GIOVANNI ARRIVABENE

GIOVANNI ARRIVABENEIl senatore Giovanni Arrivabene, non ha guari morto e degnamente compianto da tutti gli italiani che amano il loro paese, non ebbe una di quelle parti principali nelle vicende contemporanee che fanno popolare un nome e immortale una fama. Non ebbe la fortuna e forse l’ingegno necessario per essere Cavour, Azeglio o Ricasoli; ma la vita modestamente operosa, l’animo buono, i patimenti sofferti e la venerabile età, lo fecero tuttavia uno de’ personaggi più rispettabili e rispettati del nuovo regno. Con lui si è spento forse l’ultimo testimonio ed attore delle dolorose avventure del 1821; l’ultima vittima del Salvotti.L’Arrivabene lascia un volume di memorie edite dal Barbèra, e si è detto che alla sua morte il secondo volume era compiuto. La parte che conosciamo è appunto quella che ha maggiore importanza pel tempo e per le cose operate dall’autore. Ma, pur troppo, l’Arrivabene s’indusse tardissimo a scriverle, credo più che novantenne; e per quanto l’età grave gli concedesse salute e chiarezza di mente, pure in quel libro c’è qualche cosa di tardo, di arido e di confuso, che ne rende poco piacevole e poco utile la lettura. Il coro delle lodi intonato all’epoca della pubblicazione fu tanto favorevole, che per poco non parve che assistessimo alla nascita del Messia. Pareva che l’archetipo delle autobiografie fosse venuto al mondo.La simpatia universale che circondava il venerando autore chiuse gli occhi alla critica. Forse parve crudeltà dire il vero ad un ottimo vegliardo, quasi secolare, ed amareggiarlo con severi giudizi. Ora che la morte sciolse i superstiti dal dovere dei riguardi, nulla può vietare di dire che quelle memorie riescirono troppo inferiori allaaspettazione e non rivelarono nulla di nuovo intorno ad un periodo storico che ha appunto grande ed urgente bisogno di rivelazioni.Tutta quella matassa arruffata delle cospirazioni italiani del 1821 attende ancora uno storico che la dipani e la completi. Gli archivi di stato aspettano ancora chi li frughi con questo proposito, e non conosciamo ancora bene chi negli strazi della repressione fu forte, debole o traditore. LeMie Prigionidel Pellico aspettano ben altreAddizioniche quelle di Piero Maroncelli.L’Arrivabene stesso, che nelle sue memorie fu tanto parco di notizie e sorvolò quasi su quell’importante periodo storico cui assistette e nel quale ebbe gran parte, altre volte, non così abbassato dalla vecchiaia, aveva parlato chiaro e portato un curioso contributo di rivelazioni alla storia dei suoi tempi. Nessuno forse ricorda più un opuscolo da lui fatto stampare presso l’Unione Tipografica di Torino nel 1860 col titolo:—Intorno ad un’epoca della mia vita.—Ivi si trova accennato quel che si desidera invano di vedere sviluppato nelle memorie, e se il giudizio non paresse pretenzioso, si potrebbe dire che quel libretto è forse quel che di più importante ha scritto l’amico di Confalonieri e del Pellico.Quando Napoleone nel 1805 costituì il regno d’Italia l’Arrivabene aveva diciott’anni. Nove ne durò il regno, ed anche quelli che in quell’epoca avevano atteso più a divertirsi che a lavorare, alla restaurazione si sentirono come colpiti da una immeritata mortificazione e cominciarono a prendere a cuore le faccende italiane. La tradizione unitaria, che si può seguire nella storia delle lettere, come ha fatto il D’Ancona, scende allora nel dominio delle masse e lascia i campi della speculazione e della poesia per entrare in quelli della pratica. Quella larva di regno italico, foggiato alla francese e puntellato dalle baionette straniere, cadde al primo urto appena i puntelli mancarono; ma le masse avevano capito: e da quel giorno i governi, forestieri o indigeni, che dividevano la penisola, non ebbero più bene. Si può pur dire che il regno italico è il babbo vero del presente regno d’Italia.L’Arrivabene, giovane e spensierato, fu scosso e mortificato anch’egli. Non ci voleva altro che questo per farne un liberale, e l’Arrivabene diventò liberale convinto e deciso, più per forza degli avvenimenti che dei ragionamenti. Così fu tratto all’amicizia del Confalonieri, del Pellico, del Berchet, del Pecchio, degli Ugoni, e di Giovita Scalvini, e di tutti coloro che rappresentavano l’opposizione liberale al governo austriaco. Il Borsieri, ilPorro, il Breme, il Mompiani, accrebbero presto il novero degli amici suoi.Il povero Pellico pagò ben caro il diritto di abiurare, e quanto sono disgraziati i tentativi di riabilitarlo, altrettanto sarebbero ingenerosi quelli di vituperarlo. La giustizia ormai è fatta, e chi l’ha fatta piena e completa è la setta clericale, rivendicando interamente per sè quel che restò del cantore di Francesca dopo il martirio dello Spielberg. Ma ciò non toglie il diritto della storia di riprendere in esame i famosi processi di Stato; ciò non toglie che appunto per una imprudente parola del saluzzese, il povero Arrivabene subisse la prima prigionia.Absit iniuria, ma la verità è questa.Nel 1820 alla Zaita, villa dell’Arrivabene presso Mantova, erano il Porro coi suoi figli e il loro istitutore, Silvio Pellico. In un giorno d’autunno Porro e i figli erano in giardino, e l’Arrivabene col Pellico, seduti sopra un sofà, parlavano dell’Italia e del modo di rigenerarla. Tutto ad un tratto il Pellico esclamò:—Per rigenerare l’Italia ci vogliono delle società segrete; bisogna farsi carbonaro;—e l’Arrivabene rispose:—Sarebbe pazzia. La legge condanna a morte i carbonari, e poi si può giovare alla Italia senza immischiarsi nelle sette.—Il dialogo fu interrotto e non più ripreso. Il Pellico imprigionato narrò il colloquio, e l’Arrivabene fu subito arrestato e condotto nelle carceri di Murano, dove faticò per sei mesi a difender la testa dal Salvotti. Se in quel colloquio fosse stata detta una parola di più, anche l’Arrivabene sarebbe andato allo Spielberg.Libero, cominciò a capire dove i discorsi imprudenti potevano condurre. Si ricordò che, poco prima dello scoppio della rivoluzione in Piemonte, aveva parlato col Pecchio, col Borsieri, col Bossi e col Castiglia. Aveva parlato sulle generali, perchè nessuno sapeva niente di preciso. Si disse che sarebbe stato bene preparare i quadri della guardia nazionale. Si misero innanzi nomi per una possibile giunta di governo, si parlò di un possibile proclama da sottoscriversi dal Confalonieri, e nient’altro. Un po’ più tardi prestò mille lire per le faccende del Piemonte, e la sua collaborazione alle congiure ed ai moti del 1821 finì lì; ma, dopo l’esempio avuto, capì d’essere in pericolo. Una sera, in un caffè di Mantova, seppe che Borsieri e Mompiani erano arrestati. Vide il pericolo imminente e deliberò di fuggire.Questa fuga è diventata leggendaria, tanto che ha preso sino posto tra leevasioni celebri, con quelle del Cellini, del Latude, del barone di Trenck, del Casanova, dell’Orsini e d’altri. L’Arrivabene la narra minutamente e nonè qui il caso di ripeterla, per quanto gli episodi curiosi possano tentare. Tutti sanno che i fuggitivi, arrivati di notte ad Edolo, trovarono nella cucina dell’osteria le uniformi dei gendarmi poste ad asciugare; tutti sanno che per poco non furono arrestati al confine di Tirano. Ma alcune pitture, alcuni squarci che riguardano il primo processo sono meno noti ed altrettanto interessanti.Quando si leggono leAddizionidel Maroncelli o leMemoriedell’Andryane vien fatto d’immaginare il Salvotti come una iena travestita da uomo, bollata dalla natura con quei connotati che Leonardo diede al Giuda della sua cena. Ma il Salvotti, ci dice l’Arrivabene, era bello della persona, aveva occhi nerissimi, nera e folta capigliatura. Andava elegantemente vestito con abito nero e calzoni di seta nera. Lo vedete voi il Salvotti damerino? Che stranissima cosa! Eppure non c’è da dubitare. L’Arrivabene lo vide e lo esaminò più da vicino che non avrebbe voluto.Di tutto si potrà accusare l’Arrivabene, severo economista e filantropo, fuorchè di peccati di poesia. Eppure nei caldi tramonti della laguna, nella melanconia profonda e silenziosa del carcere, soffrì anch’egli di quella nevrosi di cervello che, chi può, traduce in versi, e che gli antichi attribuivano alle ispirazioni di un Dio. Trentanove anni dopo, raccontando le impressioni di quelle sere, l’economista ritrova parole di verità, dipinge meglio che un letterato di professione: «A sera, dondolandomi sopra una sedia, tenendo gli occhi fissi alla chiesa di Murano, dorata dai raggi del sole cadente, od ai lontani monti o al più lontano cielo, riandavo col pensiero le cose scritte nel giorno e recitavo, non senza qualche lagrima, i passi che il cuore più che la mente aveva dettati. Improvvisavo certi versi sulla mia presente fortuna e li cantavo su vecchie arie o su cantilene inventate da me al momento stesso. Passavano barchette piene di contadini che ritornavano dalla città, i quali tutti, sempre, cantavano una loro monotona ma non disaggradevole canzone:Che bel cappel, Marianna,Che bel cappel, Marianna.Appariva talvolta in lontananza una barca da cui usciva e mi giungeva sull’acqua una mesta ed armonica cantilena: erano cannonieri boemi i quali venivano sulla laguna a cantare le canzoni della patria. Tutto ciò cagionava al mio cuore solitario emozioni ad un tempo melanconiche e care». Non è mal detto, e sopratutto è sentito.Ricorda, senza intenzione, ilSant’Ambrogiodel Giusti. Il luogo e l’ora ispiravano poesia al prigioniero.È inutile; noi non possiamo farci nemmeno una lontana idea di quei tempi dolorosi, nei quali una parola imprudente poteva costare il martirio, nei quali l’Imperatore, che si dava delclementissimo da sè, intendeva soltanto di aver fattiattenti i suoi sudditi sui mali della setta e di averne illuminate le menti colla sovrana notificazione 29 Agosto 1820, nella quale si comminava la pena di morte da eseguirsi colla forca, non solo a coloro che facessero parte della setta, ma anche a quelli che sapendolo non li denunziassero. Gli antichi padri della Chiesa hanno detto che il sangue dei martiri fu la semenza de’ cristiani, e questo è stato vero anche per l’Italia e la sua fede. Ma ciò non toglie che il povero seminarista non rimanga sbalordito conoscendo la costanza dei confessori della fede di Cristo nei tormenti, e che noi, meschini epigoni, non rimaniamo ammirati e compresi di affettuosa venerazione pei confessori d’Italia, per le vittime del Salvotti, per gli straziati delle fortezze boeme.Giovanni Arrivabene, ricco di censo, c’era dato a buone opere civili. Le scuole lancasteriane, da lui istituite a Mantova, parevano una invenzione del liberalismo, e questa fu la causa dei sospetti che gli si addensarono sopra per risolversi in una malvagia persecuzione al primo pretesto. Queste sue buone intenzioni gli valsero la prigione e quarantacinque anni d’esilio. Davvero, quando egli è mancato, possiamo dire che è mancato l’ultimo di coloro che cominciarono ad affermare la nuova Italia col pericolo del capo e la certezza della persecuzione più crudele.Sono dunque giusti i compianti della intera nazione alla sua morte; è dovuto il lutto. Si dice che i mantovani innalzeranno un monumento al loro illustre concittadino. L’iscrizione è fatta, e si deve al consigliere aulico Della Porta ed al signor A. De Rosmini, presidente l’uno, segretario l’altro della I. R. Commissione speciale di prima istanza, che sentenziava così in Milano il 21 gennaio 1824:«Sugli atti dell’inquisizione criminale costrutti dalla Commissione speciale di Milano pel delitto d’alto tradimento: ecc.«Il Cesareo regio Senato Lombardo-Veneto del supremo tribunale di giustizia residente in Verona ecc., ha dichiarato:«Essere i detenuti Federico conte Confalonieri ed Alessandro Filippo Andryane, non che i contumaci Giuseppe Pecchio, Giuseppe Vismara, Giacomo Filippo de Meester-Haydel, Costantino Mantovani, Benigno marchese Bossi,Giuseppe marchese Arconati-Visconti, Carlo cavaliere Pisani-Dossi, Filippo nobile Ugoni,Giovanni conte Arrivabene, e gli altri detenuti Pietro Borsieri di Kanifeld, Giorgio marchese Pallavicini, Gaetano Castiglia, Andrea Tonelli e Francesco barone Arese,rei del delitto d’alto tradimento, e li ha condannati alla pena di morte da eseguirsi colla forca.»Chi non invidierà l’Arrivabene? Chi non gli invidierà più che la lunga ed onorata vita, i patimenti durati e l’onore di una simile lapide sepolcrale?

GIOVANNI ARRIVABENEIl senatore Giovanni Arrivabene, non ha guari morto e degnamente compianto da tutti gli italiani che amano il loro paese, non ebbe una di quelle parti principali nelle vicende contemporanee che fanno popolare un nome e immortale una fama. Non ebbe la fortuna e forse l’ingegno necessario per essere Cavour, Azeglio o Ricasoli; ma la vita modestamente operosa, l’animo buono, i patimenti sofferti e la venerabile età, lo fecero tuttavia uno de’ personaggi più rispettabili e rispettati del nuovo regno. Con lui si è spento forse l’ultimo testimonio ed attore delle dolorose avventure del 1821; l’ultima vittima del Salvotti.L’Arrivabene lascia un volume di memorie edite dal Barbèra, e si è detto che alla sua morte il secondo volume era compiuto. La parte che conosciamo è appunto quella che ha maggiore importanza pel tempo e per le cose operate dall’autore. Ma, pur troppo, l’Arrivabene s’indusse tardissimo a scriverle, credo più che novantenne; e per quanto l’età grave gli concedesse salute e chiarezza di mente, pure in quel libro c’è qualche cosa di tardo, di arido e di confuso, che ne rende poco piacevole e poco utile la lettura. Il coro delle lodi intonato all’epoca della pubblicazione fu tanto favorevole, che per poco non parve che assistessimo alla nascita del Messia. Pareva che l’archetipo delle autobiografie fosse venuto al mondo.La simpatia universale che circondava il venerando autore chiuse gli occhi alla critica. Forse parve crudeltà dire il vero ad un ottimo vegliardo, quasi secolare, ed amareggiarlo con severi giudizi. Ora che la morte sciolse i superstiti dal dovere dei riguardi, nulla può vietare di dire che quelle memorie riescirono troppo inferiori allaaspettazione e non rivelarono nulla di nuovo intorno ad un periodo storico che ha appunto grande ed urgente bisogno di rivelazioni.Tutta quella matassa arruffata delle cospirazioni italiani del 1821 attende ancora uno storico che la dipani e la completi. Gli archivi di stato aspettano ancora chi li frughi con questo proposito, e non conosciamo ancora bene chi negli strazi della repressione fu forte, debole o traditore. LeMie Prigionidel Pellico aspettano ben altreAddizioniche quelle di Piero Maroncelli.L’Arrivabene stesso, che nelle sue memorie fu tanto parco di notizie e sorvolò quasi su quell’importante periodo storico cui assistette e nel quale ebbe gran parte, altre volte, non così abbassato dalla vecchiaia, aveva parlato chiaro e portato un curioso contributo di rivelazioni alla storia dei suoi tempi. Nessuno forse ricorda più un opuscolo da lui fatto stampare presso l’Unione Tipografica di Torino nel 1860 col titolo:—Intorno ad un’epoca della mia vita.—Ivi si trova accennato quel che si desidera invano di vedere sviluppato nelle memorie, e se il giudizio non paresse pretenzioso, si potrebbe dire che quel libretto è forse quel che di più importante ha scritto l’amico di Confalonieri e del Pellico.Quando Napoleone nel 1805 costituì il regno d’Italia l’Arrivabene aveva diciott’anni. Nove ne durò il regno, ed anche quelli che in quell’epoca avevano atteso più a divertirsi che a lavorare, alla restaurazione si sentirono come colpiti da una immeritata mortificazione e cominciarono a prendere a cuore le faccende italiane. La tradizione unitaria, che si può seguire nella storia delle lettere, come ha fatto il D’Ancona, scende allora nel dominio delle masse e lascia i campi della speculazione e della poesia per entrare in quelli della pratica. Quella larva di regno italico, foggiato alla francese e puntellato dalle baionette straniere, cadde al primo urto appena i puntelli mancarono; ma le masse avevano capito: e da quel giorno i governi, forestieri o indigeni, che dividevano la penisola, non ebbero più bene. Si può pur dire che il regno italico è il babbo vero del presente regno d’Italia.L’Arrivabene, giovane e spensierato, fu scosso e mortificato anch’egli. Non ci voleva altro che questo per farne un liberale, e l’Arrivabene diventò liberale convinto e deciso, più per forza degli avvenimenti che dei ragionamenti. Così fu tratto all’amicizia del Confalonieri, del Pellico, del Berchet, del Pecchio, degli Ugoni, e di Giovita Scalvini, e di tutti coloro che rappresentavano l’opposizione liberale al governo austriaco. Il Borsieri, ilPorro, il Breme, il Mompiani, accrebbero presto il novero degli amici suoi.Il povero Pellico pagò ben caro il diritto di abiurare, e quanto sono disgraziati i tentativi di riabilitarlo, altrettanto sarebbero ingenerosi quelli di vituperarlo. La giustizia ormai è fatta, e chi l’ha fatta piena e completa è la setta clericale, rivendicando interamente per sè quel che restò del cantore di Francesca dopo il martirio dello Spielberg. Ma ciò non toglie il diritto della storia di riprendere in esame i famosi processi di Stato; ciò non toglie che appunto per una imprudente parola del saluzzese, il povero Arrivabene subisse la prima prigionia.Absit iniuria, ma la verità è questa.Nel 1820 alla Zaita, villa dell’Arrivabene presso Mantova, erano il Porro coi suoi figli e il loro istitutore, Silvio Pellico. In un giorno d’autunno Porro e i figli erano in giardino, e l’Arrivabene col Pellico, seduti sopra un sofà, parlavano dell’Italia e del modo di rigenerarla. Tutto ad un tratto il Pellico esclamò:—Per rigenerare l’Italia ci vogliono delle società segrete; bisogna farsi carbonaro;—e l’Arrivabene rispose:—Sarebbe pazzia. La legge condanna a morte i carbonari, e poi si può giovare alla Italia senza immischiarsi nelle sette.—Il dialogo fu interrotto e non più ripreso. Il Pellico imprigionato narrò il colloquio, e l’Arrivabene fu subito arrestato e condotto nelle carceri di Murano, dove faticò per sei mesi a difender la testa dal Salvotti. Se in quel colloquio fosse stata detta una parola di più, anche l’Arrivabene sarebbe andato allo Spielberg.Libero, cominciò a capire dove i discorsi imprudenti potevano condurre. Si ricordò che, poco prima dello scoppio della rivoluzione in Piemonte, aveva parlato col Pecchio, col Borsieri, col Bossi e col Castiglia. Aveva parlato sulle generali, perchè nessuno sapeva niente di preciso. Si disse che sarebbe stato bene preparare i quadri della guardia nazionale. Si misero innanzi nomi per una possibile giunta di governo, si parlò di un possibile proclama da sottoscriversi dal Confalonieri, e nient’altro. Un po’ più tardi prestò mille lire per le faccende del Piemonte, e la sua collaborazione alle congiure ed ai moti del 1821 finì lì; ma, dopo l’esempio avuto, capì d’essere in pericolo. Una sera, in un caffè di Mantova, seppe che Borsieri e Mompiani erano arrestati. Vide il pericolo imminente e deliberò di fuggire.Questa fuga è diventata leggendaria, tanto che ha preso sino posto tra leevasioni celebri, con quelle del Cellini, del Latude, del barone di Trenck, del Casanova, dell’Orsini e d’altri. L’Arrivabene la narra minutamente e nonè qui il caso di ripeterla, per quanto gli episodi curiosi possano tentare. Tutti sanno che i fuggitivi, arrivati di notte ad Edolo, trovarono nella cucina dell’osteria le uniformi dei gendarmi poste ad asciugare; tutti sanno che per poco non furono arrestati al confine di Tirano. Ma alcune pitture, alcuni squarci che riguardano il primo processo sono meno noti ed altrettanto interessanti.Quando si leggono leAddizionidel Maroncelli o leMemoriedell’Andryane vien fatto d’immaginare il Salvotti come una iena travestita da uomo, bollata dalla natura con quei connotati che Leonardo diede al Giuda della sua cena. Ma il Salvotti, ci dice l’Arrivabene, era bello della persona, aveva occhi nerissimi, nera e folta capigliatura. Andava elegantemente vestito con abito nero e calzoni di seta nera. Lo vedete voi il Salvotti damerino? Che stranissima cosa! Eppure non c’è da dubitare. L’Arrivabene lo vide e lo esaminò più da vicino che non avrebbe voluto.Di tutto si potrà accusare l’Arrivabene, severo economista e filantropo, fuorchè di peccati di poesia. Eppure nei caldi tramonti della laguna, nella melanconia profonda e silenziosa del carcere, soffrì anch’egli di quella nevrosi di cervello che, chi può, traduce in versi, e che gli antichi attribuivano alle ispirazioni di un Dio. Trentanove anni dopo, raccontando le impressioni di quelle sere, l’economista ritrova parole di verità, dipinge meglio che un letterato di professione: «A sera, dondolandomi sopra una sedia, tenendo gli occhi fissi alla chiesa di Murano, dorata dai raggi del sole cadente, od ai lontani monti o al più lontano cielo, riandavo col pensiero le cose scritte nel giorno e recitavo, non senza qualche lagrima, i passi che il cuore più che la mente aveva dettati. Improvvisavo certi versi sulla mia presente fortuna e li cantavo su vecchie arie o su cantilene inventate da me al momento stesso. Passavano barchette piene di contadini che ritornavano dalla città, i quali tutti, sempre, cantavano una loro monotona ma non disaggradevole canzone:Che bel cappel, Marianna,Che bel cappel, Marianna.Appariva talvolta in lontananza una barca da cui usciva e mi giungeva sull’acqua una mesta ed armonica cantilena: erano cannonieri boemi i quali venivano sulla laguna a cantare le canzoni della patria. Tutto ciò cagionava al mio cuore solitario emozioni ad un tempo melanconiche e care». Non è mal detto, e sopratutto è sentito.Ricorda, senza intenzione, ilSant’Ambrogiodel Giusti. Il luogo e l’ora ispiravano poesia al prigioniero.È inutile; noi non possiamo farci nemmeno una lontana idea di quei tempi dolorosi, nei quali una parola imprudente poteva costare il martirio, nei quali l’Imperatore, che si dava delclementissimo da sè, intendeva soltanto di aver fattiattenti i suoi sudditi sui mali della setta e di averne illuminate le menti colla sovrana notificazione 29 Agosto 1820, nella quale si comminava la pena di morte da eseguirsi colla forca, non solo a coloro che facessero parte della setta, ma anche a quelli che sapendolo non li denunziassero. Gli antichi padri della Chiesa hanno detto che il sangue dei martiri fu la semenza de’ cristiani, e questo è stato vero anche per l’Italia e la sua fede. Ma ciò non toglie che il povero seminarista non rimanga sbalordito conoscendo la costanza dei confessori della fede di Cristo nei tormenti, e che noi, meschini epigoni, non rimaniamo ammirati e compresi di affettuosa venerazione pei confessori d’Italia, per le vittime del Salvotti, per gli straziati delle fortezze boeme.Giovanni Arrivabene, ricco di censo, c’era dato a buone opere civili. Le scuole lancasteriane, da lui istituite a Mantova, parevano una invenzione del liberalismo, e questa fu la causa dei sospetti che gli si addensarono sopra per risolversi in una malvagia persecuzione al primo pretesto. Queste sue buone intenzioni gli valsero la prigione e quarantacinque anni d’esilio. Davvero, quando egli è mancato, possiamo dire che è mancato l’ultimo di coloro che cominciarono ad affermare la nuova Italia col pericolo del capo e la certezza della persecuzione più crudele.Sono dunque giusti i compianti della intera nazione alla sua morte; è dovuto il lutto. Si dice che i mantovani innalzeranno un monumento al loro illustre concittadino. L’iscrizione è fatta, e si deve al consigliere aulico Della Porta ed al signor A. De Rosmini, presidente l’uno, segretario l’altro della I. R. Commissione speciale di prima istanza, che sentenziava così in Milano il 21 gennaio 1824:«Sugli atti dell’inquisizione criminale costrutti dalla Commissione speciale di Milano pel delitto d’alto tradimento: ecc.«Il Cesareo regio Senato Lombardo-Veneto del supremo tribunale di giustizia residente in Verona ecc., ha dichiarato:«Essere i detenuti Federico conte Confalonieri ed Alessandro Filippo Andryane, non che i contumaci Giuseppe Pecchio, Giuseppe Vismara, Giacomo Filippo de Meester-Haydel, Costantino Mantovani, Benigno marchese Bossi,Giuseppe marchese Arconati-Visconti, Carlo cavaliere Pisani-Dossi, Filippo nobile Ugoni,Giovanni conte Arrivabene, e gli altri detenuti Pietro Borsieri di Kanifeld, Giorgio marchese Pallavicini, Gaetano Castiglia, Andrea Tonelli e Francesco barone Arese,rei del delitto d’alto tradimento, e li ha condannati alla pena di morte da eseguirsi colla forca.»Chi non invidierà l’Arrivabene? Chi non gli invidierà più che la lunga ed onorata vita, i patimenti durati e l’onore di una simile lapide sepolcrale?

Il senatore Giovanni Arrivabene, non ha guari morto e degnamente compianto da tutti gli italiani che amano il loro paese, non ebbe una di quelle parti principali nelle vicende contemporanee che fanno popolare un nome e immortale una fama. Non ebbe la fortuna e forse l’ingegno necessario per essere Cavour, Azeglio o Ricasoli; ma la vita modestamente operosa, l’animo buono, i patimenti sofferti e la venerabile età, lo fecero tuttavia uno de’ personaggi più rispettabili e rispettati del nuovo regno. Con lui si è spento forse l’ultimo testimonio ed attore delle dolorose avventure del 1821; l’ultima vittima del Salvotti.

L’Arrivabene lascia un volume di memorie edite dal Barbèra, e si è detto che alla sua morte il secondo volume era compiuto. La parte che conosciamo è appunto quella che ha maggiore importanza pel tempo e per le cose operate dall’autore. Ma, pur troppo, l’Arrivabene s’indusse tardissimo a scriverle, credo più che novantenne; e per quanto l’età grave gli concedesse salute e chiarezza di mente, pure in quel libro c’è qualche cosa di tardo, di arido e di confuso, che ne rende poco piacevole e poco utile la lettura. Il coro delle lodi intonato all’epoca della pubblicazione fu tanto favorevole, che per poco non parve che assistessimo alla nascita del Messia. Pareva che l’archetipo delle autobiografie fosse venuto al mondo.

La simpatia universale che circondava il venerando autore chiuse gli occhi alla critica. Forse parve crudeltà dire il vero ad un ottimo vegliardo, quasi secolare, ed amareggiarlo con severi giudizi. Ora che la morte sciolse i superstiti dal dovere dei riguardi, nulla può vietare di dire che quelle memorie riescirono troppo inferiori allaaspettazione e non rivelarono nulla di nuovo intorno ad un periodo storico che ha appunto grande ed urgente bisogno di rivelazioni.

Tutta quella matassa arruffata delle cospirazioni italiani del 1821 attende ancora uno storico che la dipani e la completi. Gli archivi di stato aspettano ancora chi li frughi con questo proposito, e non conosciamo ancora bene chi negli strazi della repressione fu forte, debole o traditore. LeMie Prigionidel Pellico aspettano ben altreAddizioniche quelle di Piero Maroncelli.

L’Arrivabene stesso, che nelle sue memorie fu tanto parco di notizie e sorvolò quasi su quell’importante periodo storico cui assistette e nel quale ebbe gran parte, altre volte, non così abbassato dalla vecchiaia, aveva parlato chiaro e portato un curioso contributo di rivelazioni alla storia dei suoi tempi. Nessuno forse ricorda più un opuscolo da lui fatto stampare presso l’Unione Tipografica di Torino nel 1860 col titolo:—Intorno ad un’epoca della mia vita.—Ivi si trova accennato quel che si desidera invano di vedere sviluppato nelle memorie, e se il giudizio non paresse pretenzioso, si potrebbe dire che quel libretto è forse quel che di più importante ha scritto l’amico di Confalonieri e del Pellico.

Quando Napoleone nel 1805 costituì il regno d’Italia l’Arrivabene aveva diciott’anni. Nove ne durò il regno, ed anche quelli che in quell’epoca avevano atteso più a divertirsi che a lavorare, alla restaurazione si sentirono come colpiti da una immeritata mortificazione e cominciarono a prendere a cuore le faccende italiane. La tradizione unitaria, che si può seguire nella storia delle lettere, come ha fatto il D’Ancona, scende allora nel dominio delle masse e lascia i campi della speculazione e della poesia per entrare in quelli della pratica. Quella larva di regno italico, foggiato alla francese e puntellato dalle baionette straniere, cadde al primo urto appena i puntelli mancarono; ma le masse avevano capito: e da quel giorno i governi, forestieri o indigeni, che dividevano la penisola, non ebbero più bene. Si può pur dire che il regno italico è il babbo vero del presente regno d’Italia.

L’Arrivabene, giovane e spensierato, fu scosso e mortificato anch’egli. Non ci voleva altro che questo per farne un liberale, e l’Arrivabene diventò liberale convinto e deciso, più per forza degli avvenimenti che dei ragionamenti. Così fu tratto all’amicizia del Confalonieri, del Pellico, del Berchet, del Pecchio, degli Ugoni, e di Giovita Scalvini, e di tutti coloro che rappresentavano l’opposizione liberale al governo austriaco. Il Borsieri, ilPorro, il Breme, il Mompiani, accrebbero presto il novero degli amici suoi.

Il povero Pellico pagò ben caro il diritto di abiurare, e quanto sono disgraziati i tentativi di riabilitarlo, altrettanto sarebbero ingenerosi quelli di vituperarlo. La giustizia ormai è fatta, e chi l’ha fatta piena e completa è la setta clericale, rivendicando interamente per sè quel che restò del cantore di Francesca dopo il martirio dello Spielberg. Ma ciò non toglie il diritto della storia di riprendere in esame i famosi processi di Stato; ciò non toglie che appunto per una imprudente parola del saluzzese, il povero Arrivabene subisse la prima prigionia.Absit iniuria, ma la verità è questa.

Nel 1820 alla Zaita, villa dell’Arrivabene presso Mantova, erano il Porro coi suoi figli e il loro istitutore, Silvio Pellico. In un giorno d’autunno Porro e i figli erano in giardino, e l’Arrivabene col Pellico, seduti sopra un sofà, parlavano dell’Italia e del modo di rigenerarla. Tutto ad un tratto il Pellico esclamò:—Per rigenerare l’Italia ci vogliono delle società segrete; bisogna farsi carbonaro;—e l’Arrivabene rispose:—Sarebbe pazzia. La legge condanna a morte i carbonari, e poi si può giovare alla Italia senza immischiarsi nelle sette.—Il dialogo fu interrotto e non più ripreso. Il Pellico imprigionato narrò il colloquio, e l’Arrivabene fu subito arrestato e condotto nelle carceri di Murano, dove faticò per sei mesi a difender la testa dal Salvotti. Se in quel colloquio fosse stata detta una parola di più, anche l’Arrivabene sarebbe andato allo Spielberg.

Libero, cominciò a capire dove i discorsi imprudenti potevano condurre. Si ricordò che, poco prima dello scoppio della rivoluzione in Piemonte, aveva parlato col Pecchio, col Borsieri, col Bossi e col Castiglia. Aveva parlato sulle generali, perchè nessuno sapeva niente di preciso. Si disse che sarebbe stato bene preparare i quadri della guardia nazionale. Si misero innanzi nomi per una possibile giunta di governo, si parlò di un possibile proclama da sottoscriversi dal Confalonieri, e nient’altro. Un po’ più tardi prestò mille lire per le faccende del Piemonte, e la sua collaborazione alle congiure ed ai moti del 1821 finì lì; ma, dopo l’esempio avuto, capì d’essere in pericolo. Una sera, in un caffè di Mantova, seppe che Borsieri e Mompiani erano arrestati. Vide il pericolo imminente e deliberò di fuggire.

Questa fuga è diventata leggendaria, tanto che ha preso sino posto tra leevasioni celebri, con quelle del Cellini, del Latude, del barone di Trenck, del Casanova, dell’Orsini e d’altri. L’Arrivabene la narra minutamente e nonè qui il caso di ripeterla, per quanto gli episodi curiosi possano tentare. Tutti sanno che i fuggitivi, arrivati di notte ad Edolo, trovarono nella cucina dell’osteria le uniformi dei gendarmi poste ad asciugare; tutti sanno che per poco non furono arrestati al confine di Tirano. Ma alcune pitture, alcuni squarci che riguardano il primo processo sono meno noti ed altrettanto interessanti.

Quando si leggono leAddizionidel Maroncelli o leMemoriedell’Andryane vien fatto d’immaginare il Salvotti come una iena travestita da uomo, bollata dalla natura con quei connotati che Leonardo diede al Giuda della sua cena. Ma il Salvotti, ci dice l’Arrivabene, era bello della persona, aveva occhi nerissimi, nera e folta capigliatura. Andava elegantemente vestito con abito nero e calzoni di seta nera. Lo vedete voi il Salvotti damerino? Che stranissima cosa! Eppure non c’è da dubitare. L’Arrivabene lo vide e lo esaminò più da vicino che non avrebbe voluto.

Di tutto si potrà accusare l’Arrivabene, severo economista e filantropo, fuorchè di peccati di poesia. Eppure nei caldi tramonti della laguna, nella melanconia profonda e silenziosa del carcere, soffrì anch’egli di quella nevrosi di cervello che, chi può, traduce in versi, e che gli antichi attribuivano alle ispirazioni di un Dio. Trentanove anni dopo, raccontando le impressioni di quelle sere, l’economista ritrova parole di verità, dipinge meglio che un letterato di professione: «A sera, dondolandomi sopra una sedia, tenendo gli occhi fissi alla chiesa di Murano, dorata dai raggi del sole cadente, od ai lontani monti o al più lontano cielo, riandavo col pensiero le cose scritte nel giorno e recitavo, non senza qualche lagrima, i passi che il cuore più che la mente aveva dettati. Improvvisavo certi versi sulla mia presente fortuna e li cantavo su vecchie arie o su cantilene inventate da me al momento stesso. Passavano barchette piene di contadini che ritornavano dalla città, i quali tutti, sempre, cantavano una loro monotona ma non disaggradevole canzone:

Che bel cappel, Marianna,Che bel cappel, Marianna.

Appariva talvolta in lontananza una barca da cui usciva e mi giungeva sull’acqua una mesta ed armonica cantilena: erano cannonieri boemi i quali venivano sulla laguna a cantare le canzoni della patria. Tutto ciò cagionava al mio cuore solitario emozioni ad un tempo melanconiche e care». Non è mal detto, e sopratutto è sentito.Ricorda, senza intenzione, ilSant’Ambrogiodel Giusti. Il luogo e l’ora ispiravano poesia al prigioniero.

È inutile; noi non possiamo farci nemmeno una lontana idea di quei tempi dolorosi, nei quali una parola imprudente poteva costare il martirio, nei quali l’Imperatore, che si dava delclementissimo da sè, intendeva soltanto di aver fattiattenti i suoi sudditi sui mali della setta e di averne illuminate le menti colla sovrana notificazione 29 Agosto 1820, nella quale si comminava la pena di morte da eseguirsi colla forca, non solo a coloro che facessero parte della setta, ma anche a quelli che sapendolo non li denunziassero. Gli antichi padri della Chiesa hanno detto che il sangue dei martiri fu la semenza de’ cristiani, e questo è stato vero anche per l’Italia e la sua fede. Ma ciò non toglie che il povero seminarista non rimanga sbalordito conoscendo la costanza dei confessori della fede di Cristo nei tormenti, e che noi, meschini epigoni, non rimaniamo ammirati e compresi di affettuosa venerazione pei confessori d’Italia, per le vittime del Salvotti, per gli straziati delle fortezze boeme.

Giovanni Arrivabene, ricco di censo, c’era dato a buone opere civili. Le scuole lancasteriane, da lui istituite a Mantova, parevano una invenzione del liberalismo, e questa fu la causa dei sospetti che gli si addensarono sopra per risolversi in una malvagia persecuzione al primo pretesto. Queste sue buone intenzioni gli valsero la prigione e quarantacinque anni d’esilio. Davvero, quando egli è mancato, possiamo dire che è mancato l’ultimo di coloro che cominciarono ad affermare la nuova Italia col pericolo del capo e la certezza della persecuzione più crudele.

Sono dunque giusti i compianti della intera nazione alla sua morte; è dovuto il lutto. Si dice che i mantovani innalzeranno un monumento al loro illustre concittadino. L’iscrizione è fatta, e si deve al consigliere aulico Della Porta ed al signor A. De Rosmini, presidente l’uno, segretario l’altro della I. R. Commissione speciale di prima istanza, che sentenziava così in Milano il 21 gennaio 1824:

«Sugli atti dell’inquisizione criminale costrutti dalla Commissione speciale di Milano pel delitto d’alto tradimento: ecc.

«Il Cesareo regio Senato Lombardo-Veneto del supremo tribunale di giustizia residente in Verona ecc., ha dichiarato:

«Essere i detenuti Federico conte Confalonieri ed Alessandro Filippo Andryane, non che i contumaci Giuseppe Pecchio, Giuseppe Vismara, Giacomo Filippo de Meester-Haydel, Costantino Mantovani, Benigno marchese Bossi,Giuseppe marchese Arconati-Visconti, Carlo cavaliere Pisani-Dossi, Filippo nobile Ugoni,Giovanni conte Arrivabene, e gli altri detenuti Pietro Borsieri di Kanifeld, Giorgio marchese Pallavicini, Gaetano Castiglia, Andrea Tonelli e Francesco barone Arese,rei del delitto d’alto tradimento, e li ha condannati alla pena di morte da eseguirsi colla forca.»

Chi non invidierà l’Arrivabene? Chi non gli invidierà più che la lunga ed onorata vita, i patimenti durati e l’onore di una simile lapide sepolcrale?


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