GIOVANNI RUFFINICerto non si può dire che Giovanni Ruffini abbia sopravvissuto alla propria gloria, ma non si può nascondere che da parecchio tempo la memoria delle opere sue s’era un po’ indebolita. Non ricordo che, oltre un bell’articolo di Edmondo De Amicis, stampato cinque o sei anni sono, altri abbia parlato di lui con qualche ampiezza. Nessuno aveva addentato il nome e la fama del glorioso romanziere, ma appunto in questo consenso universale di lodi per l’uomo e per l’opera, la sua gloria s’era quasi addormentata. Una impertinenza, un latrato di qualche cagnuolo l’avrebbe desta, le avrebbe giovato: invece, chi la ridestò fu la morte. L’uomo s’addormì nel sonno che non ha risveglio, ma l’opera sua scosse il glorioso sudario in cui l’aveva avvolta la nostra indifferenza e tornò viva e bella nella memoria nostra.Tornò viva, ma per pochi giorni. Cessati i compianti funerari, spenta l’eco de’ discorsi detti sulla bara e delle brevi linee necrologiche dei giornali, oramai s’è rifatto il silenzio di prima. I romanzi del Ruffini si leggono ancora, ma il genere dei lettori dà ragione del poco chiasso che si fa intorno al nome dell’autore. Quei libri infatti sono caduti nel dominio delle mamme assennate che pesano ed esaminano le letture concesse alle figlie. Libri politici prima, libri che erano battaglie ed avevano entusiasmato una generazione di combattenti, diventano ora miti e tranquilli romanzi, indicati contro i pericoli dell’adolescenza. Scomunicati prima, divengon ora libri di premio. Vengono in menteLe mie Prigionidel Pellico, che, dopo aver turbato i sonni dell’imperatore Francesco e del Metternich, ora fanno testo nelle scuole clericali.Le passioni, infatti, le lotte di cinquant’anni addietro, sono entrate nel dominio della storia e non accendono più le discussioni contemporanee. Le persecuzioni di Carlo Felice non ci commuovono più di quelle di Silla, la sciocca e crudele reazione di Gregorio XVI non ci tocca più della ferocia infame di Papa Borgia. La contemporaneità storica per noi si spinge appena al di là del 1848, e i tempi anteriori non possiamo conoscerli più che sui libri, poichè chi ai tempi dell’elezione di Pio X era in età di portare il fucile, oggi ha passato i sessant’anni. Al di là del 1848 ci appare un’epoca eroica di sacrifizi e di persecuzioni che ci stupisce, ci costringe alla venerazione, ma che è fuori della nostra vita e delle nostre passioni. Come i cristiani, svolgiamo ammirati e pii il martirologio della nostra redenzione; ma, poichè la santa epopea è chiusa da un pezzo, sentiamo troppo bene che l’età è mutata, e spesso per intendere ci è forza ricorrere a criteri storici, ad eccitamenti dell’immaginazione. Così i libri polemici di quell’epoca, cessando di esser pericolosi ai persecutori, cessarono di esser ricercati dai perseguitati. Divennero innocui, ma non furon più vivi.Chi sente oggi più tutta quella straziante poesia dell’esilio che ha fatto piangere una intera generazione di vittime? Chi potrebbe rifare oggi le roventi strofe del Berchet, oggi che non vi sono più esuli? Il poeta, col magistero dell’arte, può commuoverci ancora per le sventure di Praga, ma chi sa dire quali entusiasmi, terribili perchè repressi, dovettero destare que’ versi, ne’ quali oggi cerchiamo l’artista, mentre allora in quelle sventure ognuno trovava le sventure della patria? Noi non possiamo più sentire a quel modo, poichè il clima storico è mutato, ed a quei libri mancò l’ambiente nel quale erano stati concetti. Tanto è vero, che divennero innocue persino le invettive diClarina, contro Carlo Alberto, precisamente come lo divennero i sofismi reazionari del De Maistre, così pericolosi al tempo della Ristorazione.Ai romanzi politici del Ruffini mancò dunque molto, quando le idee, da cui derivarono, uscirono dalle catacombe per salire all’onor degli altari. I libri che si fondano sull’opportunità rovinano quando l’opportunità è scomparsa e solo si reggono se in loro v’ha tal potenza di arte o tale evidenza di realtà da renderli superiori alle necessità delle lotte d’un anno a d’un giorno.Tutti i periodi, tutte le crisi del nostro rinnovamento hanno un’abbondante letteratura, della quale pochissime opere rimangono. Guardate il progressivo oblio in cui cadono le cose del Gioberti. Chi legge ilGesuita moderno, già venduto a ruba e letto con tanta avidità ? Chi riaprequei libri che furono pure il vangelo della rivoluzione del 48? Mancò loro l’arte, che è il sale che preserva dalla corruzione, e le teorie del fecondo abate rimangono solo nel cuore dei mille ed un prete mal spretati, che credono d’insegnare filosofia nei disgraziati Licei del Regno.Ora l’arte del Ruffini, l’arte che il suo temperamento gli consentì, fu appunto quale era necessaria perchè i suoi libri, cessate le battaglie, divenissero appropriati all’adolescenza.Intendiamoci. Non intendo di esprimere con questo un biasimo; tutt’altro. Rispetto profondamente tutto ciò che viene da una intenzione pura e si dirige alle intelligenze che sbocciano. Si può discutere di sistemi pedagogici ma sarebbe assurdo e ridicolo mettere in canzonella la pedagogia. Che anzi preferisco Fedro a Boezio, ilRobinson SvizzeroaClarissa Harlowe, Giulio Verne a Saverio di Montépin. Dicendo dunque che i romanzi del Ruffini sono diventati dominio della letteratura per l’adolescenza, non pretendo di censurare, ma di constatare un fatto.Il Ruffini, nato in quella gloriosa riviera cui la patria deve Mazzini e Garibaldi, deve aver avuto anch’egli la dolcezza di carattere quasi delicatamente femminea che distinse la vita intima dei due grandi che ho nominato. Una profonda bontà traspare nei suoi scritti, una bontà di cuore che dispone agli affetti miti, alla vita tranquilla e modesta. Si direbbe che la sua parte di cospiratore e di esiliato contrasti profondamente colla calma del suo temperamento, inclinato piuttosto alla sentimentalità che all’eroismo. I suoi libri, dove ora la pace polemica non ci colpisce più sono ben lontani dalle esagerazioni convulsionarie cui andò soggetta la letteratura politica del suo tempo. Chi lesse quei romanzi a quei tempi, di nascosto e col pericolo imminente della polizia e del carcere, dovette trovarvi certo quel che noi non sappiamo più vedervi, una energia, un’audacia grande. Il solo fatto dell’averli scritti era già una prova di forza, e le minime frasi, che a noi appaiono ora scolorite, dovettero a quell’epoca parere proteste sdegnose, colpi che passano da parte a parte. Ma a noi, che leggiamo senza passione, l’energia non appare più.Basta ricordare il Guerrazzi per accorgersi subito della sentimentalità calma del Ruffini. Il Guerrazzi rugge come i contemporanei suoi. Le proteste, gli sdegni ora eloquenti, ora retorici, ora sublimi, ora affettati, si succedono in quelle pagine infocate, vero specchio dell’anima della gioventù di quel tempo. Ivi l’energia è cercata, spesso raggiunta, qualche volta troppo evidentemente artificiale: ma insomma il Guerrazzi è energico, e quando non lo è,tenta di esserlo. Paragonate ora ilDott. AntonioallaBattaglia di Benevento. Il libro del livornese sì leva spesso più in alto che la forma di romanzo non comporti, diventa lirico, qualche volta anzi frugoniano. Il libro del Ruffini invece comincia calmo come un idillio e finisce sentimentalmente triste come una elegìa. La diversità dei temperamenti non può essere più spiccata. L’uno cerca nella storia i suoi argomenti, poichè la vita quotidiana e la società presente gli paion troppo umili e basse per le sue apostrofi eloquenti, pei suoi sdegni epici. L’altro non cerca e non tenta le altezze sublimi, e il suo tempo, la sua città gli paiono sufficienti all’altre; spesso il romanzo assume l’aspetto dell’autobiografia. Di più non ci vuole per convincersi della modestia, della bontà , della calma che distinguono il carattere artistico del Ruffini.Senza dubbio, al fondo naturale dell’autore si aggiunge l’influenza inglese. La correttezza, la serietà esteriore, la misura spesso convenzionale che si adopera in tutto, anche nell’ilarità , valsero a calmare ogni effervescenza latina che per avventura fosse rimasta nel sangue dell’esule scrittore. IlDott. Antonioè scritto sotto l’influenza della moda creata dagli epigoni di Walter Scott, e il romanzo, quantunque si riferisca ad avvenimenti che sarebbero accaduti nel 1840, altro non è in fondo che la riproduzione travestita del vecchio dato romantico: il paggio innamorato della castellana. Al vecchio sedimento disensiblerielaghista si mesce un elemento più giovane e più caldo, la lotta per la patria: ma il fondo è sempre quello, e il nuovo elemento lo modifica, ma non lo trasforma. Si può seguirne attentamente la trama e si vedranno i personaggi tali e quali, e si troverà il castellano tiranno in sir John, il nemico in Aubrey, insomma tutto quell’ordito bell’e fatto, quella specie di maschere della commedia dell’arte romantica che vegeta ancora nei libretti d’opera, dove il tecnicismo impone la distribuzione delle parti e fissa anticipatamente i caratteri del soprano, del tenore e del basso.Ammetto che le vibrazioni della corda patriottica coprono spesso il convenzionalismo delle vecchie cabalette. So benissimo che il libro insegna ad amar la patria ed a sagrificarsi per lei senza ostentazioni e ciarlatanerie, ma in riga d’arte ripeto che quel romanzo è più vecchio del suo tempo. Un giovane misterioso e perfetto salva una fanciulla melanconica e perfettissima. S’innamorano inutilmente, e la giovane muore poichè l’innamorato, combattendo per la patria, fu fatto prigioniero. È la vecchia tela, con la sola differenza che un romanziere più scapigliato avrebbe ammazzato tutti senza misericordia.Confesso il vero che sembrerà eresia; quel che più mi piace nelle cose del Ruffini e tutto ciò che pare od è autobiografia. La parte veramente vissuta de’ suoi romanzi mi sembra la migliore. Per esempio, nella prima metà delLorenzo Benoni, tutta quella descrizione della vita di collegio che riempie dodici capitoli mi pare ben altrimenti efficace e vera che non siano gli amori incompresi delDottor Antonio. Chi per sua disgrazia passò l’infanzia sotto la ferula di abbatacci asini e malcreati in un collegio di preti, può attestare la verità di quel che dico. Tutti gli amori sono suscettivi di ridicolo fuori che l’amor materno, e nessun umorista, avesse pure il carattere bilioso e cattivo del Swift, osò mai di metterlo in caricatura. Ed è appunto quest’amore che manca alle povere vittime dei collegi, quest’amore la cui mancanza nell’infanzia si fa dolorosamente sentire poi per tutta la vita. In quei primi capitoli delBenonisi sente il dolore dell’assenza dell’affetto materno, quello strazio che fu narrato con più forza dal Dickens nelCopperfielde meglio ancora dalla Currer Bell inJane Eyre; è narrato un martirio che vige ancora in Italia, dove le condizioni di molte famiglie possono render necessari i collegi, ma non mai quegli ergastoli del corpo e dell’anima che sono i convitti dei preti e dei frati. Lo dico per esperienza.Certo a chi ebbe la fortuna di crescere nel nido della famiglia sotto le ali morbide della madre, quelle pagine parranno noiose. A me invece paiono le più belle che il Ruffini abbia scritto. Ne’ suoi libri si volle vedere l’autobiografia un po’ dappertutto, ma qui c’è senza dubbio; anzi tutto ilBenoniè vissuto veramente, a differenza delDottor Antonio, dove l’artificio logoro salta agli occhi. NelBenonidunque deve esser cercato non solo il Ruffini uomo, ma il Ruffini artista, poichè ivi soltanto si mostra senza l’artificiosità di una tecnica antiquata. E nelBenoniappunto spicca il suo temperamento artistico quale mi provai di definirlo.Era dunque troppo naturale che quei romanzi onesti, tranquilli, pieni di bonarietà e di rettitudine, cessata che fosse la scomunica che pesava sulle aspirazioni patriottiche, dovessero diventare adattissimi all’adolescenza. Così, da un pubblico di cospiratori che aveva prima, il buon romanziere, si è trovato improvvisamente ad avere un pubblico di scolaretti. Eppure, ilBenonispecialmente, non dovrebbe esser trascurato da quelli che vogliono farsi un idea esatta di quel che fosse la società italiana e piemontese al tempo di Carlo Felice. Il libro ha la sua importanza grande anche come contributo alla storia dei costumi e dei sentimenti di un’epoca e, per questo, verrà il giorno della sua resurrezione. Intanto...habent sua fata libelli.Il Ruffini è morto onorato e compianto a ragione.Noi gli dobbiamo di aver fatto rispettare il nome italiano in terra straniera in tempi tristissimi, quando il nome nostro destava in Europa l’idea del pugnale e del tradimento. Egli fece onore alla patria: è giusto che la patria faccia onore anche a lui.
GIOVANNI RUFFINICerto non si può dire che Giovanni Ruffini abbia sopravvissuto alla propria gloria, ma non si può nascondere che da parecchio tempo la memoria delle opere sue s’era un po’ indebolita. Non ricordo che, oltre un bell’articolo di Edmondo De Amicis, stampato cinque o sei anni sono, altri abbia parlato di lui con qualche ampiezza. Nessuno aveva addentato il nome e la fama del glorioso romanziere, ma appunto in questo consenso universale di lodi per l’uomo e per l’opera, la sua gloria s’era quasi addormentata. Una impertinenza, un latrato di qualche cagnuolo l’avrebbe desta, le avrebbe giovato: invece, chi la ridestò fu la morte. L’uomo s’addormì nel sonno che non ha risveglio, ma l’opera sua scosse il glorioso sudario in cui l’aveva avvolta la nostra indifferenza e tornò viva e bella nella memoria nostra.Tornò viva, ma per pochi giorni. Cessati i compianti funerari, spenta l’eco de’ discorsi detti sulla bara e delle brevi linee necrologiche dei giornali, oramai s’è rifatto il silenzio di prima. I romanzi del Ruffini si leggono ancora, ma il genere dei lettori dà ragione del poco chiasso che si fa intorno al nome dell’autore. Quei libri infatti sono caduti nel dominio delle mamme assennate che pesano ed esaminano le letture concesse alle figlie. Libri politici prima, libri che erano battaglie ed avevano entusiasmato una generazione di combattenti, diventano ora miti e tranquilli romanzi, indicati contro i pericoli dell’adolescenza. Scomunicati prima, divengon ora libri di premio. Vengono in menteLe mie Prigionidel Pellico, che, dopo aver turbato i sonni dell’imperatore Francesco e del Metternich, ora fanno testo nelle scuole clericali.Le passioni, infatti, le lotte di cinquant’anni addietro, sono entrate nel dominio della storia e non accendono più le discussioni contemporanee. Le persecuzioni di Carlo Felice non ci commuovono più di quelle di Silla, la sciocca e crudele reazione di Gregorio XVI non ci tocca più della ferocia infame di Papa Borgia. La contemporaneità storica per noi si spinge appena al di là del 1848, e i tempi anteriori non possiamo conoscerli più che sui libri, poichè chi ai tempi dell’elezione di Pio X era in età di portare il fucile, oggi ha passato i sessant’anni. Al di là del 1848 ci appare un’epoca eroica di sacrifizi e di persecuzioni che ci stupisce, ci costringe alla venerazione, ma che è fuori della nostra vita e delle nostre passioni. Come i cristiani, svolgiamo ammirati e pii il martirologio della nostra redenzione; ma, poichè la santa epopea è chiusa da un pezzo, sentiamo troppo bene che l’età è mutata, e spesso per intendere ci è forza ricorrere a criteri storici, ad eccitamenti dell’immaginazione. Così i libri polemici di quell’epoca, cessando di esser pericolosi ai persecutori, cessarono di esser ricercati dai perseguitati. Divennero innocui, ma non furon più vivi.Chi sente oggi più tutta quella straziante poesia dell’esilio che ha fatto piangere una intera generazione di vittime? Chi potrebbe rifare oggi le roventi strofe del Berchet, oggi che non vi sono più esuli? Il poeta, col magistero dell’arte, può commuoverci ancora per le sventure di Praga, ma chi sa dire quali entusiasmi, terribili perchè repressi, dovettero destare que’ versi, ne’ quali oggi cerchiamo l’artista, mentre allora in quelle sventure ognuno trovava le sventure della patria? Noi non possiamo più sentire a quel modo, poichè il clima storico è mutato, ed a quei libri mancò l’ambiente nel quale erano stati concetti. Tanto è vero, che divennero innocue persino le invettive diClarina, contro Carlo Alberto, precisamente come lo divennero i sofismi reazionari del De Maistre, così pericolosi al tempo della Ristorazione.Ai romanzi politici del Ruffini mancò dunque molto, quando le idee, da cui derivarono, uscirono dalle catacombe per salire all’onor degli altari. I libri che si fondano sull’opportunità rovinano quando l’opportunità è scomparsa e solo si reggono se in loro v’ha tal potenza di arte o tale evidenza di realtà da renderli superiori alle necessità delle lotte d’un anno a d’un giorno.Tutti i periodi, tutte le crisi del nostro rinnovamento hanno un’abbondante letteratura, della quale pochissime opere rimangono. Guardate il progressivo oblio in cui cadono le cose del Gioberti. Chi legge ilGesuita moderno, già venduto a ruba e letto con tanta avidità ? Chi riaprequei libri che furono pure il vangelo della rivoluzione del 48? Mancò loro l’arte, che è il sale che preserva dalla corruzione, e le teorie del fecondo abate rimangono solo nel cuore dei mille ed un prete mal spretati, che credono d’insegnare filosofia nei disgraziati Licei del Regno.Ora l’arte del Ruffini, l’arte che il suo temperamento gli consentì, fu appunto quale era necessaria perchè i suoi libri, cessate le battaglie, divenissero appropriati all’adolescenza.Intendiamoci. Non intendo di esprimere con questo un biasimo; tutt’altro. Rispetto profondamente tutto ciò che viene da una intenzione pura e si dirige alle intelligenze che sbocciano. Si può discutere di sistemi pedagogici ma sarebbe assurdo e ridicolo mettere in canzonella la pedagogia. Che anzi preferisco Fedro a Boezio, ilRobinson SvizzeroaClarissa Harlowe, Giulio Verne a Saverio di Montépin. Dicendo dunque che i romanzi del Ruffini sono diventati dominio della letteratura per l’adolescenza, non pretendo di censurare, ma di constatare un fatto.Il Ruffini, nato in quella gloriosa riviera cui la patria deve Mazzini e Garibaldi, deve aver avuto anch’egli la dolcezza di carattere quasi delicatamente femminea che distinse la vita intima dei due grandi che ho nominato. Una profonda bontà traspare nei suoi scritti, una bontà di cuore che dispone agli affetti miti, alla vita tranquilla e modesta. Si direbbe che la sua parte di cospiratore e di esiliato contrasti profondamente colla calma del suo temperamento, inclinato piuttosto alla sentimentalità che all’eroismo. I suoi libri, dove ora la pace polemica non ci colpisce più sono ben lontani dalle esagerazioni convulsionarie cui andò soggetta la letteratura politica del suo tempo. Chi lesse quei romanzi a quei tempi, di nascosto e col pericolo imminente della polizia e del carcere, dovette trovarvi certo quel che noi non sappiamo più vedervi, una energia, un’audacia grande. Il solo fatto dell’averli scritti era già una prova di forza, e le minime frasi, che a noi appaiono ora scolorite, dovettero a quell’epoca parere proteste sdegnose, colpi che passano da parte a parte. Ma a noi, che leggiamo senza passione, l’energia non appare più.Basta ricordare il Guerrazzi per accorgersi subito della sentimentalità calma del Ruffini. Il Guerrazzi rugge come i contemporanei suoi. Le proteste, gli sdegni ora eloquenti, ora retorici, ora sublimi, ora affettati, si succedono in quelle pagine infocate, vero specchio dell’anima della gioventù di quel tempo. Ivi l’energia è cercata, spesso raggiunta, qualche volta troppo evidentemente artificiale: ma insomma il Guerrazzi è energico, e quando non lo è,tenta di esserlo. Paragonate ora ilDott. AntonioallaBattaglia di Benevento. Il libro del livornese sì leva spesso più in alto che la forma di romanzo non comporti, diventa lirico, qualche volta anzi frugoniano. Il libro del Ruffini invece comincia calmo come un idillio e finisce sentimentalmente triste come una elegìa. La diversità dei temperamenti non può essere più spiccata. L’uno cerca nella storia i suoi argomenti, poichè la vita quotidiana e la società presente gli paion troppo umili e basse per le sue apostrofi eloquenti, pei suoi sdegni epici. L’altro non cerca e non tenta le altezze sublimi, e il suo tempo, la sua città gli paiono sufficienti all’altre; spesso il romanzo assume l’aspetto dell’autobiografia. Di più non ci vuole per convincersi della modestia, della bontà , della calma che distinguono il carattere artistico del Ruffini.Senza dubbio, al fondo naturale dell’autore si aggiunge l’influenza inglese. La correttezza, la serietà esteriore, la misura spesso convenzionale che si adopera in tutto, anche nell’ilarità , valsero a calmare ogni effervescenza latina che per avventura fosse rimasta nel sangue dell’esule scrittore. IlDott. Antonioè scritto sotto l’influenza della moda creata dagli epigoni di Walter Scott, e il romanzo, quantunque si riferisca ad avvenimenti che sarebbero accaduti nel 1840, altro non è in fondo che la riproduzione travestita del vecchio dato romantico: il paggio innamorato della castellana. Al vecchio sedimento disensiblerielaghista si mesce un elemento più giovane e più caldo, la lotta per la patria: ma il fondo è sempre quello, e il nuovo elemento lo modifica, ma non lo trasforma. Si può seguirne attentamente la trama e si vedranno i personaggi tali e quali, e si troverà il castellano tiranno in sir John, il nemico in Aubrey, insomma tutto quell’ordito bell’e fatto, quella specie di maschere della commedia dell’arte romantica che vegeta ancora nei libretti d’opera, dove il tecnicismo impone la distribuzione delle parti e fissa anticipatamente i caratteri del soprano, del tenore e del basso.Ammetto che le vibrazioni della corda patriottica coprono spesso il convenzionalismo delle vecchie cabalette. So benissimo che il libro insegna ad amar la patria ed a sagrificarsi per lei senza ostentazioni e ciarlatanerie, ma in riga d’arte ripeto che quel romanzo è più vecchio del suo tempo. Un giovane misterioso e perfetto salva una fanciulla melanconica e perfettissima. S’innamorano inutilmente, e la giovane muore poichè l’innamorato, combattendo per la patria, fu fatto prigioniero. È la vecchia tela, con la sola differenza che un romanziere più scapigliato avrebbe ammazzato tutti senza misericordia.Confesso il vero che sembrerà eresia; quel che più mi piace nelle cose del Ruffini e tutto ciò che pare od è autobiografia. La parte veramente vissuta de’ suoi romanzi mi sembra la migliore. Per esempio, nella prima metà delLorenzo Benoni, tutta quella descrizione della vita di collegio che riempie dodici capitoli mi pare ben altrimenti efficace e vera che non siano gli amori incompresi delDottor Antonio. Chi per sua disgrazia passò l’infanzia sotto la ferula di abbatacci asini e malcreati in un collegio di preti, può attestare la verità di quel che dico. Tutti gli amori sono suscettivi di ridicolo fuori che l’amor materno, e nessun umorista, avesse pure il carattere bilioso e cattivo del Swift, osò mai di metterlo in caricatura. Ed è appunto quest’amore che manca alle povere vittime dei collegi, quest’amore la cui mancanza nell’infanzia si fa dolorosamente sentire poi per tutta la vita. In quei primi capitoli delBenonisi sente il dolore dell’assenza dell’affetto materno, quello strazio che fu narrato con più forza dal Dickens nelCopperfielde meglio ancora dalla Currer Bell inJane Eyre; è narrato un martirio che vige ancora in Italia, dove le condizioni di molte famiglie possono render necessari i collegi, ma non mai quegli ergastoli del corpo e dell’anima che sono i convitti dei preti e dei frati. Lo dico per esperienza.Certo a chi ebbe la fortuna di crescere nel nido della famiglia sotto le ali morbide della madre, quelle pagine parranno noiose. A me invece paiono le più belle che il Ruffini abbia scritto. Ne’ suoi libri si volle vedere l’autobiografia un po’ dappertutto, ma qui c’è senza dubbio; anzi tutto ilBenoniè vissuto veramente, a differenza delDottor Antonio, dove l’artificio logoro salta agli occhi. NelBenonidunque deve esser cercato non solo il Ruffini uomo, ma il Ruffini artista, poichè ivi soltanto si mostra senza l’artificiosità di una tecnica antiquata. E nelBenoniappunto spicca il suo temperamento artistico quale mi provai di definirlo.Era dunque troppo naturale che quei romanzi onesti, tranquilli, pieni di bonarietà e di rettitudine, cessata che fosse la scomunica che pesava sulle aspirazioni patriottiche, dovessero diventare adattissimi all’adolescenza. Così, da un pubblico di cospiratori che aveva prima, il buon romanziere, si è trovato improvvisamente ad avere un pubblico di scolaretti. Eppure, ilBenonispecialmente, non dovrebbe esser trascurato da quelli che vogliono farsi un idea esatta di quel che fosse la società italiana e piemontese al tempo di Carlo Felice. Il libro ha la sua importanza grande anche come contributo alla storia dei costumi e dei sentimenti di un’epoca e, per questo, verrà il giorno della sua resurrezione. Intanto...habent sua fata libelli.Il Ruffini è morto onorato e compianto a ragione.Noi gli dobbiamo di aver fatto rispettare il nome italiano in terra straniera in tempi tristissimi, quando il nome nostro destava in Europa l’idea del pugnale e del tradimento. Egli fece onore alla patria: è giusto che la patria faccia onore anche a lui.
Certo non si può dire che Giovanni Ruffini abbia sopravvissuto alla propria gloria, ma non si può nascondere che da parecchio tempo la memoria delle opere sue s’era un po’ indebolita. Non ricordo che, oltre un bell’articolo di Edmondo De Amicis, stampato cinque o sei anni sono, altri abbia parlato di lui con qualche ampiezza. Nessuno aveva addentato il nome e la fama del glorioso romanziere, ma appunto in questo consenso universale di lodi per l’uomo e per l’opera, la sua gloria s’era quasi addormentata. Una impertinenza, un latrato di qualche cagnuolo l’avrebbe desta, le avrebbe giovato: invece, chi la ridestò fu la morte. L’uomo s’addormì nel sonno che non ha risveglio, ma l’opera sua scosse il glorioso sudario in cui l’aveva avvolta la nostra indifferenza e tornò viva e bella nella memoria nostra.
Tornò viva, ma per pochi giorni. Cessati i compianti funerari, spenta l’eco de’ discorsi detti sulla bara e delle brevi linee necrologiche dei giornali, oramai s’è rifatto il silenzio di prima. I romanzi del Ruffini si leggono ancora, ma il genere dei lettori dà ragione del poco chiasso che si fa intorno al nome dell’autore. Quei libri infatti sono caduti nel dominio delle mamme assennate che pesano ed esaminano le letture concesse alle figlie. Libri politici prima, libri che erano battaglie ed avevano entusiasmato una generazione di combattenti, diventano ora miti e tranquilli romanzi, indicati contro i pericoli dell’adolescenza. Scomunicati prima, divengon ora libri di premio. Vengono in menteLe mie Prigionidel Pellico, che, dopo aver turbato i sonni dell’imperatore Francesco e del Metternich, ora fanno testo nelle scuole clericali.
Le passioni, infatti, le lotte di cinquant’anni addietro, sono entrate nel dominio della storia e non accendono più le discussioni contemporanee. Le persecuzioni di Carlo Felice non ci commuovono più di quelle di Silla, la sciocca e crudele reazione di Gregorio XVI non ci tocca più della ferocia infame di Papa Borgia. La contemporaneità storica per noi si spinge appena al di là del 1848, e i tempi anteriori non possiamo conoscerli più che sui libri, poichè chi ai tempi dell’elezione di Pio X era in età di portare il fucile, oggi ha passato i sessant’anni. Al di là del 1848 ci appare un’epoca eroica di sacrifizi e di persecuzioni che ci stupisce, ci costringe alla venerazione, ma che è fuori della nostra vita e delle nostre passioni. Come i cristiani, svolgiamo ammirati e pii il martirologio della nostra redenzione; ma, poichè la santa epopea è chiusa da un pezzo, sentiamo troppo bene che l’età è mutata, e spesso per intendere ci è forza ricorrere a criteri storici, ad eccitamenti dell’immaginazione. Così i libri polemici di quell’epoca, cessando di esser pericolosi ai persecutori, cessarono di esser ricercati dai perseguitati. Divennero innocui, ma non furon più vivi.
Chi sente oggi più tutta quella straziante poesia dell’esilio che ha fatto piangere una intera generazione di vittime? Chi potrebbe rifare oggi le roventi strofe del Berchet, oggi che non vi sono più esuli? Il poeta, col magistero dell’arte, può commuoverci ancora per le sventure di Praga, ma chi sa dire quali entusiasmi, terribili perchè repressi, dovettero destare que’ versi, ne’ quali oggi cerchiamo l’artista, mentre allora in quelle sventure ognuno trovava le sventure della patria? Noi non possiamo più sentire a quel modo, poichè il clima storico è mutato, ed a quei libri mancò l’ambiente nel quale erano stati concetti. Tanto è vero, che divennero innocue persino le invettive diClarina, contro Carlo Alberto, precisamente come lo divennero i sofismi reazionari del De Maistre, così pericolosi al tempo della Ristorazione.
Ai romanzi politici del Ruffini mancò dunque molto, quando le idee, da cui derivarono, uscirono dalle catacombe per salire all’onor degli altari. I libri che si fondano sull’opportunità rovinano quando l’opportunità è scomparsa e solo si reggono se in loro v’ha tal potenza di arte o tale evidenza di realtà da renderli superiori alle necessità delle lotte d’un anno a d’un giorno.
Tutti i periodi, tutte le crisi del nostro rinnovamento hanno un’abbondante letteratura, della quale pochissime opere rimangono. Guardate il progressivo oblio in cui cadono le cose del Gioberti. Chi legge ilGesuita moderno, già venduto a ruba e letto con tanta avidità ? Chi riaprequei libri che furono pure il vangelo della rivoluzione del 48? Mancò loro l’arte, che è il sale che preserva dalla corruzione, e le teorie del fecondo abate rimangono solo nel cuore dei mille ed un prete mal spretati, che credono d’insegnare filosofia nei disgraziati Licei del Regno.
Ora l’arte del Ruffini, l’arte che il suo temperamento gli consentì, fu appunto quale era necessaria perchè i suoi libri, cessate le battaglie, divenissero appropriati all’adolescenza.
Intendiamoci. Non intendo di esprimere con questo un biasimo; tutt’altro. Rispetto profondamente tutto ciò che viene da una intenzione pura e si dirige alle intelligenze che sbocciano. Si può discutere di sistemi pedagogici ma sarebbe assurdo e ridicolo mettere in canzonella la pedagogia. Che anzi preferisco Fedro a Boezio, ilRobinson SvizzeroaClarissa Harlowe, Giulio Verne a Saverio di Montépin. Dicendo dunque che i romanzi del Ruffini sono diventati dominio della letteratura per l’adolescenza, non pretendo di censurare, ma di constatare un fatto.
Il Ruffini, nato in quella gloriosa riviera cui la patria deve Mazzini e Garibaldi, deve aver avuto anch’egli la dolcezza di carattere quasi delicatamente femminea che distinse la vita intima dei due grandi che ho nominato. Una profonda bontà traspare nei suoi scritti, una bontà di cuore che dispone agli affetti miti, alla vita tranquilla e modesta. Si direbbe che la sua parte di cospiratore e di esiliato contrasti profondamente colla calma del suo temperamento, inclinato piuttosto alla sentimentalità che all’eroismo. I suoi libri, dove ora la pace polemica non ci colpisce più sono ben lontani dalle esagerazioni convulsionarie cui andò soggetta la letteratura politica del suo tempo. Chi lesse quei romanzi a quei tempi, di nascosto e col pericolo imminente della polizia e del carcere, dovette trovarvi certo quel che noi non sappiamo più vedervi, una energia, un’audacia grande. Il solo fatto dell’averli scritti era già una prova di forza, e le minime frasi, che a noi appaiono ora scolorite, dovettero a quell’epoca parere proteste sdegnose, colpi che passano da parte a parte. Ma a noi, che leggiamo senza passione, l’energia non appare più.
Basta ricordare il Guerrazzi per accorgersi subito della sentimentalità calma del Ruffini. Il Guerrazzi rugge come i contemporanei suoi. Le proteste, gli sdegni ora eloquenti, ora retorici, ora sublimi, ora affettati, si succedono in quelle pagine infocate, vero specchio dell’anima della gioventù di quel tempo. Ivi l’energia è cercata, spesso raggiunta, qualche volta troppo evidentemente artificiale: ma insomma il Guerrazzi è energico, e quando non lo è,tenta di esserlo. Paragonate ora ilDott. AntonioallaBattaglia di Benevento. Il libro del livornese sì leva spesso più in alto che la forma di romanzo non comporti, diventa lirico, qualche volta anzi frugoniano. Il libro del Ruffini invece comincia calmo come un idillio e finisce sentimentalmente triste come una elegìa. La diversità dei temperamenti non può essere più spiccata. L’uno cerca nella storia i suoi argomenti, poichè la vita quotidiana e la società presente gli paion troppo umili e basse per le sue apostrofi eloquenti, pei suoi sdegni epici. L’altro non cerca e non tenta le altezze sublimi, e il suo tempo, la sua città gli paiono sufficienti all’altre; spesso il romanzo assume l’aspetto dell’autobiografia. Di più non ci vuole per convincersi della modestia, della bontà , della calma che distinguono il carattere artistico del Ruffini.
Senza dubbio, al fondo naturale dell’autore si aggiunge l’influenza inglese. La correttezza, la serietà esteriore, la misura spesso convenzionale che si adopera in tutto, anche nell’ilarità , valsero a calmare ogni effervescenza latina che per avventura fosse rimasta nel sangue dell’esule scrittore. IlDott. Antonioè scritto sotto l’influenza della moda creata dagli epigoni di Walter Scott, e il romanzo, quantunque si riferisca ad avvenimenti che sarebbero accaduti nel 1840, altro non è in fondo che la riproduzione travestita del vecchio dato romantico: il paggio innamorato della castellana. Al vecchio sedimento disensiblerielaghista si mesce un elemento più giovane e più caldo, la lotta per la patria: ma il fondo è sempre quello, e il nuovo elemento lo modifica, ma non lo trasforma. Si può seguirne attentamente la trama e si vedranno i personaggi tali e quali, e si troverà il castellano tiranno in sir John, il nemico in Aubrey, insomma tutto quell’ordito bell’e fatto, quella specie di maschere della commedia dell’arte romantica che vegeta ancora nei libretti d’opera, dove il tecnicismo impone la distribuzione delle parti e fissa anticipatamente i caratteri del soprano, del tenore e del basso.
Ammetto che le vibrazioni della corda patriottica coprono spesso il convenzionalismo delle vecchie cabalette. So benissimo che il libro insegna ad amar la patria ed a sagrificarsi per lei senza ostentazioni e ciarlatanerie, ma in riga d’arte ripeto che quel romanzo è più vecchio del suo tempo. Un giovane misterioso e perfetto salva una fanciulla melanconica e perfettissima. S’innamorano inutilmente, e la giovane muore poichè l’innamorato, combattendo per la patria, fu fatto prigioniero. È la vecchia tela, con la sola differenza che un romanziere più scapigliato avrebbe ammazzato tutti senza misericordia.
Confesso il vero che sembrerà eresia; quel che più mi piace nelle cose del Ruffini e tutto ciò che pare od è autobiografia. La parte veramente vissuta de’ suoi romanzi mi sembra la migliore. Per esempio, nella prima metà delLorenzo Benoni, tutta quella descrizione della vita di collegio che riempie dodici capitoli mi pare ben altrimenti efficace e vera che non siano gli amori incompresi delDottor Antonio. Chi per sua disgrazia passò l’infanzia sotto la ferula di abbatacci asini e malcreati in un collegio di preti, può attestare la verità di quel che dico. Tutti gli amori sono suscettivi di ridicolo fuori che l’amor materno, e nessun umorista, avesse pure il carattere bilioso e cattivo del Swift, osò mai di metterlo in caricatura. Ed è appunto quest’amore che manca alle povere vittime dei collegi, quest’amore la cui mancanza nell’infanzia si fa dolorosamente sentire poi per tutta la vita. In quei primi capitoli delBenonisi sente il dolore dell’assenza dell’affetto materno, quello strazio che fu narrato con più forza dal Dickens nelCopperfielde meglio ancora dalla Currer Bell inJane Eyre; è narrato un martirio che vige ancora in Italia, dove le condizioni di molte famiglie possono render necessari i collegi, ma non mai quegli ergastoli del corpo e dell’anima che sono i convitti dei preti e dei frati. Lo dico per esperienza.
Certo a chi ebbe la fortuna di crescere nel nido della famiglia sotto le ali morbide della madre, quelle pagine parranno noiose. A me invece paiono le più belle che il Ruffini abbia scritto. Ne’ suoi libri si volle vedere l’autobiografia un po’ dappertutto, ma qui c’è senza dubbio; anzi tutto ilBenoniè vissuto veramente, a differenza delDottor Antonio, dove l’artificio logoro salta agli occhi. NelBenonidunque deve esser cercato non solo il Ruffini uomo, ma il Ruffini artista, poichè ivi soltanto si mostra senza l’artificiosità di una tecnica antiquata. E nelBenoniappunto spicca il suo temperamento artistico quale mi provai di definirlo.
Era dunque troppo naturale che quei romanzi onesti, tranquilli, pieni di bonarietà e di rettitudine, cessata che fosse la scomunica che pesava sulle aspirazioni patriottiche, dovessero diventare adattissimi all’adolescenza. Così, da un pubblico di cospiratori che aveva prima, il buon romanziere, si è trovato improvvisamente ad avere un pubblico di scolaretti. Eppure, ilBenonispecialmente, non dovrebbe esser trascurato da quelli che vogliono farsi un idea esatta di quel che fosse la società italiana e piemontese al tempo di Carlo Felice. Il libro ha la sua importanza grande anche come contributo alla storia dei costumi e dei sentimenti di un’epoca e, per questo, verrà il giorno della sua resurrezione. Intanto...habent sua fata libelli.
Il Ruffini è morto onorato e compianto a ragione.
Noi gli dobbiamo di aver fatto rispettare il nome italiano in terra straniera in tempi tristissimi, quando il nome nostro destava in Europa l’idea del pugnale e del tradimento. Egli fece onore alla patria: è giusto che la patria faccia onore anche a lui.