LE RICORDANZE DEL SETTEMBRINI

LE RICORDANZE DEL SETTEMBRININon è più un libro nuovissimo, ma ancora è nuovo.Non è molto, rendendo conto ai lettori delleMemorie di un deportato, notavamo che il segreto della fortuna di questi libri sta nella ingenuità della narrazione. Quando una autobiografia lascia scorgere un fine polemico, secca il lettore e dura poco. Una prova basta per tutte. Vedete l’autobiografia del Dupré. Tutta la prima metà del volume, dove l’illustre scultore narra ingenuamente le fatiche sostenute per arrivare, si legge con piacere sempre crescente; ma quando egli è arrivato alla fama ed all’agiatezza, quando all’ansia dei tentativi, al caldo delle battaglie, succedono le discussioni estetiche ed i precetti artistici, l’interesse del volume diminuisce. Gli sforzi e la perseveranza del povero intagliatore sono raccontati più pianamente, più bonariamente che non la massima ed i criteri del professore. I precetti artistici, per quanto buoni, nociono al libro. Da Benvenuto Cellini a Massimo d’Azeglio l’arte di parer senz’arte, la furberia di parer senza furberia, furono il segreto del trionfo per gli autobiografi.Una prova ce l’offre anche il Settembrini in queste sueRicordanze, che rimarranno nel cuore degli Italiani finchè rimarrà l’Italia. Un libro polemico non avrebbe prodotto un decimo dell’effetto che queste tranquille pagine producono. Il Settembrini non ci fa mai vedere qual merito ci fosse in lui sostenendo il martirio. Un retore vano, un parlamentare militante non avrebbero mancato di mettere in bella vista il sacrificio e di circondarlo di una aureola di apostrofi e di professione di fede, ma il Settembrini non trae mai vanto dalle sue catene.A leggerlo, pare che l’essere condannati a morte od all’ergastolo fosse la cosa più naturale del mondo, che ogni buon galantuomo a quei tempi dovesse trovarsi nello stesso caso. Non era di quelli che saliti sui rostri mostrano ai comizi i lividi delle catene o le cicatrici delle ferite, chiedendo una ricompensa. Egli narra, senza mostrare di credere che il racconto dei suoi casi sia la testimonianza della sua gloria. Non si vanta mai d’aver durato nella sua fede anche sotto la mannaia. Non ci pensa nemmeno, e mentre il lettore rimane colpito, ammirato di tanta modesta virtù, l’ingenuo autore non se ne accorge, e sembra che dopo tanti anni badi ancora a contendere la sua testa al pubblico accusatore. Egli non si vanta: nella ingenuità sua si difende ancora!Il Settembrini non soffrì meno di Silvio Pellico. L’educazione e la coltura era tale in tutti e due da rendere più dura la pena, e la pena non fu meno grave per l’uno che per l’altro.Pure, come la sopportarono diversamente! E come la differenza è tutta in vantaggio del Settembrini!Il Pellico dalla sventura è fatto cadere nelle debolezze di una religiosità che diventa volentieri bigottismo. La sua ragione si accascia, il suo carattere non trova in sè l’energia necessaria per sopportare il dolore.Ricorre quindi ad una anestetico, la divozione.Infatti è fuori di dubbio che l’allucinazione religiosa rende meno sensibili al dolore. Quando le sofferenze vengono dalla misericordia di Dio e si credono esercizio necessario per diventar degni di un premio futuro ed eterno, quando ogni strazio accresce i meriti ed ogni puntura avvicina il paziente al paradiso, la rassegnazione non è più virtù: rimane rimedio contro il dolore, ma è l’egoismo che si maschera da rassegnazione.L’anacoreta che crede si macera, è un egoista che rinuncia a poche gioie terrene per acquistarne molte e migliori nell’avvenire. Soffrire, certi che un premio seguirà alle sofferenze, non è virtù, come non è virtù digiunare al mattino per mangiar meglio a pranzo.Così la rassegnazione cattolica del Pellico non è virtù, ed il merito dell’aver sofferto diminuisce in lui sapendo che da quelle sofferenze attendeva una ricompensa. Certo poi la sua conversione non testimonia della fortezza del suo carattere, appunto come non sarebbe forte il cattolico che caduto in mano di Turchi si lasciasse circoncidere.Ma il Settembrini, tutt’altro che irreligioso, non si accasciò a quel modo. Non credette degno di sè di cercare un cloroformismo nelle pratiche superstiziose di una divozionevolgare. Il suo dolore lo portò solo, non cercò Cireneo per la sua croce. Rimase quel che era prima, nessuna delle sue convinzioni politiche e religiose mutò nella sventura; e questa è la costanza, la fortezza, la virtù vera. Non bestemmiò, ma cantò inni; non imprecò, ma nemmeno benedisse. Nelle sozzure della galera non levò superbamente la testa, ma non la inchinò mai; esempio vero di virtù vera e modesta, che non aspetta premi nè in terra nè in cielo, che fa il proprio dovere perchè è dovere e nient’altro. È tanto vero, che, leggendo, leRicordanze, qualche volta il Settembrini fa invidia e si vorrebbe essere stati al suo posto per fare quel ch’egli fece. LeggendoLe mie prigioni, si può compiangere ma non invidiare.S’aggiunga poi che certe torture dovettero essere più strazianti al Settembrini che al Pellico. Questi era celibe e la famiglia sua non aveva bisogno di lui: anzi egli la lasciava in una modesta agiatezza ed al sicuro dalle persecuzioni della polizia. Certo il pensiero della famiglia lontana doveva essergli doloroso, ma quanto più doloroso doveva essere al Settembrini, che lasciava, nel bisogno forse, la moglie e due piccoli figliuoli sotto gli artigli della feroce polizia borbonica! Il dolore del figlio che perde il padre non può essere paragonato allo strazio del padre che perde il figlio. L’amor figliale e fraterno sono in natura molto meno vivi dell’amor paterno, che sta forse più in alto nella scala degli affetti umani. Chi per sua disgrazia ha sofferto in tutte e due queste affezioni ne può far fede: ora gli affetti furono più dolorosamente feriti nel Settembrini che nel Pellico.La semplicità stessa della esposizione, l’arte, insomma, ci sembra migliore nel napoletano che nel saluzzese. A nessuno infatti sarà sfuggito l’intento insegnativo che dirige la narrazione del Pellico. La sua non è una narrazione spassionata e serena, poichè egli si vuoi far vedere come la fede sostenga nella sventura. Ogni episodio doloroso finisce con una consolazione religiosa. Massimo d’Azeglio parla spesso con una certa affettuosa compassione di suo fratello gesuita, eppure quella figura nera non lascia la sua tinta nemmeno sopra un paragrafo di ricordi. Il Pellico, invece, non parla del fratello gesuita e ad ogni pagina che voltiamo ci sembra di doverlo trovare. E c’è qualche cosa della compagnia di Gesù in quelle digressioni dolciastre, in quegli entusiasmi di riflessioni, in quelle aspirazioni da Filotea che interrompono di tratto in tratto la narrazione del Pellico. Si vede uno che narra con un perchè, con una intenzione; e il lettore, che se ne accorge, diffida, perchè sa che gli storiciche scrivono per sostenere una tesi debbono esser creduti con cautela. E questo è un difetto d’arte che nuoce all’effetto del libro.Nel Settembrini, per contro, vediamo da capo a fondo una bonomia, una tale mancanza di malizia, che qualche volta fa sorridere della ingenuità dell’autore, ma che ottiene maggiore effetto in quanto ci è arra di sincerità. Anche quando lascia per poco di raccontare e si allunga in certe digressioni politiche che sono a mille miglia dalle idee di questo giornale, dobbiamo riconoscere e riconosciamo uno che parla come la sente, secondo la sua convinzione, e leggiamo senza diffidenza, perchè ci accorgiamo subito che l’autore non tira a convertirci e che espone le sue idee senza fare un libro di polemica moderata. L’effetto è dunque tanto maggiore in quanto vediamo più chiaro il suggello della sincerità. L’arte del Settembrini è dunque migliore di quella del Pellico.Or abbiamo visto incitare pubblicamente lo Spaventa, uno dei superstiti di quel martirio glorioso, a completare ed a finire l’opera del Settembrini. Ebbene, anche noi ci uniamo cordialmente agli incitatori. È desiderabile per la gloria del nostro paese che quel racconto sia completo; e sperando che questo desiderio, non nostro, ma di tutti, possa essere soddisfatto, concluderemo esprimendo la speranza che il futuro libro racconti e non discuta, dica i fatti e non combatta per un partito, qualunque sia. Lo speriamo per l’arte, e speriamo che il continuatore del Settembrini sia persuaso che in certi casi convince più una narrazione tranquilla che un ragionamento tirato a fil di logica. I fatti hanno sempre avuto più forza che le parole.

LE RICORDANZE DEL SETTEMBRININon è più un libro nuovissimo, ma ancora è nuovo.Non è molto, rendendo conto ai lettori delleMemorie di un deportato, notavamo che il segreto della fortuna di questi libri sta nella ingenuità della narrazione. Quando una autobiografia lascia scorgere un fine polemico, secca il lettore e dura poco. Una prova basta per tutte. Vedete l’autobiografia del Dupré. Tutta la prima metà del volume, dove l’illustre scultore narra ingenuamente le fatiche sostenute per arrivare, si legge con piacere sempre crescente; ma quando egli è arrivato alla fama ed all’agiatezza, quando all’ansia dei tentativi, al caldo delle battaglie, succedono le discussioni estetiche ed i precetti artistici, l’interesse del volume diminuisce. Gli sforzi e la perseveranza del povero intagliatore sono raccontati più pianamente, più bonariamente che non la massima ed i criteri del professore. I precetti artistici, per quanto buoni, nociono al libro. Da Benvenuto Cellini a Massimo d’Azeglio l’arte di parer senz’arte, la furberia di parer senza furberia, furono il segreto del trionfo per gli autobiografi.Una prova ce l’offre anche il Settembrini in queste sueRicordanze, che rimarranno nel cuore degli Italiani finchè rimarrà l’Italia. Un libro polemico non avrebbe prodotto un decimo dell’effetto che queste tranquille pagine producono. Il Settembrini non ci fa mai vedere qual merito ci fosse in lui sostenendo il martirio. Un retore vano, un parlamentare militante non avrebbero mancato di mettere in bella vista il sacrificio e di circondarlo di una aureola di apostrofi e di professione di fede, ma il Settembrini non trae mai vanto dalle sue catene.A leggerlo, pare che l’essere condannati a morte od all’ergastolo fosse la cosa più naturale del mondo, che ogni buon galantuomo a quei tempi dovesse trovarsi nello stesso caso. Non era di quelli che saliti sui rostri mostrano ai comizi i lividi delle catene o le cicatrici delle ferite, chiedendo una ricompensa. Egli narra, senza mostrare di credere che il racconto dei suoi casi sia la testimonianza della sua gloria. Non si vanta mai d’aver durato nella sua fede anche sotto la mannaia. Non ci pensa nemmeno, e mentre il lettore rimane colpito, ammirato di tanta modesta virtù, l’ingenuo autore non se ne accorge, e sembra che dopo tanti anni badi ancora a contendere la sua testa al pubblico accusatore. Egli non si vanta: nella ingenuità sua si difende ancora!Il Settembrini non soffrì meno di Silvio Pellico. L’educazione e la coltura era tale in tutti e due da rendere più dura la pena, e la pena non fu meno grave per l’uno che per l’altro.Pure, come la sopportarono diversamente! E come la differenza è tutta in vantaggio del Settembrini!Il Pellico dalla sventura è fatto cadere nelle debolezze di una religiosità che diventa volentieri bigottismo. La sua ragione si accascia, il suo carattere non trova in sè l’energia necessaria per sopportare il dolore.Ricorre quindi ad una anestetico, la divozione.Infatti è fuori di dubbio che l’allucinazione religiosa rende meno sensibili al dolore. Quando le sofferenze vengono dalla misericordia di Dio e si credono esercizio necessario per diventar degni di un premio futuro ed eterno, quando ogni strazio accresce i meriti ed ogni puntura avvicina il paziente al paradiso, la rassegnazione non è più virtù: rimane rimedio contro il dolore, ma è l’egoismo che si maschera da rassegnazione.L’anacoreta che crede si macera, è un egoista che rinuncia a poche gioie terrene per acquistarne molte e migliori nell’avvenire. Soffrire, certi che un premio seguirà alle sofferenze, non è virtù, come non è virtù digiunare al mattino per mangiar meglio a pranzo.Così la rassegnazione cattolica del Pellico non è virtù, ed il merito dell’aver sofferto diminuisce in lui sapendo che da quelle sofferenze attendeva una ricompensa. Certo poi la sua conversione non testimonia della fortezza del suo carattere, appunto come non sarebbe forte il cattolico che caduto in mano di Turchi si lasciasse circoncidere.Ma il Settembrini, tutt’altro che irreligioso, non si accasciò a quel modo. Non credette degno di sè di cercare un cloroformismo nelle pratiche superstiziose di una divozionevolgare. Il suo dolore lo portò solo, non cercò Cireneo per la sua croce. Rimase quel che era prima, nessuna delle sue convinzioni politiche e religiose mutò nella sventura; e questa è la costanza, la fortezza, la virtù vera. Non bestemmiò, ma cantò inni; non imprecò, ma nemmeno benedisse. Nelle sozzure della galera non levò superbamente la testa, ma non la inchinò mai; esempio vero di virtù vera e modesta, che non aspetta premi nè in terra nè in cielo, che fa il proprio dovere perchè è dovere e nient’altro. È tanto vero, che, leggendo, leRicordanze, qualche volta il Settembrini fa invidia e si vorrebbe essere stati al suo posto per fare quel ch’egli fece. LeggendoLe mie prigioni, si può compiangere ma non invidiare.S’aggiunga poi che certe torture dovettero essere più strazianti al Settembrini che al Pellico. Questi era celibe e la famiglia sua non aveva bisogno di lui: anzi egli la lasciava in una modesta agiatezza ed al sicuro dalle persecuzioni della polizia. Certo il pensiero della famiglia lontana doveva essergli doloroso, ma quanto più doloroso doveva essere al Settembrini, che lasciava, nel bisogno forse, la moglie e due piccoli figliuoli sotto gli artigli della feroce polizia borbonica! Il dolore del figlio che perde il padre non può essere paragonato allo strazio del padre che perde il figlio. L’amor figliale e fraterno sono in natura molto meno vivi dell’amor paterno, che sta forse più in alto nella scala degli affetti umani. Chi per sua disgrazia ha sofferto in tutte e due queste affezioni ne può far fede: ora gli affetti furono più dolorosamente feriti nel Settembrini che nel Pellico.La semplicità stessa della esposizione, l’arte, insomma, ci sembra migliore nel napoletano che nel saluzzese. A nessuno infatti sarà sfuggito l’intento insegnativo che dirige la narrazione del Pellico. La sua non è una narrazione spassionata e serena, poichè egli si vuoi far vedere come la fede sostenga nella sventura. Ogni episodio doloroso finisce con una consolazione religiosa. Massimo d’Azeglio parla spesso con una certa affettuosa compassione di suo fratello gesuita, eppure quella figura nera non lascia la sua tinta nemmeno sopra un paragrafo di ricordi. Il Pellico, invece, non parla del fratello gesuita e ad ogni pagina che voltiamo ci sembra di doverlo trovare. E c’è qualche cosa della compagnia di Gesù in quelle digressioni dolciastre, in quegli entusiasmi di riflessioni, in quelle aspirazioni da Filotea che interrompono di tratto in tratto la narrazione del Pellico. Si vede uno che narra con un perchè, con una intenzione; e il lettore, che se ne accorge, diffida, perchè sa che gli storiciche scrivono per sostenere una tesi debbono esser creduti con cautela. E questo è un difetto d’arte che nuoce all’effetto del libro.Nel Settembrini, per contro, vediamo da capo a fondo una bonomia, una tale mancanza di malizia, che qualche volta fa sorridere della ingenuità dell’autore, ma che ottiene maggiore effetto in quanto ci è arra di sincerità. Anche quando lascia per poco di raccontare e si allunga in certe digressioni politiche che sono a mille miglia dalle idee di questo giornale, dobbiamo riconoscere e riconosciamo uno che parla come la sente, secondo la sua convinzione, e leggiamo senza diffidenza, perchè ci accorgiamo subito che l’autore non tira a convertirci e che espone le sue idee senza fare un libro di polemica moderata. L’effetto è dunque tanto maggiore in quanto vediamo più chiaro il suggello della sincerità. L’arte del Settembrini è dunque migliore di quella del Pellico.Or abbiamo visto incitare pubblicamente lo Spaventa, uno dei superstiti di quel martirio glorioso, a completare ed a finire l’opera del Settembrini. Ebbene, anche noi ci uniamo cordialmente agli incitatori. È desiderabile per la gloria del nostro paese che quel racconto sia completo; e sperando che questo desiderio, non nostro, ma di tutti, possa essere soddisfatto, concluderemo esprimendo la speranza che il futuro libro racconti e non discuta, dica i fatti e non combatta per un partito, qualunque sia. Lo speriamo per l’arte, e speriamo che il continuatore del Settembrini sia persuaso che in certi casi convince più una narrazione tranquilla che un ragionamento tirato a fil di logica. I fatti hanno sempre avuto più forza che le parole.

Non è più un libro nuovissimo, ma ancora è nuovo.

Non è molto, rendendo conto ai lettori delleMemorie di un deportato, notavamo che il segreto della fortuna di questi libri sta nella ingenuità della narrazione. Quando una autobiografia lascia scorgere un fine polemico, secca il lettore e dura poco. Una prova basta per tutte. Vedete l’autobiografia del Dupré. Tutta la prima metà del volume, dove l’illustre scultore narra ingenuamente le fatiche sostenute per arrivare, si legge con piacere sempre crescente; ma quando egli è arrivato alla fama ed all’agiatezza, quando all’ansia dei tentativi, al caldo delle battaglie, succedono le discussioni estetiche ed i precetti artistici, l’interesse del volume diminuisce. Gli sforzi e la perseveranza del povero intagliatore sono raccontati più pianamente, più bonariamente che non la massima ed i criteri del professore. I precetti artistici, per quanto buoni, nociono al libro. Da Benvenuto Cellini a Massimo d’Azeglio l’arte di parer senz’arte, la furberia di parer senza furberia, furono il segreto del trionfo per gli autobiografi.

Una prova ce l’offre anche il Settembrini in queste sueRicordanze, che rimarranno nel cuore degli Italiani finchè rimarrà l’Italia. Un libro polemico non avrebbe prodotto un decimo dell’effetto che queste tranquille pagine producono. Il Settembrini non ci fa mai vedere qual merito ci fosse in lui sostenendo il martirio. Un retore vano, un parlamentare militante non avrebbero mancato di mettere in bella vista il sacrificio e di circondarlo di una aureola di apostrofi e di professione di fede, ma il Settembrini non trae mai vanto dalle sue catene.

A leggerlo, pare che l’essere condannati a morte od all’ergastolo fosse la cosa più naturale del mondo, che ogni buon galantuomo a quei tempi dovesse trovarsi nello stesso caso. Non era di quelli che saliti sui rostri mostrano ai comizi i lividi delle catene o le cicatrici delle ferite, chiedendo una ricompensa. Egli narra, senza mostrare di credere che il racconto dei suoi casi sia la testimonianza della sua gloria. Non si vanta mai d’aver durato nella sua fede anche sotto la mannaia. Non ci pensa nemmeno, e mentre il lettore rimane colpito, ammirato di tanta modesta virtù, l’ingenuo autore non se ne accorge, e sembra che dopo tanti anni badi ancora a contendere la sua testa al pubblico accusatore. Egli non si vanta: nella ingenuità sua si difende ancora!

Il Settembrini non soffrì meno di Silvio Pellico. L’educazione e la coltura era tale in tutti e due da rendere più dura la pena, e la pena non fu meno grave per l’uno che per l’altro.

Pure, come la sopportarono diversamente! E come la differenza è tutta in vantaggio del Settembrini!

Il Pellico dalla sventura è fatto cadere nelle debolezze di una religiosità che diventa volentieri bigottismo. La sua ragione si accascia, il suo carattere non trova in sè l’energia necessaria per sopportare il dolore.

Ricorre quindi ad una anestetico, la divozione.

Infatti è fuori di dubbio che l’allucinazione religiosa rende meno sensibili al dolore. Quando le sofferenze vengono dalla misericordia di Dio e si credono esercizio necessario per diventar degni di un premio futuro ed eterno, quando ogni strazio accresce i meriti ed ogni puntura avvicina il paziente al paradiso, la rassegnazione non è più virtù: rimane rimedio contro il dolore, ma è l’egoismo che si maschera da rassegnazione.

L’anacoreta che crede si macera, è un egoista che rinuncia a poche gioie terrene per acquistarne molte e migliori nell’avvenire. Soffrire, certi che un premio seguirà alle sofferenze, non è virtù, come non è virtù digiunare al mattino per mangiar meglio a pranzo.

Così la rassegnazione cattolica del Pellico non è virtù, ed il merito dell’aver sofferto diminuisce in lui sapendo che da quelle sofferenze attendeva una ricompensa. Certo poi la sua conversione non testimonia della fortezza del suo carattere, appunto come non sarebbe forte il cattolico che caduto in mano di Turchi si lasciasse circoncidere.

Ma il Settembrini, tutt’altro che irreligioso, non si accasciò a quel modo. Non credette degno di sè di cercare un cloroformismo nelle pratiche superstiziose di una divozionevolgare. Il suo dolore lo portò solo, non cercò Cireneo per la sua croce. Rimase quel che era prima, nessuna delle sue convinzioni politiche e religiose mutò nella sventura; e questa è la costanza, la fortezza, la virtù vera. Non bestemmiò, ma cantò inni; non imprecò, ma nemmeno benedisse. Nelle sozzure della galera non levò superbamente la testa, ma non la inchinò mai; esempio vero di virtù vera e modesta, che non aspetta premi nè in terra nè in cielo, che fa il proprio dovere perchè è dovere e nient’altro. È tanto vero, che, leggendo, leRicordanze, qualche volta il Settembrini fa invidia e si vorrebbe essere stati al suo posto per fare quel ch’egli fece. LeggendoLe mie prigioni, si può compiangere ma non invidiare.

S’aggiunga poi che certe torture dovettero essere più strazianti al Settembrini che al Pellico. Questi era celibe e la famiglia sua non aveva bisogno di lui: anzi egli la lasciava in una modesta agiatezza ed al sicuro dalle persecuzioni della polizia. Certo il pensiero della famiglia lontana doveva essergli doloroso, ma quanto più doloroso doveva essere al Settembrini, che lasciava, nel bisogno forse, la moglie e due piccoli figliuoli sotto gli artigli della feroce polizia borbonica! Il dolore del figlio che perde il padre non può essere paragonato allo strazio del padre che perde il figlio. L’amor figliale e fraterno sono in natura molto meno vivi dell’amor paterno, che sta forse più in alto nella scala degli affetti umani. Chi per sua disgrazia ha sofferto in tutte e due queste affezioni ne può far fede: ora gli affetti furono più dolorosamente feriti nel Settembrini che nel Pellico.

La semplicità stessa della esposizione, l’arte, insomma, ci sembra migliore nel napoletano che nel saluzzese. A nessuno infatti sarà sfuggito l’intento insegnativo che dirige la narrazione del Pellico. La sua non è una narrazione spassionata e serena, poichè egli si vuoi far vedere come la fede sostenga nella sventura. Ogni episodio doloroso finisce con una consolazione religiosa. Massimo d’Azeglio parla spesso con una certa affettuosa compassione di suo fratello gesuita, eppure quella figura nera non lascia la sua tinta nemmeno sopra un paragrafo di ricordi. Il Pellico, invece, non parla del fratello gesuita e ad ogni pagina che voltiamo ci sembra di doverlo trovare. E c’è qualche cosa della compagnia di Gesù in quelle digressioni dolciastre, in quegli entusiasmi di riflessioni, in quelle aspirazioni da Filotea che interrompono di tratto in tratto la narrazione del Pellico. Si vede uno che narra con un perchè, con una intenzione; e il lettore, che se ne accorge, diffida, perchè sa che gli storiciche scrivono per sostenere una tesi debbono esser creduti con cautela. E questo è un difetto d’arte che nuoce all’effetto del libro.

Nel Settembrini, per contro, vediamo da capo a fondo una bonomia, una tale mancanza di malizia, che qualche volta fa sorridere della ingenuità dell’autore, ma che ottiene maggiore effetto in quanto ci è arra di sincerità. Anche quando lascia per poco di raccontare e si allunga in certe digressioni politiche che sono a mille miglia dalle idee di questo giornale, dobbiamo riconoscere e riconosciamo uno che parla come la sente, secondo la sua convinzione, e leggiamo senza diffidenza, perchè ci accorgiamo subito che l’autore non tira a convertirci e che espone le sue idee senza fare un libro di polemica moderata. L’effetto è dunque tanto maggiore in quanto vediamo più chiaro il suggello della sincerità. L’arte del Settembrini è dunque migliore di quella del Pellico.

Or abbiamo visto incitare pubblicamente lo Spaventa, uno dei superstiti di quel martirio glorioso, a completare ed a finire l’opera del Settembrini. Ebbene, anche noi ci uniamo cordialmente agli incitatori. È desiderabile per la gloria del nostro paese che quel racconto sia completo; e sperando che questo desiderio, non nostro, ma di tutti, possa essere soddisfatto, concluderemo esprimendo la speranza che il futuro libro racconti e non discuta, dica i fatti e non combatta per un partito, qualunque sia. Lo speriamo per l’arte, e speriamo che il continuatore del Settembrini sia persuaso che in certi casi convince più una narrazione tranquilla che un ragionamento tirato a fil di logica. I fatti hanno sempre avuto più forza che le parole.


Back to IndexNext