato uno fino al punto di farlo trascendere ad una ingiuria sciocca, villana, sanguinosa. Non si può credere assolutamente che l’amor proprio di editore, di annotare, possa trascinare fino ad azioni che cadono nel dominio del codice penale. Non è quindi il caso di prender parte pel Gnoli, che è troppo superiore ad ogni calunnia anche involontaria e che sorriderà certo a questo sproposito d’ironia. Ma è il caso però di avvertire il Casati di por mente a quello che scrive in libri che rimangono nella nostra storia civile e letteraria. È una svista sicuro, ma una svista tanto grave, che il dottore milanese, siamo certi, la rettificherà subito e volentieri, magari prendendosela con chi l’ha rilevata, il che poco importa.Sbagliamo tutti; ma così, poi!

È venuto alla luce il terzo volume delle lettere di Pietro e di Alessandro Verri, e contiene quelle scambiate tra i due fratelli durante il 1768 che cerca i costumi della società d’allora e i piccoli scandali e i piccoli aneddoti, troviamo però, se non notizie nuove e grandi, al meno la pittura vivissima e famigliare dei timori, delle speranze, delle ansietà che accompagnarono e seguirono la cacciata dei gesuiti dagli Stati dei Borboni e specialmente da Parma. Pietro Verri, che nelle lettere si chiama guelfo per ischerzo, aveva tatto ed odorato finissimo. In tutto quello scalpore che pareva minacciare persino l’esistenza del papato egli capì che chi aveva paura non era il papa, ma i Borboni. Pretendevano questi il ritiro della scomunica lanciata per gli affari di Parma e tempestavano che avrebbero ricorso a rappresaglie, come infatti occuparono Benevento ed Avignone: ma pretendendo, con le solite puerili distinzioni usate anche oggi dai liberali per ridere, che lo spirituale non c’entrava nella faccenda e che il solo temporale era in questione, disputavano sulla validità o no della scomunica, cercavano di far paura al papa, mentre da un’altra parte lavoravano per un arbitrato ed un accomodamento, non osavano di romperla col capo della loro religione; e mentre venivano a vie di fatto contro il governo temporale, mantenevano a Roma gli ambasciatori e seguitavano i maneggi e le comunicazioni diplomatiche come se nulla fosse avvenuto. Il papa invece, inflessibile e logico, non si moveva, duro come un Pio IX qualunque, e diceva:—O si crede o non si crede. Se si crede, si faccia a mio modo: se nonsi crede, si vada all’inferno.—Davanti alnon possumused alle minacce dell’inferno i cattolici Borboni avevano paura, tergiversavano, cercavano appigli e furberie che non riuscivano contro la testarda immobilità del pontificato. E il Verri con buona ragione trovava più logica la condotta del papa e più che sciocca quella delle corti borboniche; le quali, se veramente sicure del loro diritto e libere di pregiudizi volgari, dovevano risolutamente opporre il diritto secolare all’ecclesiastico, cacciar via gesuiti, cappuccini e nunzi per agire come se Roma non fosse città di questo mondo e il papa non fosse altro che un seccatore qualunque. A quel modo si sarebbe vinta la causa, ma bisognava essere decisi, spregiudicati e risoluti come Venezia al tempo dell’interdetto. Il pana si sarebbe piegato per forza ed i sovrani gli avrebbero messo il piede sul collo ripetendogli per ischerno l’antifona di un suo predecessore,super aspidem et basislicum ambulabo.

Ma i Borboni erano cattolici. Più che cattolici, erano giunti a quella debolezza di cervello e di carattere che oggi si chiamerebbe clericalismo.

S’ha un bell’avere Du Tillot per primo ministro, ma quando si ha paura del fuoco eterno, quando si vuole andare in paradiso assolti dai peccati commessi con le ballerine ripugna il combattere contro la santa Roma, ed ogni atto energicamente logico appare alla coscienza paurosa, come unabalossada. E il papa, che conosceva i suoi polli, teneva duro. Piegava il collo davanti al piccolo Portogallo che vedeva deciso, ma si levava con tutta l’alterigia romana davanti all’indecisione dei bigotti Borboni. Faceva quel che fanno i cani, che scappano inseguiti, ma inseguono chi scappa. E di questa abituale condotta del pontificato abbiamo esempi così recenti, che non spiegasi come i nostri politici non l’abbiano ancora capita e non abbiano agito in conseguenza. Che tre o quattro anni indietro i ministri avessero paura dell’inferno, è probabile: ma ci par strano che l’abbiano ora.

Se Pietro Verri aprisse gli occhi, si direbbe ancora guelfo, perchè più disposto a lodare il contegno del papa che il nostro: e il Verri non avrebbe poi tutti i torti.

Ma lasciamo questo discorso, poichè ci vorrebbe un altro volume a dire i pensieri che fa nascere la lettura di queste lettere, è bene venire più giù a dare un’occhiata alla parte esterna di una pubblicazione, forse più curiosa che importante. Questa volta il pubblicatore risponde alle osservazioni critiche fatte agli altri due volumi dal prof. Domenico Gnoli nellaNuova Antologia, in parte accettandole per buone, in parte respingendole. Quanto alla difesa della ortografia gherardiniana, lasciamola lì. Saràlogica, sarà sicura, sarà tutto quel che volete, ma per chi ha scritto e scrive come si è scritto e si scrive abitualmente in Italia, certi rabberciamenti di parole, fatti magari secondo la buona critica, la filosofia, l’etimologia e l’analogia, come dice il dottor Casati, non cessano d’esser molto buffi. Ma anche questa è questione di lana caprina, ed è bene discuterci sopra il meno possibile per non perderci tempo, fiato e giudizio, e restar poi tutti dello stesso parere.

Il dottor Casati ammette che gli errori tipografici siano veramente un po’ troppi, ma non ammette di aver fatto male mettendo dei puntini in luogo dei nomi. Egli dice: «Con mio rincrescimento non posso soddisfar l’altro suo desiderio (del Gnoli), cioè di non fare nelle lettere tanto frequenti lacune di puntini che non nascondono nulla. Per me, invece, quei punti che disturbano tanto la curiosità del signor Gnoli e del lettore, vogliono dir qualche cosa, per il che ragione di delicatezza vuole che io continui l’usanza mia».

Con la delicatezza intima di una persona non si può discutere, ma bisogna rispettarla tale e quale è. Ma oltre che spesso, come dice il Gnoli, i puntini non nascondono nulla, perchè poi metterci in uzzolo di saper qualche cosa e quando ci si arriva lasciarci con un palmo di naso? Sta benissimo il nascondere sotto ai puntini un nome accusato di qualche brutta cosa, quando quel nome è portato anche oggi da qualcheduno. Ma che cosa importava, per esempio a pag. 189, lasciar scrivere a Pietro Verri:Abbiamo avuto un aneddoto assai raro giorni sono; e a questa riga farne seguire quattro di puntini che nascondono l’aneddoto? Se non si poteva dire, era inutile anche annunciarlo.

Ma queste sono piccole cose. Una cosa grossa è questa. Il Casati finisce la sua prefazione così: «Queste reciproche, liberali e schiette avvertenze siano un pegno di amicizia fra chi scrive dalle umili rive dell’Olona, ed il poeta e letterato che nacque su quelle storiche del Tevere». Offerta di amicizia, od almeno tranquille e benevole parole di una persona non offesa e non adirata. E davvero l’esser offeso dalle critiche del Gnoli, ragionate, gravi, e tutt’altro che offensive, sarebbe stato brutto segno di piccolo spirito; e bisogna ritenere sincere e non ironiche le parole del Casati.

Ma a pagina 173, e qui sta il guaio, in una lettera di Pietro Verri ci sono parecchie cose scritte in cifra, ed il Casati annota così: «Mi son provato a decifrare sì lunga filza di cifre, ma non venni a capo di nulla: forse il copista errò nella trascrizione.Ignaro affatto degli intrighipolizieschi, lascio la cura al chiarissimo professore Domenico Gnoli di darne la spiegazione». Dunque, nell’opinione del signor Casati, il Gnoli è pratico d’intrighi polizieschi o, in lingua povera, fa la spia.

Credo che il Casati nello scrivere quella nota non riflettesse alla gravità di quel che diceva. Senza dubbio ha creduto di buttar giù una pungente, ma non velenosa ironia, contro al suo critico, poichè non si spiegherebbero allora le parole che chiudono la prefazione.

Non si può ammettere in nessun modo che le critiche oneste del Gnoli possano aver accecato uno fino al punto di farlo trascendere ad una ingiuria sciocca, villana, sanguinosa. Non si può credere assolutamente che l’amor proprio di editore, di annotare, possa trascinare fino ad azioni che cadono nel dominio del codice penale. Non è quindi il caso di prender parte pel Gnoli, che è troppo superiore ad ogni calunnia anche involontaria e che sorriderà certo a questo sproposito d’ironia. Ma è il caso però di avvertire il Casati di por mente a quello che scrive in libri che rimangono nella nostra storia civile e letteraria. È una svista sicuro, ma una svista tanto grave, che il dottore milanese, siamo certi, la rettificherà subito e volentieri, magari prendendosela con chi l’ha rilevata, il che poco importa.

Sbagliamo tutti; ma così, poi!


Back to IndexNext